venerdì 5 giugno 2026

Edoardo Pisani, “Ho servito la regina di Francia” ed. 2026

                                                                     Casa Nostra. Qui Italia


Edoardo Pisani, “Ho servito la regina di Francia”

Ed. Marsilio, pagg. 263, Euro 18,00

    Giorgio Mavi, sulla quarantina, scrittore i cui libri non sono letti da nessuno tranne che da sua madre.

     Suo padre, poliziotto in pensione un po’ fuori di testa.

    Serena Passiotti, professoressa di francese in pensione.

    La madre di Giorgio, grande presenza assenza- muore all’inizio del romanzo.

Sono questi i personaggi di questo libro, buffo, paradossale, malinconico, tenero, dove la vicenda è raccontata da Giorgio. E poi ci sono i libri, la letteratura, i protagonisti dei grandi romanzi dei secoli passati.

    La morte della madre di Giorgio, per quanto attesa dopo una lunga sofferenza, getta nello sconforto e nella depressione il marito e il figlio. Il marito prende di nuovo a indossare la vecchia divisa, si immerge interamente vestito nella vasca da bagno piena di acqua fredda, non dorme più nel letto che condivideva con la moglie, è diventato difficile gestirlo.

Quanto a Giorgio, la sua vita gli appare più che mai un fallimento, soprattutto in confronto con quella dell’affermato fratello minore. Che senso ha scrivere, se la sua unica lettrice non c’è più? e poi lui è ben consapevole di aver scritto dei pessimi romanzi di cui si vergogna.


   Poi, un ritrovo dei vecchi compagni di classe, pettegolezzi sulla loro terribile insegnante di francese, c’era stata una pesante accusa di aver molestato uno studente, no, come era possibile? E che fine aveva fatto la professoressa Passiotti? Giorgio l’aveva adorata, a lei doveva la sua passione per le parole e per la letteratura, lei gli aveva aperto le porte di un mondo, le sue lezioni erano impagabili.

    E così, chiedendo in giro, Giorgio viene a sapere che l’anziana professoressa è malata di Alzheimer, che è in una casa di riposo, che non riconosce nessuno. Lui non ci può credere, va a trovarla. E la Passiotti lo chiama per nome.

   Da qui prende inizio la seconda parte del romanzo che incomincia con una fuga e poi diventa un poco un romanzo ‘on the road’ con qualcosa di simile al famoso “Viaggio con la zia” di Graham Greene. La professoressa Passiotti, a questo punto rivestita con gli abiti della madre del suo alunno e diventata amica del padre, rivela di avere sempre avuto il grande desiderio di vedere Parigi. Ebbene, si andrà a Parigi, tutti e tre, in treno.


    Non è la solita Parigi dei turisti, quella che visitano. O meglio, fanno anche il giro di tutti i punti iconici della città, ma poi ci sono i cimiteri dove sono sepolti i grandi scrittori e continua il discorso iniziato nella casa di cura, anzi, iniziato nelle aule della scuola, con la citazione dei grandi autori, i paragoni, il significato delle loro opere, la lezione che hanno impartito, il confronto inevitabile con i libri di poco conto che vengono pubblicati adesso.

    Ha continuato ad esercitare il suo ruolo, la vituperata professoressa. Che non era solo quello di offrire cultura, di sollecitare interessi- e già questo aveva risvegliato l’ex-poliziotto facendolo uscire da una depressione sull’orlo del suicidio-, ma era anche quello di offrire un esempio, di resistenza, di ribellione, di coraggio. Non sarà soltanto la bellezza a salvare il mondo, anche le parole dei grandi, la lezione dei libri lo salveranno.

    Il finale è sorprendente, forse l’unico possibile anche se lo avrei voluto diverso.



 

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