giovedì 3 settembre 2020

Kjell Westő, “La sciagura di chiamarsi Skrake” ed. 2020


                                                     vento del Nord
                                                          saga


Kjell Westő, “La sciagura di chiamarsi Skrake”
Ed. Iperborea, trad. Laura Cangemi, pagg. 495, Euro 19,00

   
    C'è una parola russa, mečty,  che lo scrittore russo Colliander ha usato per parlare di suo padre ed è di questa parola che si appropria il protagonista de "La sciagura di chiamarsi Skrake" per descrivere il suo, di padre. Mečty  vuol dire sogno. Ma nel caso di Colliander  e di Werner, il padre del nostro io narrante, mečty indica "il sogno mancato, la capacità di fallire in qualunque cosa si intraprendesse, capacità che era, né più né meno di un destino". Si può fare qualcosa per contrastare il destino?
     Wiktor aveva capito presto che suo padre Werner era un uomo dotato della speciale capacità di cacciarsi nei guai, che suo padre era stato bollato per tutta la vita come Chi Aveva Mandato A Sbattere Il Camion Della Coca-Cola Contro  Un Albero e, in più, Aveva Reso Invalido Il Vescovo Achrén.
L'episodio di Werner alla guida del camion della Coca-Cola, che doveva essere una trionfante impresa commerciale per introdurre la famosa bevanda in Finlandia e che era andato a schiantarsi contro un albero mandando in frantumi le bottiglie di vetro, è raccontato quasi all'inizio del libro e segna l'esordio della sfortuna nella vita di Werner. Il quale ha due grandi passioni: il lancio del martello e la pesca della trota di mare.

     Alla prima si dedica con determinazione e costanza- la sua ambizione è  raggiungere i  60 metri di tiro. Uno sfortunatissimo e  fatale incidente metterà fine ai suoi allenamenti,  proprio quando aveva fatto il suo tiro migliore di sempre. La pesca alla trota non era solo una passione ma una ossessione. Da bambino, Wiktor, affascinato dallo scintillio guizzante della trota, aveva iniziato a chiamarla Pesce d'Argento e il Pesce d'Argento era rimasto tale nei racconti di pesca che Werner aveva scritto. Racconti che avevano avuto successo. Finché la sua vena si era inaridita e, però, Werner non sapeva scrivere d'altro che non fossero i Pesci d'Argento, senza poter neppure immaginare che sarebbe stato proprio un Pesce d'Argento a suggellare il suo destino in un ultimo colpo di coda di sfortuna.
     Skrake non era il cognome originario.  Era stato un antenato a cambiarlo, prendendo il nome di un'isola che aveva fatto in modo di comprare.  E la storia che Wiktor Skrake ci racconta,  tra passato e presente, è quella di tutta la famiglia, di nonno Bruno (di cui Werner era l'unico figlio) e di zio Leo, il professore intellettuale, del bisnonno e della nonna Maggie di origine russa, di sua madre Vera e dell'amore per la musica che questa condivide con Maggie.
Ma è  Werner Skrake, naturalmente, al centro del racconto. Le sue due passioni ma anche la sua ombrosità, le sue periodiche assenze quando da Råberga, dove si trova la bella casa di famiglia in campagna, scompariva per andare a Helsinki e tornare con occhi pesti e una puzza dolciastra intorno.
   Se Werner era "gigantesco, pesante, vincolato a terra e acqua", suo figlio Wiki era Uno Che Si Librava In Aria, uno che amava correre fin da piccolo, che cronometrava la sua corsa, che aveva letto e riletto "La solitudine del maratoneta" di Alan Sillitoe. La convivenza con sua madre Vera non era facile, non era facile sospettare un'amicizia intima di Vera con un giovane professore carismatico che assomigliava al professor Keating de “L'attimo fuggente”,  e Wiktor era andato a vivere da solo a Helsinki quando aveva 17 anni.

   C'è di tutto in una saga di famiglia. Le storie sono tante quanti i tentativi di capire le persone e quello che è successo. I segreti di famiglia si svelano a poco a poco e i più dolorosi, quelli che hanno ferito di più, sono gli ultimi a venire fuori.  Come il ruolo avuto da nonno Bruno durante la Seconda Guerra Mondiale di cui non voleva mai parlare.  
I ricordi divertenti si alternano a quelli più tormentati, storie prese a prestito di seconda o terza mano si alternano a quelle vissute in prima persona da Wiktor, delle sue avventure amorose e del suo lavoro come scrittore che sembra raccogliere l'eredità paterna.
    É un insieme che si può riassumere con il saggio fatalismo delle parole  di un detto finlandese- Tutto è in prestito. Se tutto è in prestito, tutto va restituito, tutto è  fuggevole ed è bene non attaccarsi troppo a niente.
   Dopo “Miraggio 1938”, un altro grande romanzo con un memorabile personaggio dello scrittore che ha vinto il premio Finlandia 2006 e il  premio del Consiglio Nordico 2014. 


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