venerdì 11 settembre 2020

Julia Phillips, “La terra che scompare” ed. 2020

                                      Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

cento sfumature di giallo

Julia Phillips, “La terra che scompare”

Ed. Marsilio trad. Fabio Zucchella, pagg. 331, Euro 18,00

    Kamčatka. Forse molti ricordano la Kamčatka nella mappa del gioco da tavolo Risiko (peraltro rozzamente disegnata). È una penisola nell’estremo nord-est della Russia, si allunga tra il mare di Bering e il mare di Ochotsk, per la maggior parte dell’anno nessuna strada è aperta verso il nord dove si estendono la tundra e il terreno ghiacciato. Significa che si è prigionieri in Kamčatka: si arriva e si parte solo in aereo o in nave.

    Pavlovsk (all’inizio del libro c’è una cartina molto utile per visualizzare geograficamente Pavlovsk e Esso, le due cittadine tra cui si muovono i personaggi). È agosto. Alëona e Sofija, di 11 e 8 anni, camminano in riva al mare. Esili, bionde e bianche- sono chiaramente russe. La più grande racconta alla sorellina una storia, di una grande onda che si è abbattuta sulla costa e, ritirandosi, ha portato via con sé un paese e un pezzo di terra. È ‘la terra che scompare’ che dà il titolo al romanzo di Julia Phillips, un romanzo che parla di persone scomparse, di persone che vorrebbero scomparire, di una cultura che in parte è già scomparsa e che corre il rischio di svanire del tutto.


    Questo mese di agosto resterà nella mente di tutti gli abitanti di Pavlovsk (per non dire dell’intera Kamčatka) come il mese in cui le due sorelline Golosovskje sono scomparse. Una donna, che passeggiava con il suo cane, testimonia di aver visto due bambine salire su una grossa auto nera- lei era rimasta colpita da quanto fosse lucida quell’auto. Al volante, un uomo dal fisico imponente. Sembra che le bambine si siano volatilizzate. Si dubiterà della testimone. Si setaccerà l’intero paese. Si dragherà la baia. Con nessun risultato.

     Per un anno, ogni capitolo che segue avrà un mese come titolo. Non aspettatevi, però, che il romanzo di Julia Phillips sia un poliziesco, che ogni mese segua le indagini sulle bambine scomparse, che un brivido percorra le pagine nella tensione dell’aspettativa che succeda qualcosa. Perché succede quello che succede nella vita normale, personaggi diversi sono introdotti in ogni capitolo e non hanno nulla a che fare con Alëona  e Sofija, anche se a volte si parla di loro, anche se, in qualche maniera, il mistero che le circonda influenza la vita di alcuni di loro.


     Sono tutte storie di donne, giovani, giovanissime, oltre la mezza età. C’è la ragazzina la cui mamma è spesso via per lavoro e, dopo quello che è successo, la sua amica ha la proibizione di incontrarla- si è visto quello che può accadere quando non c’è un controllo della famiglia sui bambini. Una brillante studentessa che viene da Esso, dove tuttora vive il suo fidanzato, si lascia “controllare” da questi, che deve essere informato di ogni suo movimento. Una giovane mamma fa sogni proibiti su quello che potrebbero farle gli operai stranieri del cantiere di fronte alla sua casa. Ad una festa di Capodanno ritorna a Pavlovsk una ragazza che era andata a studiare a San Pietroburgo e si era fermata a vivere là. San Pietroburgo è un altro mondo, è già “l’estero” verso cui sogna di andare un altro personaggio, una ragazza madre- dove potrebbe andare? Anche a Londra, perché no?

In un’altra storia, in un altro mese, appare una madre della cui figlia abbiamo sentito fare il nome in altri capitoli- Lilia che è scomparsa quattro anni prima. Non era una bambina, era un’adolescente.  Forse era semplicemente scappata di casa. La polizia non si era data da fare per Lilia. Forse perché Lilia era un’indigena, una eden, e non una russa come le sorelline Golosovskje?


    È soltanto nel mese di giugno che conosciamo la mamma delle bambine, una donna distrutta dal dolore e dal senso di colpa. Che continua a sperare contro ogni speranza. Sta andando ad un raduno per festeggiare Nurgenek, il Capodanno delle minoranze etniche della Kamčatka.

    Qui si chiuderà il cerchio, qui ci sarà una svolta inaspettata, verranno tirate tutte le fila che sono state abilmente tese in un romanzo che è solo in apparenza sfilacciato, che è tutt’altro che un romanzo di genere.

La scomparsa delle Golosovskje diventa un pretesto per ritrarre la condizione femminile in questo angolo di Russia- ragazze che sono rimaste incinte giovanissime, donne che crescono i figli da sole mentre gli uomini scompaiono sottraendosi alle loro responsabilità, ambizioni realizzate a caro prezzo, sogni di evasione da un’atmosfera soffocante di “camera chiusa” (anche l’impostazione del mystery è quello della “stanza chiusa” di Agatha Christie, qui sostituita da una “regione chiusa”).

    Il tema delle donne, della loro frustrazione e dei loro sogni, non è l’unico, però, in questo ricchissimo romanzo. L’altro filo conduttore è quello della discriminazione tra i “bianchi” russi e le popolazioni indigene che hanno una loro cultura (affascinante, ne conosceremo le danze e i canti) e loro caratteristiche fisiche che le differenziano a colpo d’occhio dai russi.


     Se la scomparsa di Alëona e Sophia è quasi una metafora per tutto quello che scompare- da una cultura ai sogni- lo è, però e prima di tutto, per un regime che non esiste più da anni, rimpianto dagli anziani che lo ricordano- certe cose non sarebbero mai successe quando c’era l’Unione Sovietica.

    C’è dramma, c’è mistero, c’è una fantastica ambientazione in luoghi di foreste e vulcani, ci sono riflessioni da fare sulla razza, sulla sessualità e sulla politica.

    Finalista per il National Book Award for Fiction 2019, un libro da leggere.

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la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it

la scrittrice interverrà (in collegamento) al Festival Pordenone Legge il 16 settembre.




 

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