lunedì 12 aprile 2021

Colum McCann, “Questo bacio vada al mondo intero” ed. 2011

                        Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

                                                       il libro ritrovato

Colum McCann, “Questo bacio vada al mondo intero”

Ed. Rizzoli, trad. Marinella Magrì, pagg. 451, Euro 21,00

 

Titolo originale: Let the Great World Spin

  Com’è essere morti, figlio mio, mi piacerà?

   Oh. Il citofono. Oh, no! il suono metallico di un cucchiaino per terra. Oh. Svelta, di corsa in corridoio. No. Torna indietro. Raccogli il cucchiaino. Tutto è pronto, adesso, in ordine, perfetto. Mi restituisca il suo corpo, me lo restituisca vivo, signor Nixon, e non ci saranno discussioni. Prendetevi il mio cadavere, con tutti i suoi cinquantadue anni, facciamo uno scambio; non lo rimpiangerò, non lo reclamerò. Ma rendete lui a noi, bello e ricucito.

 

    Il 7 agosto 1974 Philippe Petit camminò su un cavo teso fra le torri del World Trade Center. E’ questo l’unico fatto vero nel romanzo “Questo bacio vada al mondo intero” di Colum McCann, tutti gli altri, così come tutti gli altri personaggi, sono frutto di invenzione. E però l’uomo, che nel libro non ha nome e che sembra volare tra i due grattacieli, verso il quale si sollevano tutti gli sguardi, serve come filo d’unione temporale per le storie che vengono raccontate nel libro, stabilisce un riferimento per i tempi delle azioni. Oltre ad essere una bella metafora per l’uomo capace di sbarazzarsi dei pesi che lo trascinano verso il basso, nonché - per noi lettori del 2010 che abbiamo visto gli aerei entrare dentro quelle torri- un memento della caducità di tutto, un’anticipazione di dolore.

   Il romanzo inizia, per l’appunto, con l’insolito spettacolo di primo mattino a New York: qualcosa di cui tutti i personaggi parleranno, prima o poi, finché lo stesso acrobata dell’aria apparirà in tribunale, alla fine del libro, incontrandosi per caso con altri protagonisti di cui abbiamo seguito le vicende. “Questo bacio vada al mondo intero” si propone qualcosa di ambizioso: ritrarre New York, ma non la New York che è nell’immaginario di tutti- luci scintillanti, negozi, Broadway, ricchezza e successo-, piuttosto la New York dei diseredati, una città di infelici dove la miseria fa dimenticare la dignità e dove la ricchezza compera una felicità finta fatta di ‘neve’ bianca. Eppure anche una città dove l’amore può sbocciare come un fiore tra la polvere. Fin qui niente di straordinario nel progetto dello scrittore, ma è la costruzione del romanzo che attira la nostra attenzione. Pensiamo di leggere delle storie che terminano con la parte del libro che si chiude, e invece ci accorgiamo che, alla fine, in una maniera sottile, c’è una relazione tra i protagonisti delle diverse sezioni: si infilano gli uni nelle storie degli altri, quasi a voler dire che ‘nessun uomo è un’isola’, come dice il poeta secentesco John Donne.

   L’irlandese Corrigan è la figura dominante del romanzo. Un personaggio estremo che ha qualcosa di dostojevskjano nella sua passione religiosa, nel suo vedere Dio nei reietti, qualcosa di francescano nel dividere il suo mantello con chi non ha di che coprirsi, qualcosa di profondamente cristiano nel non esprimere mai giudizi, nel non temere l’amicizia con le prostitute, nel servizio di volontariato con i vecchietti, e anche, infine, nel non rifiutare l’amore quando il voto di castità si fa troppo pesante per lui. 

   Quando ci pare di aver letto abbastanza storie di vite infelici, di prostitute che battono il marciapiede, che sniffano, che vengono maltrattate dai protettori, quando non possiamo fare a meno di provare pena e simpatia per la trentottenne Tillie, la puttana che ha avviato la figlia alla prostituzione e che è già nonna, ecco che veniamo trasportati in un altro ambiente- tra una sorta di club di madri che hanno perso i figli in Vietnam e che si riuniscono a rotazione nella casa di ognuna, per far rivivere i figli nelle loro parole. La morte non guarda in faccia nessuno, non vede né il colore della pelle, né l’età, né la classe sociale di quelli a cui si avvicina. La morte interviene ancora, nelle storie fittizie del romanzo, non per colpire l’acrobata che l’aveva sfidata, in quella sua traversata aerea, ma chi avrebbe potuto continuare a fare del bene. E strumento della morte è una coppia giovane, del tipo hippy ma con tanti soldi e auto d’epoca: un’altra delle storie che vorticano in questo romanzo. 

   Eppure- e forse è grazie proprio al personaggio simile a Cristo- anche questo dramma può portare a una qualche redenzione: c’è chi cambia vita, chi trova qualcuno da amare in sostituzione dei figli che ha perso, chi perdona e chi ricomincia da capo. Tutte le tessere del puzzle si incastrano, una New York come non l’avevamo mai vista è davanti ai nostri occhi, ed è come se il cavo teso tra le torri gemelle per l’impresa spettacolare all’inizio diventasse un cavo teso tra l’amore e il dolore.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it nel 2011



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