domenica 29 giugno 2014

Leonardo Padura Fuentes, "La nebbia del passato" Intervista 2008

                                               Voci da mondi diversi. Cuba
                                                cento sfumature di giallo
                                                il libro ritrovato


Intervista a Leonardo Padura Fuentes, autore de "La nebbia del passato"

E’ un vecchio ‘amico’, Leonardo Padura Fuentes, lo scrittore nato all’Avana nel 1955. E’ sempre un piacere incontrarlo ogni volta che viene pubblicato un suo romanzo in Italia, perché nessuno come lui è capace di guardare la realtà del suo paese con occhio attento, da innamorato disincantato che tuttavia non perde la fede nel suo amore. Abbiamo parlato con lui del suo ultimo libro, “La nebbia del passato”, e dei cambiamenti che stanno avvenendo a Cuba.

Il Conde si sente “incommensurabilmente” triste: è sua, di lei Leonardo Padura Fuentes, la tristezza del Conde?
     Sì e no. Fin dal primo romanzo Conde è sempre stato l’occhio che ho usato per vedere la realtà cubana, e i sentimenti, la maniera di intendere la realtà cubana del Conde hanno molto a che fare con me, anche se Conde non è il mio alter ego: Conde non sono io. Credo che una delle caratteristiche del personaggio- e anche uno dei motivi per cui ha funzionato in quanto personaggio letterario- sia stata che sono riuscito a dargli un suo carattere. Una delle componenti del suo carattere è la melanconia, la tristezza che sempre lo accompagna. In questo romanzo Conde è vicino ai 50 anni, ha passato la tappa della crisi più dura a Cuba e si sente triste perché sa che il presente e il futuro possono essere molto scuri. Anche io ho questa sensazione, e tuttavia devo riconoscere che, tra il 2005 e oggi,  qualcosa è cambiato e ho un poco di speranza che alcune cose possano essere diverse, soprattutto per il bene di persone come Conde e i suoi amici. Adesso sono più ottimista, mi pare che a Cuba ci sia una visione più realista dell’economia e della società e che quindi in futuro le cosa possano migliorare.

Mi sembra ci sia un altro riferimento autobiografico: il Conde dice di essere un fantasma del passato: è la sua generazione, Padura Fuentes, che è fatta di fantasmi del passato?
    La mia generazione è quella che è cresciuta dentro la rivoluzione e il nostro passato e il nostro presente hanno seguito lo sviluppo della rivoluzione. Siamo cresciuti con la fiducia nel futuro e, come capita a Conde, quando siamo arrivati al momento in cui doveva iniziare il futuro- quando avevamo trenta, quaranta anni- tutto è crollato. Quello fu il momento in cui potemmo capire la realtà di Cuba e di quello che era stato il socialismo in Europa.
E ci sentimmo delusi. Questo sentimento ci ha lasciato con una mistica del passato, una visione romantica del passato, e anche con la certezza che tutto quello che avevamo fatto e creduto alla fine si era trasformato in nulla. Fu come se ci togliessero la terra da sotto i piedi. Ed è da questo che deriva la nostra sensazione di non esistere, di essere dei fantasmi, e che sempre abbiamo dovuto iniziare di nuovo, ma ogni volta eravamo un poco più vecchi e con più cicatrici.

Sempre pensando a Lei come scrittore, ci fa sorridere quello che dice il Conde, la raccomandazione di non conoscere mai di persona uno scrittore, se ti è piaciuto il suo libro. Perché?
     Gli scrittori sono due cose: una persona che scrive e una persona che vive per scrivere. Quello che scrive ha la possibilità di produrre piacere, se è un bravo scrittore, ma la persona che vive per scrivere è qualcuno che soffre in questo processo di creazione, che ha i problemi dell’essere umano, che a volte è spiacevole come persona. Può essere vanitoso, oppure può essere una persona eccellente, ma credo che, se lo conosciamo nel libro e ci piace, non è necessario conoscere la persona che sta dietro il libro, e ci sono molti scrittori che sono impresentabili. E ha a che vedere con il lavoro dello scrittore, perché scrivere è un lavoro che- almeno per me è così- è molto stancante, perché in genere si deve tirare fuori il peggio che si ha dentro per poter scrivere. Questo sguardo a volte sordido sulla realtà, questo mettersi all’interno di un personaggio e tirare fuori il peggio- questo è qualcosa che influenza uno come persona. Per questo direi che, se il libro è bello, è meglio accontentarsi del libro senza voler conoscere lo scrittore. E anche se il libro non è bello, è meglio così.

“La nebbia del passato”- sono le parole del bolero per la storia d’amore, ma possiamo anche intenderle come un riferimento alla nebbia di un passato storico?
    Sì, anche. Questa canzone mi perseguitava da molti anni e originalmente era un tango argentino, ma c’è una versione di un cantante cubano che lo ha trasformato in un bolero. Il nome di questo cantante era Bola de Nieve- era un uomo molto nero che diceva che lui non cantava ma che aveva la voce di un uomo che diceva una canzone. Aveva una maniera così drammatica di cantare che mi pareva stesse raccontando una storia che gli era capitata. Da qui è venuto il romanzo.
Quando ho deciso di scriverlo, ho sentito che il passato è parte di questa storia e questo passato non è quello di cui parlavo prima, ma un passato molto oscuro per noi, avvolto nella nebbia. E tuttavia è un passato molto attraente, quello dell’epoca dello splendore dell’Avana, delle notti dell’Avana. E il romanzo vuole essere uno sguardo su due mondi, sul passato e il presente che capitano nello stesso luogo e non si riconoscono quasi. Le rivoluzioni cambiano le società e tra l’immagine di un passato e quella del presente fluttua una nebbia in cui le figure non si vedono chiaramente.

E tuttavia non è forse un processo inarrestabile, quello per cui tutto il passato è avvolto nella nebbia? perché anche Alcides Montes e la sua biblioteca sono avvolti dalla nebbia del passato…
     C’è come la ricerca del principio di tutto, e la storia di Cuba è connessa con la sua cultura. Cuba è stata una nazione prima di essere un paese. Cuba riesce ad essere un paese solo nel 1902 ed è una nazione dal principio dell’800. Eravamo cubani ma continuavamo ad appartenere all’impero spagnolo. Quello che segnò la differenza tra un creolo e un peninsulare- come venivano chiamati gli spagnoli- fu la cultura; uno degli elementi più importanti fu questa grande bibliografia del secolo XIX cubano. Questa ricchezza culturale si creò a Cuba grazie alla ricchezza economica: allora era una parte molto ricca della Spagna. La coscienza del cubano incomincia qui. Intanto questa ricerca del passato significa sempre incontrare le ragioni del presente. Quando Conde guarda l’Avana e pensa che non è la sua città, che si sente un estraneo, è perché si stanno rompendo dei valori storici che furono quelli che diedero la continuità all’identità cubana. E Conde si oppone, a modo suo, a questa rottura e cerca di recuperare questa identità che sta andando in frantumi. Come lo fa? Decide che ci sono dei libri che non si possono vendere: è un modo romantico, allucinato, ma è il suo.

C’è una cantante, ci sono tante cantanti dietro Violeta del Rìo?
     Violeta è il riassunto di molte cantanti: l’Avana degli anni ‘50 era la città della musica.. Credo che mai, in nessuna città del mondo, ci sia stata tanta musica come laggiù negli anni ‘50 e questa era un’epoca molto complicata a Cuba: c’era la lotta rivoluzionaria e una repressione, c’erano sabotaggi rivoluzionari e molta tensione. Ma si continuava a sentire musica: Ho sempre visto rappresentato questo spirito della musica in queste donne che cantavano, donne che erano come la rappresentazione dei sogni nella realtà. Violeta è la sintesi di questo ambiente. Ma è anche il sogno, o è come un angelo, perché Violeta è vista solo attraverso i ricordi degli altri. Quello che è rimasto di lei è questo mistero, la parte angelica di lei. Non credo che una Violeta reale potesse essere questa persona così perfetta, ma è quello che è rimasto di lei attraverso gli occhi di chi l’ha conosciuta: Violeta è il sogno del passato.

E c’è una vera biblioteca dietro quella biblioteca straordinaria del romanzo, il sogno di ogni bibliofilo?

    In Cuba ci furono grandi biblioteche private, perché la vecchia borghesia cubana dell’800 era una borghesia molto colta. Quasi tutti i membri avevano studiato in università europee e portavano questa cultura a Cuba. Cuba era un paese molto europeo e per questo fu a fatica che la cultura americana contaminò la forma di vita cubana. Persino il baseball si affermò a Cuba perché era una forma di reazione contro la Spagna. Queste biblioteche, come i palazzi dell’Avana, i teatri e le collezioni d’arte, sono la sintesi di questa necessità di consumare culture, di essere vicino alle culture. A Cuba cantarono tutti i grandi cantanti d’opera, ballarono le grandi ballerine, per Cuba passarono i poeti spagnoli del ‘27 e questa densità culturale ci fu solo in tre paesi dell’America latina: Cuba, Messico e Argentina. E le biblioteche come quella del libro sono reali, anche se sono a poco a  poco scomparse.

Leggiamo degli inizi di un’epoca di cambiamenti a Cuba: c’è molto entusiasmo, c’è molta attesa di novità con il governo di Raul? E che cosa prova la gente, adesso, per Fidel?
     La gente ha speranza, si è visto che si possono operare dei cambiamenti che anche prima erano possibili e non si erano fatti perché una persona aveva deciso di no. Fidel fu il romantico e oggi Raul sembra essere il pragmatico, e Cuba aveva bisogno di pragmatismo. Credo che siano solo i primi cambiamenti, di tipo, per così dire, cosmetico, cambiamenti primari.
Raul Castro
Ma se produrranno cambiamenti nell’economia- perché Cuba era arrivata al punto che era un paese che NON produceva, che viveva solo del turismo e dei tecnici e dei medici che mandava all’estero. Il governo dice che si sta cercando di far produrre il paese come nel passato che vediamo attraverso la nebbia- quando Cuba produceva zucchero, carne, tabacco. Questo processo avviene in un mondo diverso che vive un momento di crisi i cui risultati potrebbero essere fatali per il mondo in senso economico, politico ed ecologico. E Cuba ha bisogno di riadeguarsi per appartenere a questo mondo e poter sopravvivere. Fidel è un uomo dell’utopia del secolo XX e Cuba in questo momento necessita l’uomo pragmatico del secolo XXI.

E che cosa si dice di Fidel, adesso che non è più in carica?
     Non si parla di Fidel e già questo è significativo. Mi pare che Fidel sia nella nebbia del passato e la gente vuole guardare al futuro. La propaganda ufficiale continua a pubblicare libri su Fidel, ma in realtà la gente non ne parla. La gente parla solo di quello che può fare Raul, di quello che sta facendo Raul. La gente ha bisogno di guardare il futuro. C’è una stanchezza storica, come dice il Conde. Vogliamo essere normali e non storici.

Chissà che cosa pensa il Conde del nuovo governo: tornerà presto in un romanzo a farcelo sapere? Aspetta per vedere che cosa succede?

  Spero di iniziare l’anno prossimo a scrivere un nuovo romanzo con Conde, perché ora sto cercando di terminare un romanzo in cui non c’è lui come protagonista, un romanzo che ha a che fare con tutto questo, un libro sull’utopia e sulla morte dell’utopia. I suoi personaggi sono Trotskji, il suo assassino Mercader e un giovane scrittore cubano. Ci sono riflessioni sul perché si ruppe l’utopia del secolo XX, perché la società degli uguali fu un fallimento e perché scomparve il comunismo. E sì, Conde aspetta di vedere che cosa succede…  

l'intervista è stata pubblicata su www.stradanove.net


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