mercoledì 14 ottobre 2020

Qiu Xiaolong, “Processo a Shanghai” ed. 2020

                                                     Voci da mondi diversi. Cina

     cento sfumature di giallo

Qiu Xiaolong, “Processo a Shanghai”

Ed. Marsilio, trad. Fabio Zucchella, pagg.270, Euro 18,00

     Una settimana. Dura una settimana la nuova inchiesta di Chen Cao. Che poi non è una inchiesta che gli compete, non è affatto ‘sua’, come lui si affretta a precisare ogni volta che gli viene chiesto qualcosa. Perché Cao è ormai l’ex-ispettore capo della polizia di Shanghai- è stato promosso al ruolo di direttore del nuovissimo ufficio per la riforma del sistema giudiziario. Chen Cao non si lascia illudere, sa fin troppo bene che questa nomina gli è stata conferita per allontanarlo dai ‘casi speciali’, perché Cao è troppo bravo, rimesta nel torbido, mette il naso in questioni da cui dovrebbe stare alla larga. E infatti, paradossalmente, il nuovo incarico gli giunge insieme all'imposizione di una licenza di convalescenza. Nessun messaggio potrebbe essere più esplicito: Chen Cao dà fastidio per la sua posizione politicamente scorretta e però è un personaggio talmente noto che un provvedimento più scoperto sarebbe controproducente.


     È appena avvenuto un delitto di cui tutti parlano a Shanghai, perché la persona sospettata di aver commesso il crimine è Min, una donna seducente, in parte cortigiana e in parte cuoca- Min gestisce una ‘cucina privata’ per pochi invitati eletti disposti a pagare anche 10.000 yuan (8000 euro, l’inflazione è galoppante in Cina) per le prelibatezze di cui solo lei conosce le ricette. Qing, l'assistente di Min, è stata trovata morta nello shikumen dove Min dormiva, ubriaca. Qing aveva appena comunicato l’intenzione di aprire un suo proprio ristorante- era un motivo sufficiente per ucciderla?

 L'agenzia investigativa di Vecchio Cacciatore, l’amico di Chen Cao, è stata incaricata, da un misterioso cliente che ha pagato una cifra astronomica per la richiesta, di scagionare Min. A questo primo delitto se ne aggiungeranno altri due, ma ormai sappiamo che il filone poliziesco non è quello più importante nei romanzi di Qiu Xiaolong, lo scrittore cinese che, dagli Stati Uniti in cui vive dall'epoca dei fatti di piazza Tienanmen, osserva i cambiamenti della ‘sua’ Cina con uno sguardo distaccato, preoccupato, addolorato. E, in romanzi solo in apparenza di genere e in realtà sempre più politicamente impegnati sotto copertura, Xiaolong rivolge la sua attenzione a vari aspetti della società, dei costumi, dell'economia e della politica cinese.

                                         Moller Villa Hotel

    Il quesito fondamentale in “Processo a Shanghai” è se la Cina possa essere ancora considerata uno stato di diritto oppure, alla luce di quanto accade, l'apparenza sia solo una farsa, una messa in scena per gettare polvere negli occhi. L'affascinante Min, con le amicizie altolocate per cui lei potrebbe rappresentare un pericolo, si trova in stato di shuanggui, come un funzionario di partito corrotto, in una località segreta che poi risulta essere il grandioso Moller Villa Hotel (come fa a saperlo il cliente di Vecchio Cacciatore?). Lo stato di shuanggui evidenzia brutalmente la differenza fra realtà e apparenza- è una prigionia dorata che non esclude la tortura e che si basa sulla presunta colpevolezza piuttosto che sulla presunta innocenza.

      Chen Cao, messo in un doppio isolamento, quello di una nomina creata ad hoc e quello del congedo di malattia, a cui se ne aggiungerà un terzo quando viene precipitosamente accompagnato- sempre accampando la sua salute come pretesto- in una splendida località di montagna, deve ricorrere all'astuzia per poter influire sugli avvenimenti.

                                         i monti Huangshuan

Certi regimi non sono mai molto sottili- con lo stesso meccanismo usato da sempre per aggirare la censura, Chen Cao si nasconde dietro l'approfondimento letterario della vicenda di un omicidio avvenuto in epoca Tang e di cui ha scritto il sinologo Van Gulik, per tracciare un parallelo tra i sistemi giustizia. In un confronto con il giudice Dee (veramente esistito e ricreato come una sorta di Sherlock Holmes nei libri dell'olandese) come escono fuori i giudici asserviti al Partito che sono coinvolti nei delitti di Shanghai? La domanda se il Partito cinese sia al di sopra della legge oppure se sia vero il contrario è pura retorica.

   Ci sono tanti piccoli accenni allarmanti nel romanzo di Xiaolong- l'allusione ripetuta all’inquinamento atmosferico e ai rischi per la salute, al cibo contaminato, alle telecamere di sorveglianza che sono ovunque, come l'occhio del Grande Fratello che sa tutto e che ha tutto sotto controllo, e, in un’inquietante scena finale che ha un tocco di “Bladerunner”, un drone simile a un grande corvo sorveglia Chen Cao e la sua segretaria, raffreddando la nostra soddisfazione nel percepire che, forse, il melanconico e solitario Chen Cao non sarà più solo.

    Si prova un piacere sottile a leggere “Processo a Shanghai”. È un piacere che viene non da avventure spettacolari o da brividi di orrore, piuttosto dalla consapevolezza di essere introdotti lungo la via del romanzo in un mondo che faremmo fatica a comprendere, se non avessimo un intermediario. Che è lo scrittore stesso tramite il suo ex-ispettore, esperto di letteratura di lingua inglese, appassionato di Eliot, conoscitore della poesia cinese, traduttore (e che cosa è un traduttore se non un intermediario tra due culture?), e pure gastronomo.


    Delitti, passeggiate per Shanghai, sia nella sfavillante città nuova sia in quella dal vecchio fascino degli shikumen, degustazione di cibi raffinati ma anche delle polpette di riso di un chiosco per la strada, citazioni di Eliot e di poeti cinesi, il paesaggio spettacolare delle montagne di Huangshan e… l'ingiustizia cinese.

                                                       Xuanji

 

Una postilla: cinque bellissime poesie di Xuanji, la poetessa del cui caso si occupa il Giudice Dee, sono aggiunte in appendice al libro. Quanto mi manchi?/ I miei pensieri scorrono come l’acqua del fiume…

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Seguirà prestissimo l'intervista con lo scrittore

la recensione e l'intervista saranno pubblicate su www.stradanove.it



         

                   

lunedì 12 ottobre 2020

Kader Abdolah, “Il sentiero delle babbucce gialle” ed. 2020

                                               Voci di mondi diversi. Iran

        la Storia nel romanzoKader Abdolah, “Il sentiero delle babbucce gialle”

Ed. Iperborea, trad. Elisabetta Svaluto Moreolo, pagg. 406, Euro 19,50   

    “Così andarono le cose e un giorno venne a trovarmi un vecchio compagno di lotta”.

      Ha un inizio favolistico il nuovo bellissimo romanzo di Kader Abdolah, lo scrittore iraniano che dal 1988 è rifugiato politico nei Paesi Bassi. E non è sua la storia che ci racconterà. In una variante del classico espediente del manoscritto ritrovato, Kader Abdolah riceve da “un vecchio compagno di lotta”, il regista Sultan Golestan Faharangi, la bozza del libro che questi ha scritto in un olandese approssimativo. Perché Sultan non si è dato cura di imparare la lingua del paese che lo ospita- la cinepresa impiega un linguaggio visivo, Sultan gira documentari in persiano.

È la vita di Sultan quella che leggeremo, introdotta da un brano tratto da un antico poema mistico, “Il verbo degli uccelli”, che parla del viaggio degli uccelli alla ricerca del loro mitico sovrano Symborg.

     La vita, il viaggio, la ricerca: é storia vera, quella contenuta nel libro, e non ci saranno le piume colorate degli uccelli a trasportarci, ma babbucce gialle, le babbucce che il padre di Sultan fa per la moglie, che Sultan prepara per una ragazza che non potrà mai ricambiare il suo amore, babbucce gialle che regala alla regina Farah Diba, babbucce che diventano un leit motiv metaforico di calzature di bellezza per lasciare impronte sul cammino della vita.

     In un libro di memorie è inevitabile che il presente si allacci al passato, che l'adesso accenda un ricordo, ravvivi la nostalgia e il rimpianto. Adesso Sultan vive in una fattoria in Olanda con la compagnia di una donna che è spuntata dal nulla e di cui non sa nulla, del vecchio proprietario della fattoria e delle api- anche quelle arrivate dal nulla. È stato difficile per Sultan abituarsi al clima, alla gente, alle usanze, al paesaggio. La mente ritorna al castello in cui abitava da bambino- tutta la prima parte del libro, con i ricordi dell'infanzia, è soffusa da un’atmosfera di fiaba, da un alone di bellezza e di irrealtà. Fino al momento magico in cui Sultan ebbe in mano la sua prima macchina fotografica, un sogno rincorso insieme alle cartine della gomma da masticare sollevate in aria dal vento: la pubblicità diceva che con 5000 cartine avrebbe avuto in regalo una macchina fotografica e lui aveva preso a raccattare le cartine gettate via, ovunque, anche per strada, una dopo l’altra. Era così che aveva capito che cosa voleva fare: guardare la realtà con un terzo occhio.

    Incomincia così la seconda tappa del percorso di Sultan, quello centrale, con l'entusiasmo dapprima per le foto, poi per le riprese con la cinepresa, i suoi primi successi, la paura dell'amore. Sullo sfondo, proprio come in una pellicola cinematografica, la storia dell'Iran- gli anni dello Shah Reza Pahlavi, la sua fastosa incoronazione, i progressi dell’occidentalizzazione voluta dallo Shah, la sempre maggiore ingerenza americana con la conseguente reazione.

    Una terza tappa copre il cammino del risveglio politico di Sultan. Lui si accontenterebbe di osservare dall'esterno e invece è proprio il suo terzo occhio che può rendere grandi servigi alla rivoluzione. E Sultan per ben due volte si troverà in una posizione da non poter rifiutare di acconsentire alle richieste che gli vengono fatte- a lui che, nella veste di regista, può avvicinarsi più di chiunque altro al re e alla regina prima e all’Ayatollah dopo.

     Quando incomincia la quarta tappa della sua vita, Sultan è un uomo che è sopravvissuto a dieci anni di carcere, che ha perso tutto, anche l'amata cinepresa, che è solo ad affrontare un futuro che si estende piatto come le terre piatte dell’Olanda, ovattato dal silenzio della incomunicabilità linguistica perché perdere la propria patria è perdere anche la propria lingua. Eppure, lentamente, Sultan si abitua, si riprende, una donna gli lascia in regalo la sua cinepresa…

    Alle prese con una storia non sua ma in cui lo scrittore certamente rivive momenti, emozioni e paesaggi della sua stessa vita, Abdolah ci consegna un romanzo splendido in cui la vita di un singolo è inestricabilmente legata alla vita di un intero paese e il tono narrativo riesce a combinare il realismo con il leggendario, la nostalgia con l'accettazione di quanto è accaduto, stravolgendo le aspettative sia del regista Sultan sia dello scrittore che gli presta la voce. 

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giovedì 8 ottobre 2020

Paul Yoon, “In un piccolo cielo” ed. 2020

                               Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

                                                       guerra del Laos

 Paul Yoon, “In un piccolo cielo”

Ed. Bollati Boringhieri, Trad. M. Faimali, pagg. 224, Euro 16,50, formato kindle 9,99

      1966-1975. L’hanno chiamata ‘la guerra segreta’, quella che era iniziata come guerra civile in Laos nel 1953 ed era diventata uno scontro fra colossi, le forze americane da una parte, che sostenevano le unità governative, e l’unione sovietica che parteggiava per il Pathet Lao. Fu, in un certo senso, il prolungamento della guerra del Vietnam per la posizione strategica del Laos, via di passaggio per l’infiltrazione dei Vietminh nel Vietnam del sud. Il presidente Obama, in un discorso del 2016, ha ricordato che il Laos è stato il paese più pesantemente bombardato del mondo: tra il 1964 e il 1973 ci fu un bombardamento ogni 8 minuti. Furono sganciate sul Laos 2 milioni di tonnellate di bombe di cui il 30% rimase temporaneamente inesploso. Nonostante l’operazione di bonifica- Barack Obama ha detto che gli Stati Uniti hanno un obbligo morale nei confronti del Laos- si calcola che siano rimasti in Laos circa 80 milioni di ordigni inesplosi che causano ancora una cinquantina di morti all’anno. È stata fatta una stima di 200 anni per portare a termine il risanamento dei terreni.


   Il romanzo “In un piccolo cielo” di Paul Yoon, scrittore americano di origine nordcoreana, è un libro di quella “terribile bellezza” di cui parla il poeta Yeats. Ambientato in quegli anni in Laos, segue le vicende di tre ragazzini rimasti orfani- Prany e Noi (fratello e sorella) e Alisak. Ogni capitolo è centrato su un personaggio in un tempo diverso, ad iniziare da Alisak nel 1969 fino a Khit nel 1994, con un finale che ha per titolo il nome di un villaggio in Spagna nel 2018. E Khit, insieme ad Auntie, zietta, sono i protagonisti esterni, gli osservatori ai margini della storia, l’una molto più giovane, una bambina ai tempi della guerra, e l’altra più grande che ricopre il ruolo di salvatrice, che aiuta i ragazzi a passare il confine fra Laos e Thailandia per mettersi in salvo.

    Alisak, Prany e Noi (il suo nome vuol dire “piccola”) vivono nella ‘casa di campagna’ che apparteneva ad un francese e conserva qualche vestigia di un antico splendore (un pianoforte, ad esempio) e che ora serve come ospedale per i civili. Sotto la guida del dottor Vang- bellissima figura, in parte fratello maggiore, in parte insegnante che cerca di far imparare il francese ai ragazzi e li fa sognare una vita “dopo”, in Francia o Thailandia- i ragazzi imparano a fare gli infermieri, a suturare ferite, a guidare le motociclette con cui si avventurano a cercare uomini, donne, bambini dilaniati dalle esplosioni. Percorrono sentieri delimitati da paletti- è pericolosissimo azzardarsi fuori sul terreno non sminato.

                                      la piana delle Giare, pesantemente bombardata

   Negli ultimi giorni di guerra c’è nell’aria il sentore di un nuovo pericolo, quello delle ritorsioni del Pathet Lao. Si sa già- e lo sapremo meglio continuando la lettura- delle prigioni, delle torture, dei campi di rieducazione. Si aspettano gli elicotteri per evacuare l’ospedale improvvisato. Riusciranno tutti e tre, i nostri protagonisti, a mettersi in salvo? E che ne sarà dei feriti che dovranno essere abbandonati?

    I racconti di Alisak, Prany e Noi non seguono l’ordine cronologico. Si collocano avanti e indietro nel tempo e i loro ricordi risalgono più indietro ancora. Sono spesso ricordi confusi, dove affiorano brandelli di immagini, spezzoni di discorsi a volte non capiti, memorie di quando avevano una famiglia, l’abitudine al frastuono delle esplosioni, al cielo che si oscurava al passaggio dei bombardieri simili a grandi uccelli neri forieri di morte, alla distruzione del loro mondo.


     Non si può leggere “In un piccolo cielo” senza sentire una stretta al cuore, come avviene quando leggiamo di un’infanzia negata. Una voce dentro di noi protesta perché nessun bambino dovrebbe vivere esperienze come quelle di Alisak, Prany e Noi. Non si esce mai da una guerra. Chi sopravvive- quelli di loro che incontriamo ad anni di distanza- non può dimenticare, è segnato per sempre. Si porta dietro una inquietudine, un senso di colpa perché sa di dovere la sua vita ad altri, è inseguito dalle ombre, è lui stesso un’ombra per cui la parola “pace” non è mai arrivata.

   Una ‘bellezza terribile’- Paul Yoon riesce a mantenere un equilibrato distacco dal suo racconto. Riesce, in maniera splendidamente misteriosa, a trasformare la tragedia in poesia senza per questo minimizzarla, a stemperare l’orrore in una tristezza infinita. Da leggere.

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la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it

la recensione del libro precedente di Paul Yoon, "La riva del silenzio", è da cercare nell'archivio del 2014



 

lunedì 5 ottobre 2020

Valérie Perrin, “Cambiare l’acqua ai fiori” ed. 2018

                                                      Voci da mondi diversi. Francia

                                                                love story

     il libro dimenticato


 
Valérie Perrin, “Cambiare l’acqua ai fiori”

Ed. e/o, trad. A. Bracci Testasecca, pagg. 424, Euro 17,10

   Un cimitero in Borgogna. Una protagonista, custode del cimitero, che ha il nome di un fiore, Violette, e mai nome potrebbe essere più adeguato per lei che imparerà ad amare i fiori, a coltivarli, a trovare in loro, nella loro perenne rinascita, una consolazione e nei loro colori e profumi una fonte di quieta gioia.

     Violette Trenet, sì, proprio come il cantante, è stata abbandonata dalla madre alla nascita ed è cresciuta in famiglie affidatarie. Si era innamorata giovanissima, quando lavorava in un bar, di Philippe Toussaint, dei suoi riccioli biondi, del suo fare da seduttore. Erano andati a vivere insieme, nonostante l'opposizione e il disprezzo dei genitori di lui. Era nata una bambina, Léonine. A questo punto Violette si era già resa conto dell'errore fatto a sposare Philippe, un perdigiorno e un donnaiolo. Avevano trovato lavoro come guardiani di un passaggio a livello, ma era Violette che puntava la sveglia per alzarsi e andare ad azionarlo. C’era la bambina, però, c'erano i nuovi interessi che Violette si era creata- aveva imparato faticosamente a leggere. Il romanzo “Le regole della casa del sidro”, di John Irving, è il libro che Violette legge e rilegge- una sorta di filo conduttore del romanzo che compare anche tra le letture di un altro personaggio. Forse Violette si identifica con Homer, l'orfano protagonista del libro di Irving.

    Poi la tragedia entra nella vita di Violette, seguita dal nuovo lavoro come custode del cimitero e dalla scomparsa del marito di cui Violette, tuttavia, non riesce a dispiacersi.


    Valérie Perrin è un’abile narratrice. Perché quella di Violette non è l'unica storia d'amore nel romanzo. L'amore ha molte facce e tutte diverse, e ci sono maniere diverse di raccontarlo e riviverlo. Se la storia di Violette inizia da quando è già guardiana del cimitero per poi andare avanti e indietro nel tempo (è bello osservare i cambiamenti nel carattere e nei comportamenti dei personaggi), a questa vicenda principale se ne intrecciano altre due, una dettata dal caso- l'incontro fortuito di Violette con Julien Seul (quanti nomi significativi nel romanzo della Perrin) che arriva al cimitero con una richiesta insolita: l'ultimo desiderio di sua madre era che le sue ceneri fossero deposte accanto alla tomba di un noto avvocato, del tutto sconosciuto a Julien, sepolto nel ‘cimitero di Violette’.

Mentre capiamo che Julien Seul non sarà più solo, leggiamo il diario di sua madre- romanzo dentro romanzo, storia di una trasgressione e di un grande amore.

      La capacità affabulatrice di Valérie Perrin si rivela anche nella caratterizzazione dei tanti altri personaggi- il custode precedente del cimitero che aiuta Violette ad uscire dalla disperazione insegnandole a coltivare l'orto e il giardino, i necrofori, il sacerdote il cui rimpianto è non poter essere padre, l'amica di Violette che vive nel sud della Francia, i genitori e gli zii di Philippe (un'altra storia d'amore vede coinvolti Philippe e la zia), la piccola Léonine che la nonna-arpia insisteva a chiamare con un altro nome scelto da lei.


    C’è tutto il vocabolario dell’amore in “Cambiare l’acqua ai fiori”. Amore-passione che si esaurisce come una fiammata, amore per un figlio che può consumarti come un incendio, amore gay, amore-affetto profondo tra amiche e poi amore per la natura- i fiori parlano, hanno un loro linguaggio che può consolare più delle parole di un innamorato.

    C'è un intelligente mix di generi nel romanzo di Valérie Perrin- e forse la fortuna del libro sta proprio in questo. Il genere rosa si mescola con il genere verde e… sorpresa, con quello giallo del mystery. E il libro piacerà anche a chi rifugge dalle sdolcinature.

A me, poi, piacerebbe essere sepolta nel cimitero di Violette.

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sabato 3 ottobre 2020

Domingo Villar, “L’ultimo traghetto” ed. 2020

                                            Voci da mondi diversi. Penisola iberica

                                                       cento sfumature di giallo

 Domingo Villar, “L’ultimo traghetto”

Ed. Ponte alle Grazie, trad. S. Sichel, pagg. 640, Euro 18,50, formato kindle 10,99

     Un angolo di Spagna, lassù a nord-ovest dove la costa è frastagliata e il mare entra nelle rías come fossero fiordi della Scandinavia con pareti di roccia meno ripide. È la Galicia.

     Una giovane donna è scomparsa a Vigo. In realtà lei abitava a Tirán, sulla parte opposta della ría- quindici minuti in traghetto da una sponda all'altra se non si vuole passare sul ponte di Rande. Mónica Andrade andava ogni giorno da Tirán a Vigo dove insegnava in una scuola di Arti e Mestieri. È suo padre, un noto cardiochirurgo di Vigo, a denunciare la sua scomparsa. La polizia dapprima non vuole fare nulla- ci sono mille motivi per cui una donna che ha più di trent’anni si allontani da casa, il più ovvio è che sia andata via con un uomo. Il padre non ne è convinto- senza avvisare? neppure a scuola dove avrebbe dovuto fare lezione? Senza contare che lui e la figlia avevano un appuntamento per pranzo. Il commissario di Vigo, legato da un debito di gratitudine al dottor Andrade, spinge l'ispettore Caldas ad occuparsi del caso. E con urgenza.

                                            ponte di Rande         

    Ad una prima ispezione dell'abitazione di Mónica alcune cose appaiono strane. Se voleva star via qualche giorno, come mai ha preso con sé lo spazzolino da denti ma non la scatoletta con le pillole anticoncezionali? Dov'è il gatto? perché non lo ha affidato a nessuno? E come mai la porta di casa è aperta? la bicicletta di Mónica è legata al molo da dove parte il traghetto, quindi è di certo andata a Vigo. E poi?

    La scomparsa di Mónica Andrade, che è già avvenuta all'inizio del libro, è l'unica cosa che accade nel romanzo “L'ultimo traghetto” di Domingo Villar. O meglio, c'è anche una sottotrama a cui si accenna e di cui capiremo la rilevanza solo alla fine.

La prima riflessione che facciamo è che deve essere molto bravo lo scrittore che è capace di reggere la tensione di un ‘giallo’ in cui succede così poco per più di 600 pagine. Ebbene, Domingo Villar è bravissimo.


    “L'ultimo traghetto” è uno di quei romanzi a cui la definizione di genere va stretta, sembra quasi che la scomparsa di Mónica sia il pretesto per dipingere un quadro con la tecnica del pointillisme, a tanti piccoli punti di colore, raffigurante la vita nelle rías baixas, la cittadina di Vigo e quella più piccola di Tirán con le persone che le abitano. Indimenticabili, sia le persone sia il paesaggio. L'ispettore Caldas intuitivo e malinconico, preoccupato per il padre che vive da solo, un amore finito alle spalle, un incontro con una vecchia conoscenza che forse segnerà un nuovo inizio, comprensivo e umano sia nei confronti del poliziotto che è il suo ‘doppio’- il colosso dai piedi di argilla, il gigante che va tenuto d'occhio perché non trascenda e che soffre di mal di schiena-, sia nei confronti del giovane Camilo. Camilo non parla, non è capace di relazionarsi con gli altri, si dondola avanti e indietro con un'espressione di perenne spavento e angoscia. Non viene mai detto ma potremmo pensare che sia autistico. Mónica lo capiva, Camilo non aveva paura di lei, erano amici e, come spesso avviene nei casi di autismo, Camilo ha una capacità speciale, il dono di disegnare benissimo. Di più, gli basta un'occhiata ed è in grado di disegnare quello che vede in un modo così realistico come se stesse copiando da una fotografia. E però è il capro espiatorio perfetto. Il padre di Monica esige un colpevole, Camilo è lì a portata di accusa.


    Al personaggio indimenticabile di Camilo, l'accusato che non ha l'uso della parola per difendersi, si aggiungono gli altri piccoli protagonisti della vita del villaggio- la madre di Camilo, il pescatore che dice di essersi innamorato di una sirena, il mendicante che parla in latino, l'inglese che fotografa gli uccelli  e le foche (un uccello ha un ruolo importante nella trama), il maestro ceramista e il liutaio. Perché quello in cui Mónica aveva scelto di vivere- una scelta incomprensibile per suo padre che d’altra parte è sempre stato incapace di capire le decisioni della figlia- è un mondo di lavori artigianali poco considerati, arricchenti anche se in una maniera non concreta.

    La possibilità di entrare in questo piccolo mondo è uno dei motivi di fascino del romanzo di Villar. Gustiamo il passo lento del romanzo, la trama fatta di sospetti, di ipotesi, di colpi di scena che crediamo risolutivi finché non vengono scalzati da altri colpi di scena, mentre, ad un certo punto e quasi d'improvviso, il tempo viene a mancare e l'azione diventa convulsa.

   Un giallo insolito, sobrio, raffinato. Molto bello.

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giovedì 1 ottobre 2020

Jana Revedin, “La signora Bauhaus” ed. 2020

                                               Voci da mondi diversi. Area germanica

                                                  biografia romanzata

 Jana Revedin, “La signora Bauhaus”

Ed. Neri Pozza, trad. A. Petrelli, pagg. 300, Euro 18,00   

 

   Tutti conoscono il nome di Walter Gropius, architetto, designer, urbanista, uno dei fondatori del movimento della Bauhaus. Il nome Bauhaus richiamava quello medievale della Bauhütte, la Loggia dei Muratori. Non fu solo una scuola di arte e design operante in Germania dal 1919 al 1933, quando chiuse perché malvista dal nazismo. Fu molto di più- il punto di riferimento dei movimenti di innovazione nel campo del design e dell'architettura legati al razionalismo e funzionalismo.

Detto così, le parole suonano astratte, ma niente è più concreto della trasformazione delle nostre case, dell'arredamento e degli oggetti che tuttora ci circondano, senza che neppure ne conosciamo l'origine o l'ispirazione. Sono certa che molti dei lettori abbiano o abbiano visto la sedia Breuer o la lampada Wagenfeld, o la teiera di Marianne Brandt che ha ispirato quella della Alessi.


Di certo l'abitudine ci fa dare per scontato l'ambiente ergonomico delle nostre cucine. Eppure anche l'ergonomia, il progettare un ambiente di lavoro perché risponda alle esigenze psicofisiche di chi deve impiegare tempo e fatica in quell'ambiente, risale alla Bauhaus.

    Il libro di Jana Revedin, “La signora Bauhaus”, è un’affascinante guida dentro il mondo della Bauhaus, uno di quei libri che non finiscono con l'ultima pagina ma che sollecitano a cercare altro, a sapere di più, a “vedere” quello di cui abbiamo letto.

   “Jeder hier nennt mich Frau Bauhaus” è il titolo originale del libro e sono le parole di Ise Frank che fu la seconda moglie di Walter Gropius. “Tutti qui mi chiamano la signora Bauhaus”, perché Ise, libraia, giornalista, critica letteraria, si adoperò moltissimo per diffondere e sostenere il movimento del marito con una passione uguale alla sua.

Ise aveva ventisei anni quando conobbe Walter, di quindici anni più grande di lei. Era andata da Monaco ad Hannover con un'amica per sentire una conferenza di Gropius all'università. Era il 28 maggio 1923. Ad agosto Gropius le aveva chiesto di sposarlo. La madre le aveva sconsigliato di sposare suo figlio- era meglio lo prendesse come amante. E, infatti, pochi mesi dopo lui già la tradiva.

    Ise Frank è la protagonista del libro di Jana Revedin, una figura tirata fuori dall'ombra in cui l'aveva confinata la fama del marito. Persona interessante, questa Ise Frank. Proprio perché del tutto estranea al mondo dell'architettura e capace, perciò, di uno sguardo più obiettivo sulle novità che venivano proposte. Perché il solo fatto che lei, Ise Frank, della migliore borghesia ebraico-tedesca, abituata ad essere circondata da arredamenti in stile Biedermeier, uno stile definito anche ‘romantico’- linee dolci, legno chiaro e lucido-, fosse pronta a diventare una sostenitrice delle linee squadrate e dei materiali innovativi (vetro, acciaio, pelle, linoleum) della Bauhaus, è la prova di una personalità intelligente, curiosa, aperta ai nuovi stimoli.

                                         Casa Gropius a Lincoln      

Ise Frank, il suo rapporto con il marito geniale e donnaiolo, le sue infelicità, il conforto dell'amicizia amorosa con Irene (la fotografa ungherese incontrata in un viaggio), gli incontri con personalità più o meno famose come Mies van der Rohe, si mescolano nel libro con l'affermarsi del movimento e l’illustrazione delle nuove idee, siano queste la planimetria di nuove aree abitative con casette monoblocco con tetto piatto e ognuna con un piccolo giardino, o quelle che portano alla costruzione della Haus am Horn, prototipo dell'abitazione presentata alla mostra di Weimar nel 1923. “Massimo comfort con la massima economia” potrebbe essere lo slogan di questo movimento. Era chiaro che una scuola basata su principi democratici, sulla collaborazione, sulla ricerca comune di maestri e allievi, non potesse essere approvata dal nazismo che etichettò sia la Bauhaus che le opere degli artisti che ne facevano parte, come Kandinsky e Klee, come ‘arte degenerata’.

     Gropius (lei lo chiamava così, per cognome) e Ise si trasferirono in America dove, a Lincoln, Gropius fece costruire una casa identica a quella che aveva in Germania.

   Se i personaggi mancano un poco di spessore, la lettura de “La signora Bauhaus” è ugualmente, però, una lettura entusiasmante- è uno di quei libri che spalancano porte su nuove conoscenze. 



 

lunedì 28 settembre 2020

Monica Kristensen, “L’expédition”

                                                                    vento del Nord

       cento sfumature di giallo

        in altre lingue


Monica Kristensen, “L’expédition”

Ed. Gaia, pagg. “72, Euro 8,49 formato kindle

    87° parallelo Nord. Da questa posizione arriva una richiesta di soccorso all'ufficio del governatore dell'arcipelago Svallbard. Una spedizione di esploratori norvegesi diretti al Polo e composta da quattro uomini, una slitta e otto cani è  stata attaccata da un orso polare. É la situazione prevista perché si muova un elicottero con un poliziotto e un responsabile per l'ambiente- non si fa partire un elicottero come se fosse un taxi per una qualunque situazione di emergenza. Quando il poliziotto di Longyearbyen atterra sulla banchisa, è molto perplesso.  C'è qualcosa che non quadra in quello che vede e in quello che i quattro esploratori raccontano. Prima di tutto non c'è alcuna traccia dell'orso. Ci sono però quattro cani morti e tre agonizzanti, solo un cane sembra essere in condizioni migliori. Anche il musher, l'addestratore dei cani che fa parte del gruppo, sta molto male. La spiegazione fornita dagli esploratori è che la slitta con i cani è  caduta in un canale coperto da uno strato di ghiaccio sottile. Knut non è assolutamente convinto- sono cani resistenti a condizioni atmosferiche ben peggiori e poi hanno vomitato. E pure i sintomi del musher non sembrano essere quelli di una polmonite. Nonostante tutto gli altri tre uomini si rifiutano categoricamente di interrompere la spedizione. Soltanto il musher e il cane sopravvissuto vengono caricati sull'elicottero, mentre Knut, guardato con palese ostilità dai restanti tre, si fermerà sulla banchisa con loro in attesa di ricevere ordini dal governatore.


    È un peccato che "L'expédition" di Monica Kristensen non sia stato tradotto in italiano ("non ancora", speriamo). Perché è un ottimo romanzo oltre ad essere un ottimo e insolito polar. La Kristensen, lei stessa esploratrice polare, glaciologa, direttrice della stazione di ricerche nelle isole Svallbard, si muove in un ambiente che conosce molto bene sotto ogni punto di vista, sia quello geografico sia quello umano delle persone che si candidano per spedizioni di cui non sempre sono all'altezza.
    La tensione narrativa ne "L'expedition" è fortissima. La corsa contro il tempo, elemento comune della maggior parte dei romanzi polizieschi, qui si svolge in un contesto particolare: la gara per arrivare al Polo Nord ha come avversari sia qualcuno di molto ambizioso che è disposto a tutto per raggiungere il suo scopo, sia la Natura stessa- un amico/nemico che, se sottovalutato, è ancora più pericoloso. E il movente delle azioni criminali è uno dei classici moventi delle antiche tragedie in cui i personaggi erano spinti da odio, gelosia, desiderio di vendetta, ambizione sfrenata. È  l'ambizione in questo caso,  un ideale di superuomo che sbaraglia le difficoltà e i pericoli e vince su tutto, anche su se stesso.


    La spedizione era formata da due avvocati rampanti, amici da sempre, e da altri due uomini che paiono non avere nulla in comune con loro- un professore di musica e il musher. Come sono finiti il professore e l'addestratore di cani a fare parte della spedizione che sembra essere un poco raffazzonata, improvvisata, non curata nei dettagli, non coperta da un'assicurazione adeguata?
     I filoni narrativi che seguiamo sono tre: uno tratta di quello che succede a Longyarbyen dove il musher è ricoverato in ospedale e sottoposto a esami clinici, dove si cerca di appurare anche cosa abbia fatto star male il cane; un altro filone è  il racconto, fatto in prima persona dalla moglie dell'avvocato (che è di fatto il capo della spedizione), dei retroscena, ad iniziare dai giorni lontani in cui il marito Karsten, molto giovane, già mostrava l'arrivismo che era il lato più in vista del suo carattere, per arrivare all'idea di questa sfida posta a se stessi, di raggiungere il Polo Nord sulle orme dei grandi esploratori del passato e poi alle difficoltà incontrate nel trovare degli sponsor che finanziassero l'impresa a costi proibitivi, fino ai segreti più inconfessabili di quello che avevano escogitato.
Il filone principale è naturalmente quello che succede ora dopo ora lassù sulla banchisa dove Knut non riesce a capacitarsi dell'ostinazione con cui Karsten, il suo amico (che peraltro sta malissimo) e il professore sì intestardiscono nel voler proseguire verso il Polo.



    “L’expédition” è una insolita versione di ghiaccio del modello del giallo della "stanza chiusa". Perché sembra quasi verificarsi il caso di "...e poi non rimase nessuno", perché non sappiamo a chi prestare fede (abbiamo gli stessi dubbi di Knut), perché in definitiva temiamo che sia la Natura stessa- il grande gelo e il suo messaggero, l'orso polare,- a commettere il crimine finale avendo la meglio su chi non l'ha rispettata.
    Un libro ideale da leggere nei giorni soffocanti d’estate, ci fa provare un senso di gratitudine per il caldo. Un libro di cui è impossibile interrompere la lettura.