giovedì 16 aprile 2015

Akhil Sharma, “Vita in famiglia” ed. 2015

                                                      Voci da mondi diversi. Asia
      FRESCO DI LETTURA



Akhil Sharma, “Vita in famiglia”
Ed. Einaudi, trad. Anna Nadotti, pagg. 173, Euro 19,00
Titolo originale: Family Life

     Non piangevo né a casa né all’ospedale perché non volevo creare problemi ai miei. Andando a scuola, tuttavia, lo facevo. Piangevo per strane cose. Il peso dello zaino, il modo in cui mi schiacciava, mi facevano piangere. A volte mi sfiorava qualche pensiero su Birju. Mia madre aveva scritto alla Bronx High School of Science e ottenuto un anno di proroga. Scosso dai singhiozzi, mi meravigliavo di amare così tanto mio fratello. Prima non lo sapevo che contasse tanto per me.


     “Vita di famiglia”. Un libro difficile da scrivere. Un libro doloroso. Una vita difficile da vivere. Dolorosa. Un libro difficile e doloroso da leggere, quello di Akhil Sharma che dice di aver impiegato nove anni per scriverlo, quasi che il pensiero e la memoria non volessero fissarsi su carta. Perché la vita della famiglia Mishrai (il libro è autobiografico, sotto questo nome si cela la famiglia stessa dell’autore) è stata spezzata in due, letteralmente. Per nessuno come per loro si può parlare di un ‘prima’ e un ‘dopo’.
    ‘Prima’ sono i ricordi dell’infanzia vissuta in India. Sono ricordi che ormai hanno perso la brillantezza dei colori, sono diventati sfumati. Di essi resta l’ammirazione di Ajay per il fratello maggiore Birju, l’attesa del visto per l’America del padre, la partenza di questi e le sue lettere dal nuovo paese, la festosità di tutto il quartiere quando era arrivata la busta con i loro biglietti: avrebbero raggiunto il padre, erano circondati da un’atmosfera fatta di curiosità, ammirazione, invidia, dovevano sbarazzarsi di tutto ciò che non potevano portarsi dietro. Dei giocattoli, nel caso di Ajay. ‘Prima’ è anche l’anno che segue il loro arrivo in America. Tutto è nuovo, tutto è una scoperta, anche un giro al supermercato. Sono circondati da cose mai viste, assaliti da odori sconosciuti, la gente parla una lingua che non è uguale all’inglese che hanno imparato, che hanno sentito parlare in India. Ma Birju, il figlio primogenito, è il vanto della famiglia. Birju è eccezionale, i suoi risultati scolastici sono eccellenti, fa l’esame per essere ammesso ad una scuola superiore prestigiosa, vuol diventare medico. Le loro speranze di integrazione e di ascesa sociale sono riposte in Birju. E infatti Birju passa l’esame. E’ un trionfo.

    E’ agosto. Che cosa c’è di più normale per un ragazzo in vacanza che andare a nuotare in piscina? Birju, però, non torna a casa. Non tornerà più a casa se non come un corpo sdraiato sul letto, con flebo attaccate, bisognoso di assistenza ventiquattro ore su ventiquattro. Un incidente che segna una frattura definitiva nella vita di tutti loro. Forse è più facile- se è lecito usare questo aggettivo- abituarsi e rassegnarsi ad avere un figlio handicappato dalla nascita. Non c’è un confronto continuo nella mente di chi gli è vicino. Non c’è lo stupore, la domanda assillante e senza risposta del ‘perché’, e neppure la visione di un futuro che è stato spazzato via, azzerato da tre minuti senza ossigeno che hanno danneggiato il cervello per sempre.
    Ajay è ancora un bambino. All’improvviso si trova ad essere un misero sostituto del fratello- o almeno lui si sente tale. Giorno dopo giorno in ospedale, e poi a casa quando i genitori decidono che Birju sarà meglio assistito da loro stessi, con un aiuto esterno. Giorno dopo giorno ad osservare le immutate condizioni del fratello, a spiare un segnale, a sentirsi in colpa per provare una lieve ripugnanza, per desiderare l’attenzione dei genitori, a constatare il deterioramento del rapporto dei genitori e il progressivo cedere al bere del padre.
    “Vita in famiglia” è un libro che tocca il cuore, sia a chi sa per esperienza personale quanto immane sia il dolore di assistere impotenti al vegetare di una persona amata, sia a chi riesce solo ad immaginarla leggendo le pagine di Akhil Sharma. E’ un libro che esplora le maniere diverse per reggere il peso di questo dolore-
la madre che non cessa di sperare e si affida a qualunque guaritore ciarlatano prometta una guarigione miracolosa, il padre che trova nell’alcol il sollievo dell’oblio, il ragazzo che scopre la via della salvezza nei libri prima, nella scrittura poi. Si finisce per tirare avanti, seguendo il passo inesorabile della vita. Ajay va all’università, si laurea, ha una carriera di successo. Quando ritorna in visita a casa si trova davanti al paradosso di come il tempo si sia fermato per il fratello, bloccandolo nell’immobilità dell’incidente, e, per un altro verso, sia invece progredito con lo stesso ritmo a cui è progredito per lui, imbiancandogli i capelli. E si sente rimproverato, si sente in colpa: la colpa del sopravvissuto.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it



  

mercoledì 15 aprile 2015

Anuradha Roy, L’atlante del desiderio

                                               Voci da mondi diversi. Asia
  il libro ritrovato

Anuradha Roy, L’atlante del desiderio
Ed. Bompiani, trad. Licia Vighi, pagg. 431, Euro 21,00

La storia di una famiglia in India dagli inizi del ‘900 alla seconda metà del secolo scorso. Nel 1907 Amulya  si trasferisce da Calcutta a Songarh dove mette in piedi un piccolo stabilimento che produce medicinali e profumi utilizzando erbe, fiori e foglie selvatici. Uno dei figli continuerà il suo lavoro, l’altro, Nirmal, diventa professore di storia e poi archeologo. Nirmal si sposa, resta vedovo con una figlia piccola. La bimba Bakul cresce nella casa dei nonni insieme a Mukunda, un orfano di cui Amulya si è sempre preso cura. I bambini verranno separati, ci sarà la Spartizione, Mukunda si sposa ma il caso lo riporta a Songarh dove incontra di nuovo Bakul.


INTERVISTA AD  ANURADHA ROY, autrice de L’atlante del desiderio


    C’è sempre qualcosa di fluviale nelle saghe di famiglia. Nel romanzo L’atlante del desiderio della scrittrice indiana Anuradha Roy lo scorrere delle vicende di Amulya Babu, di sua moglie Kananbala e dei due figli Kamal e Nirmal, sembra ad un certo punto diventare tutt’uno con quello delle acque del Gange, tale è l’importanza di questo fiume nella storia di famiglia. Perché, durante le piogge monsoniche, il Gange straripa e allaga la casa di Bikash Babu, suocero di Nirmal: è una cosa che avviene sempre, Bikash è abituato a rifugiarsi al piano superiore, aspettando che l’acqua si ritiri. Ma quando sua figlia Shanti è ospite in casa sua in attesa del parto, l’usuale allagamento diventa una tragedia. Il parto è prematuro, è impossibile mandare a chiamare la levatrice, nasce una bambina e Shanti muore.

     ‘La casa nella fotografia galleggia su un fiume dall’innocuo colore bruno seppia’: è della casa sull’acqua che apprendiamo prima di tutto, all’inizio del libro. C’è un’intera pagina che la descrive, nel prologo, per chiudersi con l’immagine di un albero che ondeggia sull’acqua ‘come una barca in un viaggio senza fine’. La giovanissima Shanti, che muore di parto, aveva già deciso che, se fosse nata una bimba, si sarebbe chiamata con il nome di quell’albero, Bakul, e allora non possiamo proprio fare a meno, a lettura terminata, di pensare alla grandiosa metafora del fiume che tutto trascina con sé, come la vita che sospinge uomini e donne con una forza a cui non riescono a sottrarsi, a volte andando fuori dal suo alveo, per poi rientrare, proprio come accade nelle esistenze umane quando qualcosa di straordinario turba e sconvolge il quotidiano.

      Il romanzo è la storia di una famiglia indiana attraverso tre generazioni: il tempo passa, gli inglesi lasciano l’India, i disordini dopo la Spartizione mettono in fuga i musulmani verso il Pakistan, cambiano, lentamente, i costumi. Il matrimonio di Kananbala e Amulya, come quello del figlio Nirmal con Shanti, è combinato. Il bambino Mukunda, figlio di una dipendente di Amulya, mantenuto da questi per sei anni in un orfanotrofio e poi portato a casa da Nirmal, condivide i giochi infantili con Bakul ma viene mandato a studiare a Calcutta quando diventa chiaro che, crescendo, tra loro due potrebbe sorgere un sentimento più che fraterno. E non si può parlare d’amore tra una ragazza di buona famiglia indù e un giovane di cui non si conosce la casta e che potrebbe essere musulmano. Tuttavia si potrà: la terza parte del romanzo è narrata in prima persona proprio da Mukunda, che ci racconta di sé, di come era e di come è diventato. Era curioso, amante della lettura e dello studio. Si era sposato, aveva avuto un figlio, viveva nella casa che un professore musulmano gli aveva affidato prima di fuggire in Pakistan. Aveva trovato lavoro con un piccolo impresario che comprava e rivendeva case in una maniera molto redditizia e poco onesta. Mukunda era diventato come lui. E si disprezzava. E poi aveva ritrovato Bakul- un amore mai spento, solo differito nel tempo, quando diventa possibile.
     Il fascino del romanzo di Anuradha Roy, più che nelle vicende della trama, più che nei personaggi (peraltro tutti molto vivi e attraenti, anche quelli secondari che lasciamo al lettore scoprire), è nei protagonisti ‘non umani’: non solo il fiume che diventa una sorta di deus ex machina ma anche, o soprattutto, le tre case intorno a cui, o tra le cui mura, si svolgono le vite di Amulya e Nirmal e Bakul, di Shanti e di Mukunda. Case che rappresentano chi ci vive, che sono lo sforzo di una vita e che non possono essere lasciate morire- neppure quella invasa dalle acque che ne hanno corroso le fondamenta. Quando Mukunda, per salvare la casa di Nirmal e Bakul, svende quella del professore musulmano, si sente un traditore. Quando il professore ritorna, dopo un’assenza durata una decina d’anni, e la casa che aveva affidato a Mukunda è già stata rasa al suolo, dice di capire: il tempo spazza via tutto, anche i buoni propositi. Ma scompare anche lui su un autobus, confuso nella ressa.
Case come persone di pietra, destinate a durare e a testimoniare il passato, come le rovine dell’antichità nei pressi di Songarh che sono l’oggetto di studio di Nirmal. E la prima domanda che rivolgiamo ad Anuradha Roy riguarda proprio le case del suo romanzo.
   
Le rovine e le case giocano un ruolo importante nel romanzo. Ci sono le rovine studiate da Nirmal e ci sono tre case preziose, una delle quali viene venduta, e poi c’è il lavoro di Mukunda che ha a che fare con le case. Le case rappresentano ognuna qualcosa di diverso?

      Sono felice che Lei abbia colto questo punto che è molto importante. Il romanzo è sulla ricerca della casa e sulla perdita. La casa sul fiume rappresenta le persone che si aggrappano a qualcosa nel passato; la casa in cui Mukunda e Bakul sono cresciuti, invece, è costruita come una fortezza, è una sorta di rifugio e tuttavia, alla fine, i proprietari stanno per perderla; la piccola casa di Calcutta, quella del professore musulmano, è quella che trovo più interessante. E’ il simbolo dei legami tra gli uomini: il vecchio musulmano ha fiducia nel giovane Mukunda e gli affida la sua casa. Mukunda tradisce la sua fiducia e il tradimento porta alla distruzione della casa.

Quando l’astrologo legge la mano di Mukunda, gli dice che legge una mappa di desideri impossibili e di enormi ambizioni. Eppure Mukunda riesce a realizzare alcune di queste ambizioni. Ad esempio si riunisce con Bakul, alla fine. Riesce perché sono cambiati i tempi?
      I tempi sono cambiati ma, anche se questo è un romanzo che si volge in gran parte nei tempi passati, è un romanzo che registra anche il movimento di migrazione degli uomini verso le grandi città, in cerca dei loro sogni. Nel caso di Mukunda, le sue condizioni migliorano, ha successo ma è un successo minato dalla corruzione. Il libro finisce con Mukunda che non solo ricerca il suo vecchio amore ma anche il suo senso morale. Non c’è stato un vero e proprio cambiamento sociale che allenta le differenze di casta- dopo tutto nel primo matrimonio di Mukunda il padre della ragazza era interessato ai soldi, alla casa in cui Mukunda viveva. Un uomo si può perdere nella grande città.

Ci sono parecchi personaggi femminili importanti nel romanzo. Se Kananbala rappresenta la donna tradizionale, la nipote Bakul rappresenta la donna nuova. Nel mezzo c’è Meera, la vedova che non può risposarsi ma che trova lavoro come insegnante. Restiamo incerti su come giudicare Mrs. Barnum. Che cosa dobbiamo pensare di lei? La sua ambiguità è forse dovuta al fatto che è anglo-indiana?

     Sì. Gli anglo-indiani si trovano in una zona di confine tra la società indiana e quella inglese. Non sono né questo né quello. Sono figli dei britannici che hanno sposato donne indiane, soprattutto agli inizi della colonizzazione britannica. E tuttavia vengono discriminati, non interamente bene accetti né da una parte né dall’altra. Così il marito di Mrs. Barnum, che è inglese, teme sempre che la moglie possa fargli fare qualche brutta figura, che lui debba vergognarsi di lei.

Le ho già chiesto del significato delle case. Ma ci sono altre due cose che sembrano essere dei personaggi viventi tanto quanto le persone. Una è il fiume che inonda i terreni e la casa. L’inondazione è accettata come inevitabile: fa parte della filosofia indiana della vita?
      Per il nonno di Bakul, che attende l’inondazione senza fare nulla, più che una filosofia di vita è una parte del suo carattere. E’ un personaggio tragico che aspetta il destino che lo distrugge. E’ un uomo con una vena autodistruttiva in sé. E la casa sul fiume è basata su una casa che ho veramente conosciuto. Mia zia possedeva una grande casa feudale che io non ho mai visto. Ma su una parete di quella in cui viveva c’era una fotografia di una casa parzialmente sommersa. Il fiume è una grande forza, il vecchio nonno non prende nessuna decisione, è un patriarca che non ascolta nessuno- anzi, continua a piantare alberi che impiegheranno anni per crescere, anche se sa che la casa verrà sommersa. E il fiume finisce per distruggerlo.

L’altro personaggio importante non umano è il pappagallo Noorie che impariamo ad amare. Il pappagallo è semplicemente un tocco di colore o ha un suo ruolo, di rappresentare qualcosa che scompare? E’ forse anche il doppio di Kananbala, con le sue imprecazioni?

     Ah, il pappagallo! Il pappagallo è il primo segno della degenerazione morale di Mukunda. Dapprima Mukunda è solo crudele con il pappagallo, poi il pappagallo impara da lui imprecazioni e brutte parole. E sì, in un certo senso è il doppio dell’anziana Kananbala che ha l’Alzhaimer. Ha anche la funzione di coro, nel senso che da lui sappiamo che cosa succede a Mukunda: Mukunda sta andando a pezzi. Quando Mukunda perde il pappagallo, ha perso tutto: la moglie, il figlio e anche il pappagallo che è l’unico con cui aveva un qualche contatto. Ed è tutta colpa sua. In questo libro mi interessava trattare dell’autodistruzione.

La maggior parte della narrazione è in terza persona. Perché ha deciso di dare la parola ad un personaggio nella terza parte del libro? E perché ha scelto Mukunda?
     In realtà circa la metà del libro è in prima persona. Non intendevo affatto cambiare, quando ho iniziato a scrivere il romanzo. Poi, scrivendo, mi sono accorta che alcuni personaggi acquistavano un’importanza sempre maggiore. E’ stato allora che ho pensato che avrei dovuto far parlare Mukunda in prima persona. Perché nella prima parte Mukunda non ha voce, è un servo nella casa di Amulya. La seconda parte, allora, dà voce a questo personaggio: è la centralità della classe inferiore nella nuova India. Ecco perché Mukunda vuole cancellare il suo passato. Non vuole pensare che era dipendente dalla famiglia che ha finito per mandarlo via. Se Mukunda diventa corrotto, c’è un motivo, tutta la sua vita è una lotta.

La felicità arriva molto tardi a Mukunda e Bakul. Dobbiamo essere pessimisti sul loro futuro? Sta al lettore scegliere come vederlo?
      Sì: quando Mukunda e Bakul si ritrovano, sono solo dei gusci di quello che erano, dietro il guscio della casa. Si sono ritrovati, ma che cosa faranno dei loro gusci? E ci sono altri problemi irrisolti, c’è sempre la moglie abbandonata da Mukunda nello sfondo…

In un certo senso, allora, Mukunda è l’opposto dell’uomo che lo ha protetto, mettendolo in un orfanotrofio?
     In un certo senso sì. Una volta non era una cosa insolita per una grande famiglia accogliere in casa chiunque avesse bisogno di ospitalità, anche parenti alla lontana, o conoscenti. Amulya è il vecchio patriarca. Non è simpatico, non è il marito compagno della moglie, ma si occupa di lei, quando lei si ammala. E’ l’uomo che fa il suo dovere, che fa quello che è giusto fare. Che tiene fede alla sua parola, cosa che Mukunda non fa.

recensione e intervista sono state pubblicate sulla rivista Stilos



                                                                                      

lunedì 13 aprile 2015

Eric Ambler, “Viaggio nella paura” ed. 2015


 
Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
spy-story
FRESCO DI LETTURA


Eric Ambler, “Viaggio nella paura”
Ed. Adelphi, trad. M.Gini, pagg. 226, Euro 14,45
Titolo originale: Journey into Fear


    Mezzo stordito dall’impatto, Graham rotolò via e, carponi, si riparò dietro l’auto. Lo sapeva: da quel momento avrebbe potuto resistere solo un paio di secondi. L’uomo con l’ulster era fuori combattimento, ma gli altri due gridavano a pieni polmoni e avevano aperto le portiere. Moeller non ci avrebbe messo molto a prendere la pistola di Banat. Forse sarebbe riuscito ad ammazzarne un altro. Moeller, forse…

    Istanbul, 1940. La guerra è iniziata da pochi mesi. Graham, giovane ingegnere inglese esperto in armamenti, si trova in Turchia per mettere a punto l’ammodernamento dell’artiglieria navale turca. Prenderà il treno da Istanbul che lo riporterà  a casa, nel nord dell’Inghilterra, dove lo attende la moglie. Preferirebbe andarsene a dormire, quell’ultima sera a Istanbul, ma è trascinato malvolentieri in un locale dove incontra una danzatrice, Josette, con il marito spagnolo, José. Lei è bella, lui è rozzo e sboccato. C’è anche un individuo con gli abiti strapazzati che fissa Graham dal bancone del bar. Quando rientra in albergo qualcuno spara a Graham non appena questi apre la porta della sua stanza. Per fortuna si tratta solo di una lieve ferita alla mano. Ma…non si tratta di un banale tentativo di furto, la polizia segreta turca gli toglie ogni illusione. Hanno cercato di ucciderlo.

    E’ un personaggio interessante, questo Graham, l’uomo comune le cui qualifiche sono tutt’altro che quelle di un soldato, che si trova nel mirino di un killer che agisce su ordini della Gestapo. Sembra quasi non si renda conto dell’importanza del suo ruolo nel contesto della guerra. Certo, se venisse tolto di mezzo qualcuno potrebbe rimpiazzarlo, ma quanto tempo ci vorrebbe, visto che è lui l’esperto che ha appena fatto un sopralluogo? Il lasso di sei settimane avrebbe una rilevanza cruciale per i tedeschi. Graham deve essere protetto. Troppo pericoloso partire in treno, salperà alla volta di Genova su un piccolo mercantile italiano e da lì proseguirà in treno. Intanto il mandante tedesco e il killer rumeno avranno perso le sue tracce.
    Il ‘viaggio nella paura’ inizia adesso, a bordo della nave e il thriller di Eric Ambler diventa una variante del classico giallo inglese dell’enigma della camera chiusa: c’è un assassino e ci sarà una vittima.
In genere si sa presto chi sia o debba essere la vittima, ma chi è l’assassino tra le persone presenti tra quattro mura o, in questo caso, a bordo della nave? Graham sale tranquillo a bordo ma si imbatte subito, guarda caso, nella ballerina Josette con il compagno, ci sono poi un turco che dice di essere commerciante di tabacco ma abbiamo qualche dubbio sia del tutto sincero (e sta alle costole di Graham), un tedesco anziano che pare essere un esperto della cultura persiana, una coppia di francesi litigiosi che non vogliono sedersi a tavola con il tedesco (sarà Graham a fargli compagnia: può essere pericoloso un uomo anziano?), e infine, sorpresa, durante la sosta ad Atene sale a bordo l’uomo dagli abiti strapazzati, il rumeno che Graham ha identificato tra le foto che la polizia turca gli ha mostrato, quello che gli ha già sparato una volta.
    Il ritmo si fa serrato, si susseguono colpi di scena, il primo morto non è Graham, qual è la vera identità dei passeggeri? Il viaggio nella paura prosegue come viaggio nel terrore dopo che la nave attracca a Genova…
   Come già il famoso “La maschera di Dimitrios”, anche “Viaggio nella paura” è un piccolo classico della letteratura di genere. Se è datato (pubblicato per la prima volta nel 1940), lo è- e felicemente- per le sue qualità, una correttezza di linguaggio, un umorismo lieve, una precisione, una sobrietà di stile che è eleganza ed equilibrio.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it



    

domenica 12 aprile 2015

Marek Halter, “Protocollo Cremlino” ed. 2013

Diaspora ebraica
Voci da mondi diversi. Francia
spy story
FRESCO DI LETTURA

Marek Halter, “Protocollo Cremlino”
Ed. Newton Compton, trad. F. Cataldi Villari, pagg. 382, Euro 9,90, ebook Euro 4,99


    Marek Halter, ebreo polacco con la cittadinanza francese, ha fatto sentire la sua voce a gennaio, dopo la sanguinosa strage dei giornalisti del Charlie Hebdo, denunciando l’obiettivo degli islamisti, di seminare il terrore creando una psicosi antimusulmana. Nei suoi romanzi Marek Halter affronta tematiche ebraiche, srotola storie che hanno origine nella Bibbia. “Protocollo Cremlino” è diverso, con la sua doppia ambientazione a Washington e in Unione Sovietica, tra il 1950 in America e gli anni tra il ‘30 e la fine della guerra in Russia.
     Giugno 1950. Un processo che dura cinque giorni. L’imputata è una donna, entrata negli Stati Uniti con un passaporto a nome di Maria Apron. Si chiama in realtà Marina Andreieva Gusseiev ed è accusata non solo di avere usato un documento falso, ma anche di aver ucciso Michael Apron, un agente segreto americano in Unione Sovietica.
Tremendi, gli anni ‘50 in America. Dimenticata l’alleanza con l’Unione Sovietica. Lo zio Joe (Iosif Stalin) è diventato l’acerrimo nemico dello zio Sam, il senatore McCarthy ha scatenato la ‘guerra alle streghe’ contro tutti coloro sospettati di nutrire simpatie per i comunisti- per lo più intellettuali, attori, artisti-, si incoraggia la delazione, si fabbricano false prove. In tribunale, accanto a McCarthy, è presente il senatore Nixon, il futuro presidente: la loro linea politica esige seminare il terrore rosso per spingere a destra i votanti. Davanti al loro comportamento decisamente offensivo nei confronti dell’accusata (già lo storpiare volutamente il suo nome è un segno di disprezzo mirato a destabilizzarla) la figura di Marina Andreieva Gusseiev rifulge di dignità, di coraggio, di una bellezza interiore che cancella le occhiaie e gli abiti strapazzati e i segni della prigione. Un giornalista ne è conquistato, la aiuterà al massimo delle sue possibilità.
    Marina Andreieva Gusseiev non può rispondere solo ‘sì’ o ‘no’ alle domande che le vengono fatte, al disprezzo con cui viene trattata risponde con un disprezzo ancora maggiore verso i suoi interlocutori rozzi e ignoranti. Inizia a raccontare, una storia che dura cinque giorni.
Che inizia con una notte lontana, nel 1932, in cui Marina, attrice diciottenne, è invitata ad una serata alla presenza di Stalin in persona. Ci si può sottrarre alle voglie del Piccolo Padre? No, e poi Marina è anche un po’ brilla. Quella stessa notte Nadezda Allilueva, la moglie di Stalin, si uccide. Da questo momento la vita di Marina è in pericolo, deve sottrarsi alla vista del dittatore, deve scomparire dal palcoscenico, finiti i sogni di gloria, deve nascondersi dagli agenti della polizia segreta che hanno occhi e orecchi ovunque. Marina finisce nel Birobidjan, ai confini con la Manciuria,
e questa è la parte di certo più intrigante del romanzo. Perché, per chi non lo sapesse o lo avesse dimenticato, il Birobidjan è una Regione Autonoma voluta da Stalin per gli ebrei nel 1931, a metà strada tra il paradiso e l’inferno, sulla linea ferroviaria della transiberiana, e comunque un rifugio per gli ebrei dove la prima lingua parlata era (ed è) lo yiddish. Il clima estremo e il quasi totale isolamento ne fecero il luogo ideale per chiunque volesse nascondersi dal Grande Fratello. Per Marina, la non ebrea che impara lo yiddish e calca le scene del teatro ebraico, e per Michael Apron, la spia americana che riveste i panni del medico (molto bravo e molto stimato), che si innamora di Marina e la sposa. La tragedia attende entrambi. Marina la racconta in quell’aula di tribunale dove la accusano di essere lei ad avere ucciso l’uomo pensando al quale si era aggrappata alla vita nel gulag.


  Marek Halter ha scritto un romanzo che mescola generi diversi- è in parte una spy story dove la tensione, però, non è solo nella parte finale quando intuiamo che la trappola sta per scattare, ma anche, e soprattutto, in tutto il racconto di Marina, in quella continua fuga- sua e di altri ebrei che hanno ancora meno fortuna di lei-, in parte è storia d’amore, in parte è Storia del popolo ebraico dentro la grande madre Russia, storia del suo famoso teatro. A fianco di tutto questo la piccola storia degli Stati Uniti appare misera cosa.



venerdì 10 aprile 2015

Carla Maria Russo, “La bastarda degli Sforza” ed. 2015

                                                                   Casa Nostra. Qui Italia
     la Storia nel romanzo
     FRESCO DI LETTURA

Carla Maria Russo, “La bastarda degli Sforza”
Ed. Piemme, pagg. 221, Euro 15,22


    “Sono ancora viva insieme ai miei figli,” scrissi a Feo “e resterò viva ancora per un poco perché vorranno usarmi come mezzo per esercitare pressioni su di voi e costringervi a consegnare loro la rocca. Vi ordino di restare irremovibile e fermissimo, anche se mi vedeste supplicare o mettere ai tormenti. Se cederete al ricatto anche solo per pietà di me o dei miei figli, allora sì, condannereste tutti a morte certa. Finché voi resisterete, noi vivremo.” 

     Quella tygre di la madonna di Forlì che aveva tucta spaventata la Romagna- viene definita così, nelle cronache del tempo, Caterina Sforza Riario, affascinante protagonista del nuovo romanzo di Carla Maria Russo. Una tigre. Splendida, ruggente, pericolosa. Forse anche il bagliore dei capelli dorati e la fierezza dello sguardo fanno pensare all’animale che abbatte il nemico con una zampata.
All’inizio del libro, però, quando la conosciamo, Caterina ha solo cinque anni, è solo un tigrotto che conquista il cuore del maestro d’armi e di tutta la guarnigione del castello sforzesco di Milano quando esige di essere ammessa a prendere lezioni e a tirare di spada come i fratelli e i cugini. Ma se non riesce neppure a tenerla in mano, una spada? Non importa, lei irrobustirà le sue braccine, è la nonna Bianca Maria Sforza ad incoraggiarla. Eppure Caterina è una dei figli bastardi che il conte Galeazzo Maria Sforza ha avuto da Lucrezia Landriani, moglie del cortigiano Gian Piero Landriani. Cresciuta però a corte insieme ai figli che Galeazzo Maria ha avuto dalla moglie Bona, una donna dolcissima che aveva adottato i bastardi del marito.

     Il racconto della vita straordinaria di Caterina, che diventerà contessa di Imola e di Forlì, prima insieme al marito Girolamo Riario e poi come reggente per il figlio Ottaviano, procede alternando una narrativa in prima persona- quasi fosse un diario della stessa Caterina, una voce soggettiva e personale carica di emozione- ed una in terza persona che intesse un quadro più vasto e arricchisce la scena di personaggi portando avanti le vicende, fornendo una sorta di cronaca delle ingarbugliate relazioni tra i vari staterelli, con le rivalità, le alleanze, le inimicizie, i giochi di potere portati avanti usando le persone come scacchi umani, trascurando qualunque valore morale o senso di rispetto.
    1472. Come tenersi Imola, conquistata da Galeazzo Maria, senza scatenare una guerra con il papa Sisto IV che pretende la restituzione della città? Con un compromesso, dando in sposa una Sforza a Girolamo Riario, nipote del papa. Ci sono due fanciulle disponibili, due bambine, anzi. Costanza, di undici anni, cugina di Galeazzo Maria, e sua figlia Caterina di nove anni. Che si mandi al sacrificio Costanza! Sua madre, però, Gabriella Gonzaga, si oppone. Teme che non venga rispettata la legge ecclesiastica che impone si aspetti il compimento dei quattordici anni per consumare il matrimonio. Allora toccherà a Caterina. Nove anni e un marito di ventisette che ha premura di assicurarsi che il matrimonio sia un passo definitivo. Che violenta una bimba a cui è stato inculcato il principio che una Sforza non piange, non fiata, è coraggiosa. Un trauma che si porterà dietro per sempre, anche se, dopo, darà sei figli a Girolamo Riario, disprezzandolo ma obbligata a sottomettersi.

    Carla Maria Russo ci ha avvisato che questa è un’opera di fantasia e che i fatti storici sono da lei liberamente interpretati. Se il lettore intende leggere un libro di storia, ha sbagliato libro. Se però vuole tuffarsi nella storia, accettando che la trama del canovaccio sia solida ma che i colori delle scene raffigurate siano rese brillanti dall’immaginazione, “La bastarda degli Sforza” è un’appassionante escursione nel passato, tra il 1472 e il 1488, da quando la piccola Caterina impugna la spada per gioco a quando si erge come una furia, come una tigre, dagli spalti della fortezza di Ravaldino, più uomo lei- se attribuiamo il coraggio guerriero solo agli uomini- di quel codardo di suo marito.
Rocca di Ravaldino
Caterina che stringe la bambola mentre Girolamo si impone su di lei, Caterina nella gloria della sua bellezza adolescente quando deve raggiungere il marito, Caterina che si interessa di erbe medicali che le serviranno per curare gli ammalati, Caterina che sfida ali di folla minacciosa uscendo a cavallo da Castel Sant’Angelo, Caterina e si suoi figli prigionieri: Caterina ci incanta, ammiriamo la donna Caterina che ci pare una femminista ante litteram, vogliamo sapere altro di Caterina, giriamo pagina con ansia e…il libro è finito. Con la promessa che ci sarà un seguito.

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Carla Maria Russo, "La bastarda degli Sforza"- Intervista

                                            Casa Nostra. Qui Italia
                                             la Storia nel romanzo
                                             Fresco di lettura

INTERVISTA A CARLA MARIA RUSSO

      Carla Maria Russo mi ha dato appuntamento in un delizioso caffè-pasticceria di Milano. Ero ansiosa di incontrarla perché la lettura de “La bastarda degli Sforza” mi aveva talmente affascinato da spingermi a leggere, uno dopo l’altro, i quattro romanzi precedenti con protagoniste femminili, riprovando sempre lo stesso entusiasmo. E avrei proseguito con “Il cavaliere del giglio”, curiosa di vedere come la scrittrice avrebbe ‘trattato’ un personaggio maschile, se ne avessi avuto il tempo. Lo leggerò in seguito.

In questo anno che vede Milano come regina del mondo, ci voleva proprio un libro con un’eroina della famiglia Sforza. Ci ha pensato, quando l’ha scelta come protagonista? E’ stato un suo omaggio a Milano?

   No, è proprio una coincidenza. Scelgo una storia perché sono catturata dalla storia del protagonista. Non ho mai fatto nessun calcolo, neppure quello del genere del libro: i miei romanzi sono etichettati come libri storici ma io non mi propongo di scrivere libri storici. Incontro una storia che mi dà una forte emozione e la lascio nel periodo in cui si è verificata. I miei libri sono anche libri storici. Nel caso di Caterina Sforza, è la sua storia che mi ha catturato, facendomi provare grandi emozioni. E sì, è un omaggio a Milano, anche se non ci avevo pensato.

Siamo avvisati, all’inizio del libro, che questo è un romanzo di invenzione. Comprendiamo bene che i pensieri e i sentimenti di Caterina siano frutto del suo immedesimarsi nel personaggio, ma qual è il limite tra invenzione e storia?
    Sicuramente lo sfondo che approfondisco con le mie ricerche è fedele al contesto storico. Non modifico gli eventi reali perché non ne ho la necessità. Anzi, ho bisogno del contrario: sono fedele alla ricostruzione storica per creare nel lettore una sorta di fiducia. E’ come se gli dicessi, ‘guarda che quello che ti narro è la verità’. Mi piace approfondire ogni aspetto del periodo storico, la struttura del pensiero, la moda…Naturalmente la Storia ti informa di quello che è accaduto, poi sta allo scrittore interpretare tutto- l’anima, il cuore, i modi di pensare- e fare accadere nella realtà quei fatti. Deve accadere nella realtà inventata dei fatti. Il romanzo è un ossimoro: è inventare la realtà. Ci devono entrare la sensibilità, il cuore, la passione e l’abilità dello scrittore. Ogni scrittore inventa la realtà anche quando parla di temi fuori della realtà, quando inventa mondi fantastici.
Caterina nel cinema
Ho osservato che, ad eccezione de “La sposa normanna”, Lei usa un diario della protagonista o uno scambio di lettere ne “La regina irriverente”: è il mezzo per darci la possibilità di guardare dietro le quinte, per farci palpitare con la vita interiore dei personaggi?
     Immagino di sì. Dico ‘immagino’ perché mi viene spontaneo e molto dal profondo. Non scelgo la tecnica narrativa. Sono un’autrice disordinata che non si fa degli schemi. Lavoro di istinto, mi fido dell’istinto e del subconscio. Ci penso, finché non arriva l’ispirazione. L’ispirazione mi dice di scegliere quella formula. Ne “La bastarda degli Sforza” c’è una persona che entra in prima persona- è una rimeditazione sulla sua vita scegliendo me, scrittrice, come strumento, come fossi un medium. Il fatto è che un personaggio entra dentro di te e acquista una personalità che devi rispettare. All’autore compete ascoltare questa voce della storia e seguirla. Come dice Michelangelo, la statua è già nel marmo, lo scultore deve scalpellare per tirarla fuori. Così è anche per l’autore: sta a te far venire fuori i personaggi con le loro caratteristiche, rispettando la loro voce.

Scrivere romanzi storici implica un grande lavoro di ricerca, non solo per quello che riguarda i fatti ma anche per i costumi, le usanze, il linguaggio. Non ha mai il timore di cadere in qualche anacronismo? E qual è la parte più difficile da scrivere: la storia o la finzione?
    Nessun anacronismo dovrebbe accadere nei miei libri, se non come lapsus, come incidente, ma non dovrebbe: tengo in mano l’epoca di cui scrivo. Per me è semplice, non avendo fratture. Non mi propongo di scrivere un romanzo storico, ma una storia che mi ha affascinato. La nostra vita si svolge all’interno di un contesto, non credo che la vita di un singolo si sviluppi in maniera autonoma, ma interagendo con il suo ambiente e il momento politico in cui vive. Io narro una storia personale che interagisce con questi fattori, proprio come se narrassi la mia storia. Io non narro la Storia, ma una storia privata che fatalmente interagisce con la Storia della società. Considero molti miei romanzi come romanzi di formazione che finiscono per essere storici. Di Caterina, ad esempio- io racconto il suo venire alla vita, trovarsi di fronte all’arido vero e scontrarsi con questo, ricomporre poi una sorta di ordine e infine dominare la realtà. 

Immagino che i suoi libri possano essere guardati con una certa aria di superiorità da parte degli storici: come si difende dalla loro opinione? Confesso che io li trovo un approccio straordinario alla Storia per chi non affronterebbe mai un testo storico.
      Finora non mi è mai successo, sono fuori dagli ambienti dotti, faccio il mio lavoro per passione. Una volta che mi sono distaccata da un libro, questo si fa la sua strada e io me ne disinteresso. Se dovessi ricevere critiche da parte di storici, risponderei con una frase dura: la Storia non esiste, la ricostruzione storica è un’ipotesi come lo sono i miei romanzi. La Storia si basa su documenti che sono stati manipolati, non sapremo mai come sono accadute le cose realmente, eppure continueremo a studiare la Storia. E’ giusto che l’uomo ricerchi una verità anche se piccola, sapendo però che non possederemo mai la verità. Sia la Storia sia il romanzo sono verosimili, sono delle ipotesi. Proprio perché il romanzo ricostruisce la sfera dei sentimenti, si può avvicinare di più alla Storia: gli eventi storici sono determinati in molti casi dai moti dell’animo umano.

Costanza d’Altavilla, Eleonora d’Aquitania, Caterina Dolfin Tron, Caterina Sforza: cè qualcosa in comune tra queste donne. Come sceglie le sue eroine?

      Il filo conduttore sono io con la mia personalità. Uno scrittore, al di là delle figure con cui si narra, parla sempre di se stesso. L’elemento unificante sono io con la mia personalità. I miei personaggi hanno in comune un tratto che io chiamo contemporaneità, nel senso di cum temporis, insieme con i tempi, qualunque tempo. Si è contemporanei quando si ha il coraggio di andare controcorrente rispetto al conformismo sociale, alle tendenze della società di schiacciarti con il conformismo. E per questo ci vogliono doti che ammireremo sempre: coraggio, determinazione, forza interiore. E i miei personaggi sono quasi tutti donne perché è molto più difficile essere anticonformisti quando si è donna. Incarnare questa forza, questa libertà di pensiero, questo coraggio è più difficile per una donna. Questo spiega anche la mia predilezione per le donne del passato. Oggi è più facile essere anticonformiste, mentre le donne del passato rischiavano la vita. Queste figure incarnano, per noi donne di oggi, il bisogno della donna di affermare la libertà di pensiero contro l’ideologia che la vorrebbe diversa. Non voglio chiamarle ‘eroine’: sono donne a tutto tondo, con i pregi e i difetti, la forza di carattere per essere libere ma anche debolezze- sono giovani, impulsive, hanno dentro di sé una carica di coraggio che le rende irrequiete.

E come ha scelto la prima protagonista, Costanza d’Altavilla?

   Tutti questi personaggi incarnano aspetti di me. La prima protagonista, Costanza, tira fuori il coraggio che non sapeva di avere in occasione della maternità.  Per difendere il figlio Costanza deve reagire. La maternità le fa scoprire di possedere una forza di cui era all’oscuro. Incarna l’impatto della donna con la maternità: volevo descrivere quanto la maternità possa cambiare una donna.

“Il cavaliere del giglio” è l’unico romanzo con un protagonista maschile. Voleva mettersi alla prova?
     No, non tanto quello. Anche Farinata incarna le mie passioni e i miei ideali: per me Farinata è un luogo della memoria, l’ho ammirato ai tempi del liceo, quando ero appassionata dell’Inferno di Dante e della Firenze di Dante e di Farinata degli Uberti. Scrivere “Il principe del giglio” è stato un rivisitare, un ripercorrere luoghi e momenti e personaggi cari alla memoria. Il protagonista incarna un ideale di grande coerenza che ammiro molto. Farinata è coerente al punto di sacrificare se stesso, la famiglia e le sue sostanze. Torniamo alla contemporaneità di certe figure, la capacità di avere coraggio, determinazione, volontà e libertà di pensiero. Farinata è convinto di essere nel giusto e non si lascia corrompere. Spinge la lotta fino all’estremo.

“Lola nascerà a diciott’anni” è invece l’unico suo romanzo senza una protagonista che appartiene alla storia.
     Il tema fondamentale di Lola è l’impatto devastante che la guerra ha sulla vita di tutti gli esseri umani, come la guerra ti cambia non solo la vita ma i modi di pensare, spingendoti a compiere cose che mai avresti pensato, ti fa conoscere aspetti di te che mai avresti immaginato. E’ in parte un giallo- c’è il cadavere di un generale fascista-, c’è una forte storia d’amore tra la protagonista che appartiene alla buona società e un operaio, e la ricostruzione di Milano nel ‘42 e ‘43 con poi una ripresa degli eventi negli anni ‘60.

Ci ha promesso un seguito a “La bastarda degli Sforza”. Lo avremo? Io ne avrei voluto uno anche per “La regina irriverente”…

     I miei romanzi non sono biografie, per questo non proseguo. Sono un flash su un momento particolare della vita delle persone. Nel caso di Caterina Sforza ho promesso che scriverò un seguito perché il libro si chiude in un momento epico: ci sto già lavorando e manterrò la promessa.

l'intervista è stata pubblicata su www.wuz.it


mercoledì 8 aprile 2015

Yigal Leykin, “Una vita qualunque” ed. 2015

                                                                     Diaspora ebraica    
        Casa Nostra. Qui Italia
        FRESCO DI LETTURA

Yigal Leykin, “Una vita qualunque”
Ed. Giuntina, pagg.294, Euro 15,00


  Sentii il bisogno di uscire all’aria aperta.
 Le lacrime colavano, spontanee, sulle mie guance.
Non era un pianto di disperazione. Non riuscivo ancora a pensare al peggio. Era semplicemente una specie di malinconia per un mondo che non sarebbe più stato lo stesso.
Dentro di me regnava la certezza che loro, tutti, erano vivi da qualche parte. Non mi era chiaro il perché di tale convinzione, eppure per me erano salvi, sicuramente rifugiati in un luogo sicuro.

      Non è affatto una vita qualunque quella di Mitia Rabin (o Mitia Leykin?) che suo figlio Yigal Leykin ci racconta in “Una vita qualunque”. Ad iniziare da quei due cognomi: Rabin come si era chiamato fino ai diciott’anni, o Leykin, il cognome del suo vero padre che aveva appreso proprio il giorno del suo diciottesimo compleanno, nel 1937? Non si è mai soffermato molto a pensare alla sua vita, Mitia Leykin- è meglio non rivangare nella memoria ricordi dolorosi. Ma diventa quasi inevitabile farlo quando, a due settimane dal compiere novant’anni, riceve una telefonata nell’abitazione protetta in cui  risiede in Israele. Non riconosce né la voce né il nome, ma l’uomo parla in polacco e in yiddish con l’accento di Kovel, la città in cui Mitia ha passato l’infanzia. Era un compagno di scuola di Telinka, la sorella di Mitia, ora vive in Canada, è venuto in Israele per trovare la figlia, ‘ti devo raccontare la storia di Telinka.’ L’appuntamento è da lì a dodici giorni, il 24 marzo. Dodici giorni per ricordare, per scavare nella sua vita qualunque, per rendersi conto di quante volte il caso o il destino abbiano scelto per lui.

     La narrazione di Mitia alterna passato e presente, dove il presente di lui anziano è ogni tanto avvolto dalla nebbia in una confusione di tempi che gli fa sembrare di avere ancora vicino le due persone che più ha amato, la moglie Bussia e la sorella Telinka, mentre il passato ripercorre i passi della sua famiglia, dalla Russia da cui veniva sua madre a Kovel, a Lodz, a Leopoli, ancora la Russia per lui, Mitia, arruolato nell’Armata Rossa, Rostov e Stalingrado, e poi Berlino, e infine il viaggio verso Israele, quando ormai molti di loro erano scomparsi, annientati dalla furia nazista.
    E’ impossibile pensare di riassumere le vicissitudini di Mitia e della sua famiglia. Certo, molte delle loro esperienze non sono dissimili da quelle di altre famiglie ebree dell’Europa centro-orientale- l’agiatezza e la levatura culturale e i dissesti economici, l’incredulità di fronte alle leggi razziali imposte dai nazisti e la cieca fiducia nell’impossibilità di risoluzioni estreme, la vita nel ghetto, l’essere testimoni dei rastrellamenti e della scomparsa dei propri cari.
E, tuttavia, ci sono dei personaggi indimenticabili che emergono da questo racconto, che contribuiscono all’unicità di questa vita qualunque. La madre, prima di tutti, la ragazza diciottenne che a San Pietroburgo si era innamorata del ragazzo rivoluzionario che l’aveva messa incinta, ma lei aveva poi sposato Noè Rabin che le dava la sicurezza al posto della passione e da questa unione era nata Telinka. E’ ancora viva Telinka, nel 2009, quando Mitia si prepara ad incontrare l’amico che deve parlargli di lei? la madre le aveva dato uno spintone, buttandola giù dal camion della morte, forse salvandola- questo a Mitia già lo avevano detto. E poi? Possibile fosse riuscita a sgusciare tra gli spari? Bellissima anche la figura della domestica polacca che sfida le proibizioni per aiutare i Rabin. Bella ed elusiva quella di Bussia, moglie rimpianta, pure lei con una travagliata storia alle spalle, e una forza morale impareggiabile. Le figure degli uomini, poi. Il nonno materno che aveva fatto il suo preferito del nipote ‘illegittimo’, ma anche Noé Rabin che era stato il vero padre di Mitia, come questi aveva capito, anche se aveva voluto cambiare cognome dopo il trauma della rivelazione che aveva considerato un tradimento.
Leopoli

    C’è tutta la storia d’Europa nella storia di famiglia di Mitia Leykin. Storia geografica di confini che si spostano e di famiglie che migrano, storia politica dei due grandi blocchi che si fronteggiarono nel ‘900, storia di guerra vissuta nelle file dell’esercito russo, storia o storie d’amore- per i genitori, per la sorella, per la moglie, per quell’unico figlio che ha seguito- in un viaggio lunghissimo- Mitia e Bussia da Leopoli a Israele e che ringrazia il padre per ‘avergli donato la propria storia’. Che poi è più di una semplice storia, perché il vero dono è tutto quello che vi è contenuto- onore, coraggio, lealtà, volontà di non lasciarsi abbattere. Mai. Di guardare avanti, di permettersi solo alla fine lo sguardo indietro.

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