sabato 23 settembre 2023

Nino Haratischwili, "La luce che manca" Intervista 2023

                                                 


    Poteva esserci un giorno più sfortunato, per la presentazione di un libro e della sua scrittrice, di un giorno di sciopero dei mezzi, a Milano, e di maltempo che ormai significa violentissimi temporali? Forse, però, come si dice, ‘sposa bagnata, sposa fortunata’, si può anche dire ‘scrittrice bagnata, scrittrice fortunata’- scrosciava la pioggia mentre Nino Haratischwili entrava nella libreria Feltrinelli, eppure erano in molti quelli che avevano affrontato le difficoltà per venire a sentirla parlare del suo nuovo romanzo, “La luce che manca”. E ne valeva la pena. 

    Vestita di nero, con un bel viso dall’aria un po’ austera, Nino Haratischwili parla perfettamente sia il tedesco sia l’inglese (non ho potuto fare a meno di domandarmi quanti scrittori italiani ne sarebbero in grado) e, prima che iniziasse la presentazione, ho avuto modo di farle delle domande sul suo libro.

     Un personaggio del suo libro ad un certo punto dice, “E’ ancora mia questa città? Posso ancora chiamarla mia dopo che ho perso tante stagioni di lillà in fiore? Quando è che una cosa cessa di essere nostra?”. So che Lei non è Qeto, una delle protagoniste, ma si riconosce in lei? si pone la stessa domanda? È ancora la sua città, Tbilisi?

     Non proprio, non più, ma torno spesso a Tbilisi, ho un appartamento laggiù, sono sempre in contatto con gli amici e con la mia famiglia. E tuttavia, quando ci si allontana, non si appartiene più alla città e a volte mi rattrista tornare e rendermi conto che non si fa più parte della città. Può essere, però, anche liberatorio, si diventa un poco estranei, si acquista una nuova prospettiva e questo mi piace, dell’essere estranei- si inizia a guardare le cose da un altro punto di vista.

Nel romanzo ci sono le quattro amiche che sono i personaggi principali e poi c’è un’altra protagonista, la macchina fotografica di Dina: è il punto di vista oggettivo?

   Interessante. Può essere anche questa un’interpretazione. Per me la fotografia era un mezzo importante per scrivere il libro, mi era utile, mentre lo scrivevo, usare un tramite diverso per descrivere le cose. Potevo zumare su di esse- con le parole naturalmente- e mi ha aiutato molto per sottolineare quello che mi pareva importante, mi ha aiutato ad avvicinarmi alla situazione e ai problemi.


Una peculiarità della sua narrativa è che la voce parlante NON è il personaggio principale. L’attenzione è centrata su Dina: perché ha scelto lei come la ragazza più ‘in vista’?

    Per me lei non è la protagonista, sono tutte loro protagoniste sullo stesso livello. Dina, però, è la più espressiva, è il motore, è una forza trainante- ecco perché sembra essere lei il personaggio più importante. Forse è lei che spinge la storia a proseguire, è lei che prende decisioni che hanno conseguenze. Ira ha i suoi progetti, Nene agisce seguendo l’istinto, e Qeto- a chi toccava raccontare la storia? Poteva toccare solo a lei, Qeto, perché è la più osservatrice, lei è quella giusta per raccontare. Non è obiettiva al 100% ma lo è più delle altre.

La storia del romanzo si svolge negli anni ‘90 e tuttavia mi sono stupita di leggere di comportamenti che, a quel tempo, non erano più comuni nel Nord Italia anche se forse lo sono tuttora nel nostro profondo Sud: l’onore della famiglia era così importante? Lo è tuttora?

    Sì, il senso dell’onore era proprio così, può sembrare esagerato, ma era così. Adesso le cose sono cambiate e poi dipende da dove sei, nei paesi in montagna è ancora così, ma non nelle città. Quella georgiana era una società dominata dall’uomo, dal maschio, era un patriarcato e d’altra parte era una società senza regole, un’anarchia: gli uomini decidevano tutto e in maniera sbagliata. Era una società violenta. Le donne improvvisavano e cercavano di farsi strada. I criminali erano il modello da imitare e i giovani li imitavano. La conseguenza fu una grande tragedia in cui due generazioni andarono perse, per la violenza e per la droga.


Mi ha scioccato la ferocia del suo romanzo. Dopo l’inizio quasi idilliaco, il romanzo diventa sempre più selvaggio. La violenza aumenta a tutti i livelli, il Male si diffonde nelle famiglie e nell’intero paese che sembra essere coinvolto in una guerra senza fine- guerra civile, guerra fra le gang, guerra in Abkhazia. Viveva ancora a Tbilisi in quegli anni? ha vissuto le stesse esperienze delle quattro ragazze?

   Io sono fortunata, sono di dieci anni più giovane delle protagoniste del romanzo, sono stata protetta dalla mia età e dalla mia famiglia. Non ero molto consapevole di quello che succedeva, ma ricordo benissimo. I personaggi del libro sono fittizi, ma tutto il resto, le gang e le loro imprese, tutto quello che succede nel libro era vero. Io vedevo ma non ero in grado di analizzare quello che vedevo. E poi diventava qualcosa di normale, non c’era un punto di paragone.

Adesso sembra una follia, sono fatti di 25 anni fa ed è quasi impossibile spiegarlo ai ventenni di adesso. Si parla molto di quegli anni, tutti sanno dei terribili anni ‘90, tutte le famiglie sono state traumatizzate, hanno avuto un impatto su tutta la società. Ai giovani, però, sembra un film del Far West e perfino a me sembra impossibile che sia stato così.

Giardino Botanico di Bruxelles

Quale è stata la parte più dolorosa del romanzo da scrivere?

    Il suicidio di Dina. Non anticipo nulla perché si sa dalle prime pagine del libro, ma non si sa come e perché e, mentre leggi, vuoi saperlo. È stato doloroso scriverne. Quando, nel presente, le amiche ritrovate sono nel Giardino Botanico di Bruxelles, si scopre che Qeto aveva cancellato il ricordo della morte di Dina, il dolore aveva fatto sì che lei avesse rimosso quanto era accaduto. Ero depressa mentre ne scrivevo, non volevo lasciarla andare, ma i personaggi sviluppano la loro storia e il loro destino ed io devo seguirli. E poi mi è stato anche doloroso scrivere della scena dello zoo, il punto di svolta nella vita delle ragazze.

A proposito della scena dello zoo: non mi aspettavo di veder riapparire il personaggio del ragazzo con i capelli rossi…

   L’idea di far riapparire il Rosso è arrivata dopo, in effetti non pensavo ne avrei scritto ancora. Quando mi è venuto in mente, mi sembrava la maniera giusta di chiudere il cerchio.


                                           


giovedì 21 settembre 2023

Nino Haratischwili, “La luce che manca” ed. 2023

                                                  Voci da mondi diversi. Georgia


Nino Haratischwili, “La luce che manca”

Ed. Marsilio, trad. Fabio Cremonesi, pagg. 702, Euro 24,00

     Bruxelles 2019. Tre amiche si incontrano ad una mostra di fotografie, dopo una trentina d’anni in cui si erano perse di vista. Il pensiero corre alla quarta di loro che non è presente.

    Tbilisi, Georgia, il decennio degli anni ’90. Quattro bambine sono inseparabili compagne di scuola e di giochi, diventano grandi in quei terribili anni di sconvolgimenti dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica.

    Sono due, dunque, i tempi della narrazione- il breve tempo di un vernissage in cui, davanti alle fotografie della mostra, si srotola il tempo lungo dei ricordi. È come se ogni fotografia accendesse un flash su un momento del passato, i capitoli hanno il titolo della fotografia davanti a cui Qeto, da sola o con le amiche, si è fermata e il tempo ritorna indietro, a quell’attimo, a quello che era successo, a quello che sarebbe avvenuto dopo.


    Le fotografie che ritraggono loro quattro bambine sono in un tempo che ha ancora la magia dell’infanzia, sospeso tra gli ultimi mesi sotto il governo sovietico e l’indipendenza e i primi disordini. La scrittrice ne approfitta per introdurre le famiglie di Via delle Vigne, del caseggiato con il cortile dove accadranno tante cose, dove le bambine diventano adolescenti, ognuna con la sua personalità- Qeto, l’osservatrice che si autoinfliggerà delle ferite per sopportare il dolore che la circonda (bravissima nel disegno, diventerà restauratrice), Ira, la studiosa, infelice per un amore inaccettabile, andrà al college in America, diventerà avvocato e farà qualcosa che la bollerà come traditrice, la romantica Nene, schiacciata sotto il giogo dello zio e dei fratelli (boss della malavita, introdurranno l’eroina a Tbilisi), e Dina, la fotografa, la solare Dina, Dina la leader, quella che prenderà decisioni che cambieranno la vita di tutte loro.

    Se la fotografia che le riprende tutte e quattro mentre si tuffano, dall’alto di una roccia, è la più emblematica dell’ “età dell’innocenza”, quella che sembra simboleggiare il salto audace ed entusiasta in una nuova fase della vita, un’altra fotografia, intitolata “Lo zoo”, è quella che fissa sulla pellicola un momento di svolta, il giorno in cui Dina e Qeto hanno la rivelazione improvvisa della violenza, della crudeltà, della morte. Qeto ricorda- lei si sarebbe data alla fuga, Dina aveva sfoderato la sua tempra, il suo coraggio, il suo senso etico. E aveva preso una decisione che era l’unica che si potesse prendere. Una vita viene salvata, ma a che prezzo? Un prezzo che non sarà mai saldato, neppure negli anni a venire.


   E c’è un aumento progressivo di violenza intorno alle amiche- sembra che tutto il mondo sia in guerra, guerra civile tra sostenitori e oppositori del presidente, guerra tra le gang mafiose, guerra in Abkhazia (Dina partirà per fotografare la guerra in Abkhazia, dirà che preferisce correre il rischio di morire in guerra piuttosto che morire di dolore). In questa società dominata dagli uomini che dettano le regole dell’onore, è perfino difficile innamorarsi, è necessario nascondere gli incontri d’amore, le minacce di vendetta per i tradimenti sono terribili. Ma che cosa è la morale se tutto intorno a loro è immorale? “Questo orrore è la nostra vita. Non possiamo più permetterci di avere una morale”, dice una di loro.

   A trent’anni di distanza, davanti alle fotografie che le riportano indietro nel tempo, davanti a quegli scatti che solo loro sono capaci di interpretare appieno, mentre gli sguardi curiosi degli altri visitatori della mostra si appuntano su di loro, il senso di tutto quell’orrore ritorna nella sua crudità- “Ma voi come fate? Io non riesco a smettere di pensare alla morte, a tutto l’orrore che mi sono ritrovata davanti alla mostra”, dice Qeto, ma la dolce Nene ribatte, “C’era anche tanta bellezza, Qeto. Non puoi separare le due cose. Prima ancora di avere 25 anni avevamo visto e vissuto ben più di quanto la maggior parte delle persone vede e vive in tutta la vita. A volte sono quasi grata per quelle esperienze.”

Ponte della Pace, Tbilisi. Progettato da Michele De Lucchi

    È un libro bello, selvaggio e feroce, “La luce che manca”. Un libro di orrore e di dolore. È però anche un libro che esalta il valore e il conforto dell’amicizia, nonostante le difficoltà e le incomprensioni. È un libro di un decennio di Storia travagliata del paese che è noto per aver dato i natali a Stalin, e anche a Berija, gli esperti dell’orrore. E ‘la luce che manca’ è, prosaicamente, la luce che salta di continuo a Tbilisi (tutti hanno candele e torce di scorta), è la luce che manca nell’intero paese lasciando sprofondare la Georgia nel buio di anni luttuosi, è Dina stessa la luce che manca, ora che non illumina più, con la solarità del suo sorriso, il gruppo delle sue amiche.

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A breve seguirà intervista con la scrittrice.



martedì 19 settembre 2023

Lorena Salazar Masso, “Il canto del fiume” ed. 2023

                                                     Voci da mondi diversi. Colombia



Lorena Salazar Masso, “Il canto del fiume”

Ed. Sellerio, trad. Giulia Zavagna, pagg. 173, Euro 15,00

 

    Io e il bambino arriviamo al lungofiume di Quibdò. Cerchiamo una barca che ci porti fino a Bellavista.

   Il fiume è l’Atrato, Quibdò e Bellavista sono in Colombia. Il bambino è nero, la sua mamma (l’io narrante) è bianca. Lei non è la mamma biologica del bambino, pensando a Michela Murgia che è venuta a mancare in questi giorni, potremmo dire che il bambino è ‘un figlio dell’anima’. La madre non aveva i mezzi per mantenerlo e glielo aveva portato quando era piccolissimo. Come si diventa madre tutto d’un colpo, quando non si è portato un bimbo dentro di sé per nove mesi? Come si spiega al bambino che la pelle può avere tanti colori? Come gli si dice che un padre non è mai esistito? Il lungo viaggio sul fiume- lei non ha voluto scegliere il battello veloce che avrebbe impiegato sette ore- serve anche a questo, a ricordare, a raccontare i propri ricordi ad un’altra viaggiatrice, a farsi una ragione del fatto che la madre biologica vuole vedere suo figlio, che forse lei dovrà separarsene, che dovrà preparare il bambino a questo incontro.


    Il fiume è di per sé un potente simbolo di vita e qui è associato al ‘viaggio’, tema caro ai romanzi- viaggio che è scoperta di sé e degli altri, che è nuove conoscenze e nuove esperienze, che non lascia mai immutati. Quando si arriva alla meta di un viaggio, e più ancora quando si torna indietro, si è una persona diversa. Ma siamo in Colombia, questo non è un viaggio come il grand tour byroniano, neppure come un viaggio inter-rail dei nostri giorni, piuttosto come quello sul fiume in Africa su cui si avventura Marlowe in “Cuore di tenebra”. Inizia in maniera abbastanza spensierata, l’allegria del bambino è contagiosa. Poi il divertimento della novità finisce, succede qualcosa ad ogni tappa in cui il battello (guidato da una singolare figura di timoniera, quasi una dea del fiume senza la bellezza delle dee) si ferma. Un villaggio è stato distrutto da un incendio, una delle ragazze che era a bordo fa a tempo a sbarcare e morire di parto con il suo bambino…sono tutte disgrazie che preparano per l’arrivo a Bellavista, per il racconto- drammatico e tristissimo- della madre numero uno del bambino. La violenza domina a Bellavista, non è il posto migliore in cui far crescere un bambino.


    Non c’è un Re Salomone che decida per le due donne, la mamma numero due ha avuto il tempo del viaggio fluviale per pensare, per prepararsi a fare quello che è meglio per il bambino, per accettare quello che lui, il bambino, deciderà. Qualunque decisione venga presa, sarà una violenza su se stessi- quanto è difficile stabilire quale sia la vera madre, anche se, al di sopra di tutto, si stabilisce un legame di sorellanza tra le due donne, unite dall’amore per il piccolo.

    Non sono stati fatti i conti, però, con la violenza all’esterno che irrompe nella loro vita senza giustificazioni, come un atto di pura follia.

   Sapevamo fin dall’inizio che l’atmosfera quasi incantata del fiume era un inganno, che i colori e la musica dell’acqua e il piacere di quella navigazione nascondevano altro. E se il tema principale del libro è la maternità intrecciato a quello della differenza etnica, quando terminiamo la lettura abbiamo l’impressione che tutto questo amore, che la storia del bambino con due madri, del bambino doppiamente amato, sia finita con un doppio dolore, che niente può salvarci dalla furia della violenza, né l’innocenza, né la generosità, né l’amore.



sabato 16 settembre 2023

Nguyễn Phan Quế Mai, “Dove vola la polvere” ed. 2023

                                                            Voci da mondi diversi. Vietnam

   guerra del Vietnam

Nguyễn Phan Quế Mai, “Dove vola la polvere”

Ed. Nord, pagg. 416, Euro 19,00

 

      Vietnam. Un paese in cui, durante la lunga guerra terminata nel 1975, furono sganciati 14 milioni di tonnellate di bombe, tre volte quelle utilizzate dagli alleati durante la seconda guerra mondiale.

     Vietnam. Un paese in cui, senza alcuno scrupolo, furono usati defolianti- nome in codice Agente Arancio- per avvistare meglio il nemico distruggendo la vegetazione. La Croce Rossa stima che siano state 4 milioni le vittime che ne portano il segno anche a distanza di anni.

     Vietnam. Quanti i figli di soldati americani e ragazze vietnamite? Quanti furono riconosciuti dai padri e quanti furono invece abbandonati negli orfanotrofi, discriminati perché Amerasian?


   Ritorniamo in Vietnam con il nuovo romanzo di Nguyễn Phan Quế Mai, riviviamo con lei le sofferenze e gli orrori. Soltanto in apparenza “Dove vola la polvere” può sembrare meno doloroso di “Le montagne cantano” perché in realtà il passato è sempre presente, le ferite non sono ancora rimarginate, niente è stato dimenticato.

    Vietnam 2016.

   Un figlio cerca suo padre. Phong ha la pelle nera e i capelli crespi. È chiaro che suo padre deve essere stato un soldato americano di colore. E sua madre? Una che se la faceva con l’invasore.

   Un padre cerca suo figlio o sua figlia. È ritornato in Vietnam per sconfiggere gli incubi, non immaginava come si sarebbe trasformato il suo viaggio. Nel 1969 aveva vent’anni, una fidanzata a casa, un inaspettato amore vietnamita. Quando lei- Kim il suo nome per i clienti- gli aveva detto di essere incinta, lui non si era fatto più vedere.

    1969. Due sorelle partono per Saigon, lasciando i genitori e il villaggio fra i campi di riso. Sono ingenue, credono all’amica che fa balenare facili guadagni- dopo tutto si tratta solo di bere del Saigon Tea con i clienti. Diventeranno delle bar-girls. Si adatteranno, vogliono mandare soldi a casa, così che il padre possa essere curato e che i debiti contratti siano saldati.


    Quanta sofferenza in ogni storia. In quella di Phong, ora adulto, sposato e con due figli, che cerca di ottenere il visto per andare in America, sognando una vita migliore in cui né lui né i figli saranno guardati male per il colore della loro pelle. In quella di Dan che era pilota di elicottero e aveva il compito di raccogliere i compagni feriti o morti, che non avrebbe mai voluto uccidere nessuno, ma, se sei accanto a chi spara, non sei anche tu un assassino? In quella delle due sorelle che in breve tempo non sono più le ragazze timorose che avevano lasciato il villaggio e si allontanano una dall’altra. Una di loro, Kim, aveva creduto nell’amore e poi aveva visto il suo ragazzo biondo cambiare, chiudersi in sé, ubriacarsi, alzare le mani su di lei. Per lasciarla da sola ad affrontare la gravidanza.

    Le storie si alternano, il tempo della narrazione si sposta tra il passato e il presente, uno dei personaggi- l’americano che torna con la moglie ed è incapace di fare semplicemente il turista- è tormentato dai fantasmi di quel passato, dai sensi di colpa, dalla consapevolezza dell’ignoranza, sua e degli altri soldati americani, quando erano stati catapultati dentro una guerra che non capivano, dalla vergogna per aver creduto alla propaganda che faceva dei vietnamiti dei subumani per cui la vita aveva un minor valore.


E poi, intorno alle tragedie dell’uno e dell’altro, c’è la speculazione e lo sfruttamento da parte di chi cerca di trarre vantaggio dalla situazione- false madri che sperano di accompagnare un figlio alla ricerca del padre americano, falsi genitori adottivi che pensano di guadagnarsi un visto per l’America, soldi intascati per far ottenere un visto che non verrà concesso,

    C’è una grande comprensione per tutti i suoi personaggi da parte della scrittrice, per la vittima innocente della guerra, ‘il figlio della polvere’ che tutti possono calpestare e la cui madre tutti possono insultare, per le due ragazzine che la guerra ha trasformato in prostitute, e infine anche per l’americano, il nemico di un tempo, quello che rappresenta tutto il Male che c’è stato. C’è come un tentativo di aiutare le ferite a cicatrizzarsi, di godere della pace, di andare avanti.

     C’è la Storia in questo libro molto bello, da leggere.

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lunedì 11 settembre 2023

Alessia Gazzola, “Una piccola formalità” ed. 2023

                                                                  Casa Nostra. Qui Italia

           cento sfumature di giallo

Alessia Gazzola, “Una piccola formalità”

Ed. Longanesi, pagg. 304, Euro 16,90

 

   Vi presento Rachele Braganza, la sorella ‘di carta’ di Alice e di Costanza, le indimenticabili protagoniste della due precedenti serie di romanzi di Alessia Gazzola.

   Rachele non ha niente a che fare con l’anatomopatologia, scrive di lifestyle sulla rivista online Chic&Glam, nel corso della vicenda sarà promossa a caporedattrice, è informatissima su tutti i pettegolezzi, sulle mode, sui locali, su quello che è ‘in’ a Milano. Ha trentadue anni, lei e il suo compagno Alessio sono una di quelle rarissime coppiette che resistono insieme dai tempi del liceo, il loro è uno di quegli amori che scivolano indolori nell’amicizia.


   La trama scatta quando il padre di Rachele le dice di aver rinunciato all’eredità di suo fratello Max, morto di recente. L’eredità passa a lei, Rachele, perché Max non era sposato e non aveva figli, e tuttavia il padre la sollecita a rinunciare. Perché, poi? Il fatto che lui e il fratello avessero troncato ogni rapporto non è una giustificazione sufficiente. Quanti misteri in famiglia. Il padre di Rachele non apre bocca su questa estraniazione, dice solo che Max era un brutto soggetto, meglio non averci a che fare, deve aver lasciato un mucchio di debiti.

    Se dapprima Rachele pensa di obbedire al padre, poi ci ripensa- forse vale la pena di saperne di più, sia sullo zio che lei ha visto solo una volta, sia sull’entità del’eredità e dei possibili debiti. E contatta un compagno di liceo che è diventato un affermato notaio.

   Appena entra in scena Manfredi Malacarne, capiamo che diventerà un co-protagonista insieme a Rachele, che la trama si svolgerà (come è tipico dei romanzi di Alessia Gazzola) su un doppio binario, quello della love story e quello del mystery che, in questo caso, necessita del supporto legale.

l'eredità della Bentley

Manfredi è affascinante, lo è sempre stato, anche al liceo. Prestante e virile, Manfredi è l’antitesi di Alessio che ci riserba una sorpresa che non è neppur tanto inaspettata. Via libera per il corteggiamento di Manfredi e Rachele si scopre più disponibile di quanto pensasse. Flashback degli anni del liceo, le ore di fisica in cui Rachele aiutava Manfredi, il suo spasimare dietro Alessio che però sbirciava i ragazzi in palestra, la morte precoce dell’amica più cara di Rachele, si alternano al presente e alle storie di un altro passato che affiora e che non può più restare segreto, quello dello zio Max e dei genitori di Rachele.

   Il finale sembra occhieggiare alle commedie tradizionali, di figli perduti e ritrovati, di rapporti riallacciati, di silenzi infranti e colpe nascoste e svelate.

   Con la vivacità e il brio che le sono soliti Alessia Gazzola ci ha regalato un altro romanzo di intrattenimento divertente e intelligente, una piacevole lettura per questa fine estate.

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giovedì 7 settembre 2023

Georgette Heyer, “L’imprevedibile Venetia” ed. 2023

 

               Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda               

      love story


Georgette Heyer, “L’imprevedibile Venetia”

Ed. Astoria, trad. Lidia Zazo, Anna Luisa Zazo, pagg. 400, Euro 18,50

 

    Ecco un altro personaggio di cui ci innamoriamo, uscito dalla penna di Georgette Heyer, la scrittrice inglese nata nel 1902 e morta nel 1974 che pubblicò il suo primo romanzo a soli 19 anni, un libro scritto di getto, per divertire il fratellino convalescente. Scrisse e pubblicò moltissimo, per lo più romanzi ambientati nell’800, nel periodo georgiano e della Reggenza, ma anche romanzi polizieschi, racconti, saggi. Impossibile contarli. Di certo non saranno tutti dello stesso livello, però io ho trovato sempre molto gradevoli quelli che ho letto, intelligenti con quel filo di humour e ironia britannici, ben scritti, con trame che qualcosa salva dall’essere banali. A tratti ci sembra di leggere libri di una sorella minore di Jane Austen.

    Venetia Lanyon ha venticinque anni e ci tiene a sottolinearlo ogni qualvolta qualcuno cerca di limitare la sua libertà e mette in discussione la sua capacità di giudizio. Dopotutto Venetia dirige la proprietà di famiglia invece del fratello maggiore che ha scelto la carriera militare e pare non aver nessuna voglia di tornare a casa e assumersi le sue responsabilità. Anche se Venetia non sarà mai libera- oltre che della casa e dei terreni, è stata sempre lei ad occuparsi del fratello minore, un giovane dalla salute delicata, zoppo (per una congenita lussazione all’anca? I tempi non erano maturi per una diagnosi e una cura) ma intelligentissimo e sempre con la testa nei libri. È una zitella, Venetia? Nel piccolo mondo che la circonda- il romanzo è ambientato nello Yorkshire- di certo è avviata sulla via della zitellaggine e sappiamo da Jane Austen che cosa questo significhi. Con una differenza, però. Contrariamente alle sorelle Bennett, Venetia dispone di una rendita e pensa, quando tornerà il fratello maggiore, di cercare una casa in affitto per sé e il fratello minore, magari a Londra. Che scandalo! Una donna che va a vivere da sola! Impossibile, e sono molti a tentare di dissuaderla. E poi Venetia ha due corteggiatori, uno troppo giovane che lei cerca di scoraggiare in ogni maniera e uno troppo affidabile e noioso che si rifiuta di capire che Venetia non ha nessuna intenzione di accettare la sua proposta.


    E poi arriva sulla scena il proprietario della tenuta confinante, Lord Damerel. Non è una comparsa improvvisa, la scrittrice ci ha preparato con i pettegolezzi su di lui, con l’aura di libertino che lo accompagna, con le voci delle sue follie per le donnette di cui si è innamorato dopo il primo colpo di testa, quando era fuggito con una donna sposata.

Lord Damerel è il bel tenebroso, un po’ Rochester, un po’ Heathcliff, un po’ Wickham. Il suo primo approccio con Venetia, quando pensa che lei sia una contadinotta, è volgare e scioccante. E tuttavia è il Principe che risveglia la Bella Addormentata.


Da qui in poi tutto è prevedibile, eppure restiamo avvinti alla pagina perché ci piace questo personaggio femminile in anticipo sul suo tempo, bella ma non fatua, colta ma non saccente, onesta con se stessa e con gli altri, attaccata ai valori della famiglia (dice apertamente di non aver mai amato suo padre ma ha preso su di sé il ruolo della madre, morta- così si è sempre detto- dando alla luce l’ultimo figlio), capace di sfidare i pregiudizi che le impedirebbero di mostrarsi in giro accompagnata da persone di dubbia fama.

    Con un colpo di bacchetta magica l’ordine è ristabilito alla fine- e tutti vissero felici e contenti.

    Un libro perfetto per l’estate.



 

domenica 3 settembre 2023

Emilia Hart, “Weyward” ed. 2023

               Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda



Emilia Hart, “Weyward”

Ed. Fazi, trad. E. Budetta, pagg. 404, Euro 19,00

 

       Una parola desueta, Weyward. Anche nel “Macbeth” di Shakespeare le tre streghe, dapprima chiamate “the Weyward Sisters”, divennero poi “the Weird Sisters”, dove weird significa strano. E fu perché alcune donne erano diverse, si comportavano in maniera diversa, perché erano ‘strane’ in confronto alle altre che si adeguavano ad un comportamento remissivo, che in epoche remote (e neppure poi tanto remote) venivano accusate di stregoneria e bruciate sul rogo.

    Weyward è il nome di una casupola in un bosco nel Nord dell’Inghilterra, sapremo poi che è anche un cognome, c’è una W incisa su un medaglione che passa di mano in mano di generazione in generazione, un’altra W incisa nel legno di una stanza- sarà Weyward, sarà la ‘stranezza’ del comportamento delle protagoniste, il filo conduttore del romanzo che si articola in tre parti e in epoche differenti, tutte però con lo stesso atteggiamento verso le donne. Il tempo passa ma certi atteggiamenti scompaiono difficilmente.

    Altha, 1619.

    Violet, 1942.

    Kate, 2019.

   Nel 1619 Altha è rinchiusa in una prigione, accusata di aver causato la morte del marito della sua amica. Come sarebbe potuto altrimenti succedere che le vacche di quell’uomo lo avessero travolto, prese da una furia improvvisa, mentre un corvo roteava alto nel cielo?

   Violet è un’adolescente, mentre infuria la guerra. Sua madre è morta dando alla luce suo fratello- così le è stato detto. Sa anche di assomigliare a sua madre e ha capito che la cosa non fa piacere a suo padre. Ha una particolare intesa con piante, insetti, uccelli, sa ascoltare la voce della natura

   Kate vive a Londra insieme ad un uomo, Simon. Le era sembrato un amore da favola, il loro. Finché lui non l’aveva obbligata a lasciare il lavoro, finché non aveva iniziato a sorvegliare ogni sua mossa, a chiuderla in casa, a picchiarla.

    In tempi così diversi le tre donne sono unite da quel cognome Weyward, da quella loro stranezza, dalla capacità istintiva di sintonizzarsi con la natura, dall’abilità nel preparare infusi e pozioni che possono guarire e, sì, possono anche uccidere.


   Rincorriamo le storie dell’una e dell’altra, si avvicendano, ci tengono tutte ugualmente legate al racconto. Il primo nato di una donna Weyward è sempre una femmina destinata a tramandare la loro ‘arte’. La madre di Altha aveva avuto solo lei come figlia, era stata una sua scelta, e anche lei era stata accusata di stregoneria- era arrivata troppo tardi per salvare una donna e a lei era stata attribuita la colpa di una morte inevitabile. Quanto ad Altha- aveva perfino invidiato un poco l’amica che si sposava, finché questa non aveva cercato il suo aiuto, finché questa non le aveva mostrato i lividi, e tutto per un bambino che non arrivava o che nasceva morto.

    Violet non si era mai interessata agli uomini, dopotutto aveva solo sedici anni, ma, quando suo cugino era venuto a trovarli, ne era rimasta affascinata. Suo padre vedeva di buon occhio un possibile legame con quel bel giovane eroe di guerra, Violet era inesperta e ingenua, lui era un mascalzone. Successe quello che doveva succedere, ma non possiamo non rallegrarci della sottile vendetta di Violet che ci appare chiara nell’ultima sezione temporale del libro in cui Kate è protagonista.

    Kate ha ereditato da una zia che quasi non conosceva (Violet) la casupola nel bosco dove si rifugia, in fuga da Simon. È una nuova Kate quella che affronta questa nuova vita, riflettendo sui suoi errori, sulle sue insicurezze, sui motivi che l’hanno spinta a legarsi ad un uomo sbagliato. Ha comprato un nuovo cellulare, ha prelevato dei soldi, lui non potrà raggiungerla. Oppure sì?


   Con un finale spaventoso per Simon ma per cui noi esultiamo e che ci ricorda il film “Gli uccelli” di Hitchcock, con l’esito finale della rivalsa di Violet, con una nuova piccola Weyward in questo mondo, si conclude un romanzo in cui vicende tremendamente reali sono colorate da un realismo magico del mondo animale che non infastidisce affatto, anzi, conferisce fascino arcano alla narrativa.

     Un libro che si legge d’un fiato.