giovedì 14 novembre 2019

Andrée Michaud, “L’ultima estate” ed. 2019


                                                        Voci da mondi diversi. Canada
 cento sfumature di giallo


Andrée Michaud, “L’ultima estate”
Ed. Marsilio, trad. F. Bruno, pagg. 350, Euro 18,00

      Bondrée. O Boundary. Doppio nome per questa località al confine tra il Québec e gli Stati Uniti. C’è un lago, c’è una montagna, c’è un folto bosco, a Bondréè. Luogo perfetto per le vacanze estive di americani e canadesi. C’è anche una sorta di leggenda che è una storia dell’orrore e riguarda un cacciatore, innamorato non corrisposto di una bella donna e morto suicida. Si dice che il suo spirito o il suo fantasma calpesti ancora i sentieri della foresta.
    È l’estate del 1967. Il campeggio è pieno di famiglie che si conoscono da una vita, habitué del posto. I ragazzi hanno sempre giocato insieme, ora che sono cresciuti nascono i primi flirt. Le bambine guardano con un filo di invidia le ragazze che sembrano essere diventate donne un anno per l’altro, sanno che succederà anche a loro, sperano di diventare belle e seducenti come Elizabeth dai capelli rossi (la chiamano Zaza) o come la sua amica Sissy che sembra la sua sorella gemella con i capelli biondi. Poi Zaza viene trovata morta nella foresta, una gamba straziata da una tagliola per orsi- quelle maledette tagliole che metteva il cacciatore! L’estate non è già più così splendente. Come si fa ad accettare la morte di una ragazza di diciassette anni? Si organizzano spedizioni di gruppi di uomini per setacciare il bosco ed eliminare le possibili tagliole rimaste. Poi Sissy scompare e, quando viene ritrovata, non c’è dubbio che non si sia trattato di un incidente. C’è un assassino in giro, forse è uno di loro, delle famiglie del campeggio. Forse può colpire ancora. L’ispettore Stan Michaud e il suo vice Cusack incominciano a interrogare tutti, con l’aiuto di un interprete (perché c’è chi parla solo francese in questa zona di confine).

     La scrittura di Andrée Michaud è molto evocativa, ci trasporta a Bondrée, ce ne fa ammirare la bellezza, ci fa sentire l’atmosfera di quiete e di vacanza, ci comunica la sensazione di libertà- finalmente- dagli impegni della vita lavorativa, l’ebbrezza di non dover temere i pericoli della città, per poi accentuare, invece, la fine di tutto questo, la ‘caduta’ dal paradiso terrestre, la fine della fiducia nell’altro, il sospetto, l’ansia che attanaglia i genitori, la necessità di sorvegliare le ragazzine. Perché è chiaro che l’assassino è qualcuno di malato, ossessionato da un certo tipo di figura femminile.
     In realtà il lettore sa chi è l’assassino. Per essere più precisi: non ne conosce l’identità ma sa chi è (anche se sembra un controsenso) e sa perché uccide compulsivamente. L’originalità del thriller di Andrée Michaud è nel renderci partecipi dei sentimenti che serpeggiano nella piccola comunità che convive occasionalmente e  di quelli dell’ispettore Michaud e del suo vice- il primo ossessionato dal ricordo di un’altra ragazza uccisa anni prima e il secondo che corre il rischio di essere lasciato dalla moglie che lo accusa di preferire delle ragazze morte a lei che è viva.
E poi- lungo tutto il romanzo- c’è il filone di un altro punto di vista, di come tutta questa sinistra vicenda sia vissuta da una bambina di dodici anni che adesso si comporta come un maschiaccio ma che rivolge la sua ammirazione a Zaza e a Sissy e che, proprio mentre sta per sbocciare in una giovane donna, viene traumatizzata da questa esperienza (è singolare come la scrittrice entri di soppiatto nel romanzo dando il suo cognome, Michaud, all’ispettore e il suo nome, Andrée, alla bambina).
     Il finale ci sorprende, nonostante ‘conoscessimo’ l’assassino. E ci delude un poco. Forse troppe parole sono state dette e tuttavia ci sembra manchino poi quelle che darebbero un significato più profondo all’intera vicenda.

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