sabato 31 gennaio 2015

Nancy Horan, “Mio amato Frank”

                                               Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
                                                biografia romanzata
il libro ritrovato

Nancy Horan, “Mio amato Frank”
Ed. Einaudi, trad. Carla Palmieri, pagg. 436, Euro 16,80

Titolo originale, Loving Frank


    Frank si sfilò un guanto, si chinò, e con la punta dell’indice tracciò tre linee nella neve. A Mamah sembravano raggi di sole disegnati da un bambino.
    -E’ un simbolo gallese, significa “La verità contro il mondo”-. Alzò lo sguardo verso di lei. –Vivere per ciò che è vero e bello non sarà un giochetto da ragazzi, lo so. Conosco un sacco di gente che si metterebbe a ridere se mi sentisse parlare così. Ma è tutto ciò che desidero in questo momento.-

    “Mio amato Frank”, Loving Frank in originale- e, come già ci è capitato, non possiamo non osservare la duttilità dell’inglese con l’uso del verbo “amare” al gerundio che può essere inteso come aggettivo, a significare una ricchezza di sentimenti del soggetto, oppure dare una visione più ampia, che include tutto quello che avvenne nel tempo in cui la protagonista fu legata da un sentimento d’amore per Frank.
Frank Loyd Wright, il genio innovatore dell’architettura organica, l’uomo al cui nome sono legati edifici mitici ed esemplari, come il Museo Guggenheim di New York- con quelle linee curve senza interruzione a suggerire la continuità dell’arte-, oppure la Casa sulla Cascata, il gioiello immerso nella natura, l’abitazione perfettamente armonizzata con l’ambiente, costruita per il magnate Kaufmann. Lei, Mamah Borthwick, sposata Cheney, lo aveva conosciuto nel 1903, quando Wright aveva progettato la casa di Oak Park su commissione sua e del marito. Per un certo periodo le due coppie si erano frequentate come amici- Frank Wright, la moglie e i sei figli, e i Cheney con i due bambini loro e la nipotina di Mamah. Poi l’amore. La passione. Travolgente. Di quelle che fanno ammalare. Che fanno sembrare il mondo buio e insignificante senza la presenza dell’altro. Che fanno credere di poter fare a meno di tutto pur di avere l’amato bene. Che giustificano tutto, anche l’abbandono della famiglia, in nome di questo amore. Confidando che gli altri capiranno, che una moglie gelosa perdonerà, che un marito tradito acconsentirà al divorzio, che i figli si riavvicineranno. E invece non è quasi mai così.

    In “Mio amato Frank” Nancy Horan ricostruisce la storia di questo amore, basandosi sulle molte biografie dell’architetto e sulle poche informazioni riguardo alla vita di Mamah, circondandoli di personaggi veramente esistiti e di altri in parte immaginari. La narrazione è in terza persona, eppure il punto di vista risulta essere quello di Mamah- un’intellettuale, una donna che si sarebbe trovata più a suo agio in un’epoca a venire, traduttrice dei saggi della femminista svedese Ellen Key, lei stessa una femminista. E tuttavia una donna che, nonostante tutte le idee, nonostante le belle parole, si sarebbe sempre sentita lacerata dentro, incapace di vivere senza l’uomo che amava e tuttavia con il pensiero rivolto ai figli che aveva lasciato.
     La storia d’amore tra Frank Wright e Mamah Cheney si legge con l’intensità e il coinvolgimento con cui si divorano i romanzi del genere, e però c’è qualcosa in più, la consapevolezza che, per quanto trasformata dalla finzione narrativa, quella che leggiamo è una storia vera. Restiamo anche noi irretiti dal fascino della personalità di un grande uomo, con tutte le sue debolezze e mancanze- un’invincibile tendenza a non saldare i conti, dando per scontato che un’opera d’arte si paga da sé-; viviamo gli alti e i bassi di una passione che suscitò uno scandalo nonché una curiosità morbosa da parte dei giornalisti (ricordiamo, in epoca ormai lontana ma molto più recente, l’ostracismo messo dall’America su Ingrid Bergman, quando l’attrice seguì Rossellini in Italia?); seguiamo il costruire di grandi case le cui fotografie sono sui manuali di storia dell’arte.
Taliesin
Di Taliesin, soprattutto, la dimora che Frank fece costruire per loro due dandole il nome di un bardo gallese (la sua famiglia era originaria del Galles), la “casa della prateria” che doveva essere lo scenario del dramma finale, della distruzione nel fuoco e nel sangue. Perché mai come nella storia tra Frank e Mamah la parola amore si è coniugata con la parola morte: un servitore licenziato diede fuoco alla casa e massacrò 
ben sette persone che si trovavano a Taliesin in quel momento. La stampa rincarò la dose, con articoli che suggerivano una punizione divina per Mamah e per i suoi figli, morti in maniera atroce.
     Come avviene per il balcone di Romeo e Giulietta a Verona, visitato da turisti che ancora si commuovono per la loro tragica morte, il lettore di Nancy Horan si ritroverà a cercare su Internet le foto di Taliesin, ricostruita da Frank Wright. In memoria di Mamah. Amata Mamah.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it



venerdì 30 gennaio 2015

Antonio Manzini, “Non è stagione” ed. 2015

                                                                  Casa Nostra. Qui Italia
                                                                  cento sfumature di giallo
   FRESCO DI LETTURA

Antonio Manzini, “Non è stagione”
Ed. Sellerio, pagg. 315, Euro 14,00

      Rocco Schiavone è sempre Rocco Schiavone. Brusco e villano, poco rispettoso delle leggi, irascibile e sgarbato. Sempre antipatico e però, arrivati al terzo romanzo della serie, anche sempre più simpatico nella sua rudezza. Basta prenderlo così com’è. Anzi, ora che sappiamo perché il suo appartamento di Aosta è così spoglio, perché non vi faccia mai entrare nessuno, perché non passi mai una notte intera con una donna, perché il racconto sia inframmezzato da dialoghi in corsivo con la moglie Marina- il suo grande amore che gli ha fatto il torto di morire improvvisamente-, proviamo affetto e rispetto per Rocco. Forse proviamo addirittura un istinto di protezione per lui, il vicequestore (con le buone o con le cattive Rocco ci ha insegnato che non si dice più ‘commissario’) che è stato spedito ad Aosta da Roma per punizione. Attenzione, perché Aosta sembra sperduta ai confini del mondo italiano, ma le lunghe dita della vendetta arrivano fin lì- lo vedremo alla fine che ci promette un prossimo romanzo che si allaccerà a questo: Antonio Manzini non ci può lasciare così in sospeso.
    All’inizio si tratta solo di un incidente e dovrebbe interessare solo la Polstrada: nella notte tra domenica e lunedì, nei pressi di St. Vincent un furgone è andato fuori strada, sia il guidatore sia il passeggero sono morti. Ma perché il furgone aveva una targa rubata? Dopo la scena dell’incidente l’obiettivo si sposta in un qualche luogo buio dove una ragazza di nome Chiara è legata ad una sedia, un sacco in testa che le rende difficile respirare, un dolore in mezzo alle gambe.
Martedì: l’amica di Chiara, sostenuta dal padre, rivela la sua preoccupazione a Rocco Schiavone. Erano andate in discoteca insieme ai loro ragazzi. Da allora non ha più visto Chiara. Al telefono non risponde. Sua madre dice che è dalla nonna, ma è impossibile. E poi lei, l’amica, ha visto il cellulare di Chiara sul mobile dell’ingresso di casa sua. Che cosa stanno nascondendo i Berguet, ricca famiglia di industriali valdostani? Come ha fatto Pietro Berguet a risolvere i problemi che aveva con gli operai che reclamavano quanto gli spettava? L’uomo che guidava il furgone era stato un suo dipendente, l’altro era un rumeno: a chi aveva fatto le ultime telefonate?
   Da lunedì a venerdì: una settimana infinita mentre nevica su Aosta- no, non è stagione, neve a maggio?-, Rocco consuma l’undicesimo e il dodicesimo paio delle Clarks
che si ostina a calzare, Chiara lotta nel buio per liberarsi perché non arriva nessuno a darle un goccio d’acqua, le due figure ‘macchiette’ della polizia di Aosta, D’Intino e Deruta, si coprono di ridicolo come al solito, scatta la ricerca di un casolare isolato nella zona in cui è avvenuto l’incidente e tutti sono chiamati in servizio. Perché Chiara potrebbe già essere morta, perché non si può lasciar morire così una ragazza di diciotto anni. E da Roma, ignara di tutto, arriva Adele, amica di sempre di Rocco, fidanzata dell’amico Seba da cui vuole nascondersi in un giochetto amoroso per spingerlo ad inseguirla. Non sa a che cosa va incontro.
    E bravo Antonio Manzini. “Non è stagione”, con il suo protagonista tormentato e ruvido, si legge con il piacere con cui si gusta una boccata di aria fresca (della Val d’Aosta).



   

giovedì 29 gennaio 2015

Israel J. Singer, “I fratelli Ashkenazi” ed. 2012

                                            Voci da mondi diversi. Diaspora ebraica
                                                               il libro ritrovato


Israel J. Singer, “I fratelli Ashkenazi”
Ed. Bollati Boringhieri, trad. Bruno Fonzi, pagg. 757, Euro 19,50
Titolo originale: The Brothers Ashkenazi

Quei due fratelli che per tanti anni erano stati divisi dall’odio, uscirono dalla prigione tenendosi per mano.
  Yakob era riuscito nel suo intento. Denaro e simpatia personale, i due mezzi che gli avevano aperto tante porte nella vita, gli avevano aperto anche queste. Perfino gli uomini col giaccone di pelle avevano trovato qualcosa di affascinante e irresistibile in lui. e inoltre v’era il fatto che i bolscevichi non ce l’avevano in particolare con Max Ashkenazi. Lo avevano tenuto in prigione più che altro perché ciò rientrava nella routine, ma il delitto comune di cui era colpevole non gli interessava affatto.

   Castore e Polluce. Esaù e Giacobbe. Romolo e Remo. I ‘cavalieri’ Ashvin dell’alba e del tramonto nella religione indù: da sempre, nella mitologia, nelle religioni, nel folklore, il tema dei gemelli ha esercitato un grande fascino. E ancora, nella letteratura, lo troviamo, per citare alcuni titoli, nei “Menecmi” di Plauto e nei “Gemelli veneziani” di Goldoni, persino in un famoso libro per l’infanzia che ricordo di aver molto amato, “Carlottina e Carlottina” di Erich Kästner. Se poi il tema della gemellarità sconfina in quello del doppio, gli esempi non si contano- ad iniziare dal più famoso, “Dr. Jekyll e Mr. Hyde” di Stevenson a “William Wilson” di Poe, da “Il compagno segreto” di Conrad a “Il visconte dimezzato” di Calvino. Perché sono infinite le possibilità di storie che si possono intrecciare su due persone uguali eppure diverse, oppure niente affatto uguali ma unite da un’anomalia, essere nati insieme dalla stessa madre, due e non uno, in lotta per la primogenitura e per accaparrarsi attenzione e affetto.
     Simcha Meyer e Jacob Bunim sono i nomi dei due gemelli protagonisti dello splendido romanzo “I fratelli Ashkenazi” dello scrittore polacco di lingua yiddish Israel Joshua Singer, fratello maggiore del premio Nobel Isaac Bashevis Singer. Splendido perché è un romanzo a cerchi concentrici che si allargano: è la storia personale ed emblematica di due fratelli rivali fin dalla nascita, ma anche della cittadina di Łodz che fiorisce con lo sviluppo dell’industria tessile, anche degli ebrei che, quando credono di essere del tutto assimilati nonché vitali per l’economia del paese, vengono bruscamente risvegliati alla realtà della loro differenza da selvaggi pogrom, anche dell’intera Polonia eternamente contesa dai due paesi limitrofi, anche di tutta un’epoca- fine ‘800 e inizi del ‘900- percorsa dai fremiti della rivoluzione della classe operaia. Il flusso narrativo de “I fratelli Ashkenazi” è inarrestabile, come lo è il tempo che scorre nelle pagine travolgendo tutto: il vecchio viene sostituito con il nuovo, Marx e “Il capitale” al posto di Dio e del Talmud; giacca corta alla moda ‘gentile’, guance rasate e solo un accenno di baffi al posto della gabbana, dei cernecchi e della lunga barba; vengono aggirate le leggi che impediscono agli ebrei di lavorare il sabato e- a livello personale- c’è un matrimonio d’amore sovversivo di tutti i canoni invece dei soliti matrimoni combinati.
Soprattutto, i personaggi salgono e scendono sulla ruota gigantesca della vita: i due gemelli diversi Simcha Meyer (che si farà poi chiamare Max) e Jacob Bunim (trasformerà semplicemente il suo nome nella versione polacca di Yacob), figli dell’osservante Reb Abraham Hirsch Ashkenazi, diventano ricchissimi dal nulla. Simcha Meyer grazie alla sua intelligenza (che decide di non sprecare più sui testi religiosi), al suo intuito per gli affari e al cinismo con cui spoglia il suocero dei suoi averi, e Jacob Bunim, invece, si fa strada nella vita- con invidia del fratello- perché è fortunato, perché è bello, simpatico, gioviale. A Jacob Bunim la ricchezza e l’amore cadono in grembo, Simcha Meyer deve lottare per diventare uno dei più grandi industriali di Łodz e non sarà mai amato dalla moglie (che aveva espresso la sua preferenza per Jacob Bunim). Mentre assistiamo al trionfo dei fratelli Ashkenazi, osserviamo pure il crollo delle fortune di altre famiglie gentili, abituate a largheggiare con il denaro finché restano con le casse vuote.
     In un certo senso, il romanzo di Israel Singer è la controparte yiddish de “I Buddenbrook” di Thomas Mann, uno di quei libri essenziali da cui non si può prescindere, uno di quei libri ponderosi di cui non si salterebbe neppure una pagina. Grandioso ed epico. Come i romanzi di Tolstoj o, per citare un nostro contemporaneo, di Mo Yan.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it




    

mercoledì 28 gennaio 2015

Israel J. Singer, “A oriente del giardino dell’Eden” ed. 2015

                                                                  Diaspora ebraica
                                                                  FRESCO DI LETTURA


Israel J. Singer, “A oriente del giardino dell’Eden”
Ed. Bollati Boringhieri, trad. Marina Morpurgo, pagg. 473, Euro 18,50
Titolo originale: East of Eden

Non stava più nella pelle all’idea di incontrare i primi soldati sovietici. Poi arrivò in vista del corpo di guardia, una capannuccia sulla quale sventolava la bandiera rossa con la falce e il martello incrociati. Nachman avrebbe avuto una gran voglia di gettarsi a terra e di baciare il suolo di quel paese: il suo paese, il paese dei lavoratori trionfanti. Invece cominciò a correre. Un soldato con un soprabito che gli arrivava ai tacchi, e con un berretto dell’Armata Rossa ornato da una stella, uscì dalla capanna, puntò il fucile contro Nachman e gli andò incontro di corsa.
   “Alt!” urlò. “Fermati, bastardo, o ti sparo!”
   
     Quando si legge un romanzo di Israel Singer, o di un qualche altro grande narratore di fine ‘800 e inizi ‘900, si è presi dal rimpianto. Non dal rimpianto di un’epoca colma di miserie che non possiamo romanticizzare, ma da quello per una dimensione temporale che è scomparsa, inghiottita dal ritmo veloce dei nostri anni. Il tempo lento che c’è dietro ai grandi romanzi di Singer è quello che gli permette di dipanare le sue storie dal grande afflato, di dipingere i vasti arazzi di vicende familiari de “I fratelli Ashkenazi”, de “La famiglia Karnowski”, di “A oriente del giardino dell’Eden” appena pubblicato. Chi scrive più romanzi così? Pochi, pochissimi- e sono romanzi preziosi.
    Ancora una famiglia ebreo-polacca al centro di “A oriente del giardino dell’Eden” e, restando nel tema della scomparsa, è proprio un mondo scomparso, quello di cui ci narra Israel Singer in yiddish, una lingua scomparsa (non è un caso che la sua autobiografia, uscita postuma nel 1946, si intitoli “Da un mondo che non c’è più”). Mattes fa il venditore ambulante. Parte ogni settimana dal villaggio di Pyask per ritornare al venerdì, in tempo per accendere le candele dello Shabbath. E’ ricco di figlie, Mattes, e poverissimo di denaro. Quando finalmente nasce un maschietto, Nachman, esultano tutti, le sorelle per prime. Nachman sarà un privilegiato. Studierà il Talmud, non farà certo l’ambulante come suo padre. Seguiremo le vicende di Nachman, di due sue sorelle, Sheindel e Reisele, e di Mattes, del povero Mattes che, rimasto vedovo, dopo aver contratto un infelice secondo matrimonio con un’arpia, parte per la guerra cucendo dentro la giacca le istruzioni affinché il suo corpo venga sepolto in un cimitero ebraico- sarà gettato in una fossa comune, a casa lo attenderanno invano.

Sheindel, l’assennata figlia maggiore, va a servizio a Varsavia: la sua è la storia di un’ascesa e di una caduta. Guadagna bene, è intelligente, ritorna in visita a Pyask carica di regali per tutti. Poi Sheindel si innamora di un soldato russo e si ritrova con un bambino che ha i capelli rossi come il padre- chi ci crede, che sia vedova? Al seguito di Sheindel tutta la famiglia si trasferisce a Varsavia- nessuno li conosce lì, ma le condizioni di vita di tutti loro saranno ancora peggiori che a Pyask. E c’è modo di deviare dalla retta via, di lasciarsi tentare: Reisele, superficiale e ingenua, finisce sulla strada. Sheindel, sperando di aiutare la famiglia, sposa un uomo più vecchio che si rivelerà un ubriacone.
     La vicenda di Nachman è quella che riflette gli eventi politici del tempo. Nachman ha abbandonato la religione dei padri per un’altra religione, il comunismo. Si lascia abbagliare dal compagno Daniel, un parolaio bravissimo a gettare fumo negli occhi e a scaricare su di lui la responsabilità di firmare volantini, sarà rinchiuso in prigione, resterà integro fino in fondo, incapace di sottoscrivere colpe che non ha commesso. Nachman guarda verso Oriente, verso il modello dell’Unione Sovietica che gli pare luminoso. E’ là che vuole andare. E ci riesce, nonostante mille difficoltà. A Mosca! A Mosca! Nachman non vuole essere deluso. Le pagine di Singer sono grandiose nel descrivere l’epopea di quest’uomo semplice come lo era suo padre, che giustifica tutto perché crede, gli pare strana la discrepanza tra le cifre dei successi del Piano Quinquennale e la realtà di miseria che vede intorno a sé, eppure pensa di essere lui a non capire. La caduta di Nachman è ancora più dolorosa di quella delle sue sorelle nel loro mondo femminile perché rispecchia- in anticipo sui tempi- la fine di un’utopia.

    Israel Singer è straordinario nel dipingere le figure che brulicano in questo mondo, non solo quelle principali ma anche quelle di corollario, così come nel descrivere gli interni delle case, le strade, perfino la neve e il vento gelido che impediscono l’avanzare di Mattes nel suo quotidiano errare. Ci sembra di essere lì, ci pare di conoscere tutti, di tornare indietro di cento anni.


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martedì 27 gennaio 2015

Steve Sem-Sandberg, “Gli spodestati” ed. 2012

                                                                vento del Nord
                                                                seconda guerra mondiale
  Shoah

Steve Sem-Sandberg, “Gli spodestati”
Ed. Marsilio, trad. Katia De Marco, pagg. 640, Euro 22,00
Titolo originale: De fattiga i Łódź


     E Chaim il Grande andava in giro tra le sue menzogne come un imperatore nel suo palazzo. Su ogni c’erano valletti pronti a inginocchiarsi e a chiedergli cos’altro desiderasse. Cosa succede a una menzogna, quando è il naturale prolungamento di un intero essere?
   Il dubbio e lo scetticismo, diceva Rumkowski, sono per i deboli.


    Soffermiamoci a guardare la copertina de “Gli spodestati” dello svedese Steve Sem-Sandberg. E’ una delle quattrocento foto scattate da Walter Genewein, contabile dell’amministrazione tedesca del ghetto di Łódź, in Polonia. Quello che ci colpisce è la neutrale naturalezza della scena. Persone abbigliate in maniera anonima affollano una strada percorsa dalle rotaie del tram. Alcuni girano il viso, curiosi, verso chi sta scattando la foto. Un bambino in primo piano fissa l’obiettivo. Dietro di lui un ragazzo con la stella gialla cucita sul maglioncino. Pali e fili della luce contro il cielo. Case non diroccate. Questo è il ghetto come volevano vederlo i nazisti, il luogo dove gli ebrei lavoravano e si guadagnavano da mangiare grazie alla generosità dei tedeschi.
Iniziamo a leggere e torniamo a guardare la copertina: ma è questo il luogo di cui stiamo leggendo? Le due immagini, quella della nostra mente e questa, non combaciano.
     Nella storia dei ghetti d’Europa durante la seconda guerra mondiale, il ghetto di Łódź occupa un posto particolare. Era, per grandezza, il secondo in Polonia, dopo quello di Varsavia. Sorto nel 1939 come campo di raccolta per gli ebrei provenienti anche da altre città, diventò un centro industriale, un agglomerato di fabbriche che, con una manodopera a costo zero, era in grado di soddisfare le necessità della Germania nazista.
si fanno scarpe in un laboratorio per strada
Fu per questo che il ghetto di Łódź fu l’ultimo ghetto polacco ad essere liquidato, nell’agosto del 1944. La domanda che resterà senza risposta è: sarebbe durato così a lungo in ogni caso, perché rispondente al fabbisogno dei tedeschi, anche senza gli interventi del decano del ghetto, quel Chaim Rumkowski che viene chiamato solo ‘il Presidente’ nella parte iniziale del libro di Sem-Sandberg? il Presidente Chaim ‘il Grande’ che poi diventa ‘il Re’ del ghetto- del ‘suo’ ghetto.
    E’ un personaggio ambiguo, Chaim Rumkowski, e il modo in cui Steve Sem-Sandberg accumula i dettagli per raffigurarlo è magistrale, risponde appieno ad un approccio di conoscenza. Chi non ha mai sentito parlare di lui ne ha dapprima un’impressione positiva. Questo è l’uomo che si batte per salvare i ‘suoi’ ebrei, che obbedisce agli ordini tedeschi perché sceglie il male minore che, in termini di numeri, significa sacrificare ‘pochi’ per garantire la vita a molti. E’ l’uomo che, nel settembre del 1942, lanciò agli abitanti del ghetto l’appello, “Datemi i vostri figli”, dopo aver patteggiato con i nazisti che richiedevano 15.000 presenze in meno nel ghetto. Rumkowski si chiuse in casa lasciando che il Sonderkommando di Dawid Gertler tirasse fuori anziani e ammalati dagli ospedali e strappasse i bambini dalle braccia dei genitori. Ma Rumkowski credeva veramente che, mantenendo alta la produttività delle industrie del ghetto e tagliando i rami secchi, sarebbero potuti arrivare alla fine della guerra. Malgrado la fame, le malattie, il freddo.
C’era anche un altro aspetto di Rumkowski. Era un opportunista, un profittatore, un collaborazionista, un mostro che richiedeva favori sessuali e abusava dei bambini. A tale proposito c’è la testimonianza di Lucille Eichengreen che ne parla in “Rumkowski and the Orphans of Łódź” (in “Le donne e l’Olocausto”, che la Marsilio ha tradotto della Eichengreen, il capo del ghetto compare in alcune delle storie). Rumkowski aveva anche adottato un bambino, l’infelice Staszek che avrebbe perso del tutto la sanità mentale tra le sue grinfie ‘affettuose’.
Chaim Rumkowski
     “Gli spodestati” è un libro immenso, quanto può esserlo un libro che contiene la vita, la morte e la morte nella vita di tante persone. Perché l’autore segue per le strade del ghetto (c’è una mappa in fondo al libro) il percorso non solo di Rumkowski ma anche della moglie di lui e del fratello di questa, dell’informatore Lajb e dell’educatrice Rosa, del medico che viene da Praga e di sua figlia Vera che lavorerà nelle cantine dell’archivio, del poliziotto ebreo Gertler, di Staszek e di un altro degli orfani protetti dal Presidente. Di Adam Rzepin che sarà uno dei 900 ebrei che riescono a nascondersi alla fine, quando parte l’ultimo convoglio per Auschwitz e il ghetto diventa una città fantasma in cui Adam, che ha il nome del primo uomo, sembra essere l’ultimo ad aggirarsi sulla faccia della terra. Per essere falciato dai russi di cui si era tanto atteso l’arrivo.

   “Gli spodestati” non è un ‘bel’ libro, è meglio. E’ un libro importante in cui il personaggio principale non incarna il Male assoluto. Anzi, rappresenta il dilemma etico in situazioni in cui la scelta è un imperativo pesante, l’abuso di potere una caduta non inevitabile, di certo una colpa da scontare, con- forse- qualche attenuante. E’ un libro che ci coinvolge dolorosamente. Secondo i versi di John Donne, come una zolla di terra trascinata via dal mare rende più piccola l’Europa, “la morte di qualunque uomo mi diminuisce, perché faccio parte dell’umanità”. Quanto di noi è rimasto, dunque, dopo il genocidio?

la recensione è stata pubblicata, insieme all'intervista, su www.wuz.it






Steve Sem-Sandberg, "Gli spodestati" intervista del 2012

                                                      seconda guerra mondiale
                                                       Shoah


INTERVISTA A STEVE SEM-SANDBERG, autore de “Gli spodestati”

L’evento con la presenza di Steve Sem-Sandberg, al festival della letteratura di Mantova, è stato molto interessante: il suo libro, “Gli spodestati”, è un libro così importante e necessario da spiegare il numero dei presenti e le molte domande che sono state fatte allo scrittore. Ho voluto incontrarlo perché desideravo chiedergli altre cose e non mi era stato possibile farlo sul luogo dell’evento- il tempo era scaduto.

Ho letto sempre molto sulla seconda guerra mondiale e sul nazismo. Eppure, prima di quest’anno, non mi ero mai imbattuta nel personaggio di Rumkowski.  Rumkowski è, in un certo senso, il personaggio centrale del suo libro “Gli spodestati” e l’ho trovato anche nel libro di Lucille Eichengreen, “Le donne e l’Olocausto”. Mi sono chiesta se ci sia una ragione, se in passato sia stato necessario esplorare il male più grande- dalla parte del nazismo- prima di affrontare dei comportamenti discutibili da parte degli ebrei.
      Prima di tutto devo dire che non penso che si possano biasimare gli ebrei per alcuna cosa: gli ebrei sono stati perseguitati, messi in situazione da dover cercare di sopravvivere in una qualche maniera. Il fatto è che la storia evolve e vengono fuori fatti di cui prima non si sapeva. Solo nel 2007 sono apparse le cronache del ghetto di Łodz che ci hanno permesso di conoscere dettagli fino ad ora sconosciuti.

Ho riletto di recente il romanzo di Leon Uris “Mila 18” sulla rivolta nel ghetto di Varsavia. C’è una grande differenza tra “Mila 18” e “Gli spodestati”. “Mila 18” è del 1961. Ha avuto un valore enorme nel diffondere, anche se in versione romanzata, la storia del ghetto di Varsavia. Mi sono chiesta tuttavia se sarebbe stato possibile scrivere negli anni ‘60 un libro come “Gli spodestati”- romanzo, storia, saggio- un libro che ha ben altre basi che “Mila 18”.
     Leon Uris è uno scrittore fondamentalmente diverso da me. Leon Uris ha scritto letteratura popolare sull’eredità ebraica. Fa degli eroi dei suoi personaggi che combattono una battaglia persa. E’ una storia da intrattenimento. E comunque no, non sarebbe stato possibile, negli anni ‘60, avere a disposizione il materiale storico di cui ho fatto uso nel mio libro. La letteratura dell’Olocausto negli anni ‘60, ‘70, ‘80, viene in genere dai sopravvissuti, oppure sono storie dette da qualcuno che riprende le parole dei sopravvissuti, i loro racconti. A questo segue un altro processo: la seconda e la terza generazione hanno potuto rielaborare- come ho fatto io- quanto è accaduto e lo sguardo sull’Olocausto è totalmente diverso. E’ uno sguardo con meno preconcetti. Anche le conclusioni sono diverse, non sono più libri sul sopravvivere. Il mio libro è proprio l’opposto: è sul NON sopravvivere all’Olocausto.


Durante l’incontro del festival è stato fatto un paragone tra il ghetto di Łodz e quello di Varsavia. Ma: si può fare un paragone? E’ stato detto che la rivolta del ghetto di Varsavia è stata possibile perché la rete fognaria di Varsavia aveva permesso di portare delle armi dentro il ghetto, il che non si era potuto fare a Łodz per la mancanza dei canali sotterranei delle fogne. La rivolta del ghetto di Varsavia non era forse una rivolta dettata dalla disperazione perché il suo destino era già segnato? Mentre la presenza delle fabbriche di Łodz spingeva a cercare di resistere in altra maniera, cedendo alle richieste dei nazisti.
    Il sistema fognario di Varsavia è la spiegazione razionale per la possibilità della rivolta. Ma c’erano altre differenze: il ghetto di Łodz era molto più povero e consisteva di un altro tipo di persone. Gli ebrei di Łodz erano lavoratori e, una volta che il ghetto fu sigillato, non ci fu più alcuna comunicazione possibile con l’esterno. A differenza di Varsavia, dove non c’era un potere unico come quello di Rumkowski che mise a tacere ogni dissenso. A Varsavia c’erano uno o due centri di potere, c’era una specie di sistema mafioso che regolava il contrabbando e il mercato nero. Quanto a Czerniakow, l’anziano del ghetto che si suicidò per non cedere alle richieste dei nazisti- si parla spesso di lui come una figura da contrapporre a Rumkowski, come si è detto durante l’incontro con il pubblico del festival. Con la sua morte cade l’ultimo muro tra gli ebrei e i nazisti, e molti pensano che il suo sia stato un atto di vigliaccheria e non di coraggio. Fu un compromesso, quello di Rumkowski? Il compromesso non inizia con queste scelte- di cedere in parte alle richieste dei nazisti- ma dall’inizio, quando fu stabilito il ghetto di  Łodz. Era necessario farsi avanti altrimenti l’intero ghetto sarebbe stato evacuato. Rumkowski fece qualcosa per salvare la situazione e i tedeschi accettarono. La sua fu un’azione obbligata: ha fatto qualcosa perché la situazione era disperata, non era un compromesso. Sottolineo che è facile giudicare adesso, ma non si può giudicare se non c’è una distanza temporale.


C’è un altro personaggio importante e ambiguo ne “Gli spodestati”: David Gertler. Vorrei saperne di più: faceva il lavoro sporco per Rumkowski? Era il suo doppio?
David Gertler
    David Gertler era una spia al soldo dei tedeschi. I tedeschi non erano presenti nel ghetto e Gertler doveva riferire loro se Rumkowski faceva qualcosa in contrasto con gli accordi o se si stava formando un gruppo di resistenza. Gertler fondò un Sonderkommando, un corpo speciale di polizia, per fronteggiare la corruzione nel ghetto. Gertler diventò il più corrotto di tutti, costituì una specie di stato nello stato. Tuttavia nel processo del 1961 in cui fu chiamato a testimoniare e in cui descrisse la fine del ghetto, David Ghertler dichiarò di aver salvato molte persone.

Poco prima di leggere “Gli spodestati” ho letto lo splendido romanzo “I fratelli Ashkenazi” di Israel Singer ambientato in una ricca e fiorente Łodz ottocentesca. E’ questo uno dei motivi per cui il ghetto di Łodz fu sfruttato per le necessità belliche? La presenza dell’industria? E Łodz oggi, com’è Łodz oggi? Quanto è rimasto della Łodz ebraica?

    Quando il ghetto fu fondato, nel 1940, c’erano solo tre fabbriche, ma i nazisti capirono le possibilità insite nella città che era sempre stata una città tessile. Quanto alla Łodz di oggi, sì, c’è una fiorente comunità ebraica che mantiene viva l’eredità. A Łodz c’è anche il più grande cimitero ebraico e prosegue tuttora lo sforzo per identificare i morti. Il ghetto non è stato bombardato, come è successo a Varsavia, e puoi ancora camminare per le sue strade e riconoscere le case di un tempo. Però c’è un forte degrado, un’aria di squallore e povertà che cotrasta con l’aria che si respira nel centro della città

l'intervista è stata pubblicata su www.wuz.it




lunedì 26 gennaio 2015

27 gennaio 2015- Giorno della Memoria





Il 27 gennaio 1945 i soldati dell'Armata Rossa sovietica entrarono nel campo di concentramento di Auschwitz, liberandolo. Nel campo erano rimasti 7000 sopravvissuti, per lo più malati e moribondi. Nei giorni precedenti circa 60000 prigionieri erano stati costretti a marciare verso ovest, più di 15000 morirono stremati o uccisi in quella marcia della morte.

A seguito di una risoluzione delle Nazioni Unite del 2005 oggi si celebra il Giorno della Memoria in ricordo delle vittime dell'Olocausto. 

Doron Rabinovici, “Alla ricerca di M.” ed. 2015

                                                                     Diaspora
                                                                    FRESCO DI LETTURA


Doron Rabinovici, “Alla ricerca di M.”
Ed. Giuntina, trad. Ester Saletta e Palma Severi, pagg. 208, Euro 16,00


Non so che fine ha fatto Dani Morgenthau, ma voglio dirti una cosa, Arieh: può darsi che voi dobbiate convivere con le ipoteche della nostra eredità, ma se volete liberarvene dovete guardare dentro il Grande Libro della Storia. L’unica via che dal passato porta al proprio futuro passa attraverso la memoria. Vieni con me a Cracovia, altrimenti diventerai come quel Mullemann, sarai uno che ha rinunciato, sarai come uno di quelli che nel lager chiamavano cadaveri ambulanti, i condannati a morte che vestiti di stracci aspettavano la fine, che avevano abbandonato ogni speranza.

  E’ ricco di suggestioni letterarie  e cinematografiche, il romanzo “In cerca di M.” di Doron Rabinovici, scrittore nato a Tel Aviva ma residente a Vienna. Ad iniziare dal titolo che ci ricorda il famoso film del 1931 diretto da Fritz Lang, “M- Il mostro di Düsseldorf” (il titolo originale però era “M. Una città in cerca di un assassino”), oltre a farci pensare a Becket (il nome dei suoi protagonisti inizia per M, lettera centrale dell’alfabeto) e a Kafka, e si può continuare alludendo alla figura del Golem e alle trasformazioni e le volgarizzazioni che questo personaggio ha subito. Al di là di tutto questo, però, la trama, spogliandola fino alla sua essenza, è semplicissima: c’è un assassino che attende donne sole per strangolarle e violentarle nelle strade buie di Vienna. Un misterioso personaggio che si firma Mullemann (uomo bendato) rivendica puntualmente i delitti e anticipa quelli che seguiranno, come fosse un veggente o fosse in grado di leggere nella mente dello sconosciuto assassino.

     La storia procede a sbalzi, per episodi che sembrano slegati finché non si capisce quale è il filo che li connette. All’inizio del libro vengono introdotti due bambini, che saranno poi i protagonisti del libro. Dani Morgenthau e Arieh Scheinowiz sono entrambi figli di sopravvissuti alla Shoah. Sono figli del silenzio perché i loro genitori non vogliono ricordare, eppure ogni loro comportamento ricorda l’orrore dei campi di concentramento. E’ lo stesso silenzio dell’Austria (grande accusata nel romanzo di Rabinovici) che ha insabbiato il passato con le colpe mai riconosciute. La reazione singolare di questi due rappresentanti della seconda generazione al trauma vissuto dai genitori è in qualche maniera simile. Dani Morgenthau si addossa tutte le colpe del mondo, lo ha sempre fatto fin da quando era un ragazzino che si dichiarava colpevole delle malefatte compiute da compagni di scuola. Dani è il misterioso Mullemann che si avvolge con bende per proteggere una malattia psicosomatica della pelle, una sorta di fantastico Golem capace di prevedere i delitti oltre che pronto ad assumersi la colpa. Arieh ha una abilità che assomiglia a quella di Dani, per cui verrà ingaggiato dai servizi segreti israeliani. Arieh fiuta i colpevoli, riesce a dar loro la caccia pur non conoscendoli. Un impulso segreto dentro di lui lo spinge a rendersi somigliante al criminale che sta inseguendo, a comportarsi come lui. A questo punto il romanzo diventa un gioco di specchi, una pirandelliana ricerca dell’identità dell’uno-nessuno-centomila, un inseguimento di un colpevole dalle molte facce che sembra trovarsi in parecchi luoghi simultaneamente. Ogni personaggio ha più di un nome, ogni personaggio assomiglia a qualcun altro- nel passato della persecuzione nazista ci si poteva salvare la vita assumendo l’identità di un altro con un baratto mortale. E Mullemann assomiglia al mitico Ahasvero, l’ebreo errante, che è raffigurato in un dipinto contemporaneo esposto in una galleria, l’eterno colpevole condannato al nomadismo.


      Il fardello del ricordo e il silenzio, la negazione e ancora il silenzio, il senso della colpa e l’innocenza, la ripercussione del passato sul presente: il lettore di Rabinovici deve addentrarsi in tutto questo in un romanzo per molti versi sconcertante (come è tutto quello che esce dagli ordinari binari), ricco di metafore e allusioni e significati nascosti, di frecce acuminate contro la società e l’ambiente culturale austriaco. Se Rabinovici voleva ottenere un effetto inquietante, ci è riuscito perfettamente: terminata la lettura ci sentiamo osservati, scrutati nel profondo e l’immagine di Mullemann, come un Lazzaro resuscitato, come una mummia destinata a durare per secoli, ci ossessiona costringendo anche noi a dire “Sono stato io”.

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domenica 25 gennaio 2015

Jung Chang, “L’imperatrice Cixi” ed. 2015

                                                               Voci da mondi diversi. Cina
                                                               FRESCO DI LETTURA


Jung Chang, “L’imperatrice Cixi”
Ed. Longanesi, trad. Elisabetta Valdré, pagg. 526, Euro 20,00, e-book Euro 10,99
Titolo originale: Empress Dowager Cixi


    Cixi portò a termine la sua rivoluzione nel corso di sette importantissimi anni, dal suo ritorno a Pechino all’inizio del 1902 fino alla sua morte nell’ultimo scorcio del 1908. L’epoca fu delineata da alcuni cambiamenti epocali grazie ai quali la Cina varcò decisamente le soglie della modernità. La modernizzazione permise di raddoppiare le entrate annuali, che passarono da poco più di cento milioni di tael a 235 milioni.

    1861-1908: per quasi cinquant’anni l’imperatrice Cixi governò la Cina. Mai in prima persona, impossibile e impensabile per una donna, ma come reggente prima per il figlio, poi per il nipote minorenne Guangzhou, poi sempre per questo nipote che aveva fatto incarcerare nel 1898 in seguito ad un tentato colpo di Stato. Una donna straordinaria, Cixi. Paragonabile a Elisabetta I di Inghilterra, a Caterina la Grande di Russia, alla regina Vittoria che sedette sul trono d’Inghilterra e fu imperatrice d’India negli stessi anni in cui Cixi era impegnata nella lotta impari per fare uscire la Cina dall’arretratezza e metterla al passo con le nazioni occidentali. Jung Chang (di cui ricordiamo il bellissimo romanzo “Cigni selvatici” e la rivelatrice biografia “Mao. La storia sconosciuta”) ricostruisce con precisione storica la vita di Cixi nel libro “L’imperatrice Cixi”, appassionante e rivelatore.

    Cixi entrò a palazzo nel 1852, come una delle tante concubine. Piccola di statura, il naso aquilino, un mento deciso, non era bella, tranne che per gli occhi e i denti. La sua fortuna fu dare alla luce un figlio maschio, nel 1856: questo cambiò il suo destino, l’imperatore Xianfeng la elevò immediatamente ad un rango superiore e grazie al bambino Cixi diventò la consorte numero due, seconda solo all’imperatrice Zhen. L’altra sua fortuna (forse dovuta anche al carattere di entrambe e alla sua intelligenza) fu l’assenza di rivalità tra di lei e l’imperatrice. Alla morte dell’imperatore, lontano da Pechino dopo che la corte aveva dovuto abbandonare in fretta e furia la capitale e lo splendido Palazzo d’Estate era stato distrutto dagli invasori francesi, Zhen e Cixi collaborarono, fecero fronte unico nella reggenza in attesa della maggior età del piccolo imperatore Tongzhi. Gli fecero entrambe da madre, ma Zhen si tirò indietro lasciando prendere a Cixi tutte le decisioni importanti per quello che riguardava il governo.

    Non mi metterò certo a riassumere cinquant’anni di storia cinese, turbolenta e complicata, in un momento in cui ogni potenza occidentale avanzava pretese, reclamando porti ed esclusività di commercio. Cixi si trovò a dover fronteggiare guerre contro nemici più potenti, meglio armati e meglio preparati, a contrattare confini, a concedere permessi alle missioni, a mediare la presenza degli stranieri- con usanze e culture così diverse- con gli uomini di corte. Quello che ammiriamo di Cixi è la sua curiosità e la sua apertura mentale: sono le doti che le hanno permesso di trasformare il suo paese. Curiosità: senza di questa Cixi sarebbe rimasta rinchiusa nel piccolo mondo della grande Cina. Invece, pur senza mai oltrepassare i confini di persona, Cixi mandò inviati all’estero e lesse con attenzione i loro rapporti. Tutto la interessava, il modo di governare, le leggi, le condizioni di vita, l’organizzazione scolastica, ma anche gli abiti, i balli, la musica, la maniera di comportarsi di uomini e donne.
Dove altri si stupivano, lei vagliava, soppesava, accettava le sorprendenti novità. La sua mente era aperta a tutto, non incondizionatamente ma dopo aver riconosciuto la validità di eventuali cambiamenti. La ferrovia, la luce elettrica, lo studio dell’economia e delle lingue straniere- e sono solo alcune delle novità da lei introdotte. La più importante fu quella a cui stava lavorando, fino agli estremi momenti prima di morire: concedere il voto ai cittadini cinesi e trasformare la monarchia assoluta in monarchia costituzionale. Fece anche degli errori, certo. Nessuno è perfetto, affrontò male la ribellione dei boxer, fu responsabile di grandi crudeltà (mai della portata di chi sarebbe venuto dopo di lei negli anni seguenti).
    Il libro di Jung Chang è una biografia storica che si legge come un romanzo (perfino le note a pié pagina sono interessanti). Non sono solo gli eventi ad avere rilievo ma tutto quello che crea l’ambiente della Cina della seconda metà del secolo XIX. Leggiamo affascinati le descrizione degli abiti, delle usanze (l’ex-concubina diventata Imperatrice Vedova che doveva ricevere nascosta dietro un paravento e che arrivò ad invitare a pranzo le signore inglesi e americane, la folla di eunuchi a corte e il mal d’amore per uno di questi che fece ammalare Cixi), della ricostruzione del Palazzo d’Estate, dei cibi, degli arredi, degli scambi di doni. Jung Chang ricorre spesso a citazioni tratte dalla documentazione dell’epoca, inserisce fotografie e ritratti dell’imperatrice che aveva preso gusto a vedersi ringiovanita nelle foto (ritoccate) e che aveva fatto soggiornare a corte la pittrice Katherine Carl per dieci mesi.


    L’attrice Gong Li interpreterà sullo schermo l’imperatrice Cixi in un colossal storico coprodotto da Cina e Stati Uniti. Di certo il film contribuirà a portare alla conoscenza di tutti la figura di una grande donna.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


venerdì 23 gennaio 2015

Liz Nugent, “Il mistero di Oliver Ryan” ed. 2014

                                       Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                                   noir
       FRESCO DI LETTURA


Liz Nugent, “Il mistero di Oliver Ryan”
Ed. Neri Pozza, trad. Annamaria Biavasco e Valentina Guani, pagg. 222, Euro 17,00
Titolo originale: Unravelling Oliver

     La seconda volta che l’ho picchiata, non riuscivo più a smettere. Mi dispiace, mi dispiace molto. Ho sempre mantenuto il controllo della mia vita, da quando avevo diciott’anni, e perderlo è stata una sconfitta. Inutile dire che non mi è permesso andare a trovarla in ospedale. E’ una sciocchezza. Siamo nel febbraio del 2012, sono passati tre mesi. Nelle condizioni in cui versa, nemmeno si accorgerebbe della mia presenza.


   “Unravelling Oliver” è il titolo originale del thriller psicologico dell’irlandese Liz Nugent. Difficile rendere ‘unravelling’ in italiano, perché significa, sì, svelare un mistero, ma svelarlo dopo un lavoro per districare le fila di qualcosa che è ingarbugliato. Dobbiamo proprio ‘dipanare’ la matassa della storia per riuscire a capire che cosa sia successo, perché il non più giovane Oliver Ryan, alias il famoso scrittore di libri per bambini Vincent Dax, abbia picchiato così selvaggiamente la moglie Alice da lasciarla in stato di coma perpetuo.
    Diverse voci ci raccontano la storia, quella del presente e quella del passato- sono i fili di diversi colori che dobbiamo sciogliere e riavvolgere. Incomincia Oliver che ammette la sua colpa, senza spiegare che cosa lo abbia fatto infuriare. Non è un personaggio simpatico, Oliver. Affascinante, questo sì, lo dicono tutti. Di aspetto insolito per essere un irlandese, capelli e occhi scuri, carnagione leggermente olivastra. Prima di incontrare Alice- l’illustratrice dei suoi libri-, appena terminata l’università aveva avuto una storia d’amore con Laura. Nell’estate del 1973, insieme a Laura, a suo fratello Michael ed altri ragazzi, era andato a lavorare nel vigneto di un castello in Francia. Un’esperienza bellissima terminata tragicamente, con l’incendio di un’ala del castello e la morte dell’anziano proprietario e del suo nipotino. Ce ne parla Oliver, ce ne parla Michael (innamorato senza speranza di Oliver), ce ne parla Madame Véronique che ha perso il padre e il figlio nell’incendio. Altre fila da districare. Che cosa era successo quell’estate? Oliver aveva rotto con Laura, Laura si era fermata in Francia e un anno più tardi, dopo essere tornata in Irlanda, si era suicidata. Altri personaggi ancora salgono sul palcoscenico del libro, l’uomo che aveva sperato di sposare Alice prima che lei si innamorasse di Oliver, il fratello ritardato di Alice, l’amante con cui Oliver ha tradito Alice per quasi vent’anni, il fratellastro di Oliver. Oliver ha sempre saputo di avere un fratellastro e ne è sempre stato geloso: frequentavano la stessa scuola religiosa, Oliver come convittore interno, il fratellastro (del tutto ignaro della parentela) come esterno. Perché il padre di Oliver non ha mai voluto sapere nulla di lui? chi era sua madre? ‘Una donna di facili costumi’ come gli aveva detto il padre?

   Il puzzle della personalità di Oliver va insieme pezzo per pezzo, capiamo tante cose, non ci riesce affatto più simpatico, non giustifichiamo quello che ha fatto- e la violenza usata nei confronti di Alice è solo l’atto finale di una serie di comportamenti malvagi, disonesti, criminali. Forse non intenzionalmente criminali, ma il risultato- gravissimo- non cambia, mentre Oliver, con il suo spaventoso egotismo, supera tutto, si autogiustifica, si nasconde dietro i traumi (innegabili) della sua infanzia. Forse solo l’ultima menzogna  segna un punto a suo favore, perché è detta- almeno in parte- per risparmiare qualcun altro e non se stesso.

   Senza essere straordinario, con qualche tocco di esagerata casualità, “Il mistero di Oliver Ryan” è un libro che si legge di un fiato, veloce, trascinante e intrigante, con alcune appuntite frecciate alla Chiesa irlandese.

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mercoledì 21 gennaio 2015

Louise Dean, “La primavera dell’odio” ed. 2007


Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
     il libro ritrovato


Louise Dean, “La primavera dell’odio”
Ed. il Saggiatore, trad. Claudia Valeria Letizia, pagg. 372, Euro 16,00 

Novembre 1979, Irlanda del Nord: il figlio di Kathleen Moran, Sean, è appena stato trasferito nei famigerati blocchi H del carcere di Maze ed inizia lo sciopero “della coperta”; anche John Dunn è un nuovo arrivato nel carcere, ma come secondino. In capitoli alterni, mentre il tempo scorre verso il Natale, le storie di due genitori, due figli, di un popolo diviso. Con un finale altamente drammatico.



INTERVISTA A LOUISE DEAN, autrice de “La primavera dell’odio”

  “Maze”, labirinto: che ironia sadica che questo sia il nome della prigione a 9 miglia da Belfast, sinonimo di inferno negli anni ‘70 e ‘80. E tuttavia il nome, che richiama alla mente i labirinti di siepi per cui sono famosi i giardini inglesi, non era intenzionale, in quanto derivato da quello del paese vicino, Mazetown, seppure stranamente adeguato. C’è chi ha definito la prigione di Maze un “labirinto razionale”, con i due cancelli di ingresso, una rete di strade ognuna delle quali poteva essere chiusa per impedire fughe, 8 edifici a forma di H con 96 celle di 5 metri quadrati in ogni costruzione, una tale ripetitività dei vari elementi da rendere impossibile al visitatore dire dove si trovasse, in quale dei blocchi fosse stato condotto. 900 guardie lavoravano nella prigione di Maze, paga ottima per un lavoro a dir poco impopolare, decisamente pericoloso quando l’IRA iniziò ad attuare la minaccia di uccidere i secondini.

Il periodo drammatico negli H blocks iniziò quando, alla fine degli anni ‘70, con circa 1200 detenuti che reclamavano lo stato privilegiato di prigionieri politici in quanto combattenti dell’IRA per la riunificazione dell’Ulster alla repubblica irlandese, il governo britannico decise di revocare la condizione di Categoria Speciale. E la protesta si appuntò sulla prima delle cinque richieste dei prigionieri, il diritto di indossare i loro abiti invece della divisa carceraria che li accomunava ai delinquenti comuni. Fu così che i 300 che aderirono alla protesta si trovarono a coprirsi con la sola coperta (di loro si diceva che erano “on the blanket”)- da qui la proibizione da parte dei guardiani di usare i servizi igienici del carcere e la conseguente reazione dei prigionieri: avrebbero fatto i loro bisogni nelle celle e affrescato le pareti con gli escrementi (e a questo punto non erano più solo “on the blanket” ma anche “on the dirty”). L’inferno di Maze non ha bisogno di altre descrizioni, è sufficiente un accenno al tanfo e al gelo, agli insetti e alle umilianti perlustrazioni delle parti intime prima dei colloqui che potevano anche essere annullati all’improvviso o accorciati, a seconda dell’umore delle guardie. E allora, fuori, fuori da quei recinti e per le strade di Belfast, la morte poteva essere in agguato per quei secondini.
    L’inglese John Dunn, guardia carceraria di Maze, è uno dei due personaggi principali de “La primavera dell’odio” di Louise Dean. L’altro è Kathleen Moran, la madre di uno dei prigionieri. Da una parte l’inglese che era arrivato in Irlanda quando ancora i soldati della regina non erano così malvisti, e che adesso aveva accettato questo lavoro perché si guadagnava bene- voleva comprasi una casa e sposarsi. Dall’altra l’irlandese cattolica con i capelli rossi, ancora giovane e piacente nonostante i quattro figli, di cui una è in Inghilterra (“sono felice qui”, dice al telefono e la madre non può non capirla) e uno, il diciannovenne Sean, è rinchiuso a Maze. 
     In apparenza tutto il fuoco e tutto il dolore sono nei capitoli che parlano di Kathleen, del marito ubriacone che si vanta di aver fatto incetta di armi nella Repubblica, del tredicenne Liam che sogna gesta gloriose per emulare il fratello, delle vicine di casa, tutte ‘madri Coraggio’ che hanno perso chi un figlio, chi un marito, chi entrambi (“dove altro succede che la metà degli uomini del vicinato sono morti o in galera?”), che si preparano insieme per quella che sembra una scampagnata e invece è la visita ai detenuti- quei minuti sotto sorveglianza che non si sa se arrechino più gioia o pena. La sofferenza e la consapevolezza strisciano lentamente negli altri capitoli, quelli “inglesi”, che iniziano come se il peso del lavoro di John Dunn fosse soltanto negli orari duri. E poi subentra il confronto con la realtà- il puzzo tremendo del luogo, le umiliazioni superflue inflitte ai prigionieri, l’umanità negata, la volgarità degli altri secondini, l’ubriachezza di questi per superare la noia e il disgusto, l’astio con cui si è guardati all’esterno della prigione. I soldi, allora, iniziano a pesare quanto il denaro di Giuda, tanto più che John Dunn riceve la visita del figlio di cui ha scoperto da poco l’esistenza, un ragazzo che ha l’età di Sean Moran, l’età che aveva lui l’unica volta che aveva fatto l’amore con sua madre. Suo figlio non rappresenta solo il diritto alla vita altrove che in una cella, non è soltanto lo specchio di Sean nudo e barbuto, ma è anche il suo specchio, è un lui stesso migliore, e che cosa penserà suo figlio di lui?

   Non vogliamo dire nulla di come Louise Dean termini le storie dei due protagonisti- nella prigione di Maze il 1980 sarà l’anno dello sciopero della fame guidato da Bobby Sands, mitica figura che, dal carcere dove era rinchiuso e dove sarebbe morto, vinse un seggio in parlamento, conferendo ad una impresa suicida l’efficacia dell’Insurrezione di Pasqua del 1916 per un’altra generazione di Nazionalisti. Stilos ha incontrato Louise Dean che ora vive in Provenza con il marito e tre figli, dopo aver abbandonato New York in seguito all’attentato dell’11 settembre.

Lei è inglese ed è cresciuta in Inghilterra, eppure ha scritto un libro sull’Irlanda e i “disordini”. Era una bambina all’epoca dello sciopero della fame nel carcere di Maze: che cosa ha risvegliato il suo interesse?
      Avevo undici anni quando sono morti dieci prigionieri durante lo sciopero della fame. Mio padre, come la maggior parte degli inglesi, era molto patriottico- in casa non si parlava di quanto stava succedendo, ma per lui, come per gli altri, gli uomini dell’IRA erano cattivi, quello che facevano era incomprensibile. Io ero una bambina ed ero affascinata dalle figure di quegli uomini che sembravano Cristo, con la barba lunga e nudi, sul tetto della prigione. Poi non ci ho più pensato, finché ho dovuto fare delle ricerche per un mio romanzo ambientato nel 1981 in Inghilterra, su di un insegnante coinvolto in operazioni di spionaggio dopo la guerra. Consultando la sezione dei quotidiani della biblioteca, mi è capitata tra le mani una copia del giornale del 1981 in cui, in prima pagina, c’era la notizia della morte di Bobby Sands. Era un articolo brevissimo, per forza doveva essere in prima pagina, visto che Bobby Sands era un membro del parlamento, ma si capiva che era l’ultima cosa che l’impaginatore avrebbe voluto fare. Allora mi sono ricordata e ho letto il resto del giornale. Si dice che il passato è una terra straniera: lo è veramente, era il 2004 e il paese era totalmente diverso. Ho pensato che fosse ora di guardare indietro a quel capitolo di storia e seppi che avrei scritto un libro su quel periodo, sui “Troubles”, e che avrei dovuto cercare delle persone che me ne parlassero.

Sarebbe potuto essere un libro del tutto diverso, un libro di storia o dal taglio giornalistico. Invece ha scelto di scrivere da due diversi punti di vista, quello di un carceriere inglese e di una madre irlandese…
    Fin dall’inizio sapevo che volevo collegare in modo diverso le due parti, perché mi aveva sempre colpito il motto di E.M. Forster all’inizio di “Passaggio in India”, only connect. Perché l’Irlanda del Nord è un paese piccolo e diviso, tutto è diviso nell’Ulster, ad iniziare da quello che la gente indossa alla lingua che parla. Avrei preso come personaggio un carceriere da una parte e una madre dall’altra, perché volevo questo contrasto, tra una prospettiva maschile e una femminile e cattolica. Solo uno o due capitoli dicono dell’esperienza dei prigionieri dall’interno, perché l’IRA difende gelosamente la sua storia. E d’altronde è stata un’esperienza spaventosa, l’età media dei prigionieri era più o meno vent’anni, volevo andarci cauta su come parlarne. Ho scelto John Dunn come protagonista perché era molto coinvolto con la storia dell’Irlanda del Nord, volevo che fosse un uomo con una ferita emozionale, doveva avere sangue sulle mani- molti uomini che avevano servito l’esercito nel Nord Irlanda divennero poi carcerieri- per considerare quello che stava avvenendo nel carcere di Maze come una questione di rilevanza personale.

Ha trovato molte persone disposte a raccontarle di quei tempi?
    All’inizio è stato difficile, proprio perché è un paese piccolo. Poi, una volta che ho iniziato, è diventato facile: forse mi vedevano come una lavagna bianca su cui avrebbero potuto scrivere la loro storia, tutti volevano convincermi del loro punto di vista. Ma all’inizio erano veramente diffidenti. E’ stato macchinoso riuscire a parlare con quelli dell’IRA, c’è stato bisogno che un membro anziano desse il suo permesso agli altri di parlare con me. Forse mi hanno vista come un’innocua madre di famiglia, una casalinga della Provenza, e poi, stranamente, questo membro anziano aveva letto il mio primo romanzo e gli era piaciuto. Hanno abbassato la guardia, mi hanno ammesso tra di loro, mi hanno dato informazioni. Poi se ne sono pentiti, so che si sono rifiutati di parlare con un’altra scrittrice.

 Perché?
   Perché un esercito deve mostrarsi duro, ma quello che io ho descritto nel libro è duro all’esterno e umano all’interno. Un esercito non può mostrarsi umano, lo vediamo in ogni tempo, in ogni luogo, in ogni paese.

Quali erano i sentimenti delle persone che vissero quei tempi quasi trent’anni dopo? Come guardano al passato i carcerieri?
    Gli incontri più difficili sono stati proprio quelli con i guardiani. Difficile rintracciarli e poi, a volte, quando avevo il numero di telefono e riuscivo a contattarli, sbattevano giù la cornetta non appena sapevano che cosa volevo. I carcerieri vivono ancora oggi con la paura di essere rintracciati, spesso hanno cambiato nome, vivono nascosti. La verità è che fecero cose brutali a quei ragazzi. Dal loro punto di vista, loro avevano ricevuto delle istruzioni, era stato loro detto che era una guerra, e tuttavia queste istruzioni non erano scritte. Avevano ordinato loro di spezzare questi ragazzi, infrangerne il morale e il fisico. E si è lasciato che tutta la colpa venisse addossata a loro. Sembravano bestiali ma erano come tutti i soldati in guerra. Fra di loro c’era la mentalità del gruppo ed è quella che ho voluto esplorare nel libro.

Rimanevano a lungo in servizio nelle prigioni?
     Sì, alcuni di loro sì. Molti si suicidarono. 50 di loro si sono uccisi, per lo più sparandosi un colpo in bocca. Una ventina è stata ammazzata dall’IRA nel periodo di cui parlo nel libro.

E come guardano al passato, oggi?
    Molti hanno paura a parlarne, preferiscono raccontare dell’amicizia tra i carcerieri, degli scherzi che facevano, dei giochi. Ne ho incontrato uno che era stato direttore, un uomo simpatico, stranamente un cattolico che lavorava per il governo protestante, perché credeva nello Stato e nell’obbedienza allo Stato. Mi ha chiesto di passare un messaggio ad uno dell’IRA che all’epoca aveva 19 anni ed era stato il numero 11 ad entrare in sciopero. Era stato 73 giorni senza mangiare ed era in punto di morte quando sua madre e il prete interruppero il suo sciopero e chiesero al medico di mettergli la flebo. L’ex direttore mi chiese di dirgli, se lo avessi incontrato, che aveva ricevuto la sua lettera anni prima e non gli aveva risposto per ovvii motivi, ma l’aveva molto apprezzata. Mi fece leggere la lettera in cui si diceva più o meno, ‘lei è stato gentile con noi, so che è stato difficile per lei ma noi abbiamo apprezzato quello che è riuscito a fare.’ Perché non aveva risposto? Perché il  Nord Irlanda era com’era, temeva che l’IRA usasse la sua lettera come propaganda. Tutto era successo tanto tempo prima…


I prigionieri di un tempo e le loro famiglie, che cosa provano? Sentono che hanno combattuto per niente? Che cosa è rimasto di quella speranza e di quell’entusiasmo, della gente che cantava “di nuovo una nazione”?
    Vivono nel passato, parlano di quei tempi nello stesso modo in cui i miei nonni parlavano della seconda guerra mondiale. Sentono la mancanza del senso di unione, di quella qualità di vita e morte che c’era in ogni giornata. Rimpiangono l’umorismo nero, da allora la vita per loro è stata un anticlimax. Hanno goduto nel raccontarmi la loro storia. Capitava che stessi parlando con uno di loro e nel giro di due ore la stanza si riempiva, c’era fumo, tazze di tè che passavano da una mano all’altra, la casa piccola era piena di gente che raccontava. Non lottavano tanto per la Repubblica quanto per avere diritti uguali ai Protestanti. Gli irlandesi amano raccontare storie, sono grandi affabulatori, quello dell’unione era un mito, una bandiera. Ma non succederà mai, prima di tutto perché il Sud non li vuole. E’ stato un risveglio amaro, pensavano di essere tutti fratelli. La realtà è che si è uniti solo quando c’è un nemico in comune.

Il 26 marzo è stato firmato l’accordo storico per formare un governo cattolico-protestante a Belfast. Quando parlava con la gente per le sue ricerche, come attendevano questo momento?
    No, non attendevano questo momento. La gente con cui parlavo viveva nel passato. E io non ho parlato con i moderati. Nel 2004, mentre facevo ricerche, il governo di coalizione non era una prospettiva reale, c’erano altre cose che importavano di più, quel risveglio economico che offriva cose per noi scontate ma nuovissime e tremendamente attraenti per loro. Il Nord Irlanda era un paese molto povero che assaporava la ricchezza.

Gerry Adams sarà nel nuovo governo, è uno degli uomini “storici” del Sinn Fein, è stato in prigione e ha preso parte ad uno sciopero della fame precedente a quello di cui si parla nel suo libro: ha incontrato anche lui?
Gerry Adams

    No, ho però incontrato il suo numero due, Danny Morrison, il suo amico che abita vicino a lui, e infatti ogni volta che andavo a parlare con Danny Morrison c’era l’elicottero che sorvolava la strada. Era Danny che scriveva i discorsi per Gerry, Danny era l’IRA e Gerry il Sinn Fein.

Il secondino John Dunn scopre di avere un figlio, Mark Wilson. Mi sono chiesta se ha scelto di proposito i loro nomi, visto che Wilson è il doppio nella famosa novella di Poe e Dunn è un colore grigiastro, adatto all’uomo che Dunn è all’inizio.
     Ho scelto deliberatamente il nome di John Dunn, perché sia in inglese sia in tedesco la parola significa “scuro”, e anche per via del poeta John Donne: il problema del mio John è che è un romantico, lui stesso dice, parlando dell’Irlanda, che per lui è come una storia d’amore finita male, e ne soffre cercando di non soffrire perché questo non è il luogo giusto per soffrire. E no, non avevo pensato al Wilson di Poe, ma è vero che Mark Wilson è un doppio di Sean Moran, e quando John Dunn vede il prigioniero Sean come suo figlio, inizia a cambiare.

Kathleen osserva che la maggior parte degli uomini della loro strada o sono i prigione o sono morti. Sembra che quelli che sono rimasti in giro siano i peggiori, capaci solo di parlare e raccontare storie esagerate e bere. Persino Brendan Coogan, l’intermediario dell’IRA con la prigione, non ci fa una bella figura…
     Ecco perché si sono arrabbiati per il mio libro, perché questi uomini sono quelli che sono stati lasciati indietro. Volevo fare un quadro in bianco e nero ed è naturale che gli uomini vadano alla guerra se c’è una guerra, sarà un pensiero antiquato, ma la penso così. Forse oggi penseremmo che i migliori restano a casa a badare ai bambini e a fare frittelle.

Al contrario c’è un sacerdote straordinario, padre Pearse, con un gran cuore e una mente aperta. E’ basato su qualcuno che ha conosciuto?
     Sì, ne ho incontrato parecchi come lui, dei sacerdoti che erano vicino ai ragazzi dell’IRA e hanno lavorato in prigione. Uno in particolare mi ha mostrato i disegni dei ragazzi prigionieri, erano come disegni fatti dai bambini, uomini a fiammifero che imbracciano il fucile e sventolano la bandiera. Mi ha mostrato anche una collezione dei proiettili di gomma usati dall’esercito britannico. Gli importava troppo della gente della sua parrocchia per poter prendere una posizione diversa da questa, di sostegno.

 Si parla tanto di terrorismo oggi, soprattutto di terrorismo islamico: terrorismo o guerriglia quello del Nord Irlanda?
    Per l’IRA si trattava certamente di una guerra e non di terrorismo. Per loro non c’era nessun problema ad uccidere chi apparteneva al nemico- non ammazzavano solo i secondini, ma anche i postini o chiunque avesse un impiego governativo, chiunque rappresentasse il governo britannico nel Nord Irlanda.

La prigione di Maze è stata messa in disuso nel 2000 e adesso stanno smantellandola: non sarebbe dovuta rimanere come buia memoria del passato?

      Non c’è molto da salvare nella prigione di Maze, non c’è molto da vedere. Ci sono stata dentro, naturalmente, ho chiesto anche che mi chiudessero in una cella per una decina di minuti, per avere la sensazione del luogo. Ci sono state due cose che mi hanno colpito, come strane: la stanza in cui le guardie avevano gli armadietti di metallo in cui mettevano le loro cose- gli sportelli erano aperti, c’erano ancora dentro degli oggetti, foto di donne ritagliate dai giornali attaccate agli sportelli. Era come se avessero abbandonato il luogo in fretta, fuggendo. E poi la stanza in cui avrebbero dovuto essere conservati i dossier dei prigionieri: erano tutti per terra, i fogli sparpagliati che coprivano il pavimento, era come camminare sulla neve.

Come è stato accolto il suo libro in Irlanda?
Danny Morrison
     Le recensioni sono state molto buone, la cosa più stupefacente sono state le lettere che mi hanno scritto dei soldati inglesi dicendo che avevano trovato così veritiera la descrizione di quanto avveniva nel carcere; uno di loro mi ha scritto di aver pianto leggendo il libro. Danny Morrison ha parlato per conto dell’IRA, facendomi sapere che a loro non è piaciuto il ritratto di Brendan Coogan. E, come dicevo prima, l’IRA non parlerà più con nessuno di quegli anni- si sono rifiutati di incontrare una scrittrice neozelandese, dopo la pubblicazione del mio libro.

recensione e intervista sono state pubblicate sulla rivista "Stilos"