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martedì 29 aprile 2025

Ninh Bao, “Il dolore della guerra” ed. 2025

                                                   Voci da mondi diversi. Vietnam

guerra del Vietnam

Ninh Bao, “Il dolore della guerra”

Ed. Neri Pozza, trad. Carlo Prosperi, pagg. 256, Euro 19,00 

 

      Sono passati 50 anni. Il 30 aprile 1975 la caduta di Saigon segnava la fine della guerra del Vietnam iniziata nel 1955. “Il dolore della guerra” di Ninh Bao fu pubblicato nel 1994 per la prima volta in traduzione inglese e solo nel 2006 poté circolare liberamente nel suo paese da dove era stato bandito per la visione antieroica del conflitto. Si colloca così a fianco degli altri grandi romanzi di guerra, da “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Erich Maria Remarque a “Morire a primavera” di Ralph Rothmann, romanzi strazianti in cui non c’è proprio niente del dulce et decorum est pro patria mori di Orazio, verso ripreso poi dal poeta inglese Wilfred Owen.


    La guerra di Ninh Bao è una carneficina, sono corpi straziati, è un tiro alla roulette russa. Il suo racconto inizia dal presente in cui- è il 1976- il protagonista fa parte della squadra preposta al recupero dei resti dei dispersi in azione. Stanno aspettando la stagione asciutta, le giungle e le montagne sono fradice di pioggia. Kien conosce bene la regione in cui si trovano. Era il 1969 quando il suo battaglione era stato circondato e annientato, proprio qui. Solo dieci uomini erano sopravvissuti. Da allora gli spiriti dei morti in battaglia vagavano tra i cespugli, i germogli di bambù erano di un colore rosso sangue, di notte gli uccelli piangevano in quella che aveva preso il nome di Giungla delle Anime Urlanti. Se qualcuno debole di cuore fosse vissuto qui, avrebbe finito per morire di paura o impazzire.

   Kien non muore di paura e non impazzisce, ma ci va vicino. In quello che diventa un libro di memorie senza un flusso temporale in ordine cronologico, Kien rivive la sua vita, mescolando i ricordi più lontani di tempi felici prima della guerra ai combattimenti, alle sequenze continue di sofferenza e di morte. Era giovanissimo, Kien, allo scoppio della guerra, poco più di un adolescente. Era innamorato, era sicuro che Phuong, la bella Phuong (è un caso che abbia lo stesso nome della protagonista di “Un americano tranquillo” di Graham Greene?), lo avrebbe aspettato. Erano insieme sul treno che lo avrebbe portato al centro di arruolamento, c’era stato un bombardamento, lui non aveva neppure capito subito che cosa stava succedendo a Phuong quando l’aveva vista schiacciata sotto il corpo massiccio di un uomo- erano sopravvissuti entrambi ma Phuong non sarebbe più stata la stessa.


    Sì, Kien è miracolosamente sopravvissuto, sarebbe dovuto morire decine di volte e invece era sempre scampato. Per che cosa, poi? Il dolore della guerra è il dolore del sopravvissuto, il dolore di chi non appartiene più né al mondo di prima né a quello di adesso, il dolore di chi non riesce a cancellare le immagini dei corpi che bruciano sotto le bombe al napalm, di chi è tornato per non ritrovare nulla di quello che ha lasciato. Kien beve, beve per stordirsi, per dimenticare, per non sentire i gemiti della Giungla delle Anime Urlanti, per fingere di non vedere gli uomini che entrano ed escono dalla stanza di Phuong. Beve e scrive, scrive disordinatamente, scrive nei fumi alcolici, scrive perché, in questo mondo in rovina, nella solitudine che avvolge chi, dopo aver combattuto come ha fatto lui, non tornerà più ad essere un uomo normale, il suo compito è quello di rendere testimonianza. Per non dimenticare. Perché nessuno dimentichi.



martedì 7 novembre 2023

Phong Nguyen, “L’eco dei tamburi di bronzo” ed. 2023

                                      Voci da mondi diversi. Vietnam

    saga


Phong Nguyen, “L’eco dei tamburi di bronzo”

Ed. Piemme, Trad. Anna Martini, pagg. 384, Euro 19,90

 

  Per la maggior parte di noi la storia del Vietnam incomincia con la battaglia di  Ðiện Biên Phủ che vide la sconfitta dei francesi segnando la fine del colonialismo occidentale ma che, nello stesso tempo, pose le basi per i seguenti conflitti dividendo il Vietnam in due parti lungo il 17° parallelo. Oppure, per venire più vicino a noi nel tempo, inizia con la drammatica ‘guerra del Vietnam’ che terminò il 30 aprile 1975 con la prima vera sconfitta politico-militare degli Stati Uniti. “L’eco dei tamburi di bronzo” di Phong Nguyen ci porta ai primordi della Storia del Vietnam, addirittura al 40 d.C., con un romanzo che racconta una vicenda vera, con personaggi veramente esistiti accanto ad altri personaggi fittizi.

     In una regione del Nord, confinante con la Cina, il signore che ne è a capo si oppone alle dure leggi oppressive del prefetto Hán (il gruppo etnico prevalente in Cina) che prevedono l’arruolamento forzato degli uomini, il divieto di adorare le divinità Viêt, l’obbligo per gli aristocratici Viêt di sposarsi imponendo loro un carico di tasse maggiore.

    All’inizio del romanzo siamo introdotti ai personaggi in una maniera singolare che anticipa il tono favolistico della narrazione. La storia dei Tru’ng è già diventata leggenda e viene rappresentata dalle famose marionette laccate che danzano sull’acqua (chiunque sia stato in Vietnam ha visto questo spettacolo tradizionale), mentre la voce fuori campo introduce le due sorelle Tru’ng: ecco le sorelle Tru’ng! Tru’ng Nhi è selvaggia e avventurosa, mentre Tru’ng Trắc è disciplinata e orgogliosa. Cavalcano in guerra a dorso di elefante, indossano armature dorate, brandiscono spade che brillano al sole, guidando un esercito di donne.


    Nel corso della vicenda le due sorelle non saranno sempre amiche, i loro caratteri sono troppo diversi, ci sarà anche l’amore a separarle- Tru’ng Nhi, la più vivace e irriverente, è quella che sfida il divieto di innamorarsi di un uomo di ceto inferiore, è anche quella che non sa frenare il desiderio di vendetta nei confronti di un Hán e verrà punita con una reclusione totale per un anno intero, mentre  Tru’ng Trắc, innamorata anche lei di un uomo che non avrebbe il permesso di amare, si piega alla volontà paterna, finché non è più possibile sottostare alle angherie dei cinesi e, dopo che il padre viene ucciso sotto i loro occhi, le due sorelle si uniscono per organizzare una rivolta. 

È un vero e proprio esercito di Amazzoni quello che riescono a mettere insieme- è come se gli esercizi di combattimento quotidiano che il padre le obbligava a fare le avesse preparate a questo momento. Ormai non ci sono più discordie tra di loro, assumono i titoli di Generalessa Uno (Tru’ng Trắc- chi se non lei, la più razionale delle due?) e Generalessa Due (Tru’ng Nhi), convincono tutte le donne ad arruolarsi, convincono anche le donne del Popolo delle montagne, straordinarie arciere conosciute da Tru’ng Trắc in quella che è una mini-storia a sé dentro il romanzo, ad unirsi a loro.

Dien Bien Phu

E leggere delle strategie belliche della Generalessa Uno è come leggere delle strategie delle grandi battaglie militari della nostra Europa, la capacità organizzativa e l’abilità nel saper creare uno spirito coordinato di gruppo sono strabilianti, la forza fisica che queste donne sono capaci di tirar fuori davanti ad un odiato oppressore è degna della nostra ammirazione- riassume la fragilità e la forza della donna la scena memorabile della guerriera che partorisce sul campo di battaglia e infila il neonato nel porta-faretre.

    E poi, una figura importante che domina il romanzo e che assume il valore di un simbolo è il tamburo di bronzo. È molto di più di uno strumento musicale, il tamburo di bronzo diventa linguaggio, diventa strumento di comunicazione, diventa il nemico numero uno dei cinesi. È con il suono del tamburo, con i diversi ritmi il cui significato l’esercito delle donne ha imparato a riconoscere, che vengono impartiti gli ordini alle soldatesse, perfettamente udibili da un’estremità all’altra dello schieramento al di sopra del fragore delle armi.


   Se abbiamo l’impressione che i personaggi manchino di spessore e si identifichino con le loro qualità, non dobbiamo dimenticare che l’intento dello scrittore è quello di ricalcare il modello del racconto orale, della vicenda eroica che è diventata un mito.

   Un romanzo per tutti quelli che hanno interesse per l’Oriente. Per saperne di più, per non pensare che solo noi Europei abbiamo una storia vecchia di secoli.

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sabato 16 settembre 2023

Nguyễn Phan Quế Mai, “Dove vola la polvere” ed. 2023

                                                            Voci da mondi diversi. Vietnam

   guerra del Vietnam

Nguyễn Phan Quế Mai, “Dove vola la polvere”

Ed. Nord, pagg. 416, Euro 19,00

 

      Vietnam. Un paese in cui, durante la lunga guerra terminata nel 1975, furono sganciati 14 milioni di tonnellate di bombe, tre volte quelle utilizzate dagli alleati durante la seconda guerra mondiale.

     Vietnam. Un paese in cui, senza alcuno scrupolo, furono usati defolianti- nome in codice Agente Arancio- per avvistare meglio il nemico distruggendo la vegetazione. La Croce Rossa stima che siano state 4 milioni le vittime che ne portano il segno anche a distanza di anni.

     Vietnam. Quanti i figli di soldati americani e ragazze vietnamite? Quanti furono riconosciuti dai padri e quanti furono invece abbandonati negli orfanotrofi, discriminati perché Amerasian?


   Ritorniamo in Vietnam con il nuovo romanzo di Nguyễn Phan Quế Mai, riviviamo con lei le sofferenze e gli orrori. Soltanto in apparenza “Dove vola la polvere” può sembrare meno doloroso di “Le montagne cantano” perché in realtà il passato è sempre presente, le ferite non sono ancora rimarginate, niente è stato dimenticato.

    Vietnam 2016.

   Un figlio cerca suo padre. Phong ha la pelle nera e i capelli crespi. È chiaro che suo padre deve essere stato un soldato americano di colore. E sua madre? Una che se la faceva con l’invasore.

   Un padre cerca suo figlio o sua figlia. È ritornato in Vietnam per sconfiggere gli incubi, non immaginava come si sarebbe trasformato il suo viaggio. Nel 1969 aveva vent’anni, una fidanzata a casa, un inaspettato amore vietnamita. Quando lei- Kim il suo nome per i clienti- gli aveva detto di essere incinta, lui non si era fatto più vedere.

    1969. Due sorelle partono per Saigon, lasciando i genitori e il villaggio fra i campi di riso. Sono ingenue, credono all’amica che fa balenare facili guadagni- dopo tutto si tratta solo di bere del Saigon Tea con i clienti. Diventeranno delle bar-girls. Si adatteranno, vogliono mandare soldi a casa, così che il padre possa essere curato e che i debiti contratti siano saldati.


    Quanta sofferenza in ogni storia. In quella di Phong, ora adulto, sposato e con due figli, che cerca di ottenere il visto per andare in America, sognando una vita migliore in cui né lui né i figli saranno guardati male per il colore della loro pelle. In quella di Dan che era pilota di elicottero e aveva il compito di raccogliere i compagni feriti o morti, che non avrebbe mai voluto uccidere nessuno, ma, se sei accanto a chi spara, non sei anche tu un assassino? In quella delle due sorelle che in breve tempo non sono più le ragazze timorose che avevano lasciato il villaggio e si allontanano una dall’altra. Una di loro, Kim, aveva creduto nell’amore e poi aveva visto il suo ragazzo biondo cambiare, chiudersi in sé, ubriacarsi, alzare le mani su di lei. Per lasciarla da sola ad affrontare la gravidanza.

    Le storie si alternano, il tempo della narrazione si sposta tra il passato e il presente, uno dei personaggi- l’americano che torna con la moglie ed è incapace di fare semplicemente il turista- è tormentato dai fantasmi di quel passato, dai sensi di colpa, dalla consapevolezza dell’ignoranza, sua e degli altri soldati americani, quando erano stati catapultati dentro una guerra che non capivano, dalla vergogna per aver creduto alla propaganda che faceva dei vietnamiti dei subumani per cui la vita aveva un minor valore.


E poi, intorno alle tragedie dell’uno e dell’altro, c’è la speculazione e lo sfruttamento da parte di chi cerca di trarre vantaggio dalla situazione- false madri che sperano di accompagnare un figlio alla ricerca del padre americano, falsi genitori adottivi che pensano di guadagnarsi un visto per l’America, soldi intascati per far ottenere un visto che non verrà concesso,

    C’è una grande comprensione per tutti i suoi personaggi da parte della scrittrice, per la vittima innocente della guerra, ‘il figlio della polvere’ che tutti possono calpestare e la cui madre tutti possono insultare, per le due ragazzine che la guerra ha trasformato in prostitute, e infine anche per l’americano, il nemico di un tempo, quello che rappresenta tutto il Male che c’è stato. C’è come un tentativo di aiutare le ferite a cicatrizzarsi, di godere della pace, di andare avanti.

     C’è la Storia in questo libro molto bello, da leggere.

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lunedì 8 marzo 2021

Nguyễn Phan Quế Mai, "Fiori per bookstagrammes"

 


    La scrittrice e poetessa Nguyễn Phan Quế Mai ha dedicato una poesia ai/alle bookstagrammes, che pubblicano recensioni di libri su Instagram. Ne ho fatto la traduzione, perché vorrei ampliarne il significato coinvolgendo tutti quelli che parlano di libri, perché i libri sono stati e sono un’ancora di salvezza in questa pandemia che divora il tempo che ci è dato.

I libri salveranno il mondo, come la bellezza.

 

 FIORI PER BOOKSTAGRAMMERS

 

Quando il Covid ha chiuso i confini nazionali

      voi li avete aperti con le vostre recensioni di libri.

Quando noi non possiamo viaggiare,

     voi ci fate avventurare in altre culture,

          ci fate sentire nuove voci entusiasmanti,

                foggiare nuove amicizie.

 

Quando il buio ci circonda,

     le vostre immagini e le vostre parole ci fanno luce.

Quando cerchiamo semplicemente di sopravvivere,

     ci ricordate come prosperare,

         come osservare la bellezza nascosta

                che fiorisce sulle pagine intorno a noi.

 

Grazie Bookstagrammes

    per le vostre innumerevoli ore non pagate,

         per i molti sacrifici, per le lunghe notti

               per le prime ore del mattino.  

 

Ci inchiniamo davanti a voi

    mentre raccogliamo le stagioni

        del vostro duro lavoro.

                              

                                 Con gratitudine,

                                      da Nguyen Phan Que Mai




              

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

lunedì 25 gennaio 2021

Nguyễn Phan Quế Mai, "Quando le montagne cantano" Intervista 2021

 


    Sono parecchie le coincidenze che mi hanno colpito, leggendo “Quando le montagne cantano”, il romanzo di Nguyễn Phan Quế Mai. Ritrovare il fior di loto, uno dei simboli che ho ‘adottato’ in un anno con disavventure da cui non volevo lasciarmi abbattere, leggere una frase di Huong, la principale voce narrante, Mi ero convinta che, se le persone avessero incominciato a leggere e a scoprire le culture degli altri popoli, non ci sarebbero più state guerre, che mi è sembrato significasse quello che io amavo ripetere, “i libri salveranno il mondo”. E sono stata felice che Nguyễn Phan Quế Mai   acconsentisse a rispondere alle mie domande.

Ho letto che è nata nel 1973, il che vuol dire che è passata attraverso la guerra nei suoi primi due anni di vita. Di certo era troppo giovane per aver conservato qualche ricordo della guerra, ma deve ricordare che cosa ha significato crescere dopo la guerra. Quale è stata la sua esperienza?

     Avevo sei anni quando, in una notte d’estate, mi ritrovai seduta su un carro trainato da un bufalo d’acqua, fra mucchi dei nostri pochi vestiti, pentole, ciotole e bacchette per mangiare. Qualche giorno prima i miei genitori mi avevano detto che avevano deciso che saremmo andati al Sud. A Bac Lieu, un paesino all’estremità Sud del delta del Mekong, le tempeste non avrebbero rovinato i nostri raccolti come succedeva a Ninh Binh. Avremmo avuto abbastanza da mangiare e, soprattutto, i miei fratelli ed io avremmo avuto la possibilità di studiare e, un giorno, andare all’università. In quel viaggio che mi portava a mille chilometri di distanza, verso Sud, vedevo buio e luce, dolore e speranza, con gli occhi ingenui di una bambina- nei crateri delle bombe che la guerra aveva scavato nella terra, nei campi di smeraldo punteggiati dai bufali e dai contadini con le schiene curve sul riso, nelle montagne maestose e nelle spiagge lungo l’oceano blu.


Una volta arrivati al Sud, mi aspettavano il riso, i fagiolini e i semi di sesamo nel pezzo di terra che i miei genitori coltivavano e che era stato il poligono di tiro dei soldati dell’esercito della Repubblica. Toccavo la guerra e la morte nel metallo freddo delle pallottole e delle granate non esplose che tiravo fuori dalla terra e che vendevo per ricavarne soldi per mangiare e per pagare le tasse della nostra scuola.

Di quegli anni ricordo la madre che si era suicidata perché i due figli non erano tornati dalla guerra, ricordo le donne che aspettavano il ritorno dei loro uomini dai campi di rieducazione dove erano stati mandati perché avevano combattuto a fianco degli americani, i compagni di scuola che scomparivano per affrontare l’oceano che li avrebbe portati ad una vita migliore, gli uomini che bruciavano banconote quando il governo lanciava una campagna contro i capitalisti. Tutti questi ricordi hanno ispirato il mio romanzo e mi hanno aiutato a ricordare come i vietnamiti abbiano superato innumerevoli calamità grazie alla loro determinazione, alla capacità di lavorare insieme, alla speranza e alla gentilezza.

Pagoda a Bac Lieu

Quanto c’è della storia della Sua famiglia in quella dei Tran?

     “Quando le montagne cantano” è una storia inventata, ma è ispirata alle esperienze della mia famiglia e dalle persone che conosco. Mia nonna fu uccisa in un campo di granturco durante la Carestia, mio nonno morì a causa della Riforma Agraria e mio zio perse la giovinezza nella guerra. Per cercare di capire quello che avevano passato io ho scritto “Quando le montagne cantano”. Una volta il poeta Ocean Vuong ha detto che ci si aspetta che gli scrittori di colore siano un ponte che permette ai lettori di entrare nei loro mondi, ma noi siamo più che dei ponti, noi possiamo essere costruttori di mondi. Ho costruito il mondo di “Quando le montagne cantano” con la mia immaginazione. La base di quel mondo sono la mia ricerca e le storie vere che ho raccolto, e la chiave per aprire quel mondo è l’immaginazione dei lettori.

A volte è difficile reggere al dolore che è presente nelle pagine del libro. Il trauma di un intero paese è rappresentato nel trauma fisico e spirituale dei personaggi. Come si può riuscire ad aiutare delle persone che sono state così profondamente ferite?


      Scrivere di un trauma significa vivere nuovamente quel trauma e si possono immaginare le lacrime che ho versato e il dolore che ho sofferto nei sette anni in cui ho lavorato a questo libro. Provavo io stessa il dolore dei miei personaggi e quel dolore non mi abbandonato. Quel dolore si è inciso dentro di me così che mi sembra di aver vissuto molte altre vite, così che mi è prezioso il valore della pace di oggi. Scrivere del trauma è anche il processo di condividerlo, di modo che chi lo ha sofferto sa di non essere solo, che ci siamo dentro insieme e che abbiamo bisogno gli uni degli altri. Andare verso l’altro, ascoltarlo e condividere le storie è il processo per guarire.

Nel libro non troviamo sentimenti di odio. C’è odio solo nei confronti del vietnamita Spirito Malvagio che ha ucciso la bisnonna di Huong. Si odia la guerra ma non gli americani. La dottrina del Budda ha qualcosa da fare con questo?

    Io ho scritto il libro per vendicarmi, vendicarmi dell’uomo che aveva ucciso mia nonna nel campo di granturco, l’uomo che nel libro ho chiamato Spirito Malvagio. Alla fine del romanzo, invece di trovare vendetta, ho trovato invece il perdono. Penso che questo mondo abbia più bisogno di perdono che di odio. L’odio porta alla guerra e il perdono è la base della pace.

Qualcosa che mi ha colpito fin dall’inizio, dalle parole in apertura “mia nonna diceva sempre che quando i nostri antenati muoiono non scompaiono davvero ma continuano a vegliare su di noi”, ed è il culto dei morti. È ancora presente, questo ricordo costante, nel Vietnam di oggi?


     I vietnamiti hanno il culto degli antenati. Troverete un altare per gli antenati in ogni casa vietnamita. Preghiamo per i nostri antenati, offriamo loro cibo e li invitiamo in casa in festività speciali come il Nuovo Anno vietnamita o l’anniversario della loro morte. In realtà non lo chiamerei ‘culto’ ma una pratica tradizionale, un rituale prezioso nella vita vietnamita. Le famiglie vietnamite spesso hanno un libro di famiglia dove registrano i nomi degli antenati per generazioni. Credo che sia necessario sapere da dove veniamo perché senza gli antenati noi non saremmo qui. “Quando le montagne cantano” è soprattutto l’omaggio reso da Huong ai suoi antenati- ecco perché brucia l’incenso all’inizio e alla fine del libro.

Ho visitato il Museo di Saigon e sono rimasta inorridita e scioccata dalle fotografie che mostrano le conseguenze dell’Agente Arancio. E sono inorridita ancora di più quando ho letto del tentativo di minimizzare queste conseguenze attribuendone la colpa agli insetticidi usati dai contadini nei campi. C’è stato un risarcimento per le vittime? O delle scuse ufficiali?

Museo della Storia del Vietnam- Ho Chi Minh City

  Ho sottolineato le conseguenze dell’Agente Arancio perché penso non sia stato fatto abbastanza per le vittime. Negli anni in cui ho lavorato ad Hanoi, ho fondato un’organizzazione volontaria per aiutare I bambini disabili a causa dell’Agente Arancio. Se si visitano degli orfanotrofi in Vietnam, se ne incontrano molti. Ci sono centinaia di migliaia di persone che devono convivere con le conseguenze dell’Agente Arancio. Non c’è stato nessun risarcimento per le vittime. L’esercito Americano e i produttori delle sostanze chimiche dell’Agente Arancio hanno negato la loro responsabilità anche se hanno invece pagato il risarcimento ai veterani americani. Per quanto ne so, non c’è stata nessuna scusa per le vittime vietnamite. Ci sono stati dei procedimenti penali ma non credo che le vittime abbiano ancora avuto qualche risultato.

Huong è una grande lettrice e suppongo che anche Lei lo sia. Huong spiega perché il romanzo di Laura Ingalls Wilder l’abbia influenzata, ma io sono stata colpita di più dal fatto che abbia ricevuto in regalo “Pinocchio”. Era possibile trovare una traduzione in vietnamita di Pinocchio negli anni ‘80? Era un libro popolare tra i bambini?

   

la mia copia di Pinocchio-1919

Ero un vero topo di biblioteca- e lo sono ancora. La mia famiglia era povera ma era ricca di libri: i miei genitori, che erano insegnanti e contadini, compravano tanti libri con i pochi soldi che avevano. E io li leggevo così tante volte che le pagine finivano per staccarsi. Allora mio padre, con le sue mani d’oro, li rilegava con il filo e li copriva con copertine di cartone. A Saigon, nella casa dei miei genitori, abbiamo ancora alcuni di quei libri. Crescendo negli anni ‘80 nel Vietnam del Sud, uno dei miei libri preferiti era “Pinocchio”. Con quel libro potevo viaggiare in Italia per la prima volta e mi piaceva molto (sono tornata spesso in Italia e ne ho scritto nel mio libro di racconti di viaggio intitolato “From the snow to the sun”). Per ora il libro si trova solo in lingua vietnamita.

Uno dei motivi per cui molti vietnamiti erano affascinati da Pinocchio è che noi abbiamo un naso piatto ed avere un naso pronunciato è segno di bellezza. Siamo affascinati dai nasi ed è una grande esperienza leggere le avventure birichine di un ragazzetto con un naso molto lungo. Ho letto quel libro proprio quando ci eravamo appena trasferiti dal Vietnam del Nord a quello del Sud e, in un certo modo, mi sentivo come Pinocchio- un’estranea. Inoltre Pinocchio ha dovuto superare molte situazioni difficili che erano una sfida per lui, eppure è rimasto gentile verso gli altri e ha sempre amato il padre Geppetto, il falegname. Ricordo che leggevo il libro quando avevo molta fame e pure Pinocchio era in cerca di cibo. Saranno passati quarant’anni da quando l’ho letto, ma ricordo ancora che Pinocchio mangiava una cipolla e io avevo così tanta fame che ne annusavo il profumo mentre lo sentivo sgranocchiare. Era qualcosa di magico, il potere dell’immaginazione che Carlo Collodi suscitò in me.


Dopo la guerra, molti vietnamiti diventarono avidi lettori e circolavano molte traduzioni. Uno dei miei libri preferiti di letteratura infantile tradotta in vietnamita, di cui non ho parlato in “Quando le montagne cantano”, è “Le mille e una notte”. È il libro che mi ha fatto capire che le storie possono salvare noi stessi e gli altri, e la capacità di immaginare, di credere, di viaggiare con le storie è una magia della vita stessa.

Come è stato accolto il romanzo in Vietnam? Si può parlare apertamente degli errori della Riforma Agraria o c’è la censura?

    Nei prossimi anni tradurrò io stessa il mio romanzo in vietnamita. Per ora quelli che in Vietnam sanno leggere in inglese lo hanno accolto in una maniera stupefacente. La Riforma Agraria è un argomento doloroso e ci sono molti libri su di questo. Ho visto di recente dei romanzi che affrontano direttamente il tema degli errori della Riforma. Tuttavia c’è ancora la censura e spesso gli scrittori devono tagliare alcune parti dei loro romanzi. Spero che ci sarà un progresso.

Ho letto il Suo libro di poesie “The secret of Hoa Sen”. Le poesie sono bellissime: sembra di leggere il romanzo in versi. Mi incanta la simbologia del fior di loto, hoa sen: sbaglio nel vederlo come un simbolo per il Vietnam?

    Il fior di loto è il mio fiore preferito ed è anche il fiore del Vietnam. È il simbolo della purezza, della bellezza e della forza, perché cresce dal fango senza esserne sporcato. Qualche anno fa ero al lancio di un mio libro ad Hanoi e, sapendo quanto io ami i fiori di loto, i miei amici sono andati al West Lake alle cinque del mattino e hanno comprato centinaia di fiori di loto per riempire il luogo dove si sarebbe tenuto l’evento. Leggevo le mie poesie avvolta nel profumo dei fiori di loto, non lo dimenticherò mai.

Huong si chiede se i fantasmi della guerra scompariranno mai. Sono scomparsi 45, quasi 46 anni, dopo la fine della guerra? O è ancora troppo presto?

  


  Viet Thanh Nguyen, l’autore de “Il simpatizzante”, nel suo libro “Niente muore mai” ha scritto: “Tutte le guerre si combattono due volte, la prima volta sul campo di battaglia e la seconda nella memoria.” Le guerre nella nostra memoria sono più crudeli e durano più a lungo delle guerre fisiche. Parenti di milioni di persone che sono morte o furono date per disperse, vittime dell’Agente Arancio, orfani di guerra, devo combattere ogni giorno contro i fantasmi della guerra. Temo che quei fantasmi non scompariranno molto presto. Con “Quando le montagne cantano” voglio mostrare che le guerre non solo uccidono e feriscono le persone, ma dividono le famiglie e le comunità, distruggono la natura così come la cultura e il tessuto stesso della società. Per questo si dovrebbero ad ogni costo evitare le guerre e tutti noi dovremmo contribuire di più alla pace.

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intervista e recensione saranno pubblicate su www.stradanove.it



 

 

mercoledì 20 gennaio 2021

"Quẚng Trị"- una poesia di Nguyễn Phan Quế Mai, autrice di "Quando le montagne cantano"

 

                                                           Voci da mondi diversi. Vietnam

         guerra del Vietnam

  L’Offensiva di Pasqua del 1972: durante la guerra del Vietnam si combatté da fine marzo a settembre a Quẚng Trị, sul confine della Zona Smilitarizzata lungo il 17° parallelo a 55 km. dall’antica capitale di Hue. Ancora oggi la provincia di Quẚng Trị è una delle aree dove è più alta la concentrazione di ordigni inesplosi.

La poesia Quẚng Trị, nella raccolta intitolata “The secret of the hoa sen” della scrittrice vietnamita Nguyễn Phan Quế Mai, autrice del romanzo “Quando le montagne cantano”, ha un impatto straordinario nella sua scarna liricità. Suscita in noi un sentimento di orrore per la guerra come quello che proviamo di fronte al quadro “Guernica” di Picasso. 

È l’orrore della guerra.

    Nel libro si trova la versione originale in vietnamita e la traduzione in inglese di Bruce Weigl. Su permesso della scrittrice questa traduzione in italiano è la mia.

 

 

Quẚng Trị.

 

La madre corre verso di noi,

le orbite colme dei nomi dei suoi figli.

Grida “Dove sono i miei figli?”

 

La madre corre verso di noi,

il nome del marito le incide un foro nel petto.

Grida “Restituitemi mio marito.”

 

Il tempo scolora le sue spalle.

 

I suoi capelli laceri avvizziscono.

Il cielo diffonde la luce del sole, trascinandomi lungo le strade

rivestite da un tappeto di crateri di bombe come occhi di morti,

spalancati in uno sguardo fisso.

I campi secchi, spaccati, lottano per cercare il respiro.

 

Fiori fiammeggianti spargono il loro sangue per la strada.

Ancora così profonde le ferite, Quẚng Trị.

 




 

 

lunedì 18 gennaio 2021

Nguyễn Phan Quế Mai, “Quando le montagne cantano” ed. 2021

                                                           Voci da mondi diversi. Vietnam

       storia di famiglia

     la guerra del Vietnam


Nguyễn Phan Quế Mai, “Quando le montagne cantano”

Ed. Nord, trad. F. Toticchi, pagg. 384, Euro 18,00

     Il padre aveva intagliato nel legno per lei un uccellino e lo aveva affidato allo zio Ðat perché glielo portasse, se fosse riuscito a tornare a casa prima di lui. Ma l’allodola di legno, il Son ca che diventa un talismano per Huong, non esprime soltanto l’amore di un padre per la figlia da cui la guerra lo ha separato. Perché Son ca significa le montagne cantano e, dice lo zio, “ogni volta che questi uccelli cantavano, anche le montagne intorno a noi sembravano cantare”. E poi i Son ca, con il loro canto che arriva fino al cielo, imprestano le ali agli spiriti dei defunti per ritornare sulla terra.

È  un’immagine bellissima che viene tuttavia cancellata da quanto dice dopo lo zio- i Son ca sono scomparsi, hanno smesso di cantare quando le sostanze chimiche spruzzate dagli elicotteri americani hanno spogliato gli alberi delle foglie.


     “Le sfide affrontate dal popolo vietnamita nel corso della Storia sono come montagne altissime. Se sei troppo vicino, non puoi scorgerne le vette.”

È il 2012 quando Huong incomincia a raccontare la storia della sua famiglia che è anche la Storia del Vietnam attraverso quattro generazioni. Incomincia dagli anni 1972 e 1973, quando la bambina Huong era fuggita da Hanoi insieme alla nonna. Al loro ritorno, dopo dodici giorni e dodici notti di bombardamenti, la città era distrutta e la loro casa era in macerie.

    È questa casa in macerie che fa rivivere nella nonna il ricordo della casa bellissima in cui era cresciuta, che aveva i draghi sugli angoli curvi del tetto ed era circondata da un giardino con gli alberi da frutta? Aveva dovuto lasciarla quella casa…

Al racconto in prima persona di Huong si sostituisce quello della nonna, che va più indietro nel tempo, all’occupazione francese e poi all’invasione giapponese, alla carestia del 1945 che causò due milioni di morti. Tra questi c’era anche la bisnonna di Huong.

    Non è un racconto astratto da manuale, quello che leggiamo in “Quando le montagne cantano” di Nguyễn Phan Quế Mai. È la Storia vissuta da uomini e donne e bambini, riflessa negli occhi inorriditi della nonna che vede il padre decapitato dai giapponesi, nella magrezza spaventosa dei bambini che hanno fame- l’uomo soprannominato Spirito Malvagio aveva ucciso la bisnonna di Huong, sorpresa in un campo in cerca di cibo-, nell’angoscia della fuga precipitosa dopo che rozzi contadini, aizzati dalla Riforma Agraria del 1955, avevano ucciso il fratello della nonna.

   Una Storia alta come una montagna deve avere più di un narratore. Deve essere un romanzo corale. Alla voce della giovane Huong e a quella della nonna si aggiungono, come in una polifonia corale, quelle dello zio Ðat, della madre di Huong, dello zio Minh. Ognuno ha la sua storia, ognuno ha la sua tragedia, perché “la guerra è morte, dolore, disperazione”. Uno ha perso le gambe, una ha perso l’anima, un altro è stato obbligato a combattere in una guerra fratricida e ad uno, infine, è toccata la maledizione dell’Agente Arancio (quale ironia, un così bel nome per quei letali prodotti chimici).

     La guerra non era mai finita per nessuno di loro, non per i vivi e non per i morti. E tuttavia c’è una resilienza che non cessa di stupirci, nei personaggi del romanzo di Nguyễn Phan Quế Mai, come in tutto il popolo vietnamita. C’è un messaggio di non violenza in cui l’odio per il nemico e per lo straniero è sostituito dall’odio per la guerra e la convinzione che i figli non debbano pagare per gli errori dei loro padri.

    “Quando cantano le montagne” è un doloroso romanzo bellissimo che ha molti piani, come la pagoda Tran Quoc ad Hanoi. Su un primo piano di Storia del Vietnam poggia un secondo piano di storia di una famiglia con le molteplici vicende delle varie generazioni di Tran, un piano dopo l’altro e, su questi, un ultimo piano vicino al cielo in cui si rincorrono immagini splendide che diventano metafore- la ‘casa’ (quasi un personaggio a sé), abbandonata e poi ritrovata, ma priva di ogni sua bellezza, quella che avevano dovuto lasciare e che era stata requisita durante la Riforma Agraria, distrutta e poi ricostruita quella di Hanoi; l’allodola di legno che non mantiene la promessa di un ritorno; un rubino (rosso come il sangue versato), smarrito, forse rubato e poi restituito; il fior di loto, infine, regalo del giovane innamorato di Huong, con il suo potentissimo simbolo di tenace rinascita in acque limacciose.

     Il fior di loto, hoa sen, è il fiore che meglio rappresenta tutte le donne straordinarie di questo romanzo, così come è l’emblema di un paese che è stato capace di risorgere dopo una guerra durata più di vent’anni. E’ il fiore dell’amore e della riconciliazione che chiude una Storia di guerre e tante storie di perdite, di sofferenze, ma anche di coraggio.

   Un romanzo imperdibile.

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a breve seguirà l'intervista con la scrittrice. Recensione e intervista saranno pubblicate su www.stradanove.it