venerdì 31 luglio 2015

Arnaldur Indriðason, “Una traccia nel buio” ed. 2015

                                                                  vento del Nord
        cento sfumature di giallo
        FRESCO DI LETTURA


Arnaldur Indriðason, “Una traccia nel buio”
Ed. Guanda, trad. A. Storti, pagg. 320, Euro 18,50


Leggere un romanzo dello scrittore islandese Arnaldur Indriðason significa fare un elogio della pacatezza. “Pacato” è l’aggettivo che meglio si confà ad un thriller di Arnaldur Indriðason, lontano dalla concitazione e dal ritmo serrato di altri romanzi del genere. Come se il freddo dell’Islanda avesse in certo qual modo congelato e rallentato il passo della narrazione, dando però il tempo per riflettere e soppesare gli avvenimenti.
      Ad Arnaldur Indriðason interessa il passato, passato come spiegazione del presente, e il confronto fra presente e passato, la ricerca del colpevole di un crimine nel passato e di conseguenza la ricerca del motivo dei cambiamenti nella società del presente, sono ancora una volta al centro del suo nuovo libro, “Una traccia nel buio”.
Un uomo di novant’anni è stato trovato morto nel suo letto. In apparenza niente di strano, anzi, che bel modo di dormire, nel sonno. E invece qualcuno ha accelerato il passaggio del vecchio nell’aldilà: è stato soffocato con un cuscino.
     Si apre parallelamente un’altra vicenda, nel lontano 1944, quando l’Islanda era ad un passo dall’indipendenza dalla Danimarca e, in questa fase finale della guerra, occupata dalle forze britanniche e statunitensi. Il corpo di una ragazza, Rosamunda, era stato trovato dietro il Teatro Nazionale. Era stata uccisa ma, qualche mese prima della sua morte, era stata vittima di una violenza, non aveva mai voluto dire da parte di chi, circolavano voci che fosse stato qualcuno del ‘popolo della notte’, un elfo, proprio come, circa tre anni prima e in un’altra parte dell’Islanda, era successo ad un’altra ragazza di cui non si era saputo più nulla, scomparsa. Il cadavere di Rosamunda era stato scoperto per caso da un soldato americano che stava amoreggiando con una ragazza islandese e le indagini erano state svolte da un poliziotto islandese e da un certo Thorson, figlio di islandesi emigrati in Canada e arruolato nelle forze americane.

     E’ proprio Thorson, il vecchio che è appena stato ucciso. Era ritornato a vivere in Islanda dopo la guerra, per ritrovare il silenzio e la pace della terra dei genitori che lo aveva incantato. Ed è un’altra persona non più giovane, che ha quindi una memoria personale dei tempi di guerra, che cerca di far luce sul delitto. Si chiama Konrað, suo padre era un truffatore che aiutava un medium nelle sedute spiritistiche. Konrað ricorda bene una seduta di cui avevano parlato anche i giornali- era stata a danno dei genitori della povera Rosamunda e, tuttavia, il medium aveva sentito la presenza di un’altra ragazza che si lamentava di avere molto freddo…
     Sono due i salti nel passato a cui ci conduce il delitto nel presente di “Una traccia nel buio”. Uno che ci trasporta negli anni quaranta, quando, in maniera stupefacente, il vento di guerra cambia radicalmente lo stile di vita islandese, poverissimo fino a quel momento. Gli americani portano con sé beni di consumo sconosciuti, fanno intravvedere possibilità di agio impensate. Qualcosa si smuove nell’economia dell’isola. Qualcosa si risveglia, ci si azzarda a sognare. Le ragazze sognano il lusso, si lasciano corteggiare dai nuovi arrivati in divisa, credono nella favola di Cenerentola, nelle promesse di matrimonio, sono sorde alle critiche di famigliari e conoscenti, che cosa sanno, gli altri, dell’amore? E’ quella che viene chiamata ‘la Situazione’- è successa la stessa cosa in tutti i paesi coinvolti nella guerra, di ragazze come Ingiborg è piena l’Europa. Ma Rosamunda e la ragazza scomparsa nel Nord avevano avuto anche loro un legame con un soldato dell’occupazione?

     Le storie di cui hanno parlato le due ragazze ci trasportano ancora più indietro nel tempo, in una Islanda folkloristica dove la realtà sconfina nell’immaginario, il popolo della notte cammina fianco a fianco con quello del giorno, e i fatti più dolorosi e crudi della vita quotidiana sono più facilmente accettati, se a loro viene data una spiegazione che possa giustificare la passività e l’inerzia.
     Una bella lettura per chi non è alla ricerca di forti emozioni.








lunedì 27 luglio 2015

Scott Spencer, “Un amore senza fine” ed. 2015

                                     Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
                                                                FRESCO DI LETTURA



Scott Spencer, “Un amore senza fine”
Ed. Sellerio, trad. Francesco Franconeri, pagg. 581, Euro 15,00

        Amore senza fine. Ossessione senza fine. Follia senza fine. Tragedia senza fine, con una serie di avvenimenti causati da quell’amore che investono come una valanga, quasi che ci siano degli dei gelosi di un sentimento immortale tra i mortali. La voce narrante di questa storia d’amore è lui, David Axelrod, il ragazzo che, poco più che sedicenne, si è innamorato di Jade Butterfield, sua compagna di scuola.
      Sono due i perni intorno a cui ruota la vicenda- le conseguenze, volute o no, dell’amore di David e Jade. Il primo è l’incendio appiccato da David alla casa dei Butterfield dopo un mese di separazione imposto dalla famiglia di lei. Incendio fatale su cui il ricordo di David- e di tutti i Butterfield- ritorna di continuo. Era divampato con una furia che non era nelle intenzioni di David. Non poteva prevedere che proprio quella sera i Butterfield avrebbero deciso di sperimentare un ‘trip’ di famiglia con dell’LSD procurato da un cugino di Ann, la madre di Jade. E che quindi fossero tutti onnubilati, incapaci di muoversi. Che lui, David, avrebbe contribuito a salvarli. Tuttavia si era dichiarato colpevole e gli era andata anche bene. Era stato condannato alla reclusione in una clinica (di lusso, peraltro) per disturbi mentali, con la proibizione di mettersi in contatto con qualsiasi Butterfield.

     L’effetto di un isolamento totale può avere conseguenze opposte a quelle volute. L’amore di David si era rafforzato, tesorizzato nel ricordo. Era stato la sua ancora di salvezza, per resistere fino al suo rilascio. Dopodiché si era messo a cercare i Butterfield. Ed ecco il secondo tragico avvenimento- è possibile che il fato colpisca due volte? Ci si può considerare responsabili della morte di qualcuno solo perché questi ha attraversato con imprudenza una strada per impedirti di fuggire ed è stato travolto? La colpa di David è tacere. Ma come non capire il suo silenzio, se rivelare la sua presenza nel luogo dove è morto Hugh Butterfield gli impedirebbe di rivedere Jade? I due torneranno a stare insieme, finché Jade verrà a sapere del ruolo di David nella morte di suo padre e David, che non aveva rispettato la sua condizione di libertà vigilata, sarà riacciuffato dalla giustizia e punito con maggiore severità.
    La storia dei due giovani, ridotta alle linee essenziali, sembra scritta apposta per il grande schermo, fitta com’è di avvenimenti sensazionali, nonché di incontri amorosi stuzzicanti- quelli iniziali della scoperta del sesso, teneri e limpidamente infuocati, quando non esiste nessun altro al di fuori del cerchio magico che circonda i due innamorati, quello del tentativo di seduzione da parte di Ann Butterfield, e quello (in verità troppo lungo, 30 pagine di amplesso) di David e Jade nella stanza d’albergo da cui rubano le lenzuola.
Non per niente Zeffirelli ne ha tratto un film nel 1981 (con Brooke Shields e un esordiente Tom Cruise) ed un remake è stato fatto nel 2014 con la regia di Shana Feste. I film non sono granché perché trascurano l’ampio sfondo della storia d’amore e morte. Non possono evidenziare ciò che affiora nei ricordi di Ann, di come la fiammata dell’amore tra David e Jade avesse appiccato un incendio alla famiglia molto prima che alla casa. Della gelosia incestuosa del padre, di quella del fratello maggiore, della tentazione di amore di Ann che aveva trovato una sintonia con David che la ringiovaniva. E’ colpa di David se la famiglia Butterfield si è sfasciata? E’ stata la miccia, certo. E’ colpa di David se perfino nella sua rigorosa famiglia suo padre si è concesso di evadere dal matrimonio, quasi fosse stato incoraggiato dalla forza dell’amore del figlio? E’ difficile che i film restituiscano l’atmosfera dell’ambiente filo-comunista della famiglia Axelrod: c’entra qualcosa la severità di principi di responsabilità sociale in cui David è stato cresciuto con la sua attrazione verso i Butterfield stile hippy, diametralmente opposti ai suoi genitori?
       E adesso per l’ultima volta, Jade, non m’importa né domando se sia pazzia: io vedo il tuo volto, ti vedo, ti vedo, in ogni posto ti vedo. Le parole in chiusura del libro ci risuonano in mente, mentre continuiamo a pensare ai due protagonisti, a domandarci se il loro sia vero amore, o se sia una costruzione mentale, una necessità di qualcosa in cui credere perché, qualunque cosa sia, ci riempie il cuore, ci fa venir voglia di vivere.




      

domenica 26 luglio 2015

Robert McLiam Wilson, “Il dolore di Manfred”

                                      Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda               
                                                            il libro ritrovato



Robert McLiam Wilson, “Il dolore di Manfred”
Ed. Fazi, trad. Lucia Olivieri, pagg.220, Euro 13,50

La mancanza di Emma era uno strazio continuo. Manfred visse il primo anno senza di lei in uno stato di angoscioso appannamento, recitando sul palcoscenico della propria vita e sopportandone il peso, senza che quel che faceva lasciasse in lui alcun ricordo o quasi.


Sembra che tutto sia stato detto sull’amore, e poi c’è sempre uno scrittore di talento che riesce ad aggiungere qualcosa, a dire di più, o dire meglio, o scandagliare più a fondo un sentimento complesso e multiforme. Il protagonista de “Il dolore di Manfred” dello scrittore nord-irlandese Robert McLiam Wilson è una figura insolita, un ebreo inglese agnostico, cresciuto in una famiglia non osservante, per cui il suo essere ebreo si riduceva a quel nome dal suono tedesco e all’essere il bersaglio di filastrocche irrisorie a scuola. Quando- più tardi, molto più tardi- ne avrà acquistato la sofferta consapevolezza attraverso l’ebraicità della moglie, sarà il giovane di colore, suo vicino di casa, che sminuirà il fatto, rispondendo con una domanda analoga, “e lei lo sapeva che sono negro?” a quella di Manfred, “lo sapeva che sono ebreo?”. E’ la sua vita ad essere insolita, il suo rapporto con la moglie che lui ama moltissimo, e lo si percepisce dall’emozione e dall’ansia che è un misto di felicità e dolore con cui si prepara ad ogni incontro con lei. Manfred è separato da Emma da più di vent’anni e, per un accordo tra loro di cui scopriremo la causa solo alla fine, può incontrarla solo una volta al mese, su una panchina del parco. Ma deve girarle le spalle, non guardarla mai. Altrimenti lei si alza e se ne va- come in una vecchia favola. E adesso Manfred è anziano e ammalato di tumore e il libro è uno studio del dolore di Manfred, “pain” e non “sorrow” nel titolo in inglese, un dolore di sofferenza fisica che è un proseguimento naturale di un altro tipo di dolore, quello da lui provato per quello che ha inflitto alla moglie. Si alternano i capitoli in cui un sempre più sofferente Manfred si prepara all’incontro mensile con Emma,
aiuta una prostituta, scambia due parole con il vicino di casa,  viene insultato in metropolitana da un ragazzo che fraintende lo sguardo con cui Manfred fissa la sua compagna: assomiglia così tanto a Emma da giovane!- e quelli in cui viene rievocata la vita di Manfred, inviato in Africa a combattere una guerra che gli è estranea, lo sbarco in Sicilia, l’assedio di Montecassino, Berlino rasa al suolo, la violenza dei vincitori e l’umiliazione dei vinti. E poi il ritorno in una Londra agonizzante, l’incontro con Emma che non vuole parlare del suo passato: Manfred sa solo che è di Praga, che in un tempo finito si chiamava Rosza, che è stata internata a Birkenau e la sua famiglia è stata sterminata.
Qual è il demone che porta Manfred a distruggere l’amore e la felicità che ha trovato con Emma? E che cosa, nel passato di Emma, fa sì che lei accetti di diventare la vittima di Manfred? Fino a quando lei parla, racconta per una notte intera, e al mattino Manfred esce di casa e accetta le sue condizioni, di incontrarla una volta al mese e di non guardarla più. La più sottile e crudele delle punizioni.




Robert McLiam Wilson è stato invitato, quest'anno, al Festival delle Letterature di Massenzio. Attendiamo tutti con ansia la pubblicazione del suo nuovo romanzo, "The extremists".

lunedì 20 luglio 2015

Matthew Thomas, “Non siamo più noi stessi” ed. 2015

                                     Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
                                                               FRESCO DI LETTURA



Matthew Thomas, “Non siamo più noi stessi”
Ed. Neri Pozza, trad. Chiara Brovelli, pagg. 732, Euro 19,50

        Non ho prestato abbastanza attenzione all’esergo del romanzo di Matthew Thomas, “Non siamo più noi stessi”. Al titolo, che è una delle due citazioni, preso dalle parole di re Lear. All’altra citazione, del poeta Stanley Kunitz, Cara, ricordi/ l’uomo che hai sposato? Toccami/ ricordami chi sono, che è risuonata straziante alle mie orecchie dopo aver terminato la lettura del libro. Forse, invece, è stato meglio così, che non abbia indugiato a riflettere sul significato che quelle parole potessero avere e il loro nesso con la storia di Eileen Tumulty che stavo iniziando a leggere, perché in questo modo ero nella posizione stessa di Eileen: né lei protagonista, né io lettrice comprendevamo quello che stava accadendo, nessuna delle due riusciva a farsi una ragione dello strano cambiamento di comportamento di suo marito Edmund, la verità sarebbe apparsa come una brutale rivelazione per entrambe, avremmo percorso insieme il doloroso cammino in discesa, sempre più ripido, a fianco di Edmund Leary.
     La storia di Eileen Tumulty incomincia in maniera molto tradizionale, il passo del romanzo è tranquillo, lascia assaporare i dettagli. Veniamo a sapere che Eileen è nata nel 1941, figlia di immigrati irlandesi, che è una ragazzina costretta a sobbarcarsi compiti non suoi da quando la madre, dopo un aborto traumatico, ha incominciato a bere. L’ambiente famigliare, il cerchio irlandese intorno a suo padre, la squallida routine quotidiana, sono per Eileen uno sprone a mirare più in alto- lei non vuole finire così, lei sarà diversa, lei avrà una vita come quegli Wasp che tanto invidia. Si diploma come infermiera e farà una certa carriera diventando supervisore. E sposa invece un irlandese, innamorandosi di Edmund Leary contro ogni sua aspettativa. Ma Edmund è un uomo speciale, uno studioso, un ricercatore che sceglie di fare il professore universitario perché gli piace insegnare, non gli interessano ruoli accademici più elevati. Dopo anni di matrimonio riescono ad avere un figlio, Connell.

      Tutta la prima metà di questo lungo romanzo (700 pagine che non pesano affatto, da gustare) scorre senza scossoni, restituisce l’idea di ‘romanzo’, il piacere di conoscere dei personaggi intimamente. Eileen non è neppure del tutto simpatica, così ambiziosa, a tratti così dura, con una certa aria di condiscendenza nei confronti del marito che si accontenta di quello che hanno, di abitare porta a porta con immigrati italiani. Per Eileen la casa diventa il simbolo di quello che lei vuole essere e la ricerca della casa perfetta, nel quartiere perfetto, diventa la ricerca della sua stessa identità che deve però, ad un certo punto, mediare con l’innegabile realtà di quella parte di sé che non può rinnegare, con le possibilità economiche che hanno.
    E l’acquisto della casa dei sogni di Eileen, il loro trasferimento, l’inizio dei lavori di ristrutturazione sono anche l’inizio- dapprima giustificato con lo scombussolamento che ogni novità comporta- dell’apparizione dei segnali del grosso cambiamento in Edmund. Segnali impercettibili dapprima, sbalzi di umore, scatti di ira, comportamenti anomali che però fanno pensare Eileen al divorzio.
Poi la tragedia. E, come in tutte le grandi tragedie, il personaggio di Eileen cambia sotto i colpi della sorte, si innalza al livello di grande eroina. La donna che ci aveva a volte infastidito diventa oggetto della nostra ammirazione incondizionata, il suo coraggio, la sua dedizione, la sua volontà di non arrendersi sono un esempio illuminante e quella di lei e di Edmund diventa una bellissima storia d’amore che ci spezza il cuore, che ci ricorda la promessa ‘di esserti fedele per sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti per tutti i giorni della mia vita”.

     Uno splendido primo romanzo, sobrio, ricco, profondo.


giovedì 16 luglio 2015

Minna Lindgren, “Mistero a Villa del Lieto Tramonto” ed. 2015

                                                                    vento del Nord
        cento sfumature di giallo
        FRESCO DI LETTURA



Minna Lindgren, “Mistero a Villa del Lieto Tramonto”
Ed. Sonzogno, trad. Irene Sorrentino, pagg. 284, Euro 16,50

    Impossibile equivocare sul titolo: “Mistero a Villa del Lieto Tramonto”. Che la Villa del Lieto Tramonto sia un garbato eufemismo per indicare che è un ricovero per persone anziane, è chiaro. Che poi ci sia anche un mistero da risolvere…vedremo di che cosa si tratti, perché il romanzo della finlandese Minna Lindgren non è un ‘giallo’ alla Agatha Christie, nonostante quello che è stato scritto su alcuni giornali (in copertina si cita “The Independent”): è del tutto diverso, ed è migliore, in un genere tutto suo.
    La Villa del Lieto Tramonto è un’ottima struttura (in apparenza): è divisa in mini appartamenti dati in affitto agli ospiti. Le tre ‘eroine’ del romanzo, Irma, Siiri e Anna-Liisa, hanno ognuna un bilocale, pur godendo dell’assistenza specializzata. Le giornate degli ospiti della villa (descritti con arguzia) sono scandite da pranzi, attività ricreative, esercizi per la memoria, fisioterapia. Aggiungiamoci un bicchiere di vino rosso (a volte Irma si sbaglia e lo beve al mattino), un altro bicchiere di whisky (Irma sostiene che glielo ha prescritto il dottore) e poi pillole, pillole, pillole. Anna-Liisa ha bisogno di un deambulatore per spostarsi (rosso, come il cappellino che ama portare), Siiri ha un bastone che chiama ‘cavalier Gastone’- c’è un lessico famigliare che è come un linguaggio segreto delle tre vecchie ragazze (hanno tutte superato i novant’anni, Siiri va per i novantacinque), il saluto ‘chicchirichì’ che Irma lancia al mattino, il ‘tic-tac-tic-tac-tic-tac’ sempre inventato da Irma, memento costante dello scorrere del tempo, i ‘tesorini’ che sono i figli, i nipoti, i bisnipoti, la ‘toorta’ che addolcisce i pranzi.

     Alcuni fatti turbano la routine: muore in maniera sospetta il giovane cuoco della Villa, un anziano viene violentato mentre fa la doccia, scoppia un incendio nel reparto di isolamento, temutissima anticamera della morte dove vengono ricoverati i dementi. Questo è il punto dolente. Anzi questo è il vero centro dell’indagine delle tre vecchie ragazze, più che cercare di scoprire se il cuoco stia stato assassinato (non sapremo più nulla di lui, come fosse andato perso nella smemoratezza delle protagoniste)- certi ospiti ‘scomodi’ vengono forse spinti verso la confusione totale e la demenza con la somministrazione di alcune medicine? Il caso della simpatica Irma sembra esserne una prova. Quando nota che le pillole nel suo contenitore sono aumentate in maniera anomala, Siiri fa solo finta di prenderle. E che dire delle truffe ai danni degli ospiti, le spese addebitate come extra sul loro conto per interventi non richiesti o per ambulanze chiamate per un’emergenza?
    A quanto pare, non è un paese per vecchi, la Finlandia. In questa indagine macabramente divertente del romanzo di Minna Lindgren la famiglia è scomparsa. I ‘tesorini’ di Irma sono troppo impegnati in viaggi e divertimenti (paradossale la cura dei cavalli con cui si giustifica la figlia) per fare visita alla madre/nonna/bisnonna. Quando si parla di soldi, però, è un’altra faccenda. Eppure, c’è un piglio ottimista e positivo nel “Mistero a Villa del Lieto Tramonto”. Le tre vecchiette non dimenticano mai il’tic-tac’ del tempo e tuttavia proprio per quello fanno incetta di tempo e di esperienze:
leggono e citano scrittori classici (hanno appena finito “Arcipelago Gulag” di Solzenytsin), girano tutta Helsinki in tram (c’è una sorta di mappa all’inizio), ripassano le declinazioni, vanno a fare shopping (divertentissimo), perfino andare ad un funerale diventa un passatempo. E poi sono ancora capaci di provare sentimenti come l’amicizia e- perché no?- l’amore.

     A tratti la descrizione della vecchiaia fatta da Minna Lindgren sembra perfin troppo rosea ma, se non fosse così, la denuncia delle trappole in agguato e la descrizione del declino inevitabile sarebbero insopportabili. E invece questo è un romanzo gradevolissimo: da ora la Villa del Lieto Tramonto farà parte del mio lessico famigliare.


martedì 14 luglio 2015

Fredrik Sjöberg, “L’arte di collezionare mosche” ed. 2015

                                                    vento del Nord
                                                    FRESCO DI LETTURA


Fredrik Sjöberg, “L’arte di collezionare mosche”
Ed. Iperborea, trad. Fulvio Ferrari, pagg. 213, Euro 16,00

     

   Fredrik Sjöberg ha raccolto 202 diversi tipi di mosche sulla piccola (quindici chilometri quadrati) isola di Runmarö. Se potessi esprimermi graficamente con una delle faccette di emoticon, sceglierei quella con gli occhi sbarrati e non so se ne metterei un numero maggiore per il numero, 202!!, o per l’oggetto della collezione, mosche!! E al tutto farei seguire la faccetta che ride piangendo. Diciamo la verità: non capita tutti i giorni di conoscere un collezionista di mosche anche se lo scrittore si premura di informarci sulla bottonologia, cioè il collezionismo di cose futili, e sulle motivazioni che spingono le persone a collezionare di tutto oppure anche una singola cosa purché stravagante. E tuttavia Fredrik Sjöberg non è un collezionista dilettante (forse è difficile essere collezionista dilettante di mosche): scrittore, entomologo e giornalista, la sua collezione di sirfidi è stata esposta alla Biennale di Venezia del 2009. Neppure le sue mosche sono mosche per dilettanti, non sono quegli insetti grigiastri un poco (o molto) ripugnanti della nostra vita quotidiana. I sirfidi collezionati da Fredrik Sjöberg hanno un colore dorato che ricorda le api, non a caso in America sono chiamati flower flies perché ronzano spesso sui fiori (hover flies in Inghilterra, per quel ronzio che fa pensare, in scala minore, agli elicotteri). Non posso dire che vedere la loro immagine su internet mi abbia incantato, però mi ha aiutato ad accettare la scelta di Sjöberg.

     Si parte dalle mosche, dunque, nel libro di Fredrik Sjöberg, “L’arte di collezionare le mosche”, ma poi si divaga, si parla di altro, si parla di altri, si riflette, si arriva altrove: è la solitudine che si cerca, inseguendo, osservando e collezionando mosche, o sirfidi che dir si voglia. Citando un altro studioso, Sjöberg scrive, “la prima cosa a cui un entomologo deve essere pronto è la solitudine”. Ecco perché le mosche e non le farfalle, ad esempio. Tutti possono vedere le farfalle, fanno parte del paesaggio, si vedono anche senza cercarle, non ci si addentra nella solitudine collezionando farfalle. E la solitudine è amica della lentezza. Forse questo è il motivo più profondo del collezionista di mosche: scalare le marce del ritmo quotidiano, lasciarsi colare addosso il tempo, rallentare i battiti del cuore perché il pulsare del sangue negli orecchi non impedisca di sentire il ronzio della mosca. Con l’unica compagnia dei fiori, dell’erba, degli arbusti, del cielo, delle nuvole di passaggio.

    Fredrik Sjöberg è un flâneur della natura e i suoi pensieri, come quelli di tutti i flâneur, vagano insieme ai suoi passi. Le scelte della sua vita sono intrecciate alla storia di René Malaise, l’inventore di una grandiosa trappola per mosche, un uomo avventuroso che visse a lungo nella penisola della Kamchatka, sopravvivendo al tremendo terremoto del febbraio del 1923 per poi riviverne l’incubo nell’agosto dello stesso anno in Giappone, come se la placca tettonica si muovesse inseguendo lui. “C’era in lui qualcosa di sconfinato”, scrive Sjöberg per spiegare la sua ammirazione per quest’uomo che per un breve periodo fu sposato con Ester Blenda Nordström, altra personalità ‘sconfinata’, anticonformista, innovatrice giornalista di indagine.

   Tra gli incontri su pagina del nostro flâneur non poteva mancare Kundera, e, insieme a lui, altri personaggi a noi meno noti, sempre un poco stravaganti, come il finlandese che operava chirurgicamente sui moscerini per aumentare la frequenza del battito delle loro ali. E poi, naturalmente, c’è la splendida isola di Runmarö che fa da sfondo agli itinerari del collezionista a caccia di mosche, di aneddoti, di ricordi, di stralci di vita altrui- e che strana sorte per un’isola così minuscola, l’essere diventata un crocevia culturale: ci vissero Strindberg e Tranströmer, premio Nobel 2011.
   Non è citato, ma a noi viene in mente anche l’inglese Sterne e la sua arte del divagare, leggendo Fredrik Sjöberg. C’è qualcosa del leggero umorismo inglese nella sua scrittura, quella leggerezza che con un colpo d’ala solleva il racconto, quell’autoironia che, a fine lettura, ci fa concordare con l’autore: è proprio vero, anche se non ce ne eravamo accorti, siamo tutti collezionisti di mosche nel nostro intimo.




                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               



sabato 11 luglio 2015

Anita Nair, “L’alfabeto delle spezie” ed. 2015

                                                   Voci da mondi diversi. Asia
FRESCO DI LETTURA


Anita Nair, “L’alfabeto delle spezie”
Ed. Guanda, trad.  F.Diano, pagg. 178, Euro 15,00

     Una casa in una piantagione di tè nel sud dell’India.
     Una casa più piccola- serviva da alloggio per il custode, quando il proprietario era un inglese- ai margini del giardino, si può vedere dalla finestra dell’abitazione più grande.
     Una giovane donna sulla trentina. Si chiama Lena. La cuoca tuttofare la chiama Leema, è stata per lei una seconda madre.
     Il marito di Lena, l’uomo senza nome chiamato solo e sempre KK.
     Un famoso attore, Shoola Pani, che ha preso in affitto la casetta nel verde. Ha bisogno di pace e di isolamento. E’ in fuga dai fastidi della notorietà.
    Komachi, la cuoca tuttofare, l’unico personaggio che narra in prima persona, l’occhio esterno che guarda, osserva, percepisce quanto sta accadendo e segue il racconto con una sua narrazione personale sul filo delle spezie, così essenziali nella cucina indiana, così ricche non solo di sapore ma anche di significato.

      Se questi sono gli ingredienti, è più facile indovinare lo sviluppo della trama di quanto non sia prevedere la preparazione di un piatto leggendo le ricette di Komachi alla fine del libro. Si aggiunga che sappiamo subito che il matrimonio di Lena e KK è un affare ‘tranquillo’, che lei lo ha sposato senza amarlo razionalizzando il principio alla base di tutti i matrimoni combinati di tutti i tempi : meglio la stima e un tiepido affetto, meglio una calma sicurezza un poco monotona al fuoco divorante della passione che tutto brucia e lascia le ceneri dietro di sé. Il fatto che Shoola Pani sia famoso, che metà della popolazione femminile indiana darebbe qualunque cosa per avere un suo autografo, per non dire per essere fotografata vicino a lui, non c’entra per nulla nella folgorazione di Lena al primo incontro. Sono poco più di una ventina di giorni di una storia prima fatta soltanto di romantiche passeggiate e poi di sesso come mai Lena avrebbe creduto possibile. Con il dubbio costante, tuttavia- starà recitando, lui? sono parole di qualche film che gli ritornano sulle labbra?

      La storia d’amore di Lena e Shoola Pani sarebbe adatta per lo schermo di Bollywood, ma c’è l’altra narrativa parallela in forte contrasto con questa e letteralmente radicata alla terra, quella di akka, la ‘tata’, la cuoca che inizia ogni suo capitolo parlandoci di una qualche erba o spezia con il pretesto di memorizzare l’alfabeto collegando ogni lettera con il nome di qualcosa che le venga facile ricordare. Nel suo racconto c’è tutta una saggezza popolare di vecchie credenze e proprietà curative attribuite agli alimenti ma, mentre procede scandendo ogni lettera dell’alfabeto, raccontandoci del grande amore della sua vita che è stato interrotto proprio a causa di Lena, osservando il cambiamento che si opera in quella che era stata la bambina affidata alle sue cure e la cui freddezza non aveva mai saputo capire, comprendiamo che le spezie sono anche quel non so che che differenzia l’affetto dall’amore, sono quello che dà gusto ai cibi e la luce che illumina lo sguardo di chi prova la passione, la cura di lievi malesseri e la pace sazia dell’anima.

       “L’alfabeto delle spezie” è un romanzo leggero, piacevole, ben scritto. Si legge in un paio di ore, è una gradita distrazione estiva.  


giovedì 9 luglio 2015

holidays

Mi spiace, per problemi di connessione non riesco ad aggiornare il blog con le mie nuove letture. A presto, spero!

martedì 7 luglio 2015

Helen Humphreys, “Notturno”

                                                     Voci da mondi diversi. Canada
il libro ritrovato

Helen Humphreys, “Notturno”
Ed. playground, trad. Fabio Viola, pagg.185, Euro 15,00

       “Notturno”, come il titolo di un brano musicale, come un “Notturno” di Chopin, per il libro che la scrittrice canadese Helen Humphreys dedica alla memoria del fratello Martin che aveva la musica nel sangue, che interpretava il mondo con la musica, che leggeva perfino il suo conto in banca con la musica: il codice segreto del suo bancomat erano le prime quattro note della Quinta Sinfonia di Beethoven, 5552.
“Vita e morte di mio fratello”, recita il sottotitolo del libro che, tuttavia, è dedicato dalla scrittrice ‘A mia sorella’- perché  questo “Notturno” è destinato a diventare la collezione di ricordi che manterrà in vita un uomo che è morto troppo presto e troppo velocemente per un tumore al pancreas. Ed è impossibile, leggendo il libro di Helen Humphreys, non ricordare anche le più belle elegie funebri che i grandi della letteratura hanno scritto, prima fra tutte “Lycidas” di John Milton. Perché, in “Notturno”, come in “Lycidas”, echeggia nel sottofondo la domanda senza risposta del ‘perché’: perché questa ingiustizia, perché se ne devono andare così presto delle persone di valore, come Martin Humphreys o come l’Edward King ricordato da Milton, mentre uomini malvagi o insignificanti prosperano a lungo? E a nulla servono i versi di Menandro, “muore giovane chi al cielo è caro”.

     Helen Humphreys non si limita a ricostruire l’immagine del fratello in “Notturno”. Obbedendo a quanto le ha detto Martin che le è apparso in sogno, racconta a lui che non c’è più quello che le succede nella vita quotidiana. La narrazione, allora, mescola ricordi di infanzia con le strazianti immagini di Martin dopo gli interventi in ospedale, vacanze passate insieme con tour fatti di recente da Helen per presentare un libro, chiacchiere al telefono con lui ancora vivo con le chiamate che Helen fa solo per sentire la sua voce registrata sulla segreteria. Come si fa con un ammalato in coma a cui è necessario parlare perché gli giunga un messaggio dal mondo che continua a scorrere accanto a lui, così fa Helen Humphreys con suo fratello. Gli parla. Perché non dimentichi quello che è stato, perché, nel caso si risvegliasse come Rip van Winkle, non soffra di spaesamento. E, nello stesso tempo, questo dialogo che non si interrompe, che letteralmente è un monologo ma è come se Helen sentisse i commenti e le risposte del fratello, è una consolazione per Helen, è un trattenere Martin per il lembo della camicia, perché una persona continua a vivere finché è rievocata nei ricordi.
Martin che a quattro anni rubava lo sgabello alla sorella sedendosi al pianoforte al suo posto, la rivelazione delle sue doti straordinarie, le prime esibizioni e il parallelo con l’attività creatrice di Helen- note musicali per lui, parole per lei. Gli oggetti lasciati da Martin- gli può interessare sapere come ne abbiano disposto e le sensazioni che Helen ha provato entrando nella sua casa. La vita che lui ha abbandonato, i lavoretti che gli permettevano di mantenersi senza rinunciare a quello che per lui era più importante, comporre. Quello che Helen ha fatto dopo la sua morte. Un capitolo curioso per noi è quello in cui Helen gli racconta della sua esperienza a Mantova dove è stata invitata per l’annuale Festival della Letteratura. A Martin sarebbe piaciuta Mantova- e lei gliela descrive.

    Diverso da tutto quello che Helen Humphreys ha scritto finora, “Notturno” è un libro intimista che riesce a superare quanto c’è di strettamente personale nel ricordo e a rendere universale il percorso lungo e difficile della rielaborazione del lutto

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


domenica 5 luglio 2015

Helen Humphreys, “La verità, soltanto la verità”

                                              Voci da mondi diversi. Canada    
      il libro ritrovato



Helen Humphreys, “La verità, soltanto la verità”
Ed. Playground, trad. Carlotta Scarlata, pagg.238, Euro 16,00



   Parigi 1830. Il marito, la moglie, l’amante. Hanno nomi famosi: Victor Hugo, Adèle Hugo, Charles Sainte-Beuve. Il poeta e romanziere così narcisista da vedere una H nelle torri della cattedrale di Notre Dame, la moglie stanca di fare figli (ne hanno già quattro), il poeta e critico letterario che è diventato loro amico  quando ha scritto che Victor Hugo era un genio.
Dal 1830 al 1870: la scrittrice canadese Helen Humphreys segue negli anni questa insolita storia d’amore, regalandoci un libro- ancora una volta- bellissimo. Delicato, gentile, poetico, raffinato. Dando voce, alternativamente, a Sainte-Beuve, ad Adèle e alla figlia più piccola degli Hugo, Adèle come la mamma, Dédé per la famiglia, la cui storia (che occupa la parte finale del romanzo) conosciamo dal film di Truffaut con Isabelle Adjani, “Adèle H.”. Un amore insolito, quello tra Sainte-Beuve e Adèle Hugo, e il titolo originale, “The Reinvention of Love”, ci suggerisce qualcosa, incuriosendoci su che cosa significhi ‘riinventare’ l’amore.

    L’amore deve essere riinventato quando non segue il tracciato usuale. Quando è, ad esempio, tra due persone dello stesso sesso. Oppure quando è solo uno dei due che ama (sarà il caso di Dédé che insegue al di là dell’Atlantico un uomo che solo nelle sue fantasticherie è innamorato di lei). Oppure quando, come nel caso di Sainte-Beuve, un’anomalia fisica gli impedisce di unirsi carnalmente alla donna che ama. Eppure, possiamo dubitare che sia amore, il sentimento, la passione che lega Charles Sainte-Beuve alla moglie dell’amico? Anche se, alla fin fine, non si tratta del solito triangolo, piuttosto un quartetto: Victor, Adèle, Charles e Charlotte (come Charles ama chiamare l’altro sé, quello che si nasconde sotto gli abiti della madre approfittando di quella che lui chiama la sua bruttezza e che forse è solo una imprecisione di lineamenti).
    La delicatezza della narrativa di Helen Humphreys è nel modo gentile in cui sia Sainte-Beuve sia Adèle ci fanno capire come la loro riinvenzione dell’amore possa soddisfarli anche fisicamente, come si completino l’un l’altro- Adèle trovando in lui un uomo che non prevarica, che non si impone su di lei, Sainte-Beuve sentendosi, per la prima volta, apprezzato per come è e non umiliato.
Sainte-Beuve
   Tuttavia, nonostante il romanzo sia sulla loro storia d’amore, a tratti abbiamo l’impressione che il vero protagonista sia Victor Hugo, gigante delle lettere e della vita famigliare, l’uomo intorno a cui deve girare tutto il mondo, che si prende un’amante non appena sa del tradimento della moglie, che obbliga i figli a seguirlo nell’esilio delle isole della Manica senza curarsi della loro infelicità, della loro mancata realizzazione, senza vedere il pericolo dell’ossessione amorosa di Dédé, che sarà lui stesso a far rinchiudere in un manicomio (era veramente necessario?). E la riinvenzione dell’amore potrebbe anche capovolgere quello che in genere si intende per amore: se Adèle non fosse rimasta accanto al marito per timore di ferire i figli, forse i suoi figli avrebbero avuto una vita più felice, di certo più autonoma.
Victor Hugo

     La storia che Helen Humphreys ci racconta è appassionante anche perché vera. La scrittrice aggiunge, di suo, la chiave di lettura di questo amore, l’inquadrare la figura prepotentemente maschile di Victor Hugo in un ruolo ampiamente diffuso e troppo spesso dato per scontato per cui è l’uomo a dettare le leggi, sia dei rapporti intimi sia di quelli che coinvolgono famiglia e amici. E allora la storia di Charles e Adèle, così come quella dell’infelice Dédé, sono storie di ribellioni e di sfide. Che hanno il loro prezzo.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


sabato 4 luglio 2015

Helen Humphreys, “Coventry”

                                           Voci da mondi diversi. Canada
                                                          il libro ritrovato

Helen Humphreys, “Coventry”
Ed. Playground, trad. Carlotta Scarlata, pagg. 154, Euro 13,00

   La storia della seconda guerra mondiale è una storia di bombardamenti a tappeto, in una sequenza temporale dagli effetti sempre più tragicamente mortali. Spagna, Guernica, 26 aprile 1937: durante la guerra civile che fu l’atto preparatorio per la guerra in Europa. Inghilterra, Coventry, 14 novembre 1940: furono sganciate 500 tonnellate di bombe e 30.000 spezzoni incendiari. Germania, Dresda, 14 e 15 febbraio 1945: 1478 tonnellate di bombe solo il primo giorno. Giappone, Hiroshima, 6 agosto 1945: la prima bomba atomica che mise fine alla guerra.
    Il tema della seconda guerra mondiale non è nuovo a Helen Humphreys, scrittrice e poetessa canadese. La guerra, la tensione e la paura, lo spiare il cielo in attesa di aerei nemici, l’euforia dell’azione e poi il confronto brutale con la realtà della perdita e della morte erano già comparsi nel suo straordinario romanzo “Il giardino perduto” in cui il giardino, nascosto, ritrovato, interpretato attraverso i suoi fiori, era una metafora d’amore e pace. “Il giardino perduto” si svolgeva in un luogo idilliaco lontano dalle città- ci si poteva quasi illudere che non ci fosse nessuna guerra. In “Coventry” la guerra è lì, subito, con Harriet che, nella fredda notte di luna piena del 14 novembre 1940, sale sul tetto della cattedrale in sostituzione del suo vicino di casa che fa parte della schiera di guardie antincendio. Harriet fa in tempo ad ammirare la vista spettacolare da quell’altezza quando avvista anche la macchia arancione del fuoco all’orizzonte: le fabbriche di Coventry, appena fuori dalla città, sono state le prime ad essere colpite.

   Il romanzo della Humphreys- una notte di fuoco a Coventry- ha tre personaggi principali e ne segue i passi in quella notte. Harriet è una donna sola: aveva diciotto anni nel 1914, quando l’altra guerra era iniziata. Anche suo marito aveva diciotto anni; erano sposati da due mesi quando lui si era arruolato ed era stato mandato in Francia. Due mesi dopo era arrivato il telegramma: disperso. Anche Jeremy, il giovane poco più che ventenne che Harriet incontra mentre tutti stanno cercando disperatamente un rifugio nella città sotto attacco, fa parte della squadra antincendio sul tetto della cattedrale: non è stato arruolato perché daltonico. Maeve, sua madre, si trovava in un pub e passava il tempo disegnando, quando era suonato l’allarme: per uno di quei strani casi della vita aveva già incontrato brevemente Harriet nel 1914, erano salite insieme su uno dei primi autobus a due piani di Londra.
   Non si conosce se stessi e non si conoscono gli altri fino al momento di estremo pericolo. Fino a quando si cammina sul filo teso tra vita e morte e non si è soli, non si può badare solo a se stessi, bisogna decidere che cosa sia giusto fare, che cosa sia più importante fare- se per se stessi prima di tutto, o per gli altri. Jeremy non ha dubbi, nella sua generosa giovinezza. E’ un duplicato di Owen, il marito di Harriet, con una maggiore consapevolezza, però. Owen non sapeva che cosa lo aspettava, Jeremy lo sa. E trascina con sé Harriet in un percorso attraverso la città sventrata in cui solo la pietas può offrire ancora qualche speranza ad una umanità colpita a morte. Maeve pensa unicamente a suo figlio, cerca soltanto lui.


     La narrativa della Humphreys è stranamente poetica nella sua concisione. Si concentra sugli orrori della notte del 14 novembre concedendosi un flashback al 1914 (Owen che parte baldanzoso), al 1919 (il pellegrinaggio di Harriet a Ypres rasa al suolo) e un balzo nel futuro, nel 1962, quando viene inaugurata la nuova cattedrale di Coventry con fasci di luce che si tinge di blu attraverso le vetrate moderne. Termina con un flash su Maeve che si è rifugiata nelle isole Aran. Quale luogo migliore di queste isole mai toccate dalla guerra, via dalla pazza folla, sospese tra cielo e oceano?

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net