mercoledì 26 febbraio 2014

Pia Juul, "L'omicidio di Halland"

                                                                       cento sfumature di giallo
                                                                                          fresco di lettura



Pia Juul, “L’omicidio di Halland”
Ed. Elliot, trad. Bruno Berni, pagg. 184, Euro 14,02   
Titolo originale: Mordet på Halland

     Un thriller sconcertante dalla Danimarca. Sconcertante perché si annuncia come un classico mystery: un uomo viene ucciso, il titolo stesso lo dice, “L’omicidio di Halland”. Gli hanno sparato, di mattina presto, in strada. Ci sono tutti i quesiti tipici: come mai è uscito, e senza giacca? Conosceva la persona che poi lo ha ucciso? Con queste premesse ci prepariamo a leggere un giallo nordico colmo di suspense. E invece il romanzo di Pia Juul è pieno di suspense ma si sviluppa come qualcosa d’altro: appare presto chiaro che alla scrittrice (anche l’io narrante è una scrittrice, il che ci insinua il dubbio, ‘starà esponendo i fatti come sono o è una trama che ha in mente?’) interessano le reazioni dei personaggi, i retroscena della vita delle persone vicino a Halland.
    A dire il vero il libro non incomincia proprio con l’omicidio ma con la scena che in genere segue l’omicidio. La scrittrice Bess, moglie di Halland, ha dormito sul divano perché ha fatto le ore piccole scrivendo, quando si è alzata ha visto che il marito non era in casa, si è fatta la doccia, hanno suonato alla porta, ha aperto e si è trovata davanti un uomo che le ha detto: “In nome della legge! Sono le 7,47 e lei è in arresto”.
Ma l’uomo che, agitato e confuso, pronuncia queste parole non è un poliziotto e questo è un primo indizio della maniera poco ortodossa in cui procederà il romanzo. Bess si mette a correre, non per scappare, ma per andare a vedere che cosa è successo. E qui abbiamo un secondo indizio: dobbiamo attendere prima di sapere di più anche noi, perché il paragrafo seguente si apre con un flashback, con la minaccia del primo marito di Bess che, in caso se ne fosse andata via, non avrebbe mai più rivisto Abby. All’improvviso sembra che a Bess (o alla scrittrice Pia Juul) non importi più sapere che cosa mai sia accaduto nella piazza del paesino danese dove un uomo giace morto. Si apre uno squarcio sul passato di Bess che dieci anni prima, dopo un brevissimo incontro con Halland in una libreria, aveva lasciato il marito e la figlia quattordicenne. E veramente Bess non l’aveva più rivista, perché era stata la ragazza a non voler rivedere la madre.


La porta era ancora aperta e cominciai a tremare nell’istante stesso in cui afferrai la maniglia. Avevo appena chiuso la porta alle mie spalle quando crollai nell’ingresso e rimasi lì raggomitolata a singhiozzare forte. Ma ciò che pensavo non era “Halland, Halland!”, era di nuovo, come poco prima in piazza: “Abby! Voglio chiamare Abby!”.

   Il computer di Halland non si trova, il poliziotto sembra venire in visita in casa di Bess piuttosto che per indagare, arriva una ragazza molto incinta (parente acquisita di Halland, potrebbe essere Halland il padre del bambino?), nei cassetti di Halland si trova una chiave che non si sa che cosa apra, si fa vivo l’ex marito di Bess, un vicino di casa scompare per riapparire senza molte spiegazioni…


   “L’omicidio di Halland” è un romanzo sull’abbandono e sulle sue conseguenze, sulla maternità, sui sensi di colpa, sull’innamoramento e sull’amore, sull’amicizia. Halland teneva il poster di un film nella sua ‘stanza tutta per sé’, “Il ritorno di Martin Guerre” con Gérard Depardieu, la storia di un uomo che si sostituisce ad un altro, senza che neppure la moglie si accorga di nulla. La vita di ognuno è piena di segreti, ognuno di noi crede di conoscere chi ci sta accanto ma non è vero, è impossibile sapere tutto- è questo il significato finale del romanzo della Juul che è un page turner come il miglior thriller tradizionale, anche se, tuttavia, permane il nostro sconcerto. Avremmo voluto sapere chi ha ucciso Halland.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz,it

la scrittrice Pia Juul   

lunedì 24 febbraio 2014

Libri sulla Prima guerra mondiale, ricordando i nostri morti nel Sacrario



                                                                                                          prima guerra mondiale


Per l'Italia il centenario della Prima guerra mondiale sarà il prossimo anno, e tuttavia, per un argomento così vasto, per tutto quello che la memoria comporta, mi pare giusto iniziare a parlarne ora, a leggere o a rileggere ora. Inizierò con il libro di uno storico inglese sul fronte italiano del Carso e con la rilettura di uno splendido classico, quello del nostro Emilio Lussu, 'ripescherò' libri già letti sulla guerra combattuta su altri fronti e vissuta da soldati di altre nazioni combattenti, aggiungerò le novità: so che verrà pubblicato "Catastrophe. Europe goes to war, 1914" di Max Hastings da cui mi aspetto molto, dopo aver letto- giudicandolo uno dei dieci migliori libri del 2013- "Inferno- Il mondo in guerra", sulla seconda guerra mondiale.


Mark Thompson, "La guerra bianca"- Vita e morte sul fronte italiano 1915-1919

                                                                                                        la prima guerra mondiale


Mark Thompson, “La guerra bianca”- Vita e morte sul fronte italiano 1915-1919
Ed. il Saggiatore, trad. Piero Budinich, pagg. 502, Euro 22,00
     

Ho ancora in mente- e ben chiare- le illustrazioni della Domenica del Corriere degli anni della Grande Guerra. E’ sui quei grossi volumi fatti rilegare dal nonno e che la mamma dava ai noi bambini da sfogliare quando eravamo ammalati, che io ho ‘studiato’ la prima guerra mondiale, prima di studiarla o di non studiarla al liceo, visto che quasi mai si riusciva a finire il programma. Ricordo le pagine con i manipoli di soldati che si lanciavano all’assalto con la baionetta, ricordo il gesto eroico di qualche singolo soldato che già allora, pur essendo bambina, mi pareva una folle incoscienza. Ricordo- soprattutto- le didascalie magniloquenti che inneggiavano all’Italia, che vantavano il valore del nostro prode esercito nonché quello del generale Cadorna. E poi ricordo- e questo mi riempiva di orgoglio- che vincevamo sempre, conquistavamo cime di monti e città. Sono andata a cercare l’annata 1917, quella della disfatta di Caporetto- non c’è, manca dalla collezione.                                                                        


     Ho appena terminato di leggere “La guerra bianca” di Mark Thompson: è la stessa guerra, questa di cui parla lo storico inglese? Questa tragedia senza fine in cui i nostri soldati sembrano vittime mandate al macello, al comando di un generale sadico e di ufficiali altrettanto sadici? Essendo inglese, Thompson non si fa alcuno scrupolo di descrivere le azioni di guerra senza usare mezzi termini, segnalando l’incompetenza e- sì, bisogna dirlo- la stupidità dei comandanti, l’ignoranza della gran massa dei nostri soldati mandati al fronte con il miraggio ‘Trento e Trieste’ (un’allitterazione che faceva buon gioco) senza neppure sapere con precisione dove fossero le due città che l’Italia rivendicava. Il libro di Thompson si limita a prendere in esame la guerra sul fronte orientale d’Italia- ‘la guerra bianca’ perché combattuta tra le rocce sbiancate del Carso e nella neve invernale che ricopriva le montagne finché le operazioni dovevano essere interrotte in attesa di un clima migliore. Non prima, però, che i nostri soldati patissero il freddo, mal equipaggiati, semicongelati, con le mani inutilizzabili, senza neppure il nutrimento sufficiente per reggere a quell’immane sforzo.
     
L’Undicesima battaglia fu una vittoria tecnica che sapeva di sconfitta. Lo storico ufficiale del Comando supremo era il colonnello Gatti, un osservatore a distanza ravvicinata che seppe intuire l’enormità di quel fallimento senza identificarne le cause (poiché la sua mente si rifiutava di ammettere l’evidenza). Mentre i cadaveri continuavano ad ammassarsi sul san Gabriele, Gatti annotava disperato nel suo diario: “Mi sento qualche cosa che crolla dentro, io non potrò resistere a questa guerra, nessuno di noi potrà resistere: è troppo gigantesca, è proprio senza confini, ci stritolerà tutti.”              
                                                                                  Leggiamo delle strategie belliche (facilmente criticabili anche da sprovveduti come possiamo essere noi lettori), di ordini assurdi, di combattimenti che si trasformano in stragi, di trincee poco profonde, delle fatidiche battaglie sull’Isonzo- numerate: se si arriva alla dodicesima vuol dire che undici sono andate male, ci vuol poco a capirlo. Leggiamo della pioggia che non finiva mai e che impregnava le divise, dei pidocchi, dell’insopportabile puzzo dei pendii trasformati in una enorme latrina. Ma leggiamo anche dei protagonisti della guerra bianca, del supponente generale Cadorna e del vanaglorioso e tronfio poeta D’Annunzio, del piccolo Re e del suo aitante cugino, il Duca d’Aosta, dei due fratelli Slataper e di Ungaretti, di Carlo Emilio Gadda e di Hemingway che dedicò il romanzo “Addio alle armi” alla sua esperienza come conducente di ambulanza sul fronte italiano. 

Leggiamo- e questo spiega la versione della Storia che io ho letto sui numeri della Domenica del Corriere- della severissima censura sulla stampa e sulla corrispondenza privata dei soldati al fronte: nulla doveva trapelare delle disfatte e dell’incidenza, altissima, dei morti e feriti. Solo nel primo mese di guerra l’Italia perse tra gli 11mila e i 20mila uomini a fronte dei cinquemila austriaci. In più, nota tristissima e dolente, i morti ‘giustiziati’ per diserzione, per indisciplina, per autolesionismo. Ancora, un numero molto alto se paragonato con quello delle potenze nemiche. E moltissimi soldati messi a morte furono uccisi con esecuzioni sommarie.
La vita umana aveva perso ogni valore, chi era al comando aveva diritto di vita o di morte sui sottoposti. Quello che resta in mente a noi lettori, un secolo dopo, è la sensazione che si abbia giocato, non con pedine ma con uomini, di inutile spreco, di vite negate.


lo scrittore Mark Thompson                  



Emilio Lussu, "Un anno sull'Altipiano"


                                                                      la prima guerra mondiale

Emilio Lussu, “Un anno sull’Altipiano”
Ed. Einaudi, pagg. 212, Euro 10,50

    Non ho potuto fare a meno, terminata la lettura de “La guerra bianca” dello storico inglese Thompson, di riprendere in mano un classico italiano della letteratura di guerra, quello di cui Mario Rigoni Stern ha detto: “Tra i libri sulla Prima guerra mondiale “Un anno sull’altipiano” di Emilio Lussu è, per me, il più bello”. Impossibile non condividere il giudizio di Rigoni Stern. Per la concisione, l’assenza di retorica, la spoglia bellezza delle frasi, l’empatia che pervade le pagine e, non da sottovalutare, il filo di ironia che forse è servita al giovane Lussu per sopravvivere. Già- è un sopravvissuto all’anno 1916-1917 sull’altopiano di Asiago, Emilio Lussu. Se ne stupisce il tenente generale Leone che gli chiede: “Per caso, sarebbe lei un timido?”, per proseguire poi con domande del tipo, “Ama lei la guerra?”. Pericolosissima, l’incertezza di Lussu che cerca una risposta. Perché il generale ora suppone che lui sia per la pace, “come una donnetta qualsiasi, consacrata alla casa, alla cucina, all’alcova, ai fiori, ai suoi fiori, ai suoi fiorellini!” Finalmente Emilio Lussu trova le parole luminosamente giuste, lui è per “una pace vittoriosa!”


    Il libro di Lussu è pieno di scambi di battute del genere, anche questa è una maniera di sopravvivere all’arroganza e alla boria dei comandanti. Quanto al generale Leone, il pazzo che dovrebbe essere tolto di mezzo, i soldati cercano veramente di provocarne la morte. Se, visto che vuol esaminare tutte le feritoie, lo si sollecita a guardare dalla feritoia n.14 e la vedetta austriaca che ha sempre il fucile puntato lì, spara e lo uccide- sarebbe una casualità, giusto? Anche se tutti sanno benissimo che quella feritoia non deve mai essere lasciata scoperta. Sono il profondo senso etico e l’umanità che salvano Lussu da quello che il cinismo della guerra opera sui combattenti. Quando si trova di fronte un giovane e biondo ufficiale austriaco, Emilio Lussu non ce la fa proprio a sparare, “come su un cinghiale”. “Fare la guerra è una cosa, uccidere un uomo è un’altra cosa”, è assassinare un uomo. E Lussu indugia più volte sull’ordine indegno di giustiziare soldati cosiddetti ‘ribelli’ con un’esecuzione sommaria.

     L’ira del maggiore esplose irreparabile. Con la pistola in pugno, fece qualche passo verso i condannati, il viso stravolto. Si fermò al centro e gridò:
 -Ebbene, io stesso punisco i ribelli!
  Egli ebbe il tempo di sparare tre colpi. Al primo, un soldato colpito alla testa stramazzò al suolo; al secondo e al terzo, caddero altri due soldati, colpiti al petto.
 Il capitano Fiorelli aveva estratto la pistola:
-Signor maggiore, lei è pazzo.
Il plotone d’esecuzione, senza un ordine, puntò sul maggiore e fece fuoco. Il maggiore si rovesciò, crivellato di colpi.

   Nel libro di Lussu ho ritrovato molte delle informazioni di cui avevo già letto ne “La guerra bianca”, ho ritrovato anche la descrizione di alcuni episodi, come quella degli austriaci che gridano ai nostri di smetterla di combattere, di farsi ammazzare così. Ho trovato anche qualcosa in più, di cui Thompson non faceva menzione: il cognac. Emilio Lussu non beve, ma il cognac scorre a fiumi sull’altipiano. Senza cognac non si combatte. Senza cognac i più non sono in grado di affrontare lo stress. Terribile, da film di Bergman, la scena dell’ufficiale a cavallo che Emilio rincontra a distanza di tempo, che ormai si è bevuto anche il cervello  e penzola dai rami a testa in giù come una scimmia. Terribile l’idea che bisogna non essere in sé per andare incontro alla morte.
   Un libro da leggere e da far leggere.

lo scrittore Emilio Lussu                 



sabato 22 febbraio 2014

Gitta Sereny

                                                         un autore


Scrivendo di Rithy Panh, ho citato Gitta Sereny e il suo metodo di ricerca della verità. Ho letto "In quelle tenebre" e "In lotta con la verità" molti anni fa, non ne trovo traccia nel mio archivio. Sono libri duri e molto belli, ne consiglio la lettura a tutti quelli che hanno interesse per la seconda guerra mondiale. Ho trovato, invece, la recensione (già pubblicata nel 2002 sul sito di Stradanove) di "Germania, il trauma di una nazione".



                                                      

Gitta Sereny, "Germania, il trauma di una nazione"- 2002

                                                                                                       il libro ritrovato
                                                                 
Una ferita aperta
Gitta Sereny, “Germania, il trauma di una nazione”


Non sono sufficienti due generazioni per superare il trauma di una guerra, perché non sono ancora scomparsi tutti quelli che vi hanno preso parte. In questi giorni si parla di processare Engel (ironia tragica di un nome che vuol dire “angelo” per il boia di Genova) e i quattro militari delle SS responsabili della strage di Marzabotto. Di interesse attuale, quindi, l’ultimo libro di Gitta Sereny, in cui la scrittrice e giornalista ungherese ritorna ancora una volta sul tema del nazismo. Un libro diverso eppure simile ai due precedenti. Diverso perché manca un personaggio centrale a focalizzare l’attenzione, come il comandante del campo di Treblinka in “In quelle tenebre” e Albert Speer in “In lotta per la verità”. Un libro composito, quasi frammentario, se non fosse per il filo conduttore che guida questa ricerca nel passato. La Sereny traccia una serie di ritratti di persone che hanno ruotato intorno a Hitler e ne sono rimaste in qualche modo affascinate ( dalla regista Leni Riefenstahl, agli stessi Stangl e Speer, alla segretaria Traudl Junge), cerca di chiarire l’atteggiamento ambiguo del presidente austriaco Kurt Waldheim e le vicende del processo ad uno degli aguzzini ucraini di Treblinka, rivela il coraggio di chi, come il medico Münch, si rifiutò di eseguire degli ordini, indaga sull’ autenticità dei diari di Hitler. Un libro simile agli altri nell’ approccio psicologico e nell’accurata ricostruzione storica, nel tentativo tenace di capire e di interpretare l’attrattiva del male esercitata da Hitler. L’interesse dell’autrice diventa compassionevole e sofferto quando incontra le vittime dell’ideologia dei padri, i figli degli uomini più vicino al Führer, come Martin Bormann jr. che diventò sacerdote per sopravvivere al senso di colpa.
Che poi è un senso di colpa collettivo, perché è tutto il popolo tedesco che lotta da mezzo secolo per riconciliarsi con dei ricordi che ha cercato di respingere, negando la conoscenza di quanto era accaduto. Senza riuscirci, perché puntualmente il passato ritorna, le giovani generazioni vogliono sapere, divise fra incredulità, orrore e desiderio di ricominciare, di non sembrare diversi dai coetanei europei. E dietro queste indagini, questo tastare il polso di tutta una nazione, c’è lei, Gitta Sereny, ormai quasi ottantenne, ma con lo stesso spirito audace con cui ci appare nei primi capitoli del libro, quando racconta della sua gioventù a Vienna, dell’Anschluss, della fuga dalla Francia alla Spagna, e del suo lavoro nell’organizzazione che si occupava di ricercare e restituire alle famiglie i bambini rapiti dai tedeschi nelle terre invase. Con pacatezza, partecipazione e abilità narrativa, la Sereny ci aiuta a percorrere il cammino in cerca di una verità difficile, per permettere la cicatrizzazione di una ferita che sembra essere ancora aperta in Germania.                                                                                                                            


Gitta Sereny, “Germania, il trauma di una nazione”

Ed. Rizzoli, pagg. 479, Euro 20,50

La scrittrice Gitta Sereny   

                             
                                                   

mercoledì 19 febbraio 2014

Antonio Manzini, "La costola di Adamo"


                                                                                                                                                                                                                                                                               cento sfumature di giallo
                                                                                                                                                                                                                                                                                       fresco di lettura


        Antonio Manzini, “La costola di Adamo”
         Ed. Sellerio, pagg. 281, Euro 14,00

      Mai visto un commissario- pardon, lui stesso corregge sempre chi gli si rivolge chiamandolo così-, un vicequestore così antipatico (a quanto pare, non esistono più i commissari, ma non so se ci abitueremo). Che non fa nulla per esserlo di meno, e che non gli importa. Che è brusco, rude, a tratti volgare. Che ha per amici dei tipi da galera.
    Mai visto un commissario, pardon, un vicequestore che sia così simpatico pur essendo così antipatico.
   Si chiama Rocco Schiavone ed è il protagonista de “La costola di Adamo”, secondo romanzo della serie iniziata con “Pista nera”, ambientata in Val d’Aosta. E ci mancava proprio, nella panoramica del genere giallo, questa regione di montagne e di confine che ha delle caratteristiche sue proprie, diverse dalle altre regioni italiane. Rocco, proveniente da Roma e relegato al commissariato di Aosta ‘in punizione’, non fa che osservare le differenze, nel bene e nel male. L’ordine e la pulizia. L’efficienza e l’onestà. Il freddo, la pioggia, la neve, l’inverno che dura quando a Roma già c’è aria di primavera, come adesso che è marzo, all’inizio del romanzo. Figurarsi come soffre Rocco in questo clima, visto che si intestardisce a indossare il loden e ai piedi porta le Clarks che si infradiciano- quante ne ha consumate nei mesi finora? Di certo più di sei paia, che è più del numero dei mesi che ha passato qui.            


    “Lo sai? Anche a Roma a marzo piove…” fece Rocco. Italo alzò gli occhi al cielo. Era il momento della suonata nostalgica di Rocco Schiavone. Sospirò guardando la strada e si mise in ascolto. Altro non poteva fare. “Solo che non è una pioggia fredda. E’ tiepida. Fa bene ai fiori e ai prati. Basta un raggio di sole e quelli si riempiono già di margherite. Ti devi coprire, ma è bello andare in giro a Roma a marzo.”

     Il caso di cui si dovrà occupare in questa nuova indagine riguarda una donna, e lo possiamo indovinare dal titolo. Ester Baudo viene trovata impiccata al lampadario di una stanza di casa sua dalla donna delle pulizie ucraina, quando questa arriva al mattino in casa, stupita di trovare la porta aperta. Sembrerebbe suicidio. Un attimo, però. Perché l’aspirante suicida avrebbe chiuso le persiane? Come avrebbe fatto ad impiccarsi al buio?                                              
     Ho terminato da poco di leggere un romanzo noir svedese, “Brama”, di Arne Dahl e la vastità della trama, la globalizzazione dei crimini, mi avevano fatto pensare a quanto sia cambiato il genere, a quanto si sia allontanato dai ‘piccoli’ crimini del giallo tradizionale alla Agatha Christie. Dal mondo della finanza, dalle mafie internazionali, dagli assassini che non si sporcano le mani, dalle vittime che non si contano, leggendo “La costola di Adamo” sono tornata ad una dimensione più piccola e provinciale, ad uno scenario chiuso in stretti confini, a motivazioni personali ed intime- e non mi è dispiaciuto affatto. Perché Antonio Manzini cattura il lettore con il suo personaggio che fa ‘il duro’ perché è così, ma il suo essere così gli serve per nascondere il dolore per la morte della moglie, una sofferenza che si porta sempre appresso- anche quando va a letto con un’altra donna-, che lo aiuta a comprendere la sofferenza degli altri, che, in un certo qual senso, lo spinge ad essere coerente, ad essere integro. Per capire Rocco si deve sapere perché è stato mandato ad Aosta, a chi ha pestato i piedi (e non si è limitato a quello). Ci era stato raccontato nel precedente romanzo e qui c’è un seguito: Rocco fa un blitz a Roma, chiamato da un suo collega. Un blitz non ufficiale, naturalmente, ma deve essere lui a sistemare definitivamente una faccenda che era rimasta in sospeso. Questo è il difetto di Rocco, di assumersi il ruolo di giudice che non è il suo, ma come sottrarsi quando le istituzioni vengono a mancare, quando il potere è in collusione con il crimine? Siamo sinceri: facciamo il tifo per Rocco, forse non saremmo capaci di agire come lui, ma ben venga che ci sia qualcuno che ha l’ardire di sfiorare la linea di confine tra legittimo e illegittimo quando si tratta di fermare un Male più grande. Sappiamo che è sbagliato, ma siamo a fianco di Rocco.


lo scrittore Antonio Manzini                
  
La recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net    

Antonio Manzini, "Pista nera" 2013


 cento sfumature di giallo

          il libro ritrovato




     Antonio Manzini, “Pista nera”
      Ed. Sellerio, pagg. 273, Euro 13,00

        Scordatevi dei commissari italiani che conoscete, dal Sud al Nord. Scordatevi del garbato e correttissimo Salvo Montalbano e di Proteo Laurenti, triestino di adozione, simpatico e alla buona, l’immagine del padre di famiglia. Scordatevi anche del termine ‘commissario’ perché Rocco Schiavone, protagonista del romanzo “Pista nera” di Antonio Manzini, ci tiene a precisare, correggendo chiunque gli si rivolga così, che ora si dice ‘vicequestore’. Il vicequestore Rocco Schiavone è antipatico e scorretto. Nei confronti delle donne ha l’atteggiamento del maschio conquistatore ed è stato mandato da Roma ad Aosta per punizione- lo comprendiamo dagli sguardi che gli lanciano, dalle mezze parole dette intorno a lui, dall’irritazione con cui mal sopporta vivere in un luogo che è agli antipodi di Roma. Il sogno che condivideva con la moglie Marina era, tuttavia, a metà strada tra Roma e Aosta: una volta in pensione avrebbero acquistato un casolare con della terra in Provenza, mare e colline, il meglio dei due mondi.

“Che palle!” urlò Rocco sgranchendosi le braccia. Lo aspettava solo il lavoro, lavoro e lavoro. Era così la vita lassù ad Aosta. Gente seria, città seria, fatta di persone serie che sgobbano e che si facevano i fatti loro. E se si sballava, lo faceva al massimo con le grolle. Finiti i tempi di Roma, dove la roba andava avanti e indietro come in una catena di montaggio. Finiti i tempi dei colpi decenti, le occasioni. Quanto sarebbe durato ancora questo purgatorio?


     A ritrovare il cadavere è un giovane assunto da poco per guidare un gatto delle nevi nel compito serale di ripassare le piste da sci- è sconvolto, e a ben vedere. Il capo dei gattisti gli aveva appena detto che poteva rientrare tagliando per la scorciatoia che portava a Champoluc ed era qui che, ad un certo punto, il gatto era sobbalzato sui cingoli per aver colpito qualcosa. Altro che una roccia o della terra o un animale. Il gatto era passato sul corpo di un uomo facendone scempio con l’enorme peso. E così Rocco Schiavone, raggiunto ad Aosta da una telefonata, deve recarsi sul posto. Imprecando contro il freddo- sfido, ai piedi calza delle Clarks che diventano subito fradice, ha le mani nude e indossa un loden che va bene per Roma ma non è adeguato alle temperature della Val d’Aosta. Con modi imperativi dà ordini ai subalterni- uno di questi ricorda da vicino il simpatico Catarella di Camilleri, ma Rocco non ha certo la pazienza di Montalbano; l’agente Pierron, invece, è un tipo sveglio e non solo gli fa d’autista ma lo introduce anche alla gente e ai costumi della regione. Si scopre presto l’identità del morto: un tal Leone Micciché originario di Catania, sposato con Luisa Pec, una ragazza del posto. Insieme i due gestivano un rifugio splendidamente ristrutturato, ottimo luogo di sosta per gli sciatori. Le possibilità non sono poi molte per risolvere il caso: o Micciché è stato raggiunto dalla mano lunga della Mafia (però non pare il loro modus operandi), oppure si tratta di un delitto passionale (Luisa è bella, il fidanzato che aveva prima di incontrare Leone non si è mai rassegnato), oppure di debiti insoluti.                         
     Se questa è la trama principale, ce n’è tuttavia un’altra secondaria che illumina le zone d’ombra di Rocco Schiavone accentuando quello che è il leit motiv del romanzo: una messa a confronto di Nord e Sud, il nitore dei luoghi e la sporcizia di Roma, la quiete e la confusione, l’atmosfera amichevole e la sgarbatezza, l’onestà (incredibile, a Champoluc un negoziante può fidarsi a lasciare un cliente da solo, con la merce a portata di mano!!) e la disonestà. Eppure, come viene lentamente suggerito e come vedremo meglio alla fine, in questo luogo idilliaco non è tutto come appare. Perfino quello che sembrava essere un vantaggio- essere tutti più o meno imparentati, come una grande famiglia- rivela il suo aspetto negativo. La Valle perde punti e ne guadagna invece Rocco. Possiamo non accettare i suoi comportamenti ma comprendiamo le sue motivazioni dietro il caso che lo ha portato all’esilio, ci siamo divertiti con le sue battute (a proposito, ha ceduto, ha acquistato un paio di scarponi e un paio di guanti imbottiti) e poi, all’improvviso (o avevamo avuto qualche premonizione?), proviamo pena per lui.

Lo scrittore Antonio Manzini                      


 la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it

domenica 16 febbraio 2014

Madeleine Thien

 Voci da mondi diversi. Asia                            
 un autore


Prima di leggere "L'eliminazione" di Rithy Panh, un paio di mesi fa ho letto un altro bel libro sulla tragedia della guerra civile in Cambogia, "L'eco delle città vuote" di Madeleine Thien.
La scrittrice è nata a Vancouver ed è l'ultima di tre figli di una coppia di immigrati malesi-cinesi. 

Madeleine Thien, "L'eco delle città vuote"

                                                                                            

          Voci da mondi diversi. Asia
          il libro ritrovato


Madeleine Thien, “L’eco delle città vuote”
Ed. 66thand2nd, pagg. 230, Euro 16,00
Titolo originale: Dogs at the Perimeter

  
    E’ un’abitudine che ormai fa parte di me, quella di soffermarmi su un titolo, prima di iniziare la lettura di un libro. Per ascoltare quello che vuole dirmi, per fare attenzione alle immagini che evoca nella mia mente, per avere un’anticipazione della storia, per entrare nella giusta atmosfera. “L’eco delle città vuote”: qual è l’eco del silenzio? Può essere assordante, può riempirsi di voci delle ombre che percorrono strade vuote alla ricerca di altre ombre, seguendo itinerari del passato. Suscita angoscia, l’eco delle città vuote, ci martella con la domanda senza risposta- dove sono finiti tutti quanti? Se il silenzio potesse parlare…
   Il romanzo di Madeleine Thien è un libro sullo scomparire, sulla Storia che cancella vite umane con un colpo di spugna, come avviene nello splendido romanzo di Daniel Mendelsohn, “Gli scomparsi”. Gli ebrei della yiddishland durante le seconda guerra mondiale nel libro di Mendelsohn, i cambogiani negli anni ‘70 in quella tremenda guerra civile che si pensava finisse il 17 aprile 1975 quando i khmer rossi costrinsero alla resa le truppe governative per dare inizio, invece, ad una serie di incredibili violenze. Phnom Penh è la città dove romba il silenzio- per tutte le città che hanno perso la voce.

Ho proseguito come se stessimo di nuovo lasciando la città, in quell’esodo che aveva avuto un inizio ma non una fine. Camminavo e accanto a me vedevo la folla. La gente si era portata dietro le cose che custodiva più gelosamente, un macchinista aveva con sé i suoi attrezzi, il droghiere spingeva un carretto di provviste, mio padre portava libri. Nella borsa di mia madre c’erano album di fotografie, i nostri vestiti, i nostri giocattoli. Tutte cose che in seguito sono state abbandonate una dopo l’altra sul ciglio della strada.

   La bambina che era scampata al duro lavoro del campo, che non era affogata durante la fuga in barca perché suo fratello le aveva legato un polso ad un pezzo di legno, si chiama Janie nella nuova vita con la famiglia adottiva in Canada ed è ormai sulla quarantina all’inizio del romanzo. Ha studiato Elettrofisiologia, si è sposata, ha un bambino. Tutto sotto controllo. O almeno così pare. Un giorno dimentica di andare a prendere il bambino all’asilo. Un giorno alza la mano su di lui. Il passato è tornato di prepotenza nella sua mente, con il ricordo dei genitori, del fratello, della vita ‘prima’ del 17 aprile e ‘dopo’- la scomparsa del padre, la marcia estenuante attraverso le campagne sperando in un futuro luminoso che era invece un inganno. Tanto più che, nella sua vita di adesso, è scomparsa un’altra persona vicino a lei- un amico giapponese che studiava il cervello e i meccanismi della memoria. Hiroji Matsui è andato a cercare il fratello maggiore di cui non ha più notizie dal 1975: quattro anni prima era partito con la Croce Rossa per portare soccorsi in Cambogia.
   E’ come se ogni personaggio fosse alla ricerca di uno scomparso: Janie segue le orme della sua famiglia, rivivendo per noi la crudele realtà del regime dei khmer rossi, con fame, malattie e morte sempre in agguato, mentre Hiroji calpesta quelle del fratello, finito ad esercitare la medicina senza strumenti e senza medicine. Quali trasformazioni subiscono un uomo, una donna, un bambino, quando sono a contatto quotidiano con la violenza, quando la morte diventa un’abitudine e salvare la propria, di vita, diventa una priorità assoluta? E’ scomparsa anche l’innocenza del bambino costretto a fare interrogatori, per non dire di quello che imbraccia un fucile. E’ scomparsa una parte di Janie, quella che si chiamava Mei, che aveva un padre che faceva il traduttore. Quando si è perso tutto, quando si striscia nel buio verso una salvezza incerta, nelle caverne che trapassano le montagne che fanno da confine tra Cambogia e Thailandia- quale brandello del vecchio sé può restare in due bambini di undici e nove anni? Ed è possibile superare certi traumi, o restano dormienti sotto la superficie di una stabilità riacquistata per poi esplodere quando qualcosa scalfisce la patina che li ricopre?


   C’è qualcos’altro ancora che Madeleine Thien vuole dirci con i suoi personaggi cambogiani e giapponesi. Janie ha il ruolo di protagonista nel romanzo, con una Cambogia bella e dilaniata sullo sfondo, ma, mentre il suo fratellino è veramente scomparso per sempre- e lei ne sente la colpa-, il fratello di Hiroji è scomparso di sua volontà e verrà ritrovato: la storia che ha alle spalle parla di altre tragedie di guerra e di altre scomparse, perché James Matsui (si chiamava Ichiro, in un altro tempo e in un’altra vita) ricorda la bomba atomica che ha messo fine alla guerra in Giappone, facendo scomparire altre migliaia e migliaia di persone.

   Un libro molto bello nell’angoscia che comunica. Ci parla di un paese lontano, ma, non chiedere per chi suona la campana, suona per te: è un dramma che ci riguarda tutti, se non vogliamo che scompaia la nostra umanità.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it

La scrittrice Madeleine Thien                            

sabato 15 febbraio 2014

Rithy Panh, "L'eliminazione".


             Voci da mondi diversi. Asia                                                                                                                                fresco di lettura



         Rithy Panh, “L’eliminazione”
         Ed. Feltrinelli, trad. Silvia Ballestra, pagg. 196, Euro 13,60

        Ci sono dei libri da cui il lettore si tirerebbe indietro, che farebbe a meno di leggere perché sa- dal titolo, dallo strillo di copertina- che peseranno come macigni sul cuore. Ma sa anche, altrettanto bene, che quelli sono libri che devono essere letti, libri di cui si deve parlare, che sono stati scritti proprio per questo. E’ il caso de “L’eliminazione” di Rithy Panh, scrittore e regista cinematografico, vincitore del premio come miglior regista asiatico del 2013.

     “Non ho mai pensato a un film che fosse una risposta o una dimostrazione. Lo concepisco come un porsi delle domande.” A quelli che sono riusciti a scappare in tempo, a quelli che sono scampati ai Khmer rossi, a quelli che hanno dimenticato, o che non vogliono vedere, dono queste immagini: che possano vedere, che vedano.

    Rithy Panh è un sopravvissuto del regime di Pol Pot che ha causato un milione e settecentomila morti nei quattro anni dal 1975 al 1979. E, nonostante questo, la Kampuchea democratica ha avuto un seggio all’Onu fino al 1991, come se niente fosse successo, come se quelle morti fossero state accidentali, causate da una serie di pestilenze scoppiate con virulenza in Cambogia. Rithy Panh aveva 11 anni quando, il 17 aprile 1975, i Khmer Rossi entrarono in Phnom Penh e obbligarono tutti gli abitanti a lasciare la città ( ne abbiamo letto, di recente, anche nel bel romanzo di Madeleine Thien, “L’eco delle città vuote”). Perché facevano parte del ‘popolo nuovo’, erano borghesi e intellettuali, dovevano essere rieducati. Fu una gigantesca deportazione della quale i protagonisti non afferrarono la portata- i più, gli stessi genitori di Rithy, avevano fiducia nel comunismo. Mai avrebbero immaginato che l’intera Cambogia sarebbe diventata un enorme campo di lavoro forzato dove si moriva a migliaia di fame, di malattie, di torture. Si moriva perché “i Khmer rossi sono eliminazione. L’uomo non ha alcun diritto”, perché “A imprigionarti non si guadagna nulla. A eliminarti non si perde nulla.” Il fine del regime era ridurre la popolazione in due classi sociali: operai e contadini. Con la cecità e la stupidità dei regimi totalitari e populisti si era stabilito che chiunque poteva fare qualunque lavoro, solo la pratica era necessaria. Fotografie ritraevano ragazzetti trionfanti alla guida di trattori- d’accordo, si poteva imparare a guidare una macchina agricola. Ma le mani degli improvvisati medici che operavano con strumenti di fortuna tremavano, incapaci di fare alcunché che potesse salvare una vita o alleviare delle sofferenze.      

   

    Rithy Panh, che ha visto morire la madre e il padre, una sorella, due nipotini, è riuscito a resistere- grazie alla madre, grazie ad aiuti insperati e provvidenziali. Ha fatto di tutto, anche il pulitore di cadaveri. Ed è vissuto per testimoniare, per portare alla luce la verità. I suoi film documentari (“Bophana”, “S-21: La macchina di morte dei Khmer rossi”, “Gente di Angkor”) sono Storia. Per Rithy Panh, “il lavoro di ricerca è una lotta contro l’eliminazione”. Uno dei film, “Duch”, è sul personaggio a cui Panh rivolge le domande nel libro appena pubblicato, “L’eliminazione”.
Duch era il nome con cui si faceva chiamare il direttore del famigerato S-21, prigione, centro di sterminio dove almeno 20000 persone trovarono la morte. Ora Duch si è convertito al cristianesimo, si proclama innocente, dice: “Ci sono quattro segreti: non so, non ho sentito, non ho visto, non parlo”. Il metodo di Rithy Panh, le domande incalzanti che cercano di mettere il carnefice nell’angolo, ricorda quello di Gitta Sereny nei suoi straordinari libri inchiesta, “In quelle tenebre”, in cui dialoga con Stangl, comandante dei campi di Sobibor e di Treblinka, e “In lotta con la verità” dove il suo ‘avversario’ è Albert Speer, l’uomo che diceva che non sapeva ma che avrebbe dovuto sapere quanto stava accadendo in Germania. La differenza è che Rithy Panh ha vissuto in prima persona la tragedia del genocidio e i suoi ricordi personali, vividi come se si trattasse di fatti avvenuti ieri, si alternano alle risposte offerte da Duch, il carnefice in apparenza inconsapevole. L’effetto è sconvolgente.




Guarda il trailer di Duch, di Rithy Panh: 

lo scrittore e regista Rithy Panh                    



Recensione pubblicata su www.Stradanove.net




   

venerdì 14 febbraio 2014

Arne Dahl, "Brama"

                                                             cento sfumature di giallo

                                                                         fresco di lettura


                                                            
Arne Dahl, “Brama”
Ed. Marsilio, trad. Carmen Giorgetti Cima, pagg. 538, Euro 19,00
Titolo originale: Viskleken

  
     Altro che il delitto a porte chiuse di Agatha Christie! Altro che i crimini dettati da gelosia e vecchi rancori- quasi li rimpiangiamo. Era un mondo così sicuro, tutto sommato, quello di Agatha Christie. Sapevamo, leggendo un suo libro, che il colpevole sarebbe stato preso e avrebbe scontato la giusta pena. Era un mondo sicuro, quello in cui la polizia incuteva timore e rispetto e nessuno si sarebbe azzardato a contrastarla. Povera Miss Marple, se si fosse trovata a fronteggiare la mafia. Non avrebbe vissuto oltre al primo romanzo. E’ un romanzo bello in maniera terribile, “Brama”, dello scrittore svedese Arne Dahl. Un romanzo che fa paura non nella maniera usuale dei thriller che creano suspense con assassini perversi in agguato. Fa paura perché rappresenta il mondo che riconosciamo come nostro in cui la criminalità è diventata un modo di vita, il comportamento criminale ha invaso tutti gli strati sociali agendo in ogni campo, dall’industria alla finanza. Onestà, integrità, dirittura morale- che significato hanno ormai queste parole? E per un romanzo così vasto che ha l’intero mondo, o quasi, come scenario, Arne Dahl non poteva  avere un unico protagonista, il commissario che risolve il caso con l’aiuto del suo doppio. Già famoso per il corpo di polizia investigativa chiamato ‘gruppo A’ che compariva nei precedenti romanzi, in “Brama” Dahl fa un passo avanti creando un’unità operativa di polizia europea con rappresentanti dei vari paesi. Soltanto con una simile collaborazione è possibile fare fronte al nuovo Male senza confini. 

       L’osservatore è un poliziotto piuttosto esperto. Ritiene di conoscere i suoi criminali, sa come ragionano. Ed è del parere che ciò che è successo negli ultimi anni, la bolla finanziaria che si è gonfiata per poi scoppiare, assomigli molto ad un comportamento criminale. Massimizzazione del guadagno senza il minimo pensiero per le conseguenze. Ma chi è il criminale in realtà? E come si manifesta questo immenso e strano reato, in mezzo al quale trascorriamo le nostre vite?  

     I fatti che danno l’avvio al romanzo avvengono in luoghi diversi e sono apparentemente scollegati. A Stoccolma un imprenditore che gestisce un’industria di fabbricazione di mobili viene accusato di pedopornografia. A Londra un cinese viene travolto dall’auto di polizia al seguito del corteo dei potenti che si stanno recando all’incontro del G20. Nel parco di Hampstead, sempre a Londra, viene trovato il cadavere nudo di una donna. Il dettaglio più strano: è stata messa in posa appoggiata ad un tronco e, perché non si spostasse rovinando l’effetto, è stata usata una potente colla. Quale opera d’arte si voleva suggerire? E a chi? L’anatomopatologo scoprirà dentro il suo ano un tubicino di plastica con un messaggio per l’Europol, due sequenze di lettere e cifre.
    Sintetizzati così, questi fatti potrebbero avere un seguito banale. Invece niente è banale, così come niente è casuale, nella trama del romanzo di Dahl. Un leit motiv è quello dei Chinese Whispers, un gioco da bambini in cui si fa passare una frase da un orecchio all’altro conducendo ad un esito spesso esilarante. Peccato che non ci sia niente di esilarante in questo libro nerissimo. Si incomincia letteralmente con un bisbiglio in cinese- sono le ultime parole che l’uomo investito sussurra nell’orecchio del membro dell’Europol che lo soccorre. Come espediente letterario è piuttosto incredibile che questi riesca a ricostruire quanto gli ha detto lo sconosciuto, in una lingua del tutto incomprensibile. Alcune parole chiave comunque denunciano l’inquinamento di un fiume. E i contatti dello svedese accusato di pedopornografia rivelano  una soluzione illegale per lo smaltimento dei rifiuti tossici. Le coste del mar Baltico, che una volta rilucevano di ambra, ora contengono veleni. Ma dietro tutto questo, chi c’è? Chi manovra tutto, chi altera documenti, chi fa in modo che risulti colpevole il membro del governo lettone responsabile dell’ambiente facendo crollare le azioni? Chi c’è dietro agli ingenti finanziamenti pompati a momento opportuno? E non si tratta solo di quello, non si tratta solo di quello. C’entrano banchieri, c’entra la ‘Ndrangheta, c’entrano le altre varie mafie, poliziotti che si lasciano corrompere. E le vittime siamo tutti noi, ignari cittadini che nutriamo ancora qualche fiducia nella democrazia. Il lettore è trascinato da Stoccolma all’Aja, ad un castello diroccato vicino a Potenza (una carneficina), in America (altra carneficina), in Tibet, in Corea. Un evento tira l’altro, come i Chinese Whispers. I morti non si contano (ci spiace proprio che,  per le pari opportunità offerte alle donne, sono tante le donne mandate in prima fila in azione), le rivelazioni di brutture neppure. 

    Forse c’è un po’ troppo, nel romanzo di Arne Dahl. Ma è inevitabile in questo vasto mondo. E, ad ogni modo, si legge di un fiato, inorriditi da quanto rivela a chi vive ancora nel piccolo universo di Agatha Christie. “Brama” è un atto d’accusa soprattutto contro chi si macchia di indicibili colpe senza sporcarsi le mani (basta un clic del mouse sullo schermo di un computer) e chi pecca di omissione. E’ il canto funebre per il vecchio mondo in cui tutti sapevano che cosa fossero il Bene e il Male, in cui il denaro era importante ma la brama di soldi e del potere che i soldi danno non spingeva ad azioni estreme, coinvolgendo così tante persone.

http://www.wuz.it/recensione-libro/8165/brama-arne-dahl.html   
   
Lo scrittore Arne Dahl                                    




Arne Dahl, "La linea del male" (2006)


                                                             cento sfumature di giallo
                                                                  il libro ritrovato




 Arne Dahl, “La linea del male”
Ed. Marsilio, trad. Carmen Giorgetti Cima, pagg. 350, Euro 17,00

Titolo originale: Ont Blod

      Quando si importano dei modelli da un’altra cultura- come dice uno dei personaggi di questo ottimo thriller dello svedese Arne Dahl- non attecchiscono solo quelli positivi, ma anche quelli negativi: è la civiltà americana che ha, in qualche modo malato, nutrito i serial killer, e adesso c’è un serial killer all’opera anche in Svezia.

“L’omicidio seriale si basa sul bisogno di essere visto” disse in tono riflessivo…. “La vittima deve vedere il suo carnefice, preferibilmente a lungo, e la gente deve vedere le vittime, e attraverso esse l’assassino. Il serial killer non nasconde le sue vittime.”
   

    “L’ultimo baluardo della Svezia era caduto e la criminalità di natura internazionale era arrivata”: in uno sgabuzzino dell’aeroporto di New York è stato trovato il cadavere di un famoso critico letterario svedese e l’assassino ha preso il suo posto sull’aereo per Stoccolma. Le modalità del delitto portano la firma del Killer del Kentucky, noto semplicemente con l’iniziale K. Nell’arco di vent’anni K ha commesso ventiquattro omicidi, con una pausa di quindici anni tra i primi diciotto e gli altri. Non si capisce che cosa intenda fare in Svezia, ma purtroppo si vedrà presto, quando si trovano i primi cadaveri. E quando si arriverà a capire, neppure allora tutto sarà chiaro; la posta in gioco è troppo grossa, l’assassino è una macchina per uccidere manovrata da altri. Intoccabili. E’ una vittoria dal gusto amaro, quella della polizia svedese. Ma è veramente una vittoria? Meglio lasciar perdere, meglio dimenticare, come ha fatto chi si è occupato del caso in America.
    Questa è la trama a grandi linee di un romanzo che aggiungiamo ai thriller nordici che consideriamo i più nuovi, i più intriganti e raffinati del momento. Perché combinano la validità della vicenda con la caratterizzazione dei personaggi e con l’atmosfera dell’ambientazione. “La linea del male” inizia con un capitolo che contiene in sé i due elementi essenziali di un thriller, il male e la morte, in due pagine che raccolgono gli ultimi pensieri spezzati del critico che sta morendo: “Dolore muto, pensò. Adesso so che cos’è.” Se noi lettori pensavamo di sapere che cosa fosse il dolore muto, ci accorgeremo che no, non lo sapevamo, prima di leggere dello strumento di tortura del Commando Cool che operava nel Vietnam, dei due buchi nel collo come se si trattasse di un vampiro- la firma del killer.   


     
     C’è una frase che ritorna spesso nelle riflessioni dei personaggi, “il sangue cattivo viene sempre a galla”, il motivo dell’ereditarietà del Male che si collega al tema della paternità, visto da diverse angolazioni. Come esplosione di desiderio di paternità in uno dei commissari quasi cinquantenne, come senso di colpa per i figli trascurati nell’ispettore Hjelm, come ferite irrimediabili causate dai padri che porteranno a distorsioni nella personalità dei figli, assassini potenziali o reali.
Hjelm e il cileno Chavez, il finlandese quasi albino Soderstedt (che è passato dall’avvocatura alla polizia, per disgusto), l’ex Mister Svezia Nyberg e Kerstin Holm formano questo gruppo di poliziotti che arriviamo a conoscere bene- tutti ugualmente sconcertati dalla nuova tipologia di delitti che si è instaurata dopo la fine della guerra fredda, in un mondo che si fa fatica a capire, in cui la violenza cieca è uno specchio di quella finalizzata. E, come il sangue cattivo che viene sempre a galla, anche le imprese dei governi hanno onde di ripercussione lunghe- la guerra in Vietnam, quella del Golfo o semplicemente la politica di investimenti svedesi. Il Male è complesso e senza confini.



                                                                                                                                       M. Piccone
Lo scrittore Arne Dahl