venerdì 30 maggio 2014

Andrea Molesini, "Presagio" ed. 2014

                Casa Nostra. Qui Italia
                 prima guerra mondiale
                 fresco di lettura

Andrea Molesini, “Presagio”
Ed. Sellerio, pagg. 153, Euro 12,00

   Fine di luglio 1914. L’Europa ha il fiato sospeso. Un mese prima, a Sarajevo, l’arciduca ereditario di Austria e Ungheria Francesco Ferdinando era stato assassinato da Gavrilo Princip, diciannovenne membro di un gruppo nazionalista serbo-bosniaco, e l’Austria aveva consegnato l’ultimatum alla Serbia: se fosse stato accettato, la Serbia sarebbe divenuta un protettorato austro-ungarico.
Al Lido di Venezia, nel microcosmo dello splendido albergo Excelsior, le voci sulla possibilità della guerra sono solo sussurrate. Nessuno vuole crederci, nessuno è pronto a rinunciare ai privilegi che- questo è certo, lo può capire chiunque- una guerra spazzerebbe via, insieme al mondo finora conosciuto. E la vita continua come al solito, tra esibizioni di vestiti e gioielli, coppe di champagne, caffè al Florian, in piazza san Marco. Tra la gente comune il timore è ancora maggiore: si sa che i giovani verrebbero chiamati alle armi e si sa pure che sono proprio i figli del popolo ad essere mandati avanti, ad essere falciati per primi dalle palle dei cannoni.

    Margarete fissò il commendatore mobilitando tutto l’azzurro dei suoi occhi. - Per gli alberghi la guerra non è un affare.
   - Se l’Europa dovesse saltare per aria, se la Francia, la Germania, la Russia…non sarebbe dura solo per i miei alberghi.
  - Eppure qui, come a Vienna e a Parigi, si respira un’aria frizzante. Sono stata al Caffè Florian, oggi, per vedere un’amica. C’è come un entusiasmo mal trattenuto fra le persone di una certa cultura, c’è la voglia che succeda qualcosa… d’importante-.

   Su questo sfondo cupo come un cielo carico di nubi da temporale, Andrea Molesini traccia il disegno della sua storia nel romanzo breve dal titolo significativo, “Presagio”, un microdramma nel macrodramma che sta per iniziare. E il contrasto non potrebbe essere più grande, tra l’atmosfera dell’albergo di cui il proprietario, il commendatore Niccolò Spada, è giustamente orgoglioso, tra i colori e le luci della laguna e quel buio che non promette niente di buono. Tuttavia, la barca che sfiora l’isola di San Servolo, ‘l’isola dei matti’ perché è lì che sorge il manicomio, la fuggevole visione di uno dei poveretti che vi sono ricoverati, sono già un presagio a cui se ne aggiungeranno altri, tutti piuttosto misteriosi fino allo scioglimento finale.

   Cherchez la femme: c’è una donna al centro della scena. La marchesa Margarete von Hayek è seducente, disinvolta, anticonformista. Affascinante. E’ lei che lancia l’amo a Niccolò Spada: si può resisterle? Certo che no. Perché vuole da lui dei soldi in prestito? Perché un giornalista francese l’ha seguita a Venezia e che cosa vuole sapere da lei, collegando il suo nome con quello di un suo giovane amico? e- soprattutto- qual è il legame tra Margarete e l’uomo ricoverato a san Servolo che ha cercato di uccidersi più di una volta?
   Andrea Molesini scrive molto bene, riesce sempre ad aggiungere un tocco poetico alla sua scrittura, mescola la grande Storia con le piccole storie dei personaggi, inserisce- come già ne “La primavera del lupo”- immagini di animali (in questo caso un leone appare ricorrente in un sogno, il suo ruggito minaccioso come la guerra che si avvicina, gli occhi che non si vedono come ignota è la portata del pericolo) che diventano metafora per qualcos’altro, la lettura del suo libro è molto piacevole. E tuttavia non posso nascondere che “Presagio” è un breve romanzo esile che non raggiunge il livello dei due precedenti che tanto mi avevano entusiasmato.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove. net

Andrea Molesini


   

Elif Shafack, "La bastarda di Istanbul" ed. 2006

                                                       Voci da Mondi diversi. Medio Oriente
il libro ritrovato

Elif Shafak, “La bastarda di Istanbul”
Ed. Rizzoli, trad. Laura Prandino, pagg. 385, Euro 18,50
Titolo originale, The Bastard of Istanbul

Le storie di famiglia possono intrecciarsi in modo tanto profondo che ciò che è accaduto generazioni prima può avere conseguenze su dettagli apparentemente irrilevanti nel presente. Il passato è tutto tranne che concluso. Se Levent Kazanci non fosse diventato un uomo così amaro e prepotente, suo figlio Mustafa sarebbe stato una persona diversa? E se generazioni prima, nel 1915, Shushan non fosse rimasta orfana, Asya, oggi, sarebbe lo stesso una bastarda?

    Già nel titolo, “La bastarda di Istanbul”, troviamo un accostamento di parole- un nome e una città- che, in qualche maniera, ci suonano dissonanti. Perché, pur consapevoli di una generalizzazione, associamo la città turca con la religione musulmana di cui conosciamo la severità nei confronti delle donne e intuiamo che un figlio bastardo deve portare sulle spalle un greve fardello. Ma anche che ci deve essere stata una buona dose di coraggio per una donna, per mettere al mondo una figlia bastarda. E’ come se il titolo fosse un’anticipazione di idee e modi di vita opposti, che si attraggono e si respingono. Il libro inizia con una figura femminile che corre, in minigonna e tacchi alti, sotto la pioggia. E’ bella, è giovane, è oggetto di attenzioni. Lei è spavalda e un poco ribelle- lo sarà in tutto il libro. Qui, nel primo capitolo, sta andando in una clinica ad abortire: non se ne farà niente, nascerà Asya, una delle due protagoniste principali del romanzo. L’altra protagonista è una bimba in Arizona, figlia di madre americana e padre armeno che si sono appena separati. La bimba si chiama Armanoush Tchakhmakhchian (un cognome volutamente quasi impronunciabile) e sua madre, per vendicarsi della famiglia invadente dell’ex marito, non trova niente di meglio da fare che sposare in seconde nozze un turco.

    Questi gli antefatti di una storia che intreccerà le vite delle due ragazze, rivelando legami più vecchi ancora, perché gli armeni un tempo convivevano pacificamente con i turchi- fino alla prima guerra mondiale, fino alle persecuzioni, le deportazioni, il genocidio mai riconosciuto dalla Turchia, la diaspora. La vita è piena di strane coincidenze e uno scrittore può appropriarsene a piene mani: chi può dire che qualcosa è impossibile? E così, come in una rivisitazione del classico romanzo ottocentesco in chiave turca, il patrigno di Armanoush è lo zio di Asya, unico maschio con quattro sorelle della famiglia Kazanci; un gioiello che apparteneva alla bisnonna di Armanoush riappare nei cassetti di una zia di Asya, e la nonna di Armanoush è la bambina salvata per miracolo in una delle marce della morte, finita in un orfanotrofio, andata sposa ad un turco (non diciamo a chi) finché uno dei fratelli non l’aveva ritrovata e portata via con sé, in America.
     Non abbiamo svelato niente che il lettore non scopra quasi subito nelle pagine del romanzo, costruito su capitoli che alternano uno sguardo sull’interno della famiglia turca a Istanbul e uno sulla famiglia armena in America. E ci colpisce la somiglianza di vita e comportamenti, la condivisione di ricette e di alcune tradizioni, a sottolineare un passato comune. Le donne giocano il ruolo più importante in entrambe le famiglie, nonostante la palese venerazione per gli uomini di casa, ed Elif Shafak accentua la caratterizzazione di ogni figura attribuendo loro dei tratti che le differenziano e che vengono continuamente sottolineati e ripetuti, impedendoci di confonderle- come faceva Dickens nei suoi affollatissimi romanzi. Per le donne Kazanci, poi, la diversità assume anche un altro significato: una zia porta il velo, la madre di Asya sfoggia una massa di ricci ribelli, un’altra zia cambia di continuo acconciatura e colore dei capelli; una è insegnante, una predice il futuro, una fa tatuaggi…tutto è possibile a Istanbul, la religione non impone regole ferree.
Quando Armanoush arriva a Istanbul in cerca delle sue radici e rivela di essere armena raccontando la sorte della sua famiglia in esilio forzato, la reazione che incontra, sia nella famiglia Kazanci sia tra gli intellettuali che le presenta Asya, è sconcertante- c’è chi non sa niente, chi nega, chi pensa che ormai sono avvenimenti del passato ed è inutile ritirarli fuori. Ed è qui che il romanzo di Elif Shafak, che in Turchia ha subito una condanna per questo libro, acquista peso e consistenza pur nel tono scanzonato e ricco di humour: il passato non è mai passato, ai morti si può dare pace solo quando si riconosce la violenza che è stata loro inflitta, le ingiustizie non possono essere risanate ma ci se ne deve assumere responsabilità.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it

Elif Shafack


                                                                

mercoledì 28 maggio 2014

Magnus Montelius, "L'inganno del passato" ed. 2014

                                                               vento del Nord
                                                               cento sfumature di giallo
      fresco di lettura


Magnus Montelius, “L’inganno del passato”
Ed. Marsilio, trad. Laura Cangemi, pagg. 366, Euro 18,50
Titolo originale: Mannen från Albanien


   “La storia di Erik Lindman, com’è stata raccontata prima del suo rientro e della sua morte, è quella che tutti vogliono sentire. Il fanatico solitario che ha tradito il suo paese ed è stato smascherato dai servizi di sicurezza prima di aver trovato qualcuno da danneggiare. E’ una versione che affascina e rassicura tutti: Tristano smascherato e morto.”
   
  Grande. Magnus Magnus Montelius, il ‘nuovo’ (dopotutto questo è il suo primo romanzo) scrittore svedese pubblicato dalla casa editrice Marsilio. Grande Magnus. “L’inganno del passato” è un romanzo straordinario, una spy story se si è in cerca di una definizione, e tuttavia è un romanzo ‘pieno’, con personaggi ben definiti, con una storia che sconfina nella Storia e nella politica e che pone quesiti- umani ed etici- su cui è impossibile sorvolare. Tanto che ci si domanda se non sarebbe ora di farla finita con le restrizioni delle definizioni dei generi e con la condiscendenza con cui i critici guardano i libri ‘gialli’ o di indagine poliziesca o di spionaggio. Un grande romanzo è un grande romanzo e basta.
   E’ il 1990. La rivoluzione di Piazza Tienanmen, la caduta del muro di Berlino, la fine dei Ceauşescu in Romania hanno segnato una svolta epocale. Non è solo la fine dell’Unione Sovietica. E’ la fine di un’utopia, di un sogno illuminante. Un profugo albanese arrivato da due giorni a Stoccolma viene trovato morto nei giardini dell’altura di Ersta. E’ caduto? Un barbone che era nei pressi dice di no, che lui ha visto un’ombra. Chi bada agli sproloqui di un senzatetto? Poco dopo questi muore, investito da un’auto. Il tutto appare sospetto al giovane giornalista Tobias Meijtens che non ha neppure idea di dove lo porterà l’indagine che inizia a fare, sperando in uno scoop che lo faccia assumere a tempo indeterminato dalla rivista settimanale per cui lavora. Una delle prime cose che balza fuori è che l’albanese è uno svedese scomparso nel 1965. E non era un tipo qualunque. ‘Allora’, nel 1965, i giornali avevano scritto un’accusa infamante: che era una spia, che si trovava a Mosca. Come era finito in Albania, paese non proprio amico dell’Unione Sovietica?

Erik Lindman non era ‘come lei e come me’- dice un suo vecchio amico. Faceva parte del cosiddetto ‘gruppo di Upssala’, ma era l’unico a provenire da una famiglia molto modesta.  Erik era intelligentissimo e brillante a scuola, era colto, aveva una grande disposizione per le lingue straniere, era generoso, era di bell’aspetto, era carismatico. L’attrattiva del comunismo era scontata per Erik, figlio di un convinto stalinista, mentre era una stravaganza per i due amici, Sonia con cui Erik faceva coppia, e Carl che offriva l’alloggio a entrambi nel lussuoso appartamento che gli aveva regalato il padre. Che cosa era successo perché Erik lasciasse la scuola per diplomatici e si mettesse a distribuire giornali? Il fatto che fosse stato ammesso, nonostante le sue origini familiari, confermava la sua eccezionalità. Si insinuava che fosse stato espulso, ma una lettera di dimissioni di Erik provava il contrario.
   ‘Verità’ è la parola chiave nel romanzo di Magnus Montelius. Si chiamava “Veritas” il gruppo svedese di estrema sinistra di cui facevano parte Erik e gli amici. Verità come Pravda, il famoso quotidiano russo. Una verità che Tobias Meijtens insegue nonostante le intimidazioni, nonostante che venga licenziato nel tentativo di fermare le sue ricerche. La verità dovrebbe essere come una missione per un giornalista- l’accusa contro i danni che la mala stampa o l’informazione tendenziosa possono provocare, fino a distruggere la vita di un uomo, è fortissima. E’ in questo idealismo che il personaggio di Tobias nel 1990 si avvicina, come una sorta di doppio rivisto, a quello di Erik nel 1965. Quello di Tobias, però, pare una voce sola nel coro mentre l’atmosfera degli anni ‘60 traboccava di idealismo, di speranze, di entusiasmo, di illusioni (‘Des illusions’ è il titolo scelto dall’edizione francese), almeno nel gruppo dei simpatizzanti del comunismo. Che ne era stato di tutto quello? Adesso che pezzo dopo pezzo sta crollando l’impero comunista, si può finalmente dire la verità? Parrebbe di no, e allora la lotta di Mejitens si rivela in parte inutile, il suo disinganno è di poco inferiore a quello di Erik, il personaggio eroico tradito da qualcuno, e per motivi che nulla hanno a che fare con gli ideali o il credo politico. L’ultima verità che Mejitens non svelerà ( a volte bisogna arrendersi e smettere di fare il don Chisciotte) è una sorta di giustizia poetica che riequilibra il destino di Erik.

    Dopo “Il cerchio dell’odio” di Massimo Galluppi, la casa editrice Marsilio ha pubblicato un altro libro entusiasmante che ritorna, in un contesto nazionale e sociale diverso, ai fervidi anni ‘60 e ‘70 in cui si respirava nell’aria la fiducia giovanile che si potesse cambiare il mondo. C’è un filo di rimpianto, paragonandoli con i tempi attuali di palude stagnante? Di certo “L’inganno del passato” non è solo un ottimo romanzo di spionaggio che lascia il lettore fino alla fine nel dubbio sull’identità di ‘Tristano’, ma è anche lo specchio di un tempo e la messa a nudo dell’abitudine (o vizio?) ad insabbiare il marciume della società.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it

Magnus Montelius

  

    

martedì 27 maggio 2014

Esmahan Aykol- musica per un libro- I Giovani ad Istanbul cantano Bella Ciao 2013



                                          Voci da mondi diversi. Medio Oriente
                                                           ricorrenze
Un anno fa, ai primi di giugno, scoppiava la rivolta dei giovani di piazza Taksim, a Istanbul. Mi trovavo là, li ho visti sfilare cantando. Avevo un appuntamento con la scrittrice Esmahan Aykol in un bar vicino alla piazza.
Quest'anno le notizie dalla Turchia sono ancora in prima pagina per una tragedia sul lavoro, la morte di centinaia di minatori intrappolati, e di nuovo si è alzata la protesta.

Pubblicherò le recensioni dei libri di alcuni scrittori turchi, Esmahan Aykol e Mehmet Somer (autori di 'gialli'), Elif Shafack e poi, naturalmente, Ohran Pamuk che ha vinto il Nobel nel 2006.



                                                           

Esmahan Aykol

                                                       Voci da mondi diversi. Medio Oriente
                                                                                un autore



Esmahan Aykol (1970) è una scrittrice e giornalista turca. Vive tra Istanbul e Berlino. Durante gli studi in giurisprudenza ha lavorato come giornalista per giornali turchi ed emittenti radiofoniche. Ora, dopo una breve parentesi come barista, si dedica interamente alla scrittura.
La casa editrice Sellerio ha pubblicato tre suoi romanzi che hanno per protagonista la libraia Kati Hirschel:

-“Hotel Bosforo”, 2010
-“Appartamento a Istanbul”, 2011
-“Divorzio alla turca”, 2012

Esmahan Aykol- Intervista a Istanbul- giugno 2013

                                            Voci da mondi diversi. Medio Oriente


INTERVISTA  A ESMAHAN AYKOL   
      Hanno la faccia allegra, questi ragazzi carichi di entusiasmo giovanile che sfilano in corteo per Istiklal Caddesi, a Istanbul. Come se andassero a fare un pic nic in piazza Taksim e non a sfidare gli idranti della polizia. Se non fosse per le bandiere che sventolano, se non fosse perché cantano “Bella ciao” (ed è stranamente emozionante sentire la canzone dei nostri partigiani in turco), se non fosse che indossano tutti magliettine nere (è l’ordine del giorno, ci dirà poi Esmahan Aykol, magliette nere contro il fascismo), se non fosse per quest’atmosfera leggermente sessantottina, faremmo fatica ad immaginare che questo è il quarto giorno di quella che era iniziata come una manifestazione di protesta per la distruzione di una zona verde ed è diventata uno scontro con le forze dell’ordine in una ribellione contro un regime sempre meno democratico.
D’altronde le prove sono ovunque: nelle scritte sui muri (solerti operai le stanno grattando via), nei vetri infranti delle vetrine (alcuni negozi stanno già provvedendo alla sostituzione). E il fatto che non si veda passare il mitico tram rosso tanto amato dal regista Özpetek è un segnale che forse la calma non è ancora tornata in piazza Taksim.
     L’appuntamento con Esmahan Aykol, la scrittrice di cui la casa editrice Sellerio ha pubblicato tre romanzi con la protagonista Kati Hirschel, simpaticissima libraia che si improvvisa detective, è in un caffé su Istiklal Caddesi, non lontano da piazza Taksim, e ho temuto di non riuscire ad arrivare. Oggi, lunedì 3 giugno, è un giorno pieno di canti e di slogan e di braccia alzate, ma due giorni fa, quando sono salita per la prima volta a piazza Taksim come turista, l’atmosfera era ben diversa. Non mi ero insospettita per il fatto che la funicolare fosse ferma- pensavo ad un guasto, come da noi è normale, come la scala mobile alla fermata metropolitana di Porta Venezia che non funziona dal settembre dello scorso anno. Avevo visto sulla CNN la manifestazione di venerdì 31 maggio, ma pensavo fosse finita.
Poi sono apparse le prime persone con una mascherina sul naso e sulla bocca. ‘Come i giapponesi a Milano’, ho pensato. Poi, per fortuna, due studenti universitari, individuandomi immediatamente come una turista sprovveduta, mi hanno fermato, consigliandomi di tornare indietro. “Spero che sarà tutto finito domani”, ho detto inavvertitamente. “Speriamo di no”, mi ha risposto la ragazza, aggiungendo con orgoglio, “Questa è la rivoluzione turca!”.
    Ne parliamo con Esmahan Aykol, prendendo lo spunto dai suoi libri.
     
       So che il suo prossimo romanzo,  in corso di traduzione in Germania, si intitola “Tango Istanbul” e ha a che fare con la corruzione nell’ambiente dei mezzi di comunicazione in Turchia. E’ un argomento quanto mai attuale, a giudicare dai disordini di piazza Taksim di questi giorni. Perché il punto di partenza della manifestazione- la protesta contro la costruzione di un centro commerciale in un’area verde- è solo come la punta di un iceberg, c’è molto di più al di sotto, vero?
    Esattamente. Già c’erano state delle manifestazioni per rivendicare il diritto di parola, per protestare contro l’imbavagliamento dei media, contro il fermo di alcuni giornalisti. Ora, nei primi tre giorni di questa ‘rivoluzione di piazza Taksim’, non è apparsa nessuna notizia sui disordini, né sui giornali, né attraverso i canali televisivi. Non se ne è parlato affatto. La televisione ha continuato a trasmettere documentari sui pinguini. E’ questo il punto della protesta, contro un governo autoritario.

Ho visto tanti ragazzi giovani in corteo, alcuni giovanissimi.
    E’ vero, ci sono tanti universitari ma anche tantissimi liceali. E poi ci sono tantissime donne giovani che aderiscono a questa manifestazione in cui- così era l’accordo per oggi- tutti indossano una maglietta nera per protestare contro il fascismo. E ci sono tante ragazze perché sono loro ad essere le più oppresse nei paesi conservatori. Quindi sì, la protesta non è solo per gli alberi che devono essere abbattuti per fare un centro commerciale, I giovani gridano contro l’oppressione.    
piazza Taksim

Spero che potremo riparlare di “Tango Istanbul” quando uscirà la traduzione italiana. Intanto mi piacerebbe confrontarmi con Lei su qualcosa che ho osservato rileggendo i suoi tre romanzi. Mi è parso che il primo, “Hotel Bosforo”, sia diverso dagli altri due, che sia più tradizionale, che ci sia un minor coinvolgimento nei problemi vivi del paese. In “Appartamento a Istanbul” e in “Divorzio alla turca” la trama gialla ha qualcosa a che fare con la realtà nera della Turchia, gli appalti, la corruzione, l’inquinamento. Mi chiedevo se fosse sua intenzione fare qualcosa come si sono proposti di fare i maestri del giallo svedese, Maj Sjöwall e Per Walöö, con la serie dei dieci romanzi con il commissario Beck, una sorta di indagine sui mali della società del loro tempo.
      E’ vero. Il mio primo romanzo, “Hotel Bosforo” era un romanzo sulla rabbia, un libro personale sulla vendetta. Ero io a volermi vendicare dei tedeschi perché mi sono sentita discriminata quando sono andata a studiare in Germania, nei primi anni che ho vissuto lì. E volevo che il libro fosse tradotto in tedesco perché era sull’essere straniero e sentirsi diverso perché ti facevano sentire diverso: ecco, ho scritto come ci si sente, rovesciando la situazione con il personaggio di Kati, una tedesca che vive a Istanbul, che dice di essere straniera dappertutto- considerata un’ebrea in Germania e una tedesca a Istanbul.
In un certo senso il mio primo libro era più internazionale, i personaggi erano internazionali. I due libri seguenti sono, invece, con personaggi locali, sono più sulla Turchia e sulla politica turca e la vita sociale turca, perché la vita sociale non può escludere la politica: se scrivi romanzi sulla vita sociale non puoi non parlare di politica. I due romanzi sono quadri della società turca nel tempo in cui sono stati scritti.

Creare una protagonista tedesca che, però,  vive a Istanbul, Le ha dato un’opportunità migliore per vedere la società turca da un altro punto di vista?
    Andare in Germania è stata per me una grande opportunità. Ho avuto la possibilità di vedere la società turca da un punto di vista esterno, è stato un cambiamento di prospettiva radicale. E’ stata una sensazione strana, quella di sentirsi turca per la prima volta, perché naturalmente non ci si può sentire turchi in mezzo ai turchi.

Non pensa che sarebbe stato lo stesso anche per un italiano, sentirsi discriminato in mezzo ai tedeschi? Gli italiani non godono di una buona reputazione in Germania.
      Ma no! Non è vero! (Esmahan Aykol sorride) Gli uomini italiani sono molto apprezzati dalle donne tedesche, glielo assicuro!

Istanbul è una città con un piede in Occidente ed uno in Oriente. Nei giorni che ho passato qui ho sentito tutto il fascino di questo doppio volto di Istanbul. Tra un quartiere e l’altro ci sono differenze sconcertanti. Mi pare che il personaggio di Kati Hirschel, la ragazza tedesca che ama questa città, tanto da averla scelta per viverci, riassuma in un certo senso le due facce di Istanbul. 
     A dire il vero, io vedo soprattutto l’aspetto orientale di Istanbul, non vedo quello occidentale. E’ del tutto orientale se paragonata ad Ankara o a Smirne. E poi dieci anni fa era molto più affascinante: sono state fatte tante opere di restauro in malo modo. Hanno trasformato la moschea di Solimano in qualcosa di disneyano. Si continuano a fare cose mal fatte: il terzo ponte attualmnte in costruzione sul Bosforo, ad esempio. A che cosa serve un terzo ponte nei tempi in cui viviamo? Verranno abbattuti chissà quanti alberi e non servirà a snellire il traffico. Sarebbe stato meglio costruire un tunnel sotto il Bosforo. E costruiranno anche l’aeroporto più grande del mondo: scherziamo? A che cosa ci serve l’aeroporto più grande del mondo?

Anche Lei si divide tra due mondi, come Kati, come questa città. Che cosa le manca di Istanbul quando vive a Berlino e che cosa le manca, invece, di Berlino quando si trova qui?
      In Germania sento la mancanza dei miei amici di Istanbul. A Berlino ho una carissima amica che però è così impegnata nel lavoro che non riesco quasi a vederla. E però mi manca quando sono a Istanbul. A Berlino vado per essere sola, per lavorare, per leggere. Istanbul è caotica e ogni tanto ho bisogno di fuggire. Di Berlino mi manca la tranquillità e la qualità della vita- ad esempio, a Berlino si può andare ovunque con i mezzi pubblici, c’è molto meno traffico. D’altra parte ci sono anche molti meno abitanti. 
Berlino. Unter den Linden


La voce di Kati nei romanzi è così vivace e spontanea che è inevitabile, per il lettore, identificarla con Lei. Assomiglia a Lei, Kati Hirschel?
     No, Kati non è come me. Forse è, per alcune cose, come io vorrei essere. A Kati invidio l’essere socievole, affettuosa, generosa. Io non sono così, lei è il mio doppio. Non condividiamo neppure gli stessi gusti: a me non piace il té verde che beve Kati. Però neppure a me piace il raki, come non piace a Kati. Nel nuovo romanzo ci sarà un cambiamento: Kati inizia a bere raki in “Tango Istanbul”.

In “Appartamento a Istanbul” un personaggio appartiene ad un partito religioso: quanto è importante qui la religione? L’integralismo religioso può essere un pericolo?
     No, non penso che l’integralismo costituisca un pericolo, gli islamici sono nel governo, dopotutto. E sì, la maggior parte dei musulmani di Istanbul è religiosa osservante e tradizionalista- infatti il numero delle donne per le strade è inferiore a quello degli uomini e quasi tutte portano il velo.

Un’ultima domanda ‘letteraria’: secondo Lei, gli scritti di Orhan Pamuk rappresentano  bene l’essenza turca, o l’anima turca? Voglio dire, sono veramente ‘turchi’ i suoi romanzi?
    Se devo essere sincera, la risposta è no, non penso che i romanzi di Pamuk esprimano al meglio l’essere turchi. Nel conferimento del Nobel a Orhan Pamuk ha avuto un certo peso la sua presa di posizione a favore degli armeni e dei curdi nei confronti dei quali il nostro governo ha sempre negato di avere delle colpe. A mio parere, il più grande scrittore turco contemporaneo è Yaser Kamal, l’autore di “Mehmet il Falco”.




       

Esmahan Aykol, "Hotel Bosforo" ed. 2010

            Voci da mondi diversi. Medio Oriente
             il libro ritrovato
             cento sfumature di giallo

 Esmahan Aykol, “Hotel Bosforo”
Ed. Sellerio, trad. Emanuela Cervini, pagg. 263, Euro 13,00

Titolo originale: Hotel Bosporus

   I turchi mi considerano una tedesca anomala anche perché mi chiamo Kati. Può sembrare incredibile, ma ho incontrato persone convinte che in Germania esistessero solo due nomi: Hans per gli uomini e Helga per le donne. Vorrei proprio sapere chi ha messo in giro questa assurdità.

    “Hotel Bosforo”: un titolo che ci trasporta volando ad una porta tra due mondi, Istanbul. Una protagonista tedesca, Kati Hirschel, che conosce benissimo la città e parla perfettamente il turco perché ha vissuto a Istanbul circa metà della sua vita di quasi quarantenne- lei stessa il prodotto di oriente ed occidente, quindi. E Kati Hirschel sostituisce la figura del commissario che indaga su un delitto in questo romanzo che è il primo di una serie scritta da Esmahan Aykol, che è nata ad Edirne in Turchia ma vive tra Berlino e Istanbul. D’altra parte, Kati pensa di avere qualche diritto per entrare nelle indagini, perché la sua passione per i libri gialli l’ha condotta ad aprire una libreria specializzata nel settore: è una libraia lettrice che indaga, insomma.     

     Una mattina Kati ha appena avuto il tempo di aprire il negozio, nervosissima per la ricerca difficile di un parcheggio, quando riceve una telefonata. Una donna che parla in tedesco. Kati non riconosce la sua voce. E’ Petra, sua compagna di studi- all’università Petra studiava recitazione. Dopo la laurea si erano perse di vista. O meglio: Kati aveva seguito dalla platea i successi cinematografici di Petra, diventata una stella del cinema, pur se non di quello internazionale. Ora Petra si trova in Turchia proprio per girare un film di coproduzione turco-tedesca, vuole incontrarla, ha avuto da sua madre il suo numero di telefono.
     Com’è strana la vita, niente è mai come appare. Dopo una lunga chiacchierata insieme, a Kati è ben chiaro che Petra può anche aver raggiunto il successo, ma la sua vita non è stata affatto felice come lei avrebbe immaginato. E poco dopo avviene il delitto al bellissimo hotel affacciato sul Bosforo, dove alloggia la troupe del cinema. Il regista tedesco è stato assassinato, e in una maniera piuttosto singolare: lo hanno trovato immerso nella vasca da bagno dove l’assassino ha fatto cadere il phon asciugacapelli. Gli altri membri della troupe lo hanno visto ritirarsi in camera alla fine della serata- era molto ubriaco. Strano che abbia voluto farsi un bagno, piuttosto che cacciarsi sul letto. In ogni modo l’assassino deve essersi portato dietro sia il phon sia una prolunga, perché il delitto non è stato commesso con l’asciugacapelli dell’albergo, fissato alla parete a fianco del lavabo. Quindi aveva programmato il delitto che, nella sua modalità, farebbe pensare sia opera di una donna. E girano voci che il regista fosse l’amante di Petra, anche se l’amica di Kati smentisce categoricamente.
     Lo stile narrativo di Esmahan Aykol è molto vivace, la trama procede veloce tra incontri di Kati con un poliziotto voglioso (ma a lei non va l’idea di fare sesso con un poliziotto), con un’amica carissima, con un affascinante e losco produttore turco, con commercianti vari che hanno i negozi nelle vicinanze della libreria di Kati. Kati ha qualcosa, nello spirito delle sue battute, nella sua allegria e voglia di vivere, nella sua propensione alle avventure amorose, che ci ricorda un altro personaggio della scena del giallo, la Petra Delicado che è la protagonista dei romanzi seriali di Alicia Giménez- Bartlett: il lungo soggiorno a Istanbul l’ha resa più mediterranea che tedesca. O forse, come la stessa Kati spesso suggerisce, ci sono molti stereotipi sui tedeschi in genere. Quando Kati arriva alla conclusione sull’identità dell’assassino, il lettore si rallegra con lei che giustizia sia stata fatta e, una volta di più, riflette che niente è mai come appare e che ci sono colpevoli e colpevoli.

     Un romanzo che confronta con disinvoltura le abitudini di due diverse culture e che mescola il giallo con il nero e il rosa in un’ambientazione nuova ed esotica.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it

Esmahan Aykol

Esmahan Aykol, "Appartamento a Istanbul" ed. 2011

                                                    Voci da mondi diversi. Medio Oriente
                                                     cento sfumature di giallo
             il libro ritrovato

Esmahan Aykol, “Appartamento a Istanbul”
Ed. Sellerio, trad. Emanuela Cervini, pagg. 319, Euro 14,00

Titolo originale: Bakschisch

    “Ha cominciato con cose più piccole. Il parcheggio è venuto dopo. Ci ha messo le mani sei anni fa, quando hanno bruciato la casa che sorgeva in quel punto. Una mattina siamo arrivati e quel grosso edificio non c’era più. Naturalmente non ho capito cos’era successo. Chi mai penserebbe che si possa bruciare un intero edificio per far posto a un parcheggio? Una volta Istanbul era diversa, non era un covo di delinquenti.”

      Kati Hirschel, tedesca che vive a Istanbul da quindici anni ed è perfettamente bilingue, ha superato i quarant’anni, si tinge i capelli di arancione (e già questo dice molto sulla sua personalità), è fidanzata con un avvocato turco, gestisce una libreria specializzata in libri gialli: l’avevamo già conosciuta nel primo romanzo della serie, “Hotel Bosforo”, e l’avevamo paragonata- per simpatia e vivacità- alla Petra Delicado di Alicia Giménez- Bartlett. Con la differenza sostanziale che Petra indaga sui delitti perché è un commissario di polizia, mentre Kati si lascia coinvolgere perché è un’appassionata lettrice di gialli e ha imparato molto leggendo romanzi di indagine poliziesca. E poi è curiosa e ficcanaso. Un delitto è, per lei, come una bandierina rossa agitata davanti a un toro…
      Kati ha appena litigato con il fidanzato, all’inizio del libro. E’ nervosa, il padrone di casa le ha aumentato l’affitto, deve cercarsi un altro appartamento. L’amica Candan la mette in contatto con un impiegato del catasto che sarebbe disposto (con una mazzetta, certo) a darle delle ‘dritte’ per acquistare uno di quegli immobili che vengono messi all’asta dal comune, perché abbandonati dai proprietari, membri di minoranze etniche che hanno lasciato il paese. Detto fatto. Uno degli appartamenti che presto sarà disponibile è in un edificio che Kati ha sempre ammirato. Soltanto che al momento è occupato da un tal Osman, un affarista che gestisce dei posteggi nel centro della città e specula in aree edificabili. La nostra Kati non si lascia intimidire da lui (che si rifiuta di lasciarla visitare l’appartamento), i toni delle voci si alzano, Osman si ripresenta nella libreria di Kati, lei gli scaglia un posacenere in testa…Quando Osman viene trovato morto è ovvio che Kati sia tra i sospettati. Ed è ovvio anche che Kati si getti ad indagare per conto suo…
     Come il precedente “Hotel Bosforo”, anche “Appartamento a Istanbul” è un romanzo estremamente godibile, che diverte, fa sorridere, incuriosisce- è diverso dall’altra narrativa del genere. Perché il fatto che la protagonista sia una tedesca che vive in Turchia le offre la possibilità di uno sguardo su due mondi con pari comprensione di entrambi- a volte Kati è la tedesca che critica o apprezza i turchi, a volte è l’opposto, si sente più turca che tedesca e non risparmia le frecciate verso i connazionali. E’ chiaro che a Kati piace vivere a Istanbul (come sospettiamo piaccia a Esmahan Aykol), le piacciono la cordialità e la spontaneità della gente, il rumore perenne nelle strade, il cibo turco: tutto sembra essere più frizzante in Turchia.
Kati ha anche la sua moschea preferita, quella di Süleymaniye, costruita su una delle sette colline della città (è dedicata ad una donna, c’entra anche questo nella sua preferenza?). Kati non è cieca ai difetti dei turchi, alla corruzione, al malgoverno, ma ci ride sopra, ha imparato ad accettarli: quando si sta bene nel posto dove si vive, tutto il resto scivola via dalle spalle. E il quadro che ci offre della città e delle persone che la abitano è variegato: l’impiegato del catasto, il poliziotto Batuhan che la corteggia, il fidanzato, la numerosa famiglia del morto Osman e le sue altrettanto numerose donne- Kati è estroversa, fa facilmente amicizia, attira le confidenze. E’ tutto un chiacchiericcio intorno a lei, si parla di cose serie e di cose meno serie. E Kati arriva a risolvere il caso, naturalmente (dopo che è spuntato fuori un altro morto). Ha le tinte del giallo e del rosa, il romanzo di Esmahan Aykol, in cui il giallo sta per il delitto e l’indagine, mentre il rosa sta per quanto di prettamente femminile c’è nel libro- amori, ricette, diete, creme per le rughe.


la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


Esmahan Aykol, "Divorzio alla turca" ed. 2012

                                             Voci da mondi diversi. Medio Oriente
                                              cento sfumature di giallo
       il libro ritrovato


Esmahan Aykol, “Divorzio alla turca”
Ed. Sellerio, trad. Emanuela Cervini, pagg. 318, Euro 14,00
Titolo originale: Scheidung auf Türkisch

   Perché nessuno dei miei autori aveva mai fatto morire un personaggio di morte “naturale”? perché non potevo trarre consiglio dalle mie innumerevoli letture?
   Semplice: perché un giallo non può ruotare intorno a qualcuno morto per cause naturali. Non c’è giallo senza delitto.
   I gialli sono razionali, logici e privi di dettagli inutili; portare il lettore fuori strada è tabù, tutti gli elementi della trama si accordano perfettamente. Nella vita reale non è certo così.

   Quanto è simpatica, questa Kati Hirschel protagonista della serie di gialli della scrittrice turca Esmahan Aykol! Più la conosciamo e più ci piace. Invecchia bene come il buon vino. Mettiamo in chiaro: Kati non è vecchia, è sulla quarantina. Lei stessa scherza sulla sua età, sulla sua corporatura (se avesse una taglia XS non piacerebbe agli uomini turchi), sul suo bilinguismo dovuto al fatto che suo padre era un ebreo tedesco (“Non vengo mica pagata per tenere in allenamento i connazionali che vivono in Turchia. Credete che a me non manchi il tedesco? Certo che mi manca, ma non mi sembra un buon motivo per rompere le scatole a una perfetta sconosciuta.”). Ha la battuta facile, Kati Hirschel. Dà l’impressione di una che si sveglia sempre di buon umore (tranne la mattina seguente ad una cena in cui ha bevuto troppo insieme al poliziotto che la corteggia) e porta con sé l’allegria. Per chi ancora ignorasse la sua presenza sulla scena del genere giallo, Kati Hirschel è una detective non-detective. E’ appassionata di libri gialli ed è la proprietaria dell’unica libreria esclusivamente ‘gialla’ di Istanbul. E’ una ficcanaso e si trova sempre a indagare su qualche caso che sembra proprio caderle sui piedi: Kati non resiste, è come un cavaliere che parte a lancia in resta. E bisogna dire che ha il fiuto di un cane da tartufo: riesce sempre ad arrivare per prima a sciogliere il mistero, anzi, è lei che indirizza la polizia sulla giusta strada.  

     “Divorzio alla turca” ha un titolo che occhieggia al famoso film di Germi del ‘61, “Divorzio all’italiana”, e, a grandissime linee, possiamo immaginare quale sia l’argomento. Eppure, anche se, quando apprendiamo della morte di Sani, sposata al rampollo di una ricchissima famiglia stambuliota ma in procinto di ottenere il divorzio da lui, avvertiamo anche noi odore di bruciato, niente ci rovina il piacere della lettura che procede frizzante e ci riserberà parecchie sorprese. Perché i tempi sono cambiati rispetto agli anni ‘60 del film italiano, la motivazione dell’omicidio non è così scontata. Ma si tratta poi di omicidio? Parrebbe che Sani sia caduta in casa, che sia stato un incidente. Naturalmente Kati non ne è convinta e le interessa andare a fondo perché conosceva di vista la bella Sani, pranzavano spesso allo stesso ristorante (pranzi a base di insalata per Sani, non certo per Kati).
    I gialli di Esmahan Aykol hanno un altro pregio, oltre alla presenza della simpatica protagonista. Nella maniera leggera che si confà al tono dei romanzi, ci rivelano aspetti ‘bui’ della società turca, truffe e crimini che purtroppo non sono ai danni di una sola persona. In “Divorzio alla turca” veniamo a sapere dell’inquinamento in Tracia, dove le concerie non rispettano affatto le norme per lo smaltimento dei prodotti tossici, l’aria ha un puzzo insopportabile, l’acqua è imbevibile, i morti per cancro superano la media. E veniamo a sapere anche di un’organizzazione più o meno segreta per l’indipendenza della Tracia. Il fatto che la defunta Sani fosse a capo di un’associazione ambientalista dal nome di “Turchia verde” e che si battesse per impedire lo scempio del territorio, ha a che fare con la sua morte? Dopotutto il suo computer è introvabile…

    Se arrivate a fine settimana stanchi e stressati, prendete in mano “Divorzio alla turca”. Non ho consiglio migliore da darvi per rilassarvi.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it

Esmahan Aykol

lunedì 26 maggio 2014

Mehmet Murat Somer, "Scandaloso omicidio a Istanbul" ed. 2009

                                                       cento sfumature di giallo
                                                       Voci da mondi diversi. Medio Oriente
                                                        il libro ritrovato


Mehmet Murat Somer, “Scandaloso omicidio a Istanbul”
Ed. Sellerio, trad. Anna Lia Proietti Ergün, pagg. 301, Euro 13,00

   “Io sono una bella di notte e un uomo di giorno”, dice di sé il protagonista (o, forse, dovremmo abituarci subito a dire ‘la protagonista’) di “Scandaloso omicidio a Istanbul”, il romanzo sorprendente, divertente, anticonvenzionale, ironico, trasgressivo dello scrittore turco Mehmet Murat Somer. Di giorno, quando è uomo, il protagonista progetta sistemi antihacker per computer; di notte, vestito da donna, gestisce un club nel cuore di Bodrum, dove batte il cuore notturno di Istanbul. Un club frequentato da travestiti e omosessuali e da una clientela che ha gusti particolari.
    La trama del libro scatta quando una delle più ricercate ragazze del club (nome di nascita, Fevzi; nome femminile, Buse, cioè ‘Bacio’) si confida con la protagonista: ha paura; dopo aver bevuto aveva raccontato a qualcuno di una sua storia di anni prima, di avere delle fotografie molto compromettenti per una persona che occupava uno dei posti del potere; ora c’è stata un’intrusione nel suo appartamento, hanno buttato tutto per aria senza rubare niente; è chiaro che cercavano le fotografie: lei le ha portate a casa di sua madre, che è cieca. Va da sé che Buse verrà uccisa e senza che la polizia si agiti troppo: è un altro travestito che ha fatto la fine che si merita. E allora tocca alla protagonista, che è anche la voce narrante della vicenda, occuparsi della ricerca del colpevole, nonché di sottrarre la mamma cieca di Buse al pericolo. Soltanto che- tempo di rintracciarne l’indirizzo- la mamma di Buse è scomparsa e la vecchia che abita al piano di sopra di lei è morta con una pallottola in testa…

   Non c’è niente di nuovo nell’intreccio, come si vede; la godibilità e il piacere della lettura del libro di Murat Somer sono dovuti ad altro. Alla finezza con cui vengono tratteggiati i personaggi, prima di tutto- e con ‘finezza’ intendo sia che lo scrittore riesce a renderli vivi nella loro interiorità e nell’aspetto esterno, sia l’eleganza con cui parla di uomini che troppo spesso sono soggetti a definizioni grossolane. Con umorismo. La protagonista si guarda allo specchio e si piace: “snella, atletica, del tipo che definiscono da nuotatore”. Nessun intervento estetico per lei, sono tante le donne senza seno, che bisogno c’è del silicone? Si paragona alla principessa Stephanie di Monaco, capelli cortissimi, spalle larghe, fianchi stretti, ma il suo modello è Audrey Hepburn: c’è una scena fantastica in cui sceglie un abitino azzurro, pensando all’androgina elegantissima attrice nei film “Arianna” o “Vacanze romane” e domandandosi se sia il caso di mettersi anche i guantini bianchi stile Audrey- decide poi per il no, che magari non pensino che ha qualche malattia della pelle…
Sono tanti i rimandi a film e ad attori (modelli popolari di vita), tanti anche i richiami a brani musicali da parte dell’insolito protagonista che si trasforma in detective. Ma soprattutto ammiriamo l’uso dell’ironia, che può essere una divertita autoironia (trovo impagabile il dettaglio del finocchio che si prepara la sua bevanda preferita: tisana al finocchietto) oppure può diventare sferzante quando si rivolge al mondo esterno, ai personaggi famosi ipocriti e dalla doppia faccia di cui una deve sempre restare nascosta.
     La nostra protagonista invece esibisce con baldanza la sua doppia faccia e questa ‘doppiezza’ le dà qualcosa in più su cui lo scrittore gioca mirabilmente- una specie di duplice sguardo sulle cose, la capacità di vedere al femminile e al maschile nello stesso tempo. Con un risultato di giochi allo specchio un poco ambiguo ma tremendamente intrigante.

    Un libro da leggere, non ne sarete delusi. Sperando che la Sellerio ne pubblichi altri dello stesso autore.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove. net

Mehmet Murat Somer

domenica 25 maggio 2014

Józef Wittlin, “Il sale della terra” ed. 2014

                                                         prima guerra mondiale
                                                         fresco di lettura

Józef Wittlin, “Il sale della terra”
Ed. Marsilio, trad. Silvano De Fanti, pagg. 380, Euro 23,00

    Piotr Niewiadomski (in polacco il cognome significa ignoto, e tuttavia Piotr non era figlio di ignoto, quello era proprio il cognome del padre che lui, però, non aveva mai conosciuto). Classe 1873 (anche se Piotr neppure sa la sua data di nascita). Uomo tuttofare- pulisce i lampioni, spazza la sala d’attesa, se occorre aiuta a riparare i binari- della stazioncina di Topory-Czernielica. Un’ambizione- diventare casellante. La sua vita cambierebbe se potesse diventare casellante. Che prestigio! Potrebbe riparare la sua catapecchia, sposare Magda (la sua amante da anni). L’aspetto di Piotr Niewiadomski non è granché: naso grosso e vista scarsa (conseguenze di una sifilide congenita), gambe storte dovute al rachitismo. Possiede un cane (che ama più di Magda). Ultimo dettaglio: è analfabeta.
    Questo ignoto per eccellenza, questo signor nessuno che sembra quasi un aborto del genere umano e che abita nel nulla, in un angolo remoto dell’impero austroungarico, è l’eroe anti-eroe del piccolo capolavoro sconosciuto pubblicato ora dalla casa editrice Marsilio, “Il sale della terra” , di Józef Wittlin, ebreo polacco costretto ad emigrare negli Stati Uniti alla vigilia della seconda guerra mondiale. Il suo romanzo, pubblicato nel 1935, ebbe fama immediata ma fu poi bandito- per ovvii motivi- per un trentennio.   

“Il sale della terra” è un libro di guerra sui generis- si vedono passare i feriti nei vagoni dei treni, giungono voci dal fronte, ma sono smorzate, non c’è nessuna scena di battaglia e neppure c’è una qualche discussione sulla guerra. La guerra per il nostro Piotr, così come per gli umili che sono il sale della terra, è un dato di fatto, la si accetta così, perché l’hanno sentita proclamare dalla voce dell’imperatore. E l’imperatore è quasi come Dio. Dapprima c’è qualcosa di positivo per Piotr, nello scoppio della prima guerra mondiale. Perché in effetti viene mandato a sostituire il casellante al casello n.86 della linea Leopoli-Czerniowce-Ickany. Che soddisfazione mettersi il berretto con la visiera (non lo abbandonerà neppure quando parte per l’addestramento militare)! Poi, dal suo punto di osservazione speciale, con la paletta che gli conferisce autorità, Piotr constata una ‘stranezza’: fino a due settimane prima i vagoni passavano pieni di soldati che cantavano, ora passano, tornando indietro, in silenzio. Puzzano di disfatta e di morte.
Francesco Giuseppe
    Arriva il momento in cui anche questo pover’uomo quarantenne viene chiamato alle armi. Piotr è un Candide che guarda sconcertato il mondo militare- la nudità alla visita medica, l’incomprensione degli ordini in altre lingue (“no, la favella magiare non era umana”), il rancio, il comportamento dei superiori arroganti. Qualcuno ogni tanto gli fa da maestro, in caso Piotr non avesse compreso la cosa più importante: bisogna obbedire, a qualunque ordine, anche se non lo si capisce, anche se sembra assurdo. Piotr non capisce gli ordini, non solo, Piotr non capisce che cosa stia succedendo: ma se le truppe dell’imperatore stanno vincendo, perché si stanno ritirando?

    “E va bene” si diceva “C’è la guerra. Questo si sa. Ma perché l’imperatore ha accumulato tanta paura, tanta cattiveria, tante punizioni contro i suoi stessi uomini? Non sarebbe meglio conservare tutta la cattiveria per i russi? La guerra è contro di loro, mica contro di noi. Perché guastare il buon sangue cattolico, austriaco?”

Non ci sono solo i marmittoni come Piotr nell’esercito, quelli che sono capitati lì per caso. Ci sono anche quelli come il maresciallo Bachmatiuk che ha sposato l’esercito e vive per l’esercito, che conosce tutte le leggi a memoria, perché è questa la forza dell’esercito: se applichi la legge con zelo (maniacale), l’Impero non crollerà. Hanno bisogno l’uno dell’altro, Piotr e Bachmatiuk, sono come il sadico e il masochista.
   “Il sale della terra” è il libro sulla guerra meno cruento che abbia mai letto, eppure la forza dell’ironia è tale che il messaggio antimilitaristico è più efficace ancora di quello che possono comunicarci pagine in cui rimbombano i cannoni e si ammassano i morti in battaglia. La morte di Piotr è la morte dell’anima.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove. net

Józef Wittlin