martedì 30 gennaio 2018

Alison Weir, “Lady Elizabeth” ed. 2017

                      Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                            romanzo storico
      FRESCO DI LETTURA

Alison Weir, “Lady Elizabeth”
Ed. Superbeat, trad. Chiara Brovelli, pagg. 535, Euro 18,00

    La conosciamo con il titolo di ‘regina’, parliamo sempre di lei come della Regina Elisabetta I: la Lady Elizabeth del romanzo storico di Alison Weir è sempre lei, la figlia secondogenita di Enrico VIII, ma è Elisabetta prima di salire al trono. Sono gli anni dell’infanzia e della giovinezza quelli che la scrittrice ricostruisce, dal 1536, quando Elisabetta è una bimbetta di tre anni al 1558, quando succede alla sorella Maria.
    Ci sono due tipi di libri di storia- per uomini e per donne. Gli uomini amano i fatti, l’analisi delle cause che hanno portato ai grandi avvenimenti, si spazientiscono nel leggere descrizioni e ricostruzioni più o meno veritiere. Alle donne piace la storia romanzata che rende i protagonisti del passato persone vive che ci sembra di conoscere e di cui possiamo indovinare le reazioni. Ci piace inquadrare i personaggi nel loro ambiente, vedere con l’immaginazione le sale in cui si sono mossi e gli abiti e i gioielli che hanno indossato. E’ questo che troviamo nel romanzo su Lady Elizabeth di Alison Weir ed è chiaro che la scrittrice ha fatto ricerche approfondite e poi ‘ricama’ sulle notizie storiche che ha trovato.
Cate Blanchett nei panni di Elizabeth I
Partendo da una frase veramente detta da Elisabetta di appena tre anni, “Perché, amministratore, ieri per voi ero la principessa e oggi sono semplicemente Lady Elisabetta?”, Alison Weir fa rivivere per noi una bambina precoce e straordinariamente intelligente che ha perso da poco la madre, Anna Bolena, giustiziata perché accusata di tradimento. La storia di Elisabetta non è solo sua. E’ la figlia di Enrico VIII ed è anche la storia del suo regno che leggiamo attraverso quella della principessa Elisabetta. Principessa dichiarata illegittima, insieme alla sorella Maria, figlia di Caterina d’Aragona, prima moglie di Enrico, perché, quando finalmente nacque il tanto atteso maschio, Edoardo, doveva essere lui l’erede, soppiantando le sorelle. Furono anni tormentati, anni di sangue. Era pericoloso, per una donna, attirare su di sé lo sguardo di Enrico che collezionò sei mogli e ne fece decapitare due. Pericoloso anche per le figlie, perché bastava poco perché potessero essere accusate di tradimento. Anche se sembra che Enrico amasse molto Elisabetta, così somigliante alla madre di cui, a suo tempo, era stato follemente innamorato.
Judi Dench nei panni di Elizabeth I
   L’episodio più piccante del romanzo (basato anche questo su una documentazione che lascia adito a questa interpretazione) smentisce la leggenda che si è creata sull’algida Virgin Queen. E’ vero che l’ammiraglio Thomas Seymour (fratello di Jane, la matrigna morta di parto di Elizabeth, e marito di Catherine Parr, anche questa matrigna di Elizabeth in quanto ultima moglie di Re Enrico) avrebbe voluto sposare la tredicenne Elizabeth mirando al trono e che era stato respinto.
E’ vero che aveva continuato a corteggiarla dietro le spalle della moglie e a insidiarla con visite inopportune nella sua stanza. E’ possibile che Elizabeth sia stata stregata da un uomo così affascinante, sia rimasta incinta e abbia poi abortito. Il bel Thomas, comunque, perderà la testa (in senso letterale).

    Leggere “Lady Elizabeth” è meglio che guardare una soap opera perché l’accuratezza delle descrizioni ci lascia il piacere di aggiungere qualcosa con la nostra immaginazione, i visi, gli abiti, i comportamenti, i dialoghi hanno una vividezza che fa rivivere il passato. Quando terminiamo la lettura (un centinaio di pagine in meno avrebbero giovato, però) non abbiamo dubbi sul fatto che la bambina che aveva capito, a soli tre anni, che era meglio non fare il nome della mamma, sarà una grande regina.



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lunedì 29 gennaio 2018

Catherine Dunne, "Come cade la luce" - Intervista 2018

                                       Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                              storia di famiglia


   Succede sempre così, quando si incontra uno scrittore o una scrittrice che si è regolarmente incontrata nel corso degli anni- si cerca di ricordare quando è stata la volta precedente, ci si scambia piccole notizie, come tra vecchie amiche, prima di incominciare a parlare del nuovo libro. E’ stato un vero piacere rivedere Catherine Dunne e parlare con lei.

Perché scegliere una famiglia di immigrati come protagonisti di “Come cade la luce”? E perché provenienti da Cipro?
    Perché “Come cade la luce” è il secondo romanzo di una trilogia di cui il primo era “Un terribile amore”, ed è basato liberamente sul mito di Fedra, così come “Un terribile amore” riinterpretava il mito di Agamennone e Clitennestra. Per dare una continuità alla trilogia anche questo libro doveva ambientarsi in parte a Cipro. Cipro perché è un’isola così come l’Irlanda, Cipro perché nel 1974 ha subito l’invasione turca e nello stesso anno l’Irlanda del Nord era travagliata dalla guerra, Cipro perché mi sembrava ci fossero delle somiglianze tra la società delle due isole. Questo romanzo, però, si svolge principalmente a Dublino per esplorare l’ambiente degli stranieri, di quelli che arrivano da fuori in una società in cui, almeno così era allora, ci sono ancora pochi immigrati: per uno scrittore quello degli immigrati è il punto di vista più interessante.
i Turchi a Cipro 1974

Lei è speciale nel parlare dei sentimenti delle donne. In questo romanzo ci sono tre donne come personaggi principali. Parliamo di ognuna di loro. Phillida, LA madre per prima. E’ una figura della madre ‘ideale’?
    Suppongo di sì. Phillida ha delle colpe ma anche una devozione assoluta ai figli e io volevo mostrare che cosa sia l’amore senza condizioni tra una madre e i suoi figli. All’inizio Phillida fa fatica ad adattarsi, nel ’74, quando lei ha lasciato la sua isola, il femminismo non aveva ancora raggiunto Cipro e lei si sente a disagio con la figlia che diventa adulta e che prende da sola le decisioni per la sua vita. Sì, è l’ideale della madre, ma è anche più complicata di così. Phillida cresce come persona dopo la morte di Mitros e capisce il valore della vita indipendente per la donna al di fuori della famiglia. Si crea una vita per sé quando, dopo la morte di Mitros, la sua vita non è più quella di prima.

Alexia, la figlia ribelle. Pensa che sia più difficile crescere un teenager maschio o femmina di questi tempi? Oppure i problemi sono gli stessi per entrambi?
    Direi semplicemente che è difficile allevare dei teeenagers. Il compito dei teeenagers è rendersi indipendenti, è combattere. Di recente è aumentata la paura per la sicurezza sessuale delle ragazze, ma sono frequenti anche gli attacchi a caso contro i ragazzi: c’è più violenza nella società di oggi. Maschi e femmine pongono problemi diversi ma rappresentano entrambi delle sfide. Però io sono ottimista: se riusciamo a mantenere una comunicazione costante con loro, se continuiamo a parlare, penso che possiamo farcela.
Belfast 1974
Melina, che è la vera ribelle, il vero personaggio non-conformista del libro. E’ quella che ha sofferto di più per avere un fratello handicappato? Quanto ne risente l’intera famiglia, nonostante siano tutti così affettuosi con il ragazzo?

    Mitros è il cuore pulsante, è il centro attorno al quale ruota la famiglia Emilianides. Gli effetti della situazione di Mitros sulle sue sorelle sono tremendi, perché non capiscono. Mitros ha bisogni enormi e sia Alexia sia Melina soffrono: Alexia perché si è sentita esclusa dopo la nascita del fratello, perché è consapevole della rottura che ha portato con sé e prova nello stesso tempo risentimento e amore. Melina è stata caricata di una responsabilità troppo grande per la sua età anche se è cresciuta insieme a questo dramma. E’ una responsabilità che filtra ovunque nella vita di Melina e che la fa diventare una persona che decide di non conformarsi più.

Gli uomini- quasi tutti- non fanno una gran bella figura nel romanzo. Di certo sono più deboli delle donne e, se sembrano forti, come Cormac, c’è qualcosa di nascosto dietro la forza apparente. Che cosa pensa degli uomini di oggi, vecchi e giovani?

     Non sarei in grado di dire come sono gli uomini di oggi. Devono affrontare grosse pressioni. I giovani si devono adattare ad un nuovo modo di essere per il quale non hanno nessun esempio da imitare. Si chiedono quale sia il loro ruolo: non è più quello del capo-famiglia e neppure di quello che porta il pane a casa. Devono affrontare nuove sfide. Per i più anziani, invece, penso che molti abbiano difficoltà ad adattarsi alla nuova situazione. Il cambiamento è stato grande- impossibile mantenere la stessa maniera di considerare le donne. Sono i loro comportamenti che devono essere modificati. Adesso poi si è rotto il muro del silenzio sugli abusi subiti dalle donne, da ogni parte si alzano voci simili di denuncia di abuso di potere da parte di chi ha il controllo- l’abuso di potere è sbagliato sotto ogni punto di vista e non solo quello sessuale. E’ il controllo che è sbagliato. Tuttavia temo anche che simili movimenti possano prendere altre direzioni, non voglio che la questione venga estremizzata, non voglio che si identifichino gli uomini come tutti malvagi e le donne tutte come vittime. Dobbiamo fare attenzione e mettere in atto delle norme per proteggere le persone.

Sono passati vent’anni dalla pubblicazione del suo primo romanzo. Vede un cambiamento in sé stessa in quanto scrittrice? E nella sua maniera di guardare il mondo e la società che ci circonda?
   
Esattamente vent’anni, è vero. E certamente sì, sono cambiata. Come scrittrice il mio fine è quello di alzare sempre l’asta, affrontare sfide, non ripetere mai la stessa formula solo perché ha avuto successo. Più invecchio e più capisco la complessità degli uomini. Ecco perché ho trovato ispirazione nei miti greci: perché avevano capito tutto. Il mondo mi appare come un luogo più complicato, adesso, e noi viviamo in una realtà che non è bianca e nera ma ha tante sfumature di grigio. Penso però che ci sia molto che unisce gli esseri umani più che dividerli: è un ottimismo che a volte è difficile mantenere ma mi sforzo di farlo. Credo veramente che possiamo migliorare e rendere il mondo un posto migliore.

Quale sarà il prossimo mito a cui sarà ispirato il terzo romanzo della trilogia?
    Non ho ancora deciso quale sarà, ci sto lavorando. All’inizio sono stata come folgorata da questi due miti che ho usato, quello di Agamennone e quello di Fedra, hanno risposto a qualcosa che era dentro di me. Non posso scrivere se non sento una passione e accadrà quando incontrerò il mito giusto. Ecco un aspetto del mio ottimismo.


l'intervista e la precedente recensione saranno pubblicate su www.stradanove.net
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Le recensioni dei precedenti libri di Catherine Dunne si trovano sotto l'etichetta Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda, anno 2015




sabato 27 gennaio 2018

Catherine Dunne, “Come cade la luce” ed. 2018

                              Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
           storia di famiglia
           FRESCO DI LETTURA

Catherine Dunne, “Come cade la luce”
Ed. Guanda, trad. Ada Arduini, pagg. 363, Euro 18,90

       Due isole, Cipro e l’Irlanda. Una famiglia, gli Emilianides, fuggiti da Cipro dopo il colpo di stato del 1974. Allora, quando erano arrivati a Dublino, Ari e Phillida avevano solo una bambina, Alexia, e Phillida neppure sapeva di essere incinta di Mitros. Dopo Mitros era nata un’altra bambina, Melina, ma già sapevano che l’unico figlio maschio non avrebbe mai avuto una vita normale, che non avrebbe né parlato né camminato, che Phillida lo avrebbe sempre accudito e spinto su una sedia a rotelle.
    Ancora una volta sono le donne, le protagoniste del nuovo romanzo della scrittrice irlandese Catherine Dunne, “Come cade la luce”. Alexia e Melina e Phillida. Phillida, la mater dolorosa, straordinaria nella sua dedizione totale a Mitros, distrutta dalla sofferenza quando è inevitabile far ricoverare il figlio a Tearmann, nell’Irlanda dell’ovest, capace però di riprendersi, di iniziare a lavorare, di prendere la patente e acquistare una piccola automobile per andare più spesso a trovare Mitros, severa eppure ragionevole con le figlie,  comprensiva nei confronti di Alexia che vuole andare ad abitare per conto suo. Alexia, bellissima, che a quattro anni era già ‘grande’, quando si era manifestata la disabilità di Mitros, che si era sposata con un uomo che Melina aveva soprannominato l’Uomo di Ghiaccio e che poi l’aveva lasciata. Melina, che sarebbe diventata disegnatrice d’interni e avrebbe avuto la storia d’amore più difficile di tutti, quella che resta un interrogativo lungo tutto il romanzo che si svolge tra il 1986 e il 2017, soprattutto a Dublino e poi a Cipro- luogo di ritorno, patria del cuore perché è bello terminare la vita laggiù dove è iniziata.

    Voci diverse si alternano in tre filoni narrativi- una in terza persona che tiene tutte le fila del racconto, una, quella di Melina, in prima persona (e lascia indovinare che sta vivendo un momento di terribile crisi), e quella di Alexia, anche questa in prima persona ma attraverso le lettere che scrive alla sorella per posta elettronica. Lettere a cui Melina subito non risponde- che cosa è successo perché il padre sia così furibondo con lei?
    La famiglia è il perno del romanzo di Catherine Dunne. Qualunque cosa succeda, qualunque siano gli errori di uno dei membri della famiglia, nella buona e nella cattiva sorte la famiglia deve restare unita, nulla è più importante di questo. E sono tante le difficoltà che gli Emilianides devono affrontare. E’ grazie all’amore tra Ari e Phillida che gli anni duri dopo l’immigrazione sono stati superati. E’ stata l’abnegazione di Phillida a far sì che Mitros non venisse emarginato nella sua stessa famiglia. La solidarietà tra le sorelle ha tirato fuori Alexia dalla depressione dopo il tradimento del marito. Forse la controparte di questa coesione famigliare è stata un certo isolamento, un’accentuazione della loro estraneità pur essendo perfettamente integrati nell’ambiente irlandese. Tuttavia il messaggio è forte e chiaro, nei nostri tempi in cui le famiglie si sfaldano e i figli perdono ogni certezza- i genitori devono esserci sempre, per i figli. I figli devono essere sicuri del loro amore, anche a distanza. Devono sapere che le braccia dei genitori sono lì, pronti a sollevarli da terra, come quando cadevano da bambini. L’affetto, la fiducia e la confidenza sono essenziali.


    Con il suo solito garbo, con la sua solita penna felice, Catherine Dunne esplora ancora una volta l’universo dei sentimenti femminili. Gli uomini del romanzo- a parte il bel personaggio di Ari e quello (fuggevole) del secondo marito di Alexia alla fine- non fanno una bella figura. Egocentrici ed egoisti anche quando (come Cormac) sembrano il contrario, manipolatori, freddi come l’Uomo di Ghiaccio. E c’è una striscia di luce che filtra attraverso le pagine del libro, che serpeggia sul pavimento della stanza nel ricovero di Mitros, che cade sulla terrazza della casa di Cipro che si chiama Katafigio, come Tearmann, il Rifugio per tutta la famiglia di nuovo insieme davanti alla macchina fotografica di Melina- “non ci può essere niente di più bello”, sono le parole che chiudono le storie.

la recensione, come l'intervista che seguirà, saranno pubblicate su www.stradanove.net
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mercoledì 24 gennaio 2018

Liliana Lazar, “I figli del diavolo” ed. 2018

                                                 Voci da mondi diversi. Europa dell'Est 
                                                          la Storia nel romanzo
                                                             FRESCO DI LETTURA

Liliana Lazar, “I figli del diavolo”
Ed. 66th and 2nd, trad. C. Diez, pagg. 233, Euro 16,00


   Bucarest. Metà degli anni ‘70. La dittatura di Ceauşescu inaugura una politica demografica per cui ogni famiglia deve avere almeno quattro figli per aumentare la popolazione- nel numero sta la forza, lo pensavano anche Hitler e Mussolini. L’aborto è perseguibile per legge, dunque. Con un duplice risultato: le donne disperate si rivolgono a chiunque che, per soldi, le sbarazzi dell’indesiderato bambino e molto spesso ci lasciano la vita, e fioriscono, d’altro canto, le delazioni. Sempre per soldi, in una Romania in cui si fanno code per qualunque acquisto, si denuncia la vicina che ha abortito o la fattucchiera o il medicastro che ha praticato l’aborto.
    Elena Cosma, sulla quarantina, sgraziata e single, fa la levatrice- quanti bambini ha fatto nascere (di quanti, anche, ha impedito la nascita- per soldi pure lei) e lei non è mai diventata madre. Ha dei rimpianti, ora. E ha un’idea. Molti bambini vengono abbandonati alla nascita: perché non può prenderne uno lei e crescerlo come fosse il suo? Poi ha ripensamenti- dovrebbe far sparire dei documenti, e inoltre, come essere certi di un buon patrimonio genetico del bambino? Un giorno spunta un’opportunità felice. Si presenta una giovane vedova dai capelli rossi che è incinta e non vuole un terzo figlio. E’ bella e signorile, il marito era un bell’uomo, un militare. Elena si accorda con lei. Elena simulerà una gravidanza e, quando scadrà il termine, prenderà lei il bambino. Che sarà un maschietto, Damian. Bello, con i capelli rossi come la madre. La quale, ad un certo punto, incomincia a farsi vedere sempre più spesso. Ed Elena Cosma chiede un trasferimento a Prigor, in un angolo della Romania in cui difficilmente sarà rintracciata.

   Ad Elena era sembrato facile- io voglio un bambino, tu non lo vuoi, io mi prendo il tuo e diventa mio. Poi, però, si vive sempre con la paura. Nessun rimorso, nessun dubbio di aver fatto qualcosa di sbagliato, persa una madre Damian ne ha acquistato un’altra. Bisogna inventarsi un marito e padre, però. Per gli altri che fanno domande, per il bambino che viene chiamato ‘bastardo’. E i problemi delle donne sono uguali a Prigor come a Bucarest. Anzi. A Prigor è più facile morire per un aborto mal praticato oppure essere denunciati per averlo tentato. Elena è nella posizione di sapere molte cose- ricatto per ricatto, lei tacerà se gli altri tacciono.
Ceausescu
   E poi, su suggerimento di Elena, viene inaugurato un orfanotrofio a Prigor. E’ tristemente drammatico che in un luogo dimenticato da Dio siano portati torme di ‘figli del diavolo’, come vengono chiamati i bambini che nessuno vuole, che non sono necessariamente orfani, che alloggiano nell’orfanotrofio come piccole bestie, affamati, ammalati di denutrizione e d’altro, laceri e sporchi, soggetti ad abusi e maltrattamenti. Che uno dei sorveglianti sia soprannominato ‘l’Impalatore’ dice tutto. Elena cerca di proteggere Damian da tutto questo- non fa che ripetergli che lui è un figlio di Dio, certo non assomiglia a lei, assomiglia al padre. Riuscirà a difenderlo? Il finale di questo libro agghiacciante mette i brividi.



     Come nello splendido romanzo “La crociata dei bambini” di Florina Ilis, i bambini sono le vittime protagoniste del libro di Liliana Lazar, scrittrice rumena nata in Moldavia e trasferitasi in Francia dopo la caduta di Ceauşescu. Se le madri, obbligate a generare fino all’età di 45 anni, mi fanno pensare al distopico “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood (quanto si avvicina la finzione alla realtà!), sono sempre i bambini a pagare il terribile prezzo di una sciagurata politica demografica, sia che intenda limitare indiscriminatamente le nascite (e penso alle bambine uccise o abbandonate sui marciapiedi delle stazioni in Cina), sia che invece miri ad aumentare la popolazione. E’ così facile infierire sui più deboli, abusare della propria forza o del proprio potere per trasformare i bambini in vittime. E se di diavolo si deve parlare, sono gli uomini a rivestirne i panni.


Liliana Lazar, “Terra di uomini liberi” ed. 2011

                                              Voci da mondi diversi. Europa dell'Est
         il libro ritrovato

Liliana Lazar, “Terra di uomini liberi”
Ed. Tropea, trad. Silvia Fornasiero, pagg. 174, Euro 14,50
Titolo originale: Terre des affranchis


     “Figli miei, voi non sapete fino a che punto sia difficile la vita per la Chiesa. Con Ceauşescu, la Romania è diventata una nazione senza Dio.”
     A quelle parole, Ana sobbalzò e si segnò come per respingere la maledizione.
    “Eppure la Chiesa non è proibita” esclamò.
    “I nostri dirigenti sono malvagi. Sanno che mettere al bando la Chiesa non è la soluzione. Le persecuzioni suscitano martiri. E i martiri rafforzano la fede. Il regime cerca piuttosto di screditarci dall’interno.”

     A volte un nome contiene in sé un destino. A volte si identifica con la personalità di chi lo porta. A volte, invece, in una maniera strana, assume un significato ironico, quasi beffardo. Così Slobozia, cittadina della Romania nei pressi di grandi boschi, è un nome che deriva dal verbo ‘liberare, affrancare’. Slobozia come “Terra di uomini liberi” (il titolo del romanzo di Liliana Lazar): al lettore giudicare, a fine lettura, quanto liberi siano gli abitanti di Slobozia.
     Nel cuore della foresta di Slobozia c’è un lago. La Storia vuole che qui, nel secolo XVI, il voivoda di Moldavia abbia combattuto contro l’invasore turco. Il lago diventò la tomba dei soldati turchi, costretti ad arretrare fino alle sue sponde e poi annegati. La Leggenda vuole che di notte le ossa dei turchi risalgano in superficie, che le anime tormentate dei morti aleggino sull’acqua. Sono questi i moroï, i morti viventi da cui ci si deve guardare. Potremmo aspettarci altro in una terra che ha fatto un eroe nazionale di Vlad IV, il voivoda di Valacchia soprannominato Tepes (impalatore) per la sua crudeltà e conosciuto come Dracula, titolo che peraltro deriva dall’ordine della cavalleria del Dragone? Ma Vlad era stato un eroe, nella lotta contro i turchi, e quattrocento anni dopo il dittatore Ceauşescu si sarebbe identificato con lui sotto più di un aspetto, prima di tutto come difensore dell’indipendenza nazionale rumena nei confronti dell’Unione Sovietica.

   Questo è il primo di una serie di parallelismi e significati nascosti nell’intrigante romanzo di Liliana Lazar che mescola realismo e folklore, religione e superstizione, storia e leggenda in un genere che non è affatto il realismo magico di matrice latino americana ma che abbiamo imparato a riconoscere come caratteristicamente rumeno. La trama in superficie: Tudor Luca è un padre padrone che aveva preso a bere smodatamente dopo che un’esplosione in miniera lo aveva privato di una gamba, un uomo violento che picchiava la moglie e i figli. Era semplicemente successo: un giorno il figlio Victor lo aveva incontrato vicino al lago, si era fatto inseguire, il vecchio era scivolato sui sassi ed era caduto in acqua. Ne sarebbe uscito se Victor non lo avesse colpito ripetutamente con un bastone. Nella mente di Victor il padre era una vittima offerta in sacrificio al lago che era chiamato la Fossa dei Leoni dall’episodio biblico di Daniele che riesce a non essere divorato perché “Dio ha mandato il suo Angelo che ha chiuso la bocca dei leoni…davanti a Lui io sono innocente”. Victor crede veramente che il lago, o i moroï che lo abitano, lo protegga. Adesso è poco più che un bambino, ma seguiranno altri omicidi, altri corpi saranno offerti in sacrificio alle acque del lago, Victor non sarà mai scoperto, verrà nascosto in casa dalla madre e dalla sorella.
Vlad Tepes
     Il romanzo di Liliana Lazar non è di facile interpretazione, anzi offre molteplici punti di discussione secondo i vari punti di vista. Victor è un assassino, eppure padre Ilie lo assolve, dandogli come penitenza il compito di ricopiare a mano i testi religiosi che sono diventati proibiti sotto il regime di Ceauşescu. Victor vive come un eremita recluso in casa ma quanti colpevoli si rifugiano dentro le mura del monastero di Slobozia? Victor stesso vi chiederà asilo alla fine, dopo un ultimo delitto. Padre Ilie diventa un santo e un martire della resistenza rumena in una Chiesa che si è venduta al dittatore, che ha infiltrati persino nelle carceri. E non è detto che tutti gli assassini siano in prigione, la linea di separazione tra carcerieri e carcerati non è netta. Per non parlare poi del lavaggio di coscienze generale dopo la Rivoluzione, quando all’improvviso tutti dichiarano di essersi sempre opposti al regime.
     La storia di Victor Luca ha un sapore antico, di tragedia ineluttabile: è la storia di un uomo che vuole il Bene e commette il Male, che desidera il perdono senza mai pentirsi del tutto, che è vittima di pulsioni sessuali animalesche che proprio la sua autocondanna all’isolamento non gli ha mai insegnato a governare.
Quanto agli altri abitanti di Slobozia, così come per Victor- c’è forse libertà per loro, schiavi del regime politico, dell’ignoranza, di superstizioni, di una religione bigotta?

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it






lunedì 22 gennaio 2018

Gitta Sereny, “Il caso Mary Bell. Storia di una bambina assassina.” ed. 2017

                              Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
      cento sfumature di giallo
       FRESCO DI LETTURA

Gitta Sereny, “Il caso Mary Bell. Storia di una bambina assassina.
Ed. Superbeat, trad. Chiara Brovelli, pagg. 359, Euro 18,00

    Newcastle-upon-Tyne, nord dell’Inghilterra. Maggio 1968. Un bambino di quattro anni, Martin Brown, viene trovato morto in una casa abbandonata. Il medico non riesce ad appurare le cause della morte e il caso viene archiviato come un incidente.
Due mesi dopo, fine luglio 1968, sempre Newcastle-upon-Tyne. Un altro bambino, Brian Howe di tre anni, viene trovato morto in una zona isolata. Questa volta i segni sul corpo parlano chiaro: è stato strangolato. Altri tagliuzzamenti rivelano atti di sadismo. La città è sconvolta. Non appena  i sospetti si fissano su due bambine, al dolore per la morte di Martin e di Brian se ne aggiunge un altro, misto a sconcerto, incredulità, senso di colpa, raccapriccio: che cosa c’è di profondamente sbagliato in una società che genera e alleva nel suo grembo due bambine che uccidono due bambini? Mostri si nasce o si diventa? C’erano stati dei segnali (sì, c’erano stati, nessuno ci aveva badato) di quello che sarebbe avvenuto? Si sarebbero potute prevenire le due morti?
Norma Bell
    “Il caso di Mary Bell”, scritto da Gitta Sereny, giornalista e storica britannica, pubblicato per la prima volta nel 1975, è diviso in due parti. Nella prima, con il metodo che le è solito, tra il saggio e reportage giornalistico, Gitta Sereny riferisce i fatti e le testimonianze, riporta le udienze in tribunale, gli interventi della difesa e dell’accusa, le deposizioni delle due bambine accusate del delitto. Norma Bell e Mary Bell (nessuna parentela tra di loro) avevano rispettivamente tredici e undici anni all’epoca dei fatti. Nessuno in tribunale, né il giudice né la giuria, erano preparati a doversi esprimere su un delitto commesso da minorenni. Atroce perché immotivato. Le motivazioni, però, rientrano nella sfera degli adulti, così come il riconoscere il confine tra realtà e gioco. Delle due bambine si capì subito che Mary era il leader- molto bella e molto intelligente, capace di concentrarsi ed usare a suo vantaggio quanto sentiva durante le udienze, una manipolatrice che pareva essere priva di sentimenti. Norma fu assolta e Mary fu condannata all’ergastolo e affidata a cure psichiatriche (fu rilasciata nel 1980).
Mary Bell
    Nella seconda parte del libro, oltre a seguire Mary nei luoghi dove fu internata, Gitta Sereny approfondisce il breve passato delle bambine, soprattutto l’ambiente famigliare in cui era cresciuta Mary- cosa che non era stata ritenuta necessaria (a torto, secondo la Sereny) nell’ambito del processo e neppure in seguito, quando Mary era seguita dagli psichiatri. Quando Mary era nata (non si seppe mai con certezza chi fosse il padre), la madre diciassettenne l’aveva respinta, gridando all’infermiera che gliela porgeva, “portate via quella ‘cosa’”. Che premesse c’erano per la sua educazione? Mary era stata una bambina sballottata tra la madre, le zie, la nonna, che vedevano, capivano, si preoccupavano, ma non erano mai intervenute, neppure quando, ripetutamente, la madre aveva cercato di uccidere la bambina.

    “Il caso Mary Bell” è una lettura sconvolgente, come lo era stata quella dei due altri famosi libri di Gitta Sereny, “In quelle tenebre”, in cui la scrittrice ripercorre la carriera di Franz Stangl, l’oscuro poliziotto austriaco che divenne il capo del campo di Treblinka, e “In lotta con la verità. La vita e i segreti di Albert Speer”, dove il personaggio che Gitta Sereny cerca di capire è l’architetto di Hitler, il più intelligente dei suoi collaboratori, così intelligente da aver saputo manipolare i giudici di Norimberga ed ottenere una sentenza di solo vent’anni di carcere. E’ singolare come Gitta Sereny sia attratta dai casi estremi, dal desiderio di trovare una spiegazione per i comportamenti malvagi- l’uomo non nasce con la tendenza al Male, che cosa lo fa deviare? Il metodo di Gitta Sereny è sempre lo stesso- raccogliere il maggior numero di testimonianze, far parlare ‘l’imputato’: è lei stessa avvocato della difesa e della accusa. Al lettore, se vuole, giudicare ed emettere la sentenza.


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Drago Jančar, “Aurora boreale” ed. 2008

                                     Voci da mondi diversi. Penisola balcanica
    il libro ritrovato

Drago Jančar, “Aurora boreale”
Ed. Bompiani, trad. Darja Batocchi e Enrico Lenaz, pagg. 277, Euro 16,50

    Il 25 gennaio 1938 una straordinaria aurora boreale si poté osservare nei cieli dell’Europa centrale, un fenomeno collegato ad un intensificarsi dell’attività delle macchie solari che si manifesta con un bagliore vivissimo e rosseggiante da incendio di immani proporzioni. Come se i confini del mondo stessero prendendo fuoco, infiammando tutta l’atmosfera.
    La vicenda del romanzo “Aurora Boreale” dello scrittore sloveno Drago Jančar, che ci arriva finalmente in traduzione dopo più di vent’anni dalla sua pubblicazione, inizia la notte del primo dell’anno del 1938 e si srotola con un che di fatalistico verso la sera del 25 gennaio, per poi precipitare verso la drammatica conclusione. Colorata di rosso, come l’aurora boreale. Rosso che è il colore della passione ma anche del sangue e delle fiamme dell’inferno che possono avere un fascino sinistro di attrattiva- proprio come l’inquietante aurora boreale. Josef Erdman scende dal treno a Maribor, cittadina al confine tra Slovenia e Austria, la notte di San Silvestro. Deve incontrarsi lì con il collega Jaroslav, che arriva da Trieste. Ma Jaroslav non arriva mai. Anzi, potrebbe essere che questo Jaroslav non esista neppure. E allora l’attesa di Erdman diventa una sorta di attesa di Godot, sfiorata dall’assurdo, una ricerca- di che cosa? Dell’amore, impersonato dalla sfuggente Margherita o Marjetica che è la moglie dell’ingegner Samsa? Della religione o della spiritualità, al seguito di quel Fedjatin che ha incontrato appena sceso dal treno, urlante “Cristo è risorto!”? della comprensione del mondo intero, sulle tracce del globo blu che ricorda di aver visto da bambino in una chiesa, strillando perché lo voleva?

Ad ogni modo l’attesa diventa un lento scivolare di Erdman verso le fiamme dell’inferno, un graduale disgregarsi della sua personalità, un perdere la presa su se stesso, un lento deterioramento fisico oltre che mentale. Come è potuto succedere che l’uomo ammirato per il portamento dignitoso, la piega dei pantaloni sempre stirata e il viso sbarbato, sia diventato un pezzente maleodorante e beone? Che il commesso viaggiatore che si intrattiene in conversari con gente qualificata e del suo ceto finisca per aggregarsi al disoccupato, perdigiorno e ubriacone Glavina e a Fedjatin, santone del tipo Rasputin? Che l’amante delicato dell’inizio porti Marjetica nella fatiscente capanna di Glavina, nel mezzo del nulla, nella zona di baracche dal nome esotico di “Abissinia”?
Maribor
    E’ come se il romanzo di Drago Jančar riassumesse in sé temi, motivi, personaggi e stili del romanzo europeo- l’attesa senza fine di Beckett ma anche il ripetuto presentarsi a sportelli senza risposta de “Il processo” di Kafka, il Dostojevsky di “Delitto e Castigo” e quello de “L’idiota”, la parodia delle teorie razziali che ricorda la satira antisovietica di Bulgacov, le maschere di Carnevale che impazzano come in una scena di Schnitzler. Persino la scelta dei nomi è indicativa in questo senso: dal Fedjatin che si avvicina molto a Fedor, a Josef (come Josef K. de “Il castello” di Kafka), a Samsa (dopo tutto non si trasforma anche Erdman come l’impiegato delle “Metamorfosi”?), all’amata Marjeta che assomiglia alla Margherita de “Il maestro e Margherita”. E, come il Diavolo Voland che ha un ruolo così importante nel romanzo di Bulgacov, pure qui il Male sta avanzando. Perché è l’anno prima dell’inizio della seconda guerra mondiale e il male- scrive Drago Jančar- è una crepa in un mondo che altrimenti sarebbe perfetto: il 1938 è l’anno in cui la crepa inizia ad allargarsi.

la recensione è stata pubblicata su wwwstradanove.net







domenica 21 gennaio 2018

Ruth Ware, "Il gioco bugiardo"- Intervista 2018

                               Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                     cento sfumature di giallo

     Ho afferrato al volo l’opportunità di intervistare Ruth Ware durante una sua visita a Milano. Mi sarebbe piaciuto farlo fin da quando avevo letto “La donna della cabina numero 10”, perché avevo apprezzato l’ambiguità della storia. E ora, leggendo “Il gioco bugiardo”, il libro mi aveva più che mai incuriosito con la trama ambientata nelle ‘terre basse’ della Gran Bretagna che non conoscevo e con una vicenda che inizia con un’amicizia tra ragazze quindicenni in un collegio e che prosegue con un segreto che è ora di affrontare.

Vorrei iniziare dai due personaggi che ho amato di più e che ho trovato affascinanti: esiste il Mill, il mulino ad acqua? Esiste, magari con un altro nome, un luogo chiamato Salton?
     Sì e no. Salton come cittadina non esiste. Quattro o cinque ani fa, però, sono andata in vacanza nel Nord della Francia, a St. Suliac, un piccolo villaggio di pescatori descritto come uno dei più belli della Bretagna. Sulle case erano appese reti da pesca che sembravano gigantesche ragnatele, aveva un’aria un po’ strana, un po’ spettrale, ma l’atmosfera, con queste reti in cui erano imprigionati anche granchi o pesci morti, era straordinaria. E una mattina, prendendo la strada per uscire da questo paesino, ho visto un edificio, un mulino ad acqua. Era un rudere, non ci si sarebbe potuto abitare, senza pavimenti, ma era molto bello, e ho deciso che dovevo metterlo in un libro. Ho preso questo villaggio e l’ho trapiantato in Inghilterra nella zona acquitrinosa di Romney Marsh- ci passavamo da bambini, è un paesaggio piatto, secoli fa era mare e poi la terra è affiorata. E’ molto bello, soprattutto la mattina con la nebbiolina. Ecco, ho spostato St. Suliac nella Romney Marsh.

E la deliziosa baby Freya: esiste e le ha dato la sua non-voce e la sensazione del legame speciale tra mamma e bambino?
     No, non esiste. Nei miei primi due libri le protagoniste erano due donne single, ma io sono sposata e ho due bambini. Mi sono chiesta perché non scrivere, in questo libro, di una donna nella mia situazione, della noia della vita con due bambini. Quando guardo un film mi secca se un bambino viene introdotto sulla scena per un paio di minuti e poi, quando incomincia a diventare una presenza ingombrante, scompare. Nella vita di una donna è un grande shock ritrovarsi con un bambino per 24 ore al giorno e non riuscire a fare più niente per sé, neppure ad andare in bagno. Volevo parlare anche dell’esperienza di essere una neo mamma, quando ti accorgi che marito e amiche non sono più importanti nella tua vita, volevo rispecchiare l’esperienza di avere dei bambini e dei cambiamenti che accadono, allora, nella vita di una donna.

L’azione si svolge per lo più in un collegio femminile. Una volta questi collegi erano principalmente per i ragazzi dell’alta borghesia: da quando sono diventati la norma anche per le ragazze? E’ comune mandare i figli in un convitto in Gran Bretagna? Che cosa c’è che non va nelle scuole statali?

    Non è comune frequentare da interni un collegio oggi, lo era una o due generazioni fa. Oggi la maggior parte dei giovani frequenta le scuole statali oppure quelle private ma come esterni, cioè non alloggiano nel collegio. Io sono andata ad una scuola statale. Ma c’è una sorta di romanticismo nei convitti, si leggono molti libri ambientati nei collegi.  I collegi inglesi sono il 50 % per ragazzi, il 50% per ragazze e poi ci sono quelli misti. C’era una scuola molto prestigiosa vicino a dove abitavo io da bambina: sembrava romantica ed eccitante, ma immagino che la realtà di essere chiusa lì dentro con le tue amiche non fosse poi così bella, le amicizie diventavano più strette e certamente c’era una sorta di competizione fra i legami con la famiglia e quelli con le amiche. Volevo anche mostrare i lati negativi della vita dei convitti e delle pressioni che si creano quando non puoi allontanarti. 

Proprio questo volevo chiederle. La situazione famigliare delle quattro ragazze non è normale. Le loro famiglie, per un motivo o per un altro, sono assenti. Era necessario per far funzionare la trama? Per creare un forte legame di amicizia tra di loro?
    Sì, in parte era conveniente estromettere i genitori dalla scena, per quello che succede e per come devono cavarsela da sole. Avevo bisogno che i genitori fossero assenti. Uno dei temi del libro è il confronto tra amicizie e famiglia. Isa ha dei legami così forti con le amiche che non le permettono di relazionarsi altrettanto bene con il marito. Ora scopre che la sua priorità è la figlia, scopre il contrasto tra la lealtà alle amiche e alla figlia, si pone il problema di fino a dove sia disposta ad andare per proteggere la sua famiglia.


Mi sono chiesta se fosse possibile stringere un legame così forte in pochi mesi, neppure un anno di scuola, quando poi non si erano neppure più riviste per diciassette anni.
    E’ vero, ma era stato il periodo più importante della loro vita, c’era il segreto che le teneva insieme. Per esperienza so che ci sono delle amiche che non vedo da anni e poi, quando ci si incontra di nuovo è come se non ci si fosse mai separate, anche se siamo cambiate.

Fatima è musulmana, nel presente porta l’hijab e prega 5 volte al giorno. E’ una concessione ai tempi moderni e ad un argomento molto discusso?
     No, non è stata una concessione. Volevo mostrare il modo in cui lo stesso avvenimento possa avere un effetto diverso sulle persone. Isa non è sincera con il suo compagno, Kay affonda nel passato, resta a vivere nel villaggio, nella casa del padre, Thea diventa dipendente dall’alcol e Fatima ha trovato la fede. Volevo qualcuno che trattasse il trauma in maniera positiva. Tra i miei amici quelli che traggono più forza dalla fede religiosa sono i musulmani. Ecco perché Fatima doveva essere musulmana dall’inizio. E poi mi sembrava realistico, adeguato ai tempi in cui viviamo.


Il significato generale della vicenda è che il passato non passa mai e non ci si può mettere una pietra sopra a meno che non si sia venuti a patti a suo tempo con quanto è successo?
     Buona domanda. E’ uno dei significati. Tendo a resistere alla tentazione di dire ai lettori che cosa debbano pensare, ma sì, penso che fosse una delle cose che cercavo di dire. Qualcosa che inizia molto piccolo può diventare molto grande, una piccola bugia può diventare enorme. Come Isa che non ha detto subito la verità al marito.
A Lei piace giocare con l’ambiguità: è così che le appare la realtà? Elusiva e a molti strati?

     Sì, penso di sì. Penso che non mi piacciano le motivazioni semplici, la realtà non è così accurata, la verità è spesso quella che vogliamo credere, che è conveniente. Mi piacciono le risposte complicate, mi piace il grigio con tutte le sfumature come colore, continuerò ad evitare i libri in cui le domande hanno risposte semplici.

intervista e recensione saranno pubblicate su www.stradanove.net


venerdì 19 gennaio 2018

Ruth Ware, “Il gioco bugiardo” ed. 2018

                                    Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                           cento sfumature di giallo
                                                           FRESCO DI LETTURA

Ruth Ware, “Il gioco bugiardo”
Ed. Corbaccio, trad. V. Perna e Sara Puggioni, pagg. 426, Euro 17,90


   “Il gioco bugiardo”, o meglio, il gioco di dire bugie e accumula più punti chi spara la balla più grossa e riesce a farsi prendere sul serio. Un gioco che può essere molto dannoso, nonché crudele per gli altri. Una regola fondamentale: non mentire mai fra di loro, le quattro amiche che si sono incontrate quando avevano quindici anni a Salton House, un collegio femminile a sud di Londra. Kate, l’artista, Thea, la più ‘fuori di testa’ già espulsa da parecchie scuole, Fatima i cui genitori stanno facendo un anno di volontariato in Pakistan, Isa Wilde la cui madre sta morendo di cancro. Bugie vuol dire ambiguità: ecco, l’atmosfera del libro è basata sull’ambiguità, che poi è anche la cifra stilistica di Ruth Ware di cui abbiamo già letto “La donna della cabina numero 10”, su una tensione narrativa che posa sui quesiti- che cosa è successo quell’anno, di così grave da far sì che le ragazze abbiano lasciato la scuola all’improvviso? Qualcosa che adesso, a diciassette anni di distanza, riaffiora (letteralmente) e Kate (l’unica che viva vicino ancora vicino al collegio) abbia mandato uno stringato messaggio alle amiche, un grido di aiuto, quasi una parola d’ordine che contiene l’imperativo di accorrere subito: “ho bisogno di voi”.

    Una dopo l’altra arrivano a Salten, da Kate che abita al Mill, un mulino ad acqua dove già abitava suo padre (un pittore che insegnava arte al collegio), un edificio di grande fascino decadente che ora è più che mai in cattive condizioni e sta sprofondando, a mano a mano che il mare si mangia la costa e la marea avanza verso l’interno, tanto che a volte si arriva a guado alla soglia del Mill, tanto che spesso salta la luce, quando l’acqua bagna i cavi. Arriva Isa con la sua bambina di sei mesi. Arriva Fatima che ora indossa l’hijab ed è una musulmana osservante. Arriva Thea, magrissima e alcol dipendente. E’ successo che è affiorato un osso umano dalla terra che ora è rosicchiata dal mare.
    La trama si srotola tra passato e presente- allora ognuna delle quattro aveva un qualche problema, la sorte le aveva ravvicinate, l’amicizia era diventata uno di quei sentimenti che si radicano profondamente ad un’età in cui solo l’amicizia può salvare dall’assenza di una famiglia. Il padre di Kate, l’artista Ambrose, era stato una figura di padre sostitutivo per tutte loro e per Luc, il fratellastro di Kate. Meglio di un vero padre perché dava affetto e ospitalità nei fine settimana al Mill e non imponeva regole. Nei ricordi del passato Ambrose è circondato da un alone di fascino, con tutti quegli schizzi che faceva di loro quattro, più o meno vestite. Adesso, nel presente, è un fantasma circondato dal mistero della sua scomparsa su cui circolano voci maligne e accusatorie in paese. Come mai sono tornate proprio ora le tre amiche di Kate? Per una cena di ex alunne a Salten House? E perché per la prima volta prendevano parte ad una cena dopo tutti quegli anni?

La vicenda è incalzante, la verità ci viene detta a piccoli bocconi, viene smentita, viene corretta e ricorretta. Dubitiamo, insieme alle amiche. Una di loro sta ancora facendo il gioco delle bugie? Tutte loro hanno fatto il gioco, con le persone a loro vicine, per diciassette anni? La rivelazione avviene come un’esplosione in un finale da tragedia. E noi ci interroghiamo sul valore dell’amicizia e su quale sia il limite che neppure l’amicizia dovrebbe chiederci di superare.

   Del ‘giallo’ psicologico di Ruth Ware ammiriamo la finezza e l’eleganza, prima di tutto. Quel certo non so che di classico che ci fa pensare ad Agatha Christie- pochi personaggi, ben caratterizzati. Piace l’alternanza di tempi della trama, la descrizione dell’instaurarsi del legame tra le amiche, l’autoanalisi di Isa che è il ‘punto di vista’ della vicenda. Piacciono poi due personaggi che si impongono costantemente alla nostra attenzione: il Mill e la piccola Freya, la bambina di Isa. Questa, con i suoi occhioni azzurri, la sua voracità che identifica la perfetta felicità con il seno della mamma, sembra essere il simbolo dell’innocenza perduta. E il Mill, con la natura straordinaria e mutevole  che lo circonda, soggetto ideale per qualunque pittore, diventa invece simbolo di un passato in cui c’è qualcosa di marcio sotto l’alone di bellezza, qualcosa che deve essere radicalmente rimosso.

la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.net come l'intervista che seguirà.