giovedì 30 aprile 2015

Aravind Adiga, “L’ultimo uomo nella torre” Ed. 2012

                                                             Voci da mondi diversi. Asia
                il libro ritrovato



Aravind Adiga, “L’ultimo uomo nella torre”
Ed. Einaudi, trad. Norman Gobetti, pagg. 441, Euro 20,00

      Mumbai, Bombay al tempo in cui l’India faceva parte dell’Impero inglese: con 21 milioni di abitanti è la sesta città più popolosa del pianeta. E’ anche la capitale commerciale e dell’intrattenimento in India: l’industria cinematografica di Bollywood ha sede qui. E tuttavia è pure la città in cui i contrasti tra ricchi e poveri, già forti ovunque in India, sono più stridenti. “Perché al giorno d’oggi uno dovrebbe vivere a Mumbai?”- dice Mr. Puri, uno dei personaggi del bellissimo nuovo romanzo di Aravind Adiga. E prosegue: “Dovremmo andare in un posto civile come Pune. Un posto in cui i treni non scaricano ogni mattina diecimila mendicanti. Sono stufo di questa città.”
      Mr. Puri, la moglie e il figlio con la sindrome di Down, i coniugi Pinto (lei è cieca), l’agente immobiliare, l’assistente sociale (il marito l’ha piantata, ha due figli), il musulmano che è proprietario di un internet café, l’amministratore, l’insegnante in pensione chiamato “Masterji” (sua moglie è morta da poco, una figlia è stata vittima di un incidente mortale quando era adolescente, il figlio ha fatto carriera), la donna delle pulizie: sono alcuni dei personaggi del romanzo, gli abitanti della Torre A, uno degli edifici costruiti dalla cooperativa Vishram ai tempi del primo ministro Nehru. Doveva essere assolutamente ‘pucca’, cioè solido e permanente, e invece ormai è fatiscente. Quando arriva il costruttore Dharmen Shah a fare un’offerta per acquistare gli appartamenti di ogni condòmino per costruire un nuovo strabiliante complesso al posto dell’attuale edificio, quasi tutti gli abitanti della Torre A accettano: sarebbe da stupidi rifiutare quando la cifra proposta da Shah è 400 volte tanto il valore dell’immobile. Quasi tutti. I primi a tentennare sono i Pinto: come farebbe la moglie cieca a orizzontarsi in un ambiente sconosciuto? Insieme a loro, dapprima per solidarietà, poi per altri motivi, Masterji si rifiuta di vendere. Il problema è che occorre l’assenso di tutti per procedere alla demolizione dell’edificio. A questo punto è facile intuire come proseguirà il romanzo di Adiga: i metodi per convincere chi non è d’accordo sarebbero uguali in ogni parte del mondo. Si incomincia con le buone- persuasione, invito alla comprensione delle necessità dei più, offerte di regali extra-, si passa alle maniere più brusche- boicottaggio, molestie fastidiose, azioni volte a spaventare i renitenti (e qui i Pinto cedono)-, per arrivare infine ad un atto estremo.

       E’ Masterji il protagonista assoluto del romanzo, “l’ultimo uomo nella torre” non perché resta lì da solo, arroccato nel suo isolamento, ma perché è veramente l’ultimo essere con sentimenti e valori ‘umani’ ad abitare nella Torre A. ‘Umano’ non dovrebbe essere sinonimo di ‘buono’ ma in qualche modo lo è, per differenziarlo da ‘animalesco’, da un comportamento in cui prevalgono bassi istinti. Se è comprensibile e umano che gli altri condòmini vogliano i soldi offerti da Shah, perché ognuno ha dei validi motivi per desiderare una maggiore disponibilità economica, ciò di cui non si rendono conto, però, è di come il sogno della ricchezza li abbia cambiati. Parlando del costruttore, il musulmano Kudwa dice, “Sta trasformando delle brave persone in cattive persone. Sta cambiando la nostra natura”. Nessuno di loro capisce che Masterji difende un principio, quello della libertà- che non è solo sua. E allora il romanzo di Adiga non è semplicemente un romanzo sulla corruzione che si realizza in termini economici ma è un romanzo sulla corruzione dell’anima, sulla difficoltà di mantenere la propria dignità e integrità. Perché nessuno dei condòmini è cattivo. Eppure alla fine Masterji è una bestia braccata. I suoi vicini si mettono (letteralmente) il cotone nelle orecchie per non sentire, si chiudono a chiave in casa per non vedere, per non sapere nulla. Mentre tutti sanno.

     Sullo sfondo, l’incredibile brulichio umano che è la vita in India- mendicanti, risciò, auto di lusso, vacche sacre, templi, corone di gelsomini, inquinamento, elettricità e acqua a singhiozzo, gabinetti a cielo aperto…
Non sprecherei un paragone con Dickens. Non avvicinerei Mumbai alla Londra ottocentesca. Questo è Adiga. Questa è l’India di oggi.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net



      

martedì 28 aprile 2015

Miriam Toews, “I miei piccoli dispiaceri” ed. 2015

                                                      Voci da mondi diversi. Canada
     FRESCO DI LETTURA


Miriam Toews, “I miei piccoli dispiaceri”
Ed. Marcos y Marcos, trad. M. Balmelli, pagg. 363, Euro 15,30
Titolo originale: All My Puny Sorrows


    Smettila soltanto di mentirmi su cos’è la vita, dice Elf.
    Benissimo, Elf, smetterò di mentirti quando tu smetterai di cercare di ammazzarti.
 Allora Elf mi dice che dentro di sé ha un pianoforte di vetro. Ed è terrorizzata all’idea che possa rompersi. Non può permettere che si rompa. Mi dice che è schiacciato sotto la parte destra del suo stomaco, che a tratti sente gli spigoli duri premerle contro la pelle, che teme possa trafiggerla, e di morire dissanguata.


     Forse è vero che uno scrittore scrive sempre di sé. Forse la grandezza di uno scrittore sta proprio in questo, nello scrivere sempre di sé mentre in apparenza scrive d’altro, riuscendo ad allargare la propria esperienza personale, trasformandola in qualcosa di universale. Dieci anni fa avevo letto, restandone molto colpita, “Un complicato atto d’amore”, di Miriam Toews. Avevo appreso della comunità mennonita a cui il suo fondatore, l’olandese Menno Simons, aveva dato regole severissime nel lontano 1540. E tuttavia le stesse regole che hanno qualcosa di implacabile sono tuttora valide ai nostri giorni nella cittadina di East Village, nel Manitoba, in Canada, dove vive la famiglia von Riesen, per molti versi simile alla famiglia Nickels del primo romanzo di Miriam Toews. Padre, madre, due sorelle. Un padre ossequioso alle leggi, una madre con una straordinaria energia vitale, una sorella maggiore decisamente ribelle e infine lei, la sorellina di sei anni più giovane, voce narrante di “I miei piccoli dispiaceri”.

     Quella che Yolandi, alter ego di Mriam Toews, racconta, è una storia autobiografica. E’ la storia del viaggio verso la morte della sorella Elfrieda. Una morte cercata, voluta, desiderata, implorata. E’ una storia tristissima. Potrebbe essere solo una storia tristissima se non fosse che il piatto della bilancia della disperazione è equilibrato da quello traboccante del brio, dell’umorismo e della forza positiva di Yolandi. Elfrieda è in ospedale. Una volta, due volte. Non c’è il due senza il tre. Si riesce veramente ad impedire a qualcuno di suicidarsi, se proprio vuole? Elfrieda aveva chiesto aiuto alla sorella, unita a lei da un legame fortissimo, perché la aiutasse a ricorrere alla morte assistita. E Yolandi prende in considerazione la possibilità in pagine che oscillano tra il macabro e il comico mentre si informa su google dei costi in Svizzera, oppure in Messico dove, però, bisogna addentrarsi in quartieri pericolosi (pericolosi per chi? per chi sarebbe felice in ogni caso di morire in qualsiasi maniera?) per procurarsi i medicinali letali, chiedendo nello stesso tempo ad un amico avvocato se lei, Yolandi, corresse il rischio di essere incriminata per averla aiutata. E poi, ha senso sorvegliare a vista una persona se c’è forse un gene ereditario che spinge al suicidio? nella loro famiglia si erano suicidati il padre, una cugina…

    Si parla tanto di morte, cercata, arrivata per caso a chi non se l’aspettava (una zia venuta ad aiutare la madre), e tuttavia, parallelamente, si esalta la vita. E’ difficile far combaciare le due figure di Elfrieda, quella ormai trasparente nel letto di ospedale e quella dagli occhi verdi, il sorriso smagliante e i capelli al vento che aveva suonato Rachmaninov sfidando gli anziani della comunità che erano venuti per opporsi alla sua musica (peccaminosa) e alla sua iscrizione all’università (il posto delle donne è a casa, a fare figli), Elfrieda iconoclasta che lascia la sua firma in rosso sui muri, Elfrieda grande pianista capace di commuovere le folle, Elfrieda che aveva tutto, proprio tutto, anche un marito che la adora e un agente che arriva dall’Italia con un enorme fascio di fiori, Elfrieda maestra di vita della sorellina che è il suo opposto, casinista, squinternata, due figli da due diversi mariti, un divorzio in corso, un romanzo iniziato, senza capo né coda, che si porta dietro in un sacchetto del supermercato. Eppure, tutto l’amore, del marito, della sorella, della madre (personaggio straordinario nella sua stravagante ingenuità e purezza di cuore), non è sufficiente per ancorare Elfrieda.
    Fortemente drammatico e teneramente buffo, spruzzato di riferimenti letterari (il titolo è una citazione di Coleridge, uno dei ‘fidanzati letterari’ di Elfrieda di cui Yolandi è gelosa), “I miei piccoli dispiaceri” è opera di una scrittrice che sa costruire un mondo su ogni frammento di ricordo.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


     

lunedì 27 aprile 2015

Miriam Toews, “Un tipo a posto” ed. 2013

                                                      Voci da mondi diversi. Canada
                                                               il libro ritrovato

Miriam Toews, “Un tipo a posto”
Ed. Marcos y Marcos, trad. Daniele Benati e Paola Lasagni, pagg. 328, Euro 17,00
Titolo originale: A Boy of Good Breeding

   Alle cinque del mattino del primo luglio, chiunque avesse visto Algren dall’alto sarebbe rimasto molto colpito. Bandiere canadesi formate da petunie bianche e rosse scintillavano di rugiada lungo tutta la via principale e riflettevano la luce del sole che stava sorgendo. Il nuovo Teatro estivo di Algren pareva davvero un teatro, almeno all’esterno, e lassù in alto, sopra il margine della città, un cavallo bianco volava nel cielo.

    Algren, Canada. Famosa per essere il luogo d’origine della blatta di Algren (non che questo sia un motivo di notorietà esaltante) e per essere la cittadina più piccola del Canada: 1500 abitanti. Il primo ministro ha promesso che si recherà in visita nella città con il minor numero di abitanti il primo luglio, festa nazionale. E il romanzo di Miriam Toews, “Un tipo a posto”, ci racconta la storia di Algren tra marzo e luglio, con il sindaco Hosea Funk in fibrillazione per tenere sotto controllo il numero esatto perché vuole, più di qualsiasi altra cosa al mondo, incontrare il primo ministro. Ma si possono tenere sotto controllo le nascite e le morti?
  Algren è così piccola che facciamo presto a conoscere bene alcuni dei suoi abitanti che diventano poi i protagonisti, nonché l’emblema di questo mondo in miniatura. E, conoscendo le vicende della loro vita, ci renderemo conto che c’è qualcos’altro, nel romanzo, oltre alla buffa lotta del sindaco per mantenere stabile la cifra da cui dipende la visita ambita. Che il romanzo è in realtà un romanzo sulla famiglia e sulle donne coraggiose che tirano su i figli da sole dopo che gli uomini si sono volatizzati, sull’importanza, tuttavia, della presenza del padre, e poi, ancora, sulla morte che non può, e non deve, mai, lasciarci indifferenti.

   Entrambi i protagonisti cresciuti senza padre hanno dei nomi insoliti: il cinquantaduenne Hosea deve il suo nome alla nonna che ha aperto a caso la Bibbia per sceglierlo; la bimba di quattro anni, figlia della ventiquattrenne Knute che è appena tornata a vivere con i genitori aumentando il numero degli abitanti, si chiama Summer Feelin’, un nome strano, delizioso per lei che, quando è eccitata, fa frullare le braccine come se dovesse sollevarsi in volo. Il padre di Hosea è circondato dal mistero- la sua giovanissima mamma aveva tenuto nascosta la gravidanza e aveva raccontato a tutti di aver incontrato un uomo a cavallo che le aveva affidato il bambino. E’ per questo che il sindaco Hosea vuole una decalcomania con un cavallo che sembra volare nel cielo, sopra il serbatoio dell’acqua ridipinto per l’eventuale visita del primo ministro? E’ per questo che Hosea si commuove e prende sul serio le sue responsabilità di padre, quando la sua compagna gli dice di essere incinta? Attenzione, però: tutto deve essere rimandato a dopo il primo di luglio, lei non può, assolutamente, trasferirsi a vivere con lui prima di quella data. Già c’è stato il ritorno imprevisto del padre di Summer Feelin’- ma come potrebbe Hosea augurarsi che il bel Max se ne vada di nuovo, spezzando il cuore della bimba?

   Entra ed esce dall’ospedale, Hosea Funk, irritando il medico, inventando pretesti. Vuole sapere sempre il punto della situazione: chi sta per morire, chi sta per nascere? Doveva proprio capitare un parto trigemino e proprio adesso, ad Algren? Mentre veniamo a sapere perché mai Hosea ci tenga così tanto al primato che gli renderà possibile incontrare il primo ministro, ci accorgiamo anche che Hosea sta cambiando, perché è facile accettare la morte di una persona anziana, molto meno facile quella di un amico coetaneo, anche se questi scherza sull’opportunità della sua fine per far tornare i conti. I numeri sono astratti, le persone, con i loro drammi, sono fatte di carne e di sangue e di lacrime. Qualcuno muore, qualcuno se ne va ad abitare altrove, qualcun altro arriva. Scalano i giorni verso il primo luglio, altalenano i numeri degli abitanti, e poi, ad un certo punto…a Hosea non importa più di incontrare il primo ministro. Algren è un tripudio di bianco e rosso, i colori della bandiera, Summer Feelin’ crescerà con un papà e una mamma, Hosea farà il padre invece di attendere il suo, che non ha mai conosciuto, e chissà se il padre dei tre gemelli li vedrà tornare a casa con la moglie.
   “Un tipo a posto” è un romanzo arioso che parla di cose serie- si sorride, si ride, si piange, si addiziona e si sottrae finché i numeri scompaiono e restano le persone con i loro nomi, ognuna un unico.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


prestissimo il post sul nuovo libro di Miriam Toews, "I miei piccoli dispiaceri"
   

domenica 26 aprile 2015

Miriam Toews, “Un complicato atto d’amore” ed. 2005

                                                   Voci da mondi diversi. Canada
                                                               il libro ritrovato


Miriam Toews, “Un complicato atto d’amore”
Ed. Adelphi, trad. Monica Pareschi, pagg. 275, Euro 16,00

Nel 1540 il riformista olandese Menno Simons diede origine ad una comunità a cui impose regole molto severe, proibendo qualunque divertimento: la vita deve essere vissuta come una fase di passaggio in attesa della vita eterna dopo la morte. La voce narrante del romanzo, la sedicenne Nomi Nickels, appartiene ad una comunità mennonita che si è stabilita nel Manitoba, in Canada, vicino al confine con l’America. Sua sorella e sua madre se ne sono andate, incapaci di tollerare più a lungo la mancanza di libertà e Nomi è rimasta con il padre- infelici entrambi nel continuo ricordo di Tash e di Trudie. La ribellione di Nomi cresce lentamente fino a quando il padre compie il “complicato atto d’amore” che può rendere Nomi libera.

INTERVISTA A MIRIAM TOEWS, autrice di “Un complicato atto d’amore”

“Questo paese è così serio. Così silenzioso. Mi fa impazzire questo silenzio. Chissà se di silenzio si può morire.”: è Nomi Nickel che parla, la protagonista del romanzo “Un complicato atto d’amore” della scrittrice canadese Miriam Toews. E’ la sua voce che sentiamo per tutto il libro, voce fresca di adolescente che cerca di capire il mondo che la circonda- e non le piace e lo critica mordacemente e si ribella. Facendosi delle canne, rasandosi la testa, prendendo la pillola, saltando lezioni a scuola, ponendo domande inopportune nella severissima comunità mennonita diretta da una figura di grande sacerdote che è anche suo zio e che lei e la sorella hanno soprannominato “la Bocca”. Perché la Bocca ha parole di proibizione per tutto, una lista infinita di cose che non si possono fare: in pratica niente che sia piacevole si può fare. Niente cinema, niente televisione, niente balli, niente rossetto, men che mai comportamenti “liberi” con l’altro sesso.
Una volta Nomi, in classe, ha detto che le sembrava un grande rischio puntare tutto quello che si poteva avere in questo mondo nella possibilità che ce ne fosse un altro. Una volta aveva pregato, “caro Dio, hai una pessima fama da queste parti. Salvami immediatamente. Potremmo fuggire insieme”. La sorella di Nomi era fuggita- con la benedizione della madre-, e poi anche la madre se n’era andata: un atto d’amore favorire la partenza della figlia, un atto d’amore andarsene dopo essere stata “scomunicata”, per non obbligare il marito a scegliere tra lei e la Chiesa. E adesso che manca “la metà più bella” della famiglia, Nomi sa che non potrà mai lasciare suo padre, che svuota la casa vendendo i mobili per ricompensare il vuoto che sente dentro e che la sua religione non gli permette di ammettere. Eppure la metà mancante della famiglia ritorna in ogni pagina nelle parole di Nomi, ricordi della madre immersa nelle letture, la madre che apriva scatolette per pranzo, la sorella che ascoltava musica “proibita”, che stava fuori la notte, che diceva di essere atea, e ancora la madre che disegnava cavalli, che andava incontro alla vita “a braccia aperte”. E forse faceva male- dice Nomi. Quando scompare il padre di Nomi, nell’ultimo atto d’amore, vogliamo credere anche noi lettori, come Nomi ci ha detto più volte, che si ritroveranno tutti a New York, nel vero East Village da cui la cittadina mennonita ha preso il nome. Stilos ha intervistato Miriam Toews.

 La mia prima domanda è di pura curiosità: il suo è un cognome insolito, di dove è originaria la sua famiglia?
     Della provincia di Friesland, in Olanda. E’ il luogo da dove provengono i Mennoniti. Nel corso degli anni sono stati costretti a fuggire in paesi diversi perché erano perseguitati per il loro credo religioso. Il clan mennonita a cui appartiene la mia famiglia è finito in Russia e poi, verso la fine dell’800, è arrivato in Canada. Qui fu data loro della terra da coltivare, con la promessa che sarebbero stati lasciati in pace dal governo.

 Abbiamo imparato parecchio riguardo agli Amish, grazie anche a dei film o servizi fotografici, ma non sappiamo quasi nulla dei Mennoniti, come mai?
     In realtà gli Amish sono pure mennoniti, ma se ne differenziano per la maniera di vestire e per l’avversione totale nei confronti della tecnologia e di qualunque modernità. Gli Amish sono arrivati nel nord dell’America nel ‘600, mentre gli altri gruppi mennoniti giunsero più tardi, nell’800 e all’inizio del ‘900. Penso che gli Amish siano più conosciuti perché sono arrivati prima e hanno vissuto più a lungo nel nord degli Stati Uniti, e anche perché sono il ramo più conservatore e più facilmente riconoscibile dei Mennoniti. Vengono anche chiamati i “Mennoniti del Vecchio Ordine”.

In che area vivono i Mennoniti? Costituiscono una comunità grande?

    I Mennoniti vivono ovunque, ma le comunità piccole, molto conservatrici e religiose risiedono soprattutto nelle province centrali del Canada e negli stati del mid-west americano. I Mennoniti Amish vivono per lo più in Pennsylvania e vengono anche chiamati “gli olandesi della Pennsylvania”. Ci sono pure molte colonie di Mennoniti che si sono stabilite nell’America centrale e del sud, come nel Belize e nel Paraguay. Sono colonie estremamente isolate  e primitive.

Volevo chiederle il perché del suo interesse verso i Mennoniti, ma adesso mi pare chiaro, visto che la sua famiglia è mennonita.
     Sì, sono una mennonita e sono cresciuta in una cittadina mennonita molto conservatrice, qui, nelle praterie canadesi. Come la Nomi del romanzo, ho un rapporto complicato con i Mennoniti e volevo esplorarlo nel mio libro. E tuttavia non avrei scritto questo libro se mio padre fosse stato vivo, perché era un mennonita devoto e praticante e il mio romanzo lo avrebbe confuso e ne sarebbe rimasto turbato. Forse una piccola parte di lui avrebbe capito la mia frustrazione ma, ugualmente, lo avrebbe intristito. Mia madre, invece, adesso è un membro di una Chiesa mennonita molto liberale qui in città e mi è stata di sostegno. Ma le piccole città mennonite sono ancora molto conservatrici e fondamentaliste- anche se ci sono vari gradi di conservatorismo all’interno della chiesa mennonita.

Il pericolo maggiore di questo tipo di comunità è nel potere carismatico dei capi, come sembra di capire nel suo romanzo?
     Sì e no. Credo che certamente siano i capi della chiesa a fissare il tono e il passo delle comunità. Negli anni ‘70 ci fu una purga nella mia cittadina. Era come se fosse sopraggiunto un nuovo regime e avesse dichiarato che la scuola pubblica era male, ad esempio, e così, all’improvviso, tutto un gruppo di ragazzi che erano in classe con me scomparvero, letteralmente, un giorno per l’altro. Istituirono le loro scuole oppure semplicemente i genitori tennero i figli a casa e li misero a lavorare nelle fattorie, e io non li vidi più. Moltissimi Mennoniti sono remissivi, non è che necessariamente approvino le prese di posizione del ministro, ma non si ribellano né criticano, perché sarebbe considerato caparbio e peccaminoso. E penso che dopo un po’ gran parte di quelle stupidaggini a proposito di fuoco e zolfo, di pene apocalittiche, venga accettata e assimilata e la gente sia troppo spaventata o indifferente per combatterle, e quell’assenso e quel silenzio sono altrettanto pericolosi quanto l’individuo che li ha instillati. Molti predicatori mennoniti sono- come dice lei- persone carismatiche con grande potere di persuasione e capacità di far sentire i fedeli della loro chiesa colpevoli, peccatori indegni, e non appena riescono in questo, hanno il potere di fare qualunque cosa vogliano.

Che attrattiva ha questa setta sui giovani? La maggior parte dei giovani del suo romanzo sembra ribellarsi, tutti sognano di scappare.
     Nella mia comunità proprio i ragazzi che sembravano essere più ribelli sono stati anche quelli che, alla fine, si sono rivelati i più conservatori e pii. E’ stata una cosa strana. Molti dei giovani della mia generazione sono diventati persino più fondamentalisti, con una mentalità più ristretta e con un atteggiamento più da eterni giudici dei loro genitori. Ma ci sono stati anche molti ragazzi che se ne sono andati e hanno abbandonato del tutto la religione oppure hanno trovato una via di mezzo, una Chiesa che era più tollerante e tendente al perdono, dove potessero sentirsi ben accolti. Penso che la semplicità del fondamentalismo sia di attrattiva a un certo tipo di persone, a quelli che preferiscono seguire degli ordini e non pensare. Fa sembrare loro la vita meno difficile, in bianco e nero- e ci sono persone a cui questo piace.


Voleva tracciare un parallelo tra la tirannide religiosa e quella politica? Anche qui ci sono processi e scomuniche che sono simili a spedire la gente in un gulag.
    Non l’ho fatto consapevolmente ma c’è questo parallelismo, definitivamente sì. Entrambe le forme di tirannide sono basate sul potere e sul controllo delle persone per mezzo della paura. Appena la gente smette di aver paura, o smette di credere nell’inferno o in Dio vendicatore o in qualunque altra cosa, il potere viene indebolito. Volevo soprattutto mostrare come quel tipo di corruzione e di controllo colpisce l’individuo, e come può distruggere una famiglia. E, poiché la mia protagonista ha sedici anni, non è in grado di articolare queste idee, o sapere con esattezza che cosa la opprima. Sa solo che non riesce ad inserirsi e questo la sconcerta.

In genere, nei regimi tirannici, c’è un Occhio che vede tutto, una spia che controlla ogni momento della vita delle persone. Qui il potere è rappresentato dalla Bocca: la Parola è così importante?
    Sì, penso che le parole possano veramente ingarbugliare una persona. Se ti viene ripetuto di continuo che commetti dei peccati, che andrai all’inferno, che devi ammettere di essere indegno e affidarti ad un potere più alto, è sicuro che ci saranno delle conseguenze. E la Bocca usa la Bibbia per rinforzare le sue leggi, citando le scritture e usandole per controllare la congregazione.

Il titolo inglese è “A complicated kindness”: perché “una gentilezza” e non un “atto d’amore” come dice il titolo italiano? E’ un enorme atto d’amore, quello fatto dai genitori di Nomi.
    
E’ vero, ma in inglese la gentilezza è un tipo di amore. La frase “Un complicato atto di gentilezza” viene direttamente dal romanzo, quando Nomi parla della sua città e dice qualcosa come: ‘c’è della gentilezza laggiù, ma è una gentilezza complicata ’. Così il titolo ha due significati. Da una parte si riferisce all’atto d’amore compiuto dai genitori di Nomi, e dall’altra si riferisce agli atti di gentilezza compiuti nella comunità. Ci sono atti di gentilezza, ma spesso sono in diretto conflitto con quello che vuole la Chiesa. Per esempio, se un ragazzo si ubriaca o una ragazza resta incinta, i genitori di quei giovani possono reagire con compassione, perdonando e sostenendo i figli, ma la Chiesa invece ordinerebbe che venissero puniti duramente, magari scomunicati, certamente non aiutati. Ecco come quel tipo di gentilezza viene complicata dalla Chiesa. Decisamente, però, il significato più profondo del titolo si riferisce all’atto d’amore compiuto dai genitori di Nomi.

la recensione e l'intervista sono state pubblicate sulla rivista Stilos

a giorni metterò il post sul nuovo romanzo di Mriam Toews, "I miei piccoli dispiaceri"

                                                   

venerdì 24 aprile 2015

Corina Bomann, “La signora dei gelsomini” ed. 2015

                                                     Voci da mondi diversi. Area germanica
                FRESCO DI LETTURA


Corina Bomann, “La signora dei gelsomini”
Ed. Giunti, trad. Sara Congregati, pagg. 476, Euro 11,90
Titolo originale: Die Jasminschwestern

     Alzando la scatola in cima alla pila, fece cadere qualcosa: una vecchia busta marrone sbiadito. Melanie la prese con delicatezza. La scritta era ormai illeggibile, e non era sigillata. Con cautela la aprì e ne estrasse una foto, che girò verso la luce di una finestra sul tetto per vederla meglio. Vi erano ritratte due ragazze vietnamite, entrambe sui quattordici, quindici anni. Indossavano entrambe un áo dài, che alla più giovane donava particolarmente. Si tenevano per mano sorridendo raggianti. La busta conteneva anche dei petali di gelsomino, alcuni ormai ridotti in polvere, dei biglietti di carta da lettere sottilissima, ricoperti di una fitta calligrafia.
    Girò la foto sul retro. Le sorelle dei gelsomini, c’era scritto in vietnamita.


       E’ un libro che parla di donne e che è destinato ad un pubblico femminile, il nuovo romanzo della scrittrice tedesca Corina Bomann che ama aggiungere un pizzico di esotismo nelle sue trame: ci aveva trasportato nello Sri Lanka ne “L’isola delle farfalle” ed è nel Vietnam dei primi anni del ‘900 che si svolge una parte della storia de “La signora dei gelsomini”, o meglio, “Le sorelle dei gelsomini”, come dice il titolo originale, Die Jasminschwestern, perché il desiderio di ritrovare la sorella scomparsa affiora in tutto il racconto dell’ormai ultranovantenne Hanna de Vallières, è il filo rosso che la riconduce, ad un certo punto della sua vita, in quella che lei continua a chiamare Saigon e che è diventata Ho Chi Minh City. Ed è questo respiro lungo del racconto l’altra caratteristica che i romanzi della Bomann hanno in comune: si inizia dal presente e poi qualcosa, per lo più un avvenimento drammatico, impone un arresto con un ripiegarsi sul passato aprendo un vaso di Pandora da cui si riversano miriadi di storie che ci parlano di tempi, usanze, stili di vita scomparsi.
     Quattro donne formidabili sono le protagoniste de “La signora dei gelsomini”, cinque, se consideriamo anche Thanh, la sorella scomparsa. Che poi non è una sorella di sangue, piuttosto sorella di elezione che è stata infine adottata dal patrigno di Hanna, quando questa ancora si chiamava Hoa Nhài, ‘gelsomino’ nella lingua del paese che allora era Indocina, colonia francese. Per un gioco di volute coincidenze si attribuisce ad un mazzetto di gelsomini raccolti in un tempio da Hoa Nhài e da Thanh la sventura che si abbatterà su di loro, così come è un gioco di coincidenze che Melanie, bisnipote di Hoa Nhài/Hanna, sia appena tornata dal Vietnam quando il suo fidanzato è ricoverato in ospedale per un gravissimo incidente- Melanie si rifugerà nella villa della nonna e della bisnonna e sarà questo il pretesto narrativo tipico del ‘c’era una volta…’

La famiglia di Hoa Nhài era benestante, suo padre era un funzionario governativo, lei aveva frequentato buone scuole e parlava un ottimo francese. Poi la catastrofe. Lascio alle lettrici il gusto di scoprire che cosa accada, dico solo che la caduta è sempre più dolorosa da quanto più in alto si cade. Niente aveva preparato la diciassettenne Hoa Nhài a quello che le sarebbe accaduto- la fuga, la nave, l’arrivo ad Amburgo e la Casa Rossa. Ma Hoa Nhài, ormai diventata Hanna, ha una tempra forte e battagliera, da Amburgo andrà a Berlino e poi a Parigi. Dalla poco considerata nonna materna ha ereditato una capacità manuale che le permette di fare miracoli con stoffa, ago e filo. Come tutti gli orientali ha un gusto innato del colore: Hanna cucirà prima per sé, poi diventerà apprendista di una modista, cercando di dimenticare un passato che ha straziato il suo corpo. E però il passato non dimentica lei, spezza la sua storia d’amore. Hanna cade, Hanna si rialza, Hanna mette al mondo una figlia, quella con cui vive tuttora, con cui dirige un singolare museo della moda. Tutte e quattro le donne lavorano nel campo della moda, pur in maniera diversa, è un gene tramandato? La madre di Melanie ha un negozio di cappelli e Melanie è fotografa di moda. E poi, del tutto diversa, con un destino differente e un’altra scelta di vita, la quinta donna, la sorella smarrita che è quasi un ‘doppio’ di Hanna e che verrà persa di nuovo, subito dopo la gioia di averla ritrovata.


    Avventure che lasciano con il fiato in sospeso, coraggio, lealtà, amicizia, amore, l’ombra della morte- sono questi gli ingredienti che da sempre rendono appassionante un romanzo che vira al rosa. E Corina Bomann li mescola con garbo, eleganza e…profumo inebriante di gelsomino.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


giovedì 23 aprile 2015

Aravind Adiga, “La tigre bianca” Ed. 2008

                                                          Voci da mondi diversi. Asia
                                                                 il libro ritrovato



 Aravind Adiga, “La tigre bianca”
Ed. Einaudi, trad. Norman Gobetti, pagg.  232, Euro 19,00
Titolo originale: The White Tiger


     Il destino della mia vita era segnato. Sarei andato in galera per un omicidio che non avevo commesso. Ero terrorizzato, eppure nemmeno per un istante mi balenò l’idea di dire al giudice la verità. Ero intrappolato nella Stia per Polli.

    “Nella giungla, qual è l’animale più raro…la creatura che appare in un unico esemplare per ogni generazione?”- aveva chiesto l’ispettore al protagonista bambino che aveva saputo rispondere alle sue domande tra i banchi di scuola. “La tigre bianca.” “Ecco cosa sei tu, in questa giungla.”
Giunge così nelle prime pagine la spiegazione del titolo di questo eccellente primo romanzo di Aravind Adiga, vincitore del Booker Prize 2008. E quella della tigre bianca, splendida nella sua unicità che differenzia lei e il giovane Balram da tutti gli altri esemplari, è la prima delle tante immagini di animali contenute nel libro- un cinico e spietato quadro dell’India odierna. Già nel villaggio da cui Balram proviene gli abitanti erano soggetti ai ricatti mafiosi degli ‘Animali’- il Bufalo, l’Airone, il Corvo e il Cinghiale, i quattro possidenti che prendevano il nome dai loro specifici appetiti. Più tardi, quando Balram fa l’autista a New Delhi, verrà soprannominato Topo-di-campagna; lo zio del suo padrone è chiamato ‘la Mangusta’; lui stesso parlerà degli altri servitori come del ‘Circolo delle Scimmie’ e dell’intera India come della ‘Stia dei Polli’: rapaci, crudeli, subdoli, violenti, ridicoli, abietti, sono tutti oggetto di disprezzo e di disgusto. Salvo lui, Balram, la Tigre Bianca, l’indiano ‘cotto a metà’ che ha ricevuto abbastanza istruzione da poter ambire ad altro, anche se non ha abbastanza mezzi da poter uscire dalla stia dei polli in maniera lecita.

     Per raccontare la storia della sua vita Balram impiega il pretesto narrativo di scrivere lettere al primo ministro cinese Wen Jiabao, atteso in visita in India la settimana seguente. Balram si definisce “un uomo pensante e un imprenditore” e vive a Bangalore, centro mondiale della tecnologia e dell’outsourcing: in quale modo sia arrivato lì dal villaggio fangoso delle Tenebre- come chiama tutta l’area dell’India solcata da quello che una volta era il sacro fiume Gange ed ora è quasi una cloaca a cielo aperto- è dentro il suo racconto. “La tigre bianca” è, quindi e nello stesso tempo, un romanzo di formazione che ci affascina nella sua negatività giustificata ed un ritratto della società visto dal basso, del tipo di cui l’esempio più illustre è dato dalle “Memorie di Mr. Yellowplush” di William Thackeray, il più romantico da “Quel che resta del giorno” di Kazuo Ishiguro. O, nell’arte cinematografica, da “Gosford Park” con la regia di Altman.
    Quello che conta di più nella vita è l’ambizione, sembra dirci Balram. Bisogna essere ambiziosi e determinati per uscire dalla puzzolente stia dei polli, bisogna lavorare per un fine e poi, naturalmente, ci vuole un po’ di fortuna - e lui, Balram è ambizioso ed è riuscito ad ottenere questo lavoro, di fare l’autista per Ashok, il figlio dell’Airone, seguendolo a New Delhi. Balram osserva, ascolta, registra, impara. L’ingenuo indiano ‘cotto a metà’ mantiene fino alla fine l’atteggiamento da servo fedele muto, cieco e sordo; in realtà arriva a capire pienamente il grado di corruzione e di degrado morale non solo dei suoi padroni ma di tutti quelli con cui questi hanno a che fare- ministri e poliziotti e albergatori. E non resta proprio niente della signorilità di un Lord Darlington in Mr. Ashok, piuttosto prevale la vigliacca falsità del ricco Tom Buchanam nella scena culmine che ne ricorda una simile del “Grande Gatsby”, quando si fa ricadere sull’innocente Balram la morte della bambina investita dall’automobile guidata dalla moglie di Ashok in stato di ubriachezza.

     Non resta niente neppure dell’India favoleggiata in altri romanzi ne “La tigre bianca” del giovane Aravind Adiga. Niente fruscio di sari, nessun tintinnare di braccialetti, nessun colore brillante di lucide sete, nessun profumo di spezie, nessuna concessione al folklore. E’ un libro che usa il bianco e nero come le pellicole del cinema realistico, che non ci risparmia gli spettacoli più sgradevoli come la fila dei defecatori con il culo per aria, o come gli scarafaggi che si arrampicano sulla branda di Balram negli scantinati umidi dove vengono alloggiati i servitori, e neppure la sporcizia e la puzza. Il fango e le fogne. La realtà dei ricchi che corrono per dimagrire e dei poveri che sognano un pugno di riso e muoiono di consunzione.

“La tigre bianca” è un romanzo spietato e rabbioso, che colpisce il lettore con la violenza di un pugno nello stomaco.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


lunedì 20 aprile 2015

Jessie Burton, “il Miniaturista” ed. 2015

                                        Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                 FRESCO DI LETTURA     


Jessie Burton, “il Miniaturista”
Ed. Bompiani, trad. Elena Malanga, pagg. 426, Euro 18,00
Titolo originale: The Miniaturist


   Qualcuno ha destabilizzato Nella scrutando nella sua vita. Se i pezzi non le sono stati mandati per errore, allora la culla è un riferimento beffardo al talamo nuziale disertato e a quella che parrebbe avviarsi a diventare un’eterna verginità. Chi mai potrebbe avere una simile impertinenza? I cani, così ricchi di particolari, le poltrone, così precise, la culla, così evocativa: è come se il miniaturista avesse una visione perfetta della sua vita privata.

     1686. Petronella Oortman arriva ad Amsterdam dalla piccola città di campagna dove ha lasciato la madre vedova, un fratello e una sorella. Ha diciotto anni, unica compagnia il pappagallo Peebo su una spalla. Fra poco non dovrebbe più essere sola: bussa alla porta del mercante Johannes Brandt che l’ha sposata con una cerimonia semplice e riservata una quindicina di giorni prima. Petronella (o Nella come la chiamano tutti) non ha fatto in tempo a conoscere il marito che ha una ventina d’anni più di lei. Ha visto che è un bell’uomo, la mamma le ha detto che l’amore verrà di certo, che il suo corpo è la chiave per quell’amore. Che delusione. Non c’è il marito ad accoglierla, ma la sorella di lui, l’acida Marin che, a quanto pare, non ha nessuna intenzione di cederle il posto di padrona di casa. Una ragazzina come lei non sa nulla di certo di come si conduca una casa, di come si gestiscano i commerci di cui si occupa Johannes. Insieme a Marin, Nella incontra pure la domestica Cornelia e il servitore Otto, un uomo di colore che fa spalancare gli occhi a Nella- non ne aveva mai visto uno. Povera Nella con le sue fantasie di amore. Il marito non busserà mai alla porta della stanza che è stata preparata solo per lei. Si presenterà con uno strano regalo di nozze: una casa in miniatura. No, più precisamente: la loro casa in miniatura. Perfetta, preziosa, deliziosa. Ma Nella non sa che farsene: che cosa è? un giocattolo? lei non ha più l’età per giocare, lei voleva una casa vera, un marito vero, una vita vera e non una riduzione in scala di tutto questo.

     E’ un singolare romanzo di crescita, “Il miniaturista” di Jessie Burton. Un romanzo che vede la crescita di una ragazza che si trova a fronteggiare una realtà a cui niente l’ha preparata, anche perché è una realtà ignorata e messa al bando. Che cosa può saperne lei, che sa a mala pena che cosa succede tra un uomo e una donna per avere osservato gli animali accoppiarsi in campagna, di altre tendenze? Non sa neppure nulla del commercio dello zucchero da cui dipende al momento la ricchezza dei Brandt, le piacevano i dolci e il marzapane, ma non aveva mai visto i coni di zucchero che arrivano dall’altra parte del mondo e che rischiano di andare a male per l’umidità nei magazzini. La vita intorno a lei sembra scorrere su tre piani diversi. C’è la vita più in vista, quella con la cena a cui va con il marito che la mette in mostra, ed è quella regolata dalle severe leggi calviniste dell’Amsterdam secentesca. C’è poi la vita tra le mura di casa che sembrano bisbigliare segreti dietro porte chiuse e rumore di passi furtivi, stanze che non si addicono a chi le abita (quella dell’ascetica Marin è una sorpresa), con lettere d’amore incandescente che scivolano da pagine dei libri, severi abiti neri che però sono foderati di pelliccia e nascondono quello che nessuno deve vedere. E c’è infine la vita nella casa di bambola. Sì, la vita, perché la casa in miniatura si anima, si popola a poco a poco di piccoli personaggi. Nella fa le prime ordinazioni ad una misteriosa ed elusiva miniaturista che poi continua a farle pervenire pacchettini con un contenuto stupefacente: l’artista sconosciuta non solo sembra conoscere perfettamente gli abitanti di casa Brandt ma sembra anche prevedere il loro futuro, o lanciare avvertimenti su quello che sta per accadere, in una maniera inquietante e un poco sinistra. Il romanzo è come una partitura musicale in tonalità diverse per il liuto che dapprima Marin proibisce e poi incoraggia Nella ad usare, con un finale dalle note profonde e drammatiche.

     A volte abbiamo l’impressione che i tre protagonisti, Johannes, Nella, Marin, siano in anticipo sui tempi, che, nel loro desiderio di libertà dalle costrizioni, vivrebbero meglio tre secoli dopo, e tuttavia questo primo romanzo di Jessie Burton ci trascina nella lettura, sorprendendoci con il graduale cambiamento dei personaggi che ci obbliga a rivedere la prima idea che avevamo avuto di loro, stuzzicandoci con un processo degno di un legal thriller, deliziandoci con i dettagli di quel piccolo capolavoro d’arte che è la casa di bambole, dandoci l’impressione di osservare l’intera Amsterdam in miniatura.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it



        

domenica 19 aprile 2015

Carla Maria Russo, “La regina irriverente” ed. 2013

                                                             Casa Nostra. Qui Italia
                                                             la Storia nel romanzo
    il libro ritrovato

Carla Maria Russo, “La regina irriverente”
Ed. Piemme, pagg. 460, Euro 6,90, ebook Euro 6,99


     Un’altra regina, dopo Costanza d’Altavilla, al centro del palcoscenico del romanzo di Carla Maria Russo, “La regina irriverente”. Due date, per avere in mente l’epoca che è più o meno la stessa in cui visse Costanza: Eleonora nacque nel 1122 e morì nel 1204. Era la figlia primogenita del duca di Aquitania, di Guascogna e di Poitiers, e il suo nome, in lingua d’oc, suonava Aliénor, cioè Alia Aénor, Altra Aénor, perché somigliantissima alla madre Aénor. Prima di morire il padre espresse la sua volontà che Aliénor venisse data in sposa a Luigi, figlio ed erede del re di Francia, a cui avrebbe portato in dote il più importante ed esteso dominio francese.
   Un personaggio affascinante, Eléanor- come venne sempre chiamata in lingua d’oïl dal marito Luigi. Affascinante, irruente, bellissima (ce lo confermano i ritratti che la raffigurano), scorretta, egocentrica, colta, amante del divertimento, della musica, dei balli, delle feste, nonché degli abiti e dei gioielli, quanto più sontuosi e appariscenti, tanto meglio.
Certamente molto diversa dalla timida seppur volitiva Costanza che abbiamo conosciuto nel precedente romanzo di Carla Maria Russo, “La sposa normanna”. Eléanor è “La sposa irriverente”. Se, imprevedibilmente, va d’accordo con il giovane Luigi che avrebbe preso i voti se non fosse stato per la morte del fratello maggiore, è solo perché la sfida di ‘sverginare’ il suo sposo la solletica, perché lui, dopo la paura femminea della prima notte, si innamora di lei ciecamente e a lei piace farsi adorare, le piace dare ordini anche al marito che diventa re con il nome di Luigi VII. Così come le piace scandalizzare la corte francese che non è abituata a tutta quella allegria, quel gozzovigliare, quella musica, quei comportamenti lascivi, quegli abiti così rivelatori delle donne. Peccato che Eléanor non resti incinta, peccato che nascano dicerie sulla maledizione sulla sua sterilità, peccato che si inimicò il severo Bernardo di Chiaravalle, peccato che, durante il conflitto contro il conte di Champagne (fratello della moglie ripudiata di Rodolfo di Vermandois che aveva sposato quella seducente ragazzetta, sorella di Eléanor), un intero villaggio morì nell’incendio della chiesa in cui la gente si era rifugiata per sfuggire ai soldati di Luigi. Basta così. Luigi si sveglia dall’incantesimo. Fa penitenza. Non tocca più la moglie. Può restare freddo il letto di una giovane donna così ardente?
Il partire per la crociata non è altro che un doppio pretesto- per Luigi per inginocchiarsi sulla tomba di Cristo, per Eléanor per raggiungere Antiochia, principato (acquisito per le nozze) dello zio Raimondo di Poitiers, suo grande amore di quando era ragazzina.
    La scrittrice ci trascina ancora una volta in una storia e in una Storia al cui incantesimo non riusciamo a sottrarci. Nomi che ricordiamo di aver letto, personaggi che abbiamo visto sul grande schermo (una Eleonora più anziana, moglie in seconde nozze di Enrico il Plantageneta, madre di Riccardo Cuor di Leone e di Giovanni senza Terra, è interpretata da una grande Katherine Hepburn nel film “Il leone d’inverno),
prendono vita nelle pagine del romanzo. Amore e guerra, gelosie e rappresaglie, avventura (perché la seconda crociata diventò una vera e propria avventura) e poesia (i trovatori e l’amor cortese di cui si canta alla corte del Sud), splendori e miserie: c’è tutto questo nel romanzo storico di Carla Maria Russo. E se sentimenti e pensieri dei personaggi sono frutto della sua immaginazione (il diario e le lettere di Eléanor sono un modo per svelarci quello che lei pensa), i fatti sono a grandi linee quelli dei libri per specialisti: noi comuni lettori ci accontentiamo della versione romanzata senza della quale non ne sapremmo nulla.



   

venerdì 17 aprile 2015

Carla Maria Russo, “La sposa normanna” ed. 2004

                                                      Casa Nostra. Qui Italia
                                                      la Storia nel romanzo
                                                      il libro ritrovato

Carla Maria Russo, “La sposa normanna”
Ed. Piemme, Euro 5,94, ebook Euro 6,99

Sicilia, Palermo. Costanza d’Altavilla, nata nel 1154 e morta nel 1198. Figlia postuma di Ruggero II re di Sicilia, non avrebbe dovuto ereditare il trono. Fu suo nipote Guglielmo II a nominarla erede alla sua morte nel 1189, obbligando i cavalieri a giurarle fedeltà. Povera Costanza. La tradizione popolare vuole che sia stata tirata fuori dal convento- nella Divina Commedia Dante la colloca in Paradiso fra gli spiriti difettivi di coloro che furono obbligati ad abbandonare i voti, Questa è la luce della Gran Costanza/ che del secondo vento di Soave/ generò ‘l terzo e l’ultima possanza. Che sia vero o no, resta il fatto che a trent’anni Costanza non era ancora sposata, cosa molto insolita per quei tempi. Il suo matrimonio con Enrico VI di Svevia, figlio di Federico Barbarossa, fu dettato dalla ragion di Stato, niente di nuovo in un’epoca in cui le donne di nobile casato erano pedine, merce di scambio, un modo per evitare guerre o per mettere le mani su un regno. Povera Costanza. Lei bella, bionda e sottile, con un’aria angelica e un’anima pudica, legata ad un uomo rozzo che si sentiva inferiore a lei e la sposava di mala voglia, per poi portarla a Nord, lontana dal blu di Palermo e dal profumo di aranci. Povera Costanza che dove sbrigarsi a mettere al mondo un erede: la questione del matrimonio era tutta lì, in fin dei conti. Assicurare un erede al trono di Sicilia, evitare che il nipote Tancredi, figlio naturale di Ruggero III duca di Puglia e per questo escluso dalla successione, avanzasse rivendicazioni sostenuto dai nobili siciliani nemici degli Hohenstaufen di Svevia.

     Questa è la storia che ci racconta Carla Maria Russo ne “La sposa normanna”, ricreando per noi l’ambiente di corte e la vita del secolo XII. Il personaggio di Costanza rifulge nel centro di questa storia, da timida fanciulla che si era ritirata dietro le mura del convento diventa una donna dall’aspetto fragile che sa, però, tirare fuori le unghie per difendere suo figlio. Già, perché dopo anni di frustrazioni e di umiliazioni, quando nessuno crede più che lei, vicina alla quarantina, possa ancora procreare il tanto atteso erede al trono, Costanza resta incinta. E deve affrontare l’umiliante sospetto che il bambino sia frutto di un suo tradimento, magari con il duca Ruggero d’Aiello, suo amico fin dall’infanzia. Il piccolo- che lei chiama Costantino per reclamarlo come ‘suo’ e a cui il padre darà il nome di Federico Ruggero- nasce come il Bambin Gesù, sotto un tendone, il 26 di dicembre, a Jesi. Un parto in anticipo, Enrico VI aveva ordinato a Costanza di raggiungerlo in Sicilia, anche se i medici sconsigliavano di far mettere in viaggio una donna in quelle condizioni, e in quella stagione, poi. Sotto un tendone che Costanza ordinò venisse eretto in piazza perché tutto il paese doveva essere testimone che lei, e nessun’altra, aveva dato alla luce il bambino.
      Se tutta la prima parte del romanzo ruota intorno a Costanza facendoci amare questa ‘Madre Coraggio’, la seconda parte vede il piccolo re Costantino, o Federico, che cresce selvaggio, come uno scugnizzo, per le strade di Palermo. E forse è la sua fortuna essere ‘dimenticato’ da chi sta reggendo il governo. Gli potrebbe capitare di peggio che imparare il linguaggio scurrile del popolo. Finché decide che ora, a quattordici anni, è suo diritto reclamare il trono.


    Siamo consapevoli, leggendo, che questo non è un libro di storia, né ha la pretesa di esserlo. Ma la Storia, il nostro passato, fa parte di noi, e Carla Maria Russo dà vita a personaggi di cui ricordavamo soltanto i nomi per averli studiati nelle pagine del testo scolastico.


giovedì 16 aprile 2015

Akhil Sharma, “Vita in famiglia” ed. 2015

                                                      Voci da mondi diversi. Asia
      FRESCO DI LETTURA



Akhil Sharma, “Vita in famiglia”
Ed. Einaudi, trad. Anna Nadotti, pagg. 173, Euro 19,00
Titolo originale: Family Life

     Non piangevo né a casa né all’ospedale perché non volevo creare problemi ai miei. Andando a scuola, tuttavia, lo facevo. Piangevo per strane cose. Il peso dello zaino, il modo in cui mi schiacciava, mi facevano piangere. A volte mi sfiorava qualche pensiero su Birju. Mia madre aveva scritto alla Bronx High School of Science e ottenuto un anno di proroga. Scosso dai singhiozzi, mi meravigliavo di amare così tanto mio fratello. Prima non lo sapevo che contasse tanto per me.


     “Vita di famiglia”. Un libro difficile da scrivere. Un libro doloroso. Una vita difficile da vivere. Dolorosa. Un libro difficile e doloroso da leggere, quello di Akhil Sharma che dice di aver impiegato nove anni per scriverlo, quasi che il pensiero e la memoria non volessero fissarsi su carta. Perché la vita della famiglia Mishrai (il libro è autobiografico, sotto questo nome si cela la famiglia stessa dell’autore) è stata spezzata in due, letteralmente. Per nessuno come per loro si può parlare di un ‘prima’ e un ‘dopo’.
    ‘Prima’ sono i ricordi dell’infanzia vissuta in India. Sono ricordi che ormai hanno perso la brillantezza dei colori, sono diventati sfumati. Di essi resta l’ammirazione di Ajay per il fratello maggiore Birju, l’attesa del visto per l’America del padre, la partenza di questi e le sue lettere dal nuovo paese, la festosità di tutto il quartiere quando era arrivata la busta con i loro biglietti: avrebbero raggiunto il padre, erano circondati da un’atmosfera fatta di curiosità, ammirazione, invidia, dovevano sbarazzarsi di tutto ciò che non potevano portarsi dietro. Dei giocattoli, nel caso di Ajay. ‘Prima’ è anche l’anno che segue il loro arrivo in America. Tutto è nuovo, tutto è una scoperta, anche un giro al supermercato. Sono circondati da cose mai viste, assaliti da odori sconosciuti, la gente parla una lingua che non è uguale all’inglese che hanno imparato, che hanno sentito parlare in India. Ma Birju, il figlio primogenito, è il vanto della famiglia. Birju è eccezionale, i suoi risultati scolastici sono eccellenti, fa l’esame per essere ammesso ad una scuola superiore prestigiosa, vuol diventare medico. Le loro speranze di integrazione e di ascesa sociale sono riposte in Birju. E infatti Birju passa l’esame. E’ un trionfo.

    E’ agosto. Che cosa c’è di più normale per un ragazzo in vacanza che andare a nuotare in piscina? Birju, però, non torna a casa. Non tornerà più a casa se non come un corpo sdraiato sul letto, con flebo attaccate, bisognoso di assistenza ventiquattro ore su ventiquattro. Un incidente che segna una frattura definitiva nella vita di tutti loro. Forse è più facile- se è lecito usare questo aggettivo- abituarsi e rassegnarsi ad avere un figlio handicappato dalla nascita. Non c’è un confronto continuo nella mente di chi gli è vicino. Non c’è lo stupore, la domanda assillante e senza risposta del ‘perché’, e neppure la visione di un futuro che è stato spazzato via, azzerato da tre minuti senza ossigeno che hanno danneggiato il cervello per sempre.
    Ajay è ancora un bambino. All’improvviso si trova ad essere un misero sostituto del fratello- o almeno lui si sente tale. Giorno dopo giorno in ospedale, e poi a casa quando i genitori decidono che Birju sarà meglio assistito da loro stessi, con un aiuto esterno. Giorno dopo giorno ad osservare le immutate condizioni del fratello, a spiare un segnale, a sentirsi in colpa per provare una lieve ripugnanza, per desiderare l’attenzione dei genitori, a constatare il deterioramento del rapporto dei genitori e il progressivo cedere al bere del padre.
    “Vita in famiglia” è un libro che tocca il cuore, sia a chi sa per esperienza personale quanto immane sia il dolore di assistere impotenti al vegetare di una persona amata, sia a chi riesce solo ad immaginarla leggendo le pagine di Akhil Sharma. E’ un libro che esplora le maniere diverse per reggere il peso di questo dolore-
la madre che non cessa di sperare e si affida a qualunque guaritore ciarlatano prometta una guarigione miracolosa, il padre che trova nell’alcol il sollievo dell’oblio, il ragazzo che scopre la via della salvezza nei libri prima, nella scrittura poi. Si finisce per tirare avanti, seguendo il passo inesorabile della vita. Ajay va all’università, si laurea, ha una carriera di successo. Quando ritorna in visita a casa si trova davanti al paradosso di come il tempo si sia fermato per il fratello, bloccandolo nell’immobilità dell’incidente, e, per un altro verso, sia invece progredito con lo stesso ritmo a cui è progredito per lui, imbiancandogli i capelli. E si sente rimproverato, si sente in colpa: la colpa del sopravvissuto.

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