sabato 31 dicembre 2016

I dieci bellissimi del 2016

                                             Auguri di buon 2017 a tutti!



     Ormai è un rito, girarsi indietro e decidere quali siano i dieci libri bellissimi tra i 145 letti durante l’anno che sta per finire. Per chi capita per la prima volta su questa pagina, ripeto che la scelta è del tutto personale, che succede ogni anno di dover essere spietati nella selezione e che non sempre si è certi di aver fatto la scelta giusta, scartando un libro a favore di un altro, e che ci sono sicuramente anche altri libri bellissimi che purtroppo scopriremo in ritardo. Gli autori sono indicati in ordine alfabetico e non di merito, ed è del tutto casuale che tra i bellissimi ci siano ben tre romanzi della casa editrice Neri Pozza.

-        Kate Atkinson, “Un dio in rovina”. Ed. Nord

-        Jonathan Coe, “Numero 11”. Ed. Feltrinelli

-        Kent Haruf, “Benedizione”. Ed. NN

-        Jaan Kross, “Il pazzo dello zar”. Ed. Iperborea

-        Jung-Myung Lee, “La guardia, il poeta e l’investigatore”. Ed. Sellerio

-        Henning Mankell, “Scarpe di gomma svedesi”. Ed. Marsilio

-        Melania Mazzucco, “Io sono con te”. Ed. Einaudi

-        Neel Mukherjee, “La vita degli altri”. Ed. Neri Pozza

-        Viet Thanh Nguyen, “Il simpatizzante”. Ed. Neri Pozza


-        Ralf Rothman, “Morire in primavera”. Ed. Neri Pozza

venerdì 30 dicembre 2016

Gianluca Ascione, “Polvere & ombra. Treviso si tinge di noir” ed. 2014

                                                                       Casa Nostra. Qui Italia
     cento sfumature di giallo
     il libro dimenticato

Gianluca Ascione, “Polvere & ombra. Treviso si tinge di noir”
Ed. Panda, pagg. 248, Euro 11,82

      Treviso. Romantica, con le acque del Sile e del Cagnan che scorrono sotto i suoi ponti, le luci che ammiccano tra le ombre dei porticati, la sua aria di antichi splendori un poco dimessi, da sorellastra della splendida Venezia. Treviso sonnolenta che si tinge di noir nei gialli di Giancarlo Ascione.
    Nessuno potrebbe sospettarlo, eppure si compiono delitti anche a Treviso. E neppure banali. “Polvere e ombra” si apre con il ritrovamento del cadavere di un professore universitario. E’ la signora che tiene in ordine l’appartamento del professore a fare la macabra scoperta. Non solo macabra, ma anche disturbante per chi non aveva idea delle inclinazioni del rispettato e serio professore. E’ disteso sul letto, ammanettato, indossa biancheria femminile con pizzi. E’ stato strangolato con una sciarpina leopardata. Un gioco erotico finito male? O che altro?

    Incaricato delle indagini è un ispettore donna, Rita Giannetti. Mi raccomando, ‘ispettore’ e non ‘ispettrice’- lei ci tiene moltissimo e c’è una differenza, inutile negarlo, tra un termine e l’altro. Più ufficiale e carico di rispetto il primo, con una sfumatura di deprezzamento il secondo. Di Rita sappiamo che ha 34 anni, che suo padre, pure lui ispettore di polizia, un modello molto amato e molto rimpianto dalla figlia, è morto in un incidente d’auto mentre era in servizio, che il fidanzato ha cambiato idea e l’ha piantata proprio sull’altare, che vive da sola cercando di tenere a bada una mamma ansiosa e che è vegana. Il suo Watson ha un nome che non si dimentica, Emidio Galasso, ex giocatore di rugby, ex cameriere, ex poliziotto che si è stancato di prendere ordini e si è riciclato come investigatore privato. Naturalmente Galasso agisce in sordina collaborando alle indagini- forse è un poco innamorato di Rita, altrimenti perché mai accetterebbe di fare il parrot-sitter, di badare al pappagallo del professore defunto che non fa che ripetere la frase ‘oddio, ti prego, no’? E queste sono forse le ultime parole pronunciate dal suo fu-padrone?
   La narrativa è veloce, a poco a poco si tracciano le linee di un quadro mentre vengono interrogati i conoscenti, gli amici e gli altri inquilini del palazzo. Su uno di questi c’è un mistero: nessuno sa nulla del nuovo inquilino (guarda caso, è scomparso) dell’appartamento sopra quello del professore (affitto pagato in nero). E alcuni capitoli del romanzo sono scritti dal punto di vista di un uomo di cui non si capiscono bene le mosse e gli intenti- osserviamo solo che porta sempre degli occhiali da sole di un vecchio modello. Ad un certo punto c’è una svolta significativa nella trama: saltano fuori delle mail inviate dal computer del professore con degli allegati in latino. E’ tutto molto strano- strani i destinatari delle mail e strani questi messaggi in latino. Che però nascondono altro. Ed allora è come se le trame fossero due, con diverse soluzioni, con parecchi svelamenti finali, con una conclusione che vede un inseguimento folle nei canali di Venezia che termina drammaticamente sulla terraferma.

    Avevo bisogno di una lettura rilassante e veloce dopo quella di un libro molto bello e molto impegnativo. Ho trovato in “Polvere e ombra” quello che cercavo. Il ‘crimine’ che è al centro della trama avrebbe meritato un maggiore approfondimento, ma, d’altra parte, è tutto un poco superficiale nel romanzo (anche l’uso dei pronomi personali, purtroppo, e quello del congiuntivo). E’ piacevole l’umorismo leggero con cui sono tratteggiati Galasso (e il pappagallo), bello- in un libro in cui si aggirano le ombre dei morti (non solo quella del professore ma soprattutto quella del padre dell’ispettore Rita Giannetti)- il richiamo al verso di Orazio, i danni celesti, tuttavia, li riparano rapide le lune:/ noi invece, una volta che siamo caduti/…..siamo polvere e ombra. E’ un monito a tutti- pulvis et umbra sumus.



    

giovedì 29 dicembre 2016

Jan Brokken, “Il giardino dei cosacchi” ed. 2016

                                                          vento del Nord
           biografia romanzata
          FRESCO DI LETTURA

Jan Brokken, “Il giardino dei cosacchi”
Ed. Iperborea, trad. Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo, pagg. 404, Euro 18,50 

    1849. San Pietroburgo. Il giovanissimo Alexander von Wrangel assiste alla simulata esecuzione di Fëdor Dostoevskij, arrestato insieme ad altri con l’accusa di aver aderito alle idee progressiste del gruppo Petraševskij, idee che peraltro circolavano fra tutti i giovani di quegli anni- abolizione della servitù della gleba e introduzione della democrazia parlamentare. Forse Fëdor era stato arrestato per errore, al posto di suo fratello Michail, e comunque la condanna a morte non fu eseguita. Davanti agli occhi esterrefatti di von Wrangel, il plotone non sparò, la concessione di grazia dello zar arrivò all’ultimo momento, la pena capitale fu cambiata nella deportazione in Siberia.

   1853. Omsk in Siberia. Il ventunenne Alexander von Wrangel, discendente di una famiglia di piccola nobiltà con origini baltiche, viene nominato procuratore proprio nella città dove Dostoevskij sta scontando la pena in attesa della grazia, in attesa, soprattutto, di poter pubblicare di nuovo dopo aver acquistato una certa fama con “Povera gente”. Dostoevskij non è un prigioniero come gli altri. Lui stesso dirà a von Wrangel che “la Siberia è un paese selvaggio”, “un paese popolato da essere semiferoci che si divorano a vicenda come ragni in un bicchiere. Da esseri umiliati e offesi, da esseri umani corrotti, da tutta la feccia rifiutata dalla Russia. Brulica di ladri, briganti, banditi, che rendono pericolose tutte le strade.” Anche se Dostoevsij ha una decina di anni più di von Wrangel, l’affinità di spirito, gli stessi interessi culturali e- cosa singolare- il fatto che entrambi siano innamorati di donne sposate che paiono irraggiungibili, fa sì che i due divengano amici.

    Abbiamo già ammirato in “Anime baltiche” la capacità di Jan Brokken di far rivivere uomini e paesaggi. Ci riesce ancora una volta, ne “Il giardino dei cosacchi” (la vecchia dacia nella steppa siberiana dove si incontrano lo scrittore e il procuratore, oasi fluttuante nello squallore circostante), dove la voce narrante è quella di Alexander von Wrangel che è anche, tutto sommato, il vero protagonista del romanzo- attraverso i suoi occhi e tramite le sue parole noi conosciamo Fëdor, una sorta di suo doppio: oppure è von Wrangel che è il doppio di Dostojevskij? Brokken basa il suo racconto su documenti, diari e lettere dell’epoca e poi interviene il genio dello scrittore per il soffio vitale che fa respirare i personaggi, che balzano fuori dalle pagine come fossero protagonisti di uno dei romanzi dello stesso Dostojevskij che ci stupisce perché non lo immaginavamo così debole da lasciarsi divorare da una passione d’amore.
Per chi, poi? Una donna che è sposata con un figlio, che ha un marito ubriacone e che, alla morte di questi, tiene sulla corda lo spasimante, incerta fra lui ed un altro. Anche von Wrangel ha una storia parallela simile a questa, con la differenza che la sua Katja ha avuto ben sei figli da un marito geloso a cui lei fa bellamente le corna- e non solo con von Wrangel, di molto più giovane di lei. E allora si intendono, Fëdor e Alexander, si incoraggiano a vicenda per superare le pene d’amore anche se ognuno dei due non capisce che cosa abbia di così speciale la donna dell’altro- è come un gioco di specchi in cui il riflesso è distorto, ma sempre e solo il proprio. E poi c’è la malattia di Fëdor, “il piccolo male” che lo assale subdolamente e con incredibile malignità riducendolo incosciente e con la bava alla bocca proprio la prima notte di nozze.

   Due uomini, un paese e un’epoca vengono in scena ne “Il giardino dei cosacchi”- la morte dello zar e le speranze nel suo successore, il mite e più aperto zar Alessandro, la durezza della vita nelle colonie penali e l’interesse di Dostojevskij per il crimine (“nel momento in cui compie il delitto, il criminale è vittima di una sorta di annullamento della forza di volontà e della ragione, alle quali subentra una fenomenale leggerezza infantile”), matrimoni di facciata e relazioni adulterine, fermenti letterari che devono tenersi nascosti e poi il gioco- così comune per scacciare la noia in Siberia- che intrappola nei debiti.
    Un romanzo per conoscere meglio il grande scrittore russo che scriveva al fratello di ambire a tre sole cose: scrivere, pubblicare e sposare l’amore della sua vita.





mercoledì 28 dicembre 2016

Henning Mankell, “L’uomo inquieto” ed. 2010

                                                                     vento del Nord
      cento sfumature di giallo
       il libro dimenticato

Henning Mankell, “L’uomo inquieto”
Ed. Marsilio, trad. G. Puleo, pagg. 557, Euro 6,90

    Era rimasto sullo scaffale, “L’uomo inquieto” di Henning Mankell, per motivi futili. Il disservizio delle poste aveva fatto sì che, nel 2010, quando era stato pubblicato, la prima copia che mi era stata inviata era andata persa. Quando avevo ricevuto la seconda copia, era ‘tardi’ per  leggerlo subito, incalzata da altri libri che esigevano una pronta lettura. Tutto è relativo e non è ‘tardi’ leggerlo adesso, perché non è mai ‘tardi’ per leggere un romanzo di Henning Mankell che si conferma un grande scrittore con “L’uomo inquieto”. E’ il romanzo che conclude la serie che ha per protagonista il commissario Wallander ma, in misura forse ancora maggiore che gli altri libri della serie, supera i limiti del genere, il mystery da risolvere non è solo dove e perché sia scomparso il quasi suocero della figlia di Wallander, o chi sia la spia che, fin dagli anni della guerra fredda, abbia passato al ‘nemico’ (si suppone i russi) segreti militari- la vita umana è l’enigma più grande, il senso della vita, la valutazione che tutti siamo chiamati a farne, ad un certo punto. Wallander non è più solo il commissario di polizia che indaga sui crimini della Scania, è l’uomo medio che riconosce i suoi limiti e la sua scarsa cultura, è la controfigura dei tanti protagonisti degli altri romanzi di Mankell- quelli non catalogati come thriller, “L’occhio del leopardo”, per dirne uno. Tutti uomini (o donne, se pensiamo al bellissimo “L’angelo sporco”) che non si accontentano di lasciarsi vivere ma vivono interrogandosi. E, in una qualche maniera più che mai singolare, in questo romanzo in cui conclude la sua carriera, Wallander anticipa il protagonista di “Stivali di gomma svedesi” per la preoccupazione sul futuro che lo domina, per l’ansia e la paura del male che sente incombere su di sé, per il fiato della morte che sembra alitargli sul collo. Ho detto ‘in maniera singolare’ perché, quando scriveva questo libro, Mankell non aveva ancora avuto le avvisaglie del tumore che lo avrebbe portato alla morte nel 2015.

      Il filone ‘giallo’ de “L’uomo inquieto” verte intorno ai nuovi parenti acquisiti di Linda, la figlia di Kurt Wallander che aspetta un bambino da un uomo che appartiene all’alta borghesia quasi nobile (c’è un ‘von’ nel suo cognome) di Stoccolma. Il suocero di Linda era ufficiale di marina, comandava un sottomarino. E, durante la festa in occasione del suo settantesimo compleanno, racconta a un Wallander intimidito dall’ambiente e dal nuovo completo che ha acquistato per l’occasione di quello che avvenne nel 1982, quando un misterioso sottomarino era stato avvistato nelle acque baltiche e quando, però, era giunto l’ordine dall’alto di non obbligarlo ad emergere- perché? Chi c’era dietro quell’ordine? Si trattava di alto tradimento, secondo von Enke. Tutto lasciava supporre che ci fosse una spia tra i militari svedesi.
      Poco dopo von Enke scompare. Senza prendere il passaporto e neppure una carta di credito. Senza lasciare traccia. Mi fermo qui, ma la trama ‘gialla’, con un forte coinvolgimento politico, è quanto mai interessante e di ampio respiro, come è tipico dei romanzi di Mankell.
Branagh nei film della serie
    Sono due, però, gli uomini inquieti. Inquieti per motivi diversi. E la loro inquietudine dà profondità al romanzo. Von Enke è inquieto- è una delle prime cose che osserva Wallander. Inquieto perché teme qualcosa? E se temesse se stesso? E Wallander è inquieto perché avverte dei cambiamenti dentro di sé- tutto inizia con l’aver dimenticato al ristorante la pistola d’ordinanza, poi ci sono improvvisi vuoti di memoria…Non posso aggiungere altro su nessuno dei due personaggi. Soltanto che Kurt Wallander, che ha solo sessant’anni, è angosciato dalla vecchiaia che sente avanzare a grandi passi, dalla decadenza fisica che teme per sé e che osserva nella ex moglie, dalla morte che lo colpisce falciando la donna che ha amato.


Come nell’ultimo libro che scriverà anni dopo, “Stivali di gomma svedesi”, è una bimba, la nipotina Klara, che illumina (lo dice il suo stesso nome) il suo buio futuro. Questo è forse il più bel libro con il commissario Wallander.


martedì 27 dicembre 2016

Ada Murolo, “Il mare di Palizzi” ed. 2013

                                                                        Casa Nostra. Qui Italia
              autobiografia
              il libro dimenticato


Ada Murolo, “Il mare di Palizzi”
Ed. Frassinelli, pagg. 298, Euro 17,50   2012

    “Che cosa siamo noi, se non una memoria?”, chiede Adela in una lettera al fratello Daddo ne “Il mare di Palizzi”, primo romanzo di Ada Murolo. E’ una domanda che ci facciamo tutti, avanzando nella vita, quando raggiungiamo il momento che il percorso già fatto è di molto più lungo di quello che ci attende, quando non saremmo niente, non saremmo noi stessi, senza la memoria di quello che siamo stati e che abbiamo fatto.
    E’ il 1991. Adela, che perfino nel nome assomiglia alla scrittrice, ritorna in Calabria, a Palizzi sul mar Jonio, dove c’era la casa del nonno, dove lei e il fratello e le sorelle sono cresciuti negli anni ‘50 del secolo scorso. Da anni abita al nord, a Trieste, e ritorna per vedere sua madre e il fratello che pure lavora al nord ma che non vede da anni. Ritorna con sua figlia Nina e i ricordi che si affollano nella sua mente vorrebbero essere condivisi con lei e con il fratello Daddo che, però, è sfuggente e sembra erigere una barriera tra sé e la sorella. E questo addolora Adela, che non capisce, perché da bambini erano inseparabili.

    Corre sul filo della nostalgia, il racconto di Adela che ripercorre il passato nella grande casa del nonno materno, un padre possessivo che aveva imposto all’aspirante marito della figlia Lili di abitare nella sua stessa casa, di rinunciare alle sue ambizioni di una carriera come avvocato e lavorare per lui, come sottoposto, nella sua impresa. Il padre di Adela era così innamorato che aveva acconsentito, tollerando e soffrendo accanto al vecchio prepotente. Il quale, peraltro, una volta si era lasciato sorprendere abbracciato ad una servetta che era stata subito licenziata. C’è una storia di famiglia del Sud ne “Il mare di Palizzi”, con zii e zie, nonni materni e paterni, fratelli, sorelle e cugini. Una famiglia privilegiata che ha domestici e terrazze piene di sole, e giardino e terre, dove le donne si fanno fare gli abiti dalla sarta- anche la piccola Adela che viene guardata dalle altre bambine con un misto di ammirazione e invidia, un poco isolata perché ‘diversa’ anche se lei non vorrebbe esserlo. Una famiglia che ha le sue tradizioni che sono diventate abitudini che hanno sapore di leggenda, i riti domenicali, le vacanze in campagna. Ed è anche un pezzo di storia sociale d’Italia in quegli anni. Adela ricorda il tipo di gelato che era una leccornia a quei tempi- quello chiuso tra due biscotti- il giornalino “Il monello”, e poi, quando arrivavano in visita gli zii d’America, quali tesori uscivano dai loro bauli! Altro che le banali colazioni di latte e frisce! Arrivavano loro con i corn-flakes, che bontà! E poi scarpe e abiti e calze- tutte cose mai viste a Palizzi.

E poi, nell’arco della settimana che Adela passa a Palizzi con la figlia, l’onda dei ricordi si frange sempre con l’impossibilità di comunicare con il fratello, di condividere con lui quelli che sono i ricordi più dolorosi- la morte del padre, la perdita, una dopo l’altra, delle case della loro infanzia. Adela aveva amato molto suo padre. Lui era il calore e l’affetto e la sicurezza, mentre la madre era scostante, prediligeva di certo suo fratello. Adela indugia soprattutto sul passato più lontano, sorvola le nozze quando lei era giovanissima e non si era neppure accorta che il padre forse stava già male, non dice assolutamente nulla di quello che deve essere stato un matrimonio infelice. E’ come se non le interessasse quella parte della sua vita, come se fosse stata un inciampo che non le aveva impedito di andare avanti. Forte della memoria di quello che aveva alle spalle. Forte del ricordo del mare di Palizzi.
    Un libro poetico, un poco sognante, un poco dolente, con una Calabria inedita e sorprendente.



    

sabato 24 dicembre 2016

Natale 2016





Auguri di buon Natale a tutti i lettori! e che trovino tanti bei libri sotto l'albero!

Ada Murolo, “Si può tornare indietro?” ed. 2016

                                                                          Casa Nostra. Qui Italia
                                                                          la Storia nel romanzo
       seconda guerra mondiale
       FRESCO DI LETTURA

Ada Murolo, “Si può tornare indietro?”
Ed. Astoria, pagg. 205, Euro 13,60


    Tutta la vita in un giorno. Sono tanti i romanzi che hanno condensato tutta la vita in un giorno. Citiamo i più famosi, l’”Ulisse” di Joyce, o “Mrs. Dalloway” di Virginia Woolf. Oppure “Una giornata perfetta” della nostra Melania Mazzucco da cui il regista Ozpetek ha tratto un film. Sul grande schermo anche “Una giornata particolare” con Marcello Mastroianni e Sophia Loren mette a fuoco la vita dei due protagonisti in una sola giornata, quella del 6 maggio 1938, quando Hitler è in visita a Roma.
   Un’altra giornata eccezionale in “Si può tornare indietro” di Ada Murolo- il 4 novembre 1954, data che segna l’annessione di Trieste all’Italia. Tripudio della gente in piazza Unità d’Italia. Il tricolore che sventola ovunque, che occhieggia nelle vetrine negli accostamenti più insoliti- tre ombrelli, bianco, rosso e verde, tre paia di guanti, ci si può sbizzarrire. La guerra è finita da nove anni. Sono pochi, sono tanti. Pochi per essere usciti dalla miseria e per avere dimenticato. Tanti per essere cambiati, perché il tempo segna inesorabilmente le persone. Due donne sono le protagoniste di questa giorno, si conoscevano molto bene, erano amiche, tanto amiche che una, Alina, era stata l’unica a sapere della gravidanza non voluta dell’altra, Berta. La aveva perfino accompagnata, in gran segreto, da una di quelle donne che facevano abortire- se ne erano venute via senza fare nulla. E, al rientro a casa, Alina non aveva più trovato la madre, il suo mondo si era capovolto. Era il 1943.

     Oggi, 4 novembre 1954, Berta e Alina sono entrambe nella folla in festa, senza sapere nulla l’una dell’altra. Berta è tornata a vivere a Trieste da pochi mesi dopo aver seguito in Romagna l’uomo che l’aveva messa incinta e poi sposata. Un matrimonio infelice da cui erano nate due bambine. Non è felice neppure a Trieste, Berta, assediata dal cognato che era stato fascista ed era uno dei due militi che avevano portato via la madre di Alina.
Alina è internata nel manicomio di San Giovanni e questa mattina è scappata fuori. E’ spaesata, sente gridare, non sa distinguere il vociare di esultanza da quello pauroso che le rintrona nella mente. Quando le chiedono il nome, Alina mostra il numero sul braccio. In mezzo alla gente vede una testa di donna che le pare di riconoscere, ma sì, è sua madre, deve essere sua madre perché ne riconosce gli orecchini di brillanti.

     Presente e passato si alternano nelle pagine del romanzo di Ada Murolo che non fa l’errore di ‘immaginare’ o riportare testimonianze dei campi di concentramento. I ricordi dell’orrore sono quelli annebbiati nella mente di Alina traumatizzata e segnata per sempre dalla tragedia e i giorni della discesa agli inferi di Alina, i momenti bui della storia d’Italia che nessuno vuole ricordare o anche solo ammettere che ci siano stati- le delazioni per un po’ di soldi, le retate, la Risiera di San Sabba che fu usata dapprima come campo di prigionia e di smistamento ma che poi ‘si arricchì’ di un forno crematorio, i treni piombati- si alternano con le vicende di Berta, sposa infelice insidiata dal suocero in “Italia” mentre si strugge di nostalgia per la sua Trieste, per poi passare al presente, alle ore in piazza, a quel rincorrersi inconsapevole di Berta e Alina. Si incontreranno? Si riconosceranno? Soprattutto, si può tornare indietro?
Risiera di san Sabba
  Il finale di “Si può tornare indietro?” è aperto. Se tornare indietro significa cancellare il passato, questo è indelebile come i numeri tatuati sul braccio di Alina. Non si può dimenticare, come non si possono eliminare le due bambine di Berta.
Se invece significa accettare quello che è stato, riconoscere le colpe e gli errori, tornare indietro per poi andare avanti nella luce, ricucendo gli strappi della vita, allora forse sì. Forse è questo quello che ci vuol dire questo libro che si apre mettendo a fuoco l’immagine di un bacio immortalato dalla macchina fotografica- la ragazza che saluta il soldato americano che lascia Trieste, sospesa in aria tra le braccia di lui che si affaccia dal finestrino del treno. Le truppe straniere lasciano Trieste. C’è stato il Male, c’è stato anche il Bene, se guardiamo la ragazza innamorata. Prendiamo entrambi.

   







venerdì 23 dicembre 2016

Jaume Cabré, “Io confesso” ed. 2012

                                           Voci da mondi diversi. Penisola iberica
                                                                   la Storia nel romanzo
        il libro ritrovato

Jaume Cabré, “Io confesso”
Ed- Rizzoli, trad. Stefania Maria Ciminelli, pagg. 769, Euro 19,50
Titolo originale: Jo confesso

    “...questo violino non è mio, sono io a essere suo. Sono uno dei tanti che l’ha avuto. Nel corso della sua vita questo storioni ha avuto diversi musicisti al suo servizio. E oggi è mio, ma io lo posso solo contemplare. Per questo volevo che imparassi a suonare il violino e continuassi la lunga catena della vita di questo strumento. Solo per questo devi studiare il violino. Solo per questo, Adrià. Non c’è bisogno che ti piaccia la musica.”

  Nascere in quella famiglia era stato un errore imperdonabile: è questa la riflessione d’esordio del libro autobiografico che Adrià Ardèvol sta scrivendo. Un libro doppio, in realtà, come apprenderemo in seguito, quando lo affida al suo migliore amico, Bernat, perché si occupi della revisione e di farlo stampare: con inchiostri di colore diverso Adrià ha scritto la storia della sua vita su un lato dei fogli, dall’altro la storia del Male. Le due storie si intrecciano inestricabilmente nella versione che noi leggiamo, intitolata “Io confesso”: molto, molto spesso io confesso appare nella universale versione latina confiteor, a rendere senza tempo l’ammissione del peccato, a darle una connotazione etica. Perché le domande che pervadono l’intero libro sono proprio queste: quale è il peso della colpa? Si eredita la colpa? E quale è l’origine del Male? E’ possibile riparare il Male? E’ sufficiente espiare il Male per pareggiarne il peso? Sono domande che filosofi  e teologi si pongono da sempre, dalla creazione del mondo e dalla ribellione di Lucifero.
      La famiglia di Adrià Ardèvol era fortunata e felice, perché gli Ardèvol erano ricchi. Come, poi, Félix Ardèvol avesse fatto i soldi, non era del tutto chiaro- prova ne era la sua morte violenta, circondata da un alone di mistero. Félix Ardèvol aveva un negozio di oggetti d’antiquariato, o da rigattiere, se si vuole tenere maggiormente in considerazione la maniera in cui era entrato in possesso degli oggetti acquistati per pochi soldi in situazioni disperate e rivenduti a cifre da capogiro. Tra questi un violino. Anzi, il violino, uno Storioni del 1764. Il violino chiuso in cassaforte che ha anche un nome, Vial. Quando il corpo di Félix Ardèvol viene ritrovato, c’è l’astuccio del violino vicino a lui. Che tuttavia contiene lo strumento comune su cui studia Adrià e non il Vial. Nessuno sa spiegarsi il perché; Adrià si guarda bene dal parlare ma resterà convinto per sempre di aver causato lui stesso la morte del padre.

     Ad Adrià mancava l’amore dei genitori nella sua famiglia felice:  la madre era fredda,  il padre si limitava a dargli degli ordini, a dirgli che cosa si aspettava da lui- grandi cose. Che diventasse un linguista (Adrià finirà con il conoscere dodici lingue), un erudito. Adrià deve eccellere in tutto per soddisfare le ambizioni del padre. Sua madre vuole farne un violinista, invece. Adrià è così solo che parla con due amici che non sono le tipiche creature inventate nelle infanzie infelici- sono due soldatini, il pellerossa coraggioso Aquila Nera e lo sceriffo Carson: saranno al suo fianco per tutta la vita, insieme a Bernat, il ragazzo che incontra  alle lezioni di musica.
     Adrià, Bernat, Sara (la donna di cui Adrià si innamora quando sono ancora quasi bambini e che amerà per sempre), una miriade di altri personaggi vivono in questo romanzo di cui, però, il centro focale è il violino di Cremona che diventa un simbolo, di come la bellezza possa coniugarsi con il male e di come il male non abbia confini, nè di spazio né di tempo. E così la storia del violino, che diventa poi integrante di quella di Adrià e di Sara, incomincia con degli alberi, con un artigiano che sapeva riconoscere il canto del legno, con un delitto a cui ne seguiranno altri. Prosegue in paesi diversi, mentre lo storioni passa di mano in mano, sarà confiscato ad Auschwitz. Ma non è così semplice- proprio perchè il Male è nella natura umana, il medico nazista, o il gesuita dell’Inquisizione, o il musulmano che ha diretto la lapidazione di una donna, o il frate che espiava le sue colpe nascosto in un convento, si scambiano nomi e parti, tra di loro e con Félix Ardèvol, l’ultimo di una catena. No, non l’ultimo- come vedremo quando Adrià cerca di rimediare e di restituire lo strumento. Perchè proprio non c’è fine al Male.
Se Pietro è stato capace di tradire Gesù, anche quello che si considera il migliore amico può tradirci. Come fa Bernat, come fa il vecchio che riesce ad imitare la voce e il comportamento di un altro vecchio la cui famiglia è stata annientata ad Auschwitz. Bernat che si appropria di una storia non sua e della gloria riservata ad Adrià quando questi ormai non sa più riconoscerlo. Tantomeno sapere il suo proprio nome. E questo finale è doloroso e straziante, quando il Male assume una dimensione personale, di una punizione solo in apparenza indolore.

         “Io confesso” è un libro bellissimo, come i precedenti romanzi di Cabré, “Le voci del fiume” e “L’ombra dell’eunuco”. E’ un romanzo colto che percorre l’intera storia d’Europa, ricco di rimandi (osserviamo l’allusione alle “Memorie di Adriano” della Yourcenar  e al “J’accuse” di Zola), teso tra i due estremi possibili per l’essere umano- la bellezza e la conoscenza da una parte e l’abiezione, l’inganno, il Male assoluto dall’altra. 

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


giovedì 22 dicembre 2016

Jaume Cabré, “L’ombra dell’eunuco” ed. 2010

                                      Voci da mondi diversi. Penisola iberica
   la Storia nel romanzo
  il libro ritrovato


Jaume Cabré, “L’ombra dell’eunuco”
Ed. laNuovafrontiera, trad. Stefania Maria Ciminelli, pagg. 441, Euro 19,00

Titolo originale: L’ombra de l’eunuc


 Le cronache dicono che sono diventato pazzo quando tuo padre è fuggito. In effetti è andata così. Ma allora avevo già dentro di me il seme della follia, spuntato quando ho capito che non avrei mai potuto avere una vita normale accanto al mio amore. E la disperazione mi ha portato alla costruzione di un’autentica opera d’arte che mi potesse riscattare; ho trovato la vecchia formula dell’alchimia che dà senso au dur désir de durer che ha tanto ossessionato il mio lato faustiano. E sai come ci sono riuscito? Sai qual è questa opera d’arte? La bella storia degli amori della tua bisnonna Pilar Prim de Genoana.

     Quando ci accorgiamo che non siamo soli, perché il nostro pensiero si aggira di continuo intorno ai personaggi del libro che stiamo leggendo o abbiamo finito di leggere, vuol dire che quello era un bel libro. Quando ci tornano in mente situazioni o frasi che abbiamo trovato in quel libro e ci riflettiamo, ci poniamo domande, cerchiamo risposte o altre soluzioni, vuol dire che quello era proprio un bel libro. Quando persino una casa diventa un personaggio e le sue mura hanno una voce muta che racconta una storia, vuol dire che quello era un libro davvero molto bello.
“L’ombra dell’eunuco” dello scrittore catalano Jaume Cabré è bellissimo, tanto quanto il suo “Le voci del fiume”, pubblicato prima ma scritto dopo questo che è appena uscito.
Una famiglia: i Gensana di Feixes, vicino a Barcellona. Una casa che è stata abitata per duecento anni da sette generazioni di Gensana, con una lunga serie di Maur e di Anton che si alternano, con gli stessi nomi che passano di nonno in nipote.  Due voci narranti, di due uomini che appartengono a due generazioni diverse di Gensana: l’anziano zio Maurici e il nipote Miquel. Racconteranno due storie differenti, perché il primo, ora rinchiuso in una casa di cura, è la Memoria dei Gensana, anche se  è un Gensana per parte di madre, mentre il secondo è un figlio del suo tempo, un ribelle che se ne è andato di casa per entrare in clandestinità e lottare contro il regime franchista per poi ritrovarsi con un pugno di mosche in mano, gli studi interrotti, ricordi che è impossibile cancellare, sensi di colpa, tutto il peso delle sue “azioni e omissioni”. Ci sarà un conto da pagare per tutto questo, ad un certo punto.  

     Tutto inizia in un ristorante: Miquel Gensana ha accettato l’invito a cena di Julia, la collega che deve scrivere un necrologio su Bolós, l’uomo politico che era il più caro amico di Miquel. Compagno di scuola prima, insieme ad un altro: erano i tre moschettieri, poi Rovira aveva preso i voti e Miquel e Bolós si erano uniti alla guerriglia antifranco (nomi in codice, Simó e Franklin). Eppure, durante la cena, Miquel parla soprattutto di sé e non di Bolós (che, peraltro, lui è sicuro sia stato assassinato, così come è sicuro che lui stesso sarà la prossima vittima raggiunta dal passato). Perché- Julia non può saperlo, ma il ristorante che ha scelto è in quella che una volta era casa Gensana. Non più la loro dalla sera di pioggia in cui il padre di Miquel era andato ad aprire la porta, aveva detto, ‘torno subito’, ed era scomparso. Così com’era, in pantofole.

    Jaume Cabré è un mago nel raccontare. Le due voci, di Maurici e di Miquel, si alternano senza un ordine preciso, così come, senza ordine e all’improvviso, può accadere che si passi dalla prima alla terza persona nel narrare le vicende, dall’oggettivo al soggettivo, dall’allora all’adesso. Perché anche le carte del tempo vengono rimescolate e distribuite senza un ordine e il lettore impara a destreggiarsi fra i vari Maur e Anton delle varie generazioni. Ad ogni nome è spesso unito un aggettivo che lo qualifica sul momento, come succedeva ai sovrani di una volta. Così Miquel può essere di volta in volta, Miquel l’Indeciso, il Cacadubbi, Miquel Che, l’Apostata, il Meditatore, l’Eterno Apprendista, mentre Maurici è, per lo più, Maurici Senza Terra. C’è un significato dietro tutti questi nomi: Maurici è il nipote orfano accolto per misericordia in casa dei cugini e finirà, però, per ereditare la casa, lui che è sterile come un eunuco, che è stato svergognato e ricattato perché omosessuale; Miquel è il figlio ribelle che si trova a fare il Che con una pistola in mano senza però alcuna certezza sulla giustezza di quello che sta facendo, che farà poi il critico- che è uno sterile eunuco a fronte dell’artista creativo.
Amori, passioni, egoismi, segreti e tradimenti, un altro romanzo dentro il romanzo della storia del passato raccontata da Maurici; amori, segreti altrettanto pesanti e altrettanto gravi tradimenti nel racconto della lotta armata della giovinezza di Miquel (che, senza saperlo, porta il nome dell’amante dello zio).
E poi, la storia della casa, che ha anch’essa i suoi segreti tra le fronde dei castagni, che racconta attraverso le spine del rosaio e i rami del corbezzolo piantati vicino alla porta. La casa che è stata tradita, giocata a carte, ipotecata, svenduta, con la stanza della biblioteca trasformata nella sala kitsch di un  ristorante.
    Un libro così ricco che è un tesoro da non perdere.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it







mercoledì 21 dicembre 2016

Andrea Molesini, “La solitudine dell’assassino” ed. 2016

                                                                Casa Nostra. Qui Italia
cento sfumature di giallo
la Storia nel romanzo
FRESCO DI LETTURA

Andrea Molesini, “La solitudine dell’assassino”
Ed. Rizzoli, pagg. 366, Euro 19,00

    Carlo Malaguti ha ottantun anni. Gli ultimi venti li ha passati in prigione, nella Fortezza di Trieste. Accusa: ha ucciso una donna. Sì, è colpevole. Al processo gli è stato dato un avvocato d’ufficio ma Carlo Malaguti non ha voluto essere difeso. Adesso sta per essere rimesso in libertà, per buona condotta, e la direttrice del carcere teme che non possa farcela ad affrontare il mondo fuori dal carcere, teme che si tolga la vita. A meno che non riesca a rompere le sbarre della solitudine e raccontare di sé a qualcuno in cui abbia fiducia, qualcuno che trasformi la sua vita e la sua colpa in un libro.
    Luca Rainer è sulla quarantina. Fa il traduttore- ha tradotto Rilke (il nome del poeta è il suo cognome, dopotutto) e Shakespeare. Sua madre, che ha abbandonato lui e la sorella quando Luca era un bambino, è stata l’avvocato difensore di Malaguti. Carlo Malaguti è d’accordo, parlerà con Luca Rainer. E Luca dovrà tradurre un uomo invece che dei versi.

    E’ con dei versi, è parlando delle rose del giardino della prigione che Carlo Malaguti si presenta- non è certo usuale per un assassino. “Nemmeno la pioggia, che ha così piccole mani, conosce le rose”, dice a Luca Rainer, facendo sue alcune parole della famosa poesia di E.E. Cummings. Faceva il bibliotecario, questo vecchio, in un’altra vita di cui dice “Ho vissuto da uomo libero, e la libertà mi ha devastato”, e la sua cultura, la sua passione per i libri, la profondità di pensiero che solo un’attenta lettura può dare, affiorano in ogni sua frase. Che cosa lo ha portato ad uccidere una donna nel febbraio del 1986? Perché mai avrebbe dovuto dirlo, al processo, dal momento che si riconosceva colpevole e non cercava attenuanti?

    “La solitudine dell’assassino”, il nuovo romanzo- molto bello- di Andrea Molesini, è la storia di un uomo e della sua colpa. Un uomo che era un ragazzo che non voleva essere arruolato a forza nella repubblica di Salò negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale e che si era nascosto sull’isola di sant’Erasmo nella laguna veneta. E poi? C’è un nome, Anna, che Malaguti si lascia sfuggire ben presto nel racconto che richiederà tempo per essere raccontato, il tempo di abituarsi l’uno all’altro- lui e il suo traduttore che ha un’altra storia da dirci-, il tempo per fare un viaggio insieme, sul cutter di legno (un gioiello) di Luca, diretti a Itaca. Incontrando dei ‘pirati’ (ma il vecchio Malaguti ha la scaltrezza di un galeotto e non si lascia ingannare), imparando a conoscersi, a rispettare la solitudine l’uno dell’altro, fronteggiando incubi che brandiscono un coltello, riempiendosi di blu, finché forse è meglio tornare a Trieste ognuno per conto proprio, perché a volte anche essere in due è di troppo.
Il tema del viaggio a cui si aggiunge la mitica destinazione che ha la valenza di un ritorno a casa, affrontando i nemici in attesa, assume una coloritura nuova di doppia conoscenza nel romanzo di Molesini, con anche la profondità del mare che è da scandagliare come l’animo umano. E poi c’è la guerra, tema caro ad Andrea Molesini che ritorna puntuale in tutti i suoi romanzi- l’Europa con il fiato in sospeso nell’estate del 1914 in “Presagio”, la disfatta di Caporetto del 1917 nel libro che ho tanto amato, “Non tutti i bastardi sono di Vienna”, la seconda guerra mondiale e ragazzi in fuga nella laguna ne “La primavera del lupo”.
    Perché si uccide? Perché Carlo Malaguti ha ucciso a sessant’anni? Amore, tradimento, gelosia, un lutto portato tutta una vita, un rimorso che rode il cuore, il senso dell’onore che deve essere difeso ad ogni costo- e la parola ‘onore’ ha un suono scespiriano sulle labbra del vecchio Malaguti che esce di scena come un attore tragico, con dignità, lasciandoci con un giudizio sospeso. Ma non siamo tenuti a giudicare- la pena lui l’ha scontata e, fosse stato per lui, avrebbe finito la sua vita in prigione.
    Un bel romanzo, una narrativa limpida e tersa come il cielo di Trieste spazzato dalla bora.

la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.net



    

martedì 20 dicembre 2016

Jaume Cabré, “Le voci del fiume” ed. 2007

                                              Voci da mondi diversi. Penisola iberica
     la Storia nel romanzo
    il libro ritrovato

Jaume Cabré, “Le voci del fiume”
Ed. La Nuova Frontiera, trad. Stefania Ciminelli, pagg. 568, Euro 21,50


    Non sono le voci del piccolo fiume Panamo, difficile a trovare sull’atlante geografico, che risuonano nei nostri orecchi una volta che abbiamo finito di leggere questo splendido libro dello scrittore catalano Jaume Cabré, ma quelle dei personaggi che prendono vita sulle sue pagine, che ci parlano da un passato lontano, e ci domandiamo se sia poi così lontano il passato che non finisce mai e che si riallaccia ad un tempo vicinissimo a noi da cui ci arrivano altre voci, seminando dubbi su quale sia la verità, e se anche la verità sia una merce che si può comperare. Sono le voci del maestro Oriol Fontelles, morto assassinato nel 1944, dell’anziana Elisenda Vilabrù y Vilabrù che è stata testimone della sua morte e di Tina Bros, la maestra dei nostri tempi che ha l’hobby della fotografia e che ha trovato dei quaderni scritti da Oriol Fontelles, nascosti dietro la lavagna di un’aula. Quaderni che smentiscono le virtù che farebbero del maestro Fontelles un santo martire.
     E’ singolare la coincidenza di date- lo scorso 28 ottobre 2007 la Chiesa ha beatificato 498 martiri franchisti e, nelle pagine del romanzo di Cabré, il protagonista Oriol Fontelles muore il 18 ottobre 1944: da allora Elisenda Vilabrù si batte per ottenerne la beatificazione. Con ogni mezzo, senza escludere lo spergiuro, l’eliminazione di testimoni contrari, le mazzette. Perché, secondo le parole di Elisenda Vilabrù, Oriol Fontelles avrebbe impedito a dei guerriglieri del maquis di profanare la chiesa ed è morto abbracciato spasmodicamente al tabernacolo. Questo è quello che lei dice e nessuno, mai, assolutamente mai, si è azzardato a mettere in dubbio quello che dice Elisenda Vilabrù. Ma per quale motivo questa donna, ormai cieca e che cammina con un bastone pur non avendo perso nulla della sua autorevolezza, si è intestardita nel volere che Oriol Fontelles sia dichiarato santo? E chi era in realtà Oriol Fontelles?


     Ascoltiamo le voci- dicevamo. Perché Jaume Cabré ricostruisce la storia di Oriol Fontelles attraverso le voci dei vari personaggi, in un continuo alternarsi temporale, di passato e presente, talvolta senza uno stacco- una frase inizia nel presente e prosegue nel passato, il soggetto che parla (con un uso intrigante del flusso di coscienza o monologo interiore che può scivolare nel dialogo, vero o immaginato) cambia identità, agganciandosi con quanto è stato appena detto, ma in un altro tempo. E allora le storie sono tante, con quella di Oriol Fontelles al centro: nel 1944 la guerra civile è finita da sei anni, ma il passato non è mai sepolto e neppure lo sono i suoi fantasmi. Franco è al potere, i suoi oppositori sono alla macchia e operano come possono, aiutando esuli in fuga dal nazismo a passare i Pirenei, per attraversare la Spagna e giungere in Portogallo e di lì salpare. Verso la vita, chissà.
Oriol Fontelles è il nuovo maestro, arriva  a Torena, nei Pirenei, con la moglie incinta. E’ anche pittore e Elisenda Vilabrù gli chiede un ritratto. Che questa donna affascinante (e la sua- di come le ammazzino il padre e il fratello e lei diventi un’imprenditrice audace e di successo- è un’altra delle storie del romanzo) si innamori di lui è quasi ovvio. Che anche noi lettori la ammiriamo, nonostante sia un personaggio così riprovevole, così dura e spietata, così amorale, è uno dei misteri della grande letteratura. Elisenda è il tratto d’unione che aggancia il passato (la morte del maestro) con il presente (il processo di beatificazione), e al suo confronto appare scialba la donna che cerca di opporsi a lei nel presente con la voce di Tina Bros. Tanto che possiamo indovinare come andrà a finire e chi vincerà- in maniera atroce, confermando la sua inflessibile spietatezza. Comprendiamo allora che tutto si può falsificare, anche la Storia o soprattutto la Storia. E che è importante fare uno sforzo di chiarificazione, qualunque siano poi i risultati, rinarrando la storia- come fa Jaume Cabré, scrittore catalano che scrive in catalano, dettaglio significativo pure questo nel contesto della storia spagnola.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net