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mercoledì 25 marzo 2026

V.C. Andrews, “Fiori in soffitta” ed. 2026

                             Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

      romanzo gotico

V.C. Andrews, “Fiori in soffitta”

Ed. Ne/on- trad. M.G. Prestini, pagg. 422, Euro 20,42

    Li chiamavano ‘le bambole di Dresda’ (Dresden Dolls), giocando con quel loro strano cognome, Dollanganger. Che non fosse il loro vero cognome- che era Foxworth- lo avrebbero saputo molto dopo, quando il loro mondo, quello che conoscevano, era crollato in pezzi. Che fossero belli come le statuine di porcellana di Dresda, invece, era vero. Tutti e quattro biondi, tutti e quattro con occhi azzurri, tutti con un nome che iniziava per C, come il nome dei loro genitori. Chris (per distinguerlo dal padre Christopher), Cathy, i gemelli Cory e Carrie. E la mamma, Corinne. Che era diventata mamma giovanissima se, a trentatre anni, aveva già un figlio di quindici anni.

    Il giorno in cui tutto era pronto per festeggiare il trentaseiesimo compleanno del capofamiglia, la polizia aveva suonato alla loro porta per annunciare che c’era stato un incidente e che il padre/marito era morto.

È solo adesso che i ragazzi vengono a sapere di avere un nonno ricchissimo, che la loro mamma aveva fatto qualcosa che non era piaciuta affatto a suo padre, che questi l’aveva diseredata, che però era molto malato e presto sarebbe morto. La nonna aveva acconsentito ad ospitarli, lei, Corinne, era sicura che avrebbe riconquistato l’affetto del padre- dopotutto entrambi i suoi fratelli erano morti, non c’era che lei ad ereditare la fortuna paterna. E i nonni non avrebbero potuto fare a meno di amare dei nipotini così belli e intelligenti.


    Una sola cosa è vera del racconto della madre: la casa supera ogni immaginazione, è grandissima e bellissima. Ma la nonna che li accoglie è una donna arcigna e bigotta, ossessionata dall’idea del peccato. E per lei peccato è tutto quello che riguarda il corpo e il sesso. Mette subito in chiaro che i quattro nipotini sono figli del peccato, lei non vuole neppure conoscere i loro nomi, loro non dovranno né farsi vedere né sentire. Vivranno chiusi a chiave in una stanza del secondo piano. Dovranno obbedire a una serie di regole da lei imposte che includono norme di pudicizia estreme, non dovranno mai rivolgerle la parola se non sarà lei a far loro una domanda. Sarà lei a portare loro i pasti in camera. E la loro mamma? Corinne tace, Corinne acconsente, dice ai figli che sarà per poco, frequenterà un corso di dattilografia, troverà un lavoro come segretaria, riconquisterà l’amore del famigerato padre. E poi questo morirà prima o poi.

    Ecco, prima o poi. Sembra non morire mai, questo vecchio implacabile signore. Dovevano essere pochi giorni, diventeranno più di tre anni di reclusione. Quelli che soffrono di più sono i gemelli, non capiscono perché non possano uscire, vogliono la mamma, la vecchia megera li terrorizza, non gli piace quello che lei porta da mangiare. Passano i giorni, uguali e lunghissimi, cambiano le stagioni, cambia la loro mamma, cambiano loro.

La bellissima mamma porta giocattoli e abiti, dapprima racconta della scuola che frequenta, poi inizia a raccontare di feste, di balli, dapprima sale da loro anche due volte al giorno, poi lascia passare più giorni senza farsi vedere, finché scompare per due mesi. Possiamo immaginare perché. Chris la giustifica sempre, Cathy è spietata.

Il cambiamento dei quattro Foxworth segue, a due a due, una direzione inversa. Cathy e Chris diventano giovani adulti, invece i gemelli non crescono, sono come delle piante tenute al buio, dimostrano meno dell’età che hanno. Finché Cory si ammala, finché scopriranno l’orribile trama della nonna e della mamma e non c’è niente di peggio del tradimento di chi ci fidiamo, di chi ci dovrebbe proteggere.


     Da “Fiori in soffitta” sono stati tratti due film, uno nel 1987 e uno, per la televisione, nel 2014. Il titolo originale, “Flowers in the attic”, è stato tradotto anche come “Fiori senza sole”- l’inventiva dei due più grandi ha trasformato la soffitta polverosa e stipata di bauli in un giardino con grandi fiori di carta che deliziano i due piccoli e poi sono loro stessi dei fiori che crescono reclusi in soffitta.

Possiamo definire ‘gotico’ o anche ‘noir’ il romanzo di Virginia Andrews narrato in prima persona da Cathy. Come nei romanzi gotici, mancano le sfumature- i personaggi sono cattivi o buoni e innocenti. Il tema più delicato, che suscitò scalpore quando il romanzo fu pubblicato nel 1979, è quello del doppio incesto. Eppure, non abbiamo l’animo di giudicare, ci sembra che altri comportamenti, altre malvagità, siano ben peggiori.

“Fiori in soffitta” è il primo romanzo di una serie di cui c’è anche un ‘prequel’ con la storia dei nonni Foxworth, da non leggere assolutamente prima di questo. Bandito per il suo contenuto in alcune aree degli Stati Uniti, un sondaggio della BBC del 2003 lo ha inserito tra i 200 libri più amati nel Regno Unito.



sabato 11 febbraio 2023

Michael McDowell, “Blackwater 1. La piena” ed. 2023

                            Voci da mondi diversi. Stati uniti d'America

                 romanzo gotico
               saga

Michael McDowell, “Blackwater 1. La piena

Ed. Neri Pozza Beat, trad. E. Cantoni, pagg. 250, Euro 9,90

     Confesso subito di essere stata diffidente nei confronti di questo libro, “Blackwater”, il primo di sei che usciranno a scadenza quindicinale. Sapevo che era un miscuglio di generi- horror, gotico, feuilleton, romantico, realistico. Sapevo (altro motivo in più per essere diffidente) che sarebbe uscito a puntate, come nella sua prima edizione del 1983, e, quando un romanzo esce a puntate, risponde al consiglio che Wilkie Collins aveva dato, più di un secolo fa, all’amico Charles Dickens: falli ridere, falli piangere, falli aspettare. Temevo quindi il sensazionalismo.

    Ho letto “La piena”, il primo volume, in un giorno- direi proprio che Michael McDowell è riuscito in pieno a stregarmi. E tutti i possibili difetti anticipati diventano parte della magia del romanzo.


   Perdido, in Alabama. 1919. Il fiume ha esondato, gli abitanti hanno dovuto lasciare le loro case. La famiglia dei Caskey, una delle più ricche della cittadina, è al centro della trama. Posseggono segherie, sono commercianti di legname. Il capofamiglia è la vedova Mary Love, una donna di ferro, la matriarca che dirige le sorti di tutti e di tutto, della figlia che si avvia a diventare una zitella e del figlio maschio, Oscar, che è incapace di sottrarsi ai suoi ordini. Perfino il debole cognato (ha una moglie alcolizzata e una bambina) ha timore di lei. Mentre le acque fangose del Perdido sommergono ancora le abitazioni, Oscar e il servitore di colore salvano una giovane donna che vedono, sola, attraverso la finestra dell’albergo. Lei sale sulla loro barca, il servitore nero tornerà poi a prendere le sue due valigie. Ne riuscirà a prendere solo una, guarda caso la valigia scomparsa conteneva i documenti della ragazza dai capelli rossi come il fango. Non c’è niente che provi che il suo nome sia Elinor Dammert, che venga da Wade, che abbia studiato allo Huntingdon College, che abbia un diploma da insegnante. Chiedere informazioni su una povera donna che ha perso tutto? Assolutamente no. Come ha fatto a sopravvivere per dei giorni senza neppure essersi bagnata nella stanza d’albergo?


    Quando si legge un libro come “Blackwater” si deve essere pronti a sospendere l’incredulità, a non farsi domande sulla strana fanciulla che sembra essere la regina delle acque, che sembra cambiare forma, che fa attecchire davanti alla casa dei Caskey delle querce d’acqua che crescono a velocità vertiginosa. E poi succedono parecchie cose strane, anche delle morti opportune. C’è chi soccombe al fascino di Elinor (il cognato di Mary Love che la ospita in casa sua, la sua bambina, Oscar, soprattutto Oscar che se ne innamora), c’è chi ne diffida e la odia (Mary Love, anche perché Elinor le ruba il figlio), c’è chi non sa per chi schierarsi (la sorella di Oscar, la servitù di colore). Succedono cose strane, accettiamole. Echi della Belle Dame sans Merci di Keats, di Ligeia di E. A. Poe, di tutte le donne incantatrici come Circe risuonano nelle pagine de “La piena”.

   Il finale obbedisce al ‘fateli aspettare’- è un colpo basso, ci lascia pieni di curiosità a contare i giorni prima dell’uscita del seguito. Sperando che non deluda.

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