sabato 30 gennaio 2016

Rebecca West, “Il ritorno del soldato” ed. 2009

                                Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
          prima guerra mondiale
          il libro dimenticato
          FRESCO DI LETTURA


Rebecca West, “Il ritorno del soldato”
Ed. Neri Pozza, trad. B.Bini, pagg. 143, Euro 10,20


   Baldry Court, 1916. Una splendida tenuta nell’idilliaca campagna inglese, quanto di più lontano possibile dal fango delle trincee e dagli orrori di una guerra di cui arrivano voci attutite. Il romanzo di Rebecca West si apre con due assenze e due presenze: Chris è al fronte, il piccolo Oliver è morto da tempo, nella casa rimodernata e perfetta vivono Kitty, la moglie di Chris e la cugina di lui, Jenny. Giornate lunghe e fatte di niente. Si nomina, ogni tanto, Chris, sperando che non gli succeda nulla e che ritorni presto. Pare strano che la stanza da gioco di Oliver sia usata dalla sua mamma per sedersi al sole facendosi asciugare i capelli- c’è qualcosa di fatuo in questo, manca un accenno al dolore. Si sottolinea tutto quello che è stato cambiato, nella casa e nel giardino, per volontà di Kitty, e anche questo è strano, c’è qualcosa di lezioso nella cura della bellezza delle cose quando il mondo sta andando in pezzi.

    Poi entra in scena Margaret, la donna rozza dalle ‘brutte’ mani, dal ridicolo cappello di paglia nero e l’incerata gialla: che cosa ha a che fare questa donna con la raffinatezza di Baldry Court? Anche lei non sa come dirlo, e quello che dice ha dell’incredibile. Chris sta male, è in un ospedale di Boulogne. La moglie e la cugina non le credono: come fa a saperlo questa estranea? Sarebbero dovute essere loro a ricevere la notizia. Ecco, qui sta il punto, che Margaret cerca di far capire con la delicatezza di cui è capace: lei conosceva molto bene Chris. Ma era quindici anni prima.
Rebecca West
    La letteratura inglese è ricca di romanzi, di poesie e di personaggi che hanno vissuto questa esperienza traumatizzante. E Chris, come molti di loro, è vittima della sindrome, mai messa a fuoco prima, dello shock della guerra. Non ha ferite sul corpo, Chris. Non è severamente menomato come Lord Chatterley. Ma ha cancellato dalla memoria quindici anni della sua vita. Non riconosce né la moglie né la casa così com’è ora. Riconosce, invece, sotto le nuove rughe, la pelle sciupata, il corpo un po’ sfatto, la donna che ha amato quindici anni prima e che per lui è rimasta la ragazza di allora. Sarà necessario un altro shock (ed è strano che né Kitty né Jenny ci abbiano pensato) per fargli ricordare tutto e farlo guarire.
Che cosa significa, però, la guarigione di Chris? E’ un bene o un male per lui? I cancelli del giardino dell’Eden si sono chiusi per sempre, il primo amore deve essere relegato in un cassetto della memoria, Chris deve fare i conti con il sentimento che lo ha portato a sposare la donna che pare, bella e raffinata, sì, ma scialba e fredda al confronto con Margaret. Soprattutto, se è guarito, Chris deve tornare al fronte, alla guerra che la misericordia dell’oblio ha allontanato da lui. E allora il titolo “Il ritorno del soldato” acquista un doppio significato- ritorno a casa e ritorno alle trincee.


     Lo stile raffinato di Rebecca West è quello del così tipico understatement inglese. La tragedia dei corpi dilaniati e delle grida e del sangue, il dramma degli storpi che tornano a casa per soffrire una mancanza di riconoscimento inversa a quella di Chris, il dolore bruciante della perdita- tutto questo è lontano dal mondo del romanzo della West. Bisogna cercarla, la tragedia, nascosta dietro l’idillio verdeggiante di Baldry Court. Ma è là, nel passo di Chris che incespica sugli scalini (non c’erano, prima), nella stanza che ora serve solo ad una donna un po’ frivola per asciugarsi i capelli.


mercoledì 27 gennaio 2016

Ted Thompson, “La seconda vita di Anders Hill” ed. 2016

                                   Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
          FRESCO DI LETTURA


Ted Thompson, “La seconda vita di Anders Hill”
Ed. Bollati Boringhieri, trad. M. Guidieri Berner, pagg. 273, Euro 14,88

      Ce l’ha fatta da solo, Anders Hill, ad arrivare dove è arrivato. Suo padre, un giudice, aveva programmato l’avvocatura per lui, ma Anders si era rifiutato di seguire un percorso già tracciato. Era scappato di casa, nel Sud, per arrivare ad una piccola università nel Nord dove aveva ottenuto una borsa di studio. Che non era sufficiente e perciò Anders aveva lavorato durante gli anni del college. A ventotto anni aveva già un incarico prestigioso come consulente finanziario e adesso ha una splendida casa (gravata da ipoteca) a circa un’ora da New York (giorno dopo giorno ha preso il treno insieme agli altri pendolari), una moglie (Helene, il suo primo amore degli anni dell’università), un figlio che gli ha dato due nipotini e un altro figlio che invece gli ha sempre dato un sacco di preoccupazioni, e gliene continua a dare.
    E a sessant’anni Anders Hill decide che ne ha abbastanza, che andrà in pensione, che non vuole avere più niente a che fare con il mondo della finanza in cui il successo personale coincide con la rovina di piccoli risparmiatori. Ne ha abbastanza anche del suo matrimonio, anche se la tempistica della rivelazione del suo desiderio di divorziare è pessima- lo dice ad Helene sul taxi che li porta alla cena di laurea del figlio minore.

      “La seconda vita di Anders Hill” di Ted Thomson è uno spaccato di vita americana, la corsa verso un successo che ha bisogno di essere configurato in simboli standardizzati- bella casa, bella moglie, figli obbedienti (due è il numero giusto), bella automobile- e andrebbe tutto bene se non ci fossero degli imprevisti. L’infarto di Anders, ad esempio, che obbliga ad una pausa di riflessione. Il figlio ribelle. Il momento in cui ci si rende conto che la compagnia delle persone che si sono sempre frequentate ci annoia profondamente (e, dopo qualche bicchiere, lo si lascia anche capire chiaramente). O che sono almeno cinque mesi che non si fa più l’amore con la moglie. O che proprio non si può più ingannare la gente e pensare solo al proprio tornaconto.

     La seconda vita di Anders Hill incomincia con una seconda ribellione ed è il suo anticonformismo che lo avvicina al figlio degli amici che è in rotta con i genitori. E Anders accumula errori su errori: l’aver accettato di provare qualunque fosse la droga che Charlie gli offriva, lì, nel giardino di casa, a due passi dal padre e dalla madre, lo rende responsabile del malore di Charlie che finisce in ospedale per overdose? E dopo ancora, quando Charlie, scappato dall’ospedale, lo cerca per affidargli la sua amata tartaruga, e Anders non contatta immediatamente i genitori- è colpevole, Anders? Non ha affatto le idee chiare, Anders Hill. Ha preso una decisione che può anche essere giusta ma è stata impulsiva. Non ha messo in conto la gelosia per il nuovo fidanzato della moglie, e neppure il peso finanziario della casa che non è ancora stata pagata. E poi la seconda vita di Anders Hill alza anche il sipario sulla seconda vita di altri- della moglie che già lo tradiva, degli irreprensibili vicini troppo deboli con il figlio minore, di Preston, il figlio scapestrato di Anders.

     Un’immane tragedia è in attesa dietro questo sipario e il continuo spostarsi del tempo della narrazione, tra il passato e diversi livelli di presente, serve per prepararci, per aiutarci a cogliere piccoli indizi, a vedere le crepe che sono destinate ad allargarsi, come sta succedendo a quelle della dimora che Anders acquista per ristrutturarla e lanciarla come albergo, alla fine. La casa della apparente felicità passata viene venduta, una casa fatiscente ma che ha un significato storico viene comperata e offrirà il futuro della seconda vita di Anders Hill.

      Il romanzo di Ted Thomson è perfetto per un adattamento cinematografico, è una storia un poco banale e trattata con una certa superficialità, ma ha un protagonista che piace per le sue debolezze, un uomo in cui, per certi versi, ci si può rispecchiare.


Georgij Vajner, "Il bacio di Mida" ed. 2002

                                                             Voci da mondi diversi. Russia
                 noir
                 il libro ritrovato

Georgij Vajner, "Il bacio di Mida"
Ed. Neri Pozza, pagg. 576, Euro 18,00


     Russia, oggigiorno. Una Russia che è diventata "un' enorme casa da gioco" dove "tutti giocano, su tutto, su tutti". Ai tempi del comunismo la gente si annoiava. Adesso la vita è diventata  interessante, adesso "c' è il più vorticoso carnevale di tutta la storia". Gira un' enorme quantità di denaro, è sempre guerra. Una guerra non troppo pericolosa, non molto sanguinosa, straordinariamente redditizia.
E' in questa nuova Russia che ha preso il posto dell' URSS che lo scrittore Georgij Vajner ambienta il suo romanzo "Il bacio di Mida". Riduttivo definirlo romanzo poliziesco solo in base all' azione della trama - un ufficiale capo dell' Interpol viene incaricato di scortare a Mosca un malavitoso estradato dalla Francia. Senonché questo viene ammazzato subito dopo il suo arrivo perché la faccenda è più complicata e coinvolge direttamente il poliziotto e due altre persone, suoi amici d' infanzia. Inseguimenti rocamboleschi, fughe da uscite secondarie, sparatorie, un pit-bull ucciso con un colpo da maestro e poi impiccato, un party favoloso che ricorda quello del Grande Gatsby, un attentato che copia quello teso a Kennedy da Oswald (e c' è un parallelo anche tra l' origine dell' enorme ricchezza delle vittime). Chi ci va di mezzo, alla fine, è una donna bellissima e infelice.    
    
Dei tre personaggi principali conosciamo i veri nomi, Sergej, Kot e Aleksander, e i nomi che si erano attribuiti nei giochi da bambini: Fedele Destriero, Gatto Audace e Cane Astuto. A distanza di ventisei anni resta il ricordo sentimentale di un passato meraviglioso vissuto insieme, ma solo Fedele Destriero - come ben dice il suo appellativo - non ha dimenticato i vincoli dell' amicizia. Lo sa bene Aleksander- Cane Astuto che lo vuole sempre vicino a sé, perché è certo che Kot non lo ucciderà se l' altro è accanto a lui. Resta a vedere chi dei due ammazzerà prima l' altro.
Tre personaggi paragdimatici e nello stesso tempo fortemente individualizzati - Sergej a cui non interessano i soldi, il piedipiatti "fatto ad immagine e somiglianza di Cristo", che sembra l' unica persona onesta rimasta; Kot, mitico vincitore di una medaglia olimpica, atleta eccezionale, scanzonato e audace come lo definisce il soprannome; Aleksander, candidato governatore della Siberia orientale, il Boss Bossovich, il re Mida che trasforma in oro quello che tocca, che ha capito per primo che chi possiede l' informatizzazione possiede il potere e la ricchezza. E si sa che chi è enormemente ricco ha giocato sporco. Ma anche Aleksander ha un segreto come il re Mida dalle orecchie d'asino, anzi, più di uno per cui può venire ricattato dall' amico che lui tradirà con il bacio di Giuda. Un finale amaro: muore anche la Russia con la donna che tutti e tre hanno amato?  Brillante fusione di generi e di stili - ampio respiro del romanzo tradizionale russo, atmosfera della detective story americana, echi della cultura europea che arricchisce ogni pagina nell' affresco di una società che ha alle spalle la fine di un' utopia.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net





Intervista a Georgij Vajner, autore de "Il bacio di Giuda" ed. 2002

                                                    Voci da mondi diversi. Russia
                                                        il libro ritrovato
                                                        noir

               Georgij Vajner è nato nel 1938 a Mosca e dice che morirà a Mosca, anche se adesso vive tra Russia e Stati Uniti. E' a Milano per presentare "Il bacio di Mida" nella prima traduzione mondiale. Lo accompagna la moglie, una signora dolce che gli fa da interprete quando lui, preso dalla foga del discorso, passa a parlare velocemente in russo. Quando Vajner si allontana per farsi fotografare, lei mi dice che non è più tornata in Russia da dodici anni, mentre suo marito va regolarmente a Mosca, per immergersi nell' ambiente. E lei ogni volta non è tranquilla fino al suo ritorno, ha paura che possa succedere qualcosa  e che lui venga trattenuto.


Signor Vajner, vorrei che lei mi parlasse delle fasi importanti della sua vita, sia da un punto di vista personale sia da un punto di vista politico.
     Il libro di George Orwell "1984" descrive perfettamente lo stile di vita della società intellettuale in Russia : il doppio modo di pensare della gente perché il Grande Fratello ti guarda sempre e tu devi nascondere i tuoi veri pensieri. Il libro di Orwell è il miglior libro che sia stato scritto sulla vita in qualunque paese a regime totalitario, sia questo l' Unione Sovietica o la Germania di Hitler. Ho iniziato a scrivere nel 1966 e, da allora, per dieci anni, mi sono prefisso un solo compito: non aiutare il regime, non mentire, non fare propaganda al Male. Ho scelto di scrivere romanzi polizieschi perché questo è un genere che non aiuta il governo e si possono raccontare storie di criminali. Mio padre era un uomo molto semplice, avrà seguito due anni di scuola, ma era molto intelligente. Ero un bambino, ma da lui ho imparato che il regime di Stalin era disumano e quelli che sono venuti dopo di lui non erano meglio.
Sì, Kruscev era meglio, ha rimesso in libertà 100.000 prigionieri politici. Dopo la morte di mio padre volevo scrivere qualcosa di diverso. Volevo scrivere un libro in sua memoria. Mio fratello ed io abbiamo scritto insieme due libri e non pensavamo sarebbero mai stati pubblicati. Se il KGB li avesse trovati, saremmo finiti in prigione. Erano due libri sull' Olocausto degli Ebrei russi, il famoso "caso dei dottori", quando i medici ebrei furono accusati di aver complottato per uccidere Stalin e tutti gli ebrei, insieme all' intellighenzia russa, furono mandati in Siberia. E' stato uno dei crimini più gravi del governo comunista. Dopo la morte di Stalin si disse che il caso era stato montato dal KGB e parecchi membri del KGB furono uccisi. Adesso non c' è più l' Unione Sovietica, ma il KGB c' è ancora, è un pilastro. Adesso non ammazzano le persone, sono più poveri, hanno meno potere, ma il sistema è lo stesso.

Furono mai pubblicati quei due libri?
     I libri non potevano essere pubblicati, sarebbe stato troppo pericoloso anche farli circolare tramite la samiszdat, la stampa underground, perché lo stile di scrittura avrebbe potuto essere riconosciuto. Abbiamo scavato una buca non lontano da Mosca e vi abbiamo nascosto i libri. Sono rimasti sotto terra per 11 anni. Non avevo paura per me ma per i miei figli. Non credevo che il sistema avrebbe potuto crollare mentre ero ancora in vita. Pensavo che il comunismo sarebbe durato per sempre.
Dopo Gorbachov e la perestrojka ho inviato un libro negli Stati Uniti ed è stato pubblicato da una casa editrice russa. Era il 1990 e avevo già mandato i miei figli a studiare in America. Nel 1992 il libro fu pubblicato anche in Russia e ne sono state vendute 3 milioni di copie: è l' orgoglio della mia vita. Per via di quel libro sento che la mia vita non è stata sprecata.

Come si intitola questo libro?
     In italiano sarebbe "Il Vangelo del boia". Finora è stato tradotto solo in francese, da Gallimard. Ci sono tanti libri sui crimini di Stalin. Sono tutti libri su quelli che sono morti o sopravvissuti. Io scrivo dall'altro punto di vista: che cosa volevano? perché hanno ucciso tante persone? Vivrò per sempre con questo libro.

E dopo?
    Dopo sono stato invitato negli Stati Uniti e nominato Editore Capo del maggiore quotidiano russo in America. E poi ho scritto "Il bacio di Mida": questo libro è venuto al momento giusto per la Russia. E' un romanzo sulla situazione attuale, quando il terrore del KGB è stato sostituito dal terrore del mondo del crimine. Adesso in Russia ci sono degli oligarchi, dei magnati, dei bilionari insieme al potere del governo. Si sono impossessati di tutte le ricchezze del paese. La gente semplice era povera e adesso è ancora più povera, mentre il potere di questo governo è maggiore perché hanno i soldi.

Quali cambiamenti ci sono stati nella società russa, oltre a quelli che sono evidenti nel linguaggio del suo libro?
    La lingua è lo specchio della vita di una società. Il modo di vivere americano è il sogno di tutti i giovani russi, abbiamo importato tutti i modelli americani, dalle parole inglesi, ai McDonald's, alla musica rock, alla droga, a Internet.

La Russia è un paese così vasto: questi cambiamenti si sono verificati ovunque?
    Assolutamente no. La Russia è povera e buia. Il popolo è fatto di contadini. Manca l' informazione. Non hanno né televisori né telefoni. I cambiamenti riguardano le grandi città, Mosca, San Pietroburgo, Kiev.
Kiev
 I personaggi del suo romanzo hanno un ruolo simbolico?
     Due mesi dopo la pubblicazione del libro un campione olimpionico, Tichonov, fu messo in prigione per un crimine simile a quello di Kot nel romanzo e ho ricevuto un sacco di telefonate di domande su questa coincidenza. Sergej è modellato su un mio carissimo amico, assistente del segretario generale dell' Interpol, una persona molto intelligente. Anche Aleksander è come un mio amico, un re del petrolio, il tipico magnate. I tre personaggi rappresentano tre forme di potere: Sergej è la persona onesta che sente un dovere verso la gente; Aleksander è il potere dei soldi; Kot incarna la speranza, la volontà di sopravvivere sotto qualunque pressione. E Marina, l'infelice Marina, è la tipica donna russa che non ha bisogno di ricchezze, ma vuole comprendere l' anima. Le piace Kot ma lui è la libertà e lei sa che il futuro è Aleksander. Aleksander è il vero potere, la vera vita. Kot è il suo ieri e l' amore di Aleksander può essere il suo domani, ma lei non ha una vita oggi.

Conosciamo molto bene la grande letteratura russa e poi Bulgacov, Solzenitsyn, Pasternak. Dopo c' è un silenzio e adesso ricominciamo a leggere le traduzioni di autori russi.
        Il silenzio non è finito, noi viviamo nel silenzio. Non so quali scrittori russi mi piacciano. La letteratura ha bisogno di pressione. Gli scrittori russi soffrono di un male da profondità. Dopo gli anni del comunismo, in cui non si poteva fare né dire nulla, adesso che sono liberi di parlare, è come se riemergessero in superficie dopo un' immersione e gli scoppiasse il cervello. Scrivono libri sporchi, mi vergogno di leggerli. Non sanno quello che vogliono. Da 200 anni gli scrittori russi non sono stati solo scrittori ma hanno insegnato alla gente, hanno dato grandi ideali. Lo scrittore russo che ammiro di più è un vecchio scrittore, Iskander, che è stato candidato per il premio Nobel.
Fazil Iskander
 Nel libro si accenna al problema degli alloggi, com'è la situazione riguardo alle case nella Russia di oggi?
    Nelle grandi città ci sono dei palazzi bellissimi, appartamenti da 2 milioni di dollari. Chi ha soldi può comperare case fantastiche, con piscina. Ma la gente normale vive ancora in appartamenti che condivide con altre famiglie, con uso comune di cucina e bagno. La gente comune è infelice e pensa che fosse meglio sotto il comunismo. Avevano salari bassi, pensioni basse, ma erano cifre su cui potevano contare. In Bielorussia dove hanno ancora il sistema sovietico, sono felici e il 90% della gente vota comunisti.



La criminalità: è davvero così pericolosa la vita in Russia o lo è solo per quelli che appartengono al mondo della malavita?

    Non si possono fare distinzioni. La droga è aumentata di 200 volte, è un problema nazionale. E' la conseguenza della libertà. Nell' Unione Sovietica non c' erano armi in giro, adesso ce ne sono migliaia nelle mani di criminali, ci sono spesso sparatorie nelle grandi città, è veramente pericoloso. Un altro problema è la vodka che costa molto poco, l' alcolismo è diffusissimo. La lunghezza media della vita in Russia è di 57 anni. L' età della pensione è 60 anni e si parla di aumentarla ai 65 anni: nessuno ci arriverà.


Georgij Vajner, "Il bacio di Mida"
Ed. Neri Pozza, pagg. 576, Euro 18,00

























lunedì 25 gennaio 2016

Ralf Rothmann, “Morire in primavera” ed. 2016

                                             Voci da mondi diversi. Area germanica
                seconda guerra mondiale
                 FRESCO DI LETTURA

Ralf Rothmann, “Morire in primavera”
Ed. Neri Pozza, trad. R. Cravero,  pagg. 205,  Euro 16,00


       Penso all’incipit de “Il buon soldato” di Ford Madox Ford, Questa è la storia più triste che abbia mai sentito, quando termino di leggere il bellissimo romanzo “Morire in primavera” di Ralf Rothmann. E se vi chiedete se sia possibile scrivere ancora qualcosa di nuovo sulla seconda guerra mondiale, la risposta è ‘sì’ ed è in questo libro.
    E’ la primavera del 1945, l’ultima primavera di quella che doveva essere una guerra lampo e che durava da sei anni. Solo chi non vuole sapere non sa che i tedeschi hanno perso, che gli americani sono già sul Reno, che l’Armata Rossa avanza. Prova ne sono gli sfollati della Prussia orientale fuggiti in massa e alloggiati dove è possibile, anche nella fattoria dove Walter e Fiete- i due protagonisti del romanzo- lavorano come mungitori. E adesso Hitler, che farnetica sulla nuova arma, sulla vittoria, sulla fedeltà e sull’onore, si è messo ad arruolare anche i ragazzini. Non hanno neppure diciott’anni, Walter e Fiete, quando sono arruolati a forza. A Walter andrà bene, perché sa guidare e lo metteranno al volante dei veicoli per gli approvvigionamenti. Ma Fiete si troverà in prima linea, proprio lui che è sempre stato contro la guerra, che aveva l’ardire di salutare con un Drei Liter invece che con Heil Hitler- nel clamore delle urla la pronuncia delle parole suonava simile, nessuno se ne sarebbe accorto. Suo padre aveva combattuto nella prima guerra mondiale e diceva che l’orrore della guerra si imprimeva dentro le cellule e faceva parte del patrimonio genetico che avrebbe tramandato ai suoi figli. Forse per quello Fiete era così.
Succede comunque che Fiete viene ferito. E’ già la fine di marzo, è questione di giorni, di ore. Se solo potesse restare in ospedale finché arrivano gli americani, potrebbe cavarsela. Ma no, chiunque sia in grado anche solo di strisciare viene rispedito al fronte. E Fiete diserta. Fiete fugge. Fiete viene riacciuffato e condannato a morte. Questa storia di bambini che fanno la guerra sarebbe già abbastanza triste così, ma il peggio deve ancora venire. Non lo dimenticheremo noi e non lo dimenticherà mai neppure Walter che è anziano e sul letto di morte all’inizio del libro. Straparla, sente rumori. Sua moglie sa che sono i rumori della battaglia, quelli che sente. Eppure non ha mai voluto raccontare niente a suo figlio.
    La guerra di “Morire a primavera” è la guerra che non viene raccontata, quella di cui sappiamo poco perché chi l’ha vissuta ne sapeva poco. I protagonisti del romanzo di Rothmann non sanno, o sanno vagamente, dei rastrellamenti, dei treni piombati, dei campi. Vedono prigioniere con il cranio rasato e vestite di stracci a righe ma non si fanno domande, si sa, è la guerra. Solo dopo, quando Walter è tornato, un uomo- ha bevuto- dice che quello che Hitler ha fatto con gli ebrei è stato tutto un errore. Nella campagna della Germania del Nord dove c’è la fattoria in cui lavorano Walter e Fiete arriva solo l’eco delle notizie delle città bombardate, ne parlano gli sfollati, ma per loro, per i contadini che devono continuare a raccogliere quel poco che la terra dà e a mungere le vacche per mandare il latte all’esercito, la guerra è lontana, forse ce la faranno a sopravvivere, basta tenere duro.
Una coltre di tristezza copre il romanzo, grigia come la campagna sotto le piogge primaverili. Perfino le storie d’amore hanno il velo di malinconia dell’incertezza del futuro, della sensazione che ogni possibile gioia sia scomparsa dal mondo, dell’urgenza di aggrapparsi a qualcosa di concreto come è un corpo vivo- adesso, al momento, perché il dopo non si sa.
    E’ inevitabile pensare a Remarque, a “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, leggendo “Morire in primavera”. Sono dei ragazzini che vanno a combattere, in entrambi i libri, in due guerre diverse. Ma i protagonisti di Remarque hanno voglia di lanciarsi in una gloriosa avventura, quelli di Rothmann sanno già, prima ancora di partire, che non c’è nessuna gloria davanti a loro. Anzi, c’è la morte quasi certa. Paolo e i suoi compagni si sono arruolati volontari e con entusiasmo, Walter e Fiete sono stati obbligati- e Fiete avrebbe disertato subito, Fiete aveva dovuto essere messo a tacere dall’amico per non essere giustiziato immediatamente per disfattismo. C’è una sola luce nel romanzo di Rothmann, come già in quello di Rermarque: il valore dell’amicizia, il calore di un sentimento che può limitare il senso di spaventosa solitudine davanti alla morte.
      Un libro bellissimo.



     

domenica 24 gennaio 2016

Jurij Družnikov, “Angeli sulla punta di uno spillo” ed. 2006

                                                         Voci da mondi diversi. Russia
           satira
           il libro ritrovato

Jurij Družnikov, “Angeli sulla punta di uno spillo”
Ed. Barbera, trad. Federica Aceto, pagg. 566, Euro 18,50  (prezzo attuale, Euro 3,56)



   “Il numero di angeli che possono stare sulla capocchia di uno spillo è uguale alla radice quadrata di due”, dice la citazione all’inizio del romanzo dello scrittore russo Jurij Družnikov, che è come dire un numero infinito. E c’è qualcosa di paradossale nella terminologia della citazione, se riferita al significato del libro, e cioè che il numero di dissidenti, inafferrabili e volatili come angeli, è impossibile da verificare nella sterminata estensione del territorio russo. E “Angeli sulla punta di uno spillo” incomincia con il ritrovamento di un manoscritto polemico e pericoloso che circola in samizdat, e termina- dopo che con fatica si è riusciti a far sparire il primo- con un altro testo dello stesso tenore, come se, scalzato un angelo dalla capocchia di uno spillo, il suo posto venisse preso immediatamente da un altro. All’infinito, soprattutto se si considera il titolo del primo fascicolo, “La Russie en 1839”, e l’occhio deve controllare ripetutamente la data, perché quello che si dice della Russia del 1839 è valido anche nell’Unione Sovietica di 130 anni dopo.

     E’ un romanzo esplosivo, quello di Družnikov, come una bomba con la miccia lunga, di un humour corrosivo e selvaggio che ricorda quello orwelliano. L’ambientazione è a Mosca, alla fine degli anni ‘60 con “Sopracciglione” al governo- Brežnev, anche se siamo avvisati che non ci verrà niente di buono a cercare di riconoscere persone note nei personaggi del libro. E la redazione di un giornale è un microcosmo perfetto per uno stato in cui si mente per proteggersi e dire la verità può scuotere le fondamenta del paese. “Trudovaja Pravda” è il titolo del giornale, “la verità che costa fatica”, ma quale verità?
Il direttore Makarcev è allenato a smistare mentalmente le notizie in verità allargata, verità ristretta e verità assoluta, e- ricordate il Ministero della Verità in “1984”?- in definitiva la verità si confeziona ad arte. “Io non so che professione sia quella del giornalista. Io, di professione faccio il bugiardo”, dice l’ebreo Rappoport, il personaggio più grandiosamente significativo tra tutti quelli che vivono in queste pagine. Il suo è un lavoro creativo, le sue bugie sono assolutamente pure, senza ombra di verità, e sono anche altamente morali e consolatorie in quanto garantiscono e promettono un futuro stabile. Il punto di partenza della narrazione è l’infarto di Makarcev, pretesto per domandarsi quale ne sia stata la causa, per scavare nella pressione quotidiana del dover vivere nascondendo la paura sotto una maschera di tranquillità. Con Makarcev in ospedale, in ufficio qualcuno prende il suo posto, il manoscritto pericoloso che Makarcev aveva già messo in una busta per il KGB passa di mano in mano, suo figlio viene messo in prigione per aver investito due persone guidando in stato di ubriachezza (ma c’è un prezzo politico per tutto, anche per venir assolti e rilasciati), un giornalista viene picchiato senza motivo dalla milicija, un altro viene accusato di aver scritto il manoscritto samizdat e scompare dalla circolazione, un medico specializzato in Impotentologia applica la sua terapia a Sopracciglione e Rappoport inserisce un decimo cerchio nell’Inferno di Dante per i corruttori di intere nazioni- per se stesso, ma anche per Hitler e Lenin, Stalin e Mao, i politici senza scrupoli e i loro giornalisti.
Ed è impossibile parlare di tutti i personaggi e di tutte le loro storie e del loro passato, il microcosmo funziona come una matrioska- la vicenda di uno termina con l’inizio di quella di un altro, ad incastro, in questo splendido romanzo russo che trabocca di una satira irridente ed amara.

    

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


sabato 23 gennaio 2016

Yashar Kemal, “Memed il falco” ed. 2010

                                                         Voci da mondi diversi. Medio Oriente
                   il libro dimenticato


Yashar Kemal, “Memed il falco”
Ed. Bur, trad. Antonella Passaro, pagg. 447, Euro 11,05. E-book Euro 6,99


    E’ stata Esmahan Aykol, quando la incontrai a Istanbul per intervistarla nel 2013, a suggerirmi di leggere “Memed il falco” di Yashar Kemal, lo scrittore turco che, secondo lei, meriterebbe il premio Nobel. Lo avevo comperato immediatamente (che meraviglia, poter acquistare un libro con un click da una stanza d’albergo a Istanbul) e però il libro era rimasto in attesa, sullo scaffale del mio tablet. Il momento di leggerlo è arrivato solo ora, per il solito motivo arcano che ci fa scegliere un libro piuttosto che un altro.
     “Memed il falco” ci porta in un mondo lontano e in un tempo fuori dal tempo, in una regione brulla della Turchia dove i campi sono ricoperti da cardi spinosi che rendono difficile e penosa l’aratura, il latifondismo fa sì che i due terzi del raccolto vadano ad un solo padrone, il temuto Aga Abdi che si arroga il diritto di vita e di morte sui contadini dei villaggi. Il tempo non è mai chiaramente definito, parrebbe essere agli inizi del secolo scorso, ma poco importa perché la storia di Memed- amore, ribellione, vendetta, morte- è vecchia come il mondo e in ogni angolo del mondo si ripresenta con varianti di colore e cultura locali.

C’è un antefatto alla vicenda- Memed ha solo undici anni quando fugge dal suo villaggio perché non sopporta più le angherie dell’Aga. Ha i piedi e le gambe piagati dai graffi dei cardi, pensa di essere andato lontano e invece c’è solo una montagna tra la casa dove ha lasciato la madre vedova e quella dove viene accolto con generosa ospitalità da un contadino. E’ la nostalgia che porta in seguito Memed a farsi riconoscere da un uomo che- lo sa benissimo- non sarà capace di tacere e guiderà l’Aga sulle sue tracce. E’ fatta: il rancore del padrone che non tollera alcuna insubordinazione durerà per sempre. L’Aga fa pagar cara la fuga a Memed e a sua madre, li riduce alla fame. Qualche anno dopo Memed dichiara il suo amore a Hatçe, che, però, è stata promessa ad un nipote dell’Aga. La tragedia che segue è prevedibile- scorre il sangue, Hatçe viene ingiustamente accusata e finisce in prigione, Memed scappa sulle montagne e diventa un bandito.

    Riconosciamo gli elementi tipici delle storie avventurose proprie dei paesi con una natura selvaggia che si presta a nascondigli e agguati, a inseguimenti e rapine, quando non c’è alternativa che farsi giustizia da sé perché le leggi sono inique e si ricorre allora al banditismo. Memed, però, è un bandito ‘buono’. Memed capisce subito che non può andar d’accordo con l’uomo soprannominato ‘il Matto’ che deruba i viandanti indiscriminatamente e li lascia in mutande- quella è la sua ‘firma’, l’ultima umiliazione. Memed è una sorta di Robin Hood che non tiene il bottino per sé, che ha una visione grandiosa del futuro per i contadini: ognuno sarà padrone della sua terra, delle sue bestie, del suo raccolto. Memed risarcisce gli abitanti del villaggio distrutto dall’incendio che, nelle sue intenzioni, doveva stanare solo l’Aga dalla casa in cui si era rifugiato. Memed diventa una leggenda, il suo nome è sulla bocca di tutti, come gli eroi delle storie tramandate oralmente attorno ad un fuoco. E ci sarebbe ancora molto da raccontare.


    “Memed il falco” è del 1955: dimostra gli anni? Sì e no, proprio perché la vicenda di Memed è un topos ed è sempre attuale, basta cambiare gli abiti del bandito che li indossa, basta modificare il titolo con cui ci si rivolge al padrone, perché i sentimenti sono sempre gli stessi, come pure le contese per l’amore di una donna. L’ambientazione è rustica, certo, ma le descrizioni della natura, mai ridondanti, sono bellissime, sia quelle delle distese di cardi, sia quelle delle montagne ostili e infine quelle soffuse di sogno delle rigogliose pianure della Cilicia. E poi la narrazione è svelta, con frequenti cambiamenti di scena che tengono desta l’attenzione.


venerdì 22 gennaio 2016

Bernardo Kucinski, “K. O la figlia desaparecida” ed. 2016

                                           Voci da mondi diversi. America Latina
               Diaspora ebraica
               FRESCO DI LETTURA

Bernardo Kucinski, “K. O la figlia desaparecida”
Ed. Giuntina, trad. V. Barca, pagg. 174, Euro 12,75


       Il protagonista famoso de “Il processo” di Kafka, conosciuto solo come K proprio come il personaggio del libro di Bernardo Kucinski, non sa di che cosa possa essere accusato, mentre si aggira nel labirintico palazzo di giustizia bussando di porta in porta. Il K di Kucinski si accusa da solo, finirà per macerarsi in quella che, secondo lui, è la sua colpa, mentre anche lui bussa di porta in porta in cerca di notizie. Perché sua figlia è scomparsa e, in questo momento traboccante di perché, lui si accorge di non sapere nulla di sua figlia, tranne che insegnava all’Istituto di Chimica dell’Università di San Paolo. E allora il non sapere, il non aver saputo di che cosa lei si occupasse, che lei fosse militante politica nell’opposizione al dittatore Ernesto Geisel, ha a che fare con la sua scomparsa, è colpa sua. Se, invece di interessarsi soltanto di letteratura e di scrittori e di poesia, invece di essere uno studioso della lingua yiddish- una lingua scomparsa di un popolo già scomparso- K avesse passato più tempo a parlare con sua figlia, che era poi anche la figlia preferita, che lui vedeva bellissima anche se non lo era, forse sarebbe potuto intervenire e niente sarebbe successo.

     Si legge di un fiato, “K. O la figlia desaparecida”, presi dall’angoscia duplice, per la sorte della ragazza e per la disperazione del padre. Tesi anche noi lettori a sperare, come K., che qualche informazione filtri, che magari lei sia ancora in vita. E succede una cosa strana, mentre leggiamo (e il merito è dello scrittore) l’assenza diventa presenza. Elusiva, ma pur sempre una presenza, vista attraverso gli occhi degli altri. Il padre che sapeva poco o niente delle giornate quotidiane della figlia quando era in vita, impara a conoscerla ora che è, presumibilmente, morta. Scopre, per esempio, che era sposata ed era ben accolta nella famiglia del marito. K. scopre anche che ci sono molti genitori che condividono la sua disperazione, che si riuniscono per parlarne, per cercare di fare una indagine incrociata, per mettersi in guardia reciprocamente contro gli sciacalli, contro gli sfruttatori.
La linea del governo è negare, negare su tutta la linea: non sanno nulla di quei giovani, la figlia di K. sarà andata in Argentina con un amante. E la sequenza dei capitoli del libro è varia, alterna le ricerche di K. con capitoli in cui sono altri, spesso senza nome, a parlare. C’è una scena in cui un uomo e una donna si preparano a lasciare la casa nascondiglio, distruggendo tutte le carte. L’ultima loro azione è mettersi in bocca, in una cavità tra i denti, una pastiglia di cianuro: non possono essere altri che la figlia di K. e il marito. In un’altra scena la ragazza che faceva le pulizie in casa di uno dei commissari dello ‘squadrone della morte’ parla con una terapeuta perché non riesce a dormire, oppure, in un’altra ancora, è la donna di uno degli assassini a raccontare (‘è una colpa innamorarsi?’). Appaiono i ricattatori, gli infami sfruttatori del dolore che inventano notizie e luoghi di sepoltura. Ci sono stralci di rapporti che raggirano la verità, fabbricano storie. E poi l’ultima offesa, la riunione universitaria per decretare la rescissione del contratto della figlia di K. per ‘abbandono delle funzioni’. Approvata con tredici voti favorevoli e due in bianco. Quindici vigliacchi.

     La storia che Bernardo Kucinski ci racconta è quella di sua sorella Ana e di suo cognato Wilson Silva, scomparsi nell’aprile del 1974 durante le prime settimane di presidenza del dittatore Ernesto Geisel. Negli archivi del Dops (Dipartimento per l’Ordine Politico e Sociale) una data registra il loro arresto. E niente altro. Sono tuttora desaparecidos.

    “K. O la figlia desaparecida” apre uno squarcio su una dittatura altrettanto crudele, anche se meno nota, di quelle in Argentina e in Cile, e riesce, nello stesso tempo, a parlare di una storia privata, del senso di colpa di chi resta, e della fosca atmosfera di un intero paese e della colpa collettiva. 


mercoledì 20 gennaio 2016

Sabine Gruber, “Stillbach o della nostalgia” ed. 2014

                                                            Casa Nostra. Qui Italia
            il libro ritrovato



Sabine Gruber, “Stillbach o della nostalgia”
Ed. Marsilio, trad. Cesare De Marchi, pagg. 315, Euro
Titolo originale: Stillbach oder die Sehnsucht


  Cazzolini- era la prima volta che sentivo quella parola. Non riuscivo ad addormentarmi. Paul aveva parlato dei nazisti, che avevano fatto di tutto per impedire i matrimoni tra italiani e tedeschi. Avevo una compagna di scuola, Orthhild, che suo padre aveva minacciato di cacciare di casa se si fosse messa con un italiano.


     Stillbach, che, nell’Alto Adige italianizzato a forza dopo la prima guerra mondiale, era diventato Rio Silente. Roma, la capitale che attirava le ragazzotte tedesche in cerca di lavoro, soprattutto in quella fase storica di simpatia verso i tedeschi, prima che si aprisse una frattura tra Hitler e Mussolini, prima che venisse divulgato che per l’alleato tedesco solo gli italiani arianizzati del nord erano accettabili, mentre quelli del sud erano ‘negroidi’ subumani. La narrativa del bel romanzo di Sabine Gruber, “Stillbach o della nostalgia”, si alterna tra Stillbach e Roma, tra il paese della nostalgia e la città della vita reale: si sogna Stillbach, si rimpiange Stillbach, ma poi, chi tornerebbe mai a vivere là, arrotolandosi di nuovo le trecce intorno alla testa, calzando gli zoccoli, adattandosi alle chiacchiere di paese? Non vi è tornata Emma Manente, che ne era venuta via negli anni ‘30 e non vi è tornata neppure Ines, che è arrivata a Roma alla fine degli anni ‘70 ed è andata a lavorare nell’albergo dei Manente.

   Ci sono due romanzi, uno dentro l’altro, in “Stillbach o della nostalgia”, e i due romanzi sono racchiusi in una cornice con una terza protagonista femminile, Clara, che è un terzo romanzo in abbozzo.
Ines è morta, improvvisamente. Sua madre ha chiesto a Clara, l’amica più cara di Ines che ora vive a Vienna, di andare a Roma per mettere ordine tra le sue cose e sbrigare le formalità del caso. E Clara trova quello che sarebbe dovuto essere un romanzo in più volumi, scritto da Ines- la storia di Emma Manente e di Ines stessa in quel 1978 dell’assassinio di Aldo Moro quando lei, che non aveva ancora completato gli studi liceali, era venuta a lavorare qualche mese a Roma come cameriera nell’albergo di cui Emma era diventata padrona dopo la morte del marito.

Clara nel presente, nel 2009, Ines nel 1978, Emma nel 1943 e negli anni precedenti lo scoppio della guerra- sono questi i tre filoni che si inseguono e si sovrappongono. Il romanzo che Ines ha scritto affonda nella storia: Ines si interessava a Priebke, l’ufficiale delle SS che spuntava i nomi delle vittime all’eccidio delle Fosse Ardeatine, eseguito per rappresaglia contro l’attentato partigiano in via Rasella. Perché il fidanzato altoatesino di Emma era morto in quell’attentato e non c’entrava proprio niente, non era un nazista. Se Johann non fosse morto, Emma non si sarebbe lasciata mettere incinta dal figlio del proprietario dell’albergo Manente, perché non era vero che era un’arrivista. Ed aveva pagato caro per quel figlio- l’ostracismo di Stillbach, la rottura con la sua famiglia che non voleva saperne di avere per parente un signor Cazzolini, come venivano chiamati gli italiani. In quel breve periodo come cameriera Ines aveva amoreggiato con un ospite dell’albergo, Paul Vogel che si pagava gli studi facendo la guida turistica. Ora, nel 2009, Ines aveva incontrato di nuovo Paul Vogel e Clara gli darà un appuntamento per sapere qualcosa di più sull’amica. Paul non ricorda nulla di una storia avuta con Ines nel 1978, un dettaglio importante. Quanto c’è di vero e quanto di romanzato nelle pagine scritte da Ines? Se Paul non era andato a letto con lei, allora forse non era neppure vero che un fantomatico Johann fosse morto in via Rasella. Ma a Stillbach qualcuno conosceva Johann…

   Fantasmi del passato, inimicizie mai sopite, il disagio nei rapporti tra altoatesini e italiani, tra chi ha vissuto come un sopruso il dover cambiare nome e lingua e identità nazionale e chi ha reclamato un territorio in base alla geografia, chi ha colonizzato l’Alto Adige con la stessa arroganza con cui ha messo piede in Abissinia. Emma Manente in un ricovero per anziani, Priebke che si aggira libero nel parco (Ines aveva fatto ricerche sulla connivenza dei conventi altoatesini con i nazisti in fuga), Ines che non c’è più ma che ha vissuto la vita che voleva, Clara che vorrebbe seguire l’esempio libertario dell’amica e che pensa di contattare Sabine Gruber per farle avere il romanzo scritto da Ines: ecco che compare un altro nome dietro il romanzo che stiamo leggendo. L’autrice del libro, Sabine Gruber, diventa un altro personaggio, quasi un alter ego di Clara che scrive di storie d’amore di personaggi famosi a Venezia (Sabine Gruber è stata lettrice all’Università Ca’ Foscari a Venezia) ed è un aggancio con la realtà per farci capire che tutto quello che abbiamo letto non è pura invenzione, che Emma Manente è esistita tanto quanto Priebke che è morto nel 2013, due anni dopo di lei, che il disagio, la diffidenza, la ‘distanza’ tra altoatesini e italiani ha la sua ragione di essere.
Un libro bello, un tassello di storia, da leggere.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it




martedì 19 gennaio 2016

Ernst Lothar, “Sotto un sole diverso” ed. 2016

                                                 Voci da mondi diversi. Area germanica
   seconda guerra mondiale
   FRESCO DI LETTURA

Ernst Lothar, “Sotto un sole diverso”
Ed. e/o, trad. M. Pesetti, pagg. 416, Euro 15,30

    Lo abbiamo sempre chiamato Alto Adige, senza farci troppe domande. Anzi, stupendoci della testardaggine con cui gli abitanti di quella regione all’estremo nord d’Italia, sul confine con l’Austria, continuavano a parlare tedesco, ostentando un viso duro e rifiutandosi di capire quando veniva loro rivolta la parola in italiano. E invece eravamo noi a non capire. Che la Storia non si fa con decisioni prese a tavolino, che non si cancella il passato con una linea di matita che traccia nuovi confini, che non si può proibire, da un giorno per l’altro, di parlare la propria lingua e imporne un’altra, che è ridicolo cambiare non solo la toponomastica ma addirittura i cognomi delle famiglie che hanno vissuto centinaia di anni, se non di più, in un luogo. Non Sud Tirolo, ma Alto Adige, non Bozen, ma Bolzano, non Brixen, ma Bressanone.
    Il romanzo di Ernst Lothar, “Sotto un sole diverso”, ci porta in Sud Tirolo alla fine degli anni ‘30, quando Hitler ha iniziato le prove generali per scatenare l’inferno in Europa. Per la famiglia Mumelter di Bolzano, intagliatori per tradizione, l’inferno era già iniziato. Fino all’avvento del fascismo la regione che era stata bottino di guerra italiano aveva potuto mantenere le sue caratteristiche su espressa volontà di re Vittorio Emanuele III, deciso a rispettare le autonomie e le tradizioni locali.
La forzata italianizzazione dell’Alto Adige (proibita la denominazione Tirolo o sud Tirolo) incominciò con la riforma Gentile del 1923: le scuole in lingua non italiana sarebbero state gradualmente soppresse. Era naturale che i neo-denominati altoatesini esultassero per l’annessione dell’Austria al Reich, che avessero fiducia nel nazismo, che sperassero che Hitler avrebbe reclamato anche il Tirolo (90% degli abitanti era di lingua tedesca) come parte della grande Germania. E invece gli accordi tra Hitler e Mussolini del 21 ottobre 1939 prevedevano solo due opzioni: o il rimpatrio nel Reich o restare ed essere italianizzati, senza alcuna tutela linguistica e con la possibilità di essere trapiantati altrove, in Italia.
Andreas Hofer, eroe tirolese

Questa breve spiegazione storica è parte integrante del romanzo di Lothar, è strettamente intrecciata alla trama, non c’è una pagina in cui non venga ricordato il sopruso. E i Mumelter- il nonno novantunenne, l’antinazista Andreas, la giovane Riccarda (incinta di un italiano che non ha intenzione di assumersi le sue responsabilità) e Sepp, invasato ed entusiasta della retorica della croce uncinata come solo un superficiale diciassettenne può esserlo- sono nelle liste degli ospiti non graditi destinati all’esilio. Sono anche fortunati nell’immensa sfortuna, perché, grazie alla laurea in ingegneria di Andreas, verranno mandati in Boemia dove si trova la fabbrica della Škoda. Ma non lo sanno, il loro viaggio nel treno piombato è un viaggio nel nulla, lo sferragliare del treno è il conteggio dei chilometri che li separano dalla loro terra.
     Di Ernst Lothar avevo già letto “La melodia di Vienna”, un capolavoro. E’ impossibile scrivere due capolavori, ma “Sotto un sole diverso” è un libro molto bello e Ernst Lothar è uno scrittore straordinario. In quanto ebreo che era dovuto fuggire dalla Germania avrebbe potuto limitarsi a scrivere dell’immane tragedia della sua gente sotto il nazismo. Ma non lo fa. Lothar ha un animo grande, la sofferenza di una minoranza etnica nelle terre incoronate dalle Dolomiti vale tanto quanto quella dei pogrom che hanno fatto degli ebrei un popolo errante. La spietatezza dei nazisti non è in primo piano in questo romanzo quanto ne “La melodia di Vienna”, ma c’è: il brutale assassinio dell’insegnante di francese, le grida che provengono dal campo vicino a Plzen, l’incarceramento prima di Andreas e poi dell’americana Gwen (colpevole solo di testimoniare la verità) ne sono una prova.
E’ un’altra crudeltà, più sottile, che prevale, la crudeltà propria del nazismo di non tenere in considerazione l’umanità dell’uomo, di pensare che gli esseri umani sono delle pedine da spostare su una scacchiera (e forse significa qualcosa che il vecchio Mumelter non avesse voluto cambiare il genere delle sue sculturine di legno, sostituendo le madonne e i crocefissi con le pedine degli scacchi). E, tra tutte le vicende del romanzo, la scena che più dolorosamente ci resta impressa è quella di Lorenz Mumelter, questo grande e dignitoso vecchio che è andato a chiedere al sacerdote il permesso di uccidersi, che si aggira per un ultimo saluto alla sua città, accarezzando i muri, porgendo l’ultimo omaggio ai suoi morti al cimitero, lasciando l’ultimo mazzetto di fiori su ogni tomba. No, nessuno dovrebbe vivere un’esperienza del genere. Men che meno a novantun anni. E allora la guerra può fare questo, può privarci della patria. E, come si resta orfani di genitori, o di figli, se la parola ‘orfano’ significa ‘privo’, si può restare orfani anche della propria terra.