martedì 29 novembre 2016

Canek Sánchez Guevara, “Il disco rotto. 33 rivoluzioni” ed. 2016

                                                              Voci da mondi diversi. Cuba
           testimonianze
           FRESCO DI LETTURA

Canek Sánchez Guevara, “Il disco rotto. 33 rivoluzioni”
Ed. e/o, trad. R. Schenardi, pagg. 106, Euro 8,50

    “Il disco rotto. 33 rivoluzioni” è un libriccino, più simile ad un vecchio 45 giri che a un 33 giri, se vogliamo mantenere l’immagine del titolo, quella del disco rotto che si incanta e ripete all’infinito la stessa nota stonata e che finisce per infastidire. E l’inizio- con il ciclone che investe Cuba con tutta la sua potenza-,  se non fosse per la ripetizione ossessiva del paragone con un disco rotto (le voci che parlano, il malfunzionamento di ogni cosa, il sudiciume, la vita e la morte- tutto è un disco rotto), è un avvio che non lascia presagire l’intero significato di quanto lo scrittore vuole dirci. C’è tuttavia, nel sottofondo, una musica dalle note cupe che non intendiamo appieno finché non si farà sentire con tutto il fragore dell’inutile protesta. Perché questa è Cuba, Cuba che è come un disco rotto, Cuba senza speranza di cambiamenti governata dall’uomo che l’ha salvata dalla dittatura di Batista, è vero, ma che pretende di continuare a salvarla e si è trasformato lui stesso in un dittatore.
Fidel con il Che e la figlia di questi, Hildita
    Chi parla è Canek Sánchez Guevara, il nipote di Ernesto ‘Che’ Guevara, figlio della figlia Hildita che il Che aveva avuto dalla prima moglie Hilda, morto nel 2015 a soli 40 anni dopo un intervento chirurgico al cuore. Il suo libro si legge di un fiato in meno di un’ora, non solo perché sono un centinaio di pagine, ma perché siamo inghiottiti dallo scoramento e dalla disperazione dello scrittore. Cuba è un disco rotto, niente cambia più a Cuba. Mentre il líder máximo ripete sempre le stesse cose, mentre vengono ripetute le stesse promesse, i giorni colano l’uno sull’altro sempre uguali- monotonia al lavoro che viene eseguito in una qualche maniera, giusto per passare le ore, negozi sempre ugualmente privi dei generi di consumo (e lui, lo scrittore, è fortunato perché la sua amica-amante russa del nono piano lo rifornisce di moneta straniera e può fare acquisti nelle diplotiendas, i negozi statali riservati ai funzionari del governo e agli stranieri residenti a Cuba), sempre la stessa assurda esaltazione della povertà dignitosa anche quando non se ne può più di non aver mai nulla di cui godere. Perfino il clima è sempre lo stesso, caldo e soffocante. E per di più, come sempre, non si trova neppure birra fresca da bere.

    Il ricordo delle lotte passate, di quando suo padre si era unito ai barbudos, e poi l’insoddisfazione, la cocente delusione per promesse non mantenute e sogni non realizzati si trasformano, ad un certo punto, in qualcosa di diverso davanti allo spettacolo- sarebbe ridicolo, se non fosse tragico- di coloro che allestiscono zattere di fortuna pur di lasciare l’isola. Sorge la domanda che ci poniamo sempre ad ogni arrivo delle bare galleggianti che trasportano i disperati attraverso il mare: che cosa si lascia alle spalle questa gente per preferire il rischio dell’incognito che li aspetta, se non quello della morte in mare? Lo scrittore guarda, la sua macchina fotografica è il terzo occhio che testimonia la fuga- finirà per unirsi anche lui a loro, patetiche figure, figli o nipoti di una patetica rivoluzione.

    Non c’è mai violenza nelle pagine di Canek Sánchez Guevara (sarebbe stato interessante chiedergli quanto gli fosse pesato il fardello e la responsabilità della Storia con il cognome che portava- un Guevara nemico della rivoluzione!), non potrebbe esserci violenza perché si percepisce in ogni parola l’amore travagliato di Sánchez Guevara per quest’isola. Vi leggiamo invece rabbia contenuta e sdegno impotente che si trasformano nell’ironia sofferta di chi non vorrebbe dire quello che sta dicendo.


    Il 25 novembre è morto Fidel Castro, quando ormai pensavamo fosse immortale. Come un simbolo. Impossibile non dire che ne siamo rimasti tutti colpiti. Con lui è morta anche l’ultima utopia, perché, come dice il protagonista di un romanzo di Francisco José Viegas, “siamo andati tutti a Cuba” quando eravamo giovani, anche se non ci siamo mai mossi da casa nostra. Abbiamo tutti esultato e sperato nel mito della sua rivoluzione. E poi, come Canek Sánchez Guevara, ci siamo resi conto che qualcosa non aveva funzionato e che era ora di un nuovo cambiamento. E ci siamo sentiti tristi e defraudati.


   



lunedì 28 novembre 2016

Gian Conti, “Puzzle di tre” ed. 2009

                                                               Casa Nostra. Qui Italia
          cento sfumature di giallo
          il libro ritrovato

Gian Conti, “Puzzle di tre”
Ed. Zandonai, pagg. 431, Euro 15,00


   Premessa numero uno: mi piacciono i libri intelligenti.
Premessa numero due: ho un debole soprattutto per i libri che riescono ad essere intelligenti partendo da spunti impossibili.
Se, a questo punto, dico che ho goduto tantissimo la lettura di “Puzzle di tre” di Gian Conti, la logica deduzione è che questo è un romanzo intelligente che si srotola sul filo dell’impossibile, giocato su quello che il titolo rivela: una trama che è un puzzle costituito da tre pezzi, un romanzo la cui architettura poggia su tre parti- messa in scena dei personaggi, svolgimento molto serrato, conclusione. Un equilibrio perfetto.
     I personaggi principali sono tre, naturalmente, e uno di questi prenderà poi il sopravvento. Più una serie di altri, donne soprattutto, che si affiancano a loro. E ognuno dei tre si trova ad avere per le mani un pezzo di un oggetto sconosciuto, di cui non si capisce l’uso. A Nizza il rigattiere nordafricano Marc Benhamou scopre un tubo di metallo nascosto in un teatro per marionette del ‘700.
A Cinisello, vicino a Milano, il restauratore di strumenti musicali Gian Ferrari trova qualcosa di ancora più misterioso dentro un antico fortepiano: sembra un ciottolo di metallo, con una superficie vitrea divisa in settori, ed emana una luce abbagliante in risposta ad una certa frequenza sonora. L’ultima tessera del puzzle (ma un conto è avere in mano le tessere, un altro è assemblarle in maniera sensata) è tra le mani di Mario Bocchi, bibliotecario di Genova, e ci vorrà un po’ di tempo prima che l’insolito atto di successione del 1748 lo porti al ritrovamento di un altro tubo di metallo.
     Ho semplificato- il lettore non pensi che Marc scosti il sipario e- oplà- vede il tubo, né che Gian Ferrari diventi il proprietario del fortepiano senza problemi, e neppure che Mario Bocchi abbia solo la fortuna dalla sua parte. Ogni parte introduttiva della trama centrale ha la sua complessità fatta di colpi di scena, di piccoli complotti, di furbizia, di successo meritato alla fine.
Con la collaborazione delle varie ‘amiche’ dei protagonisti, tutte donne moderne, sveglie, audaci e- il che non guasta- sessualmente invitanti. Gian Conti (uno scrittore che ha un nome molto simile al suo personaggio e che condivide con lui la passione per il restauro di strumenti musicali a corde) rivela la sua formazione di ingegnere nonché le sue competenze musicali nella perfetta geometria della trama e nell’orchestrare le sequenze dell’azione, alternando i tre spezzoni della vicenda che vede una ricerca condotta alla cieca, spinta dalla motivazione che, se qualcuno si è dato la briga di dividere un oggetto in tre parti e di occultarlo così ‘diabolicamente’, la ‘cosa’ in questione deve pure avere un valore, anche se non si sa di che tipo.
     Ecco: il valore e lo scopo dell’oggetto sono al centro della terza parte di questo romanzo che è di per sé un puzzle che ricompone un altro puzzle. Naturalmente non dirò nulla al proposito, salvo che, avendo letto il romanzo “Loop” di Gian Conti, avrei potuto sospettare che si sarebbe trattato di qualcosa che ci avrebbe colpito nel profondo, rispondendo ai nostri desideri più o meno nascosti. Di qualcosa che ci avrebbe messo a confronto con un dilemma di ordine morale. La risposta di Gian Ferrari, di Marc, di Mario e degli altri, ci ricorda la decisione di Frodo ne “Il signore degli anelli”.

    “Puzzle di tre” non ha solo il merito di essere un libro intelligente pur sfiorando la fantascienza. E’ anche ben scritto ed è brillante e divertente: è un luogo comune, ma gli ingegneri non sono famosi per il senso dell’umorismo. Le pagine di “Puzzle di tre” sono ricche di humour: Gian Conti è uno scrittore che, forse per caso, è stato ingegnere.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


domenica 27 novembre 2016

Gian Conti, “Loop” ed. 2008

                                                     Casa Nostra. Qui Italia
             cento sfumature di giallo
             il libro ritrovato

Gian Conti, “Loop”
Ed. Zandonai, pagg. 315, Euro 16,00

   “Che nome sinistro. Sa di Medioevo e di veleni. Non è meglio “killer”?”
   “Lo chiami come vuole.”
 “Ricerca di personale stimolante. L’inserzione potrebbe recitare “cercansi persone disposte a correre rischi ben retribuiti”, oppure “si richiede alta flessibilità per alti salari”, o ancora “si offrono i compensi più alti per i lavori più brevi” qualcosa di simile, andrebbe studiata bene….”


   Intrigante. Insolito. Stimolante. A tratti grottescamente macabro. In definitiva, è proprio un bel romanzo questo “Loop” di Gian Conti. Ed è un romanzo su cui si dovranno calibrare le parole per parlarne, per non sciupare la tensione- sempre molto alta, dalla prima all’ultima pagina- prima della soluzione finale dell’enigma.
    Da dove iniziare in questo dire che deve essere un non-dire? Dal titolo, forse: il vocabolo loop indica il cerchio completo e, nella terminologia aeronautica, è il cosiddetto ‘cerchio della morte’. Solo alla fine comprendiamo appieno quanto questo termine, che dice così sinteticamente tutto in inglese, sia la chiave appropriata per una vicenda circolarmente mortale, in cui si resta incerti sull’attribuzione della colpa, se alla vittima o all’assassino.
La maggior parte del romanzo si svolge nel 2005 tra Parigi e Londra, qualche puntata a Nassau, una scena memorabile a Milano; i primi tre capitoli, invece, sono una sorta di preambolo più indietro nel tempo e introducono tre personaggi che in apparenza- almeno due di loro- sembrano marginali, mentre sono tutti delle chiavi di interpretazione, ovvero dei punti fermi di riferimento quando incominciamo a domandarci come giudicare il grado di colpevolezza (è in questo coinvolgimento del lettore che sta una delle grandi attrattive del romanzo). Nel 1992, a Lione, Hilaire Garnier uccide l’amante della madre: ha male interpretato i giochi erotici in cui ha sorpreso la coppia, voleva impedire a lui di fare del male alla mamma, lo ha colpito con un martello. Nel 1995, a Marsiglia, durante un’azione mal calcolata il poliziotto Léon Petros vede ferire gravemente il suo amico, che non muore ma è ridotto a vegetare in un letto d’ospedale.
E infine a Londra, nel 2001, per ammortizzare una grossa perdita a poker al brillante cacciatore di teste Gordon Briggs viene richiesta una singolare applicazione delle sue capacità lavorative: selezionare sicari, che siano efficienti e pieni di risorse. Saranno strapagati sia lui sia loro. Tutto nella massima segretezza, tutto calcolato al millesimo, non devono restare tracce, nessuno saprà mai né il mandante né il perché degli omicidi. Pagamenti sotto copertura, nessuno vede mai nessuno, per le comunicazioni vengono usati codici e numeri di telefono che sono poi subito disattivati. Un ultimo dettaglio: la vittima non deve soffrire, anzi non deve proprio accorgersi di morire.
    Incomincia così la scia di delitti- un medico travolto da un furgone, un uomo che sta già morendo di cancro (basta un’iniezione di cloruro di potassio), un altro ucciso con uno sparo alla nuca, uno precipita da una finestra, un tentativo fallito ai danni di Léon Petros…a cui si aggiungono altri casi di persone scomparse…Finché si apre una falla nel sistema, barcolla l’insospettabile azienda che ha ‘fatturato’ più di tre milioni di sterline in quattro anni con un numero di morti che assommato raggiunge il centinaio


   Abbiamo usato pure l’aggettivo ‘stimolante’, tra quelli elogiativi per definire il romanzo di Gian Conti. Perché il ritmo si fa così incalzante con il proseguire della vicenda che è impossibile interrompere la lettura. Prima perché non abbiamo idea di chi sia dietro gli omicidi e siamo curiosi, poi perché siamo assillati dalle domande che non possiamo fare a meno di porci- di etica della vita e della morte, sui confini dell’amore, sul margine strettissimo che ci può essere tra male  e bene, su quanto sia difficile amministrare la giustizia e distinguere chi sia maggiormente colpevole: il sicario? il mandante? l’intermediario? Pesa nel giudizio la conoscenza dei motivi per cui si agisce? E soprattutto: che cosa vorremmo noi per noi stessi, in circostanze analoghe? Perché di questo si tratta, alla fin fine. Leggete “Loop”, e poi ne riparliamo.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


sabato 26 novembre 2016

Simona Vinci, “La prima verità” ed. 2016

                                                               Casa Nostra. Qui Italia
             premio Campiello
            FRESCO DI LETTURA 

Simona Vinci, “La prima verità”
Ed. Einaudi, pagg. 397, Euro 17,00

   Disse: Credo nella poesia, nell’amore, nella morte,/ scrivo il mondo; esisto, esiste il mondo.
  ……..Questa purezza/ E’ di nuovo la prima verità, il mio ultimo desiderio.
    Sono versi di una poesia di Ghianni Ritsos, il poeta greco che ha vinto il premio Lenin per la pace nel 1975 e che è stato per ben due volte confinato in isole ‘maledette’, le isole dei matti, non in quanto pazzo lui stesso ma come dissidente politico. E, nel romanzo “La prima verità” di Simona Vinci, Ghianni Ritsos è in parte adombrato in Stefanos, che continua a scrivere poesie sull’isola di Leros dove per anni furono segregati, in condizioni abominevoli, malati di mente e dissidenti durante il governo della Giunta dei colonnelli in Grecia negli anni ‘60.

    Nel 1983 una commissione di medici ed economisti europei fu inviata a Leros per stendere un rapporto sulle condizioni esistenti sull’isola.
    Nel 1989 un servizio su The Observer aveva un titolo scioccante: “Il segreto colpevole dell’Europa. 1300 anime abbandonate a marcire”. Sempre nel 1989 la fotografa Antonella Pizzamiglio riuscì a scattare delle foto, entrando nella struttura ospedaliera come amica di un medico. Riuscì anche a scappare dall’isola per far vedere al mondo quello che lei aveva visto. Sconvolgente. Uomini come bestie. Da domandarsi se non sia meglio la morte che vivere in quelle condizioni.
    Il libro- molto bello, molto dolorosamente coinvolgente, insolito e unico nella panoramica della letteratura italiana- prende l’avvio nel 1992 con Angela, ventidue anni, studentessa di Giurisprudenza che approda a Leros con un gruppo di operatori psichiatrici triestini che programmano la destituzionalizzazione dell’ospedale. Angela sta scrivendo la tesi in diritto civile sull’abuso di diritti umani in Europa. Angela è il personaggio che serve come catalizzatore, per raccogliere le storie, per osservare l’orrore di questa umanità violata e la disumanità dei trattamenti. Angela che scende nei sotterranei per entrare con un sotterfugio nella stanza polverosa dove sono raccolte le scartoffie- in disordine, lacunose, imprecise- con i dati delle persone internate nell’ospedale-lager, è un’Angela che scende nei gironi dell’Inferno, è un’Alice che perde la sua innocenza passando al di là dello specchio.
   I veri protagonisti de “La prima verità” sono però i pazzi, il monaco Basil (e la sua storia fa un balzo indietro nel tempo), il bambino soprannominato Temistocles, la ragazza Teresa e il poeta Stefanos che non è affatto matto. Ognuno di loro ha la sua storia, di fanatismo religioso, di abbandono famigliare, di abusi sopportati nel silenzio della notte, di arresto per il diritto di proclamare la propria idea. Il bambino muto perché ha scelto di non parlare, la ragazza che sa leggere e che impara a memoria le poesie di Stefanos che poi il bambino nasconde. Perché loro possono anche morire, ma la poesia no, la parola deve vivere se non fosse altro che per gridare al mondo dell’ingiustizia del tutto.


   Le scene ambientate sull’isola vergogna dell’Europa hanno su di noi un impatto fortissimo. Simona Vinci ci riporta, tuttavia, in Italia nell’ultima parte del libro, sposta la nostra attenzione su quella che è la sorte dei disturbati di mente più vicino a noi. Anche noi abbiamo i nostri ‘mattucchini’, la scrittrice che ha abitato a Budrio dove, fino all’approvazione della legge Basaglia  nel 1978, c’era un grande Ospedale Psichiatrico, lo sa bene. Sembrano così tranquilli i nostri mattucchini, perfino un po’ buffi, in confronto ai selvaggi di Leros. Eppure i disturbi interni, il male dell’anima, le mille storie diverse seppur uguali sono sempre gli stessi. Parla in prima persona, adesso, Simona Vinci. Quella che racconta è, almeno in parte, la sua storia e la storia di sua madre. Ed è forse questa storia che l’ha portata ad interessarsi di Leros, a non dimenticare la fotografia della bambina legata nuda ad un letto (in Italia, sì, in Italia, in un centro vicino a Torino), ad avvicinarsi alla prima verità, quella che ci lascia tutti nell’uguaglianza della nudità senza difesa
     Con questo romanzo Simona Vinci ha vinto l'edizione del 2016 del premio Campiello.


Simona Vinci, “Come prima delle madri” ed. 2003

                                                       Casa Nostra. Qui Italia
         romanzo di formazione
        il libro ritrovato

Simona Vinci, “Come prima delle madri”
Ed.Einaudi, pagg. 323, Euro 16,00


    Una costruzione perfetta, in questo secondo romanzo della giovane scrittrice Simona Vinci, definito “thriller psicologico” e “romanzo di formazione” sul quarto di copertina. Un prologo in cui il protagonista, che viene sempre chiamato “il ragazzo”, oppure con il suo nome, Pietro, trova un uomo morto sul greto del fiume. Un cadavere senza volto, irriconoscibile: il primo segnale dell’ingresso del Male nella vita di Pietro. Nella prima parte Pietro, 13 anni, si sveglia in collegio. Così, all’improvviso. Aveva la febbre quando lo hanno portato lì, in macchina. Non sa perché. La sua stanza a casa aveva la tappezzeria gialla, al mattino sentiva il canto degli uccelli e la luce del sole gli cadeva sul cuscino. Adesso è avvolto in un buio fondo e sconosciuto; gli scuri serrati non lasciano entrare la luce. Due ricordi: la mamma giovanissima e Irina, la compagna di giochi che è morta- dicono di consunzione. Gli scherzi nei collegi sono crudeli, si sa. Ma quello a cui Pietro prende parte perché non ha la forza di sottrarsi, lascia un altro bambino quasi in fin di vita.
E’ il Male che avanza, invade il collegio che viene requisito dai tedeschi nella ritirata. Pietro torna a casa, ma ormai l’età dell’innocenza è finita per sempre. C’è un tedesco in casa, un amico della mamma; Pietro li vede a letto insieme, vede lui fare delle iniezioni alla mamma. E la giovane domestica, la Nina, non solo inizia Pietro all’amore, ma gli fa capire anche che non sempre si deve obbedire e che c’è una dignità nella lotta portata avanti dai ribelli che hanno rifiutato il governo di Badoglio. E’ lento a capire, Pietro, della guerra sa solo quello che sente in casa. Ci vuole la morte di Nina, trovata impiccata, e la scatola di latta con il diario sgrammaticato di Irina, per fargli capire che cosa c’è dietro tutte quelle morti, e che non è detto che una donna, solo per il fatto di essere madre, sia buona.
Sua madre, che adesso conosciamo come Tea, è la protagonista della seconda parte, un altro romanzo di formazione, un passo dopo l’altro nel buio della coscienza, una storia che inizia in una trattoria in campagna, si sposta a Berlino, finisce nella grande villa. La terza parte è il “viaggio” di Pietro, una volta che ha deciso di incamminarsi per la strada da cui non si torna indietro, in una palude in cui ogni passo è incerto, con una nebbia simbolica che gli rende più difficile riconoscere quello di cui è in cerca senza sapere che cosa sia, un nocchiero-Caronte che lo traghetta dall’altra parte di un fiume verso gli uomini di cui la Nina gli aveva parlato e a cui lui affiderà l’incarico di fare giustizia. La formazione di Pietro si è conclusa e anche il thriller si è risolto, le morti sono state spiegate ed è chiaro pure il significato delle pagine strane e inquietanti che si sono alternate al testo principale nella prima parte, una voce sottile di bambina prigioniera nel buio. Un romanzo denso e teso che conferma le ottime qualità narrative della scrittrice.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net








giovedì 24 novembre 2016

Harry Kressing, “Il cuoco” ed. 2016

                             Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
          noir
          FRESCO DI LETTURA

Harry Kressing, “Il cuoco”
Ed. e/o, trad. L. Coisson Gambi, pagg. 254, Euro 16,00

   Inquietante. Ambiguo. Allampanato, di un’estrema magrezza, pallido e vestito di nero, quando Conrad appare nel villaggio di Cobb e si presenta alla famiglia Hill con una domanda di lavoro come cuoco, la prima impressione che suscita è di diffidenza. Eppure ha ottime referenze (c’è qualcuno che le controlla, però?), chiede solo di essere messo alla prova per dimostrare quanto vale. Viene assunto.
    La famiglia Hill è una delle due famiglie dominanti della zona, l’altra è quella dei Vale. Quello che tutti si augurano è che, in un prossimo futuro, l’antica inimicizia tra Hill e Vale venga superata con un matrimonio che li unisca. Se Harold Hill sposerà Daphne Vale, anche il castello che domina maestoso il villaggio riaprirà i suoi battenti e diventerà la dimora di entrambe le famiglie. In una maniera sottile- la prima occhiata di Conrad al castello e al suo ponte levatoio alzato che sbarra l’ingresso, altri sguardi fuggevoli in seguito, come per controllare la situazione o per esprimere un desiderio nascosto- ci viene fatto capire che Conrad ha delle mire su quel castello e rabbrividiamo senza sapere il perché.

     Conrad si dimostra subito bravissimo come cuoco, sotto tutti i punti di vista. Prepara piatti squisiti, nessuno ha più problemi di digestione e fa spendere anche molto meno di prima alla famiglia Hill. E poi riesce anche in qualcos’altro di molto importante. L’ostacolo al matrimonio che tutti auspicano è l’obesità di Daphne. La ragazza è così grassa che non osa neppure più uscire di casa e il suo medico non riesce a fare niente. Ci riesce Conrad, a far dimagrire Daphne, inviando a casa Vale piatti cucinati apposta per lei. E’ tutto piuttosto misterioso: i coniugi Hill dimagriscono (ne avevano bisogno), i Vale ingrassano mangiando dagli Hill quando vengono come ospiti (e avevano bisogno di ingrassare), Daphne dimagrisce e invece Esther Hill, sorella di Harold, ingrassa e il ragazzo con cui se la intendeva sposa un’altra. Che cosa sta succedendo?
    I cambiamenti non riguardano soltanto l’aspetto fisico delle due famiglie. Perché Conrad è un manipolatore astuto. Riesce ad ottenere quello che vuole da chi gli serve nel villaggio, sia che si tratti dell’affittacamere proprietaria di una locanda, o dei cacciatori di frodo. Riesce a gettare discredito sull’anziano maggiordomo degli Hill e sulla governante che ha diretto la casa fino al suo arrivo. Alla fine resta solo lui, il cuoco dalla duplice faccia che una volta alla settimana mangia in gran stile nella stanza a lui riservata in una locanda nei pressi del castello. Adesso che si è liberato di tutti i dipendenti di casa Hill, Conrad può proseguire con i suoi misteriosi intenti. I cambiamenti sono così graduali che noi stessi lettori ci rendiamo conto a poco a poco di quello che sta accadendo- figurarsi i diretti interessati. Perché Conrad procede a invertire i ruoli mettendo se stesso al posto del signor Hill che si sente orgoglioso di preparare i cocktail, così come la signora Hill è gratificata dal poter fare la cameriera maneggiando le preziose porcellane scelte da Conrad e Harold spignatta guidato da Conrad che loda i suoi successi.

     Harry Kressing è lo pseudonimo di Harry Adam Ruber, nato a New York nel 1928, e di lui non si sa quasi nulla, non sono riuscita a trovare neppure una foto. Il suo romanzo “Il cuoco”, pubblicato per la prima volta nel 1965 e rispolverato ora dalla casa editrice e/o nella collana ‘Gli intramontabili’, è un piccolo capolavoro del genere noir con un tocco di gotico. L’atmosfera oscuramente minacciosa serpeggia in tutto il libro, con un crescendo di celata violenza che culmina nella scena del confronto tra Conrad e il suo rivale, il cuoco dei Vale. Pagina dopo pagina restiamo in attesa di un chiarimento che non viene mai, le ombre si addensano, il cibo ha una doppia valenza, cibo che porta felicità del palato e dei sensi e cibo mortale. Eppure non capiamo mai che cosa succeda veramente in cucina, come faccia Conrad ad avere i risultati che ha. “Il cuoco” non è truculento come il famoso film del 1990 di Peter Greenaway, “Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante”, ma vi respiriamo gli stessi vapori sulfurei.


Non anticipo nulla- aspettatevi però anche dei morti e un finale grottesco e grandioso nel castello dove ormai il ponte levatoio è abbassato e i fuochi nell’enorme cucina sono sempre accesi: sono le fiamme dell’inferno? 


mercoledì 23 novembre 2016

Jhumpa Lahiri, “La moglie” ed. 2013

                                                                Voci da mondi diversi. Asia
            il libro ritrovato


Jhumpa Lahiri, “La moglie”
Ed. Guanda, trad. Maria Federica Oddera, pagg. 418, Euro 18,00
Titolo originale: The Lowland


  L’effetto era inquietante. Subhash ebbe l’impressione che la sua presenza sulla terra venisse negata nell’attimo stesso in cui se ne stava là in piedi. Fu come se gli fosse proibito un accesso, se il passato si rifiutasse di accoglierlo. Si limitava a ricordargli che il luogo arbitrario dove era approdato, in cui si era costruito una vita, non gli apparteneva. Come Bela, l’aveva accettato e nello stesso tempo si era tenuto a distanza. In mezzo a quella gente, a quegli alberi, alla particolare geografia del territorio che aveva studiato e imparato ad amare, Subhash restava sempre e soltanto un ospite. Forse il peggior genere di ospite, quello che non vuole saperne di andarsene.

     Calcutta, e poi Rhode Island. India e Stati Uniti. Subhash, un uomo buono e generoso. Suo fratello Udayan, di quindici mesi più giovane, il suo doppio vivace, irruento, ribelle. Una donna, Gauri, moglie di Udayan e poi, rimasta vedova, di Subash. Una bambina, Bela, figlia di Gauri e Udayan. Sono questi i protagonisti del nuovo romanzo di Jhumpa Lahiri, intitolato “La moglie”. E’ lei, la moglie prima di uno e dopo dell’altro fratello, la protagonista assoluta? Di certo è il personaggio che, insieme al primo marito, il fratello minore Udayan, suscita più interrogativi. Di certo questo romanzo che potrebbe essere una storia banale, con qualche variante facile da immaginare- una donna, due uomini, il ricordo di uno, l’incapacità di amare l’altro, una figlia che cresce pensando che lo zio sia il suo vero padre e poi, scoprirà che non lo è, glielo diranno?, come reagirà?-, acquista peso e spessore mentre proseguiamo la lettura e le reazioni dei personaggi davanti ai casi della vita rivelano una profondità di indagine psicologica che trasformano l’intero romanzo.
    Tutto ha inizio a Calcutta sul finire degli anni ‘60 quando i due fratelli, entrambi brillanti studenti, prendono strade diverse: Subhash parte per proseguire gli studi negli Stati Uniti, mentre Udayan diventa un attivista nel movimento naxalita di ispirazione maoista.
I genitori non hanno la minima idea di quanto sia coinvolto Udayan, tantomeno lo può immaginare Subhash attraverso le rare lettere del fratello. In una delle ultime Udayan gli diceva di essersi sposato senza dilungarsi nei particolari, senza accennare all’opposizione dei genitori per questo matrimonio con una ragazza che loro non avevano scelto, una studentessa del tutto diversa dalla tipica moglie indiana. Poi Subhash aveva ricevuto la notizia della morte del fratello. Un fulmine. I dettagli di questa morte (Udayan era stato ucciso dalla polizia che gli aveva sparato alle spalle) vengono fuori a poco a poco nel romanzo, dapprima nello scarno racconto della moglie, poi in flash back in cui il tempo dei verbi è il presente, come in una ripresa dal vivo degli avvenimenti. E soprattutto affiora a poco a poco l’intera verità: è un eroe Udayan? un martire? È valsa veramente la pena che Subhash vivesse la sua intera vita all’ombra del fratello? E Gauri, qual è stato il suo ruolo in quanto è successo?
    Gauri non è un personaggio amabile. Se dapprima proviamo pena per lei, giovane, vedova, incinta, invisa ai suoceri, finisce poi per irritarci, incapace di mostrare almeno gratitudine per l’uomo che l’ha ‘salvata’, sposandola, portandola con sé in America, facendo da padre a sua figlia che lo adora. Anche perché Gauri non ha alcun istinto materno e le sue scelte la porteranno in tutt’altra direzione, senza curarsi di quanto possano ferire il secondo marito, senza considerare le conseguenze dell’abbandono materno per una bambina di dodici anni.


   La storia dei due fratelli che sposano la stessa donna è diventata una storia complessa- complesso lo sfondo della difesa dei diritti dei contadini in India, sfaccettati i rapporti famigliari, tra i due fratelli, tra questi e Gauri, tra Gauri e Subhash e la bambina Bela. E sempre, di sottofondo, un tema caro alla Lahiri, quello dell’estraneità, dell’appartenere a due mondi e a due culture, del restare sospesi tra i due senza essere certi di quale sia veramente il nostro e quale sia, quindi, la nostra identità. 

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


Jhumpa Lahiri, “L’omonimo” ed. 2004

                                                                      Voci da mondi diversi. Asia
        romanzo di formazione
       il libro ritrovato

Jhumpa Lahiri, “L’omonimo”
Ed. Marcos Y Marcos, trad. Claudia Tarolo, pagg. 342, Euro 15,50

     Non deve essere facile essere un bengalese che vive in America e avere anche un nome insolito, come Gogol Ganguli. Gogol, come lo scrittore russo, peccato che a scuola venisse per lo più storpiato nel canzonatorio Goggles (occhialetti da piscina o da motociclista) o, ancora peggio, nell’ilare Giggles (risatine). Solo all’università qualche professore aveva individuato l’origine giusta del nome. Troppo lungo per Gogol spiegare che era stato chiamato così perché le pagine di un libro di Gogol che si agitavano nel vento avevano salvato la vita di suo padre, quando questi era rimasto vittima di un incidente ferroviario, attirando i soccorsi verso di lui. E Gogol decide di cambiare nome, prima di andare all’università, diventando Nikhil. Intorno a questo personaggio che, cambiando nome, vorrebbe anche assumere un’altra identità e rifarsi una storia famigliare, si svolge il romanzo “L’omonimo” di Jhumpa Lahiri, scrittrice bengalese che vive in America, di cui abbiamo già letto il libro di racconti “L’interprete dei malanni”, vincitore del premio Pulitzer nel 2000. Se i racconti erano storie di persone sradicate dall’India che affrontavano la difficoltà dell’inserimento in un nuovo paese, “L’omonimo” inizia con la stessa problematica, quando i genitori di Gogol si trasferiscono negli Stati Uniti, per spingersi oltre, con Gogol e la sorella Sonia, che sono già degli ABCD, “American-born Confused Deshi”, indiani disorientati nati in America, bilingui perfetti, anche se capaci solo di parlare e non di scrivere il bengalese, turisti nell’India in cui si recano due volte all’anno a trovare i parenti aspettando con ansia il momento di tornare a “casa”.
Fa parte del percorso di vita di ogni adolescente, il desiderio di affermare se stessi come altri dai propri genitori e, nel caso di Gogol, la ricerca di un’identità passa non solo attraverso il cambiamento del nome, ma anche attraverso il rifiuto delle feste tradizionali indiane (solo alla fine, quando addobba l’albero per l’ultima volta nella casa che è già stata venduta, si rende conto di che cosa abbia voluto dire, per i suoi genitori, adottare usanze a loro estranee per amore dei figli), del cibo speziato, delle letture consigliate dal padre, dell’amore com’è concepito nelle famiglie indiane. E Gogol si allontana definitivamente dalla sua famiglia quando si innamora di Maxine, o meglio, quando si innamora di lei e dei genitori di lei, senza rendersi conto di venire inghiottito da loro. Rendendosene conto troppo tardi, quando suo padre muore all’improvviso e Gogol capisce tante cose- troppo tardi.
Ed è qui che il percorso di formazione inizia a girare in tondo, ritornando su se stesso, in una riscoperta delle origini: Nikhil sposa una ragazza indiana, con sari rosso e ghirlande di fiori. Finale un po’ debole e scontato per questo romanzo che ha pagine molto belle per parlare della crisi adolescenziale e della formazione sentimentale del giovane Gogol, confermando la qualità della scrittura di Jhumpa Lahiri.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net





lunedì 21 novembre 2016

Neel Mukherjee, "La vita degli altri" - Intervista 2016

                                         Voci da mondi diversi. Asia
                                              


INTERVISTA A NEEL MUKHERJEE, autore di "La vita degli altri"

E’ giovane, è affabile, ha un sorriso luminoso, ha voglia di parlare del suo libro, si sente la passione nella sua voce. Ascoltiamo quello che Neel Mukherjee ci dice in più sul suo romanzo- un libro che io ho letto con passione.

Per scrivere un romanzo come questo, per disegnare un arazzo così vasto, ci deve essere un punto di inizio. Qual è stato per Lei il punto di inizio? Un luogo? Un personaggio? Un avvenimento?

    E’ una domanda difficile. In realtà non ricordo se volevo scrivere la storia di una famiglia di Calcutta in un momento critico della storia dell’India o se volevo scrivere del cambiamento dei tempi, di una famiglia negli anni ‘60 e della collisione con il movimento Naxalita. Non so che cosa sia venuto per primo. Di certo volevo scrivere un romanzo sul Bengala, penso che ogni scrittore debba scendere a patti con il luogo in cui è nato. Questo era il mio ambiente, la mia città, la mia cultura e io volevo scrivere un libro che tenesse conto di tutto questo. Il romanzo parla di anni prima che io nascessi, ma era quello che sapevo del Bengala, quello che sapevo del mio mondo, anche se adesso non è più del tutto mio. Adesso vivo a Londra e sono un Indiano che vive a Londra, non del tutto indiano, non certamente inglese, sono una creatura anfibia.

Mi chiedevo anche come ha proceduto nella stesura del romanzo- ci sono tante trame, tanti filoni. Come è riuscito a seguirli tutti? e Le ci è voluto tanto tempo per scrivere il libro?
   No, non mi ci è voluto tanto tempo, tre anni. (A questo punto non posso fare a meno di ridere, pensando a scrittori che pubblicano due libri all’anno). Ho una mente organizzata, prendo appunti, pianifico certi temi- dovevo tenere in mente tutti questi filoni. Mi piacciono i romanzi con una bella struttura, mi piacciono i romanzi complessi e mi sono messo all’opera con una struttura che comprendeva molti personaggi. Sono stato molto ambizioso. E sono fortunato che riesco a tenere tutto nella mia testa.

Ho pensato che forse faceva come Dickens che scriveva su una pagina dividendola a metà, su due colonne, per non fare confusione.
    Ci ho pensato, a dire il vero, perché scrivo a mano, ma no, non l’ho fatto.

Nel libro si parla di un Nord e di un Sud di Calcutta: c’è una così forte divisione tra il nord e il sud della città?

   Sì. Il Nord di Calcutta è la parte più vecchia, più ricca, abitata dalla borghesia. Il Sud è più recente ed è la parte che ha accolto i rifugiati dal Bangladesh nel 1971. La Calcutta settentrionale è snob e guarda la Calcutta del sud dall’alto al basso, disprezzandola. Succedeva al tempo del mio romanzo e succede ancora adesso.

Il romanzo è ambientato alla fine degli anni ‘60 e all’inizio dei ‘70: è stato quello un periodo di grandi cambiamenti?
   Il movimento Naxalita è una manifestazione della necessità di cambiamenti, dell’esigenza di una maggiore uguaglianza tra la popolazione. Gli anni ‘60 furono un periodo di cambiamenti, un tempo di grandi ideali in tutto il mondo. Allora sembrò che il mondo avrebbe cambiato direzione, che avrebbe imboccato la strada dell’idealismo, ma è stato un fallimento. Anche nel Bengala sembrò che ci dovesse essere un cambiamento ma poi non fu così. Poi ci fu l’avvento del capitalismo più o meno ovunque e il capitalismo segnò la fine dell’idealismo e si radicò dappertutto. Il capitalismo finanziario significò grande ricchezza per pochi. Tutti i problemi che stiamo affrontando oggigiorno risalgono alla sconfitta della rivoluzione idealista.

Tre generazioni di Ghosh vivono nella stessa casa: è ancora comune oggigiorno che le famiglie vivano tutte insieme? O è così solo in certe parti dell’India?
Non si tratta tanto di una distinzione geografica ma economica. Le famiglie non vivono più così spesso insieme nelle città, per lo più quando avviene è per motivi economici, perché non ci sono abbastanza soldi per abitazioni separate. Sì, certo, le famiglie sono anche meno numerose adesso- c’è stato un programma di pianificazione famigliare per limitare l’aumento della popolazione. E’ stato un programma dal risvolto fascista che prevedeva anche la sterilizzazione maschile. Negli anni ‘70 e ‘80 la propaganda era per un massimo di due figli per famiglia.
Comunque penso che oggigiorno la famiglia che vive insieme, riunendo più di due generazioni, è un’idea e non la realtà.
vedova in India
Purba, la giovane vedova della famiglia Ghosh, è un bel personaggio di grande dignità. Come sono considerate le vedove in India al giorno d’oggi?
   Negli anni di cui parlo nel romanzo, la condizione delle vedove era tremenda. Poi, come sempre in un paese grande quanto lo è l’India, dipende dalla casta e dalla condizione economica. Le vedove sono sempre oggetto di pietà e non sono trattate con gentilezza.

La seconda narrativa all’interno del romanzo riguarda il giovane Ghosh che si unisce ai Naxaliti ed è un potente contrappunto alla prima narrativa, dei ricchi Ghosh. La violenza è da condannare, però si capisce perché i Naxaliti abbiano dovuto ricorrervi. Sono ancora attivi i Naxaliti oggi? Perché il movimento Naxalita si diffuse soltanto in certe aree dell’India?

    Il movimento Naxalita si diffuse soprattutto nel centro e nel sud dell’India. Perché? Perché il nord è stato governato meglio, perché le stanze del potere, a Delhi, hanno amministrato meglio. Inoltre, nelle zone dove agirono i Naxaliti, le compagnie minerarie hanno fatto di tutto per strappare la terra ai contadini. C’erano grandi interessi in gioco- miniere di ferro, di magnesio, di alluminio, di metalli pesanti. La rivoluzione Naxalita fu soppressa velocemente ma proseguì in clandestinità. I Naxaliti si sono ripresentati come maoisti negli anni 2000. Si tratta di molti gruppi che agiscono indipendentemente gli uni dagli altri. Usano la violenza, ma anche la repressione del governo è estremamente violenta. Negli anni 2008-2009-2010 i maoisti hanno raggiunto il massimo del potere ma poi sono stati stroncati dal governo. I loro ideali erano giusti e comprensibili: volevano liberare i contadini che sono sempre stati sfruttati, che non hanno mai avuto nessuna sicurezza né economica né sanitaria. I Naxaliti prima e i maoisti adesso vogliono ottenere i diritti per loro. E’ la distribuzione della ricchezza che non ha funzionato. E la violenza è l’ultima risorsa di chi non ha speranza.

Gli scrittori sono ormai molto spesso in giro per il mondo per promuovere i loro romanzi. Mi domando se abbiano ancora il tempo per leggere i libri di altri scrittori: Lei legge?

   Leggo tantissimo, non potrei scrivere se non leggessi. Mi piace la fantascienza, mi piacciono Jeff VanderMeer, Karen Joy Fowler, Vernor Vinge. E tra gli autori di fiction, Joy Williams che per me è una scrittrice da Nobel, Joseph Roth- ho amato immensamente “La marcia di Radetskij”, e poi Jenny Erpenbeck che trovo straordinaria.

l'intervista e la recensione sono state pubblicate su www.stradanove.net





domenica 20 novembre 2016

Neel Mukherjee, “La vita degli altri” ed. 2016

                                                    Voci da mondi diversi. Asia
           romanzo 'romanzo'
          FRESCO DI LETTURA


Neel Mukherjee, “La vita degli altri”
Ed. Neri Pozza, trad. Norman Gobetti, pagg. 605, Euro 20,00

      Il titolo di questo splendido romanzo dello scrittore indiano Neel Mukherjee ci ricorda quello del film con la regia di Florian Henckel von Donnersmarck che vinse l’Oscar come miglior film straniero nel 2006. Qui, però, al posto dell’uomo incaricato dalla Stasi di spiare la vita di un famoso drammaturgo e della sua compagna c’è lo scrittore stesso che spia la vita degli altri e ce la racconta, in una maniera così coinvolgente che vorremmo continuare a leggere oltre le 605 pagine del libro.
   All’inizio siamo un poco sconcertati, un poco confusi da tutta quella folla di personaggi che ci si accalca intorno- ci sentiamo come chi è cresciuto come figlio unico e si trova improvvisamente nel mezzo di una famiglia numerosa. Siamo frastornati da nomi, nomignoli, appellativi che indicano rispetto o familiarità o diversi gradi di parentela dei numerosi membri della famiglia Ghosh in uno dei quartieri ricchi del nord di Calcutta. Tre generazioni di Ghosh condividono la bella casa con giardino- l’anziano Prafullanath ha fatto fortuna con delle cartiere.
Come tutte le grandi fortune, anche quella dei Ghosh non ha origini del tutto limpide, anzi, e chissà che tutto quello che succederà da lì a poco- è il 1967- non sia il prezzo da pagare per le truffe, lo sfruttamento, l’aver tratto profitto dalla rovina altrui. I Ghosh hanno quattro figli e una figlia, solo questa non è sposata e ormai non c’è più speranza di trovare un marito per lei, anche se i genitori hanno provato ad aumentare la dote, calando anche le pretese di un buon partito di un’adeguata classe sociale. Perché Chaya ha la pelle scura ed è strabica- le fotografie si possono correggere schiarendo la carnagione e riprendendo il viso dalla giusta angolatura, ma nessuno si è più ripresentato dopo il primo incontro. Due dei nipoti abitano nelle stanze al primo piano insieme alla madre e non hanno quasi contatti con gli altri- perché siano considerati ‘inferiori’, perché non godano affatto della ricchezza dei Ghosh, perché patiscano quasi la fame, chi sia e che cosa abbia mai fatto il loro padre, è una delle storie che leggeremo, parecchio più avanti nel romanzo, quando ormai ci siamo fatti tutte le domande che potevamo farci e abbiamo indovinato almeno una parte della vicenda della pecora nera della famiglia Ghosh.
   Sono 600 pagine che si divorano, quelle di “La vita degli altri”. Perché Neel Mukherjee tiene desta la nostra attenzione, perché varia il suo racconto, perché il suo sguardo si sposta dall’uno all’altro dei personaggi come se fossero chiamati alla ribalta, perché la storia di famiglia passa dall’anziano Prafullanath, che ha un infarto dopo aver fronteggiato gli scioperanti davanti alla cartiera, al fedele servitore Madan, accusato di aver rubato dei gioielli, dal terzogenito dei Ghosh, che ha un attaccamento quasi incestuoso per la sorella, al nipote che rimane invischiato nel circolo della droga, dal secondogenito dei Ghosh, che dirige una fallimentare casa editrice, al ragazzo che è un genio della matematica, il figlio della pecora nera che vincerà una borsa di studio per una prestigiosa università americana.
Le donne, poi, sono un mondo a sé, attraversato da correnti di gelosie, di sensualità, di rivalità. Tutto acquista un secondo significato in questo mondo- i piatti cucinati e serviti, il numero dei sari ricevuti in regalo e la qualità dei tessuti, i gioielli, d’obbligo per qualunque donna indiana: quando si sposa sua figlia (e la famiglia è già sulla via del declino), la massima ambizione di Priyo è che lei appaia ricoperta d’oro.
   C’è una seconda narrativa che scorre lungo tutto il romanzo, una sorta di diario del nipote maggiore dei Ghosh che si è unito ai naxaliti, i ribelli maoisti che reclamano con la violenza equità nella distribuzione delle ricchezze e la terra per i contadini. Supratik scrive queste pagine per una donna (anche qui, scopriremo a poco a poco chi sia e la storia che c’è dietro) e la distanza fra le due narrazioni è enorme, la prima spiega la seconda, il dare per scontato che una famiglia come i Ghosh abbia diritto ai lussi di cui gode, semplicemente perché da sempre è stato così, giustifica le scelte politiche di Supratik. C’è un abisso tra la vita di miseria e di duro lavoro che ora condivide con i contadini e quella nella residenza della sua famiglia.

    Il paragone con “I Buddenbrook” non è sprecato. E penso anche al titolo 'Declino di una famiglia’ che Mann voleva dare al suo libro. I Ghosh al posto dei Buddenbrook. Penso anche a “La melodia di Vienna” di Ernst Lothar. Un romanzo grandioso ambientato in un altro paese, con un’altra cultura, a migliaia di chilometri di distanza- Calcutta al posto di Lubecca o di Vienna. Un romanzo altrettanto ricco di sfumature, di personaggi, di storie. Uno di quei romanzi che ti fanno dire che no, il romanzo non è affatto morto. Per fortuna.

la recensione e l'intervista sono state pubblicate su www.stradanove.net