giovedì 31 dicembre 2015

I dieci bellissimi libri del 2015

     



Eccoci all’annuale appuntamento per la difficile scelta dei dieci ‘bellissimi’ libri del 2015. Ripeterò, come al solito, che la scelta è personale, che mi spiace molto se ci sono dei libri bellissimi che però io non ho letto e che l’ordine in cui sono elencati è alfabetico. Osservo che, del tutto casualmente, i dieci libri che più ho amato sono stati pubblicati da dieci diverse case editrici.

-                   Sorj Chalandon, “Chiederò perdono ai sogni”, ed. Keller

Isabel Colegate, “Partita di caccia”, ed. Beat

Anthony Doerr, “Tutta la luce che non vediamo”, ed. Rizzoli

Richard Flanagan, “La strada stretta verso il profondo Nord”, ed. Bompiani

Elizabeth Jane Howard, “Gli anni della leggerezza”, ed. Fazi

Ma Jian, “La via oscura”, ed. Feltrinelli

Ayana Mathis, “Le dodici tribù di Hattie”, ed. Einaudi

Joachin Meyerhoff, “Quando tutto sarà come non è mai stato”, ed. Marsilio

James Salter, “Una perfetta felicità”, ed. Guanda

Matthew Thomas, “Non siamo più noi stessi”, ed. Neri Pozza



Vorrei aggiungere- fuori lista, perché è un libro del 2009, un libro che ho ‘dimenticato’ sullo scaffale per sei anni- “La breve favolosa vita di Oscar Wao” di Junot Díaz di cui pubblicherò a breve la recensione.



Holidays- in attesa del 2016






mercoledì 30 dicembre 2015

Shifra Horn, “Inno alla gioia” ed. 2005

                        Voci da mondi diversi. Medio Oriente
                         il libro ritrovato



Shifra Horn, “Inno alla gioia”
Ed. Fazi, trad. Elisa Carandina, pagg. 338, Euro 16,00

    
   Gerusalemme, 20 gennaio 2002: Yael Maghid, dottoranda in antropologia, è ferma ad un semaforo al volante della sua Mini e scherza con un bimbo che la saluta con la manina, schiacciando la sua faccetta contro il finestrino posteriore dell’autobus in coda davanti a lei. Un boato e l’autobus salta in aria; qualcuno estrae Yael dall’auto, salva per miracolo. Ma questo “evento” traumatizzante cambia la vita di Yael: incapace di esprimere a parole l’orrore di quello che ha visto, si avvicina al padre del bimbo che lei è stata l’ultima a vedere e che, casualmente, era in cura dentistica da suo marito. Ma l’uomo è un ebreo ortodosso che ha perso sia il figlio sia la moglie nell’esplosione e la respinge. Yael divorzia dal marito, trova conforto nel figlio piccolo e nell’amica Nehama, riprende gli studi ed infine accetta un incarico di visiting professor in Inghilterra.


INTERVISTA A SHIFRA HORN, autrice di “Inno alla gioia”

Ha cambiato tono la letteratura israeliana. Letteratura di frontiera, prima, nell’epoca dell’entusiasmo per la fondazione del nuovo stato e della riscoperta di una lingua che era vissuta fino ad allora sulle pagine della Bibbia, romanzi di un mondo inghiottito dalla guerra mondiale, saghe famigliari lungo le strade che dall’Europa portano al Mediterraneo, storie ambientate nella moderna Tel Aviv, o nella sacra Gerusalemme, o negli utopistici kibbutzim. C’è una diversa atmosfera, nei romanzi scritti dopo la seconda Intifada: l’aria è percorsa dal suono lugubre delle sirene delle ambulanze, le trasmissioni si interrompono per trasmettere notizie dell’ultimo attentato, si percepisce la paura che è diventata parte della vita quotidiana. Come sono diventati di routine i funerali a cui partecipa il presidente nel romanzo “Parti umane” di Orly Castel-Bloom, all’ordine del giorno le morti che passano inosservate, come nell’ultimo libro di Yehoshua, radicate la diffidenza e l’inimicizia verso gli arabi israeliani di cui troviamo espressione nei libri di Sayed Kashua. Il pericolo con cui si deve convivere, il lutto e la morte come realtà di ogni giorno- è questo il tema portante nel nuovo romanzo della scrittrice israeliana Shifra Horn, “Inno alla gioia”.
L’evento centrale del libro è l’attentato terroristico che fa saltare in aria un autobus, danneggiando l’auto della protagonista Yael ma lasciando lei incolume. E le note trionfanti dell’Inno alla Gioia trasmesse dallo stereo dell’auto servono solo da tragico contrappunto alla sensazione dominante di morte, anticipata nelle prime pagine dalla formazione rocciosa sul Mar Morto chiamata “la moglie di Lot”- la figura biblica trasformata in statua di sale per essersi volta indietro a guardare la distruzione di Sodoma-, dall’argomento stesso della ricerca antropologica di Yael (le usanze funebri delle comunità ultraortodosse di Gerusalemme), dal percorso del taxi nella valle di Hinnom, dove venivano offerti sacrifici umani alle divinità pagane, o ancora, dal ricordo del padre di Yael, che veniva “da là”, dal posto di cui era proibito parlare, dai campi di concentramento dove era scomparsa la sua bambina. E un filo, spezzato e riannodato e che non deve essere tagliato mai più, lega quella bambina senza nome al bimbo morto nell’attentato e al figlio di Yael, perché i nostri figli sono il nostro futuro e dobbiamo proteggerli.
formazione rocciosa "la moglie di Lot" sul Mar Morto
Stilos ha intervistato Shifra Horn, in visita in Italia.


“Inno alla gioia” è scritto in uno stile molto diverso dai suoi precedenti romanzi. L’impressione è che abbia avuto uno shock, un confronto con una bruta realtà, perché non c’è più l’atmosfera lieve, quasi di sogno, di “La più bella tra le donne” e “Tamara cammina sull’acqua”.
       Questo è il mio primo romanzo contemporaneo, i tre precedenti erano romanzi storici in cui non trattavo direttamente del conflitto arabo-israeliano, ma lo facevo attraverso il prisma storico, era un compito più facile per me. E poi, improvvisamente mi sono trovata a scrivere un romanzo ambientato ai nostri giorni. Ho iniziato a scriverlo nel 2002: la spiegazione è che uno scrittore ha bisogno di una distanza storica per scrivere della contemporaneità. Adesso vivo in Nuova Zelanda, è un paese molto noioso, laggiù tutto è differente, non succede assolutamente niente. Ma vivere in Nuova Zelanda mi ha dato una prospettiva storica degli avvenimenti che accadono ora, altrimenti non sarei mai riuscita a scriverne e mi sarei rifugiata ancora una volta in un romanzo storico. La Nuova Zelanda mi ha offerto la distanza di tempo e di luogo, è come vivere su un altro pianeta.

Quello che negli altri libri era stato il soggetto di alcuni episodi- c’era sempre qualcuno ucciso da un arabo- qui diventa il tema del romanzo. Come si convive con la paura del terrorismo? Ha mai pensato di lasciare Israele  per questo?
       La mia vita si divide tra due luoghi, la Nuova Zelanda e Israele: io non lascerò mai Israele, ne ho bisogno per la mia ispirazione, ho bisogno della luce del sole, del Mediterraneo, della gente che parla con le mani. E il libro è una risposta alla mia paura: quando guido la mia automobile e mi trovo dietro ad un autobus, ho sempre paura che possa succedere qualcosa, che qualcuno si faccia saltare in aria su quell’autobus. Scrivere offre una via d’uscita ai miei timori, è la mia maniera di trattare la paura profonda di un attentato. Israele è un paese piccolo, ogni volta che succede qualcosa del genere, è inevitabile che si conosca qualcuno che è stato ucciso. Scrivo per combattere la mia paura radicata e primitiva.

 Dopo l’11 settembre, dopo il 7 di luglio a Londra, il terrorismo sembra attaccare ovunque. C’è una possibile fine di quest’incubo?
       Non c’è una via d’uscita dal terrorismo, perché il terrorismo non è logico: il Corano non approva l’uccisione degli innocenti, si può combattere contro dei soldati ma non contro i civili. Questo nuovo terrorismo non ha una spiegazione razionale perché colpiscono non solo in Israele, ma anche in Turchia, in Marocco, ammazzano i loro stessi fratelli in Iraq, uccidono donne e bambini, che sono innocenti, che non hanno niente a che fare con la politica. Non c’è un’ideologia dietro il terrorismo, solo la volontà di portare il caos nel mondo. Ho la sensazione tremenda che finirà solo quando tutto il mondo sarà convertito all’islam e la democrazia sarà sconfitta. Colpiscono anche l’Iraq perché sta avviandosi verso la democrazia e loro vogliono abolire la libertà e la democrazia. Ormai il bersaglio non è più Israele, uccidono per uccidere.

Avshalom, il padre del bambino morto nell’esplosione, era un pilota e paragona le missioni dei piloti agli attacchi terroristici, perché entrambi colpiscono dei civili innocenti. Pensava anche alla guerra in Iraq, scrivendo di questo?
      Il nome Avshalom vuol dire “il padre della pace”, e no, non pensavo all’Iraq quando scrivevo, perché ho iniziato a scrivere il romanzo prima della guerra in Iraq. Il problema etico di un pilota, come dico nel romanzo, è che deve considerare che, con la sua azione, può colpire anche vittime innocenti oltre all’obiettivo mirato. Ripensavo a quanto è successo nella seconda guerra mondiale, quando gli americani non hanno bombardato i campi di concentramento per timore di uccidere gli ebrei e non hanno considerato che era pur vero, ma ne avrebbero salvati molti altri. Non ho una risposta per questo problema, in Israele però i piloti possono scegliere, se hanno dei problemi di coscienza possono rifiutarsi di eseguire la missione a loro affidata. Possono disobbedire agli ordini.

Il suo romanzo è stato scritto prima della decisione di Sharon di lasciare i territori, e uno dei personaggi caldeggia questa decisione come risolutiva. Eppure continuano gli attacchi terroristici in Israele.
      Ecco perché siamo stati delusi. Ecco perché, dopo la delusione del trattato di Oslo, dopo quella del comportamento di Arafat, molti della sinistra sono passati alla destra. Yael, la protagonista del romanzo, era di sinistra ma, dopo il trauma dell’attentato, diventa più realista, teme per il futuro del figlio e si mette in una posizione di opposizione alla sua più cara amica. E’ un conflitto che sentiamo tutti: il 95% degli israeliani sono per la pace e per la liberazione dei territori, ma nello stesso tempo hanno paura. Pensano, ‘gli diamo quello che vogliono ma se poi non rispettano l’accordo?’. Dopotutto nel Corano si parla di quando Maometto, conquistando l’Arabia del sud, aveva promesso ad una tribù ebraica di non attaccarla e poi non ha mantenuto fede alla promessa: per i musulmani non esistono trattati validi con i non musulmani. Arafat, quelli di Hamas, non hanno rispettato gli accordi, gli attacchi contro Israele continuano, io sono molto preoccupata.

C’è un parallelo, nel romanzo, tra la tremenda esperienza dei sopravvissuti dei campi di concentramento e i sopravvissuti ad un attentato. Che cosa vuol dire sopravvivere?

     Yael appartiene alla seconda generazione dei sopravvissuti alla Shoah e in tutto il libro ci sono cenni al fatto che il padre ha perso una moglie e una figlia nei campi, per questo è molto protettivo nei confronti di Yael. Anche io sono una figlia di sopravvissuti alla Shoah e anche io penso di essere stata eccessivamente protetta- è l’esperienza di tutti i figli di sopravvissuti, ci soffocano con il loro amore, con il loro desiderio di una vita felice per noi. Dobbiamo riuscire nella vita, avere successo, per dare loro soddisfazione, siamo dei capri espiatori che devono dar loro la felicità. Dopo l’attentato, Yael si identifica con il padre; quando è in ospedale e aspetta il foglio con il permesso di andare a casa, teme che la trattengano, di dover indossare un pigiama a righe come quelli dei detenuti nei lager, di diventare una sopravvissuta E sente all’improvviso tutto l’orrore della connessione con suo padre, non le piace essere una sopravvissuta, i sopravvissuti erano i più forti, quelli che si erano attaccati alla vita con ogni mezzo. Scopre il significato di sopravvivere, il comun denominatore del destino degli ebrei, perseguitati per 2000 anni, sopravvissuti per mantenere il giudaismo. Questo è il significato della sopravvivenza.

Che cosa è il movimento delle Donne in Nero di cui si parla nel romanzo?

       Le Donne in Nero sono un gruppo di estrema sinistra che si radunano tutti i venerdì nel centro di Gerusalemme: non sono molte, una quindicina, sono tutte vestite di nero, portano occhiali scuri e reggono un cartello nero con una scritta a favore del ritiro dai territori. Davanti a loro si piazza un altro gruppo di donne di destra che dimostrano contro di loro, e il luogo in cui si ritrovano è vicino alla casa del primo ministro. E’ un po’ come il Triangolo delle Bermuda, tutte le parti sono rappresentate: quelli contro il ritiro, quelli a favore del ritiro, le moglie dei coloni che non vogliono andarsene, e adesso ci sono anche i rappresentanti del Movimento per la Pace, che contano i giorni dall’inizio dell’Intifada e il numero dei morti.

Israele, come appare nel romanzo, sembra essere più che mai una terra di contrasti: guerra e obiettori di coscienza, ultraortodossi e ebrei non religiosi…
      Il mio romanzo è pieno di contrasti ed è un romanzo a strati: uno strato è quello del conflitto arabo-israeliano, un altro è quello del conflitto tra marito e moglie, poi c’è quello dell’amicizia tra le due donne che entrano in opposizione per le diverse idee politiche, e il conflitto tra ebrei secolari e ebrei ortodossi. Questo è un conflitto che si avverte specialmente a Gerusalemme perché gli ortodossi vivono in una zona isolata in cui non si può entrare in auto al sabato, si isolano come in una specie di ghetto. Ma anche se Israele è diviso riguardo alle questioni politiche o a quelle religiose, anche se ci sono ebrei sefarditi e ebrei ashkenaziti, è pur sempre la stessa società che parla la stessa lingua che è un collante, un comun denominatore. Siamo una sola nazione e, quando succedono delle tragedie, come le bombe dei suicidi, tutti quelli che discutevano, o che erano in conflitto, si riuniscono sotto l’ombrello comune della minaccia. E’ una paese diviso ma unito.

Come può Yael innamorarsi di un ultraortodosso?

      Solo alla fine del libro si capisce come possa Yael innamorarsi di un ultraortodosso, il che è molto raro, quasi impossibile per chi non è religioso. E dapprima neppure Yael ne aveva capito il perché. Il padre di Yael era solito ripetere quella che è una citazione da Nahum che ho messo in apertura del libro, “La sventura non avverrà due volte”. Voleva dire che nessuno gli avrebbe portato via Yael, perché lui aveva già perso una figlia nei campi. Questo è lo strato di una lettura mistica del romanzo, perché Yael è terrorizzata da una predizione che le è stata fatta da una donna che non conosceva e che non poteva sapere che lei fosse incinta, secondo cui avrebbe perso suo figlio. E quando incontra Avshalom che ha perso moglie e figlio nell’esplosione dell’autobus, pensa che, se lei darà ad Avshalom il suo proprio figlio, al bambino non potrà accadere niente. Essere con lui la proteggerà dal male.

Ci sono moltissime metafore nel romanzo. Una di quelle che colpiscono di più è quella dei rondoni che hanno fatto il nido nel cassettone della finestra.
     Sono un’intuitiva quando scrivo e il significato metaforico che potevano avere i rondoni nel cassettone mi è venuto in mente soltanto dopo che ne avevo scritto. E’ una metafora che può rappresentare i palestinesi che sono stati scacciati nel ‘48, oppure i rifugiati ebrei durante o dopo la seconda guerra mondiale, oppure anche i palestinesi di oggi, o anche i bosniaci. Possono rappresentare i rifugiati di qualunque nazionalità.

C’è un rapporto tenerissimo e speciale tra Yael e il suo bambino Yoavi: è suo figlio il piccolo Yoavi?
     Mio figlio adesso è grande e si è appena sposato, ma sì, Yoavi è come mio figlio quando era piccolo. Sono rimasta sola con lui dopo il divorzio e c’era un legame simbiotico tra me e lui. Mio figlio era come Yoavi nel romanzo, dolce e gentile, attento nei miei confronti e sollecito, era il mio migliore amico e siamo ancora molto uniti anche adesso.

Alla nascita di Yoavi, il marito di Yael dice una frase tremenda, “un altro soldato per Israele”. Viene fatto di pensare, ‘felice la terra che non ha bisogno di soldati ’ .
       La frase del marito di Yael è quella che ha detto a me mio marito quando è nato mio figlio, dopo un parto lunghissimo, durato 17 ore. “Un altro soldato per Israele”, una frase traumatizzante. Però, quando si tratta di un figlio unico, l’esercito non lo manda a combattere, proprio per proteggere la famiglia, e mio figlio, quando era nell’esercito, ha lavorato in un ufficio. Avrei potuto firmare una carta in cui autorizzavo a che venisse impiegato attivamente, e mio figlio lo avrebbe voluto, ma non l’ho fatto- e lui ha capito.

recensione e intervista sono state pubblicate sulla rivista "Stilos"


 a gennaio uscirà il nuovo romanzo di Shifra Horn, "Scorpion Dance", ne leggerete sul blog.

                            

martedì 29 dicembre 2015

Gabriela Adameşteanu, “Verrà il giorno” ed. 2012


Voci da mondi diversi. Europa dell'Est
               il libro ritrovato


Gabriela Adameşteanu, “Verrà il giorno”
Ed. cavallo di ferro, trad. Celestina Fanella, pagg. 383, Euro 18,00
Titolo originale: Drumul egal al fiecărei zile

   Di certo, con un dossier politico familiare pessimo come il mio, avevo le carte in regola per essere respinta. Quasi quasi lo speravo, e mi ripromettevo di cambiare città, di andare a lavorare in fabbrica, come avevo letto su tanti libri e sui giornali. Non avrei più abitato con lo zio Ion e con la mamma e non avrei più pensato che, facendomi bocciare all’esame di ammissione, avrei fatto di loro lo zimbello della città. Ma soprattutto ero certa che altrove avrei incontrato imprevisti in quantità e le mie giornate non sarebbero più annegate, come allora, nella monotonia.

      “Chi è Letiţia Branea?”- è la domanda che fa il portiere del pensionato studentesco all’inizio del libro, accendendo a tentoni la luce tra i cinque letti della camerata. C’è una telefonata urgente per la ragazza che si chiama Letiţia Branea. La stessa domanda viene ripetuta duecento pagine più avanti, raccogliendo il filo del racconto che si è arrotolato all’indietro nel tempo, senza dirci chi o che cosa richiedesse la presenza di Letiţia a casa. E ancora una volta verrà chiesto, “Chi è Letiţia Branea”, alla fine del romanzo, dopo altre duecento pagine: questa volta c’è qualcuno che aspetta Letiţia dabbasso. Una domanda che non solo scansiona le tre parti del libro- la vita di Letiţia bambina e adolescente in casa con la mamma e lo zio, l’arrivo a Bucarest e i giorni dell’università, l’amore per un giovane professore-, ma assume un significato esistenziale: è Letiţia stessa che si indaga, alla ricerca di se stessa, di chi vuole essere, di che cosa chiede dalla vita.

     Il titolo originale del romanzo suona ben diverso da quello che è stato adottato per le traduzioni in italiano e in francese. Potremmo renderlo come “Il percorso uguale di ogni giorno” ed infatti la monotonia di un’esistenza sempre uguale è quella che dà un’aria di soffocante claustrofobia a tutto il romanzo, ma soprattutto alla prima parte. C’è il soffoco di vivere in una piccola città, il soffoco di abitare in tre in una sola stanza, il soffoco della pesante coltre del regime che ha forzato la famiglia di Letiţia in questa situazione e che li obbliga a muoversi, per così dire, in punta di piedi, a bisbigliare, a controllarsi. C’è paura. Paura che viene da passate esperienze: il padre di Letiţia è stato arrestato, non si sa in che prigione si trovi, non si sa se sia ai lavori forzati al Canale; sua madre si è separata da lui prima dell’arresto- una misura previdenziale perché non fosse colpita l’intera famiglia; lo zio Ion è stato privato della cattedra universitaria (sapremo poi il perché) e relegato ad insegnare lontano dalla capitale. Letiţia non si fa illusioni. Con una famiglia con simili trascorsi politici, è impossibile che venga ammessa all’università. E invece ce la farà. Dovrà sostenere un esame più duro, ma nella seconda parte del libro Letiţia è approdata a Bucarest, la città agognata dove tutto potrebbe cambiare, dove qualcosa potrebbe accadere per vivacizzare la sua esistenza grigia.
università di Bucarest

   Cambia qualcosa? Ben poco. Al paese Letiţia aveva un’amica a cui confidare le sue pene d’amore; a Bucarest le chiacchiere delle ragazze con cui condivide la stanza sono sempre le stesse: l’amore, i ragazzi, la domanda a cui non c’è risposta e che è la stessa di tutte le ragazze dell’epoca ante-pillola, “si fa? non si fa? quando si decide di farlo?”, con lo spettro di un aborto (proibito in Romania, come d’altronde in Italia) se si aveva la sfortuna di restare incinta. La figura dello zio Ion domina questa seconda parte del libro, così come quella di Petru Arcan, l’ex studente dello zio diventato professore, è al centro della terza parte. Una contrapposta all’altra: lo zio integerrimo, conciliante tanto da sembrare passivo; un poco ambiguo e opportunista Petru Arcan che sfrutterà a suo nome gli scritti che lo zio non è riuscito a pubblicare. Letiţia stima lo zio e, nello stesso tempo, si rammarica perché le pare di avere appreso da lui un’apatica rassegnazione. Così, quando si alza in piedi a parlare in difesa di un compagno di studi, nella terza parte, è una vittoria per lei- ha sconfitto la paura che le è stata instillata nel soffoco della minuscola abitazione. Quando smette di guardare con ammirazione Petru Arcan, ne riconosce i limiti, ne indovina le origini, così simili alle sue, Letiţia è diventata adulta. E’ venuto il giorno che attendeva (il bel romanzo della Adameşteanu potrebbe anche intitolarsi “L’attesa”), in cui guardare se stessa, il passato della sua famiglia, la nazione in cui vive, senza paura.

     In maniera più sottile ancora che negli altri suoi romanzi, Gabriela Adameşteanu intreccia la storia privata con quella pubblica, di modo che è impossibile non sentire che il fardello del ‘diventare grande’- già pesante per ogni adolescente- è più problematico per la sua giovane protagonista, sorvegliata dall’occhio del Grande Fratello che lampeggia (ben tre volte, nel libro, come la domanda “Chi è Letiţia Branea?”) con la richiesta imperativa: ‘OGNI GIORNO LEGGETE SCÂNTEIA’.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it




     

lunedì 28 dicembre 2015

Gabriela Adameşteanu, “Una mattinata persa” ed. 2012

                                                    Voci da mondi diversi. Europa dell'Est
                 il libro ritrovato


Gabriela Adameşteanu, “Una mattinata persa”
Ed. Atmosphere, trad. Roberto Merlo e Cristiana Francone, pagg. 456, Euro 18,00
Titolo originale: Dimineaţa pierduta

A parte i farabutti, quanti della nostra età non hanno sofferto? Una generazione, potrei dire, sacrificata…Due guerre, fortune perdute, terremoti, arresti, prigioni piene, terrore e miseria!...Quando ripenso a com’eravamo nell’inverno del ’52- ti ricordi ancora quell’inverno terribile? Ci aveva colto di sorpresa e non c’era più legna…

        Quando si tratta di un libro immenso, è sempre difficile parlarne. E’ difficile decidere da dove iniziare per riuscire a farne capire il valore. Meglio, forse, gettarsi a capofitto: “Una mattinata persa” della scrittrice rumena  Gabriela Adameşteanu è un capolavoro. E’ un libro ‘europeo’, e con questo voglio dire che ci riguarda tutti- è uno di quei rari e grandi libri che riescono ad intrecciare le storie dei singoli con la Storia del loro paese e, nello stesso tempo, ci fanno sentire parte di quella Storia e di quelle storie anche se apparteniamo ad un altro luogo e ad un altro tempo.
     Potrei iniziare parlando dei personaggi, che sono tanti. Il romanzo incomincia con la voce di Vica, una donna anziana che esce di casa al mattino perché non ce la fa a passare tutto il giorno in compagnia del marito. Il suo è un lungo monologo interiore che, ogni volta che incontra qualcuno, si trasforma in dialogo. Vica che si avvia per le strade di Bucarest ci ricorda Leopold Bloom che si aggira per Dublino, o Mrs. Dalloway che va a fare spese per Londra. E tuttavia la voce di Vica è inconfondibile, i suoi pensieri sono più facili da seguire di quelli di Leopold, o di quelli dei personaggi della Woolf. Vica ha un linguaggio colorito, a tratti sboccato. E’ una donna del popolo che ha vissuto due guerre, che ricorda lo zeppelin che sganciava le bombe sulla città quando era bambina. Vica passa a salutare la cognata, incontra il nipote. La sua meta finale è la casa di Ivona, figlia della Madame Ioaniu presso cui un tempo si recava a fare lavori di cucito.

Ivona è l’antitesi di Vica: suo padre era lo stimato professor Mironescu, lei stessa è stata insegnante, sua madre era una gran signora (o almeno, si presentava come tale) e aveva sposato in seconde nozze il generale Ioaniu. Quando Vica parla di Sophie Ioaniu, si sente la sua ammirazione per lei. A sentire Vica, sarebbe stato il primo marito, in punto di morte, a chiedere all’amico Ioaniu di sposarla. La versione di un altro personaggio è un po’ diversa: tutta Bucarest sapeva che Sophie Mironescu andava a letto con Ioaniu quando il marito era ancora in vita. E’ un dettaglio significativo dello stile narrativo del romanzo: capita spesso di sentire una differente versione dei fatti, da parte di parecchie persone. A volte c’è una frase ripetuta, con diverse implicazioni, da più di un personaggio. Come nel caso della domanda, ‘perché Sophie aveva chiesto a Titi Iolamiteanu di andare prima a casa loro?’. Se lo chiede la sorella di Sophie, se lo domanda il marito geloso che spia l’incontro dei due (e ne soffre) in una delle scene chiave del romanzo.
   L’età di Vica fa sì che lei riassuma in sé tutta la storia del ‘900 rumeno. Il professore Mironescu, nelle sezioni del libro che sono come dei flash back innestati da una fotografia, rappresenta il passato lontano, le discussioni intorno a lui sulla scelta dell’alleanza in vista della prima guerra mondiale pongono il quesito di quale sia il ruolo degli intellettuali nella politica di un paese. Ci rendiamo conto, leggendo le pagine del diario del professore, datato 1916, di quanto la situazione della Romania fosse simile a quella della Polonia- entrambi stati schiacciati fra due potenze nemiche. Ivona, suo marito e il loro figlio che ha abbandonato il paese per l’Occidente, sono il passato più recente, quello della seconda guerra mondiale e del regime comunista. Sono la paura della Securitate, delle carceri, dei lavori forzati, delle fughe all’estero di cui si parla allargando il cerchio con altri personaggi, tutti vivissimi, che si imprimono nella memoria.

    Potrei proseguire parlando delle tematiche del libro- quella delle scelte politiche, dell’emigrazione, dello stato di corruzione del paese, del complesso di inferiorità rumeno nei confronti dell’Occidente, del ‘colonialismo’ dei paesi occidentali che guardano alla Romania con sufficienza sprezzante, della bruttezza di Bucarest.
    Non finirei più di parlare di “Una mattinata persa”. Termino con l’immagine di un personaggio che non è di carne e ossa ma di pietra e mattoni: la casa di Ivona, che era quella di suo padre. Una dimora signorile che è passata attraverso le traversie dei suoi abitanti e della stessa Romania, dapprima lussuosa in ogni dettaglio, dagli arredi al giardino, quando ancora c’era la monarchia, poi sempre più trasandata, quando agli Ioaniu era stato concesso di occuparne un solo piano all’inizio del regime comunista; dopo ancora la famiglia di Ivona  era rientrata in possesso dell’intera casa, ma- a che pro rimetterla in ordine? La casa passerà allo Stato, il figlio di Ivona ha perso il diritto di proprietà andando all’estero.
     “Una mattinata persa” è un libro che riserba nuove bellezze ad ogni lettura- perché questo è un libro che vorrete rileggere.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it




domenica 27 dicembre 2015

Gabriela Adameşteanu, “L’incontro” ed. 2010

                                             Voci da mondi diversi. Europa dell'Est
             il libro ritrovato


Gabriela Adameşteanu, “L’incontro”
Ed. Nottetempo, trad. Roberto Merlo, pagg. 348, Euro 18,00

Titolo originale: Întâlnirea

    “Colombino?! E questo sarebbe un colombo? Guarda com’è ridotto! Trascina le ali nella ghiaia!! Non è neppure più capace di volare, grasso e impacciato com’è! Mi ricorda le persone Dall’altra parte, anche se la loro cattività è infinitamente meno piacevole. Pochi sono rimasti, almeno in parte, liberi!....”

    E’ una delle immagini che più restano in mente, nella lettura dell’Odissea di Omero: Ulisse che approda a Itaca, dopo i dieci lunghi anni della guerra di Troia a cui si sono aggiunti quelli del viaggio di ritorno con le peripezie che sembrano prove di valore a cui l’eroe si deve sottoporre, e nessuno lo riconosce tranne il cane Argo.
Nei suoi sogni Traian Manu, il protagonista del romanzo “L’incontro” della scrittrice rumena Gabriela Adameşteanu, ritorna a Bucarest che ha lasciato da giovane e neppure sua madre lo riconosce. Nella realtà, quando Traian è circondato da una folla di persone che sono venute ad attenderlo all’aeroporto di Otopeni, è lui a non riconoscere nessuno di quei volti che si accalcano, reclamando la sua attenzione. Tutte quelle persone, che pretendono di essere cugini, parenti, vicini di casa, sono veramente quello che dicono di essere o è una finta gigantesca, una sorta di commedia (o tragedia?) messa in scena dagli agenti della Securitate? Perché è il mese di agosto del 1986, tre anni prima della caduta di Ceauşescu, e Traian Manu, insigne studioso e direttore dell’Istituto Europeo per la Ricerca sull’Ambiente Mediterraneo a Napoli, è un fuoriuscito che nel 1947 si è rifiutato di tornare in patria, motivo per cui gli è stata tolta la cittadinanza rumena. E’ tornato solo ora, perché è stato invitato per tenere una conferenza.

    E’ un libro molto bello, quello di Gabriela Adameşteanu, come sanno esserlo i romanzi che, nel narrare la storia di un uomo, coinvolgono anche tutti noi lettori, parlandoci di esperienze universali. Come fanno i miti, per l’appunto. Quello di Ulisse sottende tutta la vicenda di Traian Manu, l’esule per sempre in esilio, sia in terra straniera sia in patria, straniero ovunque, nel paese in cui vive ormai da più anni di quanti ne abbia vissuto in Romania e straniero in quello dove è nato, ma che non riconosce più e che non gli dice più nulla se non nella lingua della nostalgia. La storia di Traian Manu è la storia di due viaggi, dunque: uno che lo porta ‘fuori’ del suo paese, ed è anche il viaggio di conoscenza di Ulisse; l’altro che lo riporta ‘dentro’ i confini della patria. Uno che lo porta ‘dall’altra parte’- ed è questa un’espressione spesso ripetuta, a volte sussurrata, da quelli che sono rimasti in Romania, colma di aspettative, sogni, ma anche paure: nella Romania di Ceauşescu non è permesso parlare ‘dell’altra parte’, non è neppure permesso avere dei conoscenti e tantomeno dei parenti ‘dall’altra parte’. E poi, con un effetto straniante, quel ‘dall’altra parte’ viene a confondersi con quello che in genere chiamiamo ‘l’aldilà’, e per Traian ritornato ‘a casa’ è l’intero suo paese a sembrare il regno dell’Ade, in cui si addentra come un Ulisse intimorito dalle ombre che vede ovunque. La Romania è diventato un paese di morti in vita, di figure grigie che bisbigliano e scivolano via. Di nuovo in Italia, quando gli chiederanno quale differenza lo abbia più colpito tra i due paesi, Traian non esita: la mancanza di colori. Non sono solo gli abiti informi e neutri a non avere colore in Romania. Sono le facce, gli sguardi, il paese intero. E’ la vita stessa che ha perso colore in Romania.
     La narrativa di Traian è quella principale nel romanzo, ma è affiancata da altre quattro narrative, ognuna una voce intrigante perché diversa. La storia di Christa, la moglie tedesca di Traian, serve a bilanciare quella del marito: Christa ha vissuto sotto il nazismo, suo padre è stato penalizzato per la sua opposizione a Hitler (e c’è un esplicito parallelo tra il Führer e il Condottiero Ceauşescu), sua madre e sua sorella sono morte in un bombardamento- anche lei ha il suo passato di sofferenza.
Poi c’è Daniel, il giovane rumeno che, se la vita fosse stata diversa, sarebbe potuto essere nipote di Traian e che è, tuttavia, l’alter ego di Traian: “io ero lui che non era partito, ero lui che sarebbe tornato”, una sorta di Stephen Dedalus nella più celebre riinterpretazione del mito di Ulisse.
Daniel è anche lo sguardo veritiero su quello che sta succedendo intorno all’ingenuo Candide che non si accorge di nulla durante il viaggio di rientro in Romania, né della stretta sorveglianza, né della finzione di quello che lui pensa essere un suo amico e neppure sospetta alcunché del presunto cugino Victor, così servizievole, sempre accanto a lui. Daniel parla di tutti questi come di un branco di spioni e di maneggioni. Sono tutti al servizio della Securitate- quarta narrativa del romanzo in cui vanno inclusi sia i testi dattiloscritti del dossier su Traian Manu  sia gli scambi di parole degli stessi agenti, personaggi rozzi e volgari che si esprimono in una misera lingua che li rispecchia.

Il coro, infine. Non monovocale ma splendidamente differenziato- tante voci che si rincorrono, si accavallano, alzando e abbassando il tono, affermando, negando, avanzando le ipotesi più strampalate su Traian e sulla sua vita, su quello che era e su quello che è diventato, dicendo qualcosa e subito dopo il suo opposto. Come fa la voce del popolo che ama spettegolare e cambia versione di bocca in bocca.
     Questo libro dolorosamente ironico e anche molto sofferto offre poi, naturalmente, un’ulteriore percorso di lettura seguendo i personaggi dell’Odissea. Li ritroviamo in gran parte: oltre a Traian/Ulisse c’è Ana Maria/Penelope (è morta da poco la ragazza amata un tempo da Traian), ci sono ben due Cassandre, c’è Telemaco/Daniel, a ben vedere ci sono anche i Proci in versione studentesca. E, lungo tutto il percorso del ritorno, le citazioni del poema omerico, così perfettamente adeguate al presente, che Traian fa in greco e che noi leggiamo nella traduzione moderna di Rosa Calzecchi Onesti.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it



  

sabato 26 dicembre 2015

Tash Aw, “Mappa del mondo invisibile” ed. 2009

                                                                  Voci da mondi diversi. Asia
            il libro dimenticato
           FRESCO DI LETTURA

Tash Aw, “Mappa del mondo invisibile”
Ed. Fazi, trad. Giuseppe Marano, pagg. 465, Euro 8,78



     In un’isola dell’Indonesia il sedicenne Adam vede portare via dai soldati il padre adottivo Karl. E’ il 1964, siamo nel pieno di un’ondata di nazionalismo che respinge gli stranieri verso le loro nazioni di origine, abbasso il colonialismo, abbasso gli olandesi, abbasso gli inglesi che manovrano la giovane Malaysia di fronte alle coste indonesiane, abbasso gli americani. Karl ha preso da molto tempo la cittadinanza indonesiana, è un artista innocuo che ha eletto quelle isole come la sua seconda patria, ma per gli indigeni resta sempre uno degli odiati colonizzatori olandesi. E così Adam esperimenta un nuovo abbandono: era troppo piccolo per ricordare quando la madre aveva lasciato in un orfanotrofio lui e il fratello maggiore Johan, ma era invece abbastanza grande per provare il senso di vuoto e di solitudine totale quando una famiglia malese aveva portato via Johan, solo Johan e non lui. E aveva cinque anni quando aveva seguito Karl che lo aveva adottato, dapprima impaurito e diffidente davanti a quell’estraneo straniero e poi conquistato dall’affetto e dalla generosità di lui. Tra le carte di Karl, Adam trova delle fotografie, il nome di una donna che forse Karl ha amato e che ora insegna all’università di Giacarta ed è a lei che si rivolge, perché lo aiuti a ritrovare suo padre.
Giacarta
     Il tema della ricerca è centrale nel secondo romanzo di Tash Aw, ricerca di persone scomparse, ricerca della propria identità e dell’identità della propria nazione. Il filone principale in cui Adam rintraccia Margaret Bates (americana nata in Indonesia che parla un indonesiano perfetto) e le chiede aiuto per ritrovare Karl si intreccia con quello in cui il protagonista è Johan che vive a Kuala Lumpur con la sua ricca famiglia adottiva, afflitto dai sensi di colpa per aver abbandonato il fratellino. Potrebbe essere una seconda ricerca, quella di Johan per ritrovare Adam e viceversa. In realtà è una ricerca sognata e mai effettuata. Se ne parla, la si desidera, ma è come se ormai il legame famigliare si fosse spezzato e non potesse più essere riallacciato. Ad un certo punto sembra che Johan- meglio, il ricordo struggente di Johan- occupi un posto più importante di Karl nel cuore di Adam, poi la realtà ha il sopravvento, il vincolo di amore che Karl ha saputo creare è più forte di quello fraterno e Adam smette di perdersi nei sogni e gli importa solo di salvare suo padre.
Kuala Lumpur
    Si parla molto, in “Mappa del mondo invisibile”, di fisionomie e colore della pelle. Si cerca di individuare nei vari personaggi la loro provenienza, di quale delle isole siano originari, quasi che ognuno senta la necessità di collocare se stesso in un preciso angolo del mondo, di sapere a ‘dove’ appartiene. Così come la restituzione dei quadri trafugati e portati all’estero, prettamente indonesiani con le loro scene di storia locale, assume un significato simbolico: è l’identità nazionale che si riconsegna, insieme ai quadri ambiti da Sukarno.

     I fermenti politici sullo sfondo del romanzo di Tash Aw- è il 1964-, le scene delle masse di giovani urlanti, la figura infida dello studioso di cui Margaret pensava di potersi fidare e che invece mette nelle mani dell’ingenuo Adam la borsa con una bomba da collocare nelle toilette dell’Hotel Java, sono stranamente attuali, la giusta ambientazione per un romanzo inquieto.

     “Mappa del mondo invisibile” non è un romanzo folgorante come “La vera storia di John Lim” (vedi post del 5 gennaio sotto la stessa etichetta). Ha lo stesso fascino di un linguaggio fortemente evocativo, ma ha anche un che di non finito che ci lascia in sospeso.


giovedì 24 dicembre 2015

holidays 2015








A tutti quanti, auguri di buon Natale e che il 2016 porti pace, buona salute e- perché no?- belle letture.

mercoledì 23 dicembre 2015

Joël Dicker, “La verità sul caso Harry Quebert” ed. 2014

                                                          Voci da mondi diversi. Svizzera
               il libro dimenticato
              FRESCO DI LETTURA


Joël Dicker, “La verità sul caso Harry Quebert”
Ed. Bompiani, trad. V. Vega, pagg. 775, Euro 11,90


      L’ho letto soltanto ora. Ne avevano parlato tanto, quando è stato pubblicato lo scorso anno. Aveva ricevuto ottime recensioni. Sembrava fosse un capolavoro. Eppure una qualche mia diffidenza nei confronti dei capolavori conclamati mi aveva tenuto lontano dalla lettura, a suo tempo. L’occasione del giorno del libro in versione digitale mi ha spinto all’acquisto.
     La prima pagina del libro ci trascina immediatamente in media res. Ad Aurora, una cittadina sulla costa Atlantica degli Stati Uniti, il 30 agosto 1975 una ragazzina è scomparsa. Si chiamava Nola. Un’anziana signora che viveva ai margini della foresta aveva telefonato alla polizia dicendo che una ragazza con un abito rosso era entrata correndo nella foresta inseguita da un uomo e, poco dopo, aveva ritelefonato per dire che la ragazza era in casa sua. Uno sparo. La vecchia era morta e i resti del corpo di Nola erano stati trovati nel 2008 dal giardiniere incaricato di piantare delle ortensie in un angolo del giardino della villa dello scrittore Harry Quebert. Il quale viene arrestato e incriminato dell’assassinio di Nola. Le prove: il luogo dove è stata sepolta Nola e il fatto che accanto alla ragazza ci fosse la sua sacca di pelle con dentro il manoscritto del romanzo che aveva dato la fama a Harry Quebert. In prima pagina la dedica a lei, Nola. Parole di addio, “amore mio”.

     La vicenda scorre su più piani narravi e almeno tre livelli temporali- l’estate del 1975 quando Harry Quebert in crisi di ispirazione arriva ad Aurora e si innamora della quindicenne Nola, il 2002, cioè l’anno dell’incontro di Marcus Goldman (il narratore/scrittore del caso di Quebert) con il professor Quebert all’università e il 2008 quando Marcus trentenne, dopo aver raggiunto il picco della fama con il suo primo romanzo due anni prima, raggiunge l’amico e maestro Harry Quebert ad Aurora. Marcus è quasi un doppio del Quebert di trentatre anni prima- anche lui ha il blocco dello scrittore. Il desiderio di trovare il vero colpevole dell’assassinio di Nola e discolpare così il suo mentore, con l’indagine che ne consegue, gli offrirà lo spunto per il romanzo che l’editore continua a sollecitare.
      Il romanzo ha dei pregi, quelli adatti a farne un best seller. Seguendo le regole più elementari per catturare l’attenzione del lettore (che sono poi le regole che Quebert detta a Marcus in una delle narrative del libro), questi viene letteralmente travolto, inchiodato, obbligato a girare pagina dopo pagina perché la tensione è fortissima. La trama mescola il genere mystery con l’indagine poliziesca, con la titillante storia d’amore proibita tra una Lolita e uno scrittore che ha il doppio dei suoi anni nell’atmosfera soffocante di una cittadina sonnolenta in cui ci sono poche occasioni per distrarsi e ancora di meno per conoscere persone nuove. La piccola Nola non è l’unica ad innamorarsi del bel Harry, non è l’unica ragazza bionda di Aurora, sorgono rivalità e gelosie. A ben vedere “La verità sul caso Harry Quebert” è la storia di uno scrittore che racconta la storia di un altro scrittore che a sua volta racconta la sua storia d’amore in un altro romanzo. La stesura del romanzo di Goldman include stralci del romanzo di Quebert, lettere, testimonianze, e altro ancora. Da un certo punto in poi i colpi di scena si succedono, vertiginosi, è perfino arduo seguirli (anche perché hanno un che di incredibile).

     MA i personaggi mancano di spessore in una trama che ha molto di scontato e quello che potrebbe non esserlo ci lascia dubbiosi. Se l’attrazione di Humboldt Humboldt per Lolita nel capolavoro di Nabokov era perfettamente comprensibile, quella di Quebert per Nola non lo è. Inutile che si cerchi di osannare l’amore, di fare di Nola la musa che si sacrifica per il grande scrittore. Se non fosse per l’età di Quebert, si potrebbe parlare di ‘calf love’, ‘l’amore del vitello’ come lo chiamano gli inglesi. I dialoghi sono penosi, alcuni personaggi (madri e padri) abbozzati in maniera macchiettistica e il finale del tutto insoddisfacente.
    Quello che più mi è piaciuto sono stati gli inserti delle ‘lezioni’ di scrittura di Quebert (mi parevano impartiti a Joël Dicker stesso, quasi che fosse anche lui un doppio di Goldman come Goldman lo è di Quebert) e quelli in cui si pianifica cinicamente il successo del romanzo, perfino la tempistica della pubblicazione perché non avvenga in coincidenza con le elezioni presidenziali a cui andrà tutta l’attenzione del pubblico.



    

martedì 22 dicembre 2015

Frederick Taylor, “Dresda”

                            Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                                  Storia
    seconda guerra mondiale
    il libro ritrovato

Frederick Taylor, “Dresda”
Ed. Mondadori, trad. Nadia Cannata, pagg. 500, Euro 23,00

Dresda, l’antica Dresda fittamente edificata, era in fiamme molto prima della mezzanotte e forse non sarebbe potuta essere salvata, anche se la seconda ondata di bombardieri non fosse mai arrivata. Il numero delle vittime sarebbe stato alto, paragonabile a quello di altre incursioni analoghe lanciate sui centri storici di antiche città durante la guerra area.


     13 febbraio 1945, una delle date dell’ultimo anno di guerra impossibili da scordare: tra le 22,13 e le 22,28 di quella notte  l’aviazione britannica sganciò 881 tonnellate di bombe sul centro di Dresda. Era solo il primo di tre attacchi, seguito da un secondo un paio di ore dopo, reso facile dalle fiamme degli incendi che divampavano in tutta la città illuminando il bersaglio, e da un terzo, eseguito da bombardieri americani verso il mezzogiorno del 14 febbraio. Il rapporto operativo dell’Intelligence Bomber Command riferisce, “Si ritiene che l’attacco sia perfettamente riuscito”, parole mortalmente definitive che suonano come quelle tedesche, “L’ordine regna a Varsavia”. C’è stato un silenzio di quasi mezzo secolo sul bombardamento di Dresda; quello che è prevalso è stato l’atteggiamento espresso dallo scrittore Thomas Mann, “Io penso a Coventry, e non ho obiezioni per la legge che tutto quello che si fa ha un prezzo. O la Germania credeva che non avrebbe mai dovuto pagare per le atrocità che il suo salto verso la barbarie sembra rendere lecite?”.
E’ questo il quesito di fondo del libro dello storico inglese Frederick Taylor, “Dresda”: la città era un obiettivo legittimo? E perché un attacco così devastante, che provocò circa 40000 morti civili, proprio sul finire della guerra? Taylor non si limita a scrivere quello che avvenne la notte del 13 di febbraio, inizia con una storia della città, vanto e gioiello della Germania, colta e raffinata, la “Firenze sull’Elba” famosa per suoi monumenti, per l’aria di cultura che vi si respirava da secoli, per le fini porcellane. Una città che, già distrutta da incendi in passato, ricostruita ancora più bella se possibile, era passata indenne attraverso gli anni di guerra, tanto che i suoi abitanti si erano convinti di essere stati graziati, che Dresda sarebbe stata risparmiata per rispetto alla sua bellezza.
E tuttavia, come Taylor mette in chiaro, non è vero che non ci fossero industrie belliche a Dresda. Anzi, la maggior parte delle industrie, compresa la famosa Zeiss-Ikon produttrice di macchine fotografiche, erano state convertite, sotto copertura, ammantate dall’aura intellettuale della città. Come poteva essere una sorpresa il bombardamento di Dresda? Taylor rievoca i blitz tedeschi su Londra, la distruzione di Coventry, e poi i bombardamenti degli alleati su Lubecca, su Amburgo e su altre cittadine vicine a Dresda. Esamina pure gli atteggiamenti ufficiali riguardo agli attacchi massicci su obiettivi civili: già nel 1921 il generale italiano Douhet considerava giustificabile l’uccisione di civili su vasta scala, avvallando non solo l’uso delle bombe ma anche di gas velenosi.
la Hofkirche oggi. Sopra, dopo il bombardamento
Taylor ha ascoltato testimoni sopravvissuti alla notte di fuoco, ha letto i memorabili diari di Viktor Klemperer, e la descrizione dell’ultima notte di Dresda è agghiacciante, gente morta nei crolli, nelle fiamme, soffocata nei rifugi antiaerei, intrappolata come topi, lessata viva nelle cisterne d’acqua in cui aveva cercato rifugio, la pelle delle piante dei piedi ustionata dall’asfalto diventato un fiume di lava. Il 14 febbraio Dresda era una città fantasma, una città di morti. Eppure, se non ci fosse stata l’avanzata sovietica, avrebbe potuto avere lo stesso destino di Hiroshima.


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