sabato 24 agosto 2019

Ruth Ware, “L’eredità di Mrs. Westaway” ed. 2019


                                             Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                                cento sfumature di giallo


Ruth Ware, “L’eredità di Mrs. Westaway”
Ed. Corbaccio, trad. V. Galassi, pagg. 368, Euro 19,50

      C’è qualcosa nelle case inglesi. Qualcosa che fa sì che diventino esse stesse le protagoniste dei romanzi. Case che non dimentichiamo. Pemberley (“Orgoglio e pregiudizio”), Manderley (“Rebecca”), casa Darlington (“Quel che resta del giorno”), Howards End nel romanzo omonimo- non dimentichiamo neppure i loro nomi, tanto rimangono impresse nelle nostra memoria, per la maestosità, la sequenza di stanze, le scale che i personaggi salgono a volte con il cuore in gola, i segreti dietro porte e tendaggi. C’è una casa indimenticabile anche nel nuovo thriller psicologico di Ruth Ware. E’ in Cornovaglia, si chiama Trepassen, Casa delle gazze. E infatti le gazze fanno sentire di continuo il loro gracchiante richiamo e c’è una filastrocca che associa un significato al numero della gazze- Sette è un segreto da non svelare mai. Un grande parco circonda Trepassen, in lontananza si vede il mare, dalla casa un sentiero conduce ad un lago- una volta c’era una rimessa di barche, ora è tutto marcescente.

      L’anziana proprietaria di Trepassen, Mrs. Westaway, è morta. Una vecchia orribile- diranno di lei i tre figli. Quando la ventunenne Harriet Westaway riceve la lettera dell’avvocato che la convoca per la lettura del testamento di sua nonna, Harriet cade dalle nuvole. Sua nonna? Ma sua nonna è morta da anni. Anche sua madre, Margarida Westaway, è morta, investita da un’auto pochi giorni prima che Harriet compisse diciotto anni. Harriet vive a Brighton e si mantiene con quei pochi soldi che riesce a guadagnare leggendo i tarocchi in uno stand sul molo. Si trova in difficoltà- aveva chiesto un prestito ad uno strozzino che ora la perseguita. Qualche migliaio di sterline le farebbero comodo, pagherebbe gli arretrati dell’affitto, liquiderebbe l’usuraio, farebbe un pasto decente. Sarebbe un imbroglio, ma, dopotutto, la lettera era indirizzata proprio a lei, al suo indirizzo. Harriet prende un biglietto di sola andata (non ha soldi per quello di ritorno) e arriva a Trepassen per scoprire, alla lettura del testamento, che è lei ad ereditare tutto, in quanto figlia di Maud, fuggita da casa più di vent’anni prima senza dare più sue notizie. Gli zii appena conosciuti sono esterrefatti. Ognuno di loro reagisce in maniera diversa.

     Si sbaglia di grosso il lettore che pensa che il nocciolo del romanzo sia una questione di eredità contesa e che la vita di Harriet sia in pericolo per quello. Sette è un segreto da non svelare mai. C’è più di un segreto a Trepassen. Chi ne sa di più è la lugubre governante che mostra di odiare Harriet fin dal primo momento e che si aggira infagottata di nero nella casa di cui sembra essere lei la padrona (ha molto in comune con Mrs. Danvers e non è questo l’unico richiamo- voluto- a “Rebecca” di Daphne Du Maurier). Una fotografia ingiallita che ritrae due fratelli con la sorella Maud e la cugina Maggie, un diario con pagine strappate di cui noi e Harriet leggiamo delle pagine, la scritta “aiutami” incisa sul vetro della finestra del bugigattolo in soffitta dove è stata messa a dormire Harriet (due chiavistelli rendono possibile sbarrare dall’esterno la porta della stanzetta), la corda tesa sulla scala per far inciampare Harriet- che cosa significa tutto questo? Se Harriet rinuncia all’eredità e rivela di non essere figlia di Maud, nessuno dovrebbe più avercela con lei, giusto? C’è però ancora molto da scoprire…

     Questo è un libro di cui non si riesce ad interrompere la lettura. Che stuzzica la nostra curiosità e mette alla prova la nostra capacità di scoprire qualche indizio per arrivare a capo del mistero- che ne è stato di Maud e Maggie? C’è molta finezza nella narrativa di Ruth Ware. Splendida, poi, l’atmosfera già di per sé tenebrosa della grande casa in rovina e resa ancora più inquietante dalla pioggia e dalla tempesta di neve, intriganti i richiami letterari, non solo alla Du Maurier ma anche ad Agatha Christie (ricordate la filastrocca dei dieci piccoli indiani?). I tarocchi, infine, che sono un sotto-testo affascinante: mi farò leggere i tarocchi.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook
la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it




giovedì 22 agosto 2019

Harald Gilbers, “Atto finale” ed. 2018


                                                 Voci da mondi diversi. Area germanica
                                                  cento sfumature di giallo


Harald Gilbers, “Atto finale”
Ed. Emons, trad. Angela Ricci, pagg. 425, Euro 16,00

     Berlino. 20 aprile 1945. 20 giorni alla resa della città. E’ veramente l’”Atto finale”, come dice il titolo di questo terzo libro della trilogia che ha per protagonista l’ex commissario Richard Oppenheimer, o meglio, Berlino, la capitale del Reich che doveva durare 1000 anni. Il titolo originale in tedesco, Endzeit, è ancora più suggestivo, si presta a giochi di parole in cui l’atto finale del dramma della partita fra i nemici, fra il Bene e il Male, è anche il tempo della fine del mondo che conoscevamo, se non la fine di tutto, l’Armageddon, con la conclusione del libro che si chiude con il fungo atomico su Hiroshima. E quando viene chiesto a Richard se ha dei parenti in America (e lui nega), il nostro pensiero corre al fisico Oppenheimer che avrebbe detto, “abbiamo fatto il lavoro del diavolo”.
      Il tempo non è scandito da un ticchettio, in “Atto finale”. Mentre passano i giorni, è come se un minaccioso rullo di tamburo segnalasse quanti giorni mancano alla resa e, dopo, quanti giorni mancano alla fine della guerra nel Pacifico. L’Armata Rossa, annunciata e attesa con terrore, invade Berlino. I tedeschi temono quello che avverrà, se lo aspettano come una giusta punizione per le efferatezze compiute dalle loro forze armate nei territori dell’Est. Chi può si nasconde nei bunker, le donne cercano di imbruttirsi e invecchiarsi, ma serve a poco. Si calcola che almeno 100000 donne siano state stuprate a Berlino. Fra queste, Lisa, la moglie di Richard. Uno shock per lei. Uno shock per lui che giura a se stesso di vendicarla- ha colto un nome, ha sentito la risata rauca del compagno che era accanto all’uomo.

     L’intera prima metà del romanzo è la storia di una città colpita a morte e agonizzante- è lei, Berlino, la protagonista assoluta. I russi- stupri e violenze isolate a parte- si danno da fare per distribuire cibo alla popolazione affamata e ripristinare un minimo di servizi essenziali. In questo quadro di disfacimento, da fine del mondo, scorgiamo poi due tracce che finiranno per unirsi- Oppenheimer che dà la caccia allo stupratore e nello stesso tempo viene incaricato dai russi di ritrovare una preziosa valigetta il cui proprietario è stato assassinato. Che cosa contiene di così prezioso questa valigia? Qualcosa che è anche pericoloso da maneggiare, qualcosa su cui i russi vogliono mettere le mani prima che arrivino gli americani. Il finale, con l’inseguimento nelle gallerie allagate della sotterranea, ricorda il famoso inseguimento nella rete fognaria di Vienna ne “Il terzo uomo” di Graham Greene ed è mozzafiato. Con un Richard Oppenheimer sempre più umano, tormentato da dubbi e sensi di colpa, sempre più vicino a noi.
    Quando un romanzo, senza aver la pretesa di essere un testo di Storia, è accuratamente documentato e ricco di dettagli e ci avvicina alla Storia, deve essere letto.



martedì 20 agosto 2019

Harald Gilbers, “I figli di Odino” ed. 2017


                                                   Voci da mondi diversi. Area germanica
 cento sfumature di giallo

Harald Gilbers, “I figli di Odino”
Ed. Emons, trad. G. Giri, pagg. 408, Euro 16,00


   Un’atmosfera da Götterdämmerung, in questo secondo romanzo della trilogia di Berlino di Harald Gilbers.
   La Storia incalza. Il tempo incalza. E’ il gennaio del 1945. Le sirene dell’allarme antiaereo suonano due volte al giorno a Berlino, al mattino presto- annunciano gli aerei americani- e alla sera tardi- è il turno di quelli britannici. Le strade sono così ingombre di macerie che si fatica a camminare. Non c’è più benzina per le automobili, sono riapparse carrozze e carretti trainati da cavalli macilenti. La gente ormai ha una valigia sempre pronta- per scappare nei bunker quando suonano le sirene, per cercare un alloggio di fortuna se trovano la casa distrutta quando riaffiorano in superficie dopo un bombardamento. Aumentano- sottovoce, perché il pericolo di essere denunciati per disfattismo è più che mai forte- gli insulti contro Hitler e le parole di speranza perché tutto finisca presto. D’altra parte si sa, le notizie sono filtrate, che l’Armata Rossa è a soli 50 km. da Berlino e che gli Americani stanno avanzando da ovest. Chi arriverà per primo ad occupare Berlino?

     Ad Auschwitz c’è il fuggi-fuggi. Si distruggono documenti, si cerca di cancellare un orrore che non può essere cancellato. Il dottor Eric Hauser, marito separato di Hilde, la dottoressa antinazista che è stata di grande aiuto all’ex commissario della polizia criminale Richard Oppenheimer, è tra quelli che hanno programmato la fuga. Porta con sé un fascicolo di documenti su cui ha annotato i risultati degli esperimenti da lui eseguiti sugli internati del campo. Li affiderà a Hilde, inorridita alla scoperta del loro contenuto. Il progresso della scienza medica non può giustificare l’obbrobrio.
     Questo lo sfondo, terrificante e affascinante, in cui si svolge il romanzo. Oppenheimer si trova a dove indagare su un omicidio: è stato lui a scoprire il cadavere, ma, se nel romanzo precedente la corsa contro il tempo era per impedire la morte di altre donne, tutte vittime del serial killer, qui è per riuscire a scagionare Hilde prima che il Tribunale del Popolo, che non va molto per il sottile, la condanni alla pena capitale come colpevole di omicidio.
     La particolarità dei romanzi di genere di Gilbers è nella ricchezza della loro sottotrama, nelle storie di Male che si celano perfettamente dietro la grande storia del Male, di violenze e sfogo di crudeltà personale dietro la grande violenza che in qualche modo la guerra giustifica, di sette che, reinterpretando mitologie nordiche, giustificano le teorie della purezza della razza ariana. E’ come se, nel corso della narrativa, tanti piccoli tasselli venissero aggiunti per supportare e cercare di spiegare quanto accadde in Germania in epoca nazista. Tanti piccoli fuochi accesi che hanno finito per conflagrare nell’incendio che ha distrutto la Germania migliore, quella della filosofia e della musica, del pensiero e dell’arte.

E sempre più ci piace il protagonista, l’ex commissario ebreo che è la figura dell’antieroe, che ha il coraggio di avere paura- solo gli stupidi non hanno paura in certe situazioni ed è la paura controllata che dà la lucidità di fronteggiare il pericolo-, che ha bisogno di sostenersi con la ‘droga panzer’ ovvero ‘ la cioccolata per carri armati’, il Pervitin che permette di restare svegli e vigili e in stato di euforia combattiva ma che però crea dipendenza. La scelta di Oppenheimer come personaggio principale- se non si vuol considerare Berlino come il vero personaggio principale- ci permette una sorta di doppia visuale. Oppenheimer è la vittima in quanto ebreo che teme l’occhio della Gestapo e nello stesso tempo è il tedesco medio che non può non sentirsi partecipe delle sofferenze dei suoi concittadini.
     Un thriller storico che non vi pentirete di avere letto.


   

sabato 17 agosto 2019

Harald Gilbers, “Berlino 1944” ed. 2016


                                             Voci da mondi diversi. Area germanica
                                              cento sfumature di giallo


Harald Gilbers, “Berlino 1944”
Ed. Emons, trad. G. Giri, pagg. 389, Euro 15,00

   Berlino. Maggio 1944. Una città allo stremo. La fine si avvicina- molti se lo augurano, pochi credono ancora ciecamente nell’arma segreta del Führer. I bombardamenti si susseguono, implacabili. Quanto lontana è, questa città in macerie, con gli occhi ciechi delle finestre da cui si vede il cielo nei muri rimasti in piedi, dalla grandiosa Germania- questo sarebbe stato il suo nuovo nome-, sogno di un pazzo megalomane.
Richard Oppenheimer, ex commissario della polizia criminale, vive con la moglie ariana nella Judenhaus. E’ stato esonerato dal suo incarico, ma è il male minore considerando la sorte degli ebrei, deportati in massa verso est. Forse, se non succede niente alla moglie, riuscirà a scamparla, anche se vive sempre all’erta, inghiottendo pasticche di Pervitin, l’anfetamina brevettata in Germania nel 1937 e somministrata ai soldati della Wehrmacht come fosse una tavoletta di cioccolata. Quando viene prelevato da casa dalle SS, Oppenheimer pensa subito al peggio ed invece è ricercato per le sue competenze, per la bravura che ha mostrato nel risolvere dei casi in precedenza. E’ stato ritrovato, ai piedi di un monumento dedicato alla prima guerra mondiale, il cadavere di una donna mutilato nelle parti intime. Ce ne saranno altri ed è presto chiaro che l’assassino è un serial killer che deve avere qualche disturbo mentale, che, in una lettera inviata alla polizia,  sproloquia sulle donne, tutte puttane che infettano gli uomini con il loro sangue marcio.

     C’è un doppio crescendo nel ritmo di “Berlino 1944”, primo di una trilogia di romanzi dello scrittore tedesco Harald Gilbers. Aumentano gli allarmi nelle notti di Berlino, durante un bombardamento Oppenheimer resta intrappolato nella cantina di una casa dove si è rifugiato insieme a Vogler, l’ufficiale delle SS che ha chiesto il suo intervento e gli ha dato il permesso, anzi, gli ha ordinato di staccare la stella gialla dal cappotto- e questa è una scena molto bella e significativa, con i due antagonisti che fronteggiano insieme la possibile morte-, e di pari passo aumenta il numero delle donne che scompaiono e vengono uccise e mutilate. Finché i due drammi, quello della città simbolo della Germania e quello delle donne vittime dell’assassino che sembra giocare a nascondino con Oppenheimer, si uniscono in una notte di tregenda quando, tra il fragore delle esplosioni e le fiamme degli incendi, si scopre una croce uncinata formata con resti umani- una macabra beffa suprema.

     Un personaggio interessante, questo Richard Oppenheimer. Una sorta di antieroe che non teme mostrare le sue paure, si imbottisce di Pervitin per affrontare il pericolo e tuttavia ha il coraggio di sfidare il Reich per raggiungere la verità. Perché- chi cerca di coprire il vero colpevole, chi ha fatto scomparire degli incartamenti? E anche l’Hauptsturmführer Vogler acquista un nuovo interesse ai nostri occhi mentre cambia nel tempo, abbandonando i pregiudizi, imparando a stimare quell’ebreo che, in fin dei conti, gli ha salvato la vita e- grande merito- disobbedendo agli ordini per seguire la sua coscienza.
     Bellissima l’ambientazione a Berlino nel mese che precede lo sbarco degli alleati in Normandia, avvenimento su cui circolano voci di cui è difficile accertare l’autenticità.




giovedì 15 agosto 2019

Jokha Alharthi, “Celestial bodies” ed. 2019


                                                          Voci da mondi diversi. Oman
              in altre lingue
              saga

Jokha Alharthi, “Celestial bodies”
Ed. Sandstone Press, pagg. 256, formato kindle Euro 4,99

      Un romanzo scritto da una donna.
      Un romanzo scritto da una donna araba. E dell’Oman.
      Il romanzo che ha vinto il Man Booker Prize 2019.
   Si intitola “Celestial bodies” ed è la prima scrittrice dell’Oman ad essere tradotta in inglese. Una saga famigliare che coinvolge tre generazioni spalancando una finestra su un mondo di cui sappiamo poco o nulla, invece di farcelo intravvedere attraverso le grate che nascondono la vita delle donne nei paesi arabi. Tre sorelle e il marito di una di queste al centro della narrazione, ma i personaggi sono molti di più- le intere famiglie di entrambe le parti, i mariti delle altre due sorelle, i figli, l’amante del padre delle sorelle, la schiava che è stata anche la donna di piacere dell’altro capofamiglia. I capitoli portano in primo piano i vari personaggi, mentre una voce narrante in terza persona ce ne racconta le vicende. Soltanto uno di loro, Abdallah, marito di Mayya, parla in prima persona- è un caso che sia un uomo? Non credo. Non credo neppure che sia un caso che Abdallah sia un uomo amabile, innamorato non ricambiato dalla moglie, un padre dolce con la figlia London (è stato criticato da tutti perché non si è opposto alla scelta di questo nome da parte della moglie), angosciato dall’autismo del figlio minore, tormentato dagli incubi del ricordo di un padre duro- una scena in particolare gli affiora di continuo alla memoria, il terrore che aveva provato quando, per punizione, il padre lo aveva appeso a testa in giù nel pozzo.

     Tra il villaggio di al-Awafi e Muskat, tra un passato fatto di vecchie usanze, di leggi della Sharia (un’adultera viene fustigata), di matrimoni combinati, di cure mediche che sanno di superstizione e non curano affatto (quanti i bambini morti!), di gravidanze che non possono essere evitate, di storie di schiavi prelevati in Africa e comprati per meno di quello che costerebbe un sacco di riso (solo nel 1970 la schiavitù fu abolita in Oman), e un presente in cui London studia medicina, guida un’automobile, si sposa con un uomo il cui nonno era servitore della sua famiglia e poi divorzia, sua sorella Khawla, dopo aver sposato l’uomo dei suoi sogni accettando che lui viva per lo più in Canada dove ha un’altra donna, chiede il divorzio proprio quando il marito è tornato da lei per sempre (perché la canadese lo ha mollato), mentre la terza sorella segue la via della tradizione con l’uomo che il padre ha scelto per lei e mette al mondo quattordici figli. Al-Awafi rappresenta la tradizione (belli gli incontri appassionati del padre delle tre sorelle con la beduina nel deserto, inquietante il mistero sulla morte della madre di Abdallah), Muskat è lo scintillio del presente, nel tentativo di emulare Dubai o Abu Dabi.

   E le storie si srotolano nel tempo come da una matassa ingarbugliata di cui bisogna districare i fili. Una voce nuova per un romanzo appassionante.




domenica 11 agosto 2019

Edward St Aubyn, “La follia di Dunbar” ed. 2019


                                           Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                                  dramma


Edward St Aubyn, “La follia di Dunbar”
Ed. Neri Pozza, trad. Ada Arduini, pagg. 236, Euro 17,00

    Quattro pagine di un dialogo che sembra appartenere ad un testo del teatro dell’assurdo, all’inizio del nuovo romanzo di Edward St Aubyn, che già conosciamo per aver scritto “I Melrose”. E’ un uomo anziano, Dunbar, che racconta a frasi smozzicate quello che gli è successo. L’altro, Peter, ribatte, commenta in maniera scherzosa, si fa beffe di lui. “Io un impero ce l’avevo davvero, sai”, dice Dunbar. Peter non lo prende sul serio. Sono ricoverati entrambi in un ospizio di lusso- quanti sono i matti che credono di essere Napoleone? Dunbar spiega che aveva voluto rinunciare al peso della gestione quotidiana del Trust, che avrebbe tenuto l’aereo, l’entourage, i privilegi, che così si potevano evitare le tasse di successione affidando direttamente la società alle sue figlie. Ed ora, lui che voleva fare del mondo il suo parco giochi e il suo hospice privato, è stato rinchiuso in un vero ospizio dalle sue stesse figlie
“Oh Dio, fa che non impazzisca”. A questo punto della lettura, sobbalziamo, colleghiamo le fila, ricordiamo. “Let me not be mad, not mad, sweet heaven…I would not be mad!”, era il grido angosciato di Re Lear al suo giullare. Henry Dunbar, il magnate canadese dei media- Lear; l’ex comico alcolizzato Peter- il Fool di Lear, che lo aiuta a vedere chiaro dentro di sé; Abigail e Megan, le due figlie ‘cattive’ di Dunbar- Goneril e Regan (ottima scelta dei nomi che in qualche modo, con il suono duro della g riecheggiano quelli di Shakespeare); Florence, con il suo bel nome fiorito, la figlia che ha rifiutato l’eredità, quella buona e perciò invisa alle sorelle- la dolce Cordelia. E così anche gli altri personaggi avranno la loro corrispondenza con i personaggi della tragedia scespiriana. “La follia di Dunbar” è una trasposizione moderna di “Re Lear”, l’opera più bella in assoluto- a mio parere- di Shakespeare, quella che contiene tutto, ma proprio tutto il significato della vita, tutti i sentimenti dell’animo umano, tutto il Bene e tutto il Male.

   La storia dell’uomo che cede la gestione del Trust, oppure tutte le sue proprietà, alle figlie, diventa poi la vittima dell’ingratitudine e della crudeltà di queste, rendendosi conto troppo tardi di non aver saputo riconoscere l’amore disinteressato dell’altra figlia, non è soltanto- né ieri né oggi- la storia di un rapporto tra padre e figli, ma anche lo studio di come la ricchezza e il potere trasformino un uomo, lo allontanino dalla compassione (il cum patior latino, soffro con) verso chi è meno fortunato, lo rendano cieco alla realtà interiore di se stesso e di chi lo circonda. È triste dover fare un percorso ‘di formazione’ in età così avanzata ed è per questo che è ancora più penoso seguire Dunbar che avanza a fatica nella neve sulle colline del Lake District, così come Lear nella brughiera desolata, Dunbar guidato dal prete barbone e Lear dal mendicante- la solitudine del paesaggio è quella dell’anima, la sofferenza fisica è quella che devono patire per arrivare alla redenzione, la punizione finale insopportabilmente dura.

      Non amo i rimaneggiamenti letterari, mi sembra che uno scrittore scelga la via più facile lavorando su una trama e dei personaggi che gli si offrono già pronti, ma Edward St Aubyn ha fatto un lavoro egregio trasferendo la tragedia di re Lear nei nostri tempi, provando così l’eternità di questo topos letterario, sempre valido. La parte più facile era quella di trasporre il re in qualcuno che, oggigiorno, avesse il massimo potere. Facile era anche dipingere le figlie aride di cuore e lascive, il genero debole e succube, l’ambiguo servitore di due padroni. Era più difficile- e, però, St Aubyn ci è riuscito benissimo- ricreare i due personaggi che lo accompagnano nella follia, una follia in cui Henry Dunbar ritrova la saggezza. E la dolce eppur ferma Cordelia che diventa Florence il cui “Non ci lasceremo mai più” è un tempo che dura troppo poco.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook



domenica 4 agosto 2019

Hoda Barakat, “Corriere di notte” ed. 2019


                                                     Voci da mondi diversi. Francia


Hoda Barakat, “Corriere di notte”
Ed. La nave di Teseo, trad. S. Pagani, pagg. 147, Euro17,00

   Sono come le tessere di un domino, le lettere che formano il libro della scrittrice libanese Hoda Barakat, “Corriere di notte”, che ha vinto l’Arab Booker Prize, prima donna a vincere questo premio- nel 2011 era stato assegnato alla saudita Raja Alem, ma in condivisione con il marocchino Mohammed Achaari. Ed è un impianto narrativo interessante- sono lettere scritte da uomini e donne di cui non sappiamo il nome e indirizzate a qualcuno, una madre, un padre, un fratello, di cui neppure sappiamo il nome. Lettere che non arriveranno mai a destinazione perché a volte non finite e soprattutto perché senza un recapito. Lettere abbandonate o smarrite o nascoste e trovate per caso da qualcun altro, che le legge e scrive a sua volta un’altra lettera, quasi si senta incoraggiato a raccontare la sua propria storia, a dire la sua verità, come ha fatto l’ignoto scrittore della lettera precedente.

  C’è qualcosa che accomuna i personaggi che si confessano nelle lettere- sono dei migranti della vita, spesso in fuga dal loro paese in guerra, oppure in fuga dalla miseria, o da un matrimonio forzato. Si nascondono, trovano alloggi di fortuna, evitano i controlli della polizia perché sono senza documenti, si sentono in diritto di sfruttare chi ha più di loro. E confessano le loro colpe, svelano segreti del loro passato- la donna che adesso si prostituisce (gli uomini anziani sono molto più gentili dell’uomo a cui sua madre l’aveva ‘venduta’) scrive al fratello di aver lasciato morire la loro madre; il giovane che accetta l’ospitalità della cinquantenne che gli aveva portato un giaccone per coprirsi, finisce per ucciderla; un siriano rivela al padre la sua incerta sessualità e gli chiede di mandargli un biglietto aereo...Ci sono squarci di vita passata, sempre travagliata,  per motivi famigliari o politici. Descrizioni di violenze e di torture, di forme malate d’amore, come quello della libanese che odia la sua patria e che aspetta in una stanza d’albergo un canadese con cui aveva avuto una storia vent’anni prima...
Quella che appare nelle pagine di Hoda Barakat è un’umanità triste. Sono persone che non hanno mai conosciuto la gioia e che non conoscono il pentimento per quello che hanno fatto. Fuggono da un mondo arabo dilaniato da guerre e tuttavia sono tutti respinti dal nuovo mondo in cui sono approdati e in cui non riescono ad inserirsi. Sono personaggi freddi e lasciano il lettore freddo e perplesso, incapace di prendere parte alla loro vita perché sono loro, i protagonisti, a tenerci lontani. E’ come se Hoda Barakat volesse farci capire che c’è una profonda frattura fra noi (noi che ci spostiamo dalle nostre case per viaggi di piacere o di lavoro) e loro che devono riinventarsi un’esistenza nuova, seppellendo  quella vecchia perché il ricordo impedisce di progredire.
     A ben vedere, anche le lettere sono come i personaggi- non arrivano da nessuna parte, cadono nel vuoto. Perché in fin dei conti forse, dopo tutto, chi le scrive le rivolge a se stesso, non ha nessuna speranza di far arrivare la sua voce a qualcun altro, di infrangere la barriera di estraneità. E se le lettere vanno perse, scompare anche chi le ha scritte. Come non fosse mai esistito.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook


    

domenica 28 luglio 2019

Jan Brokken, “Jungle Rudy” ed. 2018


                                                     vento del Nord
                                                  biografia romanzata


Jan Brokken, “Jungle Rudy”
Ed. Iperborea, trad. C. Cozzi, pagg. 319, Euro 15,30

    Quando scesi dall’aereo a Canaima non era là ad aspettarmi.
La voce narrante, dell’uomo che scende dall’aereo, è quella di Jan Brokken, lo scrittore olandese che ci ha fatto passeggiare per le strade di San Pietroburgo facendoci sentire le voci dei ‘grandi’ che hanno vissuto lì, che ci ha portato in Siberia dove Dostojevskji scontò la pena per le idee progressiste che aveva condiviso con altri giovani, che ha fatto rivivere un mondo scomparso in “Anime baltiche”. Canaima- già sentiamo crescere in noi l’aspettativa, perché anche noi lettori siamo scesi dall’aereo insieme a Jan Brokken- è un’aerea naturale protetta in Venezuela, un ambiente biologico e geologico unico, con paesaggi spettacolari. ‘Lui’, l’uomo che Brokken si aspettava di vedere e che era assente, è un personaggio mitico, Rudolf Truffino, il cui soprannome dice tutto- Jungle Rudy, Rudy della Giungla, con un che di maestoso che lascia intendere che Rudy non fu soltanto, da un certo punto in poi, il direttore del Parco Nazionale di Canaima, Rudy fu il Re della Giungla, il padrone indiscusso.

     Rudy Truffino (figlio di un banchiere di origine italiana, nato e cresciuto in Olanda) non c’è all’aeroporto e la prima parte del romanzo-biografia di Jan Brokken è dominata dalla sua assenza. Rudy è il grande assente sempre presente, lo impariamo a conoscere (insieme allo scrittore) attraverso le parole dell’indio che fa da guida, addentrandoci nella giungla verso il Salto Angel, la straordinaria cascata più alta del mondo (quasi un chilometro) che deve il suo nome all’aviatore americano che la avvistò per primo. L’Olanda era troppo piccola per un uomo come Rudy. Anche l’Europa era troppo piccola, troppo affollata, troppo ‘civilizzata’. Ci voleva altro per lui. E lo trovò nella Gran Sabana dove arrivò negli anni ‘50. Gli doveva essere piaciuta la sfida di addentrarsi nell’ignoto, di instaurare un contatto con gli indios pémon imparandone la lingua, di affrontare i rischi dei morsi di serpenti e quelli di formiche che parrebbero innocue, di costruire per sé una nuova vita, come un Robinson Crusoe della giungla.
Doveva aver amato la voce della foresta che non disturbava il suo silenzio interiore. Anche se poi, più tardi, aveva sentito il bisogno di musica, delle canzoni di Simon Diaz ma anche di Mozart. Mozart glielo aveva fatto conoscere la moglie Gerti, che era di Salisburgo: incredibile, ma si era sposato, Rudy della Giungla, e aveva avuto tre bambine. E intanto Rudy Truffino era diventato una sorta di guida ufficiale per i tepuy, le grandi montagne scoscese, e per il Salto Angel. Aveva fatto da guida a persone famose, a sovrani e attori (“Verdi dimore” con Audrey Hepburn fu girato a Canaima), ma non si lasciava intimorire da loro- scorbutico e scontroso, si comportava come gli pareva, senza riguardi, e forse rimpiangeva la solitudine incontaminata di un tempo.

     E’ un duplice viaggio, quello raccontato da Jan Brokken in questo romanzo. Quello di un grande esploratore e quello dello scrittore stesso che ne segue le tracce, che rivive in parte le sue esperienze. E anche se, nella parte finale, il racconto si fa un poco sfilacciato, a lettura terminata ci sentiamo più ricchi- il viaggio di scoperta è diventato anche il nostro, abbiamo ‘visto’ (il potere dei libri!) il Salto Angel, e l’anaconda e le farfalle Morpho, abbiamo ‘sentito’ la musica polifonica della giungla.
Soprattutto abbiamo conosciuto, nel bene e nel male, un uomo ardito e con una forte personalità che ha cercato e trovato i suoi spazi lontano dalle strade battute. Un Re della Giungla.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook


     

domenica 21 luglio 2019

Marco Missiroli, “Fedeltà” ed. 2019



                                                      Casa Nostra. Qui Italia
        premio Strega Giovani

Marco Missiroli, “Fedeltà”
Ed. Einaudi, pagg. 224, Euro 16,15

     Una coppia che pare solida e affiatata. Lui, Carlo, insegna letteratura per sei ore all’Università (posto che ha avuto grazie alla spinta del padre) e scrive guide turistiche per una piccola casa editrice. Lei, Margherita, lavora in un’agenzia immobiliare. Poi quello che tra di loro viene chiamato ‘il malinteso’: una matricola ha sorpreso Carlo nei bagni femminili in atteggiamento compromettente con una sua studentessa, Sofia. Carlo si giustifica davanti al rettore e alla moglie, spiega che la ragazza si era sentita male, aveva avuto uno svenimento e lui l’aveva soccorsa. Sofia conferma. E’ stato tutto un malinteso. Davvero è stato un malinteso?
    Il romanzo di Marco Missiroli, “Fedeltà”, che ha vinto il premio Strega Giovani, si gioca tutto qui, su esplorare i limiti tra fedeltà e infedeltà, sul vagliare le varie accezioni di fedeltà oltre a quella più scontata tra marito e moglie. Che è la prima che prendiamo in esame, in questo libro che, se si limitasse ad essere la trita storia del professore che seduce la studentessa, sarebbe veramente l’ennesima ripetizione del tema di ‘quel romanzo…il sudafricano’, il Nobel’ di cui parla Margherita (intendendo Coetzee, citando anche “Lolita” di Nabokov con cui invece non ha nulla a che fare, mentre avrebbe potuto accennare a Roth). Non è successo veramente niente tra Carlo e Sofia e forse sarebbe stato meglio se invece fossero andati a letto insieme e lei non fosse rimasta per lui l’idea della tentazione. E forse non avrebbe inanellato una serie di altre dimenticabili infedeltà senza sapere che anche Margherita, solleticata e delusa per la presunta avventura del marito, si sarebbe concessa una deviazione.

      Le altre coppie, gli altri personaggi, servono da contrappunto, una ripetizione del tema della fedeltà, per somiglianza o differenza. Le coppie dei genitori- di Margherita, di Carlo, di Sofia, del fisioterapista Andrea con cui Margherita si è presa una breve soddisfazione- sono esemplari di un’altra epoca in cui c’erano ben altre preoccupazioni. Probabile che i mariti avessero qualche scappatella (il padre di Margherita aveva conservato ventun cartoline a lui inviate da una sconosciuta ‘Clara’), ma le mogli o non sapevano o fingevano di non sapere. “Sui matrimoni ci adattavamo”, dice Anna, la madre di Margherita. E poi, vogliamo chiamare ‘fedeltà’ anche il legame tra figli e genitori? L’affetto con cui Margherita, Andrea e anche Sofia si occupano dei genitori restituendo loro quello che hanno ricevuto, è ammirevole. In un certo senso è per fedeltà alle radici se Sofia torna a vivere a Rimini e riapre il negozio di ferramenta del padre, mettendosi dietro al banco con quello che era il grembiule blu della madre.

      Nessuno dei personaggi del romanzo è particolarmente simpatico, nessuno è memorabile- non l’inconcludente Carlo, non Margherita disposta a imbrogliare per aggiudicarsi l’appartamento pieno di luce messo in vendita da una cliente, non il fisioterapista gay che ha bisogno di sfogarsi con i combattimenti dei cani o scontri di boxe, non la pallida figura di Sofia che è infedele a se stessa e alle sue ambizioni letterarie per essere fedele alla tradizione. Soltanto Anna, che faceva la sarta, che una volta aveva riparato all’ultimo minuto un abito da sera per la moglie del Commendatore, che si rifà dell’infedeltà del marito pigiando le 21 cartoline dentro il vaso dei fiori sulla sua tomba, è un personaggio che amiamo e di cui attendiamo l’entrata in scena. Per la sua empatia- con la figlia, con il genero, con il nipotino, con tutti-, per la sua disponibilità, per il suo calore umano, la sua schiettezza. Non è sufficiente, però, a salvare il libro.

Leggere a Lume di candela è anche una pagina Facebook

foto di V. Vasi


martedì 16 luglio 2019

Karyn Brynard, “I nostri padri” ed. 2019


                                                     Voci da mondi diversi. Africa
                                                     cento sfumature di giallo


Karyn Brynard, “I nostri padri”
Ed. e/o, trad. Silvia Montis, pagg. 544, Euro 19,00


    Bianco e nero. Stellenbosch e Soweto. La città circondata da grandiose montagne, fitta di vigneti, roccaforte dei bianchi con le loro candide case in stile Cape Dutch, e la più antica baraccopoli di Johannesburg, abitato da neri di tutte le etnie che vivono in baracche di ferro ammassate le une sulle altre, senza acqua corrente, senza servizi igienici.
I due filoni del nuovo romanzo della scrittrice sudafricana Karyn Brynard sono ambientati a Stellenbosch e a Soweto- l’ispettore Albertus Beeslar si trova per caso ad investigare su un cruento delitto a Stellenbosch, mentre il sergente Ghaap, a 1500 km. di distanza, si trova coinvolto prima nella ricerca dell’auto che gli hanno rubato (insieme alla pistola di ordinanza) e poi in una lotta contro il tempo per salvare una donna che è stata rapita insieme al suo bambino dentro la sua stessa automobile. Due vicende che finiranno per ricongiungersi, marchiate da inaudita violenza, firmate dalla nuova e dalla vecchia criminalità, sporcate (almeno una) da riti di stregoneria affidati ai sangoma.


     Stellenbosch: una donna bianca, moglie di un ricchissimo imprenditore, è stata uccisa nella sua casa. Sangue ovunque. Il marito e la suocera vorrebbero affidare il caso a Beeslar, sono disposti a pagare molto bene pur di non avere tra i piedi l’ispettrice nera Qhubeka. L’apartheid è terminato nel 1991. In teoria. In realtà, come dice l’affascinante Qhubeka, permane la ‘solita divisione in tre mondi. I bianchi nella città vera e propria, al sicuro dietro porte chiuse a doppia mandata. I meticci al loro posto, in mezzo a teppisti e delinquenti. E i neri dall’altro lato della cortina di ferro.’ Beeslar ha la netta sensazione che nessuno stia dicendo la verità, nella famiglia di Malan du Toit. Non la vecchia madre di Malan che vuole preservare il buon nome della famiglia, non Malan che sembra non sapere molto della ‘vera’ vita di moglie e figli, non i due figli- l’esile ragazzina che tenta il suicidio e il ragazzo che è un fanatico della Bibbia.


     A Ghaap era stato detto che non era una bella idea fare l’apprendistato a Soweto. Ghaap non immaginava neppure la vita convulsa, i furti alla velocità della luce, la miseria che spingeva i bambini a diventare piccoli criminali, il sopravvivere di superstizioni, magia nera, riti con sacrifici umani diretti dai medici stregoni, i sangoma. E la ricerca dell’automobile in cui aveva investito i suoi risparmi si trasforma in quella, molto più angosciante, di una donna incinta e del suo bambino. Che cosa volevano farne di lei, i suoi rapitori?
      Non è soltanto la ricca trama che ci coinvolge, nel romanzo di Karyn Brynard il cui titolo anticipa il tema del romanzo che si accentra sulla figura del ‘padre’ in molteplici varianti. I padri sono i grandi assenti, in Sudafrica. Mettono al mondo i figli e scompaiono. I ricchi, come Malan, si giustificano con il ruolo di sostenitori economici della famiglia, i poveri con la motivazione opposta- non sono in grado di mantenere i figli. Che sono allo sbando. Il romanzo della Brynard è pieno di padri che uccidono i figli, che non sanno neppure di averli messi al mondo, che, in ogni caso, non si occupano dei figli. Perfino il mitico ispettore Blikkie, quello che Beslaar è venuto a visitare a Stellenbosch, quello continuamente citato da Beslaar e da Qhubeka, l’uomo che Beslaar considera il suo padre adottivo, ha trascurato la sua unica figlia quando era in vita. E poi c’è la figura di u Baba, il Padre che rappresenta il Male assoluto, uno sciamano potente e crudele  che- si dice- può cambiare aspetto e prendere le sembianze di un animale, che può vederti e fiutarti dovunque tu sia. Il rovescio di Dio. Dio trasformato in Satana dalla township nera. Ci sono ‘i nostri padri’, infine, quelli che si sono macchiati della colpa dell’apartheid.
      Più di un semplice thriller. Un libro che ci aiuta a capire (in parte) il Sudafrica.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook
la recensione sarà pubblicata su www.Stradanove.it