giovedì 17 ottobre 2019

Bergsveinn Birgisson, “Il vichingo nero” ed. 2019


                                                                    vento del Nord
                                                               la Storia nel romanzo


Bergsveinn Birgisson, “Il vichingo nero”
Ed. Iperborea, trad. Silvia Cosimini, pagg. 440, Euro 20,00

     Ha qualcosa di epico, ricostruire la storia di un proprio antenato che ci ha preceduto di trenta generazioni. E forse questo numero ancora non dice nulla, ma se precisiamo che l’uomo di cui si parla ha vissuto nel IX secolo dopo Cristo, cioè circa 1100 anni fa, non possiamo che trattenere il respiro per lo stupore, pronti ad ascoltare di uomini che, per quanto abbiano un margine di invenzione speculativa, sono veramente esistiti, di avventure che sono veramente accadute.
      Non è un compito facile accompagnare dalla nascita alla morte un vichingo vissuto trenta generazioni fa. Geirmund è un’ombra, una voce nel buio tra la preistoria e la storia, un buio in cui si celano molte domande alle quali nessuno ha mai dato risposta. Dobbiamo ripescarlo da questo Ginnungagap.
     Quanto fascino in questa parola, Ginnungagap. È il suono stesso, quando cerchiamo di pronunciarla, che evoca il suo significato nella mitologia norrena- varco spalancato, l’abisso cosmico prima della creazione. Tutto ha inizio in un tempo molto lontano, nell’846 dopo Cristo, in quell’angolo a sud-ovest della Norvegia che si chiama Rogaland, in una dimora reale dove una donna partorisce due gemelli. Come Romolo e Remo. Questi due, però, non vengono abbandonati ma suscitano ugualmente stupore alla loro nascita e la loro madre, vedendo la delusione del consorte reale, non volle più vederli per anni. Perché i gemelli non hanno nulla del padre, hanno la pelle scura, un volto piatto e rotondo, gli occhi dal taglio a mandorla. Come la madre. Ecco quindi il soprannome con cui Geirmund entra in quella sorta di Storia che è il Libro dell’Insediamento: Geirmund Heljarskinn, cioè Geirmund Pelle Scura.

      Non c’è nessuna saga dedicata a Geirmund, perché Geirmund si allontanerà dalla Norvegia con quelle poderose navi vichinghe che venivano chiamate ‘cavalli del mare’, una testa di drago sulla prua che fendeva le onde. E la ricerca dello scrittore avanza adagio, cercando le minuscole tessere del puzzle che devono comporre il quadro- non esiste una macchina del tempo che ci porti in un millesimo di secondo indietro di più di mille anni, si deve avanzare a ritroso con lentezza nella nebbia, allacciando un episodio all’altro, per analogia, supplendo con l’immaginazione dove nessun tipo di documentazione o di reperto archeologico possa aiutare. È una storia avventurosa in cui succedono molte cose nel giro di pochi anni- un uomo diventava adulto molto prima di adesso, la vita si bruciava in fretta. Dalla Norvegia verso il Bjarmaland (da cui proveniva la madre di Geirmund, bottino di guerra di re Hjor) nell’estremo Nord, dapprima. Nel durissimo clima del Bjarmaland Geirmund deve aver imparato cose- come la caccia ai trichechi- che gli torneranno utili più tardi. Poi verso l’Irlanda e infine verso l’Islanda.
È in Islanda che Geirmund diventa grande arricchendosi con la caccia al tricheco, un animale dal valore inestimabile- tutto del tricheco ha il suo utilizzo. Gli uomini e le donne catturati nelle scorrerie in Scozia o portati dall’Irlanda servono da schiavi per svolgere i lavori duri. Si intrecciano alleanze grazie ai matrimoni, si combattono i nemici, si commercia, si vive, si muore. La storia di Geirmund e del fratello Hamund (destinato dal padre a restare nel Rogaland- decisione intelligente, non possono essere in due a regnare), così come la ricostruisce Birgisson, non è soltanto la loro ma di tutta una società- come vivevano i vichinghi, come costruivano le loro case, di che cosa si nutrivano e come si vestivano per difendersi dal freddo, che cosa dettava la loro scelta delle mogli, dell’insediamento o delle rotte marine da seguire.

    C’è storia, c’è archeologia, c’è leggenda e c’è poesia nel romanzo di Bergsveinn Birgisson. Nessuno di noi è immune al fascino dei vichinghi- forse perché si sono imposti nel nostro immaginario fin da bambini come guerrieri audaci, alla scoperta dell’ignoto sulle navi dalle grandi vele- e siamo irretiti dalle avventure di questi eroi il cui nome è sempre accompagnato da un soprannome che ce li rende ‘visibili’: non solo Geirmund Pelle Scura, ma Ulf lo Strabico, Harald Bellachioma, Ragnar Braghe di Cuoio, Olaf il Bianco, Ivar Senz’Ossa e ancora, e ancora.



lunedì 14 ottobre 2019

Orly Castel-Bloom, “Romanzo egiziano” ed. 2019


                                                        Voci da mondi diversi. Israele
      storia di famiglia


Orly Castel-Bloom, “Romanzo egiziano”
Ed. Giuntina, trad. Shulim Vogelmann, pagg. 151, Euro 17,00

     Ha detto che verrà con il trattore attraverso i campi.
  …Ed era il giorno del suo matrimonio.
Queste due frasi nel paragrafo iniziale di “Romanzo egiziano” ci fanno presagire che leggeremo una storia di famiglia e che sarà una storia insolita. Perché Charlie, lo sposo che si presenta alle nozze in trattore, arriva da un kibbutz (e ci tornerà subito dopo la cerimonia, ligio al dovere) ma, quasi subito, veniamo a sapere che sia lui sia lei fanno parte del gruppo egiziano, che entrambe le sorelle di lei, Viviane, si erano sposate nella sinagoga del Cairo, che la madre di Charlie era sepolta al Cairo, che la famiglia di Viviane viveva da secoli in Egitto perché faceva parte della tribù che aveva disubbidito a Mosé e, al momento dell’esodo, si era rifiutata di andarsene. Ed erano rimasti lì per centinaia di anni, per accogliere gli ebrei ‘di ritorno’, scacciati dalla Spagna dai Re cattolici nel 1492. Come i Castil.

      Sono quasi troppe notizie da assimilare tutte insieme in una pagina- romanzo intrigante, questo “Romanzo egiziano” della scrittrice israeliana Orly Castel Bloom che ci racconta la storia della sua famiglia dando i nomi soltanto alle due coppie dei genitori e degli zii, Charlie e Viviane, Vita e Adele. Loro, la generazione più giovane, sono ‘la figlia grande’ e ‘la figlia piccola’ (di Charlie e Viviane), e ‘la figlia unica’ di Adele e Vita (fratello di Charlie). E, dopo quell’inizio che ci travolge, il romanzo tiene lo stesso passo, saltellante e vivace, che obbliga il lettore ad adeguarsi, divertito da tutti quei piccoli aneddoti, da quel lessico famigliare, da tutte quelle storie a volte buffe, spesso tristi e drammatiche ma sempre raccontate con un sorriso. E senza seguire un ordine temporale. Il kibbutz e l’espulsione dal kibbutz, il matrimonio, la malattia della figlia unica, la compagna di scuola con i capelli lunghi che erano rimasti impigliati nella cerniera a lampo dell’insegnante, le manifestazioni contro il re Faruk al Cairo nel 1952 e poi, con un salto indietro, eccoci in Spagna nel 1492 quando i Castil fuggono in Portogallo senza aspettare l’ultimo momento. Tutti i sette fratelli tranne uno con una storia terribile che è un segreto di famiglia, con lo spettro dell’Inquisizione e delle conversioni forzate. E siamo di nuovo nel presente, con la vita che scorre, la cerimonia di un giuramento in Marina, chi muore ed è troppo presto per morire, chi muore dopo aver dedicato la sua vita al suo nuovo paese, chi si ammala, chi va in Inghilterra per un’operazione.

C’è una specie di parola d’ordine, però, in famiglia. Come una parola magica che incoraggia a non arrendersi, ad andare sempre avanti. “Yallah, yallah, Kilimangiaro!”, erano state le parole di un manifestante egiziano caduto in acqua insieme allo zio Vita quando, durante i moti del 1952, la polizia aveva fatto alzare il ponte sul Nilo dove si trovavano centinaia di dimostranti. Perché Vita era stato preso dallo scoramento, vedendo cadaveri galleggiare ovunque, ed erano state quelle parole a dargli forza. E Vita ne aveva fatto il suo motto. Se da una parte incombeva il maktùb, il destino, dall’altra giganteggiavano tutte le montagne più alte del mondo, Yallah, Yallah, Kilimangiaro, Yallah, Yallah, Everest, Yallah, Yallah, Monte Bianco. Si deve guardare avanti. Si deve guardare in alto. E, quando il maktùb era particolarmente duro da sopportare, tra una montagna e l’altra Vita mormorava in giudeo-spagnolo Pacensia.
     È questa bellissima lezione di vita che ci rimane impressa in mente quando terminiamo di leggere questo romanzo che non ha una fine perché in una famiglia non esiste la parola ‘fine’, si passa soltanto il testimone, dall’uno all’altro. 
Yallah, yallah, Kilimangiaro. E se non è sufficiente, ci sono almeno altre quattro montagne da scalare.

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sabato 12 ottobre 2019

Olga Tokarczuk, “Guida il tuo carro sulle ossa dei morti” - PREMIO NOBEL 2019


                                                        Voci da mondi diversi. Polonia
                                                              Premio Nobel 2019

Olga Tokarczuk, “Guida il tuo carro sulle ossa dei morti”
Ed. Nottetempo, trad. Silvano De Fanti, pagg. 349, Euro 16,50
Titolo originale: Prowadź swój pług przez kości umarłych


      La presenza di Boros mi fece ricordare come si sta quando si vive con qualcuno. E com’è vincolante. Come distoglie dai propri pensieri e distrae. Come l’altra Persona comincia a infastidirci non tanto perché faccia qualcosa che dà ai nervi, quanto per il semplice fatto che c’è. E quando la mattina presto usciva diretto al bosco, benedicevo la mia splendida solitudine. Com’è possibile, pensavo, che le persone vivano insieme per decenni in uno spazio ristretto?

    Un paesino su un altopiano, al confine tra Polonia e Cechia. Un paradiso nella natura, uno di quei luoghi incontaminati dove si incontrano i cervi nei boschi. D’inverno la temperatura raggiunge anche i venti gradi sotto zero, molte delle abitazioni sono case di villeggiatura estiva, disabitate nei mesi freddi. E’ questo il lavoro di Janina Duszejko: tenere d’occhio le case delle vacanze. In passato Janina è stata ingegnere di ponti e poi insegnante di inglese. Ha un’età imprecisata, è in pensione, è afflitta da dolori e mali varii- deve aver superato la sessantina.

     Janina Duszejko è la protagonista e voce narrante dell’insolito romanzo “Guida il tuo carro sulle ossa dei morti” di Olga Tokarczuk, scrittrice polacca molto nota in patria. E’ Janina ad essere insolita e a rendere originale la trama del romanzo. Più di uno tra gli abitanti del paesino la considera matta- e non a torto. Se proprio non è pazza nel senso clinico della parola, di certo è un po’ ‘fuori di testa’, strana. Ha due passioni dominanti: gli animali e l’astrologia. E una terza: la poesia di William Blake, poeta visionario inglese. Dite a Janina la data della vostra nascita, anno, mese, giorno e ora, e lei vi farà l’oroscopo. Janina è anche in grado di dirvi quando morirete: il linguaggio dei pianeti- come influenzino la vita di ognuno- non ha segreti per lei. Gli animali, poi, sono alla pari degli esseri umani per Janina. Anzi, sono migliori: non sono né malvagi, né traditori, né infidi. Janina ha un linguaggio tutto suo, soprattutto usa dei soprannomi per le persone: le pare che un soprannome sia più caratterizzante. Così il suo vicino di casa si chiama Bietolone, un altro Piede Grande. Ci sono poi Buona Novella, Cappotto Nero, la Cinerea, Occhio di Lupo. E Dyzio (questo è soltanto un diminutivo) che condivide con lei l’amore per Blake. Quanto agli animali- sentirete parlare di Sorelle, di Bambine, di un coleottero raro chiamato Cucujus haematodes

     Il primo a morire è Piede Grande. Si pensa ad un incidente. Ma Janina ha un’altra idea: è convinta che siano stati gli animali ad ucciderlo, per punirlo della sua crudeltà. Scrive a tal senso delle lettere alla polizia, va di presenza ad esporre le sue tesi. Janina è un’esperta, conosce casi storici in cui animali sono stati condannati a morte, cita luoghi e date…Possiamo non dar ragione a chi dice che Janina è una vecchia pazza? E comunque si susseguono altre morti: se qualcuno poteva avercela con tutte le vittime, erano proprio gli animali. Persino le impronte vicino ai corpi fanno pensare che gli assassini siano gli animali che si sono presi la rivincita.
William Blake
    “Guida il tuo carro sulle ossa dei morti” è, prima di tutto, un libro divertente. La lucida follia colta di Janina Duszejko ci diverte. Con le sue digressioni astrologiche, i disegni a forte contrasto in bianco e nero, le citazioni di Blake (che vengono sempre a proposito), le sue amicizie con persone che sono solo un poco meno stravaganti di lei, le sue riflessioni nostalgiche, la sua saggezza nella follia, Janina ci distrae dalla crudeltà dei delitti, messi appassionatamente sullo stesso piano della violenza nei confronti degli animali. E, usando il genere del thriller, Olga Tokarczuk ha scritto un romanzo che piacerà agli ambientalisti e ai membri delle leghe per la protezione degli animali. Ma non soltanto a loro.

la recensione è stata pubblicata nel 2012 sul sito www.wuz.it



Sandra Newman, "I cieli" - Intervista 2019


                                  Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

                                          


Incontro Sandra Newman in un giorno di pioggia sottile a Milano, con la nebbia che avvolge i grattacieli di City Life: l’atmosfera giusta per parlare di un romanzo in cui i confini della realtà sfumano in un'altra realtà, quella del sogno.

Incominciamo dall’inizio che è l’utopia nel nostro mondo. Tutto va per il meglio nel migliore dei mondi possibile. Kate e Ben sono innamorati, non ci sono guerre, c’è una donna presidente. Prendiamo i dettagli: perché scegliere l’anno 2000? Perché era una bella data per un inizio? Perché una donna Presidente? E perché di origine asiatica? E perché dare famiglie di origine mista a Kate e Ben?


Sì. L’anno 2000 perché è una data molto facile da ricordare. Era semplice, un punto fermo a cui risalire. E poi volevo che l’11 settembre del 2001 fosse un punto di svolta, un avvenimento di cui tutti sanno e quindi possono capire che siamo nel nostro mondo, che è di questo che stiamo parlando.

L’aver scelto un Presidente donna è stata una scelta simbolica- è qualcosa che può succedere. Anche eleggere un presidente nero sembrava impossibile e poi è stato eletto Obama. Era una maniera facile per dire che non era il vero presidente, un indizio immediato che non siamo nel mondo reale. E anche dire che era asiatica era con lo stesso intento.
Quanto a Ben, il suo personaggio è basato su una persona vera. E scrivere dell’America significa scrivere di una nazione di immigranti- gli americani sono sempre confusi riguardo alle loro origini. È impossibile scrivere un romanzo americano che non sia in parte un romanzo sulla razza.

Il mondo di sogno di Kate. Mi sono chiesta se ha scelto l’età elisabettiana perché le citazioni più famose sui sogni sono quelle di Shakespeare e anche “La vita è sogno” di Calderòn de la Barca è della stessa epoca?
     Tutto è iniziato con l’idea di una donna che viaggiava nel tempo e aveva una relazione con Shakespeare. Era come se avessi un progetto su di un libro e poi sono intervenute una serie di coincidenze- il libro è diventato più sognante e simile ad un sogno e quindi era giusto che l’epoca del sogno fosse l’era elisabettiana. Non avrebbe potuto essere il secolo XVIII, un’ epoca che proprio non si affidava all’immaginazione.

Emilia Bassano: c’è qualcosa in lei che la collega a Kate 4 secoli dopo? Che cosa la attraeva di Emilia?
     Non so perché Kate diventi Emilia. Kate non ha affatto senso pratico, Emilia è un animale politico. Alla fine, però, Kate ha imparato qualcosa dall’essere Emilia ed è diventata una persona diversa. A che cosa è dovuta la scelta di Emilia? Un colpo di fortuna. Emilia Bassano è la candidata più probabile per essere la Dark Lady amata da Shakespeare, è un personaggio storico interessante, irresistibile per un romanziere. E sì, è vero, nel romanzo è un personaggio più reale di Kate che la immagina.

Il nostro mondo, che è iniziato così bene, diventa sempre peggio. Peggiora di pari passo con la condizione psicologica di Kate. C’è un nesso tra le due cose?
     Sì, ho un’amica psicanalista freudiana che ha letto il libro e, nella sua interpretazione, “I cieli” è un libro sul narcisismo. Ha visto gli avvenimenti storici nel libro come la proiezione del sentimento di un bambino che si sente responsabile per quello che accade- per esempio un bambino pensa che, se i genitori divorziano, sia colpa sua, perché è stato cattivo. Kate pensa di essere lei che non è abbastanza brava, pensa che avrebbe dovuto fare qualcosa per evitare che le cose succedessero.

È così senza speranza il mondo? Kate è la farfalla nel romanzo, se le sue azioni come Emilia nel passato possono riverberarsi nel presente. Allora anche ognuno di noi è una farfalla? Ognuno di noi è responsabile di quanto accade, dovremmo prenderne atto. C’è qualcosa che si può fare?
    Non c’è speranza per il mondo, ma è buffo che dobbiamo comportarci come se non fosse così. Dobbiamo comportarci come se avessimo il libero arbitrio e potessimo influire sul mondo.  Alla fine Kate rinuncia al tentativo di salvare il mondo: è meglio cercare di fare felici gli altri.


Sono queste infatti le parole con cui si chiude il libro. Ma non è una felicità egoistica?
    Sono pochi i romanzi che offrono una soluzione, che ti dicono che cosa dovresti pensare o credere. I romanzi offrono un problema- vediamo che cosa possiamo fare per risolverlo.

Pensando a quello che abbiamo detto, alla responsabilità di ognuno, quanto è responsabile Ben per il crollo di Kate?
     Ben si sente responsabile. È in una posizione difficile- sente che, se avesse potuto essere perfetto, avrebbe potuto salvarla. Però anche lui è segnato: è cresciuto con una madre che si è uccisa e anche lui pensa che le persone che ama finiscono per scomparire e che è colpa sua.

Dovremmo dire qualcosa sui bambini del libro. Ho provato compassione per i bambini- bambini non nati, bambini senza genitori, bambini non amati, bambini che muoiono. Sono tutti infelici i bambini del romanzo?
    Penso che, in effetti, sia così. Il bambino principale del romanzo è Qued, il bambino di cui si occupano tutti. E poi c’è il bambino di Kate che muore- è un simbolo del nostro mondo.

Soltanto Kate sembra aver avuto un’infanzia felice. Però ha cercato un rifugio nel mondo inventato dei sogni. Come mai?
  Forse se avessimo solo bambini felici potremmo viaggiare nel tempo.

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Recensione e intervista saranno pubblicate su www.stradanove.it





venerdì 11 ottobre 2019

Sandra Newman, “I cieli” ed. 2019


                                                 Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

Sandra Newman, “I cieli”
Ed. Ponte alle Grazie, trad. L. Berna, pagg. 246, Euro 16,80

    Sembrava una regina che camminava fra la gente mascherata da ragazza qualunque.
    Questa è Kate, che incontra Ben ad una festa. Colpo di fulmine. Sul terrazzo della casa, con le luci di New York che scintillano sotto di loro, Kate dice due cose a cui subito non badiamo, ma torneremo dopo alla pagina per rileggerle- sono come un campanello d’allarme che non abbiamo ascoltato.
Una è un’affermazione, “Anche le differenze minime contano. Potrebbe esserci un effetto farfalla.” L’altra è una domanda rivolta a Ben, “Ti ricordi i tuoi sogni?”.
Seguono altri dettagli che, se vi prestassimo la dovuta attenzione, sarebbero inquietanti. L’amica di Kate racconta a Ben che, quando aveva incontrato Kate a Budapest e avevano entrambe dodici anni, Kate credeva di venire da un altro mondo che chiamava Albione e temeva che il nostro mondo fosse un sogno che lei faceva in Albione e le domande ricorrenti che si poneva erano tre- e c’era in tutte e tre questa commistione di realtà e sogno, di incapacità di distinguere quale fosse l’una o l’altro.
- Se Kate si fosse svegliata in Albione, il nostro mondo sarebbe scomparso, con tutti i suoi abitanti?
- Era colpa di Kate quando la gente moriva, perché aveva sognato la loro morte?
- Kate poteva manovrare il suo sogno e rendere la terra simile ad un paradiso?
    Continuando a leggere, ci rendiamo conto che queste sono tuttora le domande che Kate si fa e in cui coinvolge Ben che, ad un certo punto, si convince che Kate debba soffrire di una qualche forma di schizofrenia.
Perché, soprattutto quando è innamorata, di notte Kate sogna ed entra in un altro tempo. E lei è un’altra persona. Il tempo è il 1593, il luogo è Londra da cui si deve fuggire per evitare la peste, lei è Emilia Bassano, amante di un nobiluomo, fatta sposare con Lanier, un cugino bisognoso, amica e poi amante di un drammaturgo, un tal Will dall’aria triste che ha una moglie più vecchia (sì, è proprio Shakespeare). Ogni volta che Kate si sveglia, c’è qualche cambiamento nel suo (e nostro) mondo. Kate e Ben si sono conosciuti nel 2000, un anno avvolto da un alone magico di utopia- il presidente è una donna di origine asiatica, non c’è nessuna guerra in nessuna parte del mondo, ‘aprire un giornale era come aprire un regalo’. Suona un altro campanello di allarme per il lettore: ma di quale anno 2000 stiamo parlando? Poi, a distanza di sogni, il Presidente è Gore e poi è Bush. L’utopia si sta sfaldando. Kate è sempre più incerta, sempre più vaga, come se una parte di lei restasse impigliata nel sogno, come se non fosse sicura di quale sia la realtà. Ha dei momenti di jamais vu- non conosce le canzoni, e neppure gli attori, non ha mai sentito parlare di Shakespeare. Cambiano perfino le storie di famiglia di Kate e di Ben- sono morti i genitori che prima pensavamo fossero vivi? Esiste oppure no, il fratello di Kate? Kate sogna una città in fiamme e si risveglia per vedere gli aerei entrare nelle torri gemelle. Ritorna allora il rovello costante, quello dell’effetto farfalla- può essere stata lei che, facendo qualcosa in apparenza insignificante 400 anni fa, ha scatenato quello che ora sta succedendo?

     Il romanzo di Sandra Newman è un notevole tour de force, è due romanzi in uno, è, no, non passare, ma entrare, scivolare da un tempo dentro un altro, da un’identità ad un’altra- e questo è grazie alla bravura della scrittrice che riesce a mantenere un doppio registro anche stilistico in questa doppia visione della Storia del mondo-, condividendo il punto di vista esterno di Ben, sempre più sconcertato dalle stranezze della ragazza che ama, che non riesce più ad amare, che abbandona, che ritrova, che si offre di aiutare a salvare il mondo. Al che Kate gli risponde- “Penso potremmo essere felici. Ma il mondo non c’è modo di salvarlo”.
     Termina così, con un ottimismo a due e un pessimismo disperato riguardo al futuro del mondo, questo romanzo di utopie e distopie che ci fa pensare ai versi di Shakespeare (non è un caso che entri come personaggio ne “I cieli”), Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni e la nostra breve vita è circondata dal sonno, a quelli di Calderon de la Barca, La vita è sogno e i sogni sono sogni, all’Orlando di Virginia Woolf che si risveglia con identità diversa in tempi diversi.
Che cosa è sogno e che cosa è realtà? Possiamo scegliere?

seguirà a breve l'intervista con Sandra Newman
recensione e intervista saranno pubblicate su www.stradanove.it



giovedì 10 ottobre 2019

Ivana Bodrožić, “Hotel Tito” ed. 2019


                                                   Voci da mondi diversi. Penisola balcanica
      romanzo di formazione


Ivana Bodrožić, “Hotel Tito”
Ed. Sellerio, trad. Estera Miočić, pagg. 177, Euro 15,00

    Vukovar, sul confine tra Serbia e Croazia. È l’estate del 1991. La bambina non può sapere quanto sia vicina la guerra. Sa che, però, il papà le ha proibito di parlare in serbo perché, ‘noi siamo croati, maledizione!’. E’ allegra, la bambina, perché stanno facendo le valigie per andare al mare. Lei, 9 anni, e suo fratello di sedici andranno al mare. Di nuovo, non sa che è una misura prudenziale, che il soggiorno al mare si prolungherà, che la mamma li raggiungerà e andranno insieme a casa dello zio a Zagabria, che non vedrà mai più suo padre, rimasto a difendere Vukovar e scomparso nella strage compiuta dalle truppe jugoslave nell’ospedale della città.
    Inizia così l’esilio della bambina con mamma e fratello, dapprima ospiti di parenti, ma ogni convivenza è difficile quando è prolungata. Iniziano i litigi meschini- tocca a me andare prima in bagno perché la casa è mia, dice una cugina; ci finisci tutto il pane, accusa l’altra a colazione. Dopo il tentativo di stabilirsi in un appartamento vuoto, approdano a quella che sarà la loro ‘casa’ per sette anni- una stanza nell’ex Scuola di Politica, o Hotel Tito, a Kumrovec. È qui che la bambina diventerà grande, senza mai perdere l’allegria, con la caparbia volontà di andare avanti, rivendicando il suo diritto ad un’adolescenza normale. E, mentre le nonne litigano, il nonno beve, arriva la notizia che l’altro nonno è stato sgozzato e la mamma e il fratello continuano a scrivere lettere esponendo la loro situazione sempre più invivibile, esigendo che gli venga assegnata una casa. Del padre non si è mai saputo niente e, paradossalmente, l’incertezza sulla sua sorte è peggio, dal punto vista pratico e legale, che se fosse morto.

   Intanto la bambina che è diventata una ragazzina brucia le tappe, si innamora, si disamora, scopre l’esaltazione del primo bacio e della prima sigaretta, si veste con gli abiti della Caritas, ma ha estro e fantasia- non è mai banale, quello che indossa non sa di vecchio e di usato. È bravissima a scuola, i suoi componimenti sono sempre i migliori, andrà a frequentare il liceo a Zagabria, alloggiando in uno studentato. E qui rischia di perdersi.
       “Hotel Tito”, con questo titolo così ironico che è lo stesso dell’albergo in cui alloggia la protagonista (alla famiglia che la ospita per un breve periodo in Italia, lei cerca di spiegare, “Tudman buono, Tito no”), è un romanzo di formazione molto bello e originale.
Con lievità, freschezza e spontaneità, la voce narrante ci racconta prima di tutto di sé e della sua famiglia, di che cosa voglia dire diventare grandi non avvolti nel bozzolo protettivo di casa-mamma-papà-fratello-nonni. Perché la casa non c’è più, al papà è meglio non pensare e, quando, verso la fine del libro, la bambina diventata grande ricostruisce la scena di quello che accadde all’ospedale di Vukovar il 20 di novembre del 1991, l’orrore è immenso: c’è da ringraziare che non ne sia venuta a conoscenza prima. Perché, mentre gli anni che passano sono scanditi dalle inutili lettere alla Commissione Alloggi e le mode riescono ugualmente ad arrivare in Croazia- i Levi’s, le Dr. Martens, le magliette messe al contrario- la guerra resta un’eco lontana. Si vive il dolore della guerra in “Hotel Tito”, se ne sperimentano le conseguenze, si soffre per quella discriminazione che isola e che, nello stesso tempo, a volte con malignità li trasforma da vittime in profittatori. Ma dei fatti, delle atrocità- di quello non si sa nulla.
    Tradotto in dieci lingue, “Hotel Tito” ha vinto il premio Ulysse come miglior opera prima.

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martedì 8 ottobre 2019

INTERVISTA A MARC JEANSON, autore de "Il botanista" 2019


                            Voci da mondi diversi. Francia


      Non può che avere gli occhi verdi come le piante che ama e a cui dedica il suo libro, Marc Jeanson, giovane responsabile dell’Erbario del Museo Nazionale della Scienza di Parigi. E dai suoi occhi traspare passione ed entusiasmo, quando parla delle piante. Traspaiono anche dalla sua voce- parla velocissimo, come volesse dire quanto più cose possibile, per aggiungere altro a quello che ci ha già detto nelle sue pagine.

In un’era di computer e tablet che cosa resta del botanico? In un’era in cui il tempo si è polverizzato, che mi sembra l’esatto opposto del tempo della ricerca del botanico?

      È una domanda importante. Perché questo non è un libro nostalgico. Non l’abbiamo scritto in quest’ottica. Il computer è formidabile, il dna e tutte le nuove tecniche sono straordinarie per capire meglio il mondo degli esseri viventi. Questo libro è per dire che né il computer né gli algoritmi possono sostituire l’uomo perché non tutto si può fare con la tecnica. Quello che l’uomo ha iniziato nel secolo XVI, raccogliendo, identificando e seccando le piante, è una tappa fondamentale. Un computer ci fa analizzare le sequenze del dna, ma se noi non sappiamo di quale pianta si tratti, l’analisi non ha senso. Va bene studiare le molecole, ma se non sappiamo da dove vengono queste molecole, la ricerca non ha senso. Quindi, evviva il computer, evviva il dna, ma non possono sostituire il gesto storico del botanico e del suo sapere che oggi si rivela indispensabile per la costruzione del nostro futuro.

Ci sono ancora luoghi da esplorare e piante da scoprire? O forse, proprio perché tutto si evolve, ci saranno nuove specie di piante che non esistevano prima e non ci sarà fine alle scoperte?
      Da quando l’uomo ha iniziato a descrivere l’ambiente in cui vive, diciamo da 5 secoli, dal Rinascimento, sappiamo che perché una specie si fissi e si evolva in una nuova specie sono necessarie migliaia di anni. Ci sono di continuo movimento e mutazioni, ma il tempo è molto lungo e possiamo solo documentare il flusso di ciò che ci ha preceduto. Possiamo documentare solo la nostra eredità: ci muoviamo su una temporalità eccessivamente lunga.
E sì, c’è ancora molto da scoprire. In Colombia- il paese che è più ricco in biodiversità per unità di superficie- si scoprono centinaia di specie nuove di piante e fiori. Le scoperte sono soprattutto nelle zone tropicali dove c’è la maggior parte di biodiversità del pianeta. Se non si vuole restringere il campo alle piante, ma si vuole includere tutto il mondo vivente- funghi, alghe, batteri, organismi unicellulari- sono stati descritti solo il 10/15 % delle specie fino ad oggi.


Visto che parliamo di scoperte, come ha ‘scoperto’ la sua vocazione di botanista? E come ha scoperto le palme?
     Ne ho parlato anche nel libro. Non è un interesse scontato, in genere è più facile essere attratti dagli animali con cui abbiamo più cose da condividere. Nel libro parlo della mia scoperta del mondo vegetale, del momento in cui mi venne chiesto di adottare una pianta. La mia prima attrazione è stata per il lato estetico. Scatta come un click emozionale ed estetico, la fulminazione per una pianta. Questa è la prima cosa che è accaduta. Il tentativo di capire come e perché è venuto dopo. Ed allora sono entrato nel mondo della scienza botanica.
Perché le palme? Per un discorso estetico. A 15 anni ho conosciuto le palme nell’Ovest del Senegal e mi hanno affascinato. La bellezza delle piante è una bellezza accessibile a tutti.

Devo confessarle che, quando ho letto del suo amore per le palme, mi sono sforzata di ‘vedere’ tutta la bellezza che ci vedeva Lei, ma non ci sono riuscita.
     Mi ci vorrebbe molto per spiegare perché le palme mi abbiano affascinato. Per l’unicità della loro biologia. Le palme mi commuovono: si alzano sottili e alte, svettano verso il cielo, sembrano fragili eppure resistono ai venti. Hanno una loro resistenza, una forza di recupero. Sono così belle con quelle foglie allungate attraverso cui filtra la luce.

Nella Liguria dove sono nata le palme sono morte per una malattia. E’ tristissimo vedere il paesaggio senza le palme.

     È vero, è triste ma solo se considerato da parte umana. C’è soltanto una specie di palma nativa in Europa ed è la palma nana. Le altre palme sono state introdotte centinaia di anni fa: la loro scomparsa è così importante per l’equilibrio della natura? L’ecosistema dell’Europa mediterranea funziona senza palme, non sono cruciali per l’equilibrio. Abbiamo importato le palme e anche la malattia che le ha distrutte: non è un’emergenza, per me. Naturalmente non parlo dei paesi per cui le palme sono una risorsa economica, come per il Marocco, dove la morte delle palme è stato un dramma. È una relatività a cui porta il fatto stesso di essere un biologo, che cambia il tuo modo di pensare.

Nel suo libro parla di tante cose di cui non sapevo nulla. Una mi ha colpito in particolare: il carporama. Me ne può parlare?
fiori di cera

      Questa è una storia bellissima che nasce dall’ossessione di rappresentare la natura con tecniche diverse. Fu a Firenze che iniziò l’arte di riprodurre le specie della natura con la cera. Nel Museo di Storia Naturale di Firenze ci sono vetrine su vetrine colme di esemplari di cera. Nel secolo XIX, nelle isole Mauritius, D’Argentelles usò la cera per mostrare all’Europa la diversità dei fiori e dei frutti dei tropici. Lo scopo era fissare in cera la bellezza e mostrarla ai francesi. Non avrebbe potuto farlo in altra maniera data la lentezza dei viaggi e l’impossibilità di fare arrivare fiori e piante intatti a destinazione. Attualmente le creazioni di D’Argentelles sono a Parigi ma non sono visibili al pubblico: certe condizioni ambientali devono essere mantenute per proteggerli.

fiori di vetro
Di recente, a Mantova, uno scrittore mi ha parlato dei fiori di vetro del Museo dell’università di Harvard- è un po’ la stessa cosa, no? Un materiale diverso con lo stesso scopo.

     
Proprio così.
Mi ha già detto che questo non vuole essere un libro nostalgico. Io però ho avuto l’impressione che volesse essere un contributo alla memoria, una sorta di testimonianza di un mondo che forse non sta scomparendo ma che di certo non viene guardato con l’attenzione meritata. Che fosse una sorta di ‘carporama’ di parole.
     È interessante che Lei lo dica. Io sono stato fortunato a vedere l’Herbier prima del rinnovo. Il mondo è cambiato completamente e io volevo ne restasse testimonianza. Non la chiamo ‘nostalgia’, ma è lecito osservare che questa scienza non è viva oggi come lo era un tempo. Dico che era meglio prima, ma potrebbe anche tornare ad essere come era. Nel libro c’è una testimonianza in una maniera che non è mai stata fatta prima.

Fra i botanisti del passato- tutti personaggi singolari- quale è quello che Lei ammira di più per quello che ha fatto?
     È impossibile rispondere. Però tutti hanno qualcosa in comune: la passione di dedicarsi alle piante. Io devo tutto a queste persone- queste collezioni che abbiamo oggi sono dovute a tutti loro. E poi provo affetto per alcuni di loro. Patrick Blanc è un mio amico e allora si sente che ne parlo con più affetto, che è stato importante nella mia vita. Di tutti loro ammiro moltissimo la dedizione a questa passione.
Patrick Blanc
Ho letto il libro cercando di continuo su Google le fotografie delle piante di cui Lei parlava: mi sarebbe piaciuto che il libro fosse corredato da immagini delle piante.
    Mi è stato detto anche da altri lettori. In realtà è stato il mio editore francese, Grasset, a non voler inserire immagini nel libro, perché questa è la loro linea editoriale. In compenso il mio editore in Germania aggiungerà delle foto. All’inizio mi sono sentito un poco frustrato da questa mancanza e poi, però, ho pensato due cose: che il lettore può far ricorso a Google, come ha fatto Lei, e che l’assenza di foto lasciava libera l’immaginazione. 

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l'intervista e la recensione saranno pubblicate su www.stradanove.it