domenica 16 giugno 2019

Mariana Leky, “Quel che si vede da qui” ed. 2019


                                                   Voci da mondi diversi. Area germanica



Mariana Leky, “Quel che si vede da qui”
Ed. Keller, pagg. 336, Euro 18,00

    Un paese nel Westerwald, Germania. Sono tutti gli abitanti del paese i protagonisti dell’incantevole romanzo di Mariana Leky, “Quel che si vede da qui”, anche se la voce narrante è quella di Luise, la nipote di Selma, di certo i due personaggi che più ci rimangono nel cuore, indimenticabili.
     Luise ci racconta un intero ventennio di vita del paese, senza che quasi nessun avvenimento esterno si intrometta a turbare le esistenze dei suoi abitanti. Anzi. Quello che più mette in subbuglio il paese è un sogno di Selma: ogni volta che Selma sogna un okapi (un animale di cui le aveva parlato il marito, uno strano incrocio tra una zebra e una giraffa), qualcuno muore nel giro di ventiquattro ore. Così come l’okapi assume i contorni di un animale mitico, anche il possibile arrivo della Morte diventa qualcosa di più di una semplice conclusione del ciclo della vita e tutti prendono delle contromisure, come se volessero evitare un incontro sgradito. Tutti tranne un anziano contadino che, invece, spalanca la porta alla Morte- pensa di aver vissuto abbastanza.
La sessantenne Selma è la nonna che tutti vorrebbero avere. E’ lei che si è sempre presa cura di Luise i cui genitori sono presi dal lavoro e da una crisi di coppia. Quando, dopo il sogno di un okapi, una terribile tragedia colpisce il paese e Luise, sotto shock, si è addormentata e continua a dormire in braccio a Selma, la nonna non la adagia su un letto, ma la porta in braccio con sé- dolce fardello addormentato che si aggrappa al suo collo- per giorni e giorni.
Selma è bella, Selma è vedova, l’ottico è da sempre innamorato di lei- solo quando lei sta per morire le consegnerà una valigia piena di lettere iniziate e non finite in cui avrebbe voluto dirle che l’amava. C’è un altro bambino, Martin, quasi il gemello di Luise perché è nato il suo stesso giorno, più che un fratello- sono inseparabili. E ci sono personaggi negativi, il padre di Martin, ubriacone e violento (l’ottico fa un tentativo per provocare una disgrazia che ne causerebbe la morte accidentale), una giovane donna soprannominata Marlies-la-Triste.
Eppure i colori del libro di Mariana Leky non sono il bianco e il nero, c’è sempre una possibilità di redenzione e di cambiare anche per i ‘cattivi’, perché questa è l’anima del villaggio- uno per tutti e tutti per uno, la disponibilità di ognuno ad aiutare gli altri, l’empatia e il calore umano che aiutano a superare le difficoltà e i momenti bui. Perché la vita è fatta di gioie e di dolori, di perdite e di amore e di rabbia e di odio, di amicizia e compassione.

    C’è chi va e c’è chi resta e c’è un nuovo arrivato che non può non essere conquistato dal calore del villaggio. Il padre di Luise parte per una serie di viaggi senza fine, la madre di Luise ha un amante, il monaco buddista originario dell’Assia e che ora vive in un monastero in Giappone arriva per caso- e Luise se ne innamora.
     Un libro delizioso, dolce senza essere stucchevole, ‘caldo’ perché ci riscalda il cuore con il sentimento di solidarietà diffuso tra i personaggi, a tratti buffo e divertente e a tratti tragico, con un pizzico di realismo magico in versione tedesca, perché, che cosa è la magia se non quella polvere di stelle che ci aiuta a sopportare il peso della vita?

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sabato 15 giugno 2019

Franco Faggiani, “Il guardiano della collina dei ciliegi” ed. 2019


                                                                Casa Nostra. Qui Italia
                                                              biografia romanzata



Franco Faggiani, “Il guardiano della collina dei ciliegi”
Ed. Fazi, pagg. 230, Euro 13,60

    I fatti veri, quelli che si trovano in Google: Shizo Kanakuri, il protagonista del bel romanzo di Franco Faggiani, è veramente esistito. Nato nel 1891 a Nagomi, in Giappone, morì nel 1983. Il 14 luglio del 1912 fu uno dei due atleti giapponesi che presero parte ai giochi olimpici di Stoccolma. E non voglio dire altro, per quanto le informazioni su Shizo si possano trovare in rete. Un consiglio: non cercatele, non prima di avere letto “Il guardiano della collina dei ciliegi” perché è un libro incantevole e vale la pena di lasciarsi trascinare dal racconto senza sapere nulla, anche perché lo scrittore si è servito del suo privilegio in quanto tale, di inventare, di immaginare, di riempire gli spazi vuoti del tempo, di tirare fuori dall’oblio un uomo dimenticato e dargli una nuova vita.

     La narrativa del romanzo di Franco Faggiani è scandita in tempi diversi- prima, durante e dopo. ‘Prima’ è prima dei fatidici giochi olimpici, è il prima dell’adolescenza di Shizo, cresciuto con genitori molto severi e poco espansivi, il prima degli anni di studio e della passione per correre in libertà, quasi che la corsa, nel verde e nel silenzio, potesse dare sfogo a sentimenti prigionieri, con il rumore dei passi che gli erano compagni. ‘Prima’ è anche il lungo viaggio verso Stoccolma, i giorni senza fine della transiberiana, in una carrozza da solo e poi con un compagno che è l’esatto opposto di lui, che lo tira fuori dall’isolamento, che gli dà qualche lezione pratica di vita. ‘Durante’ è il cuore del romanzo, i giochi olimpici in cui Shizo avrebbe dovuto tenere alto l’onore dell’imperatore Mutsuhito e di tutto il Giappone. Il ‘dopo’ è lungo, lungo 71 anni, dai giochi alla morte di Shizo. Il ‘dopo’ è la caduta, la perdita dell’onore. Parafrasando Cassio che, nell’ “Otello” di Shakespeare si dispera sulla reputazione perduta, possiamo quasi sentire Shizo- “Il mio onore, il mio onore! Ho perso il mio onore, la parte immortale di me”. Perché l’onore è tutto in Giappone. Non si vive senza onore. Quando l’imperatore lo aveva convocato alla sua presenza, quando aveva fatto a Shizo l’onore di apparire davanti a lui, gli aveva anche fatto l’onore di sceglierlo per rappresentare il Giappone alle Olimpiadi. E Shizo avrebbe dovuto chiudere il cerchio del sol levante, avrebbe dovuto rendere onore, con la sua corsa, all’imperatore e al suo paese.

Non sarà così. Con la perdita dell’onore, Shizo perde tutto. Patria, famiglia, nome. Si nasconde. Deve espiare. Dapprima in paesi lontani (spera forse, inconsciamente, di morire?), poi ritorna in Giappone e va a vivere in un villaggio sperduto. E qui inizia un lungo percorso per ritrovare la pace quando gli viene affidata la cura di una collina ricoperta di ciliegi selvatici, un patrimonio di una bellezza da togliere il fiato, una nuvola bianca di petali che ammanta i fianchi della collina. La lentezza della vita, l’occhio attento alle piante e alle loro necessità, l’autodisciplina, il sacrificio personale, il silenzio, la ricompensa della bellezza per un lavoro ben fatto. Se manca qualcosa, nella vita di Shizo, è il calore umano che lui non ha mai conosciuto e che non è capace di dare alla sua famiglia, così come non è capace di capire che l’isolamento totale che va bene per lui, può non andar bene per loro. Finché il maratoneta che aveva fallito alle Olimpiadi del 1912 viene ritrovato- la frase di Lewis Carroll che tanto lo aveva colpito non diceva forse, “incomincia dall’inizio e vai fino alla fine”? E Shizo, tornato ad essere Shizo dopo aver vissuto con un altro nome, andrà fino alla fine.

      Quello di Franco Faggiani è un libro singolare nel panorama della lettura italiana. Un libro che non è solo finzione letteraria, che parla di onore nei nostri tempi in cui questo è un valore di cui si è perso il significato, di espiazione, della capacità che ha la natura di salvarci, di incantevole bellezza che ha bisogno, però, di cure per fiorire.
Da leggere.

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giovedì 13 giugno 2019

Stefan Merrill Block, “Oliver Loving” ed. 2019


                                    Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America


Stefan Merrill Block, “Oliver Loving”
Ed. Neri Pozza, trad. M. Ortelio, pagg. 351, Euro 18,00


     Il tuo nome è Oliver Loving. O forse no. Qualcuno dirà che è un nome di fantasia, ma in fondo ti si addice.
    E’ vero, sembra un nome di fantasia, con quel cognome, Loving, che suggerisce tanto della sua indole. E può benissimo anche non essere il suo vero nome, perché- quante storie abbiamo letto, purtroppo, nelle notizie di cronaca, di stragi nelle scuole, di studenti morti o gravemente feriti? E allora sì a Oliver Loving, un nome per tutte le vittime innocenti di un atto di folle violenza.
Siamo a Bliss (vogliamo indugiare ancora sul significato dei nomi? Bliss, Beatitudine, per una cittadina che ha ben poca felicità, situata com’è nel Texas occidentale, sul limitare del deserto che confina con il Messico- quanti drammi in quella zona, prima, durante e dopo, in un paese e in un tempo che ha sostituito la discriminazione contro i neri con quella contro gli ispanici. Oppure ha aggiunto questa a quella. A Bliss, la sera di un 15 novembre (l’anno non è precisato, com’è giusto), un ragazzo messicano entra nella scuola che aveva frequentato qualche anno prima e apre il fuoco sugli studenti che stanno preparando una rappresentazione. Anche l’insegnante è colpito a morte. Fuori dall’aula si imbatte in Oliver Loving (che non dovrebbe affatto essere lì) e gli spara. Disarmato dal bidello, si uccide con un’altra arma che aveva con sé.  Oliver non muore. Forse sarebbe stato meglio per lui. Resta in coma vegetativo in un letto d’ospedale. E la sua famiglia si sfascia.

    Oliver, diciassette anni. Suo fratello Charlie, tredici anni. La mamma Eve. Il padre Jed. Rebekkah Sterling, il primo amore di Oliver. Sono i personaggi che si alternano sulla scena del romanzo, ognuno con la sua storia personale, con le sue reazioni e i suoi sentimenti, i suoi sensi di colpa. Ognuno con la parte che ha avuto in quello che è successo a Oliver. Ognuno con quello che farà di sé e della sua vita dopo Oliver. Perfino la scuola chiude i battenti. E il ranger di Bliss non si stancherà di cercare di capire, per dieci anni, perché è successo- rifiuta la soluzione facile del ‘non c’è un motivo. La follia’. Dieci anni dopo Oliver è sempre immobile, Charlie è andato a New York e passa giornate inconcludenti invece di scrivere il libro che intendeva scrivere su suo fratello (quello che inizia con C’era una volta un ragazzo che cadde in un varco del tempo- leitmotiv di tutto il romanzo), Eve vuol credere che il figlio si risveglierà, Jed beve e fa stravaganti sculture, Rebekkah (che non è mai stata la ragazza di Oliver) non riesce a dimenticare.

      Stefan Merrill Block ha una propensione per esplorare la psicologia dei personaggi, per immaginare i pensieri di un cervello non più integro (penso al suo primo romanzo, “Io non ricordo”), per esplorare le conseguenze di comportamenti e azioni. E riesce ad universalizzare il dramma di Oliver inserendolo nelle problematiche della dinamica famigliare. In più ha messo a fuoco, in questo ultimo romanzo, due tematiche scottanti- la diffusione della violenza e la facilità di procurarsi delle armi, e il razzismo nei confronti degli ispanici. “Oliver Loving” è un bel libro che, tuttavia, soffre di alcune lungaggini e ripetizioni, rallentando il ritmo nella parte centrale.

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domenica 9 giugno 2019

Victor Segalen, “Il figlio del cielo” ed. 2019


                                                           Voci da mondi diversi. Francia
                                                           la Storia nel romanzo



Victor Segalen, “Il figlio del cielo”
Ed. ObarraO, trad. A. Giarda, pagg. 216, Euro 16,00

     Guangxu, penultimo imperatore cinese. Aveva 37 anni quando morì- avvelenamento? morte naturale? La zia, la vecchia Imperatrice Cixi che lo aveva adottato e che morì un giorno dopo di lui, era stata fortemente contraria alle sue riforme e forse non voleva andarsene lasciando a lui il trono. Gli sarebbe succeduto Pu Yi, il bambino di due anni che tutti ricordiamo per averlo visto nel film di Bertolucci. E’ Guangxu il protagonista del romanzo “Il figlio del cielo” di Victor Segalen, personaggio straordinario perché non solo scrittore, ma anche poeta, archeologo, critico d’arte, medico, esperto della Cina per averci vissuto molti anni studiando reperti archeologici della dinastia Han.
    Quando Victor Segalen morì, aveva in mano una copia di “Amleto”, e, se il suo Figlio del Cielo assomiglia a qualcuno, è proprio ad Amleto, figura dilaniata da incertezze e malinconie. Segalen ha scelto un genere inusuale per parlarci di Guangxu, quello degli Annali
- non un libro che scorre come un romanzo storico, non un trattato di Storia, ma una sorta di cronaca che finisce per sembrare un diario, una visione dei fatti dall’esterno che a volte sembra essere, invece, una confessione, intramezzata com’è da poesie dell’Imperatore con il controcanto del commento e dell’interpretazione dell’annalista che, volutamente, non è esplicito, volutamente, ci conduce su una falsa pista. Perché Guangxu non è un comune mortale e non può avere i sentimenti degli esseri comuni- è il Figlio del Cielo, è il Cielo che gli dà il diritto di governare. Il regno di Guangxu durò a lungo- dal 1875 (aveva solo 4 anni) al 1908-, ma fu in realtà molto più breve, dal 1889 al 1898- anno in cui, dopo aver  instaurato la Riforma dei Cento Giorni che includeva pure la fondazione dell’Università di Pechino, la costruzione di una linea ferroviaria, l’inaugurazione di una borsa finanziaria, fu prelevato (per ordine della Imperatrice Cixi) dalla sala della Città Proibita dove stava celebrando i riti religiosi del giorno e confinato nell’isola in mezzo al lago, sempre all’interno della Città Proibita. La solitudine e la tristezza degli anni che gli restano è straziante.

       Il Guangxu che balza fuori dai presunti Annali di Segalen (annotazioni brevi e concise eppure straordinariamente ricche di dettagli significativi, a volte tutti da interpretare, leggendo tra le righe) è un giovane uomo intelligente, colto e curioso. Gunagxu non si limita a vivere nel suo piccolo mondo della Città Proibita. Guangxu vuole sapere che cosa sta avvenendo fuori dalle mura di quegli edifici con i tetti a forma di becco d’oca, fuori nelle strade di Pechino, fuori nei paesi da cui vengono quegli stranieri con il naso grosso e ispide barbe. Gli interessa. È lungimirante e capisce l’importanza delle cose nuove e straordinarie di cui sente parlare. E, nonostante la sua timidezza, scontrandosi consapevolmente con l’opposizione della Vecchia Imperatrice, dà atto alle Riforme. Guangxu ubbidisce disobbedendo- in tutto. Anche in amore.
Sposa la donna che viene scelta per lui e poi la vede pochissimo. Boicotta le concubine che gli vengono imposte. E ama la fanciulla che non riuscirà a salvare, quando abbandona la Città Proibita sotto l’urto dell’attacco degli stranieri. O forse qualcuno avrà impedito che si salvasse, per togliergliela dal cuore. E la ragazza morirà in un pozzo, nell’acqua come Ofelia- si è gettata? L’hanno gettata?
     Victor Segalen ha dovuto comprimere gli eventi di quegli anni e quella che leggiamo è una storia abbreviata, ancora più densa e pregnante per questo. E la maestria dello scrittore si rivela nell’aver saputo ricreare lo stile enigmatico del presunto annalista cinese, che dice nel linguaggio ufficiale, che ci invita a leggere quello che non può dirci. Un libro molto bello, da leggere.

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venerdì 7 giugno 2019

Valerio Aiolli, “Nero ananas” ed. 2019


                                                                     Casa Nostra. Qui Italia
     la Storia nel romanzo

Valerio Aiolli, “Nero ananas”
Ed. Voland, pagg. 352, Euro 17,00

    Non lasciatevi fuorviare dal titolo, “Nero ananas”. Il romanzo di Valerio Aiolli non è un thriller a base di, chissà, un ananas avvelenato. L’ananas è una granata dalla forma che ricorda quella del frutto e ‘nero’ è il colore di quegli anni in Italia, gli ‘anni di piombo’ che incominciarono il 12 dicembre 1969, con ‘il botto’ (nel libro viene sempre chiamato così)- l’attentato terroristico nella banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana a Milano: 17 i morti, 88 i feriti, l’Italia sotto shock. E il racconto di Valerio Aielli si chiude con un altro attentato a Milano, quattro anni dopo, il 17 maggio 1973 alla Questura di Milano. L’obiettivo era colpire il Ministro dell’Interno Mariano Rumor e invece l’esplosione della bomba causò la morte di quattro delle persone presenti e il ferimento di altre 52.
     I capitoli di “Nero ananas” hanno per titolo una data oppure, più spesso, il nome, anzi, il soprannome di uno dei personaggi, o anticipano la frase con cui inizia il capitolo e questi sono inserti speciali dentro il libro, un piccolo romanzo di formazione di un ragazzino che sua sorella chiama affettuosamente ‘Calimero’ e che vedrà cambiare la sua famiglia, tutto il suo mondo in quegli anni.

     Il Dottore, il Pio, il Samurai, Falstaff, zio Otto- impariamo a poco a poco a riconoscerli, a capire che cosa li abbia trascinati nella lotta armata, chi sia ‘il capo’ e chi esegua gli ordini, chi abbia dei dubbi, chi sia un cane sciolto, come l’anarchico, ex ragazzo sbandato che finirà l’apprendistato in un kibbutz in Israele e sarà lui a gettare la bomba alla Questura di Milano. Lo scrittore preferisce non fare nomi, “Nero ananas” non vuole essere un saggio storico, chi si ricorda può collegare i soprannomi a facce e nomi, chi vuole può fare ricerche sfruttando i dettagli della parte che conclude il libro e che soddisfa il desiderio di sapere che cosa ne sia stato dei protagonisti dopo gli anni del furore. Mentre seguiamo la scalata del Pio al potere (c’è un che di ironico nel sottolineare la sua religiosità che confina con il bigottismo), appare un altro personaggio accanto ai terroristi e questo ha un soprannome in inglese- the Captain. Rappresenta i servizi segreti, italiani e americani, anche loro in qualche maniera coinvolti nelle trame di quella ‘strategia della tensione’.
      E poi c’è Calimero, nel ‘romanzo dentro il romanzo’, la parte più bella del libro. Calimero che adora la sorella che ha dieci anni più di lui, con il suo sorriso di luce, la mano che gli scompiglia i capelli, i ragazzi che la corteggiano e che poi ‘finiscono nella botola’ (secondo il lessico famigliare). Vivono a Firenze (importante, questa visione decentrata di quanto sta avvenendo in Italia), sono un riassunto di tutta l’Italia, con il padre calabrese e la madre fiorentina. Ad un certo punto, che coincide più o meno con il tragico 12 dicembre, la sorella se ne va di casa. Forse è andata via con i suoi amici ‘cinesi’ (altro vocabolo del lessico famigliare). Calimero viene mandato dallo zio a Reggio Calabria, segue in televisione le cronache degli attentati, il seguito delle indagini su piazza Fontana- il colpevole è Valpreda, no, forse non è lui, chi sarebbe così stupido da farsi portare da un taxi a piazzare una bomba?-, la sorella riappare, è cambiata, scompare di nuovo. E la madre incomincia a uscire la sera: il disfacimento della famiglia è l’epitome di quanto sta avvenendo nel nostro paese.

      Sarebbe stato meglio che “Nero ananas” fosse quello che il titolo poteva indurci a pensare, che fosse un romanzo di pura invenzione. Non lo è. Riporta alla memoria ricordi di un periodo buio in cui il terrore era quotidiano e le vittime di quel terrore troppo numerose, con uno stile vario, con un’alternanza di personaggi sulla scena, collocando il lettore nella posizione dello spettatore impotente- quella di Calimero.
     “Nero ananas” è tra i dodici libri candidati al premio Strega 2019.

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martedì 4 giugno 2019

Stefania Auci, “I leoni di Sicilia. La saga dei Florio” ed. 2019


                                                                Casa Nostra. Qui Italia
                                                                        saga
       storia di famiglia

Stefania Auci, “I leoni di Sicilia. La saga dei Florio
Ed. Nord, pagg. 437, Euro 15,30

    Un leone, nel primo stemma dei Florio, una famiglia che proprio nulla aveva di nobile. Ma che importa? Il leone è il re della foresta, si sa, e i Florio sarebbero diventati, se non i re, i leoni della Sicilia. Si sarebbero imposti come un casato che poteva imporre le sue leggi, grazie alle ricchezze acquisite. Con intelligenza, con duro lavoro, con lungimiranza e anche con passione.
     16 ottobre 1799. Una fortissima scossa di terremoto fa risvegliare Bagnara Calabra. I Florio- Paolo con la moglie Giuseppina e il piccolissimo Vincenzo, Ignazio (fratello di Paolo) e la nipotina Vittoria rimasta orfana- si precipitano in strada. Sono incolumi, la loro casa ha resistito, ma Paolo ha deciso: basta Bagnara, basta quella vita di ristrettezze e di orizzonti angusti. A Palermo Paolo e il cognato hanno già installato un commercio di spezie- andranno in Sicilia, il futuro è lì. Cu nesci, arrinesci, recita un proverbio siciliano che introduce il primo capitolo del libro. Chi esce, riesce. Inizia la saga dei Florio.
Vincenzo, Ignazio senior e Ignazio junior
      A Palermo sono arrivati anche i Borbone, scappati da Napoli in seguito alla rivoluzione. Palermo è il porto più importante del Mediterraneo, i Florio incominciano con un piccolo magazzino dove vendono pepe, cannella, zafferano, cumino, anice, coriandolo. Ma Paolo guarda lontano, perché accontentarsi quando si intravvedono altre possibilità? E si fa strada, lottando contro le invidie degli aromatari, ampliando i suoi commerci, puntando al meglio. Il fratello Ignazio è sempre al suo fianco, è su di lui che Paolo può contare. Alla morte di Paolo, sarà Ignazio a prendere le redini di quella che sta diventando ‘Casa Florio’ e a fare da padre a Vincenzo che forse lo ha sempre amato più del suo stesso padre.
Villa Florio
     La grande Storia convulsa dei primi dell’800, con i Borbone che ritornano a Napoli e reprimono ferocemente la rivoluzione e poi con i moti del 1818 e infine con lo sbarco di Garibaldi, è tratteggiata a grandi linee nell’introduzione dei vari capitoli del libro. Serve da sfondo, ci aiuta a capire quali altre difficoltà i Florio debbano affrontare oltre a quelle che li toccano più da vicino, nel commercio e nella famiglia. I Florio hanno la perspicacia di afferrare il momento, sembra che abbiano la capacità di guardare nella sfera di cristallo- Vincenzo deve imparare l’inglese, Vincenzo deve andare all’estero e conoscere il mondo (porterà in Sicilia informazioni su macchine che in Inghilterra fanno il lavoro degli uomini), Vincenzo deve introdursi nella nobiltà siciliana sposando una ragazza con un titolo. Lui porterebbe i soldi, lei il sangue blu. Questa è l’unica cosa in cui i Florio falliscono. Acquistano una tonnara, inaugurano il sistema di conservazione del tonno sott’olio, imbottigliano quel vino liquoroso degno della tavola di un re che prende il nome dalla città di Marsala, si faranno costruire splendide dimore. Ma ‘u facchino’ (quanto gli brucia, a Vincenzo, che qualcuno ricordi ancora da dove i Florio hanno iniziato) finirà per legittimare la donna che è stata sua amante quando, dopo due bambine, metterà al mondo l’agognato erede, un piccolo Ignazio che prende il posto dello zio, nel nome e nei cuori.

      “I leoni di Sicilia” è un romanzo affascinante. Con una bella scrittura, limpida e con un tocco di ‘sicilianità’, qualche parola, qualche insulto, qualche frase o proverbio in dialetto, Stefania Auci ci restituisce la storia di una grande famiglia del Sud, quasi a ricordarci che non ci sono solo gli Agnelli del Piemonte, ma anche i leoni di Sicilia. E’ una storia che ha qualcosa di epico, che ci fa ammirare la tenacia e la forza di carattere dei suoi personaggi senza nasconderci le loro debolezze- il maschilismo e l’arrivismo di Vincenzo, la timidezza amorosa di Ignazio, l’asprezza di Giuseppina che non ha mai saputo confessare neppure a se stessa di aver sempre amato il cognato Ignazio. E ci incanta con le fugaci descrizioni della Sicilia, del suo mare, dei suoi cieli, dei suoi profumi, della sua architettura barocca.
      Da leggere. Attendendo il seguito.

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lunedì 3 giugno 2019

Scott Spencer, “Una nave di carta” ed. 2019



                                                 Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
         romanzo 'romanzo'

Scott Spencer, “Una nave di carta”
Ed. Sellerio, trad. Luca Briasco, pagg. 487, Euro 17,00

     Quante probabilità ci sono, che una nave di carta si impregni di acqua e vada a fondo nel giro di pochi minuti? Lo sappiamo, la risposta non è un generico ‘molte’, piuttosto è una sicurezza assoluta. Così è per la storia d’amore nel romanzo di Scott Spencer, un’altra storia tragica dopo quella di “Un amore senza fine”, anche se noi vorremmo che terminasse in maniera diversa e continuiamo a sperarlo contro ogni speranza- sono troppi i segnali che annunciano un naufragio.
     Lui: Daniel Emerson, avvocato bianco non ancora quarantenne. Aveva uno studio a New York, ma è tornato a vivere nella cittadina dove è nato e cresciuto dopo aver subito un attacco da parte di clienti neri non soddisfatti. La sua compagna, Kate, è una scrittrice e madre single- forse Daniel ama di più la piccola Ruby di quanto non ami Kate.
   Lei: Iris, nera, molto bella, frequenta un dottorato nel college della piccola città, è sposata con Hampton, consulente finanziario che appartiene ad una ricca famiglia di colore ed esercita a New York. Hanno un bambino, amichetto del cuore di Ruby, sua compagna di asilo. E’ all’asilo che Daniel incontra Iris e se ne innamora.
    Galeotta: una furibonda tempesta di neve fuori stagione (è solo ottobre) che mette in ginocchio la cittadina, facendo saltare la luce nelle case, abbattendo alberi, rendendo impraticabili le strade. E Daniel, la cui abitazione è a qualche chilometro di distanza, resta ‘prigioniero’ (felice) in casa di Iris dove Ruby era andata a giocare.

    Sullo sfondo: come un cortometraggio cinematografico scorrono le notizie del processo contro O.J. Simpson, quello che fu definito ‘il processo del secolo’, importantissimo per definire l’anno in cui si svolge l’azione (1994-1995) e l’intera atmosfera del romanzo stesso. Il processo contro l’ex giocatore di football e attore (nero) accusato di aver ucciso la moglie (bianca) si trasformò in un atto di accusa contro i neri in quanto tali dal momento in cui la difesa introdusse l’elemento della discriminazione razziale provando che alcuni capi di accusa erano stati fabbricati ad arte. Kate non ha dubbi sulla colpevolezza di O.J.. Daniel la mette in ‘forse’, propende per l’innocenza di O.J., e non solamente perché è innamorato di Iris. Nonostante la brutta esperienza a New York, Daniel ha sempre avuto simpatia per i neri, gli piace la loro musica, gli piace il loro senso della famiglia, il loro calore umano- avrebbe voluto essere uno di loro (e qui ci sarebbe da scavare, approfondendo il senso di colpa per il passato schiavista dell’America).
O.J.Simpson
     Due coppie, un marito geloso, una compagna/moglie gelosa, due bambini, il contrasto nero-bianco: ci può essere una fine diversa da un tragico naufragio, dunque? E ci si aggiunge anche il destino, che è cieco come la ragazza che ha una relazione con un possidente (sposato) che sembra uscito da un libro di Faulkner- un’altra delle tante storie di amore e tradimento che fanno da controcanto a quella principale-  e che per ben due volte si serve di incidenti, del tutto casuali, per far precipitare la situazione.
“I neri e i bianchi non vanno d’accordo” dice Kate. “Sono successe troppe cose. È andato tutto in malora. Se qualcosa non inizia con il piede giusto, come può finire bene?”
    “Una nave di carta” è un romanzo “romanzo”, appassionante e coinvolgente. Scott Spencer scrive meravigliosamente bene, anche i suoi dialoghi suonano spontanei- se poi la trama è un po’ melodrammatica, se i personaggi sono in ‘bianco e nero’ (al di là del gioco di parole), se i sentimenti a volte sembrano esagerati, ebbene, anche queste sono le caratteristiche del romanzo-romanzo. Quello che importa è che Scott Spencer riesce a farci immedesimare nell’ossessione amorosa di Daniel (il personaggio più riuscito, che ci ispira simpatia con il suo bisogno d’amore e la sua capacità di darne) e nella possessività gelosa di Hampton con cui, tuttavia, non riusciamo a non simpatizzare. Più pallide le figure femminili e interessante, invece, l’espediente di una seconda narrativa che anticipa quanto accadrà- e ce ne rendiamo conto quando questa si riunisce alla prima narrativa e ci troviamo a rileggere le stesse identiche pagine che avevamo già letto.

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sabato 1 giugno 2019

Richard Powers, “Il sussurro del mondo” ed. 2019


                                                 Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
        premio Pulitzer

Richard Powers, “Il sussurro del mondo”
Ed. La Nave di Teseo, trad. L. Vighi, pagg. 658, Euro 18,70

       Nove personaggi le cui vicende si dipanano nelle 658 pagine del romanzo “Il sussurro del mondo” di Richard Powers, vincitore del premio Pulitzer 2019. Nove personaggi le cui famiglie hanno le provenienze più disparate, come si addice a quel ‘melting pot’ che è l’America- gli Hoel vengono dalla Norvegia (era stato il capostipite ad dare inizio a quella che era diventata un’ossessione ma anche una raccolta straordinaria: scattare una fotografia lo stesso giorno di ogni mese, alla stessa ora, dallo stesso punto, ad un singolo albero di castagno, affidando poi l’incarico- come una sorta di eredità- al figlio e poi al nipote), il padre di Mimi Ma è fuggito dalla Cina (si è portato dietro un prezioso disegno che rappresenta dei Budda e tre anelli di giada, ognuno con la finissima incisione di un albero), la famiglia di Neelay arriva dall’India (cadendo da un albero, da bambino, Neelay perderà l’uso delle gambe e diventerà un genio del computer, fantastico ideatore di videogiochi)…

      All’inizio leggiamo nove intrecci diversi che non hanno nulla in comune tra di loro e dobbiamo assottigliare il nostro intuito per capire che cosa, invece, leghi le storie di questi personaggi- hanno tutte a che fare con gli alberi. L’albero delle fotografie, quelli piantati alla nascita di ogni bambina Ma, quello da cui è caduto Neelay, quello che salva la vita di Douglas che precipita con il suo aereo in una missione di guerra, gli alberi che ‘parlano’ a Patricia che ne farà il suo soggetto di studio. Diventa allora chiaro che l’albero o gli alberi sono i veri protagonisti del romanzo, quelli che rubano la scena agli esseri umani. Alberi vecchi centinaia e centinaia di anni, alberi che si passano messaggi, che instaurano meccanismi di difesa contro le malattie, alberi che sono una miniera di risorse anche quando il loro tronco è abbattuto, alberi che devono essere protetti e difesi contro la deforestazione selvaggia dettata dall’impero economico. E allora le storie dei personaggi sembrano convergere verso questo scopo, l’organizzazione di un ecoterrorismo che culmina con l’occupazione non di una casa, ma di un albero, con incendi che avranno conseguenze drammatiche- il tutto per portare alla ribalta il problema di che cosa stiano facendo gli uomini alla natura, di quale futuro sia in serbo per gli uomini se si prosegue in questa maniera dissennata che non valuta le infinite possibilità degli alberi.

      Nel romanzo c’è un albero gigantesco che ha un nome, Mimas, quasi fosse un essere vivente. Mi correggo, Mimas è un essere vivente, fa pensare al Barbalbero di Tolkien, l’essere più antico della Terra di Mezzo, l’albero saggio che guida la marcia degli Ent contro gli Orchi, lo spettacolo grandioso di una foresta animata come quella guidata da Malcolm contro l’usurpatore Macbeth nel gioco di rimandi del romanzo dove due dei personaggi portano sul palcoscenico la tragedia di Shakespeare in una recita amatoriale.
      Ecco il pregio ed ecco il difetto del libro di Richard Powers: amiamo Mimas, e con lui tutti gli alberi del romanzo, molto di più di quanto ci appassionino gli altri personaggi, perfin troppo numerosi, peraltro.
Lo scrittore ci rivela un mondo che non conoscevamo, suscita in noi la curiosità e il desiderio di saperne di più, il rimpianto per non aver contribuito a salvare il patrimonio verde della Terra da cui dipende la nostra stessa esistenza, per non averne preso le difese come fanno i militanti dell’ecoterrorismo. Siamo perplessi, però, sulla maniera che ha scelto per risvegliare la nostra attenzione, perché “Il sussurro del mondo” si avvicina di più al saggio che al romanzo.

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mercoledì 29 maggio 2019

Laura Forti, “L’acrobata” ed. 2019


                                                                 Casa Nostra. Qui Italia
                                                                 Diaspora ebraica
         storia di famiglia

Laura Forti, “L’acrobata”
Ed. Giuntina, pagg. 112, Euro 12,00

      Fa veramente l’acrobata, il pagliaccio in un circo, il nipote a cui si rivolge la nonna nelle sue mail raccontandogli un secolo di storia attraverso la storia della sua famiglia in poco più di cento pagine dense, dense di fatti, di dolori, di morti, di fughe, di abbandoni e di nuovi inizi. Eppure abbiamo subito la sensazione che il nipote non sia l’unico acrobata sulla scena. Sono stati acrobati i bisnonni, funamboli su una corda tesa tra la Russia e l’Italia e poi il Cile. Un’acrobata la nonna che sta scrivendo, in equilibrio tra Cile e Stati Uniti e Svezia. Un acrobata suo padre Pepo, quello che ha messo più a rischio la sua vita e ha pagato i suoi ideali con la morte.
     Una fotografia che balza fuori non da un cassetto, ma da un file che si apre sul computer, è l’inizio della corrispondenza che è in realtà un lungo monologo. “E’ lui mio padre?”, aveva chiesto il nipote indicando un ragazzo con un grosso maglione di lana, seduto sulla neve, gli occhi seri, una ruga sulla fronte. “Forse è arrivato davvero il momento che io ceda, che ti racconti”, perché “i ricordi sono come schiaffi, sono zavorra e c’è il rischio che ti facciano affondare”, ma “che può essere una persona senza ricordi?”.

    Pesano i ricordi. E quelli della nonna, che incominciano da lontano, dalla fuga dalla Russia bianca dei suoi propri genitori, convergono tutti verso un giorno, il 15 di giugno 1987. Che cosa è successo quel giorno? Non è facile per la nonna raccontarlo. Eppure non c’è ricordo della nonna che non riserbi un frammento della sua mente al figlio perduto, alla costante domanda se qualcosa sarebbe potuta andare diversamente. E’ come se il figlio, il padre di “totopajazo.com”, avesse preso su di sé la responsabilità di mettere fine a tutte le ingiustizie, al continuo peregrinare della sua famiglia. In Italia dapprima. Poi Mussolini e le leggi fasciste li avevano costretti ad un nuovo esilio. Il Cile, dunque. Con il terribile terremoto del 1939, subito dopo il loro arrivo. Ancora in fuga, ancora in esilio, dopo il golpe del 1973. È da questo momento, con la serie di scuole militari frequentate da Pepo, che  questi prende il cammino che lo porterà alla tragica fine. A quel 15 giugno 1987.
"L'acrobata" sul palcoscenico
      C’è tutto il dolore del mondo concentrato in queste pagine di Laura Forti. Il dolore taciuto, quello che i pagliacci con una lacrima dipinta sul viso color gesso camuffano con i loro lazzi e una pallina rossa sul naso. Il dolore dei pogrom, delle discriminazioni, delle fughe e della paura. Il dolore di sentirsi senza identità e di doversene ricreare una in ogni nuovo approdo. Il dolore della perdita- aveva dovuto lasciare indietro una figlia, la nonna che scrive, e poi aveva sentito il figlio allontanarsi da lei su un percorso dove lei non poteva seguirlo. Perché Pepo non era fuggito ancora per mettersi al sicuro? Perché era rimasto a Santiago? Per lui, per suo figlio, per totopajazo, per interrompere le fughe e gli abbandoni. Per non lasciarlo da solo nell’ingiustizia e nel pericolo.
     “Grazie per quelle lacrime, totopajazo.”, sono le parole che chiudono questo libro che nasce dalla storia vera del cugino della scrittrice. Esemplare.

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