sabato 30 settembre 2017

Négar Djavadi, “Disorientale” ed. 2017

                                         Voci da mondi diversi. Medio Oriente/Francia
                                                               saga
        FRESCO DI LETTURA

Négar Djavadi, “Disorientale”
Ed. e/o, trad. A. Bracci Testasecca, pagg. 325, Euro 14,88

     Bello questo titolo, “Disorientale”, con il suo duplice suggerimento che risulterà sempre più chiaro mentre procediamo nella lettura- il senso di disorientamento di chi ha dovuto lasciare il proprio paese e trapiantarsi in un’altra cultura, un altro mondo che parla un’altra lingua e che pensa in un altro modo, e il desiderio di occidentalizzarsi per passare inosservato, di staccarsi dall’oriente che viene percepito come retrogrado e limitante.
    La voce della scrittrice si sente nella storia che racconta, la saga di tre generazioni della famiglia Sadr, dal vecchio patriarca che vive con mogli e figli nella città di Qazvin, ai piedi dei monti Elburz in Iran, a Darius Sadr, padre della protagonista Kimiâ, che si schiera con l’opposizione allo Shah, prima, e all’ayatollah Khomeini, poi, in una Teheran che retrocede dalla modernità voluta e forzata dai Pahlavi all’oscurantismo degli integralisti islamici.
Qazvin
   Quando incomincia il suo racconto, Kimiâ è una giovane donna che vuole diventare madre ed è in attesa dell’inseminazione artificiale nell’ambulatorio parigino della struttura ospedaliera specializzata. E’ iniziato il processo per portare al mondo un nuovo piccolo essere- il modo in cui il bambino sarà ‘concepito’ è talmente diverso dal retaggio famigliare che Kimiâ si porta dietro, il nucleo in cui crescerà non assomiglierà a niente di ciò che Kimiâ ha conosciuto, e tuttavia l’ammassarsi dei ricordi del passato sono una prova che nulla deve andare perduto, che quel bambino che avrà tre genitori riceverà anche un patrimonio di storie insieme a quello genetico, che sarà importante per lui sapere da dove viene, da chi forse avrà preso, per qualche scherzo del dna, gli occhi azzurri come un pezzo del mar Caspio che erano il marchio di famiglia, quelli che, senza possibilità di dubbio, avevano fatto sì che il bisnonno riconoscesse come suo figlio il piccolo mendicante straccione che lo importunava per avere dei soldi.
La trama del libro è un susseguirsi di storie che si rincorrono, come quelle di Sherazade. E, come Sherazade racconta e racconta per tenere a bada la Morte, così Kimiâ prosegue nelle sue narrazioni rimandando di parlare del FATTO, l’evento più traumatico della vita sua, delle sorelle e della madre, quello che ci si aspetta ma per cui non si è mai pronte. Dobbiamo prima ascoltare del famoso bisnonno, dei mitici occhi azzurri, di matrimoni combinati, di zii che vengono chiamati con un numero e non con un nome, dello zio numero due sulle cui inclinazioni si bisbigliava e che Kimiâ aveva scoperto entrando in una stanza sempre chiusa, della notorietà di Darius Sadr e del carattere anticonformista della madre Sara, della nascita di Kimiâ, la terza figlia che Darius era sicuro sarebbe stato un maschietto, dei disordini a Teheran, degli arresti e delle torture, della fuga del padre, prima, e della madre con le tre figlie, dopo, affidate allo stesso passatore che aveva aiutato Darius, per un cammino impervio tra le montagne, per arrivare in Turchia, a cavallo nella neve.
Teheran. Palazzo Golestan
E molto altro ancora, mentre la seconda narrativa, quella che tocca Kimiâ più da vicino, che spiega la delusione, lo sconcerto, la confusione, l’incapacità di riconoscersi e infine la ribellione- alla famiglia, alle costrizioni, alla mentalità che fissa dei ruoli per maschi e femmine- della ragazzina che era arrivata piena di illusioni e sogni a Parigi, sembra più che mai statica nell’attesa nell’ambulatorio. Un momento di pausa prima di un futuro che sarà totalmente diverso.
     Brillante, effervescente, tragico e divertente, il romanzo di Névar Djavadi è la storia delle metamorfosi di un paese affascinante vista attraverso i cambiamenti di una grande famiglia.




Bora Ćosić, “Il libro dei mestieri” ed. 2011

                                                  Voci da mondi diversi. Penisola balcanica
           seconda guerra mondiale
            il libro ritrovato

Bora Ćosić, “Il libro dei mestieri”
Ed. Zandonai, trad. Maja Vranješ, pagg. 130, Euro 14,00


    Belgrado, gli anni della seconda guerra mondiale. Belgrado in quella che era ancora Jugoslavia, prima occupata dai tedeschi, bombardata poi dagli alleati, invasa dai russi, liberata dai partigiani di Tito. E’ questa città, sono questi i tempi che ci vengono raccontati con la voce di un Bora Ćosić bambino. Per dirci della guerra, per mostrarcela attraverso occhi infantili, lo scrittore sceglie una cornice insolita a racchiudere i suoi bozzetti, le scene in cui gli attori sono i membri della sua famiglia e gli altri abitanti del condominio, con l’aggiunta di soldati- tedeschi, russi- e di partigiani serbi. Tutto può essere interpretato come un mestiere, qualunque attività quotidiana è, dopotutto,  una professione- allora, quando era piccolo, anche essere un russo era parso un mestiere a Bora Ćosić. E così, via via di seguito, fare il barabba (l’imbroglione), fare il donnaiolo (non si contano le ragazze o le donne che sono state vittime dello zio), il calzolaio (che magari faceva un paio di scarpe da vendersi scompagnate a chi era rimasto con una sola gamba), il barbiere, il tipografo, il macellaio (che poteva ritrovarsi a tagliare carne umana), il cameriere, l’imbianchino (quanti cambiamenti di colori da un regime all’altro!), il sarto (che tinge, rigira, restringe il cappotto di un soldato per Bora)…e altri ancora.
Belgrado dopo i bombardamenti del 1941
     Se dapprima siamo perplessi davanti a questa singolare interpretazione della guerra, continuando la lettura ne siamo conquistati, presi nel godimento delle scene, nei frizzanti scambi di battute tra i personaggi che non sempre il bambino capisce e che quindi riferisce con un’ambiguità divertente. La sua famiglia è composta da un nonno le cui parole sembrano riportare tutti alla realtà dei fatti, dalla mamma che cerca di mantenere l’equilibrio in famiglia e buoni rapporti con il vicinato, dal padre sempre ubriaco (eppure si scherza anche sul suo vizio del bere), da due zie che mantengono l’allegria nonostante tutto. E poi c’è un carosello di altri personaggi- gli amichetti di Bora e le loro mamme, la ragazza a cui verrà rasato il capo perché se l’intendeva con i tedeschi, il tenente che dà ordine di togliere di mezzo i cadaveri dei tedeschi perché puzzano come immondizia, il russo che spara in bocca ad un tedesco e, alla debole rimostranza del padre di Bora, dice ‘Non fa niente’…

Ogni breve capitolo è un miscuglio di frammenti di Storia (di difficile comprensione per un adulto, figurarsi per un bambino) e di episodi di vita quotidiana, di personaggi storici mitici, che vengono smitizzati e ridicolizzati (Stalin che si liscia i baffi e Hitler che urla come un pazzo), e di uomini e donne comuni che cercano di sopravvivere alla giornata. Gli anni, che si sono impressi nella memoria del bambino, sono indicati con la lettera maiuscola (‘si era nel Millenovecentoquarantaquattro’) e vengono ripetuti spesso, ossessivamente, come se uno di quegli anni di guerra avesse una durata più lunga di un anno normale. Finché arriva il Millenovecentoquarantacinque con dei nuovi mestieri: il mestiere di far festa (finalmente), il mestiere (più difficile) di studiare (arduo ricordare, senza errori, chi siano gli amici e chi i nemici), il mestiere del passante: ad un certo punto erano scomparsi i passanti dalle strade, ora sono tornati, ma la vera arte del passante è avere in mente che tutto passa. Uomini e regimi.
      Ironico, inconsapevolmente critico, buffo, drammatico, uno sguardo insolito sulla guerra da un angolo insolito d’Europa.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net




venerdì 29 settembre 2017

Antonio Manzini, “Pulvis et umbra” ed. 2017

                                                                     Casa Nostra. Qui Italia
                                                                     cento sfumature di giallo
      FRESCO DI LETTURA

Antonio Manzini, “Pulvis et umbra”
Ed. Sellerio, pagg. 403, Euro 15,00

     Aosta. Il cadavere di un trans viene ritrovato per metà immerso nel fiume Dora.
     Roma. Sono due cani pastore a segnalare la presenza del corpo di un uomo in un campo.
     Non c’è nulla che leghi i due omicidi, tranne che è di competenza del vicequestore Rocco Schiavone indagare sul caso del trans (livello numero nove nella lista da lui stilata della rottura dei coglioni) e nessuno riesce a spiegarsi come mai il morto sconosciuto di Roma avesse in tasca un foglietto con il numero di telefono di Rocco e lo scontrino di un bar che, guarda caso, è vicino alla casa in cui Rocco abitava con la moglie Marina, a Roma.
    Antonio Manzini ritorna con un nuovo romanzo che ha per protagonista il suo commissario- pardon, vice questore- scontroso e spinoso, che ha consumato sedici paia di Clarks in dieci mesi ad Aosta (per avvicinarsi al cadavere nell’acqua si fa prestare gli anfibi dal collega Italo, lasciandolo scalzo- sia mai detto che si metta le sue Clarks), che si fuma una canna al mattino per essere più lucido, che all’inizio sembrava mettercela tutta per risultare antipatico (e lo era), che ha un passato pieno di ombre e amici non del tutto ‘puliti’ a Roma. E una moglie che non dimenticherà mai e che è morta al suo posto.
    Il passato non passa mai, è così per tutti e lo è in special modo per Rocco, sono troppe le questioni lasciate in sospeso, non da ultimo quell’avvenimento tragico in cui la compagna di uno dei suoi più cari amici è stata uccisa per sbaglio- era ospite da lui, era lui l’obiettivo, quello che sarebbe dovuto morire. E il tutto affonda ancora più indietro, vecchi conti da saldare, altri omicidi, traffici di droga…
Questo per quello che riguarda il caso di Roma (chi è che sa dei suoi spostamenti? c’è qualcuno che lo spia? o qualcuno che lo tradisce?). Quanto al delitto di Aosta, Rocco va incontro a un’ennesima frustrazione: il trans, un argentino, viveva in un appartamento in affitto. Possibile che nessuno degli altri condomini abbia visto o sentito niente la sera in cui è stato ucciso? Forse sì. Ma possibile anche che nessuno abbia visto o sentito niente quando l’appartamento del trans è stato svuotato di tutto, compreso mobili e suppellettili, come se fosse passata un’impresa di traslochi? Chi è aveva talmente paura di avere lasciato tracce da ripulire così a fondo? Per non dire che spunta fuori anche il colpevole appropriato per far affossare le indagini.

     Il rischio di scrivere romanzi seriali con lo stesso protagonista è quello di non riuscire a far ‘crescere’ il personaggio, di essere ripetitivi, di mancare di profondità, di annoiare, insomma. Non è così per i libri con Rocco Schiavone di Antonio Manzini. Anzi. Romanzo dopo romanzo, ci pare che la trama di indagine poliziesca sia solo un pretesto (ottimamente congegnato, peraltro), lo sfondo di tensione per dare risalto proprio a Rocco, per parlarci di lui, al passato e al presente. Rocco cambia. E’ come se si sfogliasse, si togliesse una buccia dopo l’altra, rivelando il cuore tenero del suo essere. E’ sempre lui, burbero, cinico e selvaggiamente ironico, ma inizia a lasciare che il mondo esterno lo raggiunga, che gli affetti (respinti da quando non c’era più Marina, il suo tramite per questo mondo più dolce) lo tocchino. Incomincia con dare più confidenza a Gabriele, l’adolescente brufoloso e infelice che è suo vicino di casa, si ritrova a insegnargli a picchiare per difendersi oltre che a fargli ripassare i verbi latini, ad essere una sorta di vice-padre andando a parlare con il preside, a lasciarlo dormire in casa sua. E poi Rocco cede all’attrazione che prova per l’ispettore Caterina Rispoli- sarà amore, chissà? Voler bene significa esporsi alle delusioni, offrire il fianco alle ferite. E se di tutti questi nuovi sentimenti non restasse che polvere? Se neppure l’ombra di Marina apparisse più per scambiare due parole con Rocco?
      Antonio Manzini non delude.

la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.net


per contattarmi: picconem@yahoo.com

     

giovedì 28 settembre 2017

Liza Marklund, “Finché morte non ci separi” ed. 2011

                                                                       vento del Nord
       cento sfumature di giallo
       il libro ritrovato

Liza Marklund, “Finché morte non ci separi”
Ed. Marsilio, trad. Laura Cangemi, pagg. 471, Euro 19,00

   Ci sono degli appuntamenti con dei libri che sono imperdibili. Anche se non sono dei capolavori, anche se sono destinati ad essere dimenticati oppure, se hanno fortuna in un’epoca che divora tutto, a diventare dei classici del genere a cui appartengono. E’ il caso di ogni nuovo libro della scrittrice svedese Liza Marklund, a mio parere la migliore delle scrittrici nordiche di thriller. Perché riesce sempre a scrivere dei romanzi appassionanti, con delle trame ben congegnate e dei personaggi che ‘crescono’ con ogni nuovo libro della serie, coinvolgendoci non solo nelle vicende di indagine poliziesca ma anche in quelle della loro vita privata.
   In “Finché morte non ci separi” ritroviamo la giornalista Annika Bengtzon, la protagonista dei romanzi della Marklund che la scrittrice stessa, parlandone in un’intervista, ha descritto come “un carro armato con i tacchi a spillo”. Nel romanzo precedente, “Il testamento di Nobel”, l’avevamo lasciata che abbandonava in fretta e furia la sua casa in fiamme, portando in salvo i bambini. L’azione del nuovo libro si colloca, dunque, in un tempo che continua senza interruzione quello dell’altro, perché Annika arriva disperata a casa dell’amica Anne chiedendole ospitalità e questa, che stava spassandosela a letto con un nuovo amore, gliela rifiuta.

Le prime pagine del libro, però, ci portano sulla scena di un delitto che colpisce al cuore la polizia di Stoccolma: nella sua stanza da letto il commissario David Lindholm è stato ucciso con un colpo in testa e uno al basso ventre. La moglie Julia è per terra in bagno in stato confusionale, il figlioletto di quattro anni, Alexander, è scomparso. Sull’ auto della polizia che arriva sulla scena c’è Nina, amica intima di Julia, che sa cose che nessun altro sa su David Lindholm. Perché David Lindholm è l’eroe dei poliziotti: è intervenuto in un paio di casi di grossa presa sul pubblico, amava presentarsi come ‘il poliziotto senza macchia e senza paura’. Ma era veramente senza macchia? Scopriremo molte cose su di lui…Al momento, tuttavia, la moglie Julia è il capro espiatorio perfetto: c’era solo lei nell’appartamento, la pistola usata era la sua d’ordinanza (era anche lei nel corpo di polizia  e aveva dimenticato di denunciarne lo smarrimento), soffriva di depressione. In più non è in grado di difendersi, farnetica che una donna cattiva ha portato via Alexander: è un caso di sdoppiamento di personalità?

      L’originalità dei romanzi seriali di Liza Marklund è che c’è una giornalista a condurre le indagini. Non in maniera ufficiale, non in concorrenza con la polizia, ma perché Annika concepisce così il suo lavoro, pensa che essere al servizio della verità significhi cercare quella verità che si vuol far conoscere ai lettori del giornale. In “Finchè morte non ci separi” pare quasi che anche Annika, come Julia, soffra di uno sdoppiamento di personalità, perché l’Annika giornalista non si dà pace finché non riesce a mettere insieme le prove dell’innocenza di Julia (in cui, in un certo senso, si rispecchia: anche Annika viene accusata di aver dato fuoco alla sua stessa casa), scavando- a rischio della sua incolumità- nel passato losco del mitico (e donnaiolo) David, mentre l’ Annika moglie tradita e madre di due bambini cerca di adattarsi alla nuova situazione di single e di non farsi strappare la custodia dei figli dal marito.

    Restiamo soddisfatti, a lettura terminata. Perché abbiamo la sensazione di aver letto un romanzo ‘pieno’, un thriller che non si limita alla scarna trama di indagine.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


martedì 26 settembre 2017

Liza Marklund, "Il testamento di Nobel" 2009 Intervista

                                                vento del Nord
                                        cento sfumature di giallo



So bene che è uno stereotipo ma, quando incontro Liza Marklund, che mi pare la perfetta giovane donna svedese dell’immaginario collettivo, penso di avere davanti non lei, bensì il suo personaggio Annika Bengtzon. Perché è così me la raffiguro, bionda, sottile, alta, lo sguardo vivace, nonostante che non ci sia nulla nelle pagine dei libri della Marklund a guidarmi in questa identificazione. E glielo chiedo subito.

 Assomiglia a Lei Annika Bengtzon? Oppure: che cosa ha messo di Lei nel suo personaggio?
     Devo dirle una cosa: non so che aspetto abbia Annika, so che non è alta di statura. E di me ho messo in lei la mia maniera di lavorare, quando ero, per così dire, un carro armato con i tacchi a spillo. Non sono mai stata giornalista di cronaca nera, mi occupavo di politica ed economia, ma Annika ed io condividiamo la maniera di pensare giornalisticamente.
Annika nei telefilm
 Fra le eroine dei romanzi di indagine poliziesca Annika è un personaggio insolito, prima di tutto perché non è un’ ispettrice di polizia ma una giornalista. Ha fatto di lei una giornalista perché si differenziasse dagli altri personaggi sulla scena?
      In realtà dapprima avevo pensato di fare di lei un’ispettrice di polizia, ma non so nulla sui poliziotti. Allora ho scelto la soluzione più facile per me, visto che conosco molto bene il mondo del giornalismo perché ci lavoro da 25 anni. E poi volevo anche descrivere il potere dei media e come i media abusino di questo potere.

Ho letto anche “Il lupo rosso” e ho osservato che in entrambi i romanzi la storia poliziesca non è incentrata su un delitto banale, ma è sempre collegata a qualche argomento di maggior rilievo: usa il genere del romanzo poliziesco per trattare di altri problemi, per far riflettere i lettori?
    Proprio così. Scrivo sempre dei romanzi vasti, ho sempre due filoni di storie, due storie parallele che trattano lo stesso soggetto, una storia con delitto e una storia privata. Ma sono collegate dallo stesso problema. I miei romanzi non sono in realtà sul delitto, ma sul potere e sull’abuso di potere. Sono ossessionata dal potere. Si badi bene: non voglio potere per me, sono stata capo direttore, mi piace avere il potere sulla mia situazione, su me stessa, ma sono affascinata da quello che la gente arriva a fare per avere il potere.

  
In questo romanzo ci sono parecchi temi che vale la pena di discutere. Ad esempio, mi ha interessato lo sfondo per il primo delitto, durante il ricevimento per i premi Nobel. E mi ha anche divertito, in un certo senso, perché ogni anno ci sono polemiche sui criteri con cui i premi vengono aggiudicati. Mi domandavo se anche in Svezia ci sono queste discussioni, oppure si polemizza solo all’estero.
      Anche in Svezia si discute molto sull’assegnazione dei Nobel. C’è anche una barzelletta che circola sull’uomo che grida entusiasticamente ‘finalmente!’ ogni volta che viene annunciato il premio ad un perfetto sconosciuto. Mi è capitato solo una volta che avessi già letto i libri di uno scrittore prima che gli venisse dato il premio Nobel, si trattava di Coetzee, uno scrittore che amo molto. Negli ultimi dieci anni la scelta è caduta su autori anti-sociali: la Jelinek vive del tutto isolata, Herta Müller non voleva neppure aprire la porta ai giornalisti…Ad Oz o a Roth il premio non viene dato perchè rilasciano troppe interviste, non sono abbastanza antisociali.

Allora la traccia di ironia macabra era intenzionale…
     Sì, non faccio mai niente che non sia intenzionale.

Il premio Nobel per la medicina nel libro viene dato a due dottori che fanno ricerca sulle cellule staminali: qual è l’opinione più diffusa in Svezia riguardo a queste ricerche?
     Quando ho scritto il libro c’era una grossa discussione sull’argomento in Svezia. La Svezia è un paese liberale e 4 o 5 anni fa gli unici contro la ricerca sulle cellule staminali erano i cristiani di destra, i cristiani di Bush per intenderci. I più ragionevoli pensano che si debbano fare ricerche. Lo penso anche io, e penso anche che si debbano fare esperimenti sugli animali, come si fa altrimenti? Mi spiace, ma è così.


Un filone della trama riguarda le nuove leggi restrittive per paura del terrorismo in Svezia e il razzismo che ne deriva: la democrazia svedese era un mito. La Svezia sta facendo dei passi indietro?
    Una legge recente, di un anno fa, della destra, ci porta più lontano di tutti gli altri paesi europei nel controllo e nello spionaggio esercitato sulla popolazione indiscriminatamente. Il governo può leggere le e-mail di chiunque, può intercettare le telefonate di chiunque senza nessun motivo. Ora, se ci sono motivi seri per sospettare di una persona, per impedire un attentato, è giusto che si intercettino le telefonate, ma è scandaloso che le conversazioni di gente normale vengano ascoltate. E’ un abuso di potere molto pericoloso. Molte delle misure che sono state prese contro il terrorismo sono peggio del terrorismo stesso.

Un altro mito viene infranto nel suo libro: il mito degli uomini svedesi che aiutano le donne a casa. Annika è arrabbiata con il marito perché la divisione dei compiti a casa è impari. Era un mito falso?
    Guardi, secondo un sondaggio recente il 25% delle donne in Svezia si accolla il 100% dei lavori domestici. Il fatto è che secondo lo stesso sondaggio, gli uomini interrogati dichiarano di condividere il lavoro delle mogli esattamente a metà. La realtà è che in Svezia le donne lavorano molto di più in casa. Solo quando la donna lavora a tempo pieno e l’uomo è disoccupato, è l’uomo a fare i lavori. Ben magra consolazione.

l'intervista e la recensione sono state pubblicate su www.wuz.it





lunedì 25 settembre 2017

Liza Marklund, “Il testamento di Nobel” ed. 2009

                                                                   vento del Nord
       cento sfumature di giallo
        il libro ritrovato

Liza Marklund, “Il testamento di Nobel”
Ed. Marsilio, trad. Laura Cangemi, pagg. 519, Euro 19,00

Titolo originale: Nobels Testamente

      Forse, nonostante tutto, non è di questo che dovrei occuparmi, pensò. Se questa è la nuova era, se questo è il nuovo che avanza, se il terrorismo si è trasferito qui e le riflessioni sulla sicurezza sono il futuro, forse dovrei cedere il passo a qualcun altro. Dove arriva il terrorismo, la libertà individuale è morta. La sicurezza verrà usata come argomentazione a sostegno di un numero sempre maggiore di limitazioni e di un aumento della sorveglianza.

   Il difetto- se così si può chiamare- di Annika Bengtzon, il personaggio creato dalla scrittrice svedese Liza Marklund, è quello di riuscire a cacciarsi sempre in situazioni pericolose: ricordiamo benissimo la scena de “Il lupo rosso” in cui Annika rischia di morire congelata, così come (e lo sappiamo dai ricordi di Annika) aveva sfiorato la morte quando era stata presa in ostaggio da un serial killer in un precedente libro della serie. Anche nel nuovo romanzo, “Il testamento di Nobel”, tremeremo per lei: il pregio di Liza Marklund, giocando sul difetto di Annika, è di stregare il lettore, facendogli palpitare il cuore in gola nel brivido del thriller, avvincendolo con una trama intelligente, ricca di spunti di riflessione nonché di dettagli quotidiani che rendono i personaggi molto ‘umani’.
      C’è un brivido in più, ne “Il testamento di Nobel”. D’accordo, la trama è inventata, i personaggi pure, ma la data e la circostanza iniziale segnano un appuntamento annuale che tutti conosciamo e attendiamo: il 10 di dicembre, il banchetto in onore dei vincitori del premio Nobel. Tutto è talmente ben descritto- le lastre di ghiaccio per terra nella notte di Stoccolma, il cortile del municipio, la luce delle fiaccole, la sala blu, la balconata, la sala d’oro…e una donna dagli occhi gialli, soprannominata Gattina, che si intrufola tra gli invitati, a dispetto della sorveglianza di sicurezza. Niente di più facile per una bella donna vestita da sera che sembra rientrare dopo essere uscita un momento per fare una telefonata. Nella borsetta ha una pistola, uccide Carolina von Behring, presidente del comitato per i Nobel del Karolinska Institutet, e ferisce l’uomo che ha vinto il Nobel per la medicina. Nell’avvicinarsi alle vittime designate Gattina ha urtato Annika Bengtzon, pestandole un piede: Annika è l’unica in grado di aiutare la polizia a fare un identikit dell’assassina e sarà questo che metterà in pericolo la vita sua e dei suoi bambini alla fine.

     Quello che ci piace, nei libri di Liza Marklund, è il sapiente dosaggio di pubblico e privato, la capacità di scegliere un tema che ponga dei quesiti di ordine etico e che sia di vasto interesse generale, intrecciando la trama che ne deriva con una sotto-trama minore di vita comune e di problemi comportamentali di tutti. Così, ne “Il testamento di Nobel”, il retroscena del delitto è nella selezione dei candidati al premio, in un ambiente dall’atmosfera tesa tra rivalità, gelosie, furti di idee, ambizioni sfrenate. Ma chi era l’obiettivo della donna killer? Lo scienziato israeliano specializzato in cellule staminali e sostenitore della clonazione terapeutica o il presidente del comitato che sceglieva tra i candidati? Mirava in alto- un omicidio per impedire che si andasse contro le leggi divine- o in basso, per togliere di mezzo la donna che aveva il potere di mettere un veto o favorire una nomina? Seguiranno altri delitti, eseguiti con una modalità più feroce: sono sempre opera di Gattina?
Quanto alla trama ‘privata’, anche questa abbonda di spunti di discussione e di riflessione: dalle leggi speciali anti-terrorismo, che sono fonte di litigi tra Annika e il marito e che spezzano la vita del capro espiatorio arabo arrestato per l’assassinio alla festa dei Nobel, agli episodi di bullismo alla scuola materna frequentata dal figlio di Annika; dalle sorti del giornale presso cui Annika lavora e che ora si lancia nel web ai battibecchi domestici sulla ripartizione dei lavori (ahimè, cade un mito: anche in Svezia gli uomini collaborano poco in casa).
dal filmato per la televisione
    Annika Bengtzon è un personaggio vincente- domina le pagine del libro, si propone come una figura da imitare, pur con le sue debolezze. In crisi con il marito a cui non perdona un’avventura extraconiugale, si permette di fantasticare (solo fantasticare) su un collega, fa i salti mortali per conciliare il lavoro, la casa con la routine delle cene familiari, la cura dei due bambini. E poi è generosa con l’amica che la sfrutta sempre più, è intelligentemente curiosa, è integra, ha sangue freddo, è coraggiosa…forse troppo, vista l’abitudine di cui abbiamo parlato all’inizio, di cacciarsi nei guai. Attendiamo di saperne di più, magari recuperando qualche libro precedente ai due pubblicati sinora.


    Una cosa ancora: intramezzati agli altri ci sono, nel libro, brevi capitoli illuminanti su Alfred Nobel, di cui in genere si cita sempre il nome senza però sapere molto su di lui, l’uomo deluso in amore, aspirante scrittore, autore di un testamento puntualmente rispettato a più di cento anni dalla sua morte.


la recensione e la seguente intervista sono state pubblicate su www.wuz.it




domenica 24 settembre 2017

Mylene Fernández Pintado, “L’angolo del mondo” ed. 2017

                                                 Voci da mondi diversi. Cuba
               love story
              FRESCO DI LETTURA


Mylene Fernández Pintado, “L’angolo del mondo”
Ed. Marcos y Marcos, trad. Laura Mariottini e Alessandro Oricchio, pagg. 221, Euro 16,00

   L’Avana. Marian ha trentasette anni, insegna letteratura all’Università, ha alle spalle un amore finito e soffre ancora per la morte della madre. Marian non ha un carattere forte, lei stessa si giudica grigia, è piena di incertezze. Quando la direttrice del dipartimento le affida l’incarico di scrivere la prefazione al romanzo di un giovanissimo scrittore, Marian accetta titubante- chissà che non sia l’inizio di qualcosa di nuovo, una spinta per uscire dal suo piccolo mondo chiuso. Lo sarà certamente, e in maniera imprevista.
    Marian non risparmia qualche critica al romanzo di Daniel Arco. Finché lo incontra di persona. Colpo di fulmine per entrambi. Soltanto che lui ha quindici anni meno di lei. Ha importanza? Sì, se lei si è circondata di un alone di freddezza, di precisione, di inappuntabilità. Forse però, come le consigliano i pochi amici, vale la pena di gettarsi in questo sentimento che la travolge. Perché no? la vita è così parca di gioie. E allora Marian sfida le convenzioni, non le importa quello che i suoi alunni possono pensare di lei, neppure le importa di aver soffiato l’innamorato ad una sua studentessa.

    Fino a qui la storia del breve romanzo della scrittrice cubana Mylene Fernandez Pintado è piuttosto banale e, con le dovute differenze, ci fa pensare alla vicenda personale di cui hanno parlato tutti i giornali quando è stato eletto il nuovo presidente francese. Neppure l’ambientazione ha colori vivaci- Marian si incanta davanti al mare lungo cui corre il Malecón, ma chi spera di trovare atmosfere cubane resterà deluso. C’è tuttavia qualcosa di diverso, continui accenni sottili al tenore di vita- già migliore adesso, dopo che Raul Castro ha preso il posto di Fidel-, allo stipendio insufficiente di Marian, al fatto che debba vendere a poco a poco oggetti che erano cari a sua madre per concedersi una bottiglia di vino o qualcosa d’altro che è ritenuto un lusso, alla vecchia automobile che ha bisogno di continui rappezzi, a quel fenomeno tutto cubano della doppia valuta e di quello che poi si può acquistare se si paga in dollari. Lo sguardo rivolto lontano, infine.
    Perché ci possono essere due maniere di percorrere il Malecon, così spesso citato, l’arteria a sei corsie tra il mare e la città. Si può guardare la distesa di mare pensando che è una vista meravigliosa, che solo a Cuba ci possono essere dei tramonti così spettacolari, e lo si può guardare cercando di intravvedere- o meglio, di sognare- la terra che è al di là del mare, fantasticando su come la vita potrebbe essere diversa in Florida o comunque negli Stati Uniti. Sono tanti quelli che colgono l’occasione per andarsene da Cuba. Sono pochi quelli che prestano orecchio ai racconti di coloro che si sono trasferiti e che parlano di duro lavoro, di discriminazione, dell’aver perso se stessi.

    Quando Daniel incomincia a sognare di emigrare e di stabilirsi a Madrid e vuole coinvolgere Marian nei suoi progetti, Marian sa da subito che lei non lascerà l’isola. Perché non crede ai sogni ingannatori, perché non vuole un futuro incerto, non vuole sentirsi sradicata, non vuole perdere il suo passato per avere in cambio che cosa? Gli scrittori, poi- magari riusciranno ad avere un po’ di fama con un primo romanzo che incuriosisce, forse riusciranno a scriverne un secondo pescando dai loro ricordi, e dopo? Tranne qualche eccezione, non si è nessuno lontani dalla patria. E se questa non ci soddisfa, è il dovere di ognuno cercare di migliorarla restando e non abbandonandola.

    Questo è il messaggio de “L’angolo del mondo” nascosto sotto la trama rosa di una storia d’amore in cui si affaccia una varietà di personaggi che riflettono la storia di Cuba, tutti descritti con la stessa leggerezza come se non ci fosse alcunché di straordinario in loro. In effetti non c’è nulla di straordinario, tutti loro sono quell’angolo di mondo che è Cuba.



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Liza Marklund, “Il lupo rosso” ed. 2008

                                                                      vento del Nord
      cento sfumature di giallo
       il libro ritrovato

Liza Marklund, “Il lupo rosso”
Ed. Marsilio, trad. Laura Cangemi, pagg. 490, Euro 19,00

     Finalmente- dopo una serie di romanzi in cui i protagonisti si lamentano dell'insolito caldo- una Svezia con il clima e le temperature che ci aspettiamo dalla Svezia, ne “Il lupo rosso” di Liza Marklund. La colonnina di mercurio scende a 29° sotto zero nelle scene ambientate a Luleå, vicino al circolo polare artico. E qualcuno, alla fine, corre il rischio di morire assiderato.
La bandella di copertina ci avvisa che “Il lupo rosso” è il quinto episodio della serie poliziesca con il personaggio di Annika Bengzton, e noi dobbiamo accontentarci di spigolare frammentarie informazioni sul suo passato- un tempo caposervizio di cronaca nera per la Stampa della Sera di Stoccolma, ora giornalista d'inchiesta che si occupa di abusi d'ufficio, corruzione e scandali politici, sposata con due bambini, un volto noto a tutti per un'esperienza traumatizzante. Il Natale precedente era stata presa in ostaggio e tenuta prigioniera in un tunnel da una serial killer psicopatica, la Bombarola. Annika ha tuttora gli incubi di quanto è successo; soprattutto, da allora, nei momenti di stress, sente nella sua testa un coro di angeli che tace solo quando lei si occupa di cose concrete. Eppure Annika Bengzton non ha imparato la lezione, ci viene da pensare. Quando la seguiamo nelle sue imprese e ci trema il cuore per lei, ci domandiamo perché non se ne stia tranquilla a casa a scrivere articoli al computer e tendere l'orecchio ai bambini che giocano nell'altra stanza. Perché non lasci che se la sbrighi la polizia. Ma perché - come dice suo marito- “Annika è una persona che non si pone dei limiti, non ha alcun istinto di conservazione. Si espone a qualsiasi cosa, situazioni che le persone normali neanche si sognerebbero. Si chiama passione per la giustizia.”

     E' novembre, si avvicina l'anniversario di un attentato terroristico alla base aerea F21 di Luleå, fatto più di trent'anni prima, nella notte tra il 17 e il 18 novembre del 1969. Un caccia era esploso nella zona militare della base aerea, un uomo era morto per le ustioni riportate, i colpevoli non  erano mai stati individuati: si era parlato dei gruppi di estrema sinistra, poi la Difesa aveva puntato il dito contro i russi, erano stati intensificati i pattugliamenti lungo i confini. Annika Bengzton pensa che sia ora di cercare di gettare luce sull'accaduto, di fare domande in giro, di scrivere una serie di articoli. E parte per Luleå, dove ha appuntamento con un collega che ha qualcosa da dirle. Che, guarda caso, è appena morto in un incidente. E non vi diciamo altro di quanto succede.

    Se l'avvio del romanzo è un poco lento nel preparare le file della trama- i gruppi maoisti degli anni '60 in Svezia, il problema della libertà di stampa e dell'abuso di potere all'interno dei mezzi di informazione (incluse le trasmissioni televisive digitali), la relazione extraconiugale del marito di Annika e i problemi amorosi dell'amica Anne- poi fa un balzo e scorre veloce con il moltiplicarsi degli omicidi al Nord, il riapparire del terrorista che aveva due nomi in codice e che era finito a militare nell'ETA, l'identificazione degli altri membri del gruppo. Ma c'è un'altra trama intrecciata a quella del terrorismo e ha a che fare con gli ideali di libertà di parola e con il dovere etico dell'informazione: ci sembra una caratteristica dei gialli nordici, quella di avere uno spessore problematico che va oltre l'indagine e una tematica che affonda nel civile, nel sociale e nel politico. E la conclusione soddisfa la 'passione per la giustizia' non solo di Annika- ci riempie di esultanza.

     Possiamo dirlo? i gialli nordici non deludono mai. 

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


venerdì 22 settembre 2017

Madeleine Thien, “Non dite che non abbiamo niente” ed. 2017

                             Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America/ Cina
      la Storia nel romanzo
      FRESCO DI LETTURA


Madeleine Thien, “Non dite che non abbiamo niente”
Ed. 66th and 2nd, pagg. 480, Euro 18,70

      C’era una famiglia cinese che viveva in Canada. Il padre, Jiang Kai, era stato un pianista in un’altra vita, in un altro paese lontano anni luce dal Canada. La bambina aveva due nomi, Ma-li in cinese e Marie in inglese. Nel 1989 il padre lasciò la famiglia e dopo un po’ arrivò la notizia che si era suicidato, a Hong Kong.
     C’era una famiglia cinese a Pechino. Il padre, Passero, lavorava come operaio ma, in un’altra vita, nello stesso paese che era cambiato così tanto, era stato un compositore di musica e aveva insegnato nel Conservatorio di Shanghai. Non si era mai separato dalla figlia, Ai-ming, era per lei che era riuscito ad ottenere un trasferimento a Pechino, perché avesse migliori opportunità per passare gli esami ed essere ammessa all’università.
    Dopo i giorni di euforia e di tragedia che culminarono nel massacro di piazza Tien-an-men, Ai-ming riuscì ad emigrare, arrivò in Canada, ospite della famiglia di Jiang- Kai che era stato il più caro amico di suo padre.

    Ecco l’inizio e la fine di questo splendido romanzo di Madeleine Thien (nata a Vancouver da padre cino-malese e da madre cinese di Hong Kong), il più bel romanzo che abbia letto finora nel 2017. Uno di quei romanzi così ricchi e complessi, traboccanti di storie e di Storia, di emozioni e di sentimenti, di riflessioni e di quesiti e anche di musica- perché la musica è la gloriosa colonna sonora del libro-, così pieno di vita, che ci lascia sazi, inclini a pensare, a riandare indietro su quello che abbiamo letto e che vorremmo rileggere.
     Madeleine Thien ci racconta settant’anni di storia cinese in “Non dite che non abbiamo niente”, incominciando dalla fine della guerra civile quando le due sorelle Gran Madre Coltello e Trottola giravano per il paese cantando nelle sale da tè. Gran Madre Coltello (figura possente in tutto il romanzo) è la madre di Passero, iniziato alla musica fin da bambino. La musica è, per Passero, la sua maniera di comprendere il mondo. La stessa passione musicale è condivisa dalla cugina Zhuli, violinista prodigiosa. Ma che posto può avere la musica nella Rivoluzione Culturale della Cina di Mao?

Memorabile è la scena in cui il direttore del Conservatorio di Shanghai, He Luting, sotto accusa per i suoi scritti su Debussy, umiliato e angariato dalla Guardie Rosse, rifiuta di piegarsi e, con il fiato che gli rimane, grida nel microfono, “Vergognatevi! Vergognatevi di mentire!”. Oggi la Sala dei Concerti di Shanghai porta il nome di He Luting. Quella di He Luting è solo una delle scene che si succedono, in un crescendo simile a quello delle note che si affastellano nella mente di Passero, o di Zhuli, o di Jiang Kai, il promettente pianista al cui legame amoroso con Passero si accenna in maniera sfumata (impensabile un legame omosessuale all’epoca, colpa da aggiungere a colpa). Jiang Kai entrerà a far parte delle Guardie Rosse, forse è responsabile della morte di Zhuli, è un traditore- ma chi non ha tradito qualcuno in circostanze estreme? Jiang Kai aveva visto morire di fame i genitori e i fratelli durante la Grande Carestia e lui voleva vivere, era suo dovere vivere. A qualunque costo. Suonerà per Mao, cercherà di trascinare Passero con sé a Pechino, potrebbe fargli avere un posto al conservatorio. Inutilmente.

     Non è solo la musica, la musica dell’Occidente a cui tutti i personaggi guardano, Bach e Beethoven e Prokofiev  e Ciaikovskij e le elaborazione dei temi musicali contenuti nelle opere di questi grandi, che risuona sul fondo del romanzo facendo da collante per le storie. C’è anche un libro che passa di mano in mano, la Storia dei Ricordi, che non è mai finito, che viene rimaneggiato e riinterpretato con aggiunta di capitoli e luoghi e nomi in codice- è la Storia in atto, è il passa-parola, è un messaggio nella bottiglia che arriva fino a Vancouver, che riporta a casa Trottola e il marito, esuli vagabondi nel deserto del Gansu (ultimo avamposto della Grande Muraglia) dopo la fuga da uno dei campi di lavoro da cui nessuno tornava vivo.

    Scriverei ancora di “Non dite che non abbiamo niente” (un verso dell’Internazionale, uno dei leit-motiv del libro), direi della meraviglia del linguaggio, dei giochi di parole cinesi con più di un significato, tornerei a parlare degli anni di paura, di silenzio, di vite spezzate. E ancora non avrei detto tutto, non avrei detto del dolore che si prova, leggendolo, del senso di spreco, del rimpianto che filtra dai personaggi e che diventa nostro in questo libro epico in cui la musica perseguitata diventa simbolo della bellezza e della bontà.

    Non vi resta che leggerlo. Madeleine Thien è una grande scrittrice.



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mercoledì 20 settembre 2017

Stefan Merrill Block, "Io non ricordo" 2008- Intervista

                                       Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
                                                            Intervista


Se ancora abbiamo l’idea che uno scrittore debba avere un fisico che in qualche modo rifletta le ore passate a macinare idee e parole, ebbene il giovane Stefan Merrill Block (nato nel 1982, cresciuto a Plano, in Texas, una laurea alla Washington University di St.Louis nel 2004) la smentisce immediatamente: un viso aperto, un bel sorriso, spalle larghe da ragazzo che ha fatto sport. Stefan Merrill Block è in Italia per partecipare alla serata degli esordienti del Festival delle Letteratura di Massenzio, condividendo l’attenzione del pubblico con il nostro Paolo Giordano, autore de “La solitudine dei numeri primi”. E, in qualche modo che non vogliamo indagare ma che certamente ha a che fare con il tema del suo libro, ci commuove sentirlo dire che anche la sua mamma arriverà dagli Stati Uniti per assistere all’evento.

26 anni, un libro pubblicato: se Le chiedo quando ha iniziato a scrivere, mi risponderà che ha iniziato da bambino? E come ha fatto a trovare chi le pubblicasse il libro, in questi tempi difficili in cui ci sono tanti aspiranti scrittori?
     E’ proprio così, ho iniziato a scrivere quando ero bambino. Per me scrivere è sempre stato un impulso irresistibile; mi sembra di perdere tempo se non scrivo, anzi qualunque cosa faccia mi sembra una perdita di tempo al confronto dello scrivere. Forse ha a che fare con il fatto che ho studiato a casa e non ho frequentato una scuola. Non avevo un programma preciso, era mia madre- che è un’insegnante- che seguiva i miei studi e assecondava i miei interessi o cercava di stimolarli. E io leggevo e scrivevo sempre.

Come mai la sua famiglia ha fatto questa scelta per Lei?

    Mia madre pensava che la scuola pubblica non fosse abbastanza creativa per me, facevano fare un sacco di lavoro scritto, e poi avevo un’insegnante che usava le punizioni corporali sugli studenti- so che dopo fu anche incriminata per quello. Studiare a casa per me volle dire godere un tempo libero disciplinato. In casa mia si poteva iniziare, per esempio, a colazione, con una conversazione sull’impressionismo francese. Il mio rapporto con l’imparare è un rapporto di passione. E poi sapevamo che ad un certo punto sarei tornato a scuola: ho studiato a casa dagli otto ai quindici anni. Come dicevo prima, fin da piccolo volevo scrivere- passavo molto tempo da solo e pensavo a che cosa avrei scritto.

La seconda parte della prima domanda era su come abbia fatto a trovare chi la pubblicasse: come ha fatto?
    Sono stato fortunato anche senza rendermene conto. Avevo lavorato come cameraman in India, poi sono tornato e ho scritto per un anno  e mezzo, vivendo alle spalle della mia ragazza che ad un certo punto si è stufata di mantenermi. Ho cercato un agente online, ho scritto ad un nome che pareva essere piuttosto famoso, lui ha letto la mia mail- ne riceve chissà quante ma sembra che le legga tutte prima di cestinarle. Non so che cosa lo abbia colpito nella mia, fatto sta che gli ho mandato il manoscritto: era un venerdì, il lunedì seguente mi ha contattato. Gli sono molto grato: è stato un lettore appassionato del mio libro ed è stato anche un grande aiuto.

Ci sono tante cose insolite nel suo romanzo: l’argomento, prima di tutto. E’ un libro sulla memoria e sulla dimenticanza, sull’Alzheimer e- come scrive Lei stesso- sulle soffitte colme di ricordi. Che cosa l’interessava di più? Il ricordo o la dimenticanza?

     Immagino che mi interessasse l’interazione delle due, memoria e dimenticanza. Le storie che ci diciamo sono fatte sia da quello che ricordiamo sia da quello che dimentichiamo. Le storie che ci raccontiamo per vivere hanno un senso non solo per quello che ricordiamo ma anche per quello che dimentichiamo. Nel mio libro c’è questo fascino del raccontare storie, cose che ricordo della mia infanzia; molte di queste cose sono sulla malattia di Alzheimer che ha perseguitato la mia famiglia per generazioni. Andavo ancora a scuola quando mia nonna è morta di Alzheimer, o, se non di quello, era comunque ammalata di Alzheimer. E so che l’argomento del mio libro è una scelta inusuale, ma c’è tanto nel libro che è analogo alla mia esperienza durante l’infanzia, e poi c’è il Texas- sono nato e cresciuto in Texas- e i problemi dell’adolescenza: anche io- come Seth- mi sono sentito rifiutato dalle ragazze…

Allora c’è qualcosa di Lei nel personaggio di Seth?
    C’è molto di più di qualcosa. La biografia di Seth è come la mia, tante cose che racconto di lui sono di me, tranne la scena in cui si guarda nudo nello specchio. Ai giovani scrittori si dice sempre che devono scrivere di quello che sanno. Per me non è vero, devi scrivere di quello che ti importa di più. E non potrei scrivere un romanzo biografico perché un biografo deve attenersi alla verità, mentre io parto dalla mia esperienza ma trasformo in una sorta di mito tutto quello che racconto. Seth è me stesso trasformato in finzione narrativa, perché mi sentivo limitato dalla verità. Essere un narratore significa tessere menzogne.


Oltre all’argomento, anche i personaggi del romanzo sono insoliti: il vecchio che aveva un gemello e il ragazzo. Aveva bisogno di due estremi per fissare quello che voleva dire sulla memoria?
   Sono spesso i lettori che pensano che uno scrittore abbia messo di proposito qualcosa nei suoi libri…Le voci di Abel e di Seth sono emerse in me in maniera del tutto inconsapevole, sapevo che erano necessari ma non ne sapevo il perché. Le mie storie si svolgono in luoghi che hanno qualcosa di mitico, do ai miei personaggi nomi presi dalla Bibbia, attribuisco loro caratteristiche estreme, come la gobba di Abel, perché tutto questo comunica un senso del mito e contribuisce a creare l’atmosfera.

Quali dei due personaggi ha amato di più? E di quale dei due ha trovato più facile scrivere?
    Ho trovato più facile amare Abel, ero ossessionato dalla sua voce. Perché Seth è troppo vicino a me, c’è troppo che Seth condivide con me. E’ come quando ti innamori di qualcuno e lo puoi amare totalmente subito perché non lo consoci ancora. Così è stato per me e Abel: mi è stato più facile scrivere come Abel. Tanto facile che continuo a sentire la voce di Abel: anche nel secondo libro mi è difficile mettere Abel da parte…


Perché il ragazzo Seth si riferisce a se stesso come al ‘Maestro del Nulla’?
    Perché è un poco quello che è successo a me: nel libro c’è il tema della dimenticanza, sia biologica sia volontaria; all’epoca in cui andavo a scuola io volevo solo scomparire, finire in un luogo in cui non potevo essere visto. E’ quello che mi piacerebbe, essere Maestro del Nulla- essere presente solo per osservare senza essere coinvolto, vorrei non essere imbarazzato dalla mia vita. Essere Maestro del Nulla è tutto questo…

 Anche la struttura del libro è insolita, specialmente le due narrative a fianco di quelle principali, in un diverso registro: quello pseudo-scientifico e quello mitologico. E’ la terza opposizione di estremi che troviamo nel romanzo: è stata una sfida per Lei scrivere in questi stili diversi?
   No, non l’ho vissuto come una sfida. Anche la professoressa che avevo all’università, a cui ho mandato il libro, ha osservato che è un libro di estremi, che questi estremi, una sorta di punto e contrappunto, si trovano dappertutto nel mio romanzo, anche nel linguaggio. E in effetti, ci sono due Jamie, due fratelli, anche la famiglia che arriva dall’Inghilterra viene rispecchiata da Seth e dalla madre: è come se la mia maniera di dire storie richiedesse questo gioco di giustapposizione. Forse il fatto che la mia generazione sia cresciuta con Internet ha una relazione con questo. Io ho ricevuto molta istruzione online; se, ad esempio, studiavo Van Gogh, facevo ricerche su Wikipedia e poi su un altro sito…Quello che so di Van Gogh viene da parti diverse e così la mia storia si basa su fonti diverse. Direi che la parte più facile è stata scrivere con voci diverse, quella difficile è stata far funzionare tutto insieme.

Dapprima ho pensato che il tipo di Alzheimer che descrive fosse veramente provato, poi ho letto nella sua nota che non lo è: aveva bisogno per la trama di questo tipo di Alzheimer ereditario?

    In parte tutto quello che scrivo su questa forma di Alzheimer è vero. Come ho già detto, c’è molto di autobiografico nel romanzo. E ci sono tre forme di Alzheimer: una forma normale che si manifesta tra i 70 e gli 80 anni e ha una leggera componente genetica; una seconda forma che si manifesta prima, tra i 60 e i 70 anni ed è dovuta ad un amalgama di geni; e infine la terza forma, estremamente precoce, perché si manifesta tra i 30 e i 40 anni, ed è ereditaria, del tutto genetica. Quello che volevo esprimere nel libro era la mia esperienza del terrore, del dolore causato, quando ero bambino, dalla perdita della nonna. Era stata ammalata per tre anni ed è morta cadendo delle scale, quando era in stato confusionale, un po’ come succede a Jamie nel libro. Il libro è disseminato di elementi che derivano dalla mia infanzia, che sono penetrati dentro di me e ne escono trasformati: quasi in ogni pagina c’è qualcosa che mi è successo, ma trasformato. E’ una forma narrativa di realismo. Mio fratello mi ha detto di essersi commosso nel leggere delle scene che riflettevano quelle che avevamo vissuto, anche se io, mentre scrivevo, non ero del tutto consapevole di quello che stava filtrando attraverso la mia memoria.

Isidora: qual è il ruolo del regno di Isidora?
   Isidora è il mio tentativo di cercare di capire dove vadano gli ammalati di Alzheimer. Voglio dire, dove vada la loro mente. Forse vanno ad Isidora: è la mia speranza, pensarlo mi dà pace, come deve darla a loro. In realtà avevo già scritto la storia della terra di Isidora tanto tempo fa, quando ero più giovane, sotto l’influenza delle “Città Invisibili” di Calvino, soprattutto, e di Borges.

Sta già lavorando ad un secondo romanzo? Forse l’ha già anche terminato?
    Uno l’ho già finito e l’ho cacciato subito via. E ora ne sto scrivendo un altro. Ogni volta che inizio a scrivere qualcosa, dapprima è sempre una storia che ha del fantastico, del liberatorio, come una fuga. Poi la vicenda diventa sempre più buia. Avevo bisogno, dopo “Io non ricordo”, di una storia che mi facesse fuggire con la mente, ed è quella che ho cacciato via, ora sto scrivendo un romanzo su mio nonno, ricoverato in un ospedale per malattie mentali: era afflitto da depressione bipolare. E’ un romanzo per metà finzione letteraria e per metà libro di memorie, perché cerco di ricreare i diari che scrisse mentre era in ospedale e che mia nonna ha bruciato, insieme a tante altre cose di lui. Che, peraltro, morì in una maniera che, a mio parere, significa che si è suicidato.

l'intervista e la recensione sono state pubblicate su www.wuz.it