venerdì 31 marzo 2017

Ann Patchett, “Stupori” ed. 2012

                           Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
   il libro ritrovato

 Ann Patchett, “Stupori”
Ed. Ponte alle Grazie, trad. Silvia Piraccini, pagg. 390, Euro 18,60

      Stavano per incontrare la tribù. Era sempre stato quello l’obiettivo del viaggio, quindi perché Marina non ci aveva ancora pensato? A rendere la giungla tanto sgradevole era stata l’assenza di persone. Finora la giungla aveva offerto soltanto piante e insetti, viticci appiccicosi e animali invisibili, ed era stato già brutto così, ma adesso Marina capì che il peggiore scenario possibile erano in realtà le persone.

       La dottoressa Annick Swenson, finanziata dall’azienda farmaceutica Vogel per delle ricerche in Brasile, è ‘scomparsa’ da sette anni nella foresta amazzonica. Ogni tanto riappare a Manaus per i rifornimenti necessari, poi nessuno sa quale dei tanti minuscoli fiumi che si gettano nel Rio Negro imbocchi la sua barca. Sarebbe ora che rientrasse nel Minnesota, dove ha sede l’azienda, che fornisse la formula per il tanto atteso farmaco che farebbe volare le quotazioni della Vogel. Un altro medico biologo, Anders Eckman, viene mandato a cercarla. E a riportarla indietro, si intende. Il romanzo “Stupori” di Ann Patchett prende l’avvio quando un aerogramma giunge alla Vogel con la notizia della morte di Anders Eckman. La dottoressa Swenson non si è sprecata: nel suo scritto molto spazio è dedicato alla pioggia torrenziale, pochissimo all’uomo che, a quanto pare, è morto di febbre ed è stato sepolto sul posto. L’amministratore delegato della Vogel informa per prima la dottoressa Marina Singh, che lavorava fianco a fianco con Anders nello stesso laboratorio. Toccherà a Marina portare la notizia alla moglie Karen. Che, spezzata in due dal dolore, si rifiuta di credere che il marito sia morto. E, se lo è, lei rivuole il corpo. Marina deve andare a cercarlo, a portarlo indietro. Anche l’amministratore delegato pensa che Marina debba andare in Amazzonia- ma per portare indietro la testarda e ribelle Annick Swenson. Ed è così che, molto, molto malvolentieri, Marina Singh parte per Manaus.

      Questa era un’introduzione necessaria, la premessa alla straordinaria avventura- di Marina ma anche, prima di lei, della dottoressa Swenson e di Anders Eckman. Un’avventura che diventerà la nostra, leggendo. Se il primo tempo della vicenda si svolgeva in Minnesota, il secondo si svolge a Manaus e il terzo nel cuore della foresta amazzonica. Marina attende a Manaus.  La sua attesa assomiglia un poco a quella di Vladimir e Estragon per un Godot che non arriva mai. Marina attende che Annick Swenson faccia una delle sue solite puntate a Manaus, e intanto si abitua- al clima, alle piogge, a fare a meno del suo bagaglio che non è mai arrivato, agli insetti, alla gente. Annick Swenson fa la sua comparsa direttamente a teatro la sera della prima di “Orfeo e Euridice” di Gluck e tutta la scena acquista una valenza simbolica. Marina in cerca di Eckman è Orfeo che scende nel regno degli Inferi per tirare fuori la sua amata. Orfeo cede alle suppliche di Euridice e si gira indietro verso di lei: che cosa farà Marina? Quando Marina sale sulla chiatta per risalire il fiume insieme alla dottoressa Swenson e ad uno strano bambino sordomuto, ripensiamo al Marlowe di Conrad in “Cuore di tenebra” e ci chiediamo quale orrore possa trovare Marina all’approdo o, comunque, al termine di questa esperienza.

   Sono molte le cose che ci tengono avvinti, stregati dalla narrazione di Ann Patchett. L’incredibile fascino della foresta amazzonica da cui si è tentati di fuggire immediatamente- forse perché intuiamo che altrimenti ne resteremmo prigionieri. L’attrattiva degli indigeni lakashi che, pur essendo lontani, oppure proprio perché sono lontani da ogni norma della civiltà, hanno mantenuto un immediato contatto con la natura. Il carisma dell’incredibile settantatreenne dottoressa Swenson che ha tenuto gli occhi fissi sul faro della sua ricerca per anni senza curarsi di altro, che ha eseguito su se stessa la prima sperimentazione di un farmaco rivoluzionario per le donne, obbedendo ad un ammirevole quanto unico codice etico. La storia personale di Marina che, figlia di padre indiano, non sembrerebbe neppure una straniera tra gli indigeni dalla pelle scura.


    Ci sono infine, i quesiti posti dalla ricerca scientifica che riguardano un argomento di estrema attualità: la fertilità femminile, fino a che punto sia giusto- per tutti quelli che sono coinvolti- forzare la procreazione. E, secondariamente, l’inconciliabilità di etica ed interessi economici.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


giovedì 30 marzo 2017

Ann Patchett, “Belcanto” ed. 2001

                                Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
      il libro ritrovato

Ann Patchett, “Belcanto”
Ed. Neri Pozza, pagg. 351, L.32.000

Uno stato dell’America latina. Un gruppo di guerriglieri fa irruzione  nella casa del vicepresidente durante un ricevimento e prende gli ospiti in ostaggio. Potrebbe essere una situazione banale. Quello che la rende straordinaria è l’elemento della musica, di quel “bel canto” che diventa il leitmotiv del romanzo. Perché ci sono due ospiti d’onore al ricevimento: il signor Hosokawa, presidente di una società giapponese e la soprano Roxane Coss. La soprano è stata invitata per cantare, perché si vuole festeggiare il compleanno di Hosokawa e tutti conoscono la passione di questi per l’opera. I guerriglieri in realtà volevano sequestrare il presidente, ma questi non è venuto per non perdere la puntata di una telenovela. Rilasciano la maggior parte degli ospiti, trattenendo i più importanti e la soprano, unica donna. Quattro mesi e mezzo di prigionia durante i quali conosciamo i personaggi e, con magistrale sottigliezza psicologica, i cambiamenti che la reclusione, la convivenza e soprattutto la musica operano su di loro.
Oltre a Hosokawa c’è un altro giapponese appassionato di musica che si rivela essere un ottimo pianista, e non è un caso, visto che lo stereotipo ci presenta i giapponesi come un popolo di lavoratori indefessi. E infatti entrambi coltivavano la loro passione di nascosto e adesso forse si augurano che la prigionia non abbia fine, perché sarà duro rientrare nelle strettoie della vita di lavoro. C’è poi l’interprete di Hosokawa, che diventa l’uomo più richiesto perché fa da tramite tra i presenti e, finché non si innamora di una guerrigliera, non aveva mai riflettuto sulla sua incapacità di parlare per se stesso, senza interpretare i pensieri altrui; il sacerdote che conosce finalmente la soddisfazione di esercitare la sua vocazione e, nello stesso tempo, gode della musica e di quella voce che gli sembra essere la voce stessa di Dio; il piccolo vicepresidente che acquista una nuova statura nel sapersi comportare con dignità, scoprendo il piacere di attività umili mai svolte prima.
E ancora, lo svizzero che fa da mediatore, il francese che si scopre innamorato della moglie, il pianista che muore per amore e i guerriglieri, dai capi con le loro continue richieste ai ragazzini che sembrano giocare alla guerra, alle due ragazze che non possono nascondere a lungo la loro femminilità. Su di tutti regna la cantante, un’immagine di luce, di gloria, di bellezza e di armonia che trasforma quella prigione in un luogo irreale, sospeso tra le voci  che vengono da fuori attraverso il megafono e la purezza delle note che escono dalla sua gola. La realtà è fatta di spari e di sangue, in un finale che ha tutta la drammaticità e la dolcezza triste del finale di un’opera lirica per un romanzo sensuale, giocoso, beffardo.




la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net









martedì 28 marzo 2017

Derek B. Miller, “La ragazza in verde” ed. 2017

                            Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
       guerra in Iraq
       FRESCO DI LETTURA


Derek B. Miller, “La ragazza in verde”
Ed. Neri Pozza, trad. Raffaella Vitangeli, pagg. 407, Euro 18,00

    Iraq 1991. La guerra è finita (veramente?) e il ventiduenne soldato americano Arwood Hobbes è stanziato al posto di controllo Zulu con il compito di far rispettare il cessate il fuoco. Si annoia mortalmente, Arwood. E’ solo un ragazzo capitato in una guerra che non capisce, in un paese di cui non sa nulla- Arwood, peraltro, sa poco di tutto: quando parla con il giornalista Thomas Benton, è chiaro che non sa che differenza ci sia tra un inglese e un britannico e ha un’idea vaga di dove sia l’Inghilterra (‘oltreoceano, giusto?’). Thomas Benton ha il doppio degli anni di Arwood e non si sa bene se si trovi in Iraq per fare un servizio giornalistico o per fuggire lontano dalla moglie che lo ha tradito e da cui intende separarsi. Benton vuole arrivare al villaggio di Samawa, poco oltre la linea del cessate il fuoco, e Arwood lo lascia andare, con la promessa che gli porterà indietro un gelato.
Sono queste le premesse per una storia  che ha molto di vero e molto di incredibile, qualcosa di folle, qualcosa di quel tipo di ironia che ci ricorda “Catch 22” di Joseph Heller e, comunque, un’assoluta condanna della guerra. Perché, mentre Benton si attarda, degli elicotteri della Guardia Repubblicana aprono il fuoco su Samawa. Il giornalista corre verso la postazione di Arwood che si sente responsabile per avergli dato un indebito permesso e corre a sua volta verso di lui per aiutarlo. Con Benton c’è una ragazzina vestita di verde: viene uccisa a sangue freddo, nella schiena, da un colonnello baathista. Il non aver potuto salvare almeno una vita diventerà per Benton e Arwood il rovello della loro vita, il ricordo che non si può cancellare.

    2013. Una telefonata nella notte. Arwood e Benton non sono rimasti in contatto, ma quando Arwood, in tono concitato, dice a Benton di accendere il televisore e di guardare le riprese dell’attacco di mortaio sui profughi siriani diretti in Kurdistan- c’è una ragazza con un abito verde, è lei- Thomas Benton capisce subito di chi l’altro stia parlando. Ed ecco il filone ‘folle’ del romanzo- anche questa ragazza vestita di verde è di certo morta, e poi, è impossibile sia la stessa, eppure Arwood, congedato con disonore dall’esercito, Arwood che ha combinato ben poco nella vita, che però non è più il ragazzino ignorante del 1991, anzi, sa tantissimo della guerra in Medio Oriente, Arwood il visionario riesce a trascinare il posato e ormai anziano Benton nell’impresa disperata di trovare e mettere in salvo ‘la ragazza in verde’.

    Questo è solo l’inizio di una vicenda che ci farà restare con il fiato in sospeso- non si gioca con la guerra, non si scherza con gli uomini dell’Isis o dell’Isil, che cosa è una vita umana? D’altra parte, come viene fatto osservare, l’Europa ha fatto i suoi stermini, durante la seconda guerra mondiale. E qui, oltre alla disperata situazione dei profughi, sono in pericolo le vite di un americano e un inglese: valgono di più delle altre? Valgono di più di quella dell’autista che li conduce nel pericolo o della ragazza in verde? Sia Arwood sia Benton sono molto cambiati in questi venti anni, Arwood più ancora di Benton. Per lui, più ancora che per Benton, la ragazza in verde è diventata qualcosa di più di un essere fatto di carne e di ossa e di sangue, è un simbolo. Di quello che si sarebbe potuto fare e non si è fatto, di posizioni che si sarebbero potute prendere, di aiuti che si sarebbero potuti dare. Se, come sembra, non c’è mai fine a la guerra, non c’è neppure mai fine al tempo per rimediare gli errori, per riportare ordine nel disordine del mondo anche se in piccola, piccolissima parte, in un altro tempo, in un altro luogo e altre circostanze.


    In apparenza “La ragazza in verde” è molto diverso dal precedente romanzo di Derek Miller, “Uno strano luogo per morire” (2015), che si poteva inserire nel genere del ‘thriller’. In realtà c’è un costante interesse per la guerra e le conseguenze della guerra su chi è coinvolto. Anzi, ci viene da pensare che “La ragazza in verde” sia un prolungamento dello stesso tema, di come la guerra sia una costante malignamente necessaria per gli esseri umani.

trovate la recensione del precedente romanzo di Derek Miller sotto l'etichetta Cento sfumature di giallo, 2015


Xinran, “Le figlie perdute della Cina” ed. 2011

                                                           Voci da mondi diversi. Cina
                                                                          saggio
             testimonianze
             il libro ritrovato

Xinran, “Le figlie perdute della Cina”
Ed. Longanesi, trad. Valentina Quercetti, pagg. 244, Euro 17,60
Titolo originale: Message from an Unknown Chinese Mother

All’improvviso, finalmente, compresi. Ero inorridita. Possibile che l’avessero abbandonata alla stazione di Xi’an? Ma era chiaro che sua moglie stava aspettando un altro bambino, e se avessero avuto già una figlia non avrebbero potuto nascondersi in alcun luogo. L’Ufficio per la pianificazione delle nascite non avrebbe dato loro tregua e li avrebbe perseguitati con severità. Quei genitori avevano abbandonato davvero la loro figlioletta nel cuore della notte in un luogo estraneo? Quasi non osavo pensarlo…

        Centoventimila orfani cinesi adottati all’estero alla fine del 2007, quasi tutte bambine. Non si hanno dati per le neonate soppresse alla nascita: è come se non si fossero mai affacciate su questo mondo. E non è neppure esatto parlare di ‘orfani’, perché la parola presuppone che i genitori siano deceduti. Le bambine adottate sono le bambine fortunate che sono state abbandonate- davanti alla porta di un orfanotrofio, o di un ospedale dove sono state soccorse e salvate. A volte sono state lasciate nei gabinetti pubblici, o vicino a raccoglitori di immondizie, e allora è stato veramente per una qualche forza vitale nei loro corpicini se sono riuscite a sopravvivere.
Partendo da questi dati sconvolgenti la giornalista e scrittrice Xinran ha svolto delle ricerche, ha ascoltato confidenze e confessioni, cercando di capire e di spiegare nel suo libro “Le figlie perdute della Cina” il perché di questo femminicidio che dura tutt’ora, nel secolo XXI, quando è diffusa la convinzione di vivere in un mondo civilizzato. Come se il vertiginoso progresso tecnologico potesse di per sé sconfiggere la barbarie.

    Nella nota introduttiva Xinran cita le due cause principali del fenomeno, una che affonda nel passato e una recente che si è innestata sull’altra. Senza riandare al sistema di distribuzione della terra iniziato 2000 anni avanti Cristo, tra il 600 e il 900 dopo Cristo fu stabilito che le donne non dovessero ricevere nessuna porzione di terra: i maschietti erano la fonte della ricchezza famigliare. Quando poi, nel 1979, per rallentare la crescita demografica della Cina, fu formulata la legge che permetteva un solo figlio per ogni coppia, il destino delle bambine fu segnato. Se il primo figlio che veniva al mondo era una femmina, era eliminata- è così facile uccidere un neonato. La scrittrice ricorda di essere capitata in visita ad una famiglia mentre una donna stava partorendo. Ricorda l’atmosfera di spasmodica attesa dell’evento, il silenzio che era seguito, come se non fosse successo nulla. Lei aveva visto dei piedini sporgere dal secchio dell’acqua sporca.
    Nello stesso tempo in cui Xinran svolgeva la sua indagine, conduceva pure un programma radiofonico diretto alle donne. Non solo era molto conosciuta, ma aveva anche un suo modo garbato, empatico, istintivo, di attirare le confidenze: Xinran sapeva ascoltare. E sapeva piangere insieme a chi le raccontava la sua esperienza. Ogni capitolo è una storia, ogni capitolo aggiunge qualcosa. Parlano le mamme (“le mamme delle bambine hanno tutte lo strazio nel cuore!”), ricordano la sofferenza, si soffermano su dettagli di visetti e manine di cui hanno goduto per così poco tempo, si chiedono che vita facciano le figlie, se siano state adottate, se i loro nuovi genitori sapranno renderle felici. Si domandano soprattutto che cosa penseranno le figlie di loro, le mamme che le hanno abbandonate. Parla una levatrice, specificando la differenza del compenso se il bimbo che aveva aiutato a nascere era un maschio o una femmina (e allora il prezzo comprendeva anche l’eliminazione). Parla una donna che ha lavorato in un orfanotrofio (con le adozioni internazionali è scoppiato il boom degli orfanotrofi). Parla un padre in fuga per far partorire la moglie dove nessuno li conosca: hanno già abbandonato quattro figlie sui marciapiedi di stazioncine. Xinran ha negli occhi la bimba che ha visto lei- un anno e mezzo, aveva risposto al suo saluto, Xinran non si era resa conto che fosse rimasta sola, là, lungo il binario del treno.

     Le testimonianze raccolte da Xinran servono da sfogo accorato e, soprattutto, per far sapere alle bambine cinesi adottate all’estero che le loro mamme le hanno amate, le amano ancora, non passa giorno senza che pensino a loro. Che alcune di queste mamme hanno tentato il suicidio, che alcune sono riuscite a morire, perché non sopportavano il peso della colpa, lo strazio nel cuore per averle dovute abbandonare.

    Avevo già letto dei romanzi con storie delle ‘figlie perdute’ della Cina, ma il libro di Xinran, con lo stile narrativo svelto e vivace che alterna il suo punto di vista con le voci parlanti delle persone intervistate, ha un’impronta così reale che l’impatto doloroso è più forte. Come donna mi sono chiesta quale sarebbe stato il mio destino alla mia nascita, se fossi venuta al mondo in Cina. Come madre di tre figlie mi sono domandata quale sarebbe stata la sorte delle mie bambine. E se sarei stata capace di sopportarla, o avrei cercato di avvelenarmi ingerendo del detersivo come la lavapiatti infelice del libro di Xinran.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


domenica 26 marzo 2017

Shukri al- Mabkhout, “L’italiano” ed. 2017

                                                      Voci da mondi diversi. Africa
      la Storia nel romanzo
      FRESCO DI LETTURA

Shukri al- Mabkhout, “L’italiano”
Ed. e/o, trad. Barbara Teresi, pagg. 323, Euro 15,73

    Tunisi, tra gli anni ‘80 e i primi anni ‘90 che videro la fine del lungo governo di Bourghiba e il colpo di stato ‘medico’ (Bourghiba fu deposto per senilità) che portò al potere il generale Ben Ali. Anni intensi, perché la vecchiaia del Presidente a vita Bourghiba contribuì a stravolgere la linea politica liberale e laica che aveva trasformato la vecchia Tunisia in un paese moderno, mentre cresceva il movimento islamista radicale, aumentavano le sommosse e si avvicinava il pericolo di una guerra civile.
   Le vicende del protagonista Abdel Nasser- soprannominato ‘l’italiano’ fin da ragazzo perché era bello come un attore del cinema italiano- sono raccontate da un narratore che resta nell’ombra, un amico dell’italiano che dichiara anche di essere stato innamorato della ragazza che diventò poi la moglie di Abdel Nasser. Il romanzo inizia con una scena drammatica durante il funerale del padre di Abdel, quando ‘l’italiano’ si accanisce contro l’imam- solo alla fine sapremo perché, in una narrativa che procede piuttosto linearmente con qualche flash-back sul passato o qualche deviazione in storie parallele in cui il protagonista è, sì, Abdel Nasser ma, attraverso lui, è la Tunisi di quegli anni che noi conosciamo, con i contrasti e i fermenti, i comportamenti legati alla tradizione e la voglia di modernità.
Si parla molto di politica, ne “L’italiano”, perché Abdel Nasser è un attivista di sinistra che rimanda il momento di laurearsi per poter continuare a dirigere il movimento universitario, e si parla molto anche di amore. Anzi, politica e amore sono strettamente intrecciati, non per nulla il primo bacio ardente che Abdel Nasser scambia con Zeina, studentessa di filosofia che ambisce a diventare professoressa universitaria e che diventerà sua moglie, è sotto gli occhi della polizia, una effusione tra il vero e il finto che serve a sviare l’attenzione in un momento cruciale. E se è indubbio, ad una prima lettura, che il personaggio principale sia un uomo, ci viene poi da pensare ad un parallelismo con la società di tutti i paesi mediterranei dove la virilità maschile si impone padrona, dove l’uomo è, a tutti gli effetti, privilegiato, ma è la donna, in realtà, a tenere le fila di nascosto. Così Zeina, l’intellettuale che antepone gli studi all’amore, e Najla, la donna femmina che, dopo essere stata l’amante di Abdel, diventa oggetto di piacere alla corte dei potenti, rappresentano due diversi modelli femminili, ognuna con una sua storia alle spalle in cui il maschio ha inflitto violenza e sofferenza. La società tunisina è cambiata e continua a cambiare, ma la corruzione aumenta, le barriere sul cammino della donna non sono ancora del tutto infrante e anche gli ideali cambiano- c’è ancora qualcosa dello studente ribelle e inquieto nel giornalista che è diventato Abdel Nasser? E, se è per quello, che cosa c’è della incandescente pasionaria nella Zeina sempre curva sui libri e che finirà per sposare un uomo molto più vecchio?
Bourghiba

     Con questo libro, che si è aggiudicato nel 2015 l’International Prize for Arabic Fiction, Shukri al- Mabkhout ha dipinto un grande quadro del mondo arabo negli anni che precedono il 2011 della Primavera araba in cui quattro capi di stato furono costretti alle dimissioni, alla fuga (Ben Ali riparò in Arabia Saudita) e in alcuni casi (Gheddafi) alla morte. Ci sono le premesse, c’è lo svolgersi di eventi su cui sembrano essere ricalcate le sommosse del 2011, e c’è anche il senso di fallimento e lo scoramento finale che anticipano quanto si avvertirà nel futuro da venire.



     

sabato 25 marzo 2017

Håkan Nesser, “Il dovere di uccidere” ed. 2017

                                                                        vento del Nord
         cento sfumature di giallo
         FRESCO DI LETTURA

Håkan Nesser, “Il dovere di uccidere”
Ed. Guanda, trad. Carmen Giorgetti Cima, pagg. 288, Euro 15,30

      Quattro allegri vecchietti hanno un insperato colpo di fortuna: una vincita alla lotteria. Vanno a festeggiare nel locale dove si incontrano abitualmente. Finiscono la serata ubriachi. Uno di loro, Waldemar Leverkuhn, finisce addirittura sotto il tavolo. Riesce comunque a rimettersi in piedi e a ritornare, in qualche maniera, a casa. Si getta sul letto senza spogliarsi. Sta russando quando qualcuno lo accoltella con violenza selvaggia, infierendo sul corpo già morto con più di una ventina di colpi. E’ la moglie che trova il cadavere e telefona alla polizia, quando rientra verso le due del mattino dopo aver fatto visita ad un’amica.
     Leggere un nuovo thriller dello scrittore svedese Håkan Nesser è sempre un rinnovato piacere, sia che il romanzo appartenga alla serie con protagonista Gunnar Barbarotti sia che invece abbia come ‘eroe’ il commissario Van Veeteren. Le trame di Nesser non hanno un ampio respiro come quelle del nostro amato Mankell, non spaziano in mezzo mondo, l’azione è circoscritta nelle cittadine immaginarie di Maardam (i romanzi con Van Veeteren, e Maardam non è neppure in Svezia, abbiamo l’impressione che sia nei Paesi Bassi) o di Kymlinge, in Svezia, quando Gunnar Barbarotti è il personaggio principale. E tuttavia c’è una leggerezza che non è superficialità, un umorismo sottile e continuo, del tipo che ti fa sorridere ‘dentro’, indispensabile per alleviare la cupa oppressione del Male con cui commissario e poliziotti si devono confrontare ogni giorno, c’è umanità ed empatia, preoccupazione per mantenere la propria integrità, per dare un senso alla vita in un mondo in cui troppo spesso la vita umana sembra non aver alcun valore.
il commissario van Veeteren sullo schermo
    Il personaggio di Van Veeteren è marginale ne “Il dovere di uccidere”, eppure è importante- è come se fosse un faro verso cui rivolgersi quando non si sa che direzione prendere, come condurre le indagini. Le sue dimissioni non sono ancora definitive, ma Van Veeteren ha deciso che non tornerà in polizia: ha quasi sessant’anni, un negozio di libri antichi, una donna che ama e riesce  quasi a fargli dimenticare l’ansia continua per il figlio. Il sovrintendente Münster- il vero protagonista di questa indagine- continua a considerarlo come un uomo dall’intuito eccezionale e si rivolgerà a lui per consigli e aiuto (tra parentesi, Van Veeteren gli salverà la vita), anche se la bravura di Münster non è da meno. E’ una bella figura, questo Münster che ha due bambini e una moglie di cui è innamorato e tuttavia si sente attratto dalla bella collega Ewa Moreno che ha appena lasciato il fidanzato.
Ewa Moreno nell'adattamento per la serie televisiva
Le piccole storie private di Münster e Moreno sono un diversivo, sono la rasserenante normalità che rischiara il buio che circonda gli altri personaggi. La calda atmosfera della casa di Münster, per quanto ci possa essere qualche dissidio con la moglie, è in forte contrasto con il gelo dell’abitazione dei Leverkuhn: come mai i due Leverkuhn non hanno più alcun rapporto con i tre figli di cui la primogenita è ricoverata in un ospedale psichiatrico?
    Non ho voluto dire altro della trama, di quello che accade dopo l’assassinio di Waldemar Leverkuhn, ma aspettatevi sparizioni, altri morti, una serie di colpi di scena con un colpo di coda finale.
Non vi pentirete di averlo letto.





venerdì 24 marzo 2017

Valter Hugo Mãe, L’apocalisse dei lavoratori ed. 2010

                                                     Voci da mondi diversi. Penisola iberica
           il libro ritrovato

Valter Hugo Mãe, L’apocalisse dei lavoratori
Ed. Cavallo di Ferro, trad. Antonietta Tessaro, pagg. 171, Euro 15,00

Titolo originale: o apocalipse dos trabalhadores


    Apocalisse: ‘togliere il velo’, ‘rivelazione’, in greco. L’apocalisse dei lavoratori dello scrittore portoghese Valter Hugo Mãe toglie veramente il velo che lascia solo intravedere la vita misera dei lavoratori, fatta di dura fatica e piccole speranze, umiliazioni e soprusi e brevi sprazzi di felicità di cui bisogna sapersi accontentare, con atavica rassegnazione.
    Due domestiche, un pensionato, un giovane immigrato ucraino: sono questi i personaggi principali di cui il lettore spia la vita. Una delle due donne, Maria da Graça, serve da unione  tra di loro. Sulla quarantina, sposata con Augusto che è spesso via per mare, Maria da Graça ha dei sogni ricorrenti che sembrano incubi: è alle porte del Paradiso, in mezzo ad una folla di gente che vuole entrare e ad un’altra folla che vende souvenir della vita terrena, davanti ad un severissimo san Pietro con cui lei si attarda a discutere. Maria da Graça sogna di essere morta ammazzata dal signor Ferreira, il vecchio pensionato sporcaccione che esige da lei altro che la pulizia della casa. E però è un uomo colto che le parla di musica, pittura, letteratura. Maria da Graça ha un’amica, Quitéria, che va a servizio come lei e con la quale si confida. Perché alla fin fine a Maria da Graça fanno piacere le attenzioni del ‘maledetto’ signor Ferreira e prova vero dolore quando questi si suicida gettandosi dalla finestra. E’ andata così che lui non ha ucciso lei ma se stesso.

    Quitéria ha meno reticenze dell’amica. A Quitéria piacciono gli uomini giovani. Gli immigrati dell’Est sono così belli, alti e biondi. All’inizio la sua relazione con il ventitreenne Andriy è solo fatta di sesso muto: come potrebbero parlare se lui non sa che poche parole di portoghese? Poi diventa altro, sia per lui sia per lei. Forse per lui Quitéria è un surrogato della madre, forse Quitéria prova anche un sentimento materno di protezione verso questo ragazzo che piange perché non ha più notizie dei genitori. E Quitéria spenderà tutti i suoi risparmi per due biglietti d’aereo per andare con Andriy in Ucraina.
    E’ la voce degli umili della terra, quella che sentiamo ne L’apocalisse dei lavoratori. Una voce che parla di lavoro, di fame, di morte, di dolore dell’esilio, di nostalgia, di isolamento culturale perché non si ha studiato o più semplicemente perché non si sa la lingua del posto dove il mercato dell’occupazione li ha portati. Qui e là, in Portogallo e in Ucraina. Nel Portogallo che per gli europei dell’Est è il ricco paese dove persino la rivoluzione si fa con i fiori (non era noto come ‘la rivoluzione dei garofani’ il colpo di stato che aveva instaurato il regime democratico?) e nell’Ucraina dove milioni di persone morirono di fame durante la carestia degli anni trenta, causata dalla collettivizzazione forzata voluta da Stalin. E la minaccia della polizia, insieme alla morte, serpeggia per tutto il libro. Nella cittadina di Bragança, dove vivono Maria da Graça e Quitéria, la polizia sembra sospettare che Maria da Graça sia responsabile della morte del pensionato; nella piccola Korosten il padre di Andriy ha il terrore che la milizia venga a cercarlo. Dietro i personaggi portoghesi, oltre alla morte del signor Ferreira, ci sono le storie di morte del padre dello stesso signor Ferreira e del ragazzino che cade dal tetto che sta riparando, della vecchia a cui le due domestiche fanno la veglia funebre per cinquanta euro (fare le prefiche è il loro secondo lavoro, su cui scherzano, tra il gioco e la paura di oscure presenze). Maria da Graça versa ogni giorno della varechina nella zuppa del marito, mentre in Ucraina c’è un ricordo di morte nel passato di spia del padre di Andriy…

     Il signor Ferreira parlava a Maria da Graça di Mozart, di Goya, di Proust. Il Requiem di Mozart è la colonna sonora che meglio accompagna il romanzo, le tinte forti e cupe di Goya sono quelle che più si addicono al libro di Valter Hugo Mãe, i personaggi sono ben lontani da quelli de All’ombra delle fanciulle in fiore ma c’è un’eco dell’innovazione stilistica di Proust nella narrazione fluida, vicina al racconto orale, che non ha interruzioni tra dialogo, sogno, pensiero. Non ci sono né maiuscole  né virgolettature di apertura e chiusura di discorso, solo punti e virgole, come se tutto fosse in sottotono.
    Nell’accezione più popolare l’apocalisse è l’annuncio di un evento disastroso e catastrofico: anche questo significato è appropriato per questo libro dal forte impatto dello scrittore che ha vinto, nel 2006, il premio letterario José Saramago.

la recensione è stata pubblicata sulla rivista letteraria Stilos





mercoledì 22 marzo 2017

Eshkol Nevo, "Tre piani" ed. 2017 Intervista

                                           Voci da mondi diversi. Medio Oriente
                                        

INTERVISTA AD ESHKOL NEVO, autore di "Tre piani"

     E’ andato a fare quattro passi nel parco, Eshkol Nevo, prima dell’intervista. Mi dice che il parco è bello (il parco milanese di cui ci dobbiamo accontentare, in mancanza di meglio), che sono belli gli alberi in fiore in questo inizio di primavera. In Israele fa già molto caldo. Non ha ancora pranzato, ma ha un calendario di impegni così fitto che dobbiamo ugualmente iniziare. Per lui non è un problema, è sempre la persona affabile e gentile che ho conosciuto negli incontri precedenti.

Iniziamo dal titolo, “tre piani”. Quanti significati può avere oltre a quello più ovvio e realistico, dei tre piani della casa?
      Non era una cosa voluta, ma, mentre scrivevo il libro, mentre pensavo ai tre piani, mi sentivo come se mi stessi arrampicando in diversi piani di esistenza. Ho studiato psicologia e mi sono reso conto che stavo seguendo il modello freudiano entrando in diverse zone dell’Io- l’Es, l’Io e il Super-Io. Era interessante usare questo modello nel romanzo e scegliere che cosa succedeva in ogni piano. Quando ho finito il libro mi sono accorto, guardando i vari piani, che in ognuno c’era una lotta tra etica, immaginazione e impulsi, ed era quello che mi piaceva. D’altra parte questo è un libro contro cui ho lottato, non volevo scriverlo. Mi spaventava. Quando scrivevo di quello che succede al primo piano, mi si acceleravano i battiti del cuore- e io in genere sono calmo, sono un tipo freddo mentre scrivo. Quello che succede non è autobiografico, ci tengo a precisarlo, ma ho tre figlie e avevo paura di quello che succedeva, avevo paura della maledizione: se scrivi qualcosa, poi potrebbe accadere davvero. Avevo paura che, scrivendone, avrei creato quello di cui scrivevo. Dopo aver scritto del primo piano mi sono fermato, pensavo di interrompermi lì, poi no, ho deciso che dovevo andare avanti. E la terza storia è la più dura di tutte- nei primi due piani c’è ambiguità, può essere e può non essere successo, ma al terzo piano la storia è successa veramente e lo sappiamo, ne vediamo le conseguenze.

Mi sono chiesta se il numero tre, così importante in tutte le culture, debba anche essere interpretato con il significato che mi pare abbia nella Kabbalah, associato alla lettera Ghimel- il movimento, la spinta ad uscire da se stessi e dalle proprie limitazioni, a migliorare e a crescere. Mi sembrerebbe perfetto per le tre storie.

     Interessante- no, non ci ho pensato. In “Soli e perduti” mi sono interessato della Kabbalah, ma in questo libro no, non ci ho pensato. Però posso offrire un’altra interpretazione per il  numero tre, anche se mi è venuta in mente dopo: in ogni piano c’è più di una situazione a triangolo, e poi il numero tre è un numero dispari e i numeri dispari sono sempre meno equilibrati, indicano un qualcosa che non è perfettamente bilanciato.

Perché scegliere un interlocutore muto? Per sottolineare la soggettività di quello che i personaggi stanno dicendo? Il suo non è esattamente un monologo interiore perché permette ad altre voci di intromettersi…
     E’ proprio così come dice. In genere le domande che mi fanno sono più superficiali, penso che userò le sue domande come se fossero mie osservazioni. Le voci che parlano è come se parlassero ad un prete nel confessionale. Ma lei ha ragione, perché non solo si confessano ma dicono una storia e da quel momento non è più solo la loro storia ma una storia. E i personaggi che parlano sono dei manipolatori. Se sei così solo come sono loro, devi inventare qualcuno che parla con te, ed ecco le interferenze di chi ascolta, come fosse un’eco. Così è al primo piano. Al secondo, Hani immagina che cosa direbbe l’amica ed è come una voce interiore. Al terzo piano la donna giudice parla con il marito morto e finge che lui risponda. Non è un caso che smetta di parlare con lui quando inizia un nuovo rapporto. E’ la fine, non c’è più il prete immaginario.

Un uomo, una donna e una donna anziana: quale voce è stata più difficile per Lei?
     La terza voce senz’altro. Perché ho dovuto fare delle ricerche: non so niente di come un giudice viva da privato, non so nulla di questa lontananza tra genitori e figli- la mia famiglia non era così-, non sapevo niente dell’agricoltura nel deserto e neppure dell’apicoltura. Sono andato al di là di me stesso e ho dovuto trovare il tono giusto. D’altra parte le ricerche hanno anche arricchito la mia trama. Ho chiesto ad un giudice, “Che cosa farebbe se non fosse un giudice?”, “Andrei ad una manifestazione, perché come giudice non mi è permesso farlo”, mi ha risposto. Da qui l’idea del personaggio che si unisce ai manifestanti.

Pensando ai suoi romanzi precedenti, ho osservato che l’attenzione è spostata verso la responsabilità dell’essere genitori e ai problemi del rapporto tra genitori e figli. Deriva forse dalla sua esperienza personale?
      Sì, sono cresciuto nei miei libri. Questo non significa che il prossimo romanzo sarà sull’adolescenza. Quando sono diventato padre ho temuto che non avrei mai più scritto- ero sopraffatto dall’amore per mia figlia e non avevo voglia di scrivere. Altri scrittori più esperti e più saggi mi hanno detto, “Vedrai che diventare padre darà un grosso contributo alla tua scrittura”. Avevo toccato questo tema in “Neuland” ma di certo questo romanzo è quello che più rivela il mio ruolo di genitore. Quando è stato pubblicato in Israele mi sono sentito imbarazzato anche se niente di quello che racconto è successo nella vita vera. Da quando ho scritto “Nostalgia” questo è il mio libro più personale, anche se non è autobiografico.

C’è anche un cambiamento nello sfondo di vita israeliana- non più la guerra, non più l’eterna lotta tra arabi e ebrei, ma l’irrequietudine dei giovani che protestano contro i prezzi troppo alti delle abitazioni. Israele si sta forse assestando sui problemi comuni dei paesi europei?

     Uno dei miei editori si è lamentato per la mancanza del tema della guerra in questo romanzo. Ogni tanto anche noi abbiamo una vita normale. E in ogni libro si sceglie quanto si voglia parlare di politica, che poi non è necessariamente il solito conflitto arabo-israeliano. Le proteste civili di cui parlo nel romanzo sono state molto pesanti e in qualche modo hanno cambiato la mia vita. Anche questa è politica, anche se si tratta della tensione economica. Herzl aveva una visione del sionismo, ma che cosa succede adesso? Siamo un paese socialista o siamo un paese capitalista? Si suppone che gli israeliani siano diversi ma non lo siamo. All’inizio del movimento di protesta dapprima c’era solo la richiesta degli alloggi, in realtà però si cercava anche un nuovo indirizzo politico. Non si è arrivati a nulla, non ci siamo riusciti.

l'intervista sarà pubblicata insieme alla recensione su www.stradanove.net


Eshkol Nevo, “Tre piani” ed. 2017

                                                      Voci da mondi diversi. Medio Oriente
                                                               FRESCO DI LETTURA

Eshkol Nevo, “Tre piani”
Ed. Neri Pozza, trad. Ofra Bannet e Raffaella Scardi, pagg. 255, Euro 17,00

    Arnon e Ayelet, Hani e Assaf, Dvora: sono questi i protagonisti del nuovo romanzo dello scrittore israeliano Eshkol Nevo, “Tre piani”. Abitano, ogni coppia e Dvora (vedova di un giudice, lei stessa giudice in pensione del tribunale distrettuale), nella stessa palazzina alla periferia di Tel Aviv, su tre piani diversi. Sono tre le voci parlanti, in soliloqui interrotti da frasi di dialogo scambiate con un interlocutore non visto- questo l’espediente narrativo usato da Eshkol Nevo per mettere in dubbio l’oggettività di quanto veniamo a sapere. Arnon racconta la sua storia ad uno scrittore (potrebbe diventare il soggetto di un romanzo?), Hani scrive una lunghissima mail ad un’amica che ora vive in America e Dvora ha scelto di registrare quello che ha da dire al marito sulla segreteria telefonica di un vecchio apparecchio che ha trovato in un cassetto. Si potrebbe aggiungere un’altra spiegazione al titolo, quella dei tre piani freudiani offerta da Dvora che si compera i volumi delle opere di Freud- l’Es, l’Io e il Super Io-, ma il romanzo è bello così com’è, senza troppi intellettualismi, ricco di umanità ed empatia, da gustare godendone ogni pagina, presi come siamo dalle fragilità dei personaggi.

    Arnon, Hani e Dvora devono parlare perché stanno attraversando una crisi personale che, in qualche modo, ha a che fare con la loro famiglia, con il coniuge e con i figli, sia che siano ancora bambini come nel caso di Aron e Hani, sia che ormai sia un adulto, come il figlio di Dvora.
Arnon è ossessionato dal timore che la sua primogenita di sette anni sia stata molestata dal vicino di casa che ha un principio di Alzheimer e si flagella colpevolizzandosi perché lui e Ayelet hanno abusato troppo spesso della disponibilità dei vicini che si sono prestati a fare da baby-sitter alla bambina fin da quando era piccola. E’ vero o non è vero che è successo qualcosa che ha turbato Ofri nel frutteto dove Arnon l’ha trovata con il vecchio Herman che piangeva? Arnon e la moglie si scagliano accuse, la tentazione riveste i panni (succinti, a dire il vero) di una ragazzina, Arnon è trascinato a fare qualcosa che scatenerà la crisi.

Hani non è soddisfatta. Ha abbandonato un’attività molto creativa per badare ai due bambini, il marito è spesso lontano per lavoro e lei se ne risente. Le pesa dover essere da sola ad affrontare i problemi quotidiani, la bambina ha un’amichetta immaginaria: soffre di carenze affettive? E Hani stessa, che ricorda benissimo la sera che sua madre è stata ricoverata in ospedale psichiatrico, mostra forse qualche segno di squilibrio? Il fratello del marito che bussa alla sua porta in fuga dai creditori, è una figura vera oppure è un ‘sostituto’, un po’ come l’amichetta della figlia?
Dvora, giudice irreprensibile che non parla mai con nessuno del figlio che non vede da anni, che non sa neppure dove sia. Così unita e solidale con il marito da essersi schierata interamente dalla sua parte, in un passato che non vuol ricordare e che ora rispunta, sotto la spinta del suo coinvolgimento con i movimenti giovanili di protesta a Tel Aviv. E’ con il personaggio di questa donna che, non più giovane, ha il coraggio di riconoscere gli errori fatti, di guardarsi indietro e poi di riprendere il cammino della vita in un’altra direzione, che si chiude questo romanzo. E’ con Dvora che si fa più pressante il quesito- che lei ha affrontato in tutta la sua carriera di giudice- su che cosa sia verità, se ci può essere più di una verità.


    Chi ha letto i romanzi precedenti di Eshkol Nevo può percepire un leggero cambiamento, lo spostarsi del centro di attenzione dello scrittore. Il tema non è più solo l’amicizia, il rapporto di coppia oppure le problematiche di Israele. E’ come se i protagonisti fossero diventati adulti finalmente e non fossero più soli al centro del mondo. La preoccupazione sono i figli, la responsabilità che è dovere assumersi nei loro confronti da parte dei genitori. E- già lo avevamo notato in altri romanzi- la sensibilità di Eshkol Nevo nel parlarci di bambini, il suo orecchio per il loro linguaggio, sono straordinari.

la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.net


le recensioni degli altri libri di Eshkol Nevo si trovano sotto la stessa etichetta, Voci da mondi diversi. Medio Oriente, nei post pubblicati nel 2014 e 2015.

lunedì 20 marzo 2017

valter hugo mãe, “La macchina per fabbricare gli spagnoli”

                                          Voci da mondi diversi. Penisola iberica
              il libro ritrovato

valter hugo mãe, “La macchina per fabbricare gli spagnoli”
Ed. Neri Pozza, trad. Barbara Bertoni, pagg. 277, Euro 16,50


     Un uomo anziano attende nella saletta di un ospedale. Sua moglie è stata ricoverata d’urgenza. Quando arriva il medico, la notizia che deve comunicare è la peggiore che Antonio Silva possa aspettarsi. Antonio non riesce a capacitarsi: come può averlo lasciato Laura, suo unico amore? Fra un paio di anni avrebbero festeggiato i cinquanta di matrimonio. Come potrà vivere senza di lei?
Presto detto. Almeno per quello che riguarda la vita pratica quotidiana ci pensano i figli: Antonio sarà ospitato nella casa di riposo per anziani dal beffardo nome “L’età felice”. Ed è anche fortunato ad avere trovato posto: gli ospiti dell’Età Felice sono novantatre, si può entrare se ne esce qualcuno- non vivo, di certo. E questo diventerà un argomento di scherzi macabri- la necessità di dare una spintarella (per così dire) a qualcuno che più che un ospite è un paziente che necessita di cure, in modo da liberare un posto per qualcun altro in condizioni migliori di salute e quindi più redditizio. La casa dell’Età Felice è come l’ultima stazione a cui arriva un treno, con due fermate, però. Quando ci si avvicina alla seconda fermata, si cambia anche di letto, si viene portati nell’ala dell’edificio con vista sul cimitero. Mentre tutti gli altri, quelli in attesa di scendere dal treno della vita, occupano le stanze che danno su uno spiazzo in cui giocano i bambini. Quasi a ricordare loro di un tempo ormai molto lontano, oppure che il futuro degli altri è lì, fuori della finestra.

    Potrebbe essere un libro deprimente e triste, “La macchina per fabbricare gli spagnoli” del portoghese valter hugo mãe (è lo scrittore ad usare i caratteri minuscoli sia per il suo nome sia per la sua narrazione, anche dopo il segno del punto). Invece è, paradossalmente, un singolare romanzo ‘di crescita’ mentre seguiamo le tappe di un graduale cambiamento ascoltando la voce narrante di Antonio Silva. Dopo un periodo iniziale di cupo mutismo in cui è arrabbiato con tutti e si isola da tutti, Antonio incomincia ad uscire da sé, a parlare prima con uno, poi con un altro degli ospiti, tutti descritti con tocchi leggeri di ironia e pietas. Antonio è fortunato, non è comune continuare ad amare la stessa donna per mezzo secolo ed esserne riamato, la maggior parte di chi si trova lì ha ben poco per cui essere felice. La signora Marta, ad esempio, è stata abbandonata da un marito più giovane che non si è più fatto vedere (Antonio la renderà felice, scrivendole delle lettere a nome del marito); Leopoldina vive del ricordo di un’unica notte d’amore con un famoso calciatore (lei, però, all’epoca non sapeva chi fosse); lo spagnolo pazzo che urla sempre e che si crede portoghese, non ha niente di meglio che sognare una macchina che trasformi i portoghesi in spagnoli. C’è un centenario, poi, che si chiama Esteves ed è convinto di essere entrato in una poesia di Pessoa, “Mi ha salutato con un cenno, gli ho gridato Arrivederci Esteves!, e l’universo/ mi si è ricostruito senza ideale né speranza, e il Padrone della Tabaccheria ha sorriso”. Non importa se sia vero o no, la fama tra gli amici è arrivata così a Esteves. Questa non è l’unica incursione della letteratura nel libro di valter hugo mãe, c’è un gioco scherzoso di rimandi che sembrano mettere alla prova la memoria dei lettori come quella degli anziani. Non solo c’è un Pereira (pensiamo a Tabucchi), ma ad un certo punto arrivano un commissario di polizia e il suo aiutante in quella che è una presa in giro di un’inchiesta: si chiamano Jaime Ramos e Isaltino de Jesus  e sono i due personaggi dei libri di indagine poliziesca del noto scrittore portoghese Francisco José Viegas.
Salazar

Si ha l’impressione di entrare ed uscire dalla realtà, che poi è una doppia finzione letteraria, mentre Antonio Silva è ‘maturo’ per ricordare altro che non sia solo la sua Laura. Ricordare gli anni di Salazar e di come lui avesse avuto un momento di coraggiosa ribellione, proteggendo un giovane oppositore del regime, per poi macchiarsi di una tremenda colpa denunciandolo.
     Un libro dolce e amaro, spruzzato di ironia, una riflessione sulla vita e sulla morte, sulla necessità di essere onesti con se stessi almeno alla fine del nostro viaggio sulla terra ed essere capaci di trarre un pizzico di gioia da ogni minuto che ci resta.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net