Visualizzazione post con etichetta Casa Nostra. Qui Italia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Casa Nostra. Qui Italia. Mostra tutti i post

venerdì 18 settembre 2026

Artur Nuraj, “Dio non uccide” ED. 2026

                                                            Casa Nostra. Qui Italia

    cento sfumature di giallo

Artur Nuraj, “Dio non uccide”

Ed. Besa Muci, pagg. 408, Euro 20,00

   Un bambino in un museo. Guarda, affascinato, una yatagan. È una spada corta a lama ricurva usata nell’Impero ottomano dalla metà del XVI secolo alla fine del XIX secolo. Va ogni domenica, il bambino, in quel museo, accompagnato dal vecchio custode dell’orfanotrofio. Quando compirà trent’anni, il bambino diventato uomo di successo riceverà in regalo la yatagan dal vecchio- l’aveva comprata per lui con i soldi della buonuscita dopo essere andato in pensione. Da questo momento la yatagan accompagnerà sempre Mark Barleti, un’arma e un simbolo, una maniera di affrontare la vita secondo il codice d’onore albanese.


    Una decina di anni dopo Barleti arriva a New York. Al controllo dell’aeroporto gli ricordano che il suo visto scadrà tra un mese. Gli basterà per la missione che deve compiere e di cui noi apprendiamo i dettagli a poco a poco. Barleti vuole vendicarsi- aveva una moglie e un figlio, erano morti entrambi nell’attentato alla metropolitana di Mosca del 1999. E la trama del romanzo di Artur Nuraj, pubblicato per la prima volta vent’anni fa e rivisto dallo scrittore con alcune modifiche e con un nuovo titolo per questa pubblicazione, è tesa, tesissima, tra due micidiali attentati- quello nel cuore della Russia e l’altro, del 2001, nel cuore della Grande Mela. Con l’assillo del tempo che stringe, per la scadenza del visto e per un altro appuntamento personale di Mark di cui sapremo alla fine.

    Con il pretesto di un grosso ordine di armi e esplosivo Mark entra in contatto con la mafia ucraina (all’orecchio del lettore suonano cento campanelli di allarme) che lo porta ad avvicinare le cellule terroristiche islamiche. Mark Barleti ha fatto parte dell’Interpol e molte delle facce che incontra gli sono note- cambiano i nomi  ma il modus operandi è lo stesso. Ci sono molti punti oscuri- che fine ha fatto un suo ex collega che lavorava nella NSA, l’agenzia di spionaggio e sicurezza americana? La vedova dice che è morto, ma lei non crede affatto che sia stata una morte naturale come hanno voluto farle credere. E consegna a Mark un dischetto che il marito le ha affidato, certo che qualcuno sarebbe venuto a chiedere di lui. E chi è il misterioso ‘uomo del governo’ che spunta fuori da più parti? Un infiltrato? Una spia? Una talpa?


   C’è anche un incontro per certi versi rasserenante e per altri ulteriore fonte di preoccupazione- Natalia, l’amica di sua moglie, la ragazzina russa che faceva da baby-sitter al suo bambino, era lì, lavorava (e possiamo indovinare che cosa facesse) per il mafioso ucraino. Natalia era disposta a fare qualunque cosa per aiutare Mark, fino al punto di mettere in pericolo la sua stessa vita.

    “Dio non uccide” è un thriller di grande attualità, specialmente in questi giorni di settembre in cui tutti non possiamo fare a meno di ricordare il giorno che ha fatto crollare l’America, il gigante dai piedi di argilla, e la narrativa è incalzante e ha una forte tensione. È anche un thriller che invita alla riflessione, sullo stravolgimento dei messaggi delle religioni, sul senso della giustizia e su quello della vendetta. Un thriller con una trama tutt’altro che banale e che merita di essere letto.



 

 

martedì 11 agosto 2026

Ilaria Tuti, “Ed è un poco la notte e un poco l’alba” ed. 2026

                                                                           Casa Nostra. Qui Italia

        seconda guerra mondiale

Ilaria Tuti, “Ed è un poco la notte e un poco l’alba”

Ed. Longanesi, pagg. 320, Euro

     Luglio 1944. Inizia l’Operazione Ataman nella zona dell’alto Friuli. I Comandante delle SS e della polizia di Trieste, Odilo Globocnik, concorda l’insediamento nella Carnia delle truppe cosacche che si erano unite alla Wehrmacht. Avrebbero aiutato i nazisti e i fascisti nella lotta contro i partigiani e, dopo la vittoria finale contro l’Unione Sovietica, avrebbero potuto stabilirsi in quelle terre, se fosse stato impossibile il loro rientro in patria. Nel giro di qualche settimana arrivarono circa 22000 cosacchi- soldati, civili, famiglie con bambini- e iniziarono a costituire la ‘Kosakenland in Norditalien’ che era stata loro promessa. Gli abitanti di alcuni paesi furono evacuati, nuovi nomi russi vennero dati ai villaggi, un Pope celebrava i loro riti religiosi. Il comune di Verzegnis divenne la sede del capo supremo delle forze cosacche, l’atamano Petr Nikolaevic Krasnov.

Krasnov

    Da qui prende l’avvio il nuovo importante romanzo di Ilaria Tuti. O meglio, inizia con uno sguardo ad un passato più lontano, ad un’altra guerra in cui la protagonista Serafina era una bambina che cresceva con la nonna perché sua madre era morta dandola alla luce. La nonna è la custode di una sapienza vecchia, fatta della conoscenza delle erbe che tramanderà alla nipote, di riti pagani che però non nuociono a nessuno e danno conforto a chi deve seppellire un bambino che non ha fatto tempo a vivere.  Ora Serafina vive da sola in una casa isolata nel bosco, con l’unica compagnia di una capra. I cosacchi annunciano con clamore il loro arrivo, seminano il terrore con le spade sguainate a dorso di cavalli impetuosi, non si arrestano davanti a nulla, non li fermano né porte chiuse, né scale.  Quella terra adesso è la loro, le case sono loro, hanno il diritto di occuparle, al massimo viene concessa una stanza a chi le abita, quando non viene messa in atto una evacuazione forzata.


     Le pagine del romanzo sono percorse dalla paura, dall’impotenza, dalla violenza, dalla fame, dalla lotta per la sopravvivenza. Questi giganti armati che bevono fino allo stordimento, che sembrano abituati ad uno stile di vita primitivo, sono un pericolo costante per le donne- almeno nei primi tempi, prima che arrivino intere famiglie a stabilirsi in Carnia e riequilibrino la situazione in un certo qual modo, sono le donne il bottino più ambito. E, d’altra parte, lo sono sempre state, quasi un diritto di proprietà per il conquistatore. Come se lo stupro di una donna si facesse metafora per lo stupro di una terra. Serafina accorre a curare, a consolare, a incoraggiare le donne che conosce da sempre, quelle il cui corpo è stato violato e l’anima ferita a morte e quelle che devono affrontare un parto spesso difficile e doloroso.

    Gli abitanti del paese hanno tutti un nome e sono personaggi che restano impressi nella nostra mente- dal prete così saggio e umano, pronto a mentire per salvare i suoi parrocchiani, pronto a mediare con il Pope concedendogli l’uso della chiesa (dopotutto, Cristo è uguale per tutti), al medico che sa parlare in russo perché ha fatto la campagna di Russia e la sua zoppìa ne è una prova, alle donne. Dei Cosacchi hanno un nome solo l’ataman Krasnov, veramente esistito, la sua bellissima compagna Larisa e il bambino Ivan. Gli altri sono definiti dal loro atteggiamento o dal loro aspetto, il Guerriero, Naso Rotto, il Diavolo Rosso, e a poco a poco, durante la convivenza, si identificano con il Nemico Buono (il Guerriero che pare diventare l’Angelo Custode di Serafina) e il Nemico Malvagio che merita di morire, come il Diavolo Rosso. Ed invece Larisa e Ivan hanno un nome perché assumono un ruolo importante nella narrazione. Sono loro i portatori del messaggio dell’alba che si avvicina dopo il buio della notte.


    Non vi anticipo la fine del romanzo, anche se sono notizie storiche che si possono leggere con una ricerca su Internet. Questo è un libro da leggere, in questi nostri giorni di soprusi, di invasioni, di violenze, per ricordare quanto è successo a noi, in un passato neppure lontano.


domenica 26 luglio 2026

Paolo Malaguti, “Fumana” ed. 2026

                                                            Casa Nostra. Qui Italia


Paolo Malaguti, “Fumana”

Ed. Einaudi, pagg. 360, Euro 19,00

 

1587-1589. Processo alle streghe di Triora, un paesino dell’entroterra ligure.

1581-1631. Processi alle streghe a Treviri, a Fulda, a Bamberg in Germania.

1692-1693. Processi per stregoneria a Salem nel Massachussetts.


Disseminati dappertutto ci sono ponti delle streghe- un esempio è quello che unisce le due torri della chiesa di santa Maddalena a Breslavia. É facile capire come fossero luoghi di punizione delle donne.

    Cambia lo sfondo storico, ma chi erano queste streghe da una parte all’altra dell’Oceano, dal sud al nord dell’Europa? Per lo più erano donne che non si conformavano all’immagine corrente della donna e di quello che ci si aspettava da lei- che fosse bella, che tacesse, che stesse a casa, come viene detto, in dialetto colorito nel romanzo di Paolo Malaguti ambientato nella bassa pianura vicino a Rovigo. Quasi tutte le streghe conoscevano le proprietà delle erbe che raccoglievano e usavano a scopo terapeutico- da lì ad essere accusate di usarle anche a scopo malvagio, il passo era breve.


     “Fumana” inizia nel novembre del 1882 con la piena dell’Adige, quando le acque sommersero l‘intero Polesine. E una bimba venne alla luce proprio nell’infuriare delle acque. La madre morì , il padre se la diede a gambe, la donna che l’aveva fatta nascere la affidò al nonno, un pescatore ruvido e solitario. Lo chiamavano Petrolio perché in pratica era l’unica parola che gli sentivano pronunciare, quando andava a comprarlo. E la bambina era conosciuta come Fumana, cioè ‘nebbia’, perché era lunga la stagione della nebbia su quei terreni acquitrinosi, perché era la nebbia che li caratterizzava, perché lei, fin da piccola, si muoveva a suo agio tra quelle che parevano nuvole che toccavano la terra.

     Quello che unisce il vecchio e la bambina è un legame dolcissimo, lui la porta con sé sul sandolo, le regala una fiocina della misura che vada bene per lei, le insegna a pescare.


Sono sempre insieme, Petrolio e Fumana, parlano poco tra di loro ma le parole non sono necessarie. Quando Fumana diventa donna, inizia un nuovo capitolo della sua vita. Il nonno le regala la sua prima gonna a sostituire i pantaloni di fustagno che le aveva adattato, capisce che Fumana ha bisogno di una presenza femminile e la affida a Lena, la donna che l’ha fatta venire al mondo, quella che tutti chiamano ‘la strigossa’. Perché Lena è la figura del medico che non c’è in quei territori, Lena fa nascere i bambini, cura con le erbe, ma anche con l’imposizione delle mani, ‘segnando’ la parte ammalata. Ci sono delle parole che vengono tramandate a chi è predestinato a quel ruolo- e Fumana lo è, perché è nata con la camicia, è uno di quei casi rari in cui il neonato nasce ancora avvolto nel sacco amniotico. La gente del popolo le chiama streghe, e tuttavia ricorre a loro per farsi curare. Lena, e poi Fumana con lei, non vogliono essere pagate, la loro ricompensa è per lo più in natura. Le loro cure sono molto spesso efficaci- suggestione? un fluido che passa da chi cura a chi è ammalato tramite le mani? Di certo le erbe giuste possono fare molto in alcuni casi e, quando non possono fare niente, le due donne lo dicono apertamente.

     La vita di queste donne, che si sentono chiamate a svolgere un ruolo che è a servizio del prossimo, non è facile. Essere strigosse significa sopportare di essere additate, essere guardate con malanimo se il loro rapporto fuoriesce da quello di curatrici. Così, quando Fumana si innamora, quando, per vincere l’opposizione della famiglia del ragazzo, fanno insieme la fuitina- possiamo aspettarci che vada tutto bene?

    La bambina Fumana è cresciuta, senza neppure sapere di essere bella, la giovane donna Fumana è indipendente, sa quello che vuole, non si sottomette a nessuno. Ha sofferto, ha visto altri soffrire, è passata attraverso due guerre, ha perso le persone che le erano care, ha preso con sé, crescendola come la figlia che non ha mai avuto, una piccola orfana- ha ripagato il bene che era stato fatto a lei. E non ha mai negato il suo aiuto a nessuno.


    Se Fumana è la protagonista intrigante del romanzo di Malaguti, se è l’immagine della donna che è consapevole della sua forza e procede impavida nella vita senza temere la solitudine, c’è tuttavia un altro protagonista dal fascino evanescente- la bassa pianura padana con il suo gorgoglio di acque, il gracidare delle rane, i salici, le piante acquatiche e la nebbia, la fumana, la nebbia che sfuma i contorni della realtà rendendola accettabile anche quando è irta di pericoli.     



mercoledì 15 luglio 2026

Francesca Giannone, “Gli anni in bianco e nero” ed. 2026

                                                                         Casa nostra. Qui Italia

 


Francesca Giannone, “Gli anni in bianco e nero”

Ed. Nord, pagg. 416, Euro 19,00

 

     Anni ‘60. Un paese vicino a Lecce. Le sorelle Elia- Maria, Giovanna, Ada, Domenica (la piccola di casa, chiamata Mimì). La mamma fa la sarta, Maria e Giovanna la aiutano, Ada lavora nel tabacchificio e Mimì studia, frequenta il liceo classico, è bravissima. Il padre è un ‘padre padrone’, un despota che tutte temono, che la moglie tende a giustificare dicendo che non era così, prima di combattere in Russia.

   É Mimì a raccontare che cosa significa essere donna in quel decennio di grandi cambiamenti, in un paese del Sud. Studiare è un privilegio per chi, come lei, ha un padre che fa il messo comunale- le compagne la trattano con un certo disprezzo, per rivalsa i suoi risultati scolastici sono eccellenti, l’unico che timidamente si avvicina a lei e diventa suo amico è Vincenzo. Deve essere ricco, Vincenzo, se le regala un proiettore dopo aver scoperto la passione di Mimì per il cinema. Perché Mimì, di nascosto dal padre e con la complicità dell’uomo che proietta le pellicole, è riuscita a vedere i film sullo schermo del cinema Apollo fin da quando era bambina. Mimì è affascinata dal cinema, insieme a Vincenzo guarderà film e ne discuterà con lui- Fellini è il suo regista preferito. Mimì non ha dubbi: farà la regista, dopo Lina Wertmüller, lei sarà la seconda donna regista italiana.


    La piccola vita di quattro sorelle- e noi pensiamo a “Piccole donne” di Louisa May Alcott, c’è qualcosa di Meg nella tranquilla quotidianità di Maria che sposa un uomo che la adora, lei forse non è innamorata ma le pare di trovare se stessa con lui (avrà dei ripensamenti più tardi, ma non uscirà dal sentiero tracciato per lei), Giovanna invece ha qualcosa dell’irruenza di Jo. Giovanna non si lascia sottomettere dal padre, fugge di casa per stare insieme al ragazzo che ama- e qui si apre uno scorcio sulla politica di quegli anni, sulle lotte tra comunisti e democristiani. Per il padre, Giovanna è morta- vivere con un uomo, comunista per giunta, senza essere sposata! Ad Ada, la timida Ada di cui neppure Mimì aveva capito la natura dello stretto legame con l’amica Sara, andrà di gran lunga peggio, la punizione del padre sarà terribilmente crudele.

    Ha una costruzione particolare, il romanzo di Francesca Giannone. É come se scorresse su un doppio binario, quello dei film proiettati all’Apollo, titoli che hanno segnato un’epoca, mentre nella piccola sartoria è la moda che segnala l‘avanzare del tempo (che scalpore, la minigonna di Mary Quant!), e quello del terzo occhio di Mimì, la sua cinepresa che ritrae le irrequietudini del suo tempo, gli scioperi, le proteste degli studenti con l’incalzare del ‘68, mentre le canzoni dei Beatles fanno da colonna sonora.


C’è altro ancora, ne “Gli anni in bianco e nero” il cui titolo fa pensare non solo alle pellicole cinematografiche ma anche ad anni che dovevano ancora vedere l’esplosione di colori di una società in forte ripresa dopo essersi lasciata la guerra alle spalle. In un mondo che cambia, le ‘piccole donne’ Elia ben rappresentano l’evoluzione femminile- tutte e quattro, chi di nascosto, chi apertamente, si ribellano all’egemonia paterna, il modello di vita felice per la donna non è più quello confinato alla cucina e alla casa, la donna deve lavorare per essere indipendente, si parla di divorzio (perfino la mamma, di un’altra generazione, non esclude di divorziare da un uomo che non rispetta più), si parla di aborto, ci si ribella alla legge che vede solo la donna perseguibile per adulterio.

E la piccola Mimì dispiega le sue ali per volare in alto- da quel piccolo paese del Salento andrà a Roma e frequenterà la scuola del cinema.    



  

venerdì 5 giugno 2026

Edoardo Pisani, “Ho servito la regina di Francia” ed. 2026

                                                                     Casa Nostra. Qui Italia


Edoardo Pisani, “Ho servito la regina di Francia”

Ed. Marsilio, pagg. 263, Euro 18,00

    Giorgio Mavi, sulla quarantina, scrittore i cui libri non sono letti da nessuno tranne che da sua madre.

     Suo padre, poliziotto in pensione un po’ fuori di testa.

    Serena Passiotti, professoressa di francese in pensione.

    La madre di Giorgio, grande presenza assenza- muore all’inizio del romanzo.

Sono questi i personaggi di questo libro, buffo, paradossale, malinconico, tenero, dove la vicenda è raccontata da Giorgio. E poi ci sono i libri, la letteratura, i protagonisti dei grandi romanzi dei secoli passati.

    La morte della madre di Giorgio, per quanto attesa dopo una lunga sofferenza, getta nello sconforto e nella depressione il marito e il figlio. Il marito prende di nuovo a indossare la vecchia divisa, si immerge interamente vestito nella vasca da bagno piena di acqua fredda, non dorme più nel letto che condivideva con la moglie, è diventato difficile gestirlo.

Quanto a Giorgio, la sua vita gli appare più che mai un fallimento, soprattutto in confronto con quella dell’affermato fratello minore. Che senso ha scrivere, se la sua unica lettrice non c’è più? e poi lui è ben consapevole di aver scritto dei pessimi romanzi di cui si vergogna.


   Poi, un ritrovo dei vecchi compagni di classe, pettegolezzi sulla loro terribile insegnante di francese, c’era stata una pesante accusa di aver molestato uno studente, no, come era possibile? E che fine aveva fatto la professoressa Passiotti? Giorgio l’aveva adorata, a lei doveva la sua passione per le parole e per la letteratura, lei gli aveva aperto le porte di un mondo, le sue lezioni erano impagabili.

    E così, chiedendo in giro, Giorgio viene a sapere che l’anziana professoressa è malata di Alzheimer, che è in una casa di riposo, che non riconosce nessuno. Lui non ci può credere, va a trovarla. E la Passiotti lo chiama per nome.

   Da qui prende inizio la seconda parte del romanzo che incomincia con una fuga e poi diventa un poco un romanzo ‘on the road’ con qualcosa di simile al famoso “Viaggio con la zia” di Graham Greene. La professoressa Passiotti, a questo punto rivestita con gli abiti della madre del suo alunno e diventata amica del padre, rivela di avere sempre avuto il grande desiderio di vedere Parigi. Ebbene, si andrà a Parigi, tutti e tre, in treno.


    Non è la solita Parigi dei turisti, quella che visitano. O meglio, fanno anche il giro di tutti i punti iconici della città, ma poi ci sono i cimiteri dove sono sepolti i grandi scrittori e continua il discorso iniziato nella casa di cura, anzi, iniziato nelle aule della scuola, con la citazione dei grandi autori, i paragoni, il significato delle loro opere, la lezione che hanno impartito, il confronto inevitabile con i libri di poco conto che vengono pubblicati adesso.

    Ha continuato ad esercitare il suo ruolo, la vituperata professoressa. Che non era solo quello di offrire cultura, di sollecitare interessi- e già questo aveva risvegliato l’ex-poliziotto facendolo uscire da una depressione sull’orlo del suicidio-, ma era anche quello di offrire un esempio, di resistenza, di ribellione, di coraggio. Non sarà soltanto la bellezza a salvare il mondo, anche le parole dei grandi, la lezione dei libri lo salveranno.

    Il finale è sorprendente, forse l’unico possibile anche se lo avrei voluto diverso.



 

martedì 2 giugno 2026

Elena Rui, “Vedove di Camus” ed. 2026

                                                        Casa Nostra. Qui Italia

                                             biografia romanzata

Elena Rui, “Vedove di Camus”

Ed. L’Orma, pagg. 165, Euro 18,00

 

  La moglie: Francine Faure.

  L’Unica: Maria Casarès.

  L’amante n.1: Catherine Sellers.

  L’amante n.2: Mette Ivers.

Sono loro le vedove di Camus, il grande scrittore francese nato nel 1913 in Algeria in una famiglia di pieds noirs (i coloni francesi stanziati nelle colonie francesi del Nord Africa), vincitore del premio Nobel nel 1957. Sono loro le quattro donne che apprendono affrante la notizia della sua morte in un incidente automobilistico- quando si dice ‘il destino’: Camus sarebbe dovuto tornare a Parigi in treno dalla sua casa in Provenza, non avrebbe dovuto trovarsi sulla Facel Vega del suo editore Gallimard. L’auto si schiantò contro un platano, Albert Camus morì sul colpo il 4 gennaio 1960, Gallimard morì in ospedale pochi giorni dopo, la moglie e la figlia si salvarono.

con la moglie

   Elena Rui, in quattro lunghi capitoli dedicati ad ognuna di loro, esplora il dolore delle quattro donne- ne esce non solo il loro ritratto con la storia della loro vita e del loro incontro con Albert, ma anche quello di Camus, Camus come uomo, come scrittore, come marito, come amante. Tutte lo amavano disperatamente, ma Camus non era lo stesso con ognuna di loro. È come se ricostruissero un puzzle, aggiungendo tessera su tessera fino a formare il quadro completo, ricco di sfumature. Era un uomo carismatico, affascinante, con grandi riserve di amore che distribuiva in maniera diversa alle sue quattro donne. Sullo sfondo si dipana la storia della Francia, l’occupazione nazista, la guerra d’Algeria. E poi quel Nobel inaspettato, il blocco dello scrittore, l’ultimo libro non finito di cui Camus portava il manoscritto nella valigetta che venne poi consegnata alla moglie. Lei non volle mai darlo alle stampe, lo avrebbe fatto la figlia molti anni più tardi.

Maria Casarès

   La moglie (seconda moglie peraltro) Francine lo aveva conosciuto in Algeria. Lei era un matematico, amava suonare il piano. Durante la guerra erano stati separati per due anni, poi erano nati i due gemelli- la paternità aveva legato maggiormente Albert alla moglie? Forse nei primi tempi, poi non era bastata per tenerlo lontano da Maria, suo grande amore, l’Unica.

    L’Unica era spagnola, fuggita in Francia dalla dittatura di Franco. Sguardo magnetico, diventerà una grande attrice di cinema e teatro. A lei Camus scrisse più di 800 lettere. Bellissime, non potevano essere altrimenti.

   Anche Catherine Sellers era un’attrice. Tra le donne di Camus lei era la più gelosa, a volte lo infastidiva facendogli la posta fuori dalla porta dell’appartamento in cui lo scrittore viveva da solo.

Catherine Sellers

   Mette Ivers era la più giovane (aveva vent’anni meno di Camus), la più bionda (era di origine danese), quella che lo conobbe per meno tempo- era stata la sua amante per solo due anni prima che lui incontrasse la sua morte. Ed era una pittrice.

    C’è qualcosa che unisce queste quattro donne che amano tutte lo stesso uomo. Non sono donne comuni, ognuna di loro brilla in un campo diverso, Francine ha, sulle altre, il vantaggio di essere la madre dei suoi figli (che cosa ci fosse dietro una sua caduta da un terrazzo non fu mai approfondito), Mette ha la giovinezza, Maria…be’, forse ha un suo magnetismo che la rende Unica se riuscì a tenerlo legato (dopo 4 anni di separazione) fino alla fine. Le unisce, poi, la consapevolezza di amare un uomo fuori dall’ordinario che doveva essere lasciato libero per tenerlo legato. Perché sapevano l’una dell’altra, a volte facevano anche vacanze insieme.

Mette Ivers

  Il romanzo di Elena Rui poggia su un perfetto equilibrio armonizzando diverse componenti- la personalità delle ‘quattro vedove’ che convergono verso il ‘punto luce’ che illumina lui, Albert Camus. Eppure, senza spreco di parole, terminiamo la lettura e ci sembra di conoscere loro altrettanto bene quanto lui. E di certo siamo invogliate a leggere o rileggere i libri di Albert Camus.



   

   

  

domenica 24 maggio 2026

Dario Ferrari, “L’idiota di famiglia” ed. 2026

                                                                          Casa Nostra. Qui Italia

      storia di famiglia

Dario Ferrari, “L’idiota di famiglia”

Ed. Sellerio, pagg. 517, Euro 18,00

    Anche in famiglia lo chiamavano Herr Professor. Già, perché dirlo in tedesco ha tutto un altro peso, diverso dal semplice ‘Professore’ come lo chiamavano da sempre a Viareggio. In Herr Professor c’è anche l’autorevolezza che emanava da lui, c’è la sua intransigenza, la sua severità.

Mio padre è nato insegnante, anzi Professore- e non azzardatevi ad apocoparlo in Prof. Inizia così il nuovo romanzo dello scrittore viareggino Dario Ferrari, un libro che sconfigge la tenerezza con l’umorismo, un omaggio alla figura di un padre, un’esplorazione dei rapporti famigliari, tra padre e figli, fratello e sorella, marito e moglie o compagna, una celebrazione della parola e della letteratura, e- insieme a tutto questo- un libro che contiene in sé la Storia politica di un secolo in Italia.

    La voce narrante è quella di Igor, figlio primogenito di Franco Nieri, che di mestiere fa il traduttore perché, come dice lui stesso, non era abbastanza bravo da fare lo scrittore. Dapprima si era iscritto alla facoltà di Filosofia per seguire le orme del padre- sbagliato, sbagliatissimo- e poi aveva cambiato per laurearsi in Lingua Inglese e dedicarsi a tradurre scrittori americani diventando il bersaglio delle frecciate del padre. Sua sorella Ester era il suo esatto opposto, su di lei non si appuntavano le aspettative paterne e poteva essere leggera, imprevedibile, madre single con progetti strampalati. E la sua compagna era salita alla ribalta della notorietà come saggista femminista- era invidioso di lei? e comunque si erano lasciati.


    Franco Nieri, anzi ‘il Nieri’, era stato Professore di Storia e Filosofia e poi assessore alla Cultura. Di lui Igor dice di essere certo che fosse stato professore di Filosofia da sempre, già quando era in fasce, e continuerà ad esserlo anche nell’Aldilà, anche se, da russofilo e comunista convinto, non credeva nel Regno dei Cieli. Quando un uomo come Herr Professor dà i primi segni di demenza, la caduta è peggio- spiace dirlo-  che per un semplice impiegatuccio. Che una mente come la sua che spaziava tra i giganti della Filosofia e della Letteratura (Dostojevskji era il suo punto di riferimento, da cui il titolo del romanzo) si sfaldasse a poco a poco, che lui ricorresse ad attaccare sugli oggetti che lo circondavano foglietti con la parola che li definiva, che restasse seduto davanti al televisore senza capire quello che vedeva, che infine non parlasse neppure più- era straziante.

     Da Roma Igor era tornato a Viareggio per aiutare la sorella a badare al padre, aveva fatto in tempo a raccogliere il desiderio del Nieri di occuparsi di Idargo e di conseguenza di iniziare la lettura di quello strano manoscritto del padre. Si apre così, come un intermezzo a puntate tra scene di vita quotidiana in cui assistiamo al decadimento di Herr o diamo uno sguardo sul passato della famiglia Nieri, un romanzo dentro il romanzo, uno scritto che rievoca i tre giorni della Repubblica di Viareggio nel 1920, una insurrezione popolare nota anche come le ‘Giornate Rosse’ dopo che un tifoso viareggino era stato ucciso da un carabiniere.


Idargo, il nome del giovane idealista, protagonista di quel libercolo intitolato “Indifeso fervore”, che derivava dall’Hidalgo donchisciottesco, era forse una sorta di messaggio cifrato per lui che di nome faceva Igor? Igor se ne convince, finché vede una corona di fiori sulla bara del padre con il nome Idargo sul nastro. Ma chi è allora Idargo? Come è possibile? Finché tutto si fa chiaro, anche quel titolo, “Indifeso fervore”, anche il significato finale di quel messaggio cifrato da parte di un padre al figlio.

    A Herr Professor, a cui non sarebbe piaciuto affatto avere un funerale in chiesa, sarebbe piaciuta moltissimo, invece, l’ultima beffa: l’amico di Igor aveva trasformato le note della messa di Palestrina in una versione per organo dell’Internazionale. Poteva andarsene tranquillo, coerente fino alla fine.



   

lunedì 11 maggio 2026

Intervista a Giulio Passerini, autore di "Inimicizie letterarie"

                                     Casa Nostra. Qui Italia

                                              Intervista

copy Alessandra Fuccillo

    

     Il breve libro di Giulio Passerini sugli insulti letterari mi aveva così divertito, così incuriosito, che gli ho chiesto se aveva tempo per rispondere a qualche domanda per soddisfare il mio desiderio di ‘saperne di più’.

Qual è stata la scintilla, il punto di partenza per il suo libro, la sua raccolta di insulti?

    Avevo trovato per caso un litigio fra due scrittori, mi incuriosivano delle storie così e poi, conoscendo gli scrittori, ho immaginato che ci fossero tanti altri casi di litigi e di insulti. Ho fatto delle ricerche e ne ho trovato abbastanza per scriverne in un piccolo libro.

E poi, come è proceduta la ricerca di quali insulti scegliere?

     In realtà è una ricerca che si fa da sola, gli insulti sono come le battute e poi ho ricostruito la storia che ha portato a questo momento in cui due scrittori si sono, per così dire, fronteggiati. A volte c’è una bella storia dietro, a volte di bello c’è solo l’insulto e allora lo scartavo. Tutte quelle che ho trovato- e non sono poi tante- sono finite nel libro.

La citazione iniziale con la domanda- un insulto che corrisponde al vero, è un insulto?- è molto intrigante. Pensa che sia un insulto se quello che si dice è vero?

     Assolutamente sì. A volte un insulto può anche essere un complimento, ci sono gli insulti che mettono in luce l’invidia per un’altra persona e corrispondono al vero perché dicono la verità su quelli che lo pronunciano.

A sentimento, quale degli scrittori citati Le è più simpatico? E quale più antipatico?

     Il più simpatico, forse, è Mark Twain, uno dei peggiori invece- e può suonare strano- è Ungaretti. Pitigrilli è simpatico e anche un poco mefistofelico, era una canaglia ma era molto simpatico.

Pitigrilli

Mi è parso che la motivazione principale degli insulti fosse una rivalità nel campo del successo, di libri venduti, di riconoscimenti. È così?

     Bisogna fare un passo indietro: è dall’ego che nasce la rivalità, è un misto di arroganza e di insicurezza, si tratta per lo più di un grande talento che però ha anche il suo costo che è una complessità interiore, una fragilità emotiva. Questo miscuglio mi rende più cari questi scrittori, provo quasi un sentimento affettuoso verso di loro.

 C’è qualche scrittore che è superiore a questo tipo di invidia?

   Philip Roth fu insultato da Franzen ma lo ha ignorato, anzi, Roth ha avuto parole di elogio per Franzen e questa è stata, in un certo senso, una pena maggiore che ha inflitto al suo rivale.

Ci sono un paio di scrittori che si sono rappacificati, ad esempio i grandi nomi di Márquez e Vargas Llosa che mi pare siano gli unici che avessero anche contrasti politici.

   La politica in realtà c’entrava solo in piccola parte nella rivalità tra Márquez e Vargas Llosa. C’è sempre qualcos’altro, nel loro caso c’era anche una rivalità e una gelosia amorosa.

 Un’altra mia impressione è stata che gli insulti fra gli scrittori italiani fossero diversi, avessero un altro peso, fossero meno ‘giocosi’.

Amalia Guglielminetti

    La realtà è che siamo un piccolo paese, c’è più spazio nel mondo di quanto ce ne sia in Italia, e poi forse c’entra anche il retroterra cattolico. Pitigrilli era una vera canaglia, si divertiva a lanciare insulti, aveva anche degli aspetti sadici. E poi c’era in lui una voglia di rivalsa perché Amalia Guglielminetti lo aveva portato nel mondo delle lettere, lui le era grato ma non l’aveva perdonata. Doveva mostrare quanto valeva. La loro storia sentimentale ha lasciato degli strascichi. Inoltre bisogna considerare che c’era anche rivalità tra le loro riviste.

Il caso più difficile da spiegare è quello del poeta Quasimodo, oggetto di molti insulti dopo l’assegnazione del Nobel.

  La colpa è in buona parte del brutto carattere di Quasimodo, e poi del provincialismo da parte degli italiani. Si pensa sempre che un riconoscimento così importante sia usurpato, che sarebbe dovuto andare a qualcun altro, c’è invidia.



Vale la pena di leggere questa raccolta di insulti. Si può anche imparare ad insultare con arte.