lunedì 29 aprile 2019

Andrea Molesini, “Dove un’ombra sconsolata mi cerca” ed. 2019


                                                                         Casa Nostra. Qui Italia
        seconda guerra mondiale
         romanzo di formazione

Andrea Molesini, “Dove un’ombra sconsolata mi cerca”
Ed. Sellerio, pagg. 279, Euro 15,00


       La laguna di Venezia. Forse è perché la laguna è un paesaggio unico che Andrea Molesini ci ritorna in ogni suo romanzo. Come se non gli bastassero le pagine e le parole per dire le sfumature di luce, il sussurro del vento sulle acque, il bisbigliare del vento tra le canne, il grido degli uccelli, le storie che si nascondono sulle isole della laguna.
    Ancora una storia di guerra nel suo ultimo romanzo “Dove un’ombra sconsolata mi cerca”. E ancora un romanzo di formazione. Bello il titolo, un verso di Anna Achmatova. Inquietante, perché dove si aggira un’ombra, dietro l’ombra ci deve essere una storia tragica, e non sappiamo quanto.
     Guido, il protagonista e io narrante, ha quattro anni all’inizio del suo racconto. E’ il 1934. Suo padre è ‘il comandante’, ufficiale di marina che lavora per i servizi segreti e ha l’hobby di realizzare mappamondi di ogni dimensione. La mamma insegna a Guido un’altra chiave di interpretazione del mondo. Poetica e non razionale, non geografica, attraverso i sensi. Questa mamma molto amata muore presto, quando Guido è un bambino di dieci anni. Fa in tempo a vedere l’inizio della guerra, a proclamarsi antifascista, insieme al marito. Molti soprannomi per gli altri personaggi del libro: il nostromo, la vecchia Sussurro, la contessa, il maggiore tedesco, il remèr che è il padre di Scola- il migliore amico di Guido, anche se più grande di lui.
Sono giornate memorabili, quelle che Guido passa in barca con Scola. Guido legge ad alta voce “Guerra e pace”, Scola gli parla delle donne. E poi Guido viene ‘reclutato’ a fare la staffetta, insieme a Scola. Per i partigiani? Per il mercato nero? Guido si sente grande, si sente importante. Fino a quando il comandante sospetta che tra le fila ci sia un traditore.

     La guerra accelera il processo di crescita di qualunque ragazzo e la morte è un passaggio obbligato per diventare adulti. Guido era già diventato grande dopo la morte della mamma. Ma il tradimento. Quello è difficile da affrontare. Il tradimento e la morte scavano un baratro che Guido non riuscirà mai a superare. C’è una scena a cui sarebbe stato meglio Guido non avesse assistito, una scena che è come un marchio di fuoco, che gli farà vedere tutto in modo diverso, che lo separerà per sempre dal padre. O per tanti anni a venire. Chi ha tradito chi? Qualcuno ha tradito i partigiani e qualcuno ha tradito Guido su un livello più personale?
     Il tempo passa, la Storia va avanti. I combattenti della guerra stanno morendo ad uno ad uno portandosi dietro le loro colpe e i loro segreti. Gli anni sono passati anche per Guido. E’ sull’orlo della terza età quando scopre la verità che aveva già sospettato. Potrà mai perdonare? Il colpevole non ha mai perdonato se stesso.

     La cifra stilistica di Andrea Molesini è un equilibrato miscuglio di realismo e poesia, di storie che affondano nella grande Storia e che però acquistano una certa vaghezza dai contorni non precisi, come se quel tocco poetico fosse la nebbiolina della laguna. La vicenda raccontata in “Dove un’ombra sconsolata mi cerca” è esile, pur contenendo un dramma. Acquista risalto nel paesaggio in cui è immersa- quasi un paesaggio dell’anima.

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sabato 27 aprile 2019

Dragan Velikić, “Il muro del Nord” ed. 2012

                                                   Voci da mondi diversi. Penisola balcanica



Dragan Velikić, “Il muro del Nord”
Ed. Zandonai, trad. Alice Parmeggiani, pagg.224, Euro 15,00


      “Pavle aveva ragione. I destini si ripetono”, pensa uno dei personaggi del romanzo “Il muro del Nord”, dello scrittore serbo Dragan Velikić. Il detto popolare è che ‘non c’è mai niente di nuovo sotto il sole’, e allora, da Ovidio mandato in esilio sul mar Nero a James Joyce che scelse l’esilio di sua propria volontà, da Thomas Mann a Solzenytzsin e a Nabokov (è infinita la lista degli scrittori che andarono in esilio, per lo più per motivi politici), il destino degli esiliati si assomiglia per tutti- il senso di sradicamento che segue l’euforia iniziale del distacco, la nostalgia che riporta a percorrere con la mente strade note, i ricordi preziosi e brucianti, la perdita dell’identità insieme a quella della lingua, il vago complesso di colpa per chi è rimasto ‘laggiù’.
    
     Dragan Velikić intreccia storie diverse (ambientate in epoche diverse a Vienna e nell’area della ex Jugoslavia o in quella confinante) con questo filo in comune- l’esilio. E, per un caso del destino, c’è anche un tenue filo, magari semplicemente di una breve conoscenza, che lega alcuni dei personaggi da una storia dentro l’altra.

Olga, ventisettenne bibliotecaria di Belgrado, abbandona il suo paese dove infuria ancora la guerra e raggiunge il marito Andrej a Vienna. Andrej è più vecchio di Olga, ha dovuto rimettersi a studiare, la sua laurea non è valida per esercitare in Austria. Anche Olga non può lavorare, le sue giornate sono vuote, le passa salendo su un tram in giro per la città, frequentando un corso di tedesco, pensando ai personaggi dei libri che ha letto.
Tibor fa il dentista, pure lui è un esiliato ma è arrivato molti anni prima di Andrej. La moglie Rita ha parecchi anni più di lui e, quando conoscono Olga, Tibor le fa una corte discreta. La nonna di Olga, Marta Coppeans, era arrivata a Vienna dopo la prima guerra mondiale, ha avuto una vita lunghissima: muore a 107 anni. “La tarda vecchiaia si appropria della Storia ufficiale”, gli eventi del secolo sono la biografia di Marta: ha conosciuto James Joyce negli anni in cui lo scrittore irlandese viveva a Pola. Lo aveva incontrato di nuovo a Trieste. Tra di loro c’era un amore mai incominciato.

     Olga e Andrej, Tibor e Rita, James e Nora, la nonna Marta e i suoi due mariti, piccoli eventi quotidiani, itinerari per Vienna pensando a Belgrado, notizie della guerra di cui non si vorrebbe parlare, tentazioni di amore- reali e immaginate.
E’ un libro dal fascino discreto, il romanzo di Dragan Velikić. Ha una malia strana, opera una magia sul lettore attraverso il linguaggio, prima di tutto. Attraverso i paesaggi, poi, nella ricostruzione dell’atmosfera di Pola e Trieste, città cosmopolite e ricche di fermenti culturali, nel ricordo nostalgico di Belgrado, la città insanguinata. E’ un libro che stuzzica il lettore con i suoi rimandi letterari- quando Joyce vede la ragazza che zoppica, pensiamo a Gerty McDowell che Leopold Bloom vede sulla spiaggia in “Ulysses”; la nave Gibraltar ci riporta alla giovinezza di Molly Bloom a Gibilterra; ci sono le parole di addio all’Irlanda pronunciate da Stephen Dedalus inserite in un altro contesto…E anche Joyce, come Andrej, come Tibor, come Olga, pur essendo innamorato della moglie era capace di distrarsi con altre donne: i destini si ripetono.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.it







giovedì 25 aprile 2019

Dragan Velikić, “Bonavia” ed. 2019


                                                  Voci da mondi diversi. Penisola balcanica



Dragan Velikić, “Bonavia”
Ed. Keller, trad. Estera Miocić, pagg. 352, Euro 15,30

      “Una vita in transito”- è il titolo che suggerisce una delle protagoniste del romanzo, Marija, a Marko, lo scrittore frustrato che è diventato il suo amante dopo che si erano conosciuti fuggevolmente facendo la coda per ottenere il visto davanti all’ambasciata ungherese a Belgrado. Sono tutte vite in transito, quelle dei personaggi di “Bonavia” dello scrittore serbo Dragan Velikić, vite in attesa di un visto, passate sui treni, dormendo in alberghi (come lo storico Hotel Bonavia di Fiume, oggi Rijeka), domandandosi se partire o restare. Partire e lasciarsi alle spalle Belgrado con la sua povertà, la sua limitatezza, la sua storia di guerra, il suo passato ancorato ad una grande Jugoslavia che non esiste più, la sua incertezza di dove collocarsi in Europa. Restare, vegetare, sonnecchiare in quella che una volta era una grande capitale e ora non più.
      Partire per dove? Vienna, prima di tutto, la cui memoria è ancorata per sempre all’impero austroungarico. A Vienna vive Milijan, padre di Marko: dopo aver lavorato per anni come ferroviere, Miljan aveva aperto un ristorante jugoslavo a Vienna e dopo, quando era subentrata la moda della cucina cinese, Miljan aveva seguito l’onda dei nuovi tempi e ne aveva inaugurato altri due. Donnaiolo impenitente, vitale, Miljian non si arrende neppure in ospedale, dopo un infarto. A Vienna abita, con la madre, il figlio di Marko ed è a Vienna che, per qualche giorno, sono presenti- e le loro vite si incrociano a loro insaputa- tutti e quattro i protagonisti di “Bonavia”: Marko che è venuto per festeggiare il compleanno del figlio, Milijan (che non è andato a prendere Marko in stazione, come d’accordo, a causa dell’infarto), Marija che raggiunge Marko (in realtà aveva pensato di lasciarlo) e Katarina che è a Vienna per un convegno. Katarina è l’unica che ha fatto il grande salto, si è trasferita in America troncando qualunque legame con il passato e con Belgrado, smettendo di scrivere perfino all’amica Marija (Katarina ha visto Milijan stramazzare a terra nel parco, senza sapere chi fosse, e, scambiandolo per un inserviente, ha consegnato la sua valigia a Marko che alloggia nel suo stesso albergo).

      E intanto, tra un treno e l’altro, tra una stanza d’albergo e l’altra, dai ricordi e dalle conversazioni, dai flash-back e dalle osservazioni del presente, siamo venuti a sapere della storia dei personaggi e delle loro famiglie e ci colpisce la similarità del destino di Miljan, Marko e il figlio di questi- tutti cresciuti con un padre assente, un padre ‘in transito’, figli del caso, quasi sia un’eredità genetica. E quando, dalla storia di famiglia si passa a quella abbozzata degli stati, osserviamo quanto sia tuttora importante e influente la figura del ‘grande padre’, sia egli l’Imperatore Francesco Giuseppe che lasciò l’impronta di un carattere che si può definire austriaco, oppure Tito a cui va riconosciuto il pur dibattuto merito di avere unito le varie etnie.

     C’è un quinto personaggio che fa la sua comparsa alla fine, ed è lo scrittore stesso, con una storia personale che assomiglia molto a quella dei suoi personaggi. Anche lui un figlio del caso, anche lui in transito, anche lui con un albergo che è una pietra miliare nella storia di famiglia: l’Hotel Bonavia, per l’appunto, così diverso ora da quando vi soggiornò suo padre.

     I confini tra gli stati sono quasi scomparsi da anni, ormai. Se ne traccia la linea sottile sugli atlanti geografici. Ma ci sono ancora- per fortuna- dei confini invisibili fatti di parole, di pagine, di libri, di letteratura. Leggere un romanzo di uno scrittore dell’Europa dell’Est o dei paesi balcanici o della nuova Russia non è la stessa cosa che leggere un romanzo di uno scrittore dell’Europa occidentale. C’è più originalità, più diversità, al di là del confine delle parole. C’è più ‘densità’, ci sono più spunti di riflessione- e non sulle solite banalità. Occorre forse più impegno nella lettura, ma c’è una ricompensa.

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domenica 21 aprile 2019

Kyung-Sook Shin, “La danzatrice di Seul” ed. 2019


                                                         Voci da mondi diversi. Corea
                                                               biografia romanzata


Kyung-Sook Shin, “La danzatrice di Seul”
Ed. Piemme, trad. V. Februari, pagg. 422, Euro 16,15


   1891, Yi Jin ha ventun anni. Sta salpando dalla Corea diretta in Francia. L’emissario francese a Seul, Victor Collin de Plancy, ha avuto l’ardire inaudito di dichiarare al re che è innamorato di lei, dama e danzatrice di corte, che intende portarla con sé a Parigi e sposarla. E nonostante gli ostacoli, nonostante che la legge coreana stabilisca che una dama di corte non possa né sposarsi né abbandonare la corte dove era stata ammessa (e Jin aveva solo cinque anni all’epoca- era diventata quasi una figlia per la regina, a sostituire la sua bimba che era morta piccolissima), il re aveva acconsentito a quel matrimonio. Anzi, aveva dato a Jin il suo proprio cognome per tutelarla, perché forse non si fidava che il francese avrebbe mantenuto le sue promesse.
    E così Jin parte. E’ la prima donna coreana ad andare così lontano. La regina, una donna dal polso di ferro, curiosa e colta, la invidia. E’ stata lei a manovrare perché Jin partisse, per allontanarla dagli occhi predatori del re. Le chiede di scriverle, di raccontarle di quel mondo che lei, reclusa nella sua prigione dorata, non vedrà mai.

      “La danzatrice di Seul”, della scrittrice coreana Kyung-Sook Shin (prima coreana e prima donna a vincere il Man Asian Literary Prize nel 2012 con il romanzo “Prenditi cura di lei”), è diviso in tre parti. Dapprima l’infanzia di Jin, l’amicizia fraterna con il bambino muto che suonava il flauto, l’incontro con padre Blanc che le insegnerà le prime parole di francese, l’ingresso a corte: Jin è bellissima, impara qualunque cosa in fretta, il suo corpo si muove flessuoso con la musica. Diventa la migliore danzatrice di corte. L’emissario francese Victor ricorderà per sempre la prima volta in cui l’aveva vista, sul ponte del Fiume di Seta. Nella seconda parte Jin è a Parigi. Non indossa più gli abiti coreani. Se non fosse per i suoi tratti esotici (chi la incontra pensa che sia cinese, o giapponese, nessuno ha mai sentito parlare della Corea), potrebbe essere un’elegante ragazza francese. Conosce Maupassant che la prende in simpatia, aiuta l’unico altro coreano presente a Parigi a tradurre in francese un libro coreano (quest’uomo sarà la causa della sua rovina. E non solo sua). Nella terza parte, infine, Victor riaccompagna Jin a Seul, sperando che guarisca dal sonnambulismo che l’ha afflitta. E a Seul si dipanerà la tragedia finale. Della monarchia, della regina, di Jin. E’ il 1895.

     Nella nota finale l’autrice ci dice come è nato questo libro- da un libro sulla dinastia Joseon pubblicato in Francia più di un secolo fa. Conteneva un accenno al primo diplomatico francese in Corea che si era innamorato di una danzatrice di corte ed era tornato a Parigi con lei. Pochissimo veniva detto di Yi Jin e niente del tutto riuscì a trovare Kyung-Sook Shin su di lei, nonostante le ricerche. Ma non è questo il ruolo dello scrittore? Riportare in vita personaggi che la Storia ha inghiottito? Non è questo il potere e la magia della scrittura? Inventare, immaginare, creare e rendere credibile un personaggio? Kyung-Sook Shin precisa che il suo non è un romanzo storico, che non aveva intenzione di essere precisa come è tenuto a fare uno storico.
E la sua Jin, eterea come una farfalla, ci incanta. Perché questo non è solo un romanzo d’amore romantico che supera ogni barriera. Perché l’amore romantico finisce, perché la realtà è che Jin non riuscirà a superare la sensazione di essere un’estranea per quanto bene accolta, non potrà non sentirsi ferita quando si accorge del tenace spirito colonialista di Victor che sostiene che è giusto che opere d’arte come la Venere di Milo o la Vittoria di Samotracia siano al Louvre piuttosto che nei paesi a cui appartengono di diritto- che fine avrebbero fatto, se i francesi invasori non le avessero portate via? Anche lei, Jin, è come una ceramica Celadon da mettere in mostra? Chi è lei? Qual è il suo posto nel mondo?
    Oriente e Occidente non sono mai stati così distanti come nel romanzo di Kyung-Sook Shin dove l’affascinante atmosfera esotica si unisce ad un’interessantissima ambientazione storica negli anni in cui la Corea era contesa da Giappone e Cina e cercava alleanze in Europa. 

la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it
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mercoledì 17 aprile 2019

Carmen Korn, “E’ tempo di ricominciare” ed. 2019


                                       Voci da mondi diversi. Area germanica
                                                                       saga


Carmen Korn, “E’ tempo di ricominciare”
Ed. Fazi, trad. M. Francescon, pagg. 563, Euro 17,00

     Amburgo. Käthe, Henny, Ida, Lina. E’ il 1949. Non è solo la città che deve risorgere dalle macerie e mettersi alle spalle la guerra, con tutti i suoi orrori, le sofferenze, le perdite, le colpe. Anche le quattro protagoniste della trilogia di Carmen Korn, iniziata con “Figlie di una nuova era”, devono tirare le somme, benedire la buona sorte che le ha tenute in vita e decidere del loro futuro. Quella che ha sofferto di più è Käthe- lei e la madre sono state arrestate per una delazione, la madre non è sopravvissuta al campo di concentramento, Käthe forse sì, forse è tornata, Henny è sicura di averla vista, di sfuggita. Quanto a Rudi, il marito di Käthe, di lui non si sa nulla, nonostante le ricerche fatte fare tramite la Croce Rossa dal padre, diplomatico italiano. Si sa che era in un campo negli Urali, ma se ne sono perse le tracce. Henny si è separata dal marito che ha reagito malissimo quando il figlio ha detto loro che gli piacevano i ragazzi. E però può contare sull’amore costante del dottor Unger. Ida e l’amore della sua vita, il cinese Tian sposato in seconde nozze, hanno una bambina, la bellissima Florentine dal fascino esotico che diventerà poi modella. E Lina fa coppia fissa con Louise: apriranno una libreria a cui daranno il nome del grande amico ebreo, l’indimenticabile dottor Landmann che si è suicidato.
    Questi sono i protagonisti principali, ma se ne aggiungono altri che non erano presenti nel primo volume della saga: un giovane musicista con una malattia autoimmune che diventerà il compagno di Klaus, figlio di Henny; un altro uomo aitante, nonostante abbia perso un occhio nella campagna di Russia, che intreccerà una relazione con Florentine. E naturalmente è vero che Käthe è ancora viva e riabbraccerà il suo Rudi.

    Una saga si basa sui personaggi e sulle storie che li collegano, che si srotolano nel tempo e che li coinvolgono- alti e bassi del lavoro, soddisfazioni e frustrazioni, amicizie, problemi psicologici (Rudi non riesce a dimenticare gli anni in Russia, il compagno di Klaus non si perdona di aver abbandonato la famiglia, morta durante un bombardamento, per andarsene in America) e di salute fisica, e amore, naturalmente. C’è tanto di tutto questo, nel romanzo di Carmen Korn. La scrittrice ha un’inventiva straordinaria nell’aggiungere piccoli e grandi fatti alla vita di ogni personaggio. Ci potrebbe stancare un poco, a volte ci pare che non ci sia molto spessore nei protagonisti, ci sembra che tutto sia suffuso di una luce troppo rosata, perché anche i contrasti occasionali vengono risolti con pacatezza, senza drammi. Gli amori sono per sempre, le amicizie pure. 

E tuttavia c’è qualcosa che ci piace molto in questo romanzo ed è la tela di fondo, il passare del tempo- i salti temporali sono di due anni in due anni- che è segnato da titoli di film, da canzoni, da grandi fatti che ricordiamo. Sinatra e poi i Beatles, Marilyn Monroe e Kennedy. I carri armati in Ungheria e la guerra fredda. Il muro di Berlino. Mary Quant e la pillola. La crisi di Cuba e l’inizio della guerra in Vietnam. Lo sbarco sulla luna e le rivolte studentesche del ‘68. Ho ritrovato perfino il piccolissimo dettaglio del nome di un negozio di Sanremo dove si vestiva la società ricca della Liguria e dove fa acquisti il padre di Rudi. 
E’ questo sfondo che aggiunge qualcosa di molto valido al romanzo. E’ come vedere un cortometraggio in bianco e nero degli anni tra il dopoguerra e il boom economico.

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domenica 14 aprile 2019

INTERVISTA A DRAGO HEDL, autore de “Il segreto di Maša” ed. 2019


                                      Voci da mondi diversi. Penisola balcanica
                                      cento sfumature di giallo


     E’ tornato Drago Hedl, il cavaliere che combatte il drago dalle mille teste, lo scrittore croato che denuncia nei suoi romanzi la corruzione degli uomini politici, della magistratura, della polizia. E’ tornato con il secondo romanzo della trilogia che ci porta nel cuore nero delle alte sfere croate. E parliamo ancora con lui, in attesa del terzo libro conclusivo, l’affondo che ristabilirà ‘l’ordine’ (almeno sulla carta).

Dopo aver letto il secondo libro della Sua trilogia, ho avuto l’impressione che il primo, “Silenzio elettorale”, fosse una sorta di introduzione a quello che intendeva dire, e che il secondo, “Il segreto di Maša”, ci porti nel ‘cuore delle cose’. Il terzo sarà quello decisivo che risolve tutte le domande e porta i colpevoli allo scoperto?
     Ho immaginato la trilogia proprio come ha detto Lei: nella terza parte che sto terminando ora tutto troverà una soluzione. E accadrà a Kiev, in Ucraina. Ma naturalmente non Le dirò come. Se lo facessi, sarebbe come in una vecchia barzelletta. Un tizio era arrivato in ritardo al cinema, il film era già iniziato, così la maschera lo aveva aiutato a trovare un posto al buio. Si aspettava una mancia, ma lui non le aveva dato nulla. Allora lei, arrabbiata, gli aveva detto: ‘Voglio che Lei lo sappia, l’assassino è il giardiniere.’

Confesso la mia ignoranza di politica croata e non sono in grado di capire ciò a cui Lei accenna- sotto i nomi falsi che Lei dà loro nei suoi romanzi, ha in mente delle persone ben precise? Voglio dire, c’è una persona vera dietro Horvatić e Bagarić e Babić?
      Horvatić, Bagarić e Babić, i personaggi negativi nei miei tre romanzi, assomigliano molto ad alcuni uomini politici in Croazia. Comunque, descrivendoli, non avevo in mente nessun uomo politico in particolare. Tuttavia alcuni fatti nel romanzo, specialmente nel primo, “Silenzio elettorale”, sono accaduti realmente. Le ragazzine minorenni dell’orfanotrofio di Osijek, la città in cui abito, sono state coinvolte in una catena di prostituzione, e fra i clienti c’erano alcuni uomini politici. Ne ho scritto in quanto giornalista. Purtroppo il crimine e la corruzione non sono rari fra i politici croati. Il fatto che l’ex primo ministro sia attualmente in prigione, e che alcuni ministri e parlamentari siano pure stati in prigione, ne è una conferma.
Osijek

In “Silenzio elettorale” il palcoscenico dell’azione era diviso tra Osijek e Zagabria, qui Lei allarga lo sfondo e c’è uno spostamento continuo tra Osijek e Belgrado, tra Croazia e Serbia. Ho la sensazione che Lei voglia dire qualcosa ai lettori- il legame fra le due nazioni è strano: i ricordi del passato sono stati sostituiti da nuovi interessi?
     Sì, la situazione è piuttosto paradossale. Anche se è passato un quarto di secolo dalla guerra, i rapporti politici tra la Croazia e la Serbia sono ancora molto tesi. Si potrebbe perfino dire che sono ostili. Ma la mafia di entrambi i paesi, invece, coopera molto bene. E la collaborazione è iniziata subito dopo la guerra. Le due mafie sono state le prime a stabilirla. E’ risaputo che alcuni noti membri della mafia serba avevano passaporti croati. Li comperavano nel consolato croato a Mostar, in Bosnia Erzegovina. Alcuni famosi criminali serbi si sono nascosti in Croazia. Anche se molti fatti nel romanzo sono frutto di invenzione, la loro collaborazione è reale.

Ci sono due filoni da seguire ne “Il segreto di Maša”. Uno è, per così dire, più privato perché riguarda i misfatti di un personaggio, il secondo ha un campo d’azione più ampio perché porta al traffico d’armi. Come sono collegati questi due filoni? E il traffico di droga è diventato meno importante di quello d’armi? 
      In apparenza queste due storie sono separate. Ma nel romanzo si fondono in una sola storia. L’ascesa politica di Ivan Horvatić (il personaggio negativo principale) sarà collegata al traffico d’armi. In questo commercio, quello del contrabbando di armi, sono molto spesso coinvolti uomini politici. Con le droghe ci vanno più piano. Ma il traffico d’armi non è meno redditizio di quello della droga. Il personaggio negativo principale del romanzo, Horvatić, raggiunge la posizione di Ministro degl Interni nel terzo libro della trilogia. Questo gli permette due cose: impedire un’inchiesta sui crimini da lui commessi e intraprendere il lavoro remunerativo del traffico d’armi. Una faccenda di contrabbando di armi lo porta in Ucraina dove accadranno delle cose che gli costeranno la carriera politica e lo faranno finire in prigione. In Croazia non sarebbe mai stato possible, neppure in un romanzo: chi può arrestare il Ministro degli Interni?
Belgrado

    La mafia serba e quella croata sembrano essere molto forti nei suoi romanzi. Stanno soppiantando la mafia italiana? Sono forse collegate anche alla mafia italiana? Si sono divise i campi di interesse?
      La mafia serba e quella croata non sono collegate solo nel mio romanzo. Lo sono anche, e strettamente, nella realtà. Non voglio sottostimare la mafia italiana, ma penso che i vostri criminali potrebbero imparare molto dai nostri. Nel romanzo non c’è alcuna cooperazione tra le mafie croata e serba e quella italiana, ma naturalmente ciò non significa che tale cooperazione non esista. Ho letto proprio adesso che il vostro ex ministro Giancarlo Galan lavava denaro in Croazia. I suoi soldi sono stati trovati in una banca croata. Se si facessero ricerche negli affari delle banche in Italia, chissà, forse verrebbe fuori che qualche ministro croato ha ripulito soldi in Italia. Forse Ivan Horvatić, perchè no?

Il sistema della ‘vostra’ mafia è lo stesso di quella italiana? Hanno gli stessi metodi?

   Sembra che le due mafie, la ‘vostra’ e la ‘nostra’, siano simili, perché sia in Italia sia in Croazia, a volte non è facile trovare la linea di separazione tra criminali e alcuni uomini politici. ‘La mafia classica’ è fuori moda. Il furto in banca vecchio stile è stato superato dai tempi. I metodi della ‘nuova’ mafia sono sofisticati. Perché affrontare i pericoli di una rapina classica a mano armata, quando ci sono dei metodi più facili ed efficaci? La politica apre le porte e la mafia entra. Senza sparare, senza morti, senza auto della polizia. Alla fine si condivide il bottino e sono tutti soddisfatti.


Nel romanzo sembra che la vita sia molto pericolosa per un giornalista di inchiesta. E’ questa la Sua esperienza personale? Ha avuto problemi da quando ha pubblicato i suoi romanzi?
      Sono stato per due volte sotto protezione della polizia, quando mi sono occupato di inchieste pericolose. Hanno giudicato che la mia vita fosse in pericolo a causa delle minacce che avevo ricevuto. Però non ho avuto problemi con la pubblicazione dei miei romanzi criminali. Se io avessi fatto il vero nome di Ivan Horvatić, l’uomo politico associato alla mafia, mi sarei potuto aspettare dei guai. Ma a chi interessa Ivan Horvatić, uomo politico di un romanzo, frutto della mia immaginazione? Forse qualcuno si è riconosciuto nei personaggi dei miei romanzi, forse i lettori hanno pensato: ehi, ma io so chi è quel Horvatić! Ma il vero Ivan Horvatić se ne starà zitto, naturalmente. Non dirà mai che Drago Hedl ha pensato a lui quando scriveva I suoi romanzi. I tipi come lui sono furbi. Più furbi di tutti noi.

Mi incuriosisce il titolo del terzo romanzo, “Pollo alla Kiev”, che- come mi ha detto nella intervista precedente- non ha nulla a che fare con una ricetta culinaria. Senza rivelare nulla, mi può dire in breve perché porta l’azione in Ucraina? Mi stuzzica l’idea di un altro scenario doppio.
Kiev
      All’inizio del romanzo “Pollo alla Kiev” c’è un momento in cui l’ispettore di polizia Vladimir Kovač e la sua collega e compagna Vesna Horak, esperta forense, si divertono a preparare un piatto chiamato Pollo alla Kiev. Naturalmente questo non è il motivo per cui ho intitolato il romanzo “Pollo alla Kiev”. Come ho già detto l’uomo politico Ivan Horvatić verrà a Kiev per incominciare un commercio di contrabbando d’armi con nuovi soci in Ucraina. Ma, come sappiamo dai due precedenti romanzi, ha un’ossessione per le ragazze giovani. Ne incontrerà alcune a Kiev. Mi spiace ma, a questo punto, non posso dire altro.

la recensione e l'intervista saranno pubblicate anche su www.stradanove.it
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sabato 13 aprile 2019

Drago Hedl, “Il segreto di Maša” ed. 2019


                                            Voci da mondi diversi. Penisola balcanica        
                                                       cento sfumature di giallo


Drago Hedl, “Il segreto di Maša”
Ed. Marsilio, trad. Estera Miočić, pagg. 276, Euro 17,00
    
     Osijek, capitale storica e culturale della Slavonia, quarta città della Croazia. Ci siamo già stati, nel precedente romanzo di Drago Hedl, “Silenzio elettorale”. Ricordiamo l’ispettore Vladimir Kovač e il suo ‘doppio’, il giovane giornalista d’inchiesta Stribor Kralj. L’ispettore incorruttibile e il giornalista che sfiora la morte nella sua passione per la verità. “Silenzio elettorale” era il primo di una trilogia di romanzi, una sorta di introduzione a quella che si rivela sempre più voler essere una denuncia, nascosta (e neppure tanto) sotto forma di romanzo, del sistema di corruzione malavitosa in tutte le sfere del potere.
    Un uomo, chiaramente con disturbi mentali, tiene d’occhio una bella ragazza bionda che corre ogni sera lungo l’argine del fiume.
    Vladimir Kovač riprende servizio dopo essere stato in pericolo di vita (gli avevano sparato durante l’indagine precedentemente in corso), ma il nuovo capo della polizia non se ne rallegra affatto.
   Stribor Kralj, che sta per diventare padre, vuole scoprire chi ci fosse dietro il suo rapimento quando cercava di appurare la ‘vera’ verità sulle ragazzine uccise (il caso di “Silenzio elettorale”)- le tracce lo portano a Belgrado e gli rivelano un grosso traffico d’armi.
    La bella ragazza bionda viene ritrovata morta. In apparenza è stata investita da un’auto mentre faceva jogging. Fin da subito né Kovač né Stribor credono a questa versione dei fatti.
    E c’è un nome che ritorna sempre, quello di Horvatić, l’uomo politico che era stato incriminato per l’assassinio delle due ragazze in “Silenzio elettorale” e che ora esce di prigione- recita la parte della vittima, Horvatić: è stato accusato ingiustamente (il suo avvocato è il padre di Maša, la jogger bionda), la sua candidatura alla carica di Ministro degli Interni è inamovibile (la gente dimentica in fretta, si sa), mentre l’avvocato punta alla nomina di Presidente della Corte Suprema.
Osijek
   E poi il voyeur, l’uomo a cui piaceva guardare Maša correre e che aveva iniziato a mandarle messaggi erotici sul cellulare, si impicca nella sua cucina. O meglio, viene trovato impiccato. Il colpevole è servito su un vassoio d’argento. Perché mai Kovač  si intestardisce a proseguire le indagini e va a interrogare un sacerdote a cui Maša  avrebbe confessato un segreto, ricattandolo con la minaccia di dar seguito ad un’inchiesta su presunte molestie in sacrestia da parte dell’anziano sacerdote su minori?
     Lo stile di Drago Hedl è asciutto, quasi semplice- si è tentati di darne la colpa alla traduzione o alla diversità della lingua. Ma questo è lo stile del giornalista più che del romanziere, e in tutto il libro si avverte l’urgenza di voler dire qualcosa, di denunciare, di puntare il dito contro la collusione fra uomini politici, magistrati e polizia, di smascherare chi si nasconde dietro l’immunità parlamentare, di mettere in guardia dai sodalizi delle mafie serbe e croate, dal nuovo redditizio traffico d’armi che sta sostituendo o affiancando quello di droga e di essere umani.
Belgrado
     Se la scena d’azione di “Silenzio elettorale” si alternava tra Osijek e Zagabria, qui si sposta tra Osijek e Belgrado- ancora un contrasto, ancora un doppio, con fantasmi della guerra che zoppicano sulla gamba sola di Badža Millepiedi, il boss che fornisce informazioni sull’impresa ‘di facciata e rifinitura’ (splendida perifrasi) che si è occupata del rapimento di Stribor.
     Pensiamo sempre più a “Millennium” del peraltro insuperabile Stieg Larsson, leggendo “Il segreto di Maša”. Stieg Larsson a cui, tuttavia, lo scrittore croato non vuole essere paragonato (come mi ha detto nell’intervista del 2017)- Drago Hedl non ci tiene a morire giovane come l’autore della trilogia svedese. “Il segreto di Maša” termina lasciando molte questioni in sospeso: attendiamo con ansia e curiosità il terzo libro della serie. Quelli di Drago Hedl non sono thriller banali, non possono neppure definirsi propriamente thriller, né semplicemente polizieschi. Sono romanzi-inchiesta, romanzi-denuncia. Per aprirci gli occhi.

la recensione, come l'intervista che seguirà a breve, sarà pubblicata su www.stradanove.it

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troverete la recensione di "Silenzio elettorale" (e l'intervista allo scrittore) sotto l'etichetta "Voci da mondi diversi. Penisola balcanica" in data 5 e 6/11/2017


    

mercoledì 10 aprile 2019

Ayelet Gundar-Goshen, “Bugiarda” ed. 2019


                                                      Voci da mondi diversi. Israele


Ayelet Gundar-Goshen, “Bugiarda”
Ed. Giuntina, trad. Raffaella Scardi, pagg. 257, Euro 17,00


       “Bugiarda”, ovvero la banalità della menzogna. Forse la primissima bugia era stata quella dei genitori che avevano dato il nome di Nufar alla bimba appena nata. Avrebbe mantenuto la promessa di quel nome che significa ‘ninfea’ e include la bellezza in sé? No, Nufar non era propriamente bella. Non lo era accanto alla sorella minore Maya con cui non poteva assolutamente competere. E non c’è niente di peggio, a diciassette anni, di sentirsi trasparente, di non far parte di nessun gruppo a scuola, di essere stata abbandonata perfino dalla compagna di banco di sempre.
Quando il cantante una volta famoso ed ora sul viale del tramonto entra nella gelateria dove Nufar lavora nelle ore libere e sfoga su di lei la sua frustrazione insultandola con parole offensive e ingiuriose, Nufar abbandona il banco dei gelati e fugge nel cortile sul retro urlando. Si raduna della gente attorno a lei. Arriva la polizia. Che cosa è successo? L’ha molestata, quell’uomo? E’ quello che tutti danno per scontato, in una situazione del genere. Risponde di sì, Nufar? Fa un cenno affermativo con la testa? In quel momento, per lei, le parole crudeli e immotivate dell’ex cantante famoso equivalgono ad uno stupro. E’ fatta. La menzogna farà il suo corso.
Nufar non può neppure immaginare dove la porterà. Da una parte otterrà finalmente l’attenzione che non ha mai avuto- servizi televisivi, campagne contro la violenza sulle donne, il suo viso diventerà noto in tutto il paese, i compagni di scuola la ricolmeranno di attenzioni. Dall’altra parte, a mano a mano che la situazione le sfugge di mano e si profila all’orizzonte una sentenza di cinque anni di prigione per il cantante (che cerca di suicidarsi), Nufar è dilaniata dai sensi di colpa. Prova anche a ritrattare, ma la sovrintendente del corpo di polizia la fraintende, la rassicura, la rimanda a casa. E poi c’è qualcuno che sa, che ha visto che non è successo niente. Uno è Lavì Maimon (eccone un altro con un nome menzognero il cui significato, ‘leoncino’, non si addice affatto al pavido ed esile Lavì) che approfitta di quello che ha visto per ricattare Nufar- ma alla timida Nufar non dispiace essere forzata ad accettare di diventare la sua ragazza. L’altro è un mendicante, finto sordomuto, che si mette a biascicare ‘non è successo’ all’angolo dell’edificio degli uffici della polizia, ma chi dà retta a quest’uomo che vive su una perenne menzogna?

     La banalità della menzogna- pensiamo a queste parole che potrebbero essere il sottotitolo del bel nuovo romanzo della scrittrice israeliana Ayelet Gundar-Goshen. Perché, mentre si ingigantisce, con effetto valanga, la conseguenza della bugia di Nufar, tanti altri episodi minori nella vita di altri personaggi portano alla luce bugie quotidiane di cui è intessuta la vita di ognuno. Dall’anziana Raymonde che resta invischiata in un malinteso, si spaccia per l’amica ormai defunta che era sopravvissuta alla Shoah e parla in sua vece senza essere mai stata internata a Theresienstadt, alla mamma di Nufar che darà il massimo dei voti ad uno studente per non dovergli dire che ha macchiato di caffè il suo compito. Da Levì che dice al padre che va a fare il test di selezione per i corpi speciali e invece passa quei giorni su una spiaggia, al padre di Nufar che giustifica con un ingorgo di traffico il ritardo con cui si presenteranno al corpo di polizia. E altre bugie ancora, disseminate come tanti sassolini lungo il romanzo, come nella nostra vita quotidiana. Più o meno grandi, più o meno nocive o innocue, più o meno coloriture del vero. Non ci facciamo neppure più caso, per lo più vogliamo credere che siano ‘white lies’, che non danneggino nessuno, però sono lì e, a volte, ci costringono a dirne altre. Alzi la mano chi non ha mai mentito.
     “Bugiarda” non è un’apologia della menzogna: il finale, per quanto sbrigativo, parla chiaro.

la scrittrice sarà presente al Salone del Libro di Torino e presenterà "Bugiarda" al Teatro Parenti di Milano il 13 maggio alle h.20

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