martedì 31 maggio 2016

Incidente






  Abbiate pazienza. Le mie letture proseguono di corsa, ma la scrittura al computer e l'aggiornamento sul blog seguono il passo delle stampelle

lunedì 30 maggio 2016

Kate Atkinson, “Un dio in rovina” ed. 2016

                      Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
     la Storia nel romanzo
     FRESCO DI LETTURA

Kate Atkinson, “Un dio in rovina”
Ed. Nord, trad. Alessandro Storti, pagg. 456, Euro 18,60, Ebook Euro 9,99


      E’ Edward Todd il protagonista, il ‘dio in rovina’ del titolo del nuovo romanzo di Kate Atkinson, l’Icaro che precipita perché si è avvicinato troppo al sole con le sue ali di cera, il pilota della RAF uscito in 70 missioni durante la seconda guerra mondiale, rispettato e ammirato da tutti. In una di quelle fatali lettere che ogni aviere lasciava nell’armadietto, da essere spedite in caso di non ritorno, un uomo dell’equipaggio dell’aereo di Teddy scriveva alla fidanzata incinta di chiamare Edward il bambino che fosse nato, perché il suo comandante era la persona più brava che avesse mai conosciuto. Eppure, quando Edward/Teddy lo aveva saputo, quando si era messo a piangere dopo aver comunicato la notizia della morte alla madre e alla fidanzata del compagno, aveva anche pensato che se il povero Vic fosse vissuto più a lungo avrebbe di certo conosciuto qualcuno migliore di lui. E’ già tutto qui, il carattere di questo personaggio, l’uomo medio buono che non sa di esserlo perché la bontà e la correttezza e l’onestà sono nella sua natura e non potrebbe essere altrimenti. Forse manca di fuoco, forse è incapace di grandi passioni, ma l’affidabilità, il senso di sicurezza  che emana da lui, il calore dell’affetto con cui sa avvolgere chi gli sta vicino- la moglie, la figlia Viola, i nipotini, le sorelle, i compagni di volo- valgono ben di più di qualunque fiammata.

     “Un dio in rovina” è un romanzo ambizioso. E’ un romanzo splendido. C’è dentro tutta la storia del ‘900 attraverso quattro generazioni di Todd, ma è soprattutto la seconda guerra mondiale che interessa la scrittrice- con un’altra prospettiva, con il personaggio di Ursula, sorella di Teddy, che viveva parecchie vite in mondi paralleli, Kate Atkinson ne aveva già parlato nel romanzo precedente, “Vita dopo vita”. C’è una sola vita per Teddy, e appesa a due ali di un bombardiere- si calcola che solo uno su dieci piloti sia sopravvissuto nel corso della guerra. E la narrativa si sposta avanti e indietro, a volte si interrompe in momenti drammatici, quando avvertiamo che stiamo per avere una rivelazione- come quando Teddy è convinto che la moglie lo tradisca perché non sa come altrimenti giustificare le menzogne sui suoi allontanamenti da casa, ma dovremo aspettare parecchio prima di apprendere quella che sospettiamo sia la verità-,
a volte troviamo frammenti di vita lontani nel tempo- un episodio dell’infanzia di Teddy, nel 1925- accostati ad altri di un tempo diverso, il 1980, ad esempio, con Viola, l’unica figlia di Teddy che è andata a vivere in una comune, per ritornare poi agli anni di guerra, il 1940, il 1941, fino al bombardamento di Norimberga nel 1944 quando la contraerea tedesca decimò le forze alleate, proseguire oltre, mentre il mondo riacquista i suoi colori con la pace, Teddy si sposa, scrive articoli sulla natura per un giornale, sta vicino alla moglie fino all’ultimo istante con un amore che va al di là di qualunque parola. E, sempre a frammenti, sappiamo della ribellione di Viola (pessima figlia, pessima madre, e meno male che c’è un nonno che interviene- ma che cosa ha reso così sgradevole Viola?), di Viola che, a sorpresa, diventa scrittrice, di Teddy che invecchia in un ricovero per anziani, tra le frasi acide della figlia e quelle amorevoli della nipote.
bombardamento di Amburgo

   La frammentarietà del tempo permette a Kate Atkinson di svelarci i personaggi a poco a poco, di costruirli aggiungendo tessera a tessera, colmando gli spazi vuoti della memoria, facendo balenare un lampo di futuro su cui ritornerà più avanti, completando il presente dell’azione di Teddy con una rivisitazione di quanto è successo- non ha mai pensato, mentre fumo nero e fiamme si alzavano dalle città tedesche, che le vittime erano anche donne e bambini? Teddy non ha ripensamenti del genere: ha fatto quello che era giusto nel momento in cui lo faceva, per fermare un Male dilagante, ripromettendosi di dare il meglio di sé ‘dopo’. Promessa mantenuta.

     Non posso dire nulla sulla fine del romanzo. Tranne che è un colpo di scena sconvolgente che è difficile accettare. 

la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.net


sabato 28 maggio 2016

Veit Heinichen, “Nessuno da solo” ed. 2011

                                                          Voci da mondi diversi. Area germanica
                 cento sfumature di giallo
                 il libro ritrovato


Veit Heinichen, “Nessuno da solo”
Ed. e/o, trad. Silvia Montis, pagg. 369, Euro 18,50
Titolo originale: Keine Frage des Geschmacks

“Perché si agita tanto, Miriam? Corruzione e potere vanno a braccetto. Ovviamente il nostro premier è un megalomane, ed è il primo a corrompere se stesso, ma d’altro canto non c’è nessuno in grado di fermarlo. La sinistra è un gruppuscolo ormai passato di moda, diviso, sempre impegnato a litigare, che abolirebbe il popolo seduta stante, tanto ne ha paura. L’opposizione viene tutt’al più dalle stesse fila della maggioranza e dal Vaticano. E questo non è normale.”

       Un produttore cinematografico tedesco muore nel mare di Trieste. Era ospite sul lussuoso yacht di un ricco imprenditore dai molti traffici. Dei sacchi di un caffè che costa più di mille euro al chilo vengono rubati da un’importante torrefazione. Una parlamentare inglese riceve per posta delle foto in cui è ritratta insieme ad un aitante giovane a Grado. Inutile dire che i due non stanno sorseggiando una tazza di tè: è un ricatto.
     “Nessuno da solo”, la trama del nuovo romanzo di Veit Heinichen, lo scrittore tedesco che da anni vive a Trieste, parte da questi tre crimini. Il commissario Proteo Laurenti è al centro della scena; il suo aiuto, la piccola ispettrice calabrese Pina Cardareto, questa volta ha un ruolo marginale; la segretaria Marietta, di solito così avvenente e abbigliata in maniera provocante, è stranamente sciatta e svogliata. In compenso c’è un altro personaggio femminile che attrae la nostra attenzione: la giornalista etiope Miriam, arrivata da Londra con il pretesto di un servizio su Trieste come ‘capitale del caffè’, mentre in realtà sta cercando l’uomo che compare nelle foto roventi insieme alla sua amica a cui ha peraltro suggerito subito un contrattacco- far divulgare le foto dai giornali dopo averle ‘ritoccate’ e accusare l’italiano di aver eseguito un fotomontaggio. Intanto si sa come vanno le cose in Italia…

    Non è solo una lettura da intrattenimento, il romanzo di Veit Heinichen. E’ un ritratto tra il sardonico e l’ironico dell’Italia dei tempi in cui viviamo. Un romanzo graffiante in cui, come in un gioco di specchi, i comportamenti di chi ci governa vengono riprodotti in più di un personaggio, gli scandali che occupano le prime pagine dei giornali affiorano in riferimenti imitativi, lo stesso elemento della trama imperniato sulle fotografie vere e contraffatte viene usato per mostrare due facce della stessa medaglia- come l’opinione pubblica possa essere manipolata e condizionata. L’economia italiana- le ricchezze accumulate con metodi disinvolti, le truffe e i furti in un paese che, citando un recente intervento del nostro premier, non è in crisi-, la corruzione che si dà per scontata, l’assoluta mancanza di morale in ogni campo: tutto questo è nel mirino dello scrittore tedesco. Non si salva nessuno, in questo romanzo di Veit Heinichen. Lasciamo da parte i personaggi direttamente coinvolti nei crimini e osserviamo come è cambiato il commissario protagonista della serie. Proteo Laurenti aveva già avuto una storia d’amore con il sostituto procuratore di Pola, ma era una relazione a distanza che non incideva poi tanto sulla sua vita coniugale. Ora, però, è innamorato del suo medico curante, una ragazza che ha l’età delle sue figlie. Cerca di evitare di incontrarla nei luoghi in cui può imbattersi in qualcuno che conosce, ma Trieste è piccola, il pettegolezzo è sulla bocca di tutti, perfino Marietta, perfino il vecchio medico legale Galvano lanciano frecciate. E compaiono foto compromettenti anche di Proteo e della sua fiamma…Ma dopotutto, se ci sono ragazzine che chiamano ‘papi’ Berlusconi, perché no?
Anche la moglie di Laurenti ha un’avventura: tutte quelle cene fuori, e la vacanza in mare con le amiche…Altro che amica a fare lo skipper! Non è finita. La figlia Patrizia amoreggia con un giovane che non è il padre della sua bambina di quattro mesi…
Quanto alla giornalista etiope Miriam, il suo personaggio dà allo scrittore la possibilità di introdurre altri temi di attualità- il razzismo degli italiani che è esploso con l’invasione degli extracomunitari e l’alterazione del passato coloniale. Perché non è vero che gli italiani siano sempre stati ‘brava gente’. Non è vero che sia stata una fortuna per Etiopia e Somalia essere state occupate dagli italiani. E le repressioni violente, e i gas tossici?

     Ogni volta che leggo un romanzo ‘giallo’ di Veit Heinichen mi viene da pensare che sia necessario uno scrittore straniero per svelare il lato oscuro dell’Italia. Che ci voglia un occhio esterno per una maggiore obiettività, per un distacco più equo. E apprezzo il coraggio di Veit Heinichen che sembra avere un atteggiamento del tutto diverso da Donna Leon, la scrittrice americana che ambienta i suoi romanzi a Venezia e che ha un protagonista che, per certi versi, assomiglia a Proteo Laurenti. Donna Leon dice di non volere che i suoi libri siano tradotti in italiano per timore di offendere il paese che la ospita. Possiamo dubitare, tuttavia, che abbia timore di esporsi- paura che Veit Heinichen non ha. Non c’è malanimo, nelle denunce di Heinichen. Piuttosto il dispiacere nel riscontrare gli aspetti negativi di un paese che- lo avvertiamo- ama e che vorrebbe migliore.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it



   

venerdì 27 maggio 2016

Maggie O’Farrell, “Il tuo posto è qui” ed. 2016

                                   Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
         love story
         FRESCO DI LETTURA


Maggie O’Farrell, “Il tuo posto è qui”
Ed. Guanda, trad. S. De Franco, pagg. 401, Euro 20,00


      Quando si legge tanto, si sente il bisogno di variare il genere di lettura e non c’è niente di meglio che una storia d’amore per ridare colori al mondo dopo aver terminato un romanzo duro, una storia di crimini che non lascia spazio a sentimenti che non siano di vendetta o di rivalsa, un romanzo che ha solo il colore del sangue. Ero pronta a lasciarmi conquistare da Maggie O’Farrell, pur con la solita punta di ansia che mi coglie quando incomincio un nuovo libro di un autore che amo- mi deluderà? riuscirà a ‘reggere’ il paragone con gli altri che ho già letto?
    “Il tuo posto è qui” non segue una cronologia lineare, la storia- o le varie storie- si alterna tra presente e vari strati di passato, per l’uno o per l’altra dei due protagonisti che si incontrano in una maniera così casuale che, quando succede nella realtà, si dice ‘come in un romanzo’: ad un incrocio nel Donegal, la regione più selvaggia e scarsamente abitata dell’Irlanda.
Claudette e il suo bambino hanno trovato lì ‘santuario’, un rifugio per nascondersi dal mondo, dalla celebrità che soffocava la vita di Claudette, attrice e regista. Daniel Sullivan, professore di linguistica di New York, un storia d’amore giovanile terminata drammaticamente alle spalle, un matrimonio finito male e due figli che l’ex moglie gli impedisce di vedere. Peccato, perché Daniel è straordinario con i bambini- lo era con i suoi (il maschietto soffriva di eczema), lo è con il bimbo balbuziente di Claudette, lo sarà con i due figli che avrà da Claudette. Daniel è comunque un personaggio straordinario che amiamo nella sua fallibilità, nella sua onestà con se stesso, nel suo riconoscere le sue colpe. Quello di Daniel e Claudette è un grande amore, irto di difficoltà perché neppure Claudette ha un carattere facile, perché il passato ritorna, perché Daniel si deve conquistare con umiltà la comprensione e il perdono, perché ognuno dei due deve percorrere un cammino di conoscenza. E’ per quello che la scena del romanzo cambia spesso, ad un cammino interiore corrisponde- erraticamente- un cammino in luoghi diversi. Svezia, India, New York, California, Irlanda, lo spettacolare Salar de Uyuni in Bolivia, il deserto di sale dove una conoscenza occasionale suggerisce a Daniel quello che deve fare per riconquistare Claudette. I personaggi di Maggie O’Farrell ci piacciono perché non sono perfetti, perché ognuno di loro ha una crepa, l’alcolismo di Daniel, il tomentoso eczema di Niall, la balbuzie di Ari, perfino l’arrogante sicurezza di Claudette è un difetto. E allora li sentiamo vicini.
Salar de Uyuni

     Non cambiano solo i luoghi ma anche i punti di vista, nel romanzo di Maggie O’Farrell. Passiamo dall’uno all’altro, di capitolo in capitolo, senza mai smarrirci o perdere il filo, apprezzando l’umanità e l’empatia che la scrittrice mostra verso i personaggi, ascoltando le voci dei bambini, soffrendo con Daniel, sorridendo delle stravaganze di Claudette, godendo dell’eleganza della scrittura, del lieve umorismo, della perfezione delle frasi. C’è una lezione finale di vita che impariamo in questa storia di un amore imperfetto, di due persone che hanno molto sofferto, che hanno rischiato di soccombere sotto i sensi di colpa, che hanno lottato per restare a galla, che si separano e tornano insieme perché solo insieme riescono a dare un senso alla vita. Ed è che “Dobbiamo puntare avanti, smetterla di inseguire quello che non possiamo avere o abbiamo perduto”.

    E no, il nuovo romanzo di Maggie O’Farrell non ha deluso le mie aspettative.

la recensione è pubblicata su www.stradanove.net


giovedì 26 maggio 2016

Veit Heinichen, “La calma del più forte” ed. 2009

                                                      Voci da mondi diversi. Area germanica
             cento sfumature di giallo
             il libro ritrovato


Veit Heinichen, “La calma del più forte”
Ed. e/o, trad. Silvia Montis, pagg. 329, Euro 18,00

   E’ un vero peccato non poter dire che Veit Heinichen è uno dei migliori giallisti italiani. Semplicemente perché, nonostante Herr Heinichen viva ormai da moltissimi anni a Trieste, nonostante che i suoi libri siano tutti ambientati in questa città, che abbiano a che fare con gli svariati crimini della società italiana e che i personaggi siano italiani, resta il fatto che Veit Heinichen è tedesco. Potremmo allora dire che Veit Heinichen è uno dei migliori scrittori di gialli, o noir che dir si voglia, che hanno a che fare con il mondo del crimine italiano proprio perché non è italiano, il che gli facilita un punto di vista più distaccato e obiettivo, una libertà di affondo senza alcuna remore, un coraggio che non è da tutti nel fare nomi e nel denunciare traffici eccellenti.
     Il nuovo romanzo, “La calma del più forte”, si apre con una scena insolita che diventerà metaforica per quanto accadrà più tardi: Pina Cardareto, la piccola ispettrice calabrese di stanza a Trieste da tre anni, viene aggredita da un pitbull durante il quotidiano allenamento in bicicletta. Pina zoppicherà per tutta la durata della vicenda; del cane apprenderemo il nome e la storia in capitoli in corsivo in cui la finzione narrativa esige che sia lui stesso a raccontare la sua vita da cani. Perché è lui, il cane Argo, la vittima rappresentativa di tutte le vittime. Argo che si chiama come il fedele cane che riconosce Ulisse dopo la lunga assenza e che viene addestrato per diventare un cane da combattimento, dopato, sottoposto ad un trattamento di una crudeltà indicibile, senza possibilità alcuna di reagire. Non occorre essere un animalista per indignarsi, per sentirci in qualche modo tutti colpevoli della sua fine.

E’ il dicembre del 2007, aria di Natale, aria di bora a Trieste, aria di esultanza perché il 20 di dicembre, entrando in vigore l’accordo di Schengen, cadranno le frontiere tra Italia e Slovenia. Ci sono segnali di allarme (e il combattimento illegale dei cani serve da accompagnamento), manifesti con la scritta ISTRIA LIBERA. DALMAZIA NOSTRA e- come nelle locandine che appaiono nei film sul Far West, con il volto del Ricercato di turno- il viso raffigurato è quello di un uomo d’affari molto noto che viene minacciato di morte. Nessuno viene mai minacciato di morte per niente: l’affascinante Goran Newman, che abita poco al di là della frontiera in una splendida casa isolata e super-sorvegliata, che indossa sempre sottili guanti grigi che si fa arrivare da Londra, che si fa chiamare Duke come il famoso jazzista, è tra gli speculatori finanziari che hanno portato avanti la criminosa politica di nuova colonizzazione di cui il suo stesso figlio lo accusa. La terra sulla costa croata viene venduta a prezzi irrisori, espropriando legalmente la popolazione che viene cacciata nell’interno. E lì, in riva al mare, sorgono complessi alberghieri che favoriranno il turismo, certo, ma com’è che non c’è nessun comune cittadino croato a trarre profitto da tutto ciò? Mentre scoppiano in cielo i fuochi d’artificio per festeggiare lo storico evento, solo un orecchio più fine potrebbe distinguere altri botti…


    La piacevolezza dei romanzi di Veit Heinichen deriva dall’equilibrio tra tensione e placidità e tra pubblico e privato, il tutto insaporito dal colore locale di ricette e vini e illuminato dal colore dell’aria della città che una volta era il porto asburgico sull’Adriatico. Le trame di Veit Heinichen traggono sempre spunto da avvenimenti veri- scandali, fatti di cronaca, traffici illeciti di ogni tipo- ed è come se lo scrittore ci costringesse a prendere atto che i crimini di cui parla si svolgono sotto i nostri occhi, ingenui, incuranti, benpensanti. E tuttavia il brivido d’indignazione suscitato nel lettore viene volutamente attenuato (all’italiana?) dall’atmosfera domestica intorno al commissario Proteo Laurenti, che si preoccupa per il figlio Marco che si fa le canne e per la figlia prediletta che è incinta, che ha ancora un guizzo di rimpianto per una storia d’amore extraconiugale ormai finita, che occhieggia sorridendo i bottoni slacciati della camicetta della segretaria. E poi c’è l’ombrina con tartufo bianco d’Istria, ci sono le bistecche d’orso (certamente non sono tra i piatti prediletti da Montalbano), le salsicce di cui arriva il profumo anche al lettore- ci viene il dubbio che forse Veit Heinichen abbia scelto Trieste come sua dimora perché è un gourmet.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


mercoledì 25 maggio 2016

Veit Heinichen, “Danza macabra” ed. 2008

                                                   Voci da mondi diversi. Area germanica
                  cento sfumature di giallo
                   il libro ritrovato

Veit Heinichen, “Danza macabra”
Ed. e/o, trad. Maria Paola Romeo ed Elena Tonazzo, pagg. 296, Euro 17,00
Titolo originale: Totentanz


Accarezzò la canna quasi con tenerezza, si posizionò sulla piazzola, diede uno sguardo al telemetro e regolò l’arma. “Questo fucile di precisione cambierà il modo di fare la guerra. Leggero da trasportare, veloce da montare e rapido da caricare, maneggevole, preciso e con un silenziatore così potente che sparare fa meno rumore che stappare una bottiglia di champagne”.

   Si legge di volata il quinto episodio della serie che ha per protagonista il commissario Proteo Laurenti. Il titolo del nuovo romanzo dello scrittore tedesco Veit Heinichen che vive a Trieste è “Danza macabra” e ben si addice al balletto di morte delle pagine finali, collegandolo con l’affresco medievale della chiesetta di Hrastovlje che Laurenti visita all’inizio. Così come suggestiva è la copertina del libro, con quello che forse è il più famoso tram d’Italia che si arrampica sulle colline carsiche fino all’abitato di Opicina- scenario di ben due momenti chiave e mozzafiato del romanzo.

    L’avvio della vicenda è piacevolmente lento e, come negli altri libri della serie, i problemi personali e famigliari di Proteo si mescolano a quelli del suo lavoro. Il fatto che la sua amante di oltreconfine, il sostituto procuratore di Pola Živa Ravno, gli dica, proprio dopo aver visto la “Danza macabra” di Hrastovlje, che ha deciso di mettere fine alla loro relazione, non mette certamente di buon umore Proteo Laurenti. Che si trova ad affrontare parecchi casi tutti insieme- e qui sta, da un certo punto di vista, la parziale debolezza del romanzo. Perché, se è vero che la quotidianità è sfaccettata, c’è tuttavia rischio di dispersione nel portare avanti parecchie tracce in un romanzo di indagine poliziesca. E infatti, anche in “Danza macabra”, ne viene approfondita solo una e la conclusione ha il sentore di una resa dei conti personale.
C’è la questione degli immigrati clandestini e del lavoro nero, per cui Laurenti si apposta in piazza Garibaldi, sorprende un tizio che si sta facendo pagare il pizzo e viene malmenato da uno scimmione di uomo con l’alito micidiale. C’è un non ben definito spionaggio industriale nel centro di ricerca scientifico che porta all’assassinio del custode Damian Babič. C’è il caso della giornalista ridotta in coma a colpi di stoccafisso (e noi lettori sappiamo di lei molto di più di quanto pare ne riesca a scoprire Laurenti). Quello di molestie nei confronti dell’ispettrice Pina Cardareto, piccola di statura, molto ambiziosa, ottima disegnatrice di fumetti. E infine- riflettori accesi sul caso più importante: riappaiono in scena i fratelli Drakič ed è subito chiaro che non potranno restare tutti e tre sul palcoscenico alla fine, Tatjana e Viktor e Proteo.
Ci sono dei criminali che, a meno che non muoiano, risorgono sempre dalle ceneri. E si sono fatti ancora più scaltri e agguerriti. Viktor Drakič gestisce i suoi affari da un isolotto al largo della costa croata, una sorta di Napoleone che trae enormi profitti dal traffico di esseri umani, droga, armi e (tempismo eccezionale nella scelta dell’argomento da parte di Veit Heinichen) smaltimento dei rifiuti, tossici e non. Con l’aiuto della sorella che ha cambiato il nome in Petra Piskera insieme ai connotati fisici (opera di chirurghi che però non hanno pensato alle impronte digitali) e svolge ufficialmente funzione di console di un piccolo e sconosciuto stato dell’Europa dell’Est.
 I ballerini della danza della morte sono dunque i due fratelli e Proteo in quella che diventa, nella seconda parte del romanzo, una lotta personale supportata da una parte dagli scagnozzi di Viktor (con un’arma fabbricata in Svizzera di cui ci sono solo tre esemplari e che permette di colpire l’obiettivo a enorme distanza- altra goccia in questa ricca trama), e dall’altra dalla minuscola e intraprendente Pina e dal bisbetico ma sempre efficiente dottor Galvano.


    Si trema per la sorte di Proteo, ci si indigna per il tentato stupro a sua moglie, si ride con Galvano. Si gode, con un piacere squisito, degli scorci di mare e di vigneti e di altopiano carsico. Si gustano piatti di pesce e si sorseggia buon vino. E…riuscite a immaginare la velocità di un’auto in fuga lungo le rotaie del tram che scende da Opicina? bene, è quella del romanzo.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


lunedì 23 maggio 2016

Peter Terrin, “Montecarlo” ed. 2016

                                                        vento del Nord
       FRESCO DI LETTURA

Peter Terrin, “Montecarlo”
Ed. Iperborea, trad. Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo, pagg. 179, Euro 16,00

     Il fuoco non è ancora fuoco. Non proprio. Non può essere ambientato che a Montecarlo, sul circuito dove si svolgono ogni anno le gare di Formula 1, il romanzo dello scrittore belga di lingua olandese Peter Terrin che si intitola “Montecarlo”. E le parole con cui incomincia ci annunciano subito la tragedia che accadrà. Possiamo solo sperare che, se avviene all’inizio, non sia fatale- come si costruirebbe un romanzo, altrimenti?
     Il piccolo (perché destinato a non essere conosciuto) eroe della vicenda è un giovane e timido meccanico della Lotus, Jack Preston, con la passione dei motori e una certa ambizione, nonché capacità, di fare carriera. Fa molto caldo a Montecarlo, quel maggio 1968. L’aria è carica di aspettative e di esultanza: la gara, l’eccitazione del rombo dei bolidi sulla strada, il principe e la principessa di Monaco che sono tra gli spettatori, l’attrice Deedee, più attesa, più ricercata con lo sguardo della stessa coppia principesca.
Perché la principessa ha un impareggiabile fascino regale, ma Deedee! Jack Preston sogna di vedere Deedee da vicino, con il suo adorabile broncio, i capelli che deve scostare dagli occhi, il corpo da dea. E la vede. Possibile che Deedee stia guardando proprio lui? che si diriga verso di lui? No, Deedee sta cercando di evitare i giornalisti per raggiungere i principi, passandogli accanto. In quel momento la fiammata. Jack Preston agisce di istinto, copre con il suo corpo la giovane attrice che viene poi trascinata via dalla guardia del corpo. Jack Preston finisce in ospedale con gravi ustioni.
    Questi sono i fatti- dopo succede pochissimo, la lunga degenza di Jack, il ritorno in Inghilterra, l’indignazione nello scoprire come i giornali abbiano scritto dell’incidente (la guardia del corpo avrebbe salvato l’attrice, Jack Preston non viene neppure citato), l’attesa. Perché da adesso incomincia la lunga attesa di Jack Preston per un riconoscimento di quello che ha fatto. Ha salvato la vita a Deedee, lei lo sa bene, sul suo corpo ci sono le cicatrici delle ustioni che avrebbero potuto essere sul corpo di lei, è logico aspettarsi che lei gli scriva, che trovi il modo per ringraziarlo. Lo farà forse pubblicamente, durante un’apparizione televisiva? Jack, con i sogni di carriera infranti, vive per quello.
E il romanzo, in maniera incisiva e sottile, esplora quello spazio indefinito tra realtà e aspettative, tra realtà e immaginazione, tra il nostro essere e l’apparire. Quando Jack ritorna a casa, ad Aldstead, viene accolto come un eroe. Poi una voce maligna avanza un dubbio. E le voci corrono veloci tra un boccale e l’altro in un pub. Guarda Jack, non guarda Jack, Deedee (somigliante a Brigitte Bardot, la famosa BB) dallo schermo televisivo? In un mondo in cui il valore è decretato dalla fama, Jack Preston vorrebbe la sua parte, per quanto piccola. La moglie, che ora è più affettuosa che mai, è un debole surrogato per Deedee. Tuttavia, lentamente e noi lettori non potremmo neppure spiegare come accada, anche noi siamo contagiati dal dubbio di che cosa sia avvenuto veramente in quella scena che, come fosse la pellicola di un film, continua a girare nella mente di Jack Preston. Fino alla fine, inattesa- oppure no?-, anche questa sfumata ad arte, anche questa lasciata in parte a noi da ricostruire.
    Veloce come un’auto da corsa, profondo con leggerezza, triste come un sogno infranto.



      

domenica 22 maggio 2016

Veit Heinichen, “A ciascuno la sua morte” ed. 2006

                                              Voci da mondi diversi. Area germanica
               cento sfumature di giallo
                il libro ritrovato

Veit Heinichen, “A ciascuno la sua morte”
Ed. e/o, trad. Valentina Tortelli, pagg. 306, Euro 16,00

   “A ciascuno la sua morte” è il terzo romanzo dello scrittore tedesco Veit Heinichen che vive a Trieste e che ha creato il personaggio del commissario Proteo Laurenti. Terzo romanzo pubblicato ma il primo della serie, con la possibilità quindi di sapere di più sulle origini e sulla vita privata di Proteo, con uno sguardo sul “prima” degli altri due libri (“I morti del Carso” e “Morte in lista d’attesa”).
    Ad iniziare dal suo nome, oggetto di scherzi da parte del figlio e che però acquista un significato metaforico, perché il proteus anguinus laurentii è l’animaletto senza occhi che vive nelle grotte del Carso, come a dire di Proteo che indaga sotto la superficie azzurrina e sonnolenta di Trieste.  Veniamo anche a sapere di come Proteo ha conosciuto sua moglie, poco dopo essere stato mandato a Trieste dal Sud, lo seguiamo in una gita a San Daniele per festeggiare gli 80 anni della suocera, insieme alla madre, arrivata da Salerno e tutta vestita di nero, e ai tre figli. Perché Proteo Laurenti, a differenza di Montalbano e di altri ispettori del romanzo poliziesco nostrano, è l’uomo medio italiano, attaccato ai valori tradizionali, alla famiglia prima di tutto (osserviamo per inciso che è singolare che l’unico altro commissario sposato e con figli, di cui vediamo quindi lo sdoppiamento del ruolo, sia il Guido Brunetti di Donna Leon, un’altra scrittrice straniera che vive in Italia e ambienta tutti i suoi gialli a Venezia). Proteo reagisce come qualunque padre della sua cultura e della sua generazione davanti alla notizia che la figlia primogenita concorre per il titolo di Miss Trieste, rimprovera il figlio che si è dimenticato di rinnovare l’assicurazione del motorino, resta basito nel vedere la sua foto accanto a una prostituta sui giornali (brutto colpo, quella foto di sorpresa- chi ci crede che era un interrogatorio di lavoro?).
     Detto questo per caratterizzare il personaggio di Proteo Laurenti (uno dei più amabili sulla scena letteraria), c’è qualcos’altro che collega “A ciascuno la sua morte” con gli altri due romanzi di Veit Heinichen: il tipo di crimini che Laurenti indaga e che hanno molto a che fare con la locazione geografica della città. Trieste è una città di confine, crocevia di rotte diverse, con frontiere di terra e di mare: una volta per Trieste passava il contrabbando di sigarette, o del pescato, più di recente il commercio di organi (vedi “Morte in lista d’attesa”); in questo romanzo il problema scottante e molto doloroso è il commercio degli esseri umani, il traffico dell’immigrazione clandestina, sia di mano d’opera sia di donne che vengono avviate alla prostituzione.
Proteo Laurenzi (George Goetz) sullo schermo

     La trama gialla del romanzo è agile e scattante: c’è un morto che il mare restituisce e una coppia di fratello e sorella slavi che vengono assassinati, ma l’attenzione del lettore è rivolta ad una rete di crimini più ampia che coinvolge personaggi importanti nel mondo dell’economia e della politica. E ad una cittadina dal nobile passato, che Heinichen ci restituisce con i suoi colori, il profumo del mare, i caffè all’aperto sulla famosa Piazza dell’Unità, le strade che si arrampicano sul Carso, con l’affetto sincero di chi si sente del posto.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


sabato 21 maggio 2016

Gina Nahai, “La strega nera di Teheran” ed. 2016

                                                                       Diaspora ebraica
         FRESCO DI LETTURA


Gina Nahai, “La strega nera di Teheran”
Ed. e/o, trad. De Caro, pagg. 529, Euro 16,58

     Los Angeles, aprile 2013. Il Figlio di Raphael viene trovato morto, dentro la sua automobile, davanti ai cancelli della grandiosa villa. E’ stato sgozzato. Quando arriva la polizia, però, non c’è nessun cadavere. Scomparso. Una finta morte per sottrarsi ai creditori? Oppure? La moglie non sembra essere troppo sconvolta da quanto è successo.
    Incomincia così, come se fosse un thriller, il romanzo “La strega nera di Teheran” della scrittrice ebrea iraniana che vive in America dal 1977. E c’è, sì, un filone thriller, con un investigatore a cui è stata affidata l’indagine perché è pure lui, come l’uomo assassinato, un ebreo iraniano, capace di comprendere meglio, dunque, una cultura e un ambiente così diversi da quelli americani. Così come c’è un filone di realismo magico che deve essere accettato così com’è, quasi che parti della vicenda fossero storie raccontate da una moderna Sheherazade- e sono tante le storie che si accavallano l’una sull’altra, e tanti i personaggi, anche se al centro c’è la famiglia Soleyman, da cui ha inizio tutto.

    A Teheran, ai tempi dello Shah, i Soleyman erano una delle famiglie più ricche del paese. Il primogenito Raphael aveva una singolarità- emanava una luce dall’interno, era come incandescente. Come aveva fatto a legarsi alla donna che verrà sempre chiamata ‘la strega di Bushir’ o ‘la strega nera’? Ignorante e rozza, più vecchia di lui, brutta. Però lei lo aveva curato fino alla morte e dopo, quando la famiglia pensava di potersene sbarazzare, aveva annunciato di essere incinta: avrebbe dato un erede ai Soleyman. Ma se non aveva più l’età per concepire un figlio! Dove era andata a prendere quel bambino nato dopo tredici mesi di gravidanza che non avrà altro nome, neppure all’anagrafe, che Figlio di Raphael? Per difendere i diritti di questo figlio bastardo la strega di Bushir impiegherà tutti i suoi malefici, scatenando misteriose forze della natura per vendicarsi, prima contro coloro che erano andati ad abitare in quella che era stata la sua casa, poi contro Aaron, il fratello di Raphael, e infine contro la moglie e le figlie di Aaron.

Ma intanto è cambiato tutto in Iran, e la strega non se n’è accorta. Lo  Shah è dovuto fuggire, è tornato l’Ayatollah Khomeini, i fondamentalisti barbuti imperversano, quelli che restano dei Soleyman (soltanto la moglie e una figlia di Aaron) riescono a comprare la via della fuga attraverso la Turchia. Pure il Figlio di Raphael, dopo aver tentato di salvarsi con la conversione all’islam, arriva a Los Angeles. E’ veramente un ‘figlio di puttana’ che merita la fine che fa, questo Figlio di Raphael. Possiamo concedergli l’attenuante delle sofferenze dovute al ridicolo di cui è sempre stato vittima e alla condizione di figlio non riconosciuto, ma di certo è un genio della truffa. Ed erano tanti quelli a cui aveva fatto del male e che lo odiavano.
     Nel confronto costante tra i due mondi, America ed Iran, è l’America a perdere. L’America, con tutte le sue straordinarie potenzialità, con il suo liberalismo, con il sistema economico basato sul credito, offre eccezionali possibilità a chi ha l’arte di raggirare le persone a suo vantaggio.
Los Angeles- Rodeo Drive
L’aberoo, quella qualità su cui si insiste tanto, la rispettabilità su cui si basa la dignità dell’uomo in Iran, non esiste in America. Tutta la narrativa centrale del romanzo, con le difficoltà- o forse il rifiuto- degli ebrei iraniani non di integrarsi ma di assimilarsi con gli abitanti del posto, è molto bella. Così come è bello il personaggio di John Vain, l’esatto opposto del Figlio di Raphael, l’uomo che aiuta tutti gli iraniani immigrati, prestando e spendendo anche i soldi che non ha. E non esiste giustizia se John Vain finisce in prigione mentre il Figlio di Raphael si compra sempre la libertà. Di proseguire a truffare.

    E’ un romanzo che conquista il lettore a poco a poco, “La strega nera di Teheran”. Può infastidire quando la narrativa mette alla prova la nostra credulità ma, nello stesso tempo, incuriosisce e affascina con il contrasto fra due culture e, nei tempi di continui flussi di migranti in cui viviamo, apre uno squarcio su una migrazione elitaria che tuttavia è (non lasciamoci fuorviare) altrettanto dolorosa, forse solo un poco meno problematica, di quella dei poveracci che sbarcano sulle nostre coste.


giovedì 19 maggio 2016

Veit Heinichen, “Morte in lista d’attesa” ed. 2004

                                              Voci da mondi diversi. Area germanica
                                                       cento sfumature di giallo
                il libro ritrovato


Veit Heinichen, “Morte in lista d’attesa”
 Ed. e/o, trad. V. Tortelli, pagg. 382, Euro 5,90

     In “Morte in lista d’attesa”, dello scrittore tedesco Veit Heinichen, ritroviamo Proteo Laurenti, il commissario che abbiamo già conosciuto in “Morte sul Carso”, dello stesso autore. Giorni di grande eccitazione a Trieste: è atteso Berlusconi che deve incontrare il cancelliere tedesco, chiacchiere e brontolii in dialetto in piazza per gli ennesimi cambiamenti che dovrebbero abbellire la città, tutta la polizia è mobilitata per la sicurezza del percorso del “grande Timoniere”. Ed è già chiaro il tono dello scrittore che non esagera mai, in qualità di ospite a Trieste, nella sua ironia fine- com’è chiaro pure, in entrambi i suoi libri, come si trovi bene in Italia e come sia capace di apprezzarne le qualità, oltre a vederne i difetti. Corteo di macchine, dunque, e un incidente che non si può evitare. Viene investito un uomo che indossa solo un camice d’ospedale, non ha documenti. Inizia così un romanzo poliziesco che ci svela una realtà nascosta e che si preferisce ignorare: quella delle cliniche di lusso che in apparenza svolgono interventi di chirurgia estetica, ma ricavano i maggiori introiti dai trapianti d’organi. Basta pagare e un ammalato grave può venire operato e rimesso in sesto in tempi brevissimi. I donatori? I poveracci dei paesi dell’Est europeo per lo più, allettati da cifre irrisorie ma superiori al loro guadagno annuo, ingannati da promesse sull’assoluta assenza di pericolo di quanto si accingono a fare- se poi invece di un rene ne servono due, o magari serve anche la vescica perché è meglio per il paziente, be’, non è difficile sbarazzarsi di un cadavere che difficilmente verrà reclamato. Però succede, ogni tanto.
Proteo Laurenti sullo schermo
Così il giornalista svizzero Ramses Frei, che non si sa rassegnare alla morte della sua compagna il cui corpo è stato rimpatriato da Malta svuotato degli organi interni. O il fratello del morto investito. E ci saranno due uomini che indagano insieme a Proteo Laurenti (a sua insaputa e con intenti diversi) sui traffici della clinica sul Carso- così famosa che circolano voci che Michael Jackson stia per venire lì a farsi operare. Uno dei medici viene trovato in fin di vita, castrato. Laurenti spara e uccide il guidatore di un camion che irrompe nel cimitero nel tentativo di fare una strage di medici. Due le persone che si sono macchiate di sangue apertamente, quindi: andrà a loro il rimorso e la condanna, quando c’è tutto un sistema che lucra sugli omicidî programmati? 

Questo il problema di fondo di un romanzo che aggiunge altri dettagli caratterizzanti il personaggio di Laurenti: ha fatto uno scambio di casa con il vecchio dottor Galvano e viene sospettato di truffa, prosegue la sua avventura extraconiugale al di là del confine, adotta un vecchio cane poliziotto che verrà ferito nella sparatoria. Sullo sfondo, Trieste- città di confine che è nata dall’immigrazione e che deve fronteggiare di continuo tutti i problemi connessi con il flusso immigratorio, testa di ponte dell’Italia verso l’Oriente e nostalgica del passato asburgico, tra il brullo altipiano del Carso con le sue vie dei vini e il mare scintillante che Proteo ammira dal “Faro”, il suo ristorante preferito.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove. net




mercoledì 18 maggio 2016

Simone Sarasso, “Da dove vengo io” ed. 2016

                                                 Casa Nostra. Qui Italia
          noir
         FRESCO DI LETTURA

Simone Sarasso, “Da dove vengo io”
Ed. Marsilio, pagg. 612, Euro 19,50


      Francesco Castiglia (diventerà Frank Costello). Salvatore Lucania (diventerà Charlie Luciano. Perché Charlie? Perché suona bene). Meyer Lansky (del tutto impronunciabile il suo cognome polacco, omettiamolo subito). Benjamin “Bugsy” Siegel. Sono poco più che bambini quando li conosciamo all’inizio del nuovo romanzo “Da dove vengo io” di Simone Sarasso, il primo volume di una serie di nove in cui lo scrittore vuole raccontare cent’anni di malaffare a New York, dal 1901 al 2001. Sono italiani che sono salpati per il viaggio della speranza dalla Sicilia e dalla Calabria. Sono ebrei in fuga dai pogrom in Polonia. Gli italiani neppure sanno come si scrive, ‘America’.
Frank Costello
Per loro resta a lungo ‘la Merica’. E per i genitori di Frank e di Salvatore/Charlie l’inglese non sostituirà mai il dialetto, impareranno solo a dire alcune parole, quelle necessarie.  Abitano tutti nel Lower East Side, un quartiere povero: ma dov’è tutta la meraviglia, dov’è tutto l’oro, che cosa c’è di così diverso dalla vita che avevano prima, al paese? Valeva la pena di affrontare l’ignoto e lasciarsi dietro un pezzo di cuore? E’ da questa delusione, dall’ abbrutimento della miseria che spuntano altri sogni, che si mette a frutto l’arte di arrangiarsi. E, nel grande calderone che è l’America, vale la pena che i mangiaspaghetti e gli ebrei si schierino sullo stesso fronte contro i ‘mick’, gli irlandesi rissosi quanto gli italiani che però hanno il vantaggio della familiarità con la lingua, pur con accento diverso.
     Ha un ritmo serratissimo, “Da dove vengo io”, più di qualunque thriller. Incalzante e veloce. Uno stile fatto di frasi secche come un colpo di pistola, aguzze come pugnalate. E si spara molto, si usa molto il coltello- e non solo queste armi, anche delle spranghe vanno bene- nel romanzo di Sarasso. Da quando i quattro ragazzi si affacciano sul mondo dell’illegalità, tutto avviene in un lento crescendo. Gioco d’azzardo. Sfruttamento della prostituzione. Strozzinaggio. Imposizione di un ‘pizzo’ da pagare per avere protezione. Passa il Volstead Act nel 1919 ed è un colpo di fortuna: importazione di whisky di contrabbando, allestimento di una vera e propria flotta, apertura degli speakeasy, i locali dove si possono consumare alcolici perché i soldi aprono tutte le porte (nessuno sa niente, tutti sanno tutto). E poi droga, un colpo di fortuna ancora più grande. I ragazzi imparano velocemente, imparano a vestirsi, a presentarsi in un’altra maniera come avessero una verniciatura di bon ton. Imparano anche a lasciarsi cadaveri alle spalle senza pensarci su due volte. E’ una mattanza a New York, ma anche a Chicago dove regna Al Capone.
Bugsy Siegel
     Succede tanto, anzi, tantissimo, nelle seicento pagine di “Da dove vengo io”. Succede così in fretta che ci stupiamo quando, verso la fine, leggiamo che il bel Bugsy Siegel ha solo diciassette anni. E’ un susseguirsi tumultuoso di idee brillanti ed astute tutte volte ad un solo scopo, arricchirsi. Bando a qualunque scrupolo o rimorso.
Meyer Lansky
Questo non è un mondo per chi tentenna. Spietatezza è la parola d’ordine. Se qualcuno è di intralcio, se qualcuno si azzarda anche solo a segnalare con un bisbiglio un colpevole, bene, costui deve essere eliminato. Tolto di mezzo. Fatto scomparire. Ridotto al silenzio. Servirà di lezione per tutti.
Questo non è un mondo per i sentimenti. Ne resta un briciolo per ‘la mamma’- si sa che le mamme italiane ed ebree hanno un attaccamento speciale per i figli maschi. Ma anche le mamme devono sapere quando tacere. Frank si innamora e si sposa- la sua è la favola della bella e il bandito, ma quanto sa veramente la bionda Bobbie? Quanto non vuole sapere?
Lucky Luciano
Questo non è un romanzo per chi è debole di stomaco. E’ un libro duro, non potrebbe essere altrimenti. E’ un libro di carne e di sangue, di ingiurie, abbrutimento e parole sporche. E’ un libro in cui i personaggi neppure sanno il significato della parola ‘etica’. In cui il Male diventa sistema di vita trascinando tutti in un gorgo.
E questo è solo l’inizio.

la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.net




    

martedì 17 maggio 2016

Veit Heinichen, “I morti del Carso” ed. 2003

                                                 Voci da mondi diversi. Area germanica
              cento sfumature di giallo
               il libro ritrovato


Veit Heinichen, “I morti del Carso”
Ed. e/o, trad.Anita Raja, pagg. 340, Euro 15,00

    Soffia la bora nera su Trieste, vento e neve, l'atmosfera giusta per i pensieri cupi di Proteo Laurenti, ispettore capo della polizia. La moglie lo ha lasciato e lui si sente perso, in più scopre che suo figlio frequenta un bar che è il luogo d'incontro dei naziskin. Una telefonata anonima gli suggerisce di andare a Contovello, un paesino arroccato dietro Trieste. Proteo arriva quando già una bomba è esplosa, distruggendo una casa: nessuno è sopravvissuto dei Gubian, la famiglia che vi abitava. Eppure nessuno in paese ha qualcosa da dire su Manlio Gubian. Un altro uomo muore in mare, un incidente. Ma che ci faceva fuori, con quel mare, il peschereccio di Ugo Marasi? Anche il padre di Manlio Gubian fa il pescatore, anche lui è istriano, come Marasi, ma è rimasto a Pola senza seguire l'esodo forzato degli altri italiani dopo che Tito prese il governo nel '45.
Vecchi rancori, desiderio di vendetta, storie del passato mai dimenticato, storie di contrabbando di pesce e altro, un altro morto trovato crocefisso a un'impalcatura fuori da una foiba. Almeno questo morto ha un nome, a differenza di tutti quegli altri, tedeschi, sloveni, fascisti, comunisti, non si sa neppure quanti, finiti nelle foibe. Lo scirocco ha preso il posto della bora, Proteo ha provato a corteggiare la bella donna che è arrivata da Pola come sostituto Procuratore, suo figlio è finito in prigione, la sua casa è un cumulo di immondizie, ma l'assassino viene fermato. 
L'autore de "I morti del Carso" (edizione e/o), questo bel noir che scava in uno dei tanti buchi neri della storia italiana, è Veit Heinichen, scrittore e giornalista tedesco che vive da molti anni a Trieste, dove Stilos lo ha intervistato, mentre soffia un vento che rovescia gli ombrelloni dei caffè della piazza e che ci porta a parlare subito proprio della bora.



Che cosa è la bora nera?
    La bora pulisce il cielo e ci porta il sole. Quella di oggi è una bora atipica perché è fuori stagione. E’ un vento che nasce nella Pannonia e, dopo essere passato sopra l’altopiano del Carso, che può essere freddissimo, arriva sopra il mare che è caldo, da qui la violenza. Non è una tempesta costante, ci possono essere colpi di vento che raggiungono i 170 km. all’ora, capaci di far uscire i treni dai binari. Io adoro le forze della natura e la bora mi piace moltissimo. E poi, raramente, c’è la bora nera o scura, con nevicate, ghiaccio e il mare che sbatte con violenza contro i moli. La gente cambia con la bora, diventa nervosa, bestemmia. Tutti si ricordano le annate speciali della bora. Quando c’è la bora nera l’intera città cambia, il traffico è paralizzato. E’ come se ci fosse un piumino sopra la città, cambiano anche i rumori. All’inizio può sembrare anche una festa, non si può andare a lavorare e la gente si ritrova nei bar, c’è allegria per questa vacanza non prevista.


Uno scrittore tedesco che scrive in tedesco, vive  a Trieste e ha scritto un noir ambientato a Trieste. Sembra strano, ma forse, pensando alla storia di Trieste, non lo è.
   Sono nato nel Sud Ovest della Germania, vicino al confine tra Francia e Svizzera, sono un figlio di confine. Sono convinto che la gente che vive vicino ai confini è diversa, conosce i contrasti e i confronti con le altre lingue. La cittadina in cui abitavo era la provincia in cui non si muove mai niente. Ho studiato economia a Stoccarda, ho lavorato alla Mercedes-Benz, ho fatto il libraio, ho lavorato per una piccola casa editrice di Zurigo, ma la vita in Svizzera non era possibile- tutto troppo ordinato, troppo pulito. Dopo essere stato dirigente della Fischer Verlag, ho fondato una casa editrice, la Berlin Verlag. Sono venuto per la prima volta a Trieste nel 1980, perché mi incuriosiva questa città. Mi domandavo che cosa si nascondesse dietro questa città che è un mito, la città degli scrittori. Sono ritornato un paio di anni dopo, e, come succede, conosci delle persone e torni sempre più spesso. Nel ’97 ho comperato una casa e nel ’99 mi sono trasferito a vivere qui: è come se nella mia vita ci fosse stato un cartello segnaletico che puntava verso Trieste. Quando ho iniziato a scrivere non potevo non scrivere di Trieste. Il mio legame con la città è fortissimo, forse perché sono un figlio di confine e Trieste è la città dei confini, dei contrasti, dei ponti tra il mondo Mediterraneo e il mondo del Nord, tra i Balcani e l’Occidente, tra il mare e la montagna, fondata sulla presenza di 90 etnie diverse. Se è vero che ogni luogo ha la sua nevrosi, mi pare ci sia un’alta compatibilità tra la mia nevrosi personale e quella di Trieste: io mi sento a casa qui e non sono neppure visto più come uno straniero.


Questo è il suo primo romanzo tradotto in italiano. Che cos’altro ha scritto? E perché ha scelto il genere noir?
     Alla fine degli anni ’80 ho scritto 5 romanzi brevi a quattro mani, con lo pseudonimo di Viola Schatten. Erano dei gialli con una detective donna che hanno fatto scandalo perché, ad esempio, abbiamo scritto che un esponente del partito social democratico aveva fatto parte della Stasi e la persona che si è riconosciuta nella descrizione ci ha fatto causa ma, naturalmente, ha perso. E,  quattro anni dopo, negli archivi della Stasi si è scoperto che era tutto vero. Penso che il noir sia il mezzo più adatto per descrivere la società moderna. Basta sfogliare un giornale per vedere che tipo di notizie riporta, fondi neri in politica, falso in bilancio nell’economia, evasione fiscale, plagio nella cultura, doping nello sport. Il contesto sociale è cambiato negli ultimi decenni, ci sono nuovi delitti, immigrazione di clandestini, il fatturato del traffico mondiale di uomini ha superato quello della droga, e poi c’è il traffico d’organi che è un fenomeno provocato dall’avanzamento della tecnologia. Il delitto accompagna il progresso sociale e viceversa. E il giallo è il mezzo di trasporto ideale per raccontare tutti questi punti che bruciano.

 Parliamo di Proteo Laurenti, l’ispettore de “I Morti del Carso”. So che ne sapremo di più dopo aver letto il romanzo precedente in cui è pure protagonista. Ma ci può dire qualcosa su questo personaggio così simpatico che è, come Lei, uno “straniero” a Trieste?
     Proteo è nato a Salerno, in una famiglia che non sapeva neppure dove fosse Trieste, una famiglia non ricca, piccolo borghese. Avevano scelto per lui un nome della mitologia greca e non sapevano che sarebbe finito a vivere a Trieste dove, nei sotterranei del Carso, da cento milioni di anni vive un animaletto bianco lungo 30 cm., come una grossa lucertola bianca senza occhi, con dei piedini inutili, il cui nome scientifico è Proteus anguinus laurentii. Ho rubato il nome da lì e qui si ride quando si sente questo nome che è anche una metafora: il lavoro di Proteo è scavare sotto la superficie per trovare la verità. Proteo ha scelto la carriera del poliziotto e arriva a Trieste a 23 anni (ne “I morti del Carso” ne ha 47), corteggia la moglie, che è di qui, per due anni prima di sposarla. Ormai è diventato triestino, anche se  vede le cose dall’esterno. Proteo è come me, viene da fuori, può fare domande che quelli del posto non possono fare perché accettano quelli che sono i tabù della città.
    
Trieste viene fuori dal suo libro come una città tormentata, piena di fantasmi del passato, di problemi etnici e politici.
    Trieste è una città complessa, piena di problemi, anche se ci si limita solo alla storia più recente. Sono successe tante cose con il fascismo, mai completamente elaborate. Siamo in una città di frontiera vicino all’ex-cortina di ferro, anticomunista senza essere fascista. Come dice lo psicanalista svizzero Paul Parin, “Trieste è una città italiana su territorio sloveno con storia austriaca, ma la sua cultura non è né slovena né austriaca né italiana ma è una cultura provinciale e nello stesso tempo internazionale.” I fascisti avevano l’obiettivo di distruggere tutto quello che non era italiano. La popolazione più forte era quella slovena, prima della prima guerra mondiale vivevano più sloveni a Trieste che a Lubiana. I fascisti hanno dato fuoco a tutte le istituzioni slovene e croate, hanno vietato di parlare in quelle lingue, hanno vietato le Messe in sloveno, i vescovi sloveni sono stati sostituiti con vescovi italiani, le scuole slovene sono state chiuse. I fascisti hanno provocato una violenza fortissima in questa città dove, prima, la convivenza era normale. A Trieste si festeggiano tre liberazioni: nel maggio 1945 dai tedeschi, nel giugno 1945 dai titini e nel 1954 per i fascisti c’è stata la terza liberazione, quando la città è tornata italiana dopo essere stato Territorio Libero di Trieste. Qui lo sloveno triestino parla malissimo dell’Italia e parla malissimo della Slovenia e il triestino italiano parla malissimo della Slovenia ma anche dell’Italia, e però sono tutti triestini. Per il 98% della popolazione non ha importanza se uno è sloveno o italiano. Comunque penso che quello che importa è rendersi conto di quanto è successo, abbiamo la responsabilità di imparare queste cose e far in modo che non si ripetano più. Sono anche convinto che non si debba elaborare sempre tutto, guarisce anche quello che si dimentica.

E poi c’è il problema del contrabbando, come in tutte le zone di frontiera.
    Trieste è una città portuale con tanti confini: è il prototipo del contrabbando. Si contrabbanda di tutto, adesso si parla tanto dei clandestini, ma è sbagliato dire che non ci fosse traffico di uomini anche prima del 1989. Conosco gente sul Carso che dice: “siamo sempre stati passeur”. Durante la guerra fredda quelli che sfuggivano al comunismo erano i benvenuti. Una volta armi e sigarette arrivavano dal mare, adesso arrivano anche capesante, datteri e mitili. Due anni fa hanno preso un camion con bare economiche provenienti dall’Ucraina e destinate al mercato tedesco. Il nuovo fattore è l’importo dei bambini: i più piccoli per l’adozione, quelli più grandi vengono costretti ad elemosinare, o a lavorare in campagna o nelle fabbriche, oppure sono destinati alla prostituzione. Un’altra parte sparisce nella speculazione per il traffico d’organi.

Ho l’impressione che a Trieste si parli delle foibe e meno della risiera di San Sabba.

    E’ perché chi parla delle foibe urla. I politici di estrema destra sono dei falsificatori della storia, ma se qualcuno grida, non significa che sia la maggioranza. A Trieste il problema è che non puoi parlare della risiera senza parlare delle foibe, come se ci fosse un atteggiamento del tipo, “i nostri morti sono più preziosi dei vostri”. I revisionisti cercano di scusare i delitti fascisti con quello che è successo con i titini nelle foibe. E’ fondamentale parlare delle foibe, anche la sinistra europea è responsabile di atti di ferocia, ma dobbiamo ricordare sia quanto è avvenuto lì sia quanto è avvenuto nella risiera. Le foibe non riguardano solo gli italiani, si è trattato di una decisione fra due gruppi politici e non di epurazione etnica. Noi avremo un futuro solo se siamo in grado di differenziare e di non generalizzare.

recensione e intervista sono state pubblicate sulla rivista Stilos