mercoledì 29 agosto 2018

Robert Menasse, “La capitale” ed. 2018


                                          Voci da mondi diversi. Area germanica
        satira
  cento sfumature di giallo

Robert Menasse, “La capitale”
Ed. Sellerio, trad. M. Pugliano e V. Tortelli, pagg. 452, Euro 16,00

     C’è un personaggio singolare che campeggia e ci resta in mente a fine lettura de “La capitale”, il romanzo con cui lo scrittore austriaco Robert Menasse ha vinto il Deutcher Buchpreis 2017. E’ un maiale. Sfreccia attraverso una piazza di Bruxelles nelle prime pagine, mentre chi lo ha visto si chiede se ha avuto un’allucinazione, ricompare ogni tanto in altri luoghi della capitale, diventa protagonista di articoli di giornali e di una sorta di concorso indetto per dargli un nome- il concorso verrà accantonato quando il nome più gettonato è Muhammad. E il maiale (Muhammad?) diventa una metafora quasi quanto lo scarafaggio kafkiano- pensiamo a di che cosa si nutre un maiale e, leggendo delle discussioni all’interno della Comunità Europea, il raffronto è inevitabile.
    Maiale a parte, tralasciando l’altra immagine di animali fornita dal soprannome di ‘salamandre’ date agli ucraini, non c’è un solo protagonista ( e non potrebbe essercene uno solo, in un romanzo in cui si parla della Unione Europea) ne “La capitale”. Questo è un romanzo corale con tante storie personali che si collegano- a volte labilmente- al tema centrale: dare un nuovo impulso agli ideali della Comunità Europea. L’idea viene ad uno dei membri della Comunità durante un viaggio di rappresentanza ad Auschwitz- sembra un paradosso ma, se alla base della Comunità c’era stato quell’intento, ‘mai più Auschwitz’ per superare i nazionalismi e il razzismo, perché non fare di Auschwitz la capitale dell’Unione Europea? Perché non costruire ad Auschwitz una città interamente nuova, come era stato fatto per Brasilia?

    L’ironia è la cifra stilistica di Robert Menasse, un’ironia sferzante che colpisce tutti i personaggi mentre le varie trame che li vedono protagonisti mettono in luce come l’unione si stia disgregando, come gli accordi bilaterali stiano tornando a prendere il sopravvento- lo dimostra la sottotrama che riguarda gli interessi cinesi nell’acquistare le orecchie di maiale (da noi sono uno scarto- e gli ungheresi ruberanno il mercato agli austriaci) mentre, nello stesso tempo, gli allevatori di maiali sono obbligati a ridurre il numero delle bestie all’ingrasso-, come i rappresentanti siano scarsamente motivati (nessuno vuole essere al dipartimento della Cultura perché è irrilevante) e in rivalità fra di loro.
Solamente i pochi personaggi che non appartengono alla cerchia della Comunità sono diversi- il cocciuto ispettore di polizia  a cui viene intimato di non proseguire le ricerche sul delitto all’Hotel Atlas (che cosa c’è dietro? la Nato? il Vaticano?), il politologo che sembra il superstite di un tempo scomparso e l’anziano David de Vriend, uno degli ultimi sopravvissuti di Auschwitz che sia ancora in vita. Scomparirà la memoria con la morte di David de Vriend? Già ora una bambina gli si avvicina per mostrargli che anche lei ha un tatuaggio sul braccio, è finto ma da grande se ne farà uno vero. Che senso avrà ‘mai più Auschwitz’ nel futuro?
     Intelligente, caustico, insolito. Un libro del nostro tempo.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook



lunedì 27 agosto 2018

Kamila Shamsie, “Ombre bruciate” ed. 2010


                                Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                    la Storia nel romanzo
                                                    il libro ritrovato

Kamila Shamsie, “Ombre bruciate”
Ed. Ponte alle Grazie, trad. Guido Calza, pagg. 386, Euro 18,60

Titolo originale: Burnt Shadows

Hiroko esce in veranda. Dal collo in giù il suo corpo è una colonna di seta bianca, con tre gru nere che si slanciano da una parte all’altra della schiena. Guarda le montagne e tutto le sembra più bello rispetto a com’era di prima mattina. Nagasaki le sembra bellissima. Volta il capo e vede le guglie della cattedrale di Urakami; anche Konrad la sta guardando, quando uno squarcio si apre tra le nuvole. La luce del sole lo attraversa, e spinge ancor più lontano le nubi.
Hiroko.
E poi il mondo diventa bianco.


   E poi il mondo diventa bianco: il 9 agosto 1945, quando gli americani sganciarono la seconda bomba su Nagasaki, del giovane tedesco Konrad Weiss rimase solo un’ombra su una roccia, quasi il negativo di una pellicola. Quella mattina la ventunenne Hiroko Tanaka aveva indossato un kimono di seta con delle gru nere dipinte sulla schiena: “schiena d’uccello”, la descriverà con amore l’indiano Sajjad Ashraf che la sposerà anni dopo. Perché la pelle ustionata della schiena di Hiroko aveva proprio la forma delle gru. Se Hiroko avesse insistito, se avesse ripetuto “Rimani” una terza e quarta volta a Konrad, che le aveva appena dichiarato il suo amore, Konrad si sarebbe salvato. Così, invece, Hiroko aveva seppellito nel cimitero la roccia su cui credeva di riconoscere l’impronta dell’amato.

      “Ombre bruciate”, il nuovo romanzo di Kamila Shamsie,  inizia a Nagasaki quella mattina in cui “il mondo era ignaro” (come dice il titolo del primo capitolo) e termina nel 2001-2002, tra l’Afghanistan e New York. C’è un prologo brevissimo, tuttavia, che torneremo a rileggere a lettura terminata. Un uomo viene portato in una cella, lo fanno spogliare, sa che gli daranno una tuta arancione. E si chiede: Come siamo arrivati a questo?
Il romanzo di Kamila Shamsie non è un romanzo a tesi, eppure quella domanda dell’uomo che non sappiamo ancora chi sia ci perseguita per tutta la lettura, contrassegnandola di indizi, come se gli eventi, uno infilato sull’altro, portassero inesorabili a quella fine.
“Ombre bruciate” è la storia di due famiglie unite dal destino, o dalle affinità- i Weiss-Burton e i Tanaka-Ashraf- e dal Giappone la scena si sposta in India e poi in Pakistan, in Afghanistan e a New York. La Storia, che spesso è la stessa cosa del Caso, ha fatto incontrare persone di nazionalità diverse, quasi in un minuscolo crogiuolo dentro quello più ampio del mondo. Perché Ilse, la sorellastra di Konrad Weiss, aveva sposato l’inglese Burton, avvocato del Raj in India e, allo scoppio del conflitto, era troppo imbarazzante per loro ospitare il nemico, anche se nelle vesti del fratello di lei. Lo avevano ‘esiliato’ a Nagasaki, nella casa di uno zio ed era stato così che Konrad aveva incontrato Hiroko.
Dopo- e ‘dopo’ per Hiroko significherà per sempre dopo la bomba, dopo che Konrad era diventato un’ombra, dopo che Hiroko non aveva riconosciuto il proprio padre, trasformatosi in un serpente squamoso che strisciava, dopo essere stata curata- Hiroko aveva fatto da interprete per gli americani, a Tokyo. Fino al giorno in cui un americano aveva detto che la seconda bomba era necessaria per evitare altre morti americane. Hiroko era partita per Delhi, con l’indirizzo della sconosciuta sorella di Konrad- sarebbero diventate amiche, lo sarebbero state per tutta la vita. Anche dopo che Hiroko avrebbe sposato l’indiano Sajjad, andando con lui a Karachi in seguito alla Spartizione. E da Hiroko e Sajjad sarebbe nato Raza, il miracolo vivente che non recava traccia di conseguenze delle radiazioni, il ragazzo che- con il suo miscuglio di tratti somatici- si sarebbe sentito estraneo in entrambi i mondi dei genitori.
Era un quadro necessario da fare, questo, perché le due famiglie sono un microcosmo in cui l’amore supera le barriere e la propensione linguistica che accomuna Konrad a Hiroko, ereditata da Raza (Voglio parole in tutte le lingue, dice Raza ad un certo punto) e dal nipote di Konrad, è lo strumento più forte per la comprensione di chi appartiene a culture diverse, è il lasciapassare per altri mondi.
      Dal fungo atomico di Nagasaki, per evitare altre morti americane, all’11 settembre a New York: dai settantacinquemila morti civili giapponesi  ai tremila deceduti nel crollo delle Torri Gemelle.
Nel mezzo, altre guerre, altre morti, altre tragedie- e nel libro leggiamo solo di quelle che toccano da vicino i personaggi: la fine dell’Impero britannico e i disordini che hanno preceduto la Spartizione con gli esilii forzati, e poi l’Afghanistan, ennesimo terreno di gioco per le superpotenze (Creiamo la desolazione e la chiamiamo pace, dice Henry, nipote di Konrad, dapprima agente della Cia e poi nel suo braccio armato), vivaio di terroristi, nodo di tutti i drammi.
      Sono passati dieci anni da “Sale e zafferano”, il primo romanzo di Kamila Shamsie. E si vede, si sente nella maturità tematica ed espressiva della scrittrice. Scrivere un romanzo così vasto come “Ombre bruciate” poteva sembrare ambizioso, c’era il rischio di rallentare la scrittura, di eccedere nel dettaglio, di perdersi nell’insignificante. Non è così. Kamila Shamsie procede per salti temporali, cogliendo l’essenziale e, nello stesso tempo, arricchendo l’ordito del romanzo con un sottotesto di riferimenti letterari che gli danno colore e spessore. C’è E.M.Forster nel suo libro: anche per “Ombre bruciate” potrebbe servire l’epigrafe “Only connect” che è così importante per i romanzi dell’inglese; la gita di Hiroko, Sajjad e i Burton al Qutb Minar ricorda quella alle Malabar Hills in “Passaggio in India”, anche se il presunto assalto sessuale che accade alle Malabar Hills, con tutto quello che ne consegue, viene spostato più avanti (e modificato, naturalmente) nel libro della Shamsie. C’è Kipling con il suo romantico rimpianto per l’India del Raj, che è lo stesso di Henry Burton che aveva imparato l’urdu da Sajjad e che chiamerà sua figlia Kim; c’è Anita Desai e c’è Kiram Desai, perché anche questo è un libro sulla perdita.
Qutb Minar- Delhi
E’ anche un libro sulla lealtà e sul tradimento, sul coraggio di cambiare quando ci si accorge che ci fa orrore quello che siamo diventati. E comprendiamo che la fine di tutto non poteva essere altrimenti. Come siamo arrivati a questo?- e la domanda non è più soltanto quella dell’uomo che ormai sappiamo chi è e sappiamo che è a Guantanamo, ma di tutti noi, dei capi di governo, delle nazioni intere.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it

a breve la recensione di "Io sono il nemico", il nuovo romanzo di Kamila Shamsie



sabato 25 agosto 2018

Ernst Lothar, “Una viennese a Parigi” ed. 2018


                                                   Voci da mondi diversi. Area germanica
     seconda guerra mondiale
     love story

Ernst Lothar, “Una viennese a Parigi”
Ed. e/o, trad. Monica Pesetti, pagg. 512, Euro 19,00


     “Una viennese a Parigi”, un altro splendido libro intramontabile, non per niente pubblicato nella collana che si chiama proprio così, gli Intramontabili, dalla casa editrice e/o che ha già pubblicato gli altri libri dello scrittore viennese Ernst Lothar emigrato in America nel 1938, “La melodia di Vienna” e “Sotto un sole diverso”. La prima edizione di “Una viennese a Parigi” uscì in inglese nel 1941 (una storia attualissima nel pieno della guerra, un fortissimo grido di denuncia del nazismo) e soltanto dieci anni dopo un’altra edizione riveduta e ampliata fu data alle stampe in Austria. Sia il titolo inglese (A Woman is Witness), sia quello tedesco (Die Zeugin. Pariser Tagebuch einer Wienerin), si focalizzano sulla parola ‘testimone’, come I Shall Bear Witness, i Diari di Viktor Klemperer, la testimonianza più capillare e straordinaria della vita quotidiana sotto il nazismo in Germania. Anche il libro di Ernst Lothar è scritto sotto forma di diario e la protagonista nonché voce narrante è una ragazza di poco più di vent’anni, Franziska Langer, emigrata a Parigi, benché ariana, benché non perseguitata in alcuna maniera, per non essere costretta a dare la sua adesione all’Anschluss, dando il suo voto in quella farsa di plebiscito dopo che l’esercito tedesco aveva già invaso l’Austria.

    Franziska è una privilegiata, la sua è una famiglia nota e ricca e non è difficile per lei ambientarsi a Parigi dove sono in molti a prodigarsi per lei, spianandole la strada per i documenti e per un permesso di lavoro che le permetta di continuare quello che stava già facendo in un’agenzia di produzione cinematografica americana. La nostalgia per Vienna, per i suoi genitori e per il fidanzato viene subito superata. Vienna era bella prima di essere pavesata di bandiere con croci uncinate. A Parigi si respira aria di libertà, a Parigi si può dire quello che si pensa, si può parlare male di Hitler ad alta voce. In questa disposizione d’animo, con lo sguardo di chi è giovane e pieno di entusiasmo, le è facile innamorarsi di Pierre Durand, un giornalista impegnato e antinazista che la corteggia con romanticismo e con tenerezza. Il fidanzato tedesco non ha alcuna possibilità di riconquistarla, tanto meno quando, in una visita a Parigi, Franziska si rende conto che l’uomo che vuole sposarla e riportarla a Vienna è diventato un fedele seguace e ammiratore del Führer.

    Il diario di Franziska Langer, tra il 1938 e il 1941, registra i cambiamenti di quello che avviene dentro di lei- i suoi sentimenti per Pierre, i sospetti sulla vita privata di lui e poi l’accettazione di un legame che una volta le sarebbe parso inaccettabile (e sa che tale sarà per i suoi genitori), la diffidenza verso alcuni colleghi (si mostrerà giustificata)-, a Parigi (è possibile che anche i francesi, come già gli austriaci, abbiano gli occhi bendati e non vedano la minaccia nazista che si avvicina giorno dopo giorno?), in Europa (l’invasione della Polonia, il patto di non aggressione, l’ambigua politica italiana, la persecuzione sempre più sfacciatamente evidente degli ebrei, l’esercito tedesco in Belgio). Fino alla dichiarazione di guerra, a quando Pierre viene mandato al fronte. E dopo…

     “Una viennese a Parigi” è una sorta di continuazione de “La melodia di Vienna”- lo è, almeno, il tempo dell’azione, quello dell’atmosfera che si incupisce sempre di più mentre il Reich diventa una realtà. Ammiriamo la straordinaria bravura di Ernst Lothar nel dar voce ad un personaggio femminile- mai avvertiamo una stonatura, un tono falso. E Franziska Langer, con la sua spavalderia, i suoi timori di donna innamorata, la sua coerenza morale e politica fino all’ultima azione di ribellione, è un’eroina che ricorderemo.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook




venerdì 17 agosto 2018

Karin Brynard, “Terra di sangue” ed. 2018


                                                         Voci da mondi diversi. Africa
                                                        cento sfumature di giallo

Karin Brynard, “Terra di sangue”
Ed. e/o, trad. S. Montis, pagg. 539, Euro 16,15

   Rossi come il sangue sono i tramonti in Sudafrica. Ma è la terra a colorarsi di sangue nel romanzo della scrittrice sudafricana Karin Brynard, “Terra di sangue”, ambientato nella provincia del Capo settentrionale, ai bordi del deserto del Kalahari. Una donna e una bambina vengono trovate morte nella fattoria di Huilwater. Una morte atroce, un coltello ha reciso ad entrambe la gola, quasi staccando la testa dal corpo. Lei, Freddie, era la proprietaria della fattoria, dopo la morte del padre. La bambina era una dei tanti bambini che Freddie aveva iniziato a prendere in affidamento- casi disperati di cui si sentiva oscuramente in qualche modo responsabile. E aveva intenzione di adottare la piccola Klara. Del caso si occuperà l’ispettore Beeslaar, arrivato da poco da Johannesburg, ‘in punizione’ (si dice)- un uomo dal fisico possente che spesso non sa misurare i termini, un bianco che sarà guardato con sospetto dai colleghi neri pronti ad accusarlo di razzismo.

   In realtà Freddie e la bambina non sono i primi delitti avvenuti nelle fattorie ai margini del veld. Finora, però, sono stati uccisi allevatori di bestiame durante assalti per furto. Ci sono, poi, dei dettagli strani e inquietanti. Sia Freddie sia Klara sono state drogate prima di essere uccise, come se fosse importante che vedessero quello che stava accadendo senza poter reagire. E poi c’è un quadro di Freddie che rappresenta la scena proprio come è apparsa agli occhi dell’uomo che abita nella fattoria vicina e che ha scoperto i cadaveri. Come faceva Freddie ad aver previsto quello che sarebbe successo? I sospetti si accumulano su Dam, l’uomo che aiutava Freddie nella gestione dei lavori della fattoria, ed è subito chiaro che il motivo principale per cui gli si vorrebbe attribuire il delitto è che Dam è un boscimano- non gli si perdona l’essere diventato ricco facendo il falconiere a Dubai ed essere stato l’amante di una donna bianca. Forse? Probabilmente? Perché mai, altrimenti, nel testamento Freddie gli avrebbe lasciato la fattoria? Perché ucciderla, però, allora?

    C’è un clima incandescente in Sudafrica. E non è solo quello meteorologico dell’aria infuocata. E’ che dopo la fine dell’apartheid le tensioni sono aumentate. C’è paura da parte degli afrikaans che non vogliono ricordare che i loro antenati boeri hanno strappato ai San (o boscimani) o ai Griqua le terre su cui ora sorgono le loro fattorie. Non intendono sentir parlare di rivendicazioni e di restituzione. E’ per questo che Freddie si era fatta tanti nemici. Perché era andata a rivangare, a cercare le mappe che con chiarezza indicavano confini e proprietari. Per questo si sono costituiti dei gruppi di controllo, quasi una milizia intesa a difendere le fattorie da possibili assalti. Si arriva a parlare di genocidio, si gonfiano le cifre dei bianchi uccisi.
   La trama del romanzo prosegue incalzante, tenendoci nell’incertezza su chi sia il colpevole. L’ambigua amica di Freddie, quella che voleva organizzare una mostra dei suoi quadri, viene lasciata ferita sul ciglio di una strada, il fattore Dam scompare e, quando lo ritrovano, è quasi in fin di vita, qualcuno ruba le mappe del territorio conservate da Freddie, scoppia un incendio nella fattoria vicino a Huilwater, la vita stessa della sorella di Freddie, accorsa da Johannesburg, è in pericolo.

    I thriller ambientati in terre lontane hanno sempre qualcosa di speciale, anche se non tutto nella trama ci convince. Speciale la descrizione dei paesaggi, speciali gli squarci di storia che ci rivelano, speciali anche i personaggi che avvertiamo come diversi perché ognuno di noi è il prodotto della Storia che ha foggiato un paese. Per questo “Terra di sangue” è una lettura diversa e intrigante.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook


  

giovedì 16 agosto 2018

V.S.Naipaul, "La metà di una vita" ed. 2002


                                    Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
        premio Nobel


V.S.Naipaul, "La metà di una vita"


    William Somerset Chandran è il nome del protagonista di questo romanzo di V.S. Naipaul, premio Nobel 2001 per la letteratura. E già il suo nome è un anticipo su quella che sarà la sua vita, di eterno estraneo ovunque si verrà a trovare. Un nome per metà occidentale e per metà orientale: il padre lo aveva chiamato William Somerset in omaggio allo scrittore inglese Maugham che aveva conosciuto di persona. La storia di Willie Chandran si svolge in India, in Inghilterra e in un paese senza nome dell' Africa, potrebbe essere il Mozambico ma non ha molta importanza. Storia di una vita vissuta a metà, in società divise a metà, all' eterna ricerca della propria identità. Per trovare se stesso Willie interroga suo padre, discendente da una famiglia di Bramini, che ha sposato una donna di una casta molto bassa finendo per disprezzarla. A che società appartiene Willie?
Disprezza suo padre, si vergogna di sua madre, e già nelle composizioni che scrive a scuola rivela il disagio del rifiuto della sua ereditarietà: Willie scrive di paesi che non conosce, inventa storie che rivelano l' astio che prova per i suoi genitori, si inventa un altro mondo. Quando Willie va con una borsa di studio in uno sconosciuto college inglese, è più che mai emarginato, anche se l' amico giamaicano Percy ( figlio di genitori di razze diverse, un altro uomo "a metà") cerca di introdurlo a nuovi stili di vita, in cui Willie si muove goffamente, tragicomica figura dell' incertezza. Tramite un' amicizia giusta Willie riesce a pubblicare un libro di storie faticosamente scritte, ancora elaborazioni di immagini di un mondo non suo. Breve momento di celebrità in cui incontra Ana, la ragazza che lo capisce perché anche lei vive una vita "a metà", tra un mondo e un altro, figlia di portoghesi che si sono stabiliti in Africa. Quando i due si sposano e vanno a vivere in Africa, si completa il processo di estraniazione di Willie - non c' è proprio niente in cui possa ritrovarsi in un paese in cui non si riconosce. Può solo vedere negli altri lo stesso suo sradicamento.
A questo si aggiunge il timore di dimenticare sia la lingua madre sia la lingua con cui è diventato uno scrittore: sarebbe il silenzio della mente oltre a quello dell' anima. Si lascia vivere, Willie, scivolando in una sorta di inerzia spirituale e affettiva - finché una vera caduta lo porta ad un punto di arresto e alla decisione di chiedere il divorzio. Ha 41 anni ed è con rassegnato sgomento che riconosce di avere alle spalle la parte migliore della sua esistenza, di non avere fatto niente e di avere vissuto la vita della moglie. La risposta di Ana si affaccia su un vuoto ancora maggiore, "forse non è stata neppure la mia vita". 
Il nitore dello stile di Naipaul, fatto di frasi secche e incisive, è perfetto per rappresentare il modello di un uomo sradicato, distaccato da tutto - immagine, forse, dell' inquietudine dello stesso Naipaul, figura dell' esule lontano da una patria che non sente più sua.

V.S.Naipaul, "La metà di una vita"
Ed. Adelphi, pagg.232, Euro 15,00

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net



martedì 14 agosto 2018

V.S.Naipaul, “Fedeli a oltranza” ed. 2001


                               Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

           premio Nobel

            
V.S.Naipaul, “Fedeli a oltranza”
Ed. Adelphi, pagg.523, Euro 10,20

    C’è un’immagine che non è facile dimenticare, in “Fedeli a oltranza”, dello scrittore Naipaul, Premio Nobel 2001. E’ quella della fontana di sangue, vicino al cimitero dei martiri, nel deserto a sud di Teheran. “Un tempo era famosa. Quando l’avevano costruita, all’inizio della guerra, gettava acqua tinta di rosso e doveva stimolare pensieri sanguinari, sacrificio e redenzione. Ora non zampillava più, la vasca era vuota. Troppo sangue vero era stato versato.” Un prima e un dopo. Un positivo e un negativo. Fede e speranza, morti e delusione. 1979 e 1995. Naipaul rivisita, a distanza di quindici anni, quattro paesi convertiti all’Islam: Indonesia, Iran, Pakistan e Malesia. C’è qualcosa di particolare nei paesi convertiti, un elemento di nevrosi e di nichilismo che si insinua nella religione con una conseguente facilità ad infiammarsi, ad assumere posizioni estreme.
Una condizione di incertezza sul proprio passato, dovuta al fatto che un musulmano convertito deve per forza cambiare la sua visione del mondo perché i luoghi santi sono in terra araba e la lingua sacra è l’arabo, deve per forza rinunciare alla propria storia e diventare parte della storia araba. “Fedeli a oltranza” non è un romanzo, ma, d’altra parte, Naipaul ha detto di considerare esaurite le possibilità del romanzo; non è una raccolta di saggi; è un libro che parla di persone, che lascia parlare le persone, che racconta delle storie senza voler esprimere un’opinione. Naipaul è un osservatore attento, un ottimo ascoltatore che registra con distacco quello che gli viene detto, che non interviene a fare commenti e lascia che il lettore arrivi da solo a delle conclusioni. Quindici anni sono tanti, abbastanza per constatare gli effetti di cambiamenti per lo più radicali nei quattro paesi visitati. Nel 1979 l’indonesiano Imaduddin, ingegnere elettrotecnico e predicatore islamico, sentiva il dovere di opporsi al governo; adesso il governo serve la fede e lui può servire il governo, attuando la sua sintesi di scienza e religione. Anche la Malesia guarda verso il futuro, dopo che l’Islam ha favorito la nascita di una economia che ha fatto superare al paese le insicurezze di un passato coloniale.
Molto più traumatici, dolorosi e amari i cambiamenti avvenuti in Iran e in Pakistan, come testimoniano il giornalista Parvez in Iran o l’insegnante Mushtaq in Pakistan. In Iran sembra che l’intera nazione, sventrata dalla rivoluzione e dalla guerra, abbia acquistato una conoscenza universale del dolore. Sembra che il popolo sia in attesa di qualcosa, spossato da questo dolore. Se il presente esiste in funzione del passato, per cercare di capire il momento storico che stiamo vivendo,  bisogna leggere “Fedeli a oltranza”.

    La casa editrice Adelphi ha pubblicato questo libro con un tempismo straordinario, poco prima che venisse conferito il Nobel a Vidiahur Surajprasad Naipaul, lo scrittore che riunisce in sé tre culture: di famiglia indiana, è nato nel 1932 a Trinidad  e si è trasferito a vivere in Inghilterra nel 1953, laureandosi a Oxford. Oriente e Occidente si confrontano nelle sue opere, in una lingua che esplora nuove dimensioni, con una chiarezza di idee che è, nelle parole dello scrittore indiano Amitav Ghosh, “la pietra su cui affilare la mia consapevolezza del mondo”.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net




lunedì 13 agosto 2018

V.S. Naipaul in memoria


    


      L’11 agosto 2018 è morto a Londra Vidiadhar Surajprasad Naipaul, meglio noto con solo le iniziali dei primi due nomi- V.S. Naipaul. Lo scrittore era nato a Chaguanas, un piccolo villaggio dell’isola di Trinidad da genitori indiani di casta braminica. Suo nonno si era trasferito dall’India per lavorare nelle piantagioni, suo padre era un giornalista del Trinidad Guardian e V.S. Naipaul si trasferì in Inghilterra (dove frequentò l’università di Oxford) nel 1950. Nel 2001 gli fu conferito il premio Nobel per la letteratura.
In rete si possono leggere molti articoli sul carattere difficile e sulla personalità singolare (alcuni la definiscono ‘orrenda’) di V.S. Naipaul. Io ho un ricordo particolarmente increscioso dell’evento che lo vide partecipe del Festival della Letteratura di Mantova nel 2010- l’incontro era appena iniziato quando lo scrittore si rifiutò di dialogare con l’intervistatrice Caterina Soffici accusandola di preconcetti e pregiudizi e scese dal palco.
    A breve impaginerò le mie recensioni di due suoi libri trovati nei miei files.

Rosella Postorino, “Le assaggiatrici” ed. 2018


                                                                       Casa Nostra. Qui Italia
           seconda guerra mondiale


Rosella Postorino, “Le assaggiatrici”
Ed. Feltrinelli, pagg. 285, Euro 14,45

   Autunno 1943. Il quarto anno di guerra per la Germania. A Gross-Partsch, vicino alla Wolfsschanze di Hitler, vengono reclutate dieci donne per un compito segreto e speciale: tre volte al giorno dovranno assaggiare il cibo del Führer. Saranno trattenute lì, in caserma, sorvegliate dalle SS per un’ora, nel caso dovessero mostrare segni di malessere da avvelenamento.
   Hanno fame, le dieci donne. Dapprima non pensano neppure che il cibo, sinonimo di vita, per loro potrebbe significare morte. Soprattutto le prime volte che vengono accompagnate alla mensa, gli viene l’acquolina in bocca alla sola vista della tavola apparecchiata. Dieci donne che impareranno a conoscersi nel percorso sul pulmino che passa a prenderle a casa, da un lato all’altro della tavola imbandita. E in questo microcosmo si formano piccoli gruppi di amiche e di nemiche- ci sono ‘le invasate’ fanatiche seguaci di Hitler, innamorate di lui e delle sue vaneggianti parole, c’è la ragazzina giovane e ingenua che non conosce ancora l’amore e teme che tutti i principi azzurri saranno scomparsi alla fine della guerra, la donna che è rimasta vedova con dei bambini piccoli, la misteriosa e carismatica Elfriede che si isola per fumare nonostante sia proibito.
Wolfsschanze
E poi c’è Rosa Sauer, la voce narrante, la ragazza di città che viene presa di mira perché viene dalla capitale e faceva la segretaria- ‘la berlinese’, la chiamano con voce di scherno. Rosa è arrivata da poco a Gross-Partsch per allontanarsi dai bombardamenti di Berlino. Rosa è ospite dei suoceri, suo marito è sul fronte orientale, le sue lettere sono fatte di poche parole perché tutte le altre sono state cancellate dalla censura.
    Le invasate pronte al sacrificio personale non si rendono conto del grande paradosso- sono in dieci che tre volte al giorno allontanano la morte da un solo uomo mentre ovunque intorno a loro la stessa morte falcia le sue vittime a migliaia, a milioni. Per che cosa? Che senso ha? Anche nel loro microcosmo femminile la morte bussa di nuovo- una abortisce in segreto (la solitudine l’ha spinta tra le braccia di un uomo che è ancora un ragazzino), il marito di Rosa viene dato per disperso (disperso non vuol dire morto, continua a ripetersi Rosa. Deve crederci), Elfriede viene portata via (il suo vero nome denunciava il suo essere ebrea e noi lettori sappiamo che la morte la sta aspettando). Se la morte bussa per Hitler, c’è un diavolo ad aprire e a salvarlo dall’attentato del luglio del 1944, proprio lì alla Wolfsschanze, mentre si porterà via quelli che hanno partecipato al complotto, i loro amici, i membri delle loro famiglie con un solo colpo di una falce gigantesca.
Margot Wölk
   C’è anche un ‘dopo’ nella storia de “Le assaggiatrici”, un dopo che con grande sensibilità esplora i sensi di colpa per aver collaborato, in qualche modo, con il nazismo, per aver ceduto alla debolezza di un sentimento che non era amore e che era tradimento, un dopo la guerra da cui tutti- uomini e donne, che abbiano combattuto o no- sono usciti diversi. Come si riprendono in mano le fila della propria vita sapendo quello che si è fatto, non sapendo quello che l’altro ha fatto, perché non ci sarebbero parole per dirlo? E il silenzio copre tutto come la calce ha coperto il puzzo di morte.

    L’ultima assaggiatrice di Hitler ancora in vita, Margot Wölk, è morta nel 2014. Aveva novantasei anni quando aveva trovato il coraggio di raccontare la sua storia- a lei si è ispirata Rosella Postorino nel tratteggiare il personaggio di Rosa Sauer che fuggì sul treno di Joseph Goebbels grazie all’aiuto di un ufficiale tedesco, proprio come nella realtà fece Margot Wölk.
Un bel libro che è nella cinquina di quelli candidati al premio Campiello. Non è mai troppo tardi per dare una voce alle donne e al loro ruolo nella Storia.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook





venerdì 10 agosto 2018

Lia Levi, “Questa sera è già domani” ed. 2018


                                                               Casa Nostra. Qui Italia
     
 romanzo di formazione
       seconda guerra mondiale

Lia Levi, “Questa sera è già domani”
Ed. e/o, pagg. 224, Euro 16,50

     Genova, inizio degli anni ‘30. Alessandro Rimon (un cognome che in ebraico significa ‘melograno’, il frutto che con i suoi 613 semi purpurei simboleggia le 613 perle di saggezza contenute nella Torah) è un bambino prodigio. Ha imparato a leggere da solo a neppure cinque anni, inizia la scuola quasi due anni prima dei suoi coetanei (grazie ad una legge recentissima approvata per permettere a Romano Mussolini, il figlio minore del Duce, di frequentare la prima elementare in anticipo)- sua madre scoppia di orgoglio. Lui, però, Alessandro, si troverà sempre a disagio, schernito dai compagni di classe, senza amici. Finché, terminato il ciclo delle elementari, incontra le prime difficoltà e rientra nella normalità, addirittura ha bisogno di lezioni private, con delusione della madre.
     Inizia così “Questa sera è già domani” di Lia Levi, un bel romanzo di formazione che è anche storia di una famiglia ebraica in Italia negli anni cruciali delle leggi razziali e della guerra. Il punto di vista è quello di Alessandro, dapprima bambino, poi adolescente e giovanissimo adulto che cerca di unirsi ai partigiani dopo l’armistizio. Un bambino che neppure sa che cosa voglia dire essere ebreo- la famiglia del padre (un intagliatore di diamanti di origine olandese ma con passaporto inglese), quella del madre (il nonno Levi si gloriava di essere stato un ferroviere al servizio dello Stato italiano) erano praticanti. Solo una catenina d’oro con una stella di Davide che gli aveva lasciato la nonna lo collegava alle sue origini. E, dopo che era sembrato un capriccio infantile, una follia, portare con sé nella fuga quella catenina che avrebbe potuto smascherarli, contro ogni ragionevole previsione era stato proprio quel simbolo di appartenenza a salvarli.

    Appartenenza: forse il significato di tutte le traversie dei Rimon e degli altri ebrei italiani di loro conoscenza era contenuto proprio in questa parola. Lo aveva sottolineato il rabbino- nelle loro sofferenze, nel dover sottostare alle odiose leggi razziali, gli ebrei avevano ritrovato la loro identità.
    Era stata, dapprima, una ben magra consolazione per un ragazzo che aveva dovuto lasciare la scuola, che aveva poi anche seguito la famiglia al confino quando il passaporto inglese del padre aveva aggiunto altre difficoltà all’essere ebrei. Eppure, quanto più lieve era sembrata la sorte dei Rimon quando Alessandro aveva sollecitato e ascoltato i racconti della sorella maggiore del ragazzino olandese che la sua famiglia aveva accolto come ospite. Erano storie di violenza e di soprusi che contenevano una minaccia oscura a cui nessuno voleva credere. Perché questo era quello che tutti gli ebrei italiani si dicevano- no, in Italia non sarebbe mai successo niente di grave, era una bufera che sarebbe passata, in Italia c’era il Vaticano e poi gli italiani erano buoni. Ma non si erano detti le stesse cose anche gli ebrei tedeschi che pensavano di essere perfettamente assimilati?

      In uno stile piano, senza sussulti, Lia Levi, ispirandosi alle vere traversie di suo marito, ci racconta le vicende di una famiglia che ci ricorda i Finzi Contini del romanzo di Bassani, che non si erano mai ‘pensati’ ebrei, e perciò diversi, finché le leggi che si erano accavallate l’una sull’altra limitando sempre più la loro libertà non li avevano definiti tali. Fino all’ultima fuga, all’ultima beffa, all’ultima speranza. E’ proprio la perfetta aderenza di stile quotidiano ad una vita quotidiana che mette in risalto quello che è fuori dall’ordinario in ciò che succede. Si crea una sorta di dissonanza che ci inquieta, ci insospettisce, ci fa temere il peggio. Che puntualmente arriverà.
 “Questa sera è già domani”- bel titolo che ci fa pensare al benvenuto allo Shabbat nella sera del venerdì e, insieme e su scala più ampia, ad un tempo che anticipa quello che seguirà- è uno dei libri della cinquina selezionati per il premio Strega 2018.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook



martedì 7 agosto 2018

Marco Balzano, “Resto qui” ed. 2018


                                                     Casa Nostra. Qui Italia
          la Storia nel romanzo


Marco Balzano, “Resto qui”
Ed. Einaudi, pagg. 180, Euro 18,00

    L’occupazione. La scelta. La guerra. La diga. La storia di Curon, un paesino della Val Venosta vicino al confine con l’Austria, raccontato da Trina in una sorta di lunga lettera che è quasi un diario in cui si rivolge alla figlia, si potrebbe riassumere in queste quattro parole che ne scandiscono i tempi. E, in un certo qual modo, sono parole che contengono tutte il buio di una minaccia, che sanno di tragedia e di dolore. Lo stesso dolore che si avverte nascosto nella voce della donna che scrive, che parla di una lontananza- è morta la figlia che lei ricorda bambina? Oppure?
     Si parla il tedesco a Curon. Quando i fascisti di Mussolini arrivano a Bolzano nel 1922, avviene un’italianizzazione forzata: perfino i nomi sulle lapidi del cimitero vengono cambiati. E’ proibito indossare il vestito tradizionale, proibito parlare tedesco e gli insegnanti nelle scuole sono sostituiti da altri che arrivano dal Veneto, dalla Lombardia, dalla Sicilia. Si crea una spaccatura, un crepaccio- ‘noi’ e ‘loro’, dove ‘noi’ sono gli abitanti del posto che non capiscono ‘loro’, gli intrusi, gli usurpatori, quando parlano. Trina ha un diploma da maestra eppure non può insegnare. E’ ben contenta quando il prete le chiede di fare lezione in una ‘catacomba’, una scuola clandestina. I fascisti parlano anche di costruire una diga- sarebbe la rovina di Curon che finirebbe sott’acqua.

    Nel 1939 è il momento della scelta. Hitler ha annesso l’Austria. Ai tedeschi del sudTirolo viene data la possibilità di entrare nel Reich, se vogliono. Questa volta sui due lati del crepaccio i ‘noi’ e ‘loro’ sono chi resta e chi va. E chi resta è chiamato spia o traditore. Trina, suo marito Erich e i suoi genitori restano. Ma la famiglia si è spaccata, Trina non riuscirà mai a superare il dolore del tradimento di chi, invece, è partito sottraendole una parte di sé- la divisione di questa famiglia diventa il simbolo più dolente di quella di un intero paese. E intanto arrivano ingegneri e manovali. L’ombra della diga incombe.
     Scoppia la guerra e sulla porta del municipio dei fogli (Erich deve farseli tradurre da Trina) annunciano che un decreto governativo concede il permesso di costruire la diga. La catastrofe che coinvolge mezza Europa ha lo stesso rilievo di quella che riguarda il paesino di montagna- la guerra prima o poi passerà, la diga resterà, e che ne sarà dei contadini, delle loro case, delle loro bestie? Si apre un’altra crepa nel paese, un’altra spaccatura nelle famiglie- nazisti e non nazisti, Erich viene arruolato, torna ferito e dice che scapperà sulle montagne piuttosto che combattere ancora, suo figlio inneggia a Hitler.
      Le guerre passano e la diga resta. La guerra finisce con il suo strascico di dolore e dopo un paio di anni riprendono i lavori della diga. Che saranno completati questa volta.

     “Resto qui” è un grido di appartenenza. E’ un romanzo costruito come una serie di scatole cinesi- la storia di una famiglia dentro la storia di un paese dentro la Storia più grande di una nazione dentro quella ancora più grande d’Europa. E la voce narrante di una donna, voce chiara ma non abbastanza forte, rappresenta tutta la gente comune che dalla Storia è travolta, che è impotente a fare alcunché per contrastarla. ‘Resto qui’ diventa non solo la protesta di Erich e di Trina, inudibile nel rombo delle acque che allagano il paese e i campi, ma anche quella del campanile solitario che svetta fuori dal lago artificiale, memento perenne di una violenza, di un passato cancellato con la forza.
     “Resto qui” di Marco Balzano si è classificato al secondo posto per il premio Strega 2018. Un bel libro.
    
Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook



Olga Grushin, “La vita di sogno di Suchanov” ed. 2007

                                                Voci da mondi diversi. Russia
     la Storia nel romanzo
     il libro ritrovato

Olga Grushin, “La vita di sogno di Suchanov”
Ed. Ponte alle Grazie, trad. Serena Prina, pagg. 398, Euro 18,00

    “Non permettere che nessuno ti tagli le ali”, aveva lasciato scritto il russo Pavel Suchanov in un ultimo messaggio al figlio Anatolij. Pavel Suchanov che si era lanciato dalla finestra al ritorno dai lunghi anni in cui era stato “in ospedale”: ma ci era stato veramente? Era vero quello che gli aveva detto la madre molto più tardi, che suo padre era folle? O lo avevano ricoverato con una falsa diagnosi di follia? O si era fatto passare per folle per non essere mandato in un gulag? E poi era uscito da quell’ospedale nel 1942 con le ali spezzate, come aveva dimostrato nel volo dalla finestra, schiantandosi sul marciapiede.
Il motivo delle ali come simbolo di libertà è uno dei leit-motiv de “La vita di sogno di Suchanov”, primo romanzo di Olga Grushin, che è nata a Mosca nel 1971 e attualmente vive a Washington. Dall’uccellino in gabbia della madre di Anatolij Suchanov, che scatena in lui una lunga serie di ricordi, alle figure stregate che volano leggere nell’aria dei dipinti di Chagall (uno dei genii disconosciuti dalla madre Russia che lo ha obbligato ad un esilio volontario), allo stormo di colombi intorno alla statua di Gogol che Anatolij bambino si divertiva a far alzare in volo- tutte immagini che ci riportano alla vita di Suchanov al tempo della vicenda, nella Mosca del 1985, vicino al grande cambiamento in cui nessuno, meno che mai Suchanov, osa sperare.

     Suchanov è adesso un critico d’arte, era un pittore che ha svenduto il suo genio, barattandolo per la sicurezza economica. Questo è il suo tormento che, in una spirale di tempo che si riavvolge su se stessa, lo porterà alla follia- come era successo a suo padre. L’inizio della fine è una mostra in onore del suocero, famoso pittore del realismo sovietico (un tempo il giovane Suchanov l’aveva definito “un asino borioso”), nell’ambito spazio espositivo del Maneggio. Quasi un quarto di secolo prima uno dei quadri innovativi di Suchanov era stato esposto al Maneggio insieme ad un dipinto del suo amico Lev- nessuno li aveva visti, Krushev li aveva fatti rimuovere, Suchanov e l’amico Lev avevano perso il lavoro. E avevano imboccato strade diverse, senza incontrarsi più fino a questa sera del 1985. Suchanov, così orgoglioso, appassionato, innamorato della bellezza che gli era stata rivelata da bambino nel quadro della Venere del Botticelli, aveva finito per accettare il lavoro di direttore di una rivista d’arte. Nascondendo i quadri, anche quello che reinterpretava una Venere circonfusa di fiori con il volto di sua moglie. Facendo suo il principio sovietico che “la bellezza è per i borghesi”. Condannando Dalì e tutti gli “ismi” occidentali come “manifestazione dell’insolvenza del capitalismo”. Mentre adesso Lev lo invita ad una sua mostra, a vedere i suoi quadri che sono solo pallide imitazioni di qualche artista europeo. Valeva la pena il sacrificio della propria vita e di quella di altri per inseguire un sogno? E se ci si è sbagliati? Se uno non ha le ali?

    Suchanov vive ora quel sogno che non è stato capace di perseguire: una volta che iniziano i ricordi, Anatolij Suchanov entra ed esce dal sogno, passando dal presente al passato per tornare al presente. E se sono il presente e la realtà a prevalere all’inizio, aumentano poi i segnali di un cambiamento che Suchanov non sa interpretare- è proprio vero che deve pubblicare un articolo su Dalì? Sarà un tranello? E perché non ha più l’auto con l’autista?-, aumentano i ricordi- del padre, del suo insegnante di pittura, dell’incontro con la moglie e dell’amicizia con Lev, di tele dipinte che erano un inno alla bellezza. E infine non c’è più uno stacco tra presente e passato, il tempo verbale usato per il passato è il presente, persone conosciute un tempo gli riappaiono con un altro nome, lo riafferrano, riportandolo indietro. Indietro fino alla chiesa abbandonata dove potrà dipingere sui muri, solo e libero.

    Attraverso la storia di un uomo in un regime che stritola e soffoca, il romanzo della Grushin è anche la storia di una forma d’arte, la pittura, muta di per sé, ma con una forza rivoluzionaria di impatto più grande delle parole perché più immediato, e ancora più pericoloso. Ma un quadro non può circolare in samizdat, non può superare le frontiere nascosto in una tasca- il suo destino, sotto una dittatura, è il silenzio.

la recensione è stata pubblicata sulla rivista Stilos