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lunedì 3 febbraio 2025

Alina Bronsky, “Barbara non sta morendo” ed. 2025

                                 Voci da mondi diversi. Area germanica



Alina Bronsky, “Barbara non sta morendo”

Ed. Keller, trad. Scilla Forti, pagg. 240, Euro 17,10

 

   Walter ha trovato Barbara per terra, sul pavimento del bagno. Riesce a riaccompagnarla a letto, ma poi Barbara non si alza per preparare la colazione. A pensarci, era stato strano non svegliarsi con il profumo del caffè, come ogni mattina da quando si sono sposati. È il primo segnale di un cambiamento di cui Walter farà fatica a rendersi conto e ad accettare. Anzi, Walter non lo accetta proprio, si rifiuta di pensare che Barbara sia ammalata, neppure ci pensa a chiamare il dottore. Ci penserà il figlio, giorni dopo, quando è chiaro che Barbara non si alza dal letto dove continua a dormire o dormicchiare.

     È un uomo di altri tempi, Walter. Ottuso e pieno di pregiudizi. Era stato anche lui un immigrato, anche Barbara lo era stata e lui si vantava che Barbara dovesse a lui e alla sua severità se ora parlava in tedesco senza accento. Si irritava quando la moglie preparava dei piatti come ‘laggiù’, il borsc, per esempio. E ce l’aveva con gli immigrati, che bivaccavano sul marciapiede vicino alla stazione chiedendo l’elemosina. Si rifiutava di chiamare per nome la compagna del figlio, non dice mai niente apertamente, ma c’è un lieve disprezzo nel paragonare il nipotino ad un cioccolatino. Quanto alle scelte della figlia Karin, che era andata a Berlino dove viveva con la sua ‘migliore amica’, Walter fingeva di non capire, di non sapere.


   Fino ad ora aveva avuto abitudini fisse da quando era andato in pensione- portare fuori il cane, il giovedì sera al pub con gli amici e nient’altro. Mai aveva fatto la spesa, mai aveva acceso un fornello, neppure per farsi un caffè, mai aveva fatto funzionare la lavatrice. E adesso? Lentamente, molto lentamente visto che parte da zero, Walter impara, seguendo le istruzioni della moglie. Fa pasticci, sporca dappertutto, è necessario più di un tentativo prima di cucinare qualcosa di commestibile, impara perfino a chiedere aiuto per istruzioni alla commessa con i capelli blu del panettiere.

    Alina Bronsky dipinge con mano leggera il cambiamento di quest’uomo, ce lo descrive in un tono tra il compassionevole, il ridicolo, l’ammirazione. Ammirazione sì, perché tutto quello che Walter fa non è solo per la propria sopravvivenza ma perché ama Barbara, anche se non lo confesserebbe mai.

Imbocca la moglie come un uccellino, in un soprassalto di comprensione lucida di quello che sta accadendo (Barbara si è rifiutata di andare in ospedale) le dice “non mi giocherai qualche brutto scherzo, ragazza mia?”- è quanto di più affettuoso quest’uomo vecchio stile sia capace di dirle.


   È un cambiamento a 360 gradi, quello di Walter. Cambia nell’aspetto pratico della vita di ogni giorno (buffo l’accanimento con cui inizia a seguire le lezioni di cucina alla televisione e ad aprirsi ai social), cambia nella maniera di relazionarsi con i figli, acquista anche il coraggio di affrontare un segreto doloroso del loro passato per cui finora aveva solo provato vergogna. E non è solo la malattia di Barbara (che lui rifiuta di riconoscere fino alla fine) la responsabile di questo cambiamento. Nella sua nuova apertura verso il mondo Walter scopre che la moglie che sua madre disprezzava e che lui pensava di aver, in certo qual senso, ‘elevato’, era benvoluta e amata da tutti- perfino il barbone accampato con il cane vicino alla stazione la conosceva (e Walter si sostituirà a Barbara e gli porterà da mangiare, a Natale). Perché Barbara era buona, generosa, gentile. Tutti le volevano bene, persone a lui del tutto sconosciute le chiedevano di lei.

   Anche in questo romanzo, come nel precedente “L’ultimo amore di Baba Dunja”, Alina Bronsky ci racconta una storia con umorismo e con una considerazione affettuosa per i suoi personaggi, una storia di persone qualunque che mostra come niente sia definitivo nel nostro carattere e nelle nostre abitudini e come si possa cambiare (in meglio).



La recensione de "L'ultimo amore di Baba Dunja" è pubblicata in data 27 ottobre 2016, con l'etichetta Area germanica.

domenica 20 ottobre 2024

Elena Fischer, “Paradise Garden” ed. 2024

                          Voci da mondi diversi. Area germanica

                                             romanzo di formazione

Elena Fischer, “Paradise Garden”

Ed. Gramma, trad. Susanne Kolb, pagg. 272, Euro 18,05

 

      Mia madre è morta questa estate.

   Quattordici anni è un’età di merda per perdere la madre.

Due frasi così, in apertura del libro, sono un pugno nello stomaco. Un altro pugno che ci fa piegare in due arriva subito dopo, durante il funerale ‘nel giorno più caldo dell’anno’, mentre la bara viene calata nella fossa. Se lei sperava che la mamma comparisse al suo fianco, la prendesse per mano e la portasse via- be’, la mamma non era comparsa. È comparso invece il mio primo ciclo. Può esserci qualcosa di più terribile che diventare donna con il soprassalto di sentire il sangue scorrere sulle gambe e avere appena perso la mamma che avrebbe potuto spiegare e rassicurare?

   La mamma si chiamava (o si chiama, perché la sua assenza è una presenza costante a fianco della figlia) Marika e lei, la figlia che è l’io narrante, Billie. Soltanto a sette anni, a scuola, aveva scoperto che il suo vero nome era Erzsébet. La mamma diceva che Billie era un diminutivo, ma molto più tardi lei verrà a sapere che è tutto un altro nome, che c’è una canzone intitolata con questo nome. E che la canzone deve aver avuto un significato per il cuore della mamma.


    Non abbiate timore che “Paradise Garden” sia un libro sdolcinato, come i libri per l’infanzia del passato dove bambini orfani scoprivano il nonno ricco o si addentravano in giardini segreti. Potrebbe esserlo ma non lo è, perché la voce di Billie ride anche se vorrebbe piangere mentre ricorda tanti episodi di vita passata, perché Marika è una madre giovanissima e tremendamente simpatica, perché  anche se in Marika e Billie c’è qualcosa di Pollyanna (la protagonista del famoso romanzo per bambini di Eleanor Porter che trova sempre qualcosa di positivo in tutto), ci divertiamo a leggere della polvere di stelle che questa mamma spargeva su tutto, trasformando in un divertimento andare a cercare i prodotti scaduti e scartati del supermercato quando i soldi erano finiti, fare la doccia calda approfittando dell’ingresso gratuito in piscina, far apparire la più grande avventura tuffarsi dal trampolino di dieci metri, fingere di essere in villeggiatura mettendo le sedie sul ballatoio quando faceva molto caldo. La mamma raccontava che se n’era andata da casa, in Ungheria, perché sua madre la picchiava, che era stata la prima ballerina al teatro di Budapest, che il padre di Billie l’aveva lasciata. Era tutto vero?

   La nonna, cattiva come quella delle fiabe, bussa alla loro porta, dice di essere ammalata e di avere bisogno di cure. Nella piccolissima casa in cui mamma e figlia abitano, la nonna si prende la stanza di Billie e tira fuori tutte le sue statuette di Gesù e le Bibbie (due, in caso una vada persa). È la fine dell’idillio. E poi succede il peggio, la vita di Billie ha una svolta, il romanzo ha una svolta.


    Fino a questo momento l’ambientazione era stata il condominio di periferia degradata, oltre a Billie i personaggi erano stati la madre e la nonna, l’amica ricca e ‘traditrice’ di Billie e gli amici poveri e generosi che erano anche i vicini di casa, l’unico spostamento era stato il viaggio vagheggiato e mai fatto con i soldi vinti per una risposta giusta ad un quiz radiofonico, adesso tutto cambia e il romanzo diventa, fino ad un certo punto, un romanzo ‘on the road’ con Billie che, pur non avendo la patente, si mette al volante e parte. Per dove, non lo sa neppure lei di preciso. Ha un bagaglio minimo, l’importante è che abbia il quaderno su cui prende appunti perché vuole diventare una scrittrice.


    “Paradise garden” era il nome del gelato più grosso che la mamma aveva comperato per Billie, quello che Billie ha perso è il Giardino dell’Eden, si chiama Sal Paradise il protagonista del romanzo “On the road” di Kerouac che Billie sta leggendo- è una traccia per noi lettori? Per Billie che vuole trovare suo padre, che sognava il mare caldo del Sud dell’Europa e invece arriva sul mare del Nord? è il Paradiso quello che trova in quell’isola semidisabitata e un poco selvaggia? Di certo mette insieme le tessere del puzzle della vita di sua madre. Ognuno ha la sua storia. Mia nonna ha una storia, ce l’ha mia madre e ce l’ho anche io.

    Un libro sfaccettato, che parla dell’amore, dell’essere genitori e dell’essere figli, dell’urgenza di trovare se stessi cercando le proprie radici. Un libro in cui l’eccesso di sentimento si stempera nell’umorismo, forse velato di lacrime ma anche di tenerezza e di gioia di vivere. Nonostante tutto.



domenica 7 luglio 2024

Jarka Kubsova, “La palude delle streghe” ed. 2024

 




Voci da mondi diversi. Area germanica


Jarka Kubsova, “La palude delle streghe”

Ed. Neri Pozza, trad. Chiara Ujka, pagg. 325, Euro 18,05

 

    Ochsenwerder, alla periferia di Amburgo, nella zona delle Marschlande (terre paludose) che è, infatti, il titolo originale del libro di Jarka Kubsova, scrittrice di lingua tedesca nata in Cecoslovacchia, a Pilsen.

    Britta Stoever. Giorni nostri.

    Abelke Bleken. 1570.

Due donne. Due tempi diversi. Due storie. Eppure, nonostante i secoli di distanza, nonostante le esperienze di vita differenti, c’è molto che accomuna Britta e Abelke, c’è un legame tutto femminile che la narrativa accentua nell’alternarsi di capitoli che si collegano come anelli di una catena- quello che segue si allaccia al precedente riprendendone il tema come fosse una sequenza musicale, la storia di una donna che si riversa in quella dell’altra.

    Sembrava un idillio, quando Britta, il marito e i due figli si sono trasferiti a vivere a Ochsenwerder, lasciando Amburgo. La casa grande (più tardi Britta verrà a sapere che la gente del posto la chiamava ‘la casa di ghiaccio’ perché era tutta di vetro e cemento) piaceva soprattutto al marito, ma la pace della natura, l’Elba che scorreva vicino, le gru sull’argine, gli spazi aperti- tutto questo riempiva il cuore, era come una rinascita. Eppure una certa qual insoddisfazione striscia in Britta- lei che aveva amato il suo lavoro di ricerca e che aveva dovuto abbandonarlo dopo che erano nati i figli, lei che aveva ripiegato su un altro lavoro che non la soddisfaceva affatto, si sente ora più che mai tagliata fuori da tutto. Il marito esce al mattino, rientra alla sera, scambiano a mala pena due parole, lui ha sempre cose più importanti a cui pensare. Lei esce per lunghe passeggiate nei dintorni e incomincia a chiedersi quali storie si nascondano dietro case abbandonate, perfino un poco sinistre. E’ così che si imbatte in un cartello che segnala una strada, con il nome di Abelke Bleken. Si incuriosisce, fa ricerche in internet, chiederà in giro.


    Abelke aveva fatto una fine terribile. Era bella, gestiva da sola, con l’aiuto di un paio di lavoranti, una grande fattoria dopo la morte del padre. Sognava un uomo che aveva conosciuto ad una festa di paese (era andato via con la promessa di tornare, non si era più rivisto), aveva un’amica (il marito di questa le impediva di vederla). Poteva una donna orgogliosamente indipendente non attirare la malevolenza degli invidiosi nel tempo in cui viveva? E noi siamo indotti a pensare che la attiri tuttora, una donna come lei.

Ma erano i tempi della ‘caccia alle streghe’ in cui demonizzare una donna significava gettare su di lei la colpa di tutto- morti accidentali, malattie, carestie, alluvioni. Quello che non poteva essere spiegato razionalmente era attribuito ai sortilegi operati da chi se non da una donna, dalla peccatrice Eva che era stata la causa della cacciata dal Paradiso terrestre?

     Abelke aveva previsto la bufera e la conseguente alluvione, aveva avvisato i paesani che mettessero in salvo il raccolto, le bestie e loro stessi. Nessuno le aveva creduto. Quando poi la natura si era scatenata, quando l’argine aveva ceduto, tutto quello che era successo dopo era la soluzione per sbarazzarsi di un personaggio scomodo, per impadronirsi di una fattoria che faceva gola a molti. Il ‘come’ è storia risaputa, ne abbiamo letto in molti libri, da “Il crogiuolo” di Arthur Miller a “La chimera” di Sebastiano Vassalli.


    In parallelo alla storia di Abelke scorre quella di Britta e, in chiave minore, quella della figlia adolescente. Sono storie diverse che parlano, però, di maschilismo, di prevaricazione, dei rischi maggiori che corrono le donne a qualunque età, delle responsabilità- anche quelle maggiori- che le donne devono assumersi in una famiglia.

    Ispirato ad una vicenda reale, “La palude delle streghe” ‘strega’ la nostra attenzione con una narrativa fatta di uno sguardo poetico e insieme realista, calandoci in situazioni in cui ci immedesimiamo al di là delle barriere di tempo. È questo che ci colpisce, come tutto sia cambiato restando fondamentalmente uguale.



 

mercoledì 19 giugno 2024

Natascha Wodin, “Veniva da Mariupol” ed. 2018

                              Voci da mondi diversi. Area germanica

seconda guerra mondiale
romanzo autobiografico

Natascha Wodin, “Veniva da Mariupol”

Ed. L’Orma, trad. M. Solari e A. Ruchat, pagg. 380, Euro 19,95   2018

 

    Era una bambina l’io narrante della storia, la scrittrice stessa, quando sua madre si era gettata nel fiume. Aveva solo trentasei anni e il padre le ripeteva sempre che anche lei, Natascha, era pazza come sua madre Evgenija. Dopo aver letto il libro comprendiamo tanto di Evgenija e non ci stupiamo affatto della sua ‘pazzia’.

    Natascha sapeva ben poco di sua madre fino a quando si era imbattuta per caso nel suo nome su un motore di ricerca russo. Inizia così un’indagine che occupa tutta la prima parte del libro, un’estenuante ricerca in cui riceve un costante aiuto da un greco appassionato di alberi genealogici- lei non avrebbe mai immaginato che a Mariupol, in Ucraina, ci fosse una comunità di greci e anche una di italiani. Molto spesso le indagini sono frustranti, le difficoltà sembrano insormontabili, spesso sembra si arrivi ad un punto morto. Poi, quasi per miracolo, spuntano delle prove di questo mondo scomparso, dal nulla appaiono fotografie. La nonna materna di Natascha era italiana e apparteneva ad una famiglia ricca, quella paterna aveva origini nobiliari e sua madre aveva avuto (o aveva ancora?) un fratello che era un cantante d’opera e una sorella maggiore, Evgenija era nata a molti anni di distanza da fratello e sorella, in una foto sua madre appare con i capelli bianchi (leggeremo come le erano diventati bianchi in una sola notte) e poi, dopo che era partita per raggiungere la figlia più grande, era scomparsa, non si era saputo più nulla di lei.


   In seguito a questa paziente ricerca, Natascha scopre di avere una numerosa famiglia, fortemente colpita dagli eventi drammatici del secolo XIX, il secolo della Rivoluzione Russa, di Stalin e di Hitler, di quella che in unione Sovietica veniva chiamata la Grande Guerra patriottica, dei campi di sterminio nazisti e dei Gulag, delle famigerate purghe staliniane, dell’ Holomodor, il genocidio per fame degli ucraini in seguito alla collettivizzazione, il lavoro forzato degli Ostarbeiter, deportati dai nazisti in Germania.

   È questa storia poco conosciuta che la scrittrice ci racconta nella seconda parte del libro. Perché abbiamo letto molto, anzi moltissimo, sul genocidio degli ebrei e sui campi di concentramento, e quasi nulla, invece, sui lavoratori dell’Est che, indispensabili e facilmente rimpiazzabili, costituivano la mano d’opera nelle fabbriche sostituendo gli uomini tedeschi al fronte. Non c’era poi molta differenza tra i campi in cui venivano rinchiusi gli ebrei e quelli di questi lavoratori che dovevano cucire la scritta ‘Ost’ sulla giacca o sull’abito. Erano alloggiati in baracche sovraffollate, sottonutriti, mangiati vivi da pidocchi e altri insetti, forzati a lavorare fino allo sfinimento.


   La scrittrice non ha una documentazione a cui ricorrere per ricostruire la vita di sua madre in uno di questi campi, si basa su altre testimonianze, costruisce ipotesi sulla sua vita quotidiana. Ipotizza anche quando lei stessa sia stata concepita- sua madre era sposata quando era stata deportata-, forse non si era neppure accorta di essere incinta, nelle condizioni di deperimento fisico in cui si trovava. E poi c’è il ‘dopo’, la fine della guerra quando i ‘displaced people’ erano milioni. Sarebbero stati rimpatriati? E chi non voleva tornare perché sapeva sarebbe andato incontro a morte certa, avendo lavorato in una fabbrica tedesca ed essendo quindi considerato un collaborazionista?


   I Wodin (il loro cognome ha subito alcune varianti) rimasero in Germania, ma qui inizia un altro capitolo della loro vita, non meno difficile, in condizioni non meno squallide di cui la scrittrice (bambina all’epoca) ha qualche ricordo. Per sua madre era stato il culmine di un’esistenza tragica- la soluzione più facile era porvi una fine.

   Se la prima parte del libro è più fredda e ci incuriosisce senza appassionarci, questa seconda, in cui leggiamo anche il diario della sorella maggiore di Evgenija e Natascha entra in contatto con un cugino che è tuttora vivo in Siberia, è appassionante. Una lettura che definirei indispensabile.



mercoledì 22 maggio 2024

Lin Hierse, “Sogni di giada” ed. 2024

                         Voci da mondi diversi. Area germanica


                      Voci da mondi diversi. Cina
    Storia di famiglia

Lin Hierse, “Sogni di giada”

Ed. ObarraO, trad. Federica Garlaschelli, pagg. 160, Euro 15,20

    In una lingua il mio nome è composto da tre lettere, in un’altra da dodici tratti. In una lingua non indica nient’altro che me. In un’altra lingua significa giada.

    Due lingue, due culture, distanti tra di loro quanto possono essere i due numeri- 3 e 12- delle lettere e dei tratti per scrivere il suo nome, Lin. Che è quello della scrittrice nonché voce narrante di questo romanzo autobiografico in cui il trauma dell’emigrazione viene trasfigurato in sogni, “Sogni di giada” è il titolo in italiano. Potremmo scrivere la lettera g maiuscola, e allora sarebbero “Sogni di Giada”, in un gioco di parole che mette l’autrice al centro della nostra attenzione. Per non dire che i braccialetti di giada sono una traccia da seguire nel romanzo- il braccialetto che viene sepolto insieme alle ceneri di A’bu, quello di Mā, il suo, quelli che indossano tutte le donne cinesi, perché la giada porta fortuna, perché nei tempi antichi la gente credeva di poter entrare in contatto con gli dei tramite la giada. Il braccialetto di giada è diventato un segno distintivo per le donne che hanno lasciato la Cina- lei, Lin, che non ha mai lasciato la Cina, che è sempre e solo andata avanti e indietro per incontrare i parenti rimasti a Shanghai, lei ha il diritto di portare il braccialetto di giada al polso?


   Sembra essere un interrogativo di poca importanza, ma il suo significato è più ampio: è cinese, lei? o è tedesca? Dove sono le sue radici? Dove colloca la sua appartenenza? E il romanzo è, allora, una storia di famiglia, una storia che scava alla ricerca della propria identità, la storia di un rapporto- strettissimo- tra madre e figlia. Un romanzo sincero, onesto, percorso da una vena di poesia, tra passato e presente.

   È anche un romanzo di donne, “Sogni di giada”. Ci sono degli zii cinesi che Lin incontra quando va a Shanghai o con cui parla al telefono, ma prevalgono le figure femminili, A’bu (sempre chiamata così e non è il suo vero nome, è la nonna materna), la nonna (chiaramente è la madre del padre, tedesca), una zia (sorella della madre), Mā e lei stessa. E il padre è del tutto assente, di lui non sappiamo nulla, neppure che cosa in lui abbia fatto innamorare Mā, quando era arrivata in Germania.

    Il libro inizia con il funerale della nonna cinese, con un’arrampicata verso il cimitero, in alto su una montagna. Da qui, senza un ordine cronologico, con leggerezza, Lin Hierse intreccia storie del passato con storie del presente, storie di famiglia che sono state condizionate dalla grande Storia- A’bu che ammirava i piedini ‘fior di loto’ di un’altra bambina finché non aveva visto i suoi piedi nudi, con le ossa spezzate, la zia che aveva passato dieci anni nei campi di rieducazione di Mao, Mā che aveva studiato tedesco e aveva lasciato la Cina perché voleva un’altra vita.


Lin ammira sua madre, la ammira così tanto che deve fare uno sforzo per staccarsi da lei, per differenziarsi da lei, per trovare la sua identità. Per questo va a vivere da sola, per questo si taglia i capelli incorrendo nella sua disapprovazione. Il loro rapporto, la loro intesa, la comprensione reciproca, l’affetto che le lega, sono speciali. C’è come un elastico che tiene unite Lin e sua madre, Lin e la Cina, un elastico che, se tirato, le allontana e poi, lasciato andare, le avvicina di nuovo. E allora pensiamo che, nella sua ricerca dell’identità, la scrittrice si sia avvicinata di più a quella di provenienza materna, almeno affettivamente e sentimentalmente, anche se l’immagine che lo specchio le rimanda mostra i segni di un’appartenenza diversa, in un bellissimo incrocio di tratti somatici, in quello che è, in definitiva, uno straordinario arricchimento di culture.



   

 

venerdì 17 maggio 2024

Charlotte Gneuss, “I confidenti” ed. 2024

                                 Voci da mondi diversi. Area germanica

     romanzo di formazione

Charlotte Gneuss, “I confidenti”

Ed. Iperborea, trad. Silvia Albesano, pagg. 219, Euro 17,00

 

    “I confidenti”. Questo non è il titolo originale del romanzo che a noi non avrebbe detto nulla: “Gittersee”, un sobborgo di Dresda. Il titolo italiano, però, coglie appieno la sottile ambiguità del libro. Perché il primo significato della parola ‘confidente’ è colui a cui si dice un segreto, qualcosa di molto intimo, mentre il secondo si riferisce a chi fa la spia, a chi è a pagamento per fare l’informatore. Sempre di segreti si tratta, ma quanto diversi! Adesso sappiamo che la Stasi, il Ministero per la Sicurezza dello Stato, cioè l’apparato di polizia segreta della DDR, aveva circa 180.000 informatori negli ultimi anni.  Charlotte Gneuss, nata nel 1992, non ha una conoscenza diretta del tempo della divisione della Germania, ma costruisce il suo romanzo sui racconti dell’esperienza di vita dei suoi nonni e dei suoi genitori- questo libro sarebbe stato impensabile senza i loro ricordi, dice lei stessa alla fine. E il suo merito è nell’aver trasformato la grigia realtà di quegli anni in un fresco romanzo di formazione in cui la subdola strategia della polizia segreta ha buon gioco sull’ingenuità dei giovani, già sbalestrati da conflitti familiari e amori adolescenziali.

    1976, un anno importante per la Germania dell’Est, un punto di svolta, un nascere di speranze in un cambiamento. Speranze frustrate dall’espatrio del cantante Wolf Bierman, colpevole di aver tenuto un concerto in Occidente,e dal suicidio di un prete che si era dato fuoco per protesta politica.


La voce narrante è quella di Karin, 16 anni, che vive con il padre, una madre molto giovane che soffre in quella vita ristretta, la nonna e una sorellina piccolissima di cui è lei ad occuparsi molto più spesso della madre. L’esistenza di Karin sembra essere quella di una qualsiasi adolescente, divisa tra la scuola, le chiacchiere con l’amica Marie, e soprattutto il suo primo amore, Paul, che lavora in miniera insieme all’amico Rühle. E tuttavia comprendiamo presto che la loro vita non è del tutto normale, perché c’è un divario tra le loro aspirazioni e quello che invece dovranno accettare di fare, perché è lo Stato che decide per loro, che indirizza il loro futuro verso studi o un lavoro di cui lo Stato ha bisogno. Paul vorrebbe fare l’artista, Marie vuole addirittura essere la prima donna che sbarca sulla luna. L’irrealizzabilità di questo desiderio esprime meglio di ogni cosa le pastoie che tengono legati i cittadini della DDR. E poi c’è Berlino, il sogno di Berlino. Berlino rappresenta il primo passo verso l’Occidente a cui si guarda non più come al paese dell’egoistico capitalismo ma come al luogo delle possibilità.

   Tutto inizia con la proposta di Paul di andare in Cecoslovacchia


sulla sua moto (una Schwalbe che, guarda caso, ha un nome che significa ‘rondine’) per il solstizio d’estate. Karin non ha il permesso di andare con lui, ma si stupisce nel vedere Paul che nasconde dei soldi sotto il copertone. È proibito uscire con dei soldi dal paese, non lo sa? Ma è Karin che non sa, che non capisce che Paul ha in mente di passare all’Ovest. Infatti non ritorna. E la Stasi arriva a casa di Karin e inizia a fare domande. È impossibile che lei non sapesse, che non lo abbia aiutato, che lei non sappia adesso dove sia Paul.

    Mentre la famiglia di Karin si disgrega, con la madre che va a stare da un’amica a Dresda, il padre che incomincia a bere, la nonna che accusa Karin di essere tale e quale a sua madre, la piccola che resta sempre più affidata alle cure della sorella maggiore e Karin che non sa capacitarsi che il ragazzo che la chiamava ‘Virgola’ abbia potuto lasciarla così, entra in scena il funzionario Wickwalz. Fa sempre più spesso visita a Karin, la consola, si comporta un po’ come un padre, un po’ come un amico, in una maniera subdola che però la ragazza non capisce. Le fa delle promesse, la lusinga, come se quello che lei dice abbia un grande valore per il socialismo, per la loro Germania. Karin non capisce, le piccole cose che racconta, del padre che Marie non ha mai conosciuto e che vive all’Ovest, del pacco che è stato fatto arrivare a Paul, le sembrano di nessuna importanza. Ma l’onnipotente Stasi che vede pericoli dappertutto, giudica diversamente. La ragazza che si è sentita tradita, finisce per tradire. Finché si accorge di essere stata intrappolata, tutto viene riequilibrato, a sorpresa. Dopo aver letto l’ultima pagina, vi consiglio di andare a rileggere la prima.



   

   

domenica 5 maggio 2024

Martin Pollack, “La donna senza tomba” ed. 2024

                               Voci da mondi diversi. Area germanica

                                                      Storia

               saggio

Martin Pollack, “La donna senza tomba”

Ed. Keller, trad. Elisa Leonzio, pagg. 188, Euro 16,15

 

    Che tristezza, pensare ad una donna che non c’è più, non solo, una donna che una volta esisteva e si affacciava ad una finestra della grande casa della piazza e che adesso non si può neppure ricordare mettendo un fiore sulla sua tomba.

    Si chiamava Pauline Bast, sposata Drolc, ed era la prozia dello scrittore, vale a dire la sorella di suo nonno. Con l’amore della ricerca e dell’accuratezza storica che lo contraddistingue, Martin Pollack segue le tracce di Pauline (in sloveno Pavla), ne ricostruisce la vita e, insieme alla sua, quella della numerosa famiglia Bast. Intorno a loro si anima l’intera cittadina di Tüffer (in sloveno Laško), nella bassa Stiria. Osserviamo subito un dettaglio: tutti i nomi che vengono citati, sono detti in entrambe le lingue. Vuol dire tanto, vuol dire che parliamo di una terra passata da una sovranità all’altra, adattandosi, senza poter mantenere la sua identità.

   Iniziamo dal destino finale di Pauline, di cui Pollack riesce a sapere grazie ad una lettera del fratello di lei, suo prozio. Nel 1945, quando la guerra era finita da pochi mesi, i partigiani jugoslavi avanzavano nella bassa Stiria, arrestando gli abitanti di origine tedesca. Pauline, la mite Pauline di settant’anni, di famiglia tedesca ma sposata con l’organista slavo Drolc, fu arrestata e portata nel campo di internamento provvisorio del castello di Hrastovec. Morì poco dopo, in agosto, per le terribili condizioni del campo, per fame, chissà, per malattia o per sfinimento. Il corpo era finito in una fossa comune? Non fu mai ritrovato.

Hrastovec
       Ci vuole la pazienza, la meticolosità, la puntigliosità di un archeologo per fare ricerche su una persona che appartiene ad un’altra epoca in cui non esisteva neppure il concetto di una documentazione accurata. Martin Pollack procede, un passo dopo l’altro, a ricomporre le tessere di un puzzle- quello che si vedrà, alla fine, non sarà soltanto una figura di donna che molte persone di Tüffer ricordavano di aver visto per lo più alla finestra, ma l’intera cittadina, con schiere di personaggi di appartenenza territoriale e linguistica diversa. È una storia travagliata, quella dell’attuale Slovenia, pressata tra altri Stati, fagocitata dalla Germania prima, passata alla Jugoslavia poi. Martin Pollack inizia da quando la famiglia Bast si stabilì a Tüffer comprando la grande casa dove il loro nome avrebbe giganteggiato sulla porta, segue la crescita dei numerosi figli- le figlie femmine contavano poco, si sa, i maschi completarono gli studi, si unirono a confraternite simpatizzanti con il nuovo movimento nazionalsocialista, avrebbero sostenuto il Reich, uno di loro portava quei ridicoli baffetti alla Hitler. Nel corso inesorabile della Storia, quella che era stata una pacifica convivenza tra tedeschi e slavi, si sarebbe trasformata in un aspro contrasto, in un primo tempo con gli slavi considerati inferiori e la loro lingua bandita, e in un secondo tempo, dopo la fine del conflitto, la situazione si sarebbe capovolta con il desiderio di far scontare ai tedeschi tutte le loro colpe.


    Come se l’erano cavata i Bast? Di suo padre Gerhard, arruolato nelle SS e trovato morto nel 1947 (era ricercato come criminale di guerra e cercava di fuggire), Martin Pollack ha già parlato ne “Il morto nel bunker”, qui lo scrittore segue le sorti degli altri fratelli e sorelle Bast, un compito non facile in cui le testimonianze si basano su frammenti di ricordi e la parola passa dall’uno all’altro aggiungendo qualche dettaglio. E in definitiva la vittima della Storia fu una donna, Pauline, che non aveva colpe, non simpatizzava con i nazisti, era sposata con un non tedesco, un uomo di chiesa che aveva l’incarico di cuocere le ostie (tutti i bambini di un tempo ricordano con golosità gli avanzi di impasto che lui distribuiva). Lui aveva taciuto mentre portavano via la moglie?

    “La donna senza tomba” non è soltanto un esempio eccellente di libro-saggio, è anche un documento importante per la ricostruzione storica di un’epoca, è un omaggio alla memoria dei miti sulla terra.



mercoledì 6 marzo 2024

Karl Alfred Loeser, “Requiem” ed. 2023

              Voci da mondi diversi. Area germanica

                                  seconda guerra mondiale


Karl Alfred Loeser, “Requiem”

Ed. Neri Pozza, trad. Silvia Albesano, pagg. 239, Euro 18,00

     Vestfalia, metà anni ‘30. Dal 1933 Hitler è cancelliere del Reich, dal 1934

si è autonominato Führer. L’ombra scura si estende sulla Germania. La caccia agli ebrei è incominciata. Qualcuno è già partito, saggiamente, con lungimiranza. Quella che prevale, però, è un’atmosfera di inquietudine, sì, ma anche di incredulità, una fiducia- basata sul nulla- che la paura sia ingiustificata, che la Germania, patria di musicisti e filosofi, non possa abbassarsi ad una politica basata su pregiudizi. La follia che sembra percorrere il paese come un’onda di marea, si ritirerà.

    Erich Krakau è un violoncellista di fama, membro dell’orchestra municipale, il suo fiore all’occhiello. Quando suona lui, è la musica degli angeli che vibra nell’aria. Vive per la musica. E per la moglie, un’ariana bionda e delicata ‘come un papavero’ (dice il dottor Spitzer che l’ha in cura). Lisa Krakau è incinta, basta poco per scuoterle i nervi.

   Fritz Eberle è perfino ridicolo come rivale di Krakau. È un nano di fronte a un gigante. Non sono le sue umili origini (è figlio di un panettiere) che lo rendono inferiore, è la sua presunzione di essere un bravo musicista e poter ambire ad occupare il posto di Erich Krakau. Perché è vero che non c’è posto per un altro violoncellista nell’orchestra. Adesso non c’è posto. Perché quel posto è occupato da un ebreo. E l’ebreo deve essere mandato via. Quando si presenta per un’audizione, è proprio Krakau a giudicarlo, senza sospettare che, consigliandogli di andare a fare il panettiere come suo padre, sta firmando la sua condanna. Come poteva Eberle pensare di suonare nell’orchestra, traendo quei suoni penosi dal suo strumento?


    La caccia all’ebreo, a Krakau nella fattispecie, inizia. Inizia con una vendetta personale da parte di Eberle, ferito nel suo orgoglio. Membro delle SA, con i suoi compagni Eberle organizza un’azione di disturbo durante un’esecuzione di Erich Krakau il quale reagisce con un ‘Porci’ a loro indirizzato. E viene portato via dalla polizia.

    E adesso, scomparso Krakau dalla scena, sfilano una serie di personaggi ognuno dei quali rappresenta una reazione diversa alle minacce degli albori del nazismo. C’è l’ignobile giornalista di scarso valore che pensa ai propri interessi cercando di favorire la carriera di Fritz Eberle, c’è chi, nell’ambiente dell’orchestra, si tira indietro davanti alla proposta di fare qualcosa, di rivolgersi a chi ha il potere di intervenire per scoprire dove sia stato portato Krakau e di farlo liberare, e c’è chi, infine, si mette in gioco, rischia, tira fuori vecchie conoscenze, risveglia la coscienza di un amico di altri tempi che pare aver dimenticato gli ideali che condividevano durante la guerra. E poi c’è la piccola moglie. Di lei si pensava fosse fragile, delicata come un papavero. Eppure Lisa Krakau raccoglie la sfida, per amore. Potremmo paragonarla non più ad un fiore, ma ad una tigre che sfodera le unghie. È pronta a tutto, per suo marito. Già prima, lei, ariana che non aveva nulla da temere, aveva proposto di partire, avvertendo il pericolo. Adesso è disposta ad offrire quello che a una donna è più prezioso, per salvarlo.


    “Requiem” è il romanzo di un’epoca che si avvicina al baratro, che pone il singolo davanti alla scelta, se seguire la massa o il proprio imperativo morale, un romanzo in cui la musica è al centro della scena. Musica come arte suprema che scavalca ideologie ed etnie, che eleva gli animi. Musica che identifica la Germania stessa, con tutti i geni a cui ha dato i natali. E allora, nel retrofondo, c’è l’assillo della domanda- come è stato possibile? Come è stato possibile un simile stravolgimento?

   “Requiem” è un romanzo singolare anche per la storia che c’è dietro- è in parte la sua storia e quella di suo fratello Norbert (compositore e critico musicale) che Karl Alfred Loeser racconta. Entrambi i fratelli erano riusciti a fuggire in Olanda (come il dottor Spitzer nel romanzo), Norbert vi era rimasto ed era sopravvissuto alla guerra, Karl Alfred era emigrato in Brasile insieme alla moglie conosciuta in Olanda. Morì anche in Brasile nel 1999 e i suoi eredi trovarono tra le sue carte il manoscritto di “Requiem” che fu pubblicato in Germania soltanto nel 2023.


                                               


 

martedì 20 febbraio 2024

Hans Sahl, “I pochi e i molti. Romanzo di un’epoca” ed. 2023

                                     Voci da mondi diversi. Area germanica

        seconda guerra mondiale

Hans Sahl, “I pochi e i molti. Romanzo di un’epoca

Ed. Sellerio, trad. E. Arosio, pagg. 450, Euro16,00

 

    Due frasi, in apertura e chiusura de “I pochi e i molti” di Hans Sahl, contengono in sé tutto il libro.

   “Non sono un eroe”, esordisce il protagonista Georg Kobbe, alias Hans Sahl. Per proseguire dicendo tutto quello che avrebbe fatto, chi sarebbe potuto diventare “in circostanze normali”. Sarebbe diventato un membro utile della società, avrebbe viaggiato, avrebbe coperto un ruolo nell’amministrazione, avrebbe avuto una casetta fuori città.

La Storia decise altrimenti per lui,

    “Pareva un naufrago appena spiaggiato dalle onde su un litorale sconosciuto che si guarda intorno sconcertato: dove sono?”- questa la frase che termina il romanzo di un’epoca, quella in cui visse Hans Sahl, all’anagrafe Hans Salomon, nato a Dresda nel 1902, figlio di un banchiere di una famiglia ebraica assimilata, amante di Goethe e di Beethoven e di Wagner, che mai avrebbe immaginato di essere travolta dall’ondata nazista.

Eppure Hans Sahl capì presto il pericolo, lasciando la Germania nei primi anni del ’30, dopo il trauma delle prime imprese delle squadracce dalle camicie brune, dopo il rogo dei libri che spazzò via definitivamente ogni illusione riguardo al futuro.


   L’impianto narrativo del romanzo è quanto mai vario, alterna capitoli in prima persona ad altri in terza persona, a stralci di diario, in una sequenza temporale che passa dal presente a lunghi flash back del passato, dalla New York dove lo scrittore è stato ‘spiaggiato’ nel 1941 all’Europa.

Il presente a New York è fatto di abitazioni squallide e fredde, di fame, di incontri con altri esuli come lui, di un continuo confronto tra la cultura della vecchia Europa che si è lasciato alle spalle e la non-cultura di questo nuovo mondo che obbedisce ad altri imperativi, quello del successo, di arricchirsi.

Il passato è a Berlino, dapprima nell’ambiente vivace e innovativo della capitale, nella bella casa borghese del padre, nell’attrazione verso il marxismo. Segue- dopo un capitolo commovente sulla morte del padre- la fuga di Georg verso Praga e poi Amsterdam e poi Parigi. E poi il peggio, la fuga come prigionieri tedeschi perché, anche se sono antinazisti, sono sempre dei nemici, i campi di concentramento, ancora la fuga, l’arrivo a Lisbona, il viaggio verso il paese della Libertà.

   “Vi siete portati con voi in esilio l’idea di una Germania che non esiste più e forse non ci sarà più neanche in futuro”, gli dice un amico.

Ma c’è una lezione, un messaggio che lo scrittore vuole trasmettere. Lui, uno dei ‘pochi’ che si sono opposti al nazismo contro i ‘molti’ che sono stati acquiescenti passivamente o hanno partecipato attivamente alla follia collettiva, crede che si debba ‘stare all’erta’, ‘non fidarsi della maggioranza e aiutare la minoranza a farsi sentire. Proteggere i deboli e i fragili e, quanto ai forti, essergli amico, sì, ma amico scomodo, sempre ponendo domande’.


    Il romanzo “I pochi e i molti” fu pubblicato nel 1959 senza attirare grande attenzione. Solo oltre mezzo secolo più tardi acquistò importanza come una delle testimonianze di maggior rilievo della “letteratura dell’esilio negli anni del Terzo Reich”.

   E Hans Sahl rientrò nella Germania che non aveva mai cessato di amare nonostante tutto, riappropriandosi della sua lingua materna, la lingua del cuore, solo poco prima del crollo del Muro di Berlino.