Visualizzazione post con etichetta Voci da mondi diversi. Cuba. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Voci da mondi diversi. Cuba. Mostra tutti i post

giovedì 18 aprile 2024

Armando Lucas Correa, “Una notte piena di luce” ed. 2024

                                           Voci da mondi diversi. Cuba

                                                              Storia di famiglia


Armando Lucas Correa, “Una notte piena di luce”

Ed. Nord, trad. Giuseppe Maugeri, pagg. 448, Euro 19,00

 

   Ally, Lilith, Nadine, Luna. Berlino. L’Avana. Miami. Berlino.

   Quattro donne, quattro generazioni, quattro luoghi. Due di queste donne compiono un atto di coraggio e di grande amore, allontanando la figlia per metterla in salvo: si può immaginare un sacrificio più straziante per una madre?

   Tutto inizia a Berlino dove nasce Lilith nel 1931. La levatrice consegna la neonata alla madre dicendole con disprezzo: è una bastarda della Renania. Ha messo al mondo una Mischling, una mezzo sangue. Questa bambina non è tedesca, è nera.

   Si erano amati, la poetessa Ally e il jazzista nero. Poi c’era stato l’avvento di Hitler e la politica di eugenetica nazista. Uscivano solo di notte, Ally e la sua bambina, perché di notte siamo tutti dello stesso colore, paventando il settimo compleanno di Lilith, quando una commissione avrebbe stabilito se la bambina dovesse essere sterilizzata per non contaminare la pura razza ariana. Poco importava che avesse un’intelligenza superiore alla media, il colore della pelle e i capelli, soprattutto i capelli, denunciavano chi fosse il padre. Ally deve pensare al bene della bambina. Ally accetta di affidare Lilith a una coppia di ebrei che si imbarcheranno con destinazione Cuba. Dai documenti risulterà loro figlia.


    Gli Herzog, con Lilith, saranno tra i ventisette passeggeri a cui sarà permesso di sbarcare, gli altri- più o meno 900- saranno rimandati indietro. È l’odissea della St. Louis, un altro capitolo vergognoso della Storia del secolo scorso.

Inizia così il filone cubano del romanzo. Lilith stringe amicizia con due ragazzini, con uno di questi si sposerà. Sono gli anni del presidente Batista, ma seguiranno gli anni violenti della rivoluzione e di Fidel Castro. Proprio come la sua vera madre Lilith perderà il marito e si separerà dalla sua bambina di soli tre anni che salirà su un aereo, questa volta, e non su una nave.


    Succedono tante altre cose, dopo questo nuovo cambiamento di ambiente, dopo che anche Nadine, proprio come Lilith, cresce con genitori che non sono i suoi, una coppia in cui lei è tedesca e lui americano. E qui mi fermo, perché, quando si incontra un personaggio tedesco dopo la guerra, è inevitabile chiedersi che cosa abbia fatto in quegli anni in cui tutti obbedivano agli ordini. Ci saranno molte sorprese, molti segreti che verranno alla luce, molta sofferenza. E tuttavia verranno alla luce anche le poesie di Ally di cui, finora, era rimasta solo quella che lei aveva affidato alla sua bambina prima che si imbarcasse, Viaggiatrice notturna.

    È un romanzo pieno di luce e di ombre, quello dello scrittore Armando Lucas Correa, nato a Cuba nel 1959. Inizia nel buio totale della notte del nazismo a Berlino, si rischiara al sole di Cuba prima che si addensino di nuovo le nuvole per poi illuminarsi alla fine con personaggi che si ritrovano- è come se una torcia venisse passata di mano in mano, fino ad arrivare a Luna- un nome che dice tanto, che rischiara la notte, una giovane donna che assomiglia in modo impressionante alla bisnonna. È un cerchio che si chiude. Nella luce.




 

domenica 12 gennaio 2020

Leonardo Padura Fuentes, “La trasparenza del tempo” ed. 2019


                                                                Voci da mondi diversi. Cuba
cento sfumature di giallo

Leonardo Padura Fuentes, “La trasparenza del tempo”
Ed. Bompiani, trad. B. Arpaia, pagg. 528, Euro 20,00

      Ritorna Mario Conde, l’ex poliziotto che si è riciclato in mercante di libri antichi e detective privato, protagonista dei romanzi seriali dello scrittore cubano Leonardo Padura Fuentes. Mario Conde, ovvero semplicemente “el Conde”, con i suoi amici di vecchia data- Carlos, immobilizzato dopo una ferita riportata nella guerra in Angola, il Coniglio, Yoyo-, la donna che gli sta accanto da più di vent’anni, le bevute di rum. E l’amore per la sua isola, sempre più maledetta, sempre più disperata, sempre più fatiscente. A Cuba c’è chi parte (se ci riesce) e c’è chi resta perché non ha nessun desiderio di partire, perché preferisce affondare con l’isola. E il Conde è uno di questi.
     Un vecchio compagno di scuola richiede il suo aiuto. Bobby, su cui si chiacchierava tanto un tempo e che però si era sposato e aveva avuto due figli, è dichiaratamente gay adesso (allora era stato espulso dall’università per voci malevole sul suo conto) ed è anche un santero-
il suo amico lo ha derubato, gli ha portato via tutto, gioielli e pentole. Soprattutto gli ha portato via la preziosa statua lignea della Vergine di Regla che il nonno di Bobby aveva portato dalla Spagna quando era fuggito dalla guerra civile, una statua che faceva i miracoli per chi aveva fede- e Bobby era uno di questi, poteva testimoniare un miracolo della vergine nera su di sé. A Bobby non importa altro che riavere quella statua che, a ben vedere, è diversa dalla Vergine di Regla cubana- sia il viso di questa vergine sia quello del bambino che tiene in braccio sono neri, e la vergine è seduta e non in piedi. Quanto è preziosa la statua? Che mercato ci può essere per questo pezzo? Dipende certamente da quanto è antica. Mentre si scopre che la vera identità dell’amichetto di Bobby era tutt’altra da quella da lui dichiarata, incomincia una serie di morti che hanno a che fare con questa faccenda che rivela un redditizio mercato d’arte, e una seconda narrativa si alterna alla prima, seguendo, a ritroso nel tempo, la storia della statua della Vergine nera, dalla guerra civile spagnola (messa in salvo perché non venisse profanata) fino ai tempi delle crociate.

    C’è un personaggio enigmatico che appare di sfuggita ne “La trasparenza del tempo”. Un uomo che sembra non avere i contorni della realtà, che Conde non sa se forse lo ha sognato, se forse era l’incarnazione del diavolo. Un uomo dall’aria distinta che cammina con i piedi avvolti in sacchetti di plastica- Conde finirà per togliersi le scarpe e darle allo sconosciuto. Come si deve essere ridotti per non avere neppure un paio di scarpe? E quest’uomo, che non ha nessun ruolo nella trama, diventa l’emblema dell’abbrutimento dell’isola (devo aggiungere una nota personale. Quando visitai Cuba, nel 2009, regalai un paio di scarpe che mi facevano male ad una vecchietta- forse non era neppure tanto vecchia, ma era rugosa e senza denti- incontrata per strada. Non sapevo neppure se erano della sua misura. Mi diede un bacio e io mi sono sentita in colpa per avere delle scarpe ‘in più’, da poter dare via senza pensarci). È questa la parte che ho trovato più interessante nel romanzo che è troppo lungo, dispersivo e lento nel secondo filone narrativo. L’inchiesta del Conde che sente il peso degli anni (ne sta per compiere sessanta) si svolge nel 2014 e lui, per la prima volta, si addentra in una città dentro la città, in una zona dell’Avana dove gli immigrati interni che arrivano ‘dall’Oriente’ dell’isola hanno costruito abusivamente- se si possono chiamare costruzioni le baracche di cartone e lamiera appoggiate le une alle altre, senza servizi igienici. E il Conde ne è sconvolto- forse questo è l’inferno. L’utopia non poteva arrivare più in basso. Non era questo quello in cui la generazione del Conde aveva creduto, non era per questo che avevano lottato.

       “La trasparenza del tempo” non è il miglior romanzo di Leonardo Padura Fuentes. Di certo è il più pessimista, il più disperato, quello in cui resta poco della Cuba sfavillante tra le mille difficoltà, della Cuba in cui basta il sole e la musica e le belle ragazze per tirare su l’umore e far sperare in un futuro migliore. Adesso il futuro è ‘sempre più angusto e incerto, o in realtà più certo’, ‘un presumibile panorama in cui, con sicurezza quasi totale, avrebbero languito fra opportunisti, intraprendenti, depredatori e trionfatori della nuova scuola, alcuni diplomati alla vecchia scuola’. È come se il Conde si risvegliasse a 60 anni, dopo un sonno alla Rip van Winkle, e vedesse con orrore come si è trasformata la realtà che lo circonda.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook


    


lunedì 9 ottobre 2017

José Manuel Prieto, "Le farfalle notturne dell' impero russo" ed. 2000

un romanzo cubano per ricordare la morte di Che Guevara, il 9 ottobre 1967, 50 anni fa

Voci da mondi diversi. Cuba
         mystery
         love story
         il libro ritrovato

José Manuel Prieto, "Le farfalle notturne dell' impero russo"
 Ed. Tropea, pagg. 283, Euro 15,00 

Una farfalla inafferrabile, una donna ugualmente inafferrabile, lettere d'amore, il tema del doppio: questi gli elementi del romanzo di José Manuel Prieto, scrittore cubano che ha vissuto per 12 anni in Russia dove si è laureato in ingegneria a Novosibirsk, in Siberia. Il protagonista del romanzo è un giovane contrabbandiere di reperti dell'ex-Armata Rossa, di visori notturni in particolare. Di lui sappiamo l'iniziale del suo  nome, J., che è straniero in Russia e che parla benissimo il russo. L'avventura inizia quando J. riceve da uno svedese l'incarico di dare la caccia ad una farfalla rara di cui l'ultimo esemplare è stato catturato dallo zar Nicola II in Crimea. E durante un incontro a Istanbul con lo svedese - per chiedere più tempo per acchiappare la farfalla- J. incontra una bellissima russa - anche di lei conosciamo solo l'iniziale del nome, V.- che è finita in un giro di prostituzione e chiede a J. di contrabbandarla in patria perché le sono stati sequestrati i documenti.
Impresa riuscita dopo inseguimenti col fiato sospeso, senonché la bella V. scompare appena sbarcano a Odessa. Il lettore conosce queste storie, e altre precedenti di J., dalle lettere che J. inizia a scrivere a V.. Lettere scritte a mano che non spedirà mai perché non conosce l'indirizzo della donna, lettere di cui J. non è mai soddisfatto e per il cui stile cerca ispirazione negli epistolari di scrittori famosi che si fa inviare in Crimea da un libraio di San Pietroburgo (e anche quella dell'incontro con questo personaggio è un'altra storia). Lettere di Eloisa e Abelardo, di van Gogh, di Karen Blixen, di San Paolo apostolo, Mozart, Kafka, Ciaikovskij e altri ancora. Finale elusivo per entrambe le trame - ma sono poi veramente due trame?- con J. che insegue la farfalla che pensa aver identificato come la yazikus e riflette che, in fin dei conti, chi sa come è esattamente la yazikus? Non esistono due definizioni uguali di questo esemplare. In ogni modo non riesce ad afferrarla e, al suo rientro alla pensione, si illude che V. sia ritornata da lui e invece vede un altro se stesso nella sua stanza. E' a questo punto che, se non ce ne siamo già accorti, vediamo che tutto ha un doppio significato, i due passaporti con lo stesso nome, e anche quei visori notturni che J. contrabbandava e che gli servono solo per un attimo, nella fuga da Istanbul. Come a dire che sono solo attimi straordinari quelli in cui riusciamo a penetrare la realtà e ad avere una visione di una felicità che sfugge, che può avere forme e colori diversi, come una farfalla.
Un romanzo a molti strati, ricco di dettagli e di affascinanti digressioni, apertamente indebitato a Vladimir Nabokov a cui Prieto rivolge più di un omaggio: dal ricordare che Lolita viene chiamata nimphula dal nome di una farfalla (e V. è un papillon de nuit), all'aver chiamato il libraio Vladimir Vladimirovich, fino all'iniziale stessa della donna, V. come V.Sirin, pseudonimo usato da Nabokov e nome fittizio dell'entomologo di cui J.consulta un libro, e anche come Vera, moglie di Nabokov. Un romanzo d'avventura che contrabbanda altri generi letterari, dal romanzo di formazione a quello di confessione personale, dal saggio filosofico al romanzo d'amore. Intrigante e originale.


la recensione è stata pubblicata sulla rivista Stilos







domenica 24 settembre 2017

Mylene Fernández Pintado, “L’angolo del mondo” ed. 2017

                                                 Voci da mondi diversi. Cuba
               love story
              FRESCO DI LETTURA


Mylene Fernández Pintado, “L’angolo del mondo”
Ed. Marcos y Marcos, trad. Laura Mariottini e Alessandro Oricchio, pagg. 221, Euro 16,00

   L’Avana. Marian ha trentasette anni, insegna letteratura all’Università, ha alle spalle un amore finito e soffre ancora per la morte della madre. Marian non ha un carattere forte, lei stessa si giudica grigia, è piena di incertezze. Quando la direttrice del dipartimento le affida l’incarico di scrivere la prefazione al romanzo di un giovanissimo scrittore, Marian accetta titubante- chissà che non sia l’inizio di qualcosa di nuovo, una spinta per uscire dal suo piccolo mondo chiuso. Lo sarà certamente, e in maniera imprevista.
    Marian non risparmia qualche critica al romanzo di Daniel Arco. Finché lo incontra di persona. Colpo di fulmine per entrambi. Soltanto che lui ha quindici anni meno di lei. Ha importanza? Sì, se lei si è circondata di un alone di freddezza, di precisione, di inappuntabilità. Forse però, come le consigliano i pochi amici, vale la pena di gettarsi in questo sentimento che la travolge. Perché no? la vita è così parca di gioie. E allora Marian sfida le convenzioni, non le importa quello che i suoi alunni possono pensare di lei, neppure le importa di aver soffiato l’innamorato ad una sua studentessa.

    Fino a qui la storia del breve romanzo della scrittrice cubana Mylene Fernandez Pintado è piuttosto banale e, con le dovute differenze, ci fa pensare alla vicenda personale di cui hanno parlato tutti i giornali quando è stato eletto il nuovo presidente francese. Neppure l’ambientazione ha colori vivaci- Marian si incanta davanti al mare lungo cui corre il Malecón, ma chi spera di trovare atmosfere cubane resterà deluso. C’è tuttavia qualcosa di diverso, continui accenni sottili al tenore di vita- già migliore adesso, dopo che Raul Castro ha preso il posto di Fidel-, allo stipendio insufficiente di Marian, al fatto che debba vendere a poco a poco oggetti che erano cari a sua madre per concedersi una bottiglia di vino o qualcosa d’altro che è ritenuto un lusso, alla vecchia automobile che ha bisogno di continui rappezzi, a quel fenomeno tutto cubano della doppia valuta e di quello che poi si può acquistare se si paga in dollari. Lo sguardo rivolto lontano, infine.
    Perché ci possono essere due maniere di percorrere il Malecon, così spesso citato, l’arteria a sei corsie tra il mare e la città. Si può guardare la distesa di mare pensando che è una vista meravigliosa, che solo a Cuba ci possono essere dei tramonti così spettacolari, e lo si può guardare cercando di intravvedere- o meglio, di sognare- la terra che è al di là del mare, fantasticando su come la vita potrebbe essere diversa in Florida o comunque negli Stati Uniti. Sono tanti quelli che colgono l’occasione per andarsene da Cuba. Sono pochi quelli che prestano orecchio ai racconti di coloro che si sono trasferiti e che parlano di duro lavoro, di discriminazione, dell’aver perso se stessi.

    Quando Daniel incomincia a sognare di emigrare e di stabilirsi a Madrid e vuole coinvolgere Marian nei suoi progetti, Marian sa da subito che lei non lascerà l’isola. Perché non crede ai sogni ingannatori, perché non vuole un futuro incerto, non vuole sentirsi sradicata, non vuole perdere il suo passato per avere in cambio che cosa? Gli scrittori, poi- magari riusciranno ad avere un po’ di fama con un primo romanzo che incuriosisce, forse riusciranno a scriverne un secondo pescando dai loro ricordi, e dopo? Tranne qualche eccezione, non si è nessuno lontani dalla patria. E se questa non ci soddisfa, è il dovere di ognuno cercare di migliorarla restando e non abbandonandola.

    Questo è il messaggio de “L’angolo del mondo” nascosto sotto la trama rosa di una storia d’amore in cui si affaccia una varietà di personaggi che riflettono la storia di Cuba, tutti descritti con la stessa leggerezza come se non ci fosse alcunché di straordinario in loro. In effetti non c’è nulla di straordinario, tutti loro sono quell’angolo di mondo che è Cuba.



per contattarmi: picconem@yahoo.com

martedì 29 novembre 2016

Canek Sánchez Guevara, “Il disco rotto. 33 rivoluzioni” ed. 2016

                                                              Voci da mondi diversi. Cuba
           testimonianze
           FRESCO DI LETTURA

Canek Sánchez Guevara, “Il disco rotto. 33 rivoluzioni”
Ed. e/o, trad. R. Schenardi, pagg. 106, Euro 8,50

    “Il disco rotto. 33 rivoluzioni” è un libriccino, più simile ad un vecchio 45 giri che a un 33 giri, se vogliamo mantenere l’immagine del titolo, quella del disco rotto che si incanta e ripete all’infinito la stessa nota stonata e che finisce per infastidire. E l’inizio- con il ciclone che investe Cuba con tutta la sua potenza-,  se non fosse per la ripetizione ossessiva del paragone con un disco rotto (le voci che parlano, il malfunzionamento di ogni cosa, il sudiciume, la vita e la morte- tutto è un disco rotto), è un avvio che non lascia presagire l’intero significato di quanto lo scrittore vuole dirci. C’è tuttavia, nel sottofondo, una musica dalle note cupe che non intendiamo appieno finché non si farà sentire con tutto il fragore dell’inutile protesta. Perché questa è Cuba, Cuba che è come un disco rotto, Cuba senza speranza di cambiamenti governata dall’uomo che l’ha salvata dalla dittatura di Batista, è vero, ma che pretende di continuare a salvarla e si è trasformato lui stesso in un dittatore.
Fidel con il Che e la figlia di questi, Hildita
    Chi parla è Canek Sánchez Guevara, il nipote di Ernesto ‘Che’ Guevara, figlio della figlia Hildita che il Che aveva avuto dalla prima moglie Hilda, morto nel 2015 a soli 40 anni dopo un intervento chirurgico al cuore. Il suo libro si legge di un fiato in meno di un’ora, non solo perché sono un centinaio di pagine, ma perché siamo inghiottiti dallo scoramento e dalla disperazione dello scrittore. Cuba è un disco rotto, niente cambia più a Cuba. Mentre il líder máximo ripete sempre le stesse cose, mentre vengono ripetute le stesse promesse, i giorni colano l’uno sull’altro sempre uguali- monotonia al lavoro che viene eseguito in una qualche maniera, giusto per passare le ore, negozi sempre ugualmente privi dei generi di consumo (e lui, lo scrittore, è fortunato perché la sua amica-amante russa del nono piano lo rifornisce di moneta straniera e può fare acquisti nelle diplotiendas, i negozi statali riservati ai funzionari del governo e agli stranieri residenti a Cuba), sempre la stessa assurda esaltazione della povertà dignitosa anche quando non se ne può più di non aver mai nulla di cui godere. Perfino il clima è sempre lo stesso, caldo e soffocante. E per di più, come sempre, non si trova neppure birra fresca da bere.

    Il ricordo delle lotte passate, di quando suo padre si era unito ai barbudos, e poi l’insoddisfazione, la cocente delusione per promesse non mantenute e sogni non realizzati si trasformano, ad un certo punto, in qualcosa di diverso davanti allo spettacolo- sarebbe ridicolo, se non fosse tragico- di coloro che allestiscono zattere di fortuna pur di lasciare l’isola. Sorge la domanda che ci poniamo sempre ad ogni arrivo delle bare galleggianti che trasportano i disperati attraverso il mare: che cosa si lascia alle spalle questa gente per preferire il rischio dell’incognito che li aspetta, se non quello della morte in mare? Lo scrittore guarda, la sua macchina fotografica è il terzo occhio che testimonia la fuga- finirà per unirsi anche lui a loro, patetiche figure, figli o nipoti di una patetica rivoluzione.

    Non c’è mai violenza nelle pagine di Canek Sánchez Guevara (sarebbe stato interessante chiedergli quanto gli fosse pesato il fardello e la responsabilità della Storia con il cognome che portava- un Guevara nemico della rivoluzione!), non potrebbe esserci violenza perché si percepisce in ogni parola l’amore travagliato di Sánchez Guevara per quest’isola. Vi leggiamo invece rabbia contenuta e sdegno impotente che si trasformano nell’ironia sofferta di chi non vorrebbe dire quello che sta dicendo.


    Il 25 novembre è morto Fidel Castro, quando ormai pensavamo fosse immortale. Come un simbolo. Impossibile non dire che ne siamo rimasti tutti colpiti. Con lui è morta anche l’ultima utopia, perché, come dice il protagonista di un romanzo di Francisco José Viegas, “siamo andati tutti a Cuba” quando eravamo giovani, anche se non ci siamo mai mossi da casa nostra. Abbiamo tutti esultato e sperato nel mito della sua rivoluzione. E poi, come Canek Sánchez Guevara, ci siamo resi conto che qualcosa non aveva funzionato e che era ora di un nuovo cambiamento. E ci siamo sentiti tristi e defraudati.


   



venerdì 1 luglio 2016

Marta Rojas e Mirta Rodríguez Calderón, “Tania, la guerrigliera” ed. 2000

                                                            Voci da mondi diversi. Cuba
         testimonianze
        FRESCO DI LETTURA

Marta Rojas e Mirta Rodríguez Calderón, “Tania, la guerrigliera”
Ed. Zambon, trad. Adriana Chiaia, pagg. 253, Euro 12,80


     Quando delle persone fuori dell’ordinario camminano nella Storia, capita che, alla loro morte, la leggenda si impadronisca di loro, o- quel che è peggio- dicerie e chiacchiere vuote attribuiscano loro azioni e comportamenti che non hanno riscontro nella realtà. Il libro “Tania, la guerrigliera”, curato dalle giornaliste cubane Marta Rojas e Mirta Rodríguez Calderón, è una raccolta di testimonianze di coloro che hanno conosciuto Tania, sia in Germania, sia a Cuba, sia in Argentina e in Bolivia dove morì il 31 agosto 1967 durante un’imboscata tesa ai guerriglieri del Che. Non sono soltanto i compagni o le persone con cui Tania è venuta in contatto a parlare, ma anche la madre Nadia Bunke, anche l’uomo che Tania ha amato, il ‘negrito’ che nomina in una lettera alla madre, Ulises Estrada Lescaille che nel 1999 ha rilasciato un’intervista ad Adriana Chiaia (traduttrice del libro). Ecco, smentiamo subito le voci che fanno più male al cuore di una madre e dell’uomo che l’ha amata: è vero che Tania ha sposato uno studente boliviano per avere il passaporto per entrare in Bolivia, ma è falso che fosse una donna di facili costumi, che si infilasse nel letto di tutti, che fosse l’amante del Che. Leggendo quello che viene raccontato di lei, soprattutto ascoltando la sua voce nelle lettere riportate nel libro, mettendo insieme i pezzi per ricostruire la sua personalità, sentiamo che no, quello è un dettaglio stonato che non si accorda affatto con quello che sappiamo di lei. Ulises Estrada nega anche che Tania sia stata una spia cubana, o tedesca o sovietica: “fu una latinoamericana votata, con tutto il suo fervore, alla lotta in questo continente”.
Tamara a nove anni
    Era nata in Argentina, nel 1937. Il suo destino era già contenuto nella sua nascita, figlia di genitori fuggiti dalle persecuzioni naziste in Germania. Le era stato dato il nome esotico di Haydée (come l’eroina romantica del “Don Juan” di Byron) Tamara (molto russo, un omaggio alla fede comunista dei genitori). Quando i Bunke decidono di tornare in Germania e di stabilirsi nella Repubblica Democratica Tedesca, nel 1952, il cuore di Tamara resta in Argentina, la sua prima lingua è lo spagnolo, ha già preso coscienza delle disuguaglianze sociali nel suo paese- in senso lato, perché è a tutto ‘il Cono Sur’ che pensa, come il Che-, e quando, nel 1961, ha la possibilità di andare a Cuba con il biglietto di un ballerino messicano che ha scelto di restare in Europa dopo il tour del corpo di ballo nazionale cubano, Tamara non ha esitazioni.

    Il libro delle due giornaliste è molto vario e dettagliato. Seguiamo l’inserimento a Cuba di Tamara che dapprima si occupa di traduzioni e solo parecchio tempo dopo seguirà un addestramento per i compiti che le verranno affidati, di infiltrata in Argentina e poi in Bolivia, leggiamo del suo entusiasmo nelle lettere che scrive ai genitori, della felicità che prova nel sentirsi realizzata in quello che sta facendo, della fratellanza con coloro che condividono i suoi ideali, della fede e della speranza in un futuro diverso. Migliore, qualunque sia la sorte che aspetta loro singolarmente.
Mirta Rodríguez Calderón
L’impresa in Bolivia, infine, con la testimonianza di ‘Pombo’, estratti del diario del Che, le parole di Tamara (si firma Eure kleine Ita, la vostra piccola Ita, con il nomignolo che usavano per lei in famiglia) nella lettera ai genitori, “sto compiendo il mio dovere e so che per voi, come per me, questo viene sempre prima di tutto.”
     Tania fu colpita mentre guadava il Rio Grande, a Vado del Yeso. Il suo cadavere fu trascinato dalla corrente e restituito giorni dopo. A noi piace ricordarla con i versi di Ulises Estrada, l’uomo che l’ha amata, “Un addio tra noi non ci sarà /perché tu ritornerai!” e con quelle di sua madre, “ Tanti mi domandano ancor oggi se, per caso, non sia in qualche modo imparentata con Tamara Bunke…un tassista, una cameriera al bar, un medico all’ospedale. Mi fa bene al cuore constatare che mia figlia non è stata dimenticata”.


Marta Rojas




martedì 14 giugno 2016

Yoani Sánchez, “Cuba libre” ed. 2009

                                                            Voci da mondi diversi. Cuba   
             il libro ritrovato


Yoani Sánchez, “Cuba libre”
Ed. Rizzoli, trad.Gordiano Lupi, pagg. 224, Euro 17,00

    C’è una città che scorre accanto a noi senza toccarci, un’Avana che parla di “formaggio parmigiano”, di “centimetri di prato” e di “fine settimana a Cancún”. Si tratta di un’altra città che si mescola appena con la nostra e non assomiglia per niente allo scenario di distruzioni e mancanze che costituisce il nostro ambiente.


     Cuba fa parlare di sé da mezzo secolo. “Qualche anno fa, tutti siamo andati a Cuba”, dice il protagonista di “Un cielo troppo blu” di Francisco José Viegas. Anche senza aver mai messo piede sull'isola. Perchè Cuba, con tutte le sue mancanze, le sue privazioni, anche le sue ingiustizie e limitazioni, è diventata un simbolo- di opposizione al sistema capitalistico americano, di strenua lotta per la libertà, di una battaglia quotidiana per la sopravvivenza senza aiuti esterni. E, come tutti i simboli, è stata angelicata o demonizzata- secondo i punti di vista.
    Il libro della trentaquattrenne Yoani Sánchez si intitola “Cuba libre”- come il famoso romanzo di Elmore Leonard ambientato, però, nel 1898, alla vigilia della guerra ispano americana;
come un drink molto noto che i turisti sorseggiano alla Bodeguita del Medio all'Avana, dove sono esposte le foto autografate dei personaggi celebri che lo hanno frequentato.
   “Cuba libre” di Yoani Sánchez non è un romanzo, non è un saggio, è una raccolta estemporanea di osservazioni e di riflessioni sulla realtà cubana, quasi un diario di appunti. In effetti “Cuba libre” raccoglie gli scritti che Yoani Sánchez ha messo in rete su un blog- un modo molto moderno e brillante per aggirare la censura cubana, pur tra mille difficoltà che l'autrice spiega nel prologo. Il blog chiamato Generación Y- con quella lettera dell'alfabeto che ritroviamo nel nome Yoani e che indica la generazione nata negli anni ‘70 e ‘80, dei figli di chi, scegliendo per loro dei nomi ‘esotici’ con l’aggiunta di una y greca, si ribellava nell'unica maniera possibile ad un regime dittatoriale- è anche un espediente efficace per suscitare un dibattito, facendo arrivare la propria voce in ogni angolo del mondo, soprattutto quando (come fa Yoani) si sollecitano e si autorizzano traduzioni in rete di quanto scritto.
     Yoani Sánchez è tra i pochissimi cubani che hanno fatto una scelta singolare: sono riusciti ad espatriare e poi sono tornati. Non per sola nostalgia di patria, di un'isola incredibilmente bella e di una gente generosa e amichevole.
Perché il ritorno significava anche ritrovare una vita di privazioni e di difficoltà quotidiane, tutto quello di negativo che cinquant' anni del regime socialista di Fidel, con l'aggiunta dell'embargo statunitense e delle conseguenze del crollo del Muro, hanno causato. Yoani è tornata proprio per far sentire la sua voce, per criticare il sistema dall'interno. Ed è quello che fa, con degli articoli più o meno lunghi, da mettere in rete ogni volta che riesce a connettersi. Articoli dal taglio prettamente giornalistico che scorrono via veloci, in un tono ironico che non è mai amaro, piuttosto divertito e divertente, con l'effetto di una satira dal taglio poco affilato. Abbastanza, tuttavia, da attirare l'attenzione del líder máximo e una sua replica, insinuante una manipolazione di Yoani Sánchez “per produrre stampa neocoloniale per conto dell’antica metropoli spagnola che li premia.”
     Quanto alle critiche di Yoani, non c'è nulla che già non si sappia o di cui non abbia circolato la voce: il sistema della doppia moneta che rende molti generi inaccessibili ai cubani, le code ai negozi e la difficoltà nel reperire alcuni alimenti nonché pezzi di ricambio per qualunque cosa, la penuria di alloggi e quindi le difficoltà dei giovani a farsi una famiglia, le cure mediche inadeguate, la mancanza di insegnanti, la scarsità di autobus e la quasi impossibilità di spostarsi nell'isola, le strade dissestate, l'assenza di servizi igienici pubblici, e, naturalmente...la mancanza di libertà, l'essere costantemente sotto l'occhio del Grande Fratello.

   Alcune di queste critiche potrebbero essere valide anche per il nostro paese- basta guardarsi intorno o ascoltare le esperienze del ceto basso-medio che non può permettersi certe spese pur con l'unica valuta dell'euro, o notare come vengano vanificate o ridotte al silenzio le voci dissenzienti in un regime che tuttavia si dice democratico.

Vero è che a Yoani Sánchez è stato negato il permesso di uscire da Cuba per recarsi a ricevere il premio Ortega y Gasset come migliore giornalista digitale. E questo è stato un errore, sotto tutti i punti di vista.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


sabato 11 giugno 2016

Jürgen Schreiber, “La ragazza che vendicò Che Guevara. Storia di Monika Ertl” ed. 2011

                                                  Voci da mondi diversi. Area germanica
                    biografia
                    il libro ritrovato


Jürgen Schreiber, “La ragazza che vendicò Che Guevara. Storia di Monika Ertl”
Ed. Nutrimenti, trad. Vincenzo Gallico e Fabio Lucaferri, pagg. 392, Euro 19,50
Titolo originale: Sie starb wie Che Guevara. Die Geschichte der Monika Ertl.


    Il 9 ottobre 1967, quasi un anno dopo aver portato la guerriglia in Bolivia, Che Guevara veniva barbaramente ucciso a La Higuera.
    Il 9 settembre 1969, in seguito ad una delazione che rivelava il suo nascondiglio in una casa di La Paz, Inti Peredo, uno dei cinque uomini del Che scampati all’attacco del ’67, fu torturato e ammazzato.
    Il primo aprile 1971 una giovane bavarese, Monika Ertl, entrò nella sede del consolato boliviano di Amburgo con il pretesto di chiedere informazioni sulla modalità di rilascio del visto turistico per la Bolivia e sparò al console Roberto “Toto” Quintanilla, l’ex colonnello dei servizi segreti boliviani responsabile della morte del Che e di Peredo (oltre a quella di altri, nonché di crudeli sevizie e torture), l’uomo che aveva avuto la spudoratezza di farsi fotografare accanto alla bara di Inti Peredo, con la cenere della sigaretta che sta per cadere- ultimo sfregio- sulla testa del cadavere. Era stato anche un ardire stupido, mettersi in mostra in quella maniera, firmando la morte del guerrillero e la propria da lì a due anni.
Quintanilla
     Il libro “La ragazza che vendicò Che Guevara” del giornalista investigativo tedesco Jürgen Schreiber, corredato di foto su cui i nostri occhi ritornano spesso, cerca di ricostruire la storia di Monika Ertl per capire come sia arrivata a intraprendere la strada della lotta armata, come abbia deciso di assumere il ruolo di angelo vendicatore. Che Monika avesse un viso d’angelo non significa nulla- e la cronaca nera dei nostri giorni ce lo insegna. E tuttavia, più leggiamo di lei, della sua famiglia, del suo vissuto, più ci riesce difficile sottrarci al sentimento di simpatia che proviamo nei suoi confronti. Come avviene allo stesso Jürgen Schreiber, che non ha problemi a confessarlo. Perché Monika Ertl è un’assassina che uccide un assassino. Non ci si deve fare giustizia da sé, ma ci sono attenuanti? Monika, nata a Monaco di Baviera nel 1937, era cresciuta accanto a persone che non solo non scontavano le loro colpe, ma neppure si riconoscevano colpevoli in grado maggiore o minore. Suo padre Hans era stato un famoso scalatore e, dopo, era diventato il ‘fotografo’ di Hitler, senza mai prendere una posizione davanti alle atrocità che fissava sulla pellicola.
In Bolivia, dove aveva trascinato la famiglia in seguito all’offesa di non aver ricevuto un premio che agognava, Hans Ertl aveva aiutato Klaus Barbie, l’ex capo della Gestapo noto come “il macellaio di Lione”, e ne era diventato amico. Quanto aveva influito, sulle scelte di Monika, il passato nazista del padre?
     Non è un romanzo, ma si legge come un romanzo, il libro di Jürgen Schreiber. Perché, bene o male, Monika Ertl è un’eroina idealista e sognatrice, e Schreiber alterna abilmente fatti e indagine psicologica, la vita di Monika e i grandi eventi che hanno visto protagonista l’America Latina, sostituendo Monika al centro della scena con Che Guevara o Inti Peredo, per capire il fascino che esercitarono su di lei, e poi, ancora, ricostruendo minuziosamente i fatti di quel primo aprile 1971.
Una donna aveva telefonato al consolato cinque giorni giorno prima. Una donna si era presentata quel giorno, scarpe con il tacco, borsetta blu di facile apertura per estrarre la pistola, occhiali dalla montatura a farfalla, capelli corti. Dopo aver sparato- tre colpi- a Quintanilla ed essersi trovata davanti la moglie di questi, era fuggita lasciando però sul posto occhiali (non le servivano), parrucca, borsetta e pistola. Possibile un tale errore? Perché la pistola era stata acquistata da Giangiacomo Feltrinelli.
Ed ecco che appare un altro personaggio sulla scena, a rendere la vicenda ancora più intrigante, come fosse un thriller o un noir.


     Il corpo di Monika non fu mai restituito alla famiglia, non fu mai sepolto sotto la pietra tombale che suo padre portò giù dal monte Chacaltaya (più di 5000 metri d’altezza) e su cui fece incidere il suo nome. Quello vero e non il nome di battaglia: Imilla, ragazza india. Per prendere l’identità degli oppressi e non degli oppressori.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it




giovedì 9 giugno 2016

Enrica Matricoti (a cura di), “Che Guevara e i suoi compagni. Uomini della guerriglia in Bolivia” ed. 2016

                                                              Casa Nostra. Qui Italia
  Voci da mondi diversi. Cuba
   testimonianze
   FRESCO DI LETTURA

Enrica Matricoti (a cura di), “Che Guevara e i suoi compagni. Uomini della guerriglia in Bolivia
Ed. Zambon, trad. C. Screm, pagg. 442, Euro 25,00


      9 ottobre 1967: un’altra delle date che non si dimenticano. Il 9 ottobre del 1967, a La Higuera in Bolivia, Ernesto Guevara de la Serna, conosciuto come ‘il Che’, fu ucciso dal reparto antiguerriglia dell’esercito boliviano del dittatore Barrientos e da forze speciali statunitensi costituite da agenti della CIA. Gli furono tagliate le mani, il suo corpo venne esposto al pubblico prima di essere sepolto in un luogo segreto. Sarebbe stato ritrovato trent’anni dopo, nel 1997, grazie ad una missione di antropologi forensi argentini e cubani autorizzata dal presidente Sanchez de Lozada ed ora riposa nel mausoleo di Santa Clara, a Cuba. I suoi nemici non si erano resi conto che, con questa morte spettacolarmente violenta, avrebbero definitivamente trasformato in un eroe un uomo carismatico già molto amato.

      Il libro della giovane studiosa e ricercatrice sul campo Enrica Matricoti, “Che Guevara e i suoi compagni. Uomini della guerriglia in Bolivia”, ha un taglio particolare, non è il solito racconto degli eventi che portarono il Che a combattere in Bolivia inseguendo l’utopia di uguaglianza e libertà per tutti i popoli dell’America Latina. E’ una raccolta di testimonianze da parte di figli e nipoti di coloro che erano al suo fianco e morirono con lui, di due guerriglieri sopravvissuti, di Ulises Estrada, ex ambasciatore e agente cubano dell’intelligence che partecipò alla spedizione in Congo del Che (Ulises Estrada ha scritto un libro sull’unica donna tra i guerriglieri, Haydé Tamara Bunke Bider,   nome di battaglia Tania) e di Orlando Borrego, amico del Che e suo viceministro nel ministero dell’Industria. Sono interviste, quindi, che ci restituiscono il tono di voce di chi rivisita i propri ricordi, ed Enrica Matricoti ha incontrato queste persone nel 2008-2009 all’Avana quando collaborava come fotografa alle riprese di un documentario sul Che.
Tania
     Le domande sono più o meno sempre le stesse, ma noi non ci stanchiamo di leggere le risposte, diverse secondo il vissuto di ognuno. Parla il figlio di Pacho (tutti i nomi che cito sono quelli di battaglia, nel libro li troverete accostati a quelli veri)- il guerrigliero poeta che teneva un diario e aveva scritto di aver liberato una farfalla da una ragnatela-, parla il figlio di Arturo (era operatore radio), parla Elsa (la moglie di Arturo), parla il figlio di Papi (fratello di Arturo), parla il figlio di Rubio (l’unico di cui non si è ancora trovato il corpo). Dalle loro parole balza fuori il ritratto di uomini che i figli quasi non hanno conosciuto, di cui sanno quello che gli è stato detto, quello che hanno capito da frasi di lettere che i padri hanno scritto alle mogli o che (straziante) hanno lasciato per i figli bambini, un lascito per quando fossero cresciuti, per farsi perdonare la colpa di doverli abbandonare per seguire un dovere che sentivano più forte, un ideale che era un estremo senso di responsabilità verso altri esseri umani. Sono tutte concordi, queste testimonianze di figli ormai più vecchi dei loro padri quando sono morti, e anche quella di Elsa. Tutti, indistintamente, approvano le scelte dei padri e li ammirano, tanto quanto ammirano le madri che li hanno cresciuti da sole e nel culto degli scomparsi.

    C’è un leggero cambio di registro nelle testimonianze dei sopravvissuti e di Ulises Estrada. Qui i ricordi degli avvenimenti sono ancora nitidi come mezzo secolo fa- la scelta della Bolivia come campo di azione, la difficoltà della vita alla macchia, la fame, la sete, lo strazio del non poter dare cure mediche adeguate ai feriti, l’agguato, la notizia sentita alla radiolina portatile dell’arresto e della morte del Che. Il Che giganteggia in tutti i racconti, in tutti i ricordi. Il Che diventa più che mai, e per sempre, il simbolo del guerrigliero rivoluzionario. Perché questa è la domanda più interessante, quella che più connettiamo con i nostri tempi: che cosa significa essere un guerrigliero, allora ed oggi? E la risposta è unanime: guerrigliero è chi è disposto a lasciare le cose che ama e a sacrificare la sua vita per i suoi principi, chi è capace di dare tutto per delle conquiste fondamentali e necessarie.
    Mentre leggiamo questo libro (corredato da bellissime foto nonché da un’appendice storica), non possiamo fare a meno di avvertire con sempre maggiore disagio la distanza che ci separa da quel tempo di impegno personale totale e di pensare a quello che Brecht fa dire ad un allievo di Galileo e a Galileo stesso, “Disgraziato il paese che non ha eroi”, “Felice il paese che non ha bisogno di eroi”. E il paese che non ne ha e non sa di averne bisogno?

la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.net