domenica 31 agosto 2014

Duong Thu Huong, "La valle dei sette innocenti" ed. 2005

                                                       Voci da mondi diversi. Asia
  il libro ritrovato

Duong Thu Huong, “La valle dei sette innocenti”
Ed. e/o, trad. Gaja Cenciarelli, pagg. 243, Euro 15,00


La guerra del Vietnam, dall’altra parte

“Ascoltai gli ululati del vento nella Gola delle Anime Perse per tutta la notte”- inizia così il racconto del giovane Quan, ventottenne soldato vietcong. Ed è questo suono lugubre insieme al buio della notte, all’angustia del luogo e a una vaga presenza di spiriti incorporei che stabilisce l’atmosfera di questo libro di guerra della scrittrice vietnamita, Duong Thu Huong. Quella del Vietnam è stata forse la prima occasione di uno scontro di coscienze in America e di un’ opposizione, soprattutto giovanile, alla politica del governo, e ne abbiamo letto tanto, abbiamo visto fotografie e film su questa guerra, ma sempre attraverso il filtro americano. Proviamo un’impressione strana, leggendo il libro di Duong Thu Huong, perché porta in primo piano quei personaggi che non avevano un viso nelle pagine americane, che apparivano e sparivano nella giungla nei film, che correvano o cadevano sotto le bombe e le fiamme e gli spari. Qui gli americani sono “maledetti” o “bastardi”, ma ne appare solo uno che dà origine a una discussione se si debba ucciderlo o no, perché l’attenzione è sulla insensatezza della guerra, come si vede quando Quan si impone perché venga rispettata la convenzione di Ginevra e riflette che, chissà, anche l’americano sarà rimasto intrappolato in un’ideologia, avrà creduto in quello che gli è stato detto, proprio come loro.
Sono passati dieci anni da quando Quan si è arruolato insieme ai suoi amici, Luong e Bien. Adesso Luong è un ufficiale e non può vacillare nella sua fedeltà agli ideali comunisti, mentre Quan  non sa più che cosa sia giusto credere, oscilla tra presente e passato, registra gli orrori che vede e ricorda l’infanzia dominata dalla guerra contro i francesi, il padre quasi sconosciuto perché sempre lontano, la mamma, il fratello minore alla cui nascita lui, Quan, aveva assistito, spaventato dal sangue, rallegrato dal segno inequivocabile di una nuova vita. Che spreco- suo fratello è già morto, quante vite sprecate, quanti morti, c’è un luogo sulle montagne in cui si lavora a ritmo serrato per fabbricare bare e si fa fatica a stare dietro alla richiesta, c’è una caverna davanti a cui Quan ha trovato sette scheletri ripuliti dalle termiti- è la valle dei Sette Innocenti-, c’è quell’altro scheletro disteso su un’amaca che ha lasciato  un messaggio perché vengano riportati a sua madre lo zaino e il flauto, c’è il plotone di cadaveri marcescenti della tremenda battaglia del 1968, ci sono tutti i morti caduti nelle operazioni dal nome risonante, Onde del Fiume Rosso (di cento uomini ne erano sopravvissuti diciassette), Stella del Nord (dodici i rimasti del battaglione). E poi c’è la fame dei soldati e della gente comune, la malaria e la dissenteria, e l’amico Bien che finge di essere pazzo per non essere più mandato a combattere, e la ragazza che Quan ha promesso di sposare che è stata violentata. “La rivoluzione, come l’amore, fiorisce e appassisce. Ma, a differenza dell’amore, la rivoluzione marcisce molto più in fretta”.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net




Duong Thu Huong, "Dalla terra di nessuno" ed. 2007

                                                       Voci da mondi diversi. Asia
 il libro ritrovato


Duong Thu Huong, “Dalla terra di nessuno”
Ed. Garzanti, trad. Serena Lauzi, pagg. 455, Euro 19,00



   Se avevamo dei dubbi sul fatto che certi temi siano universali, che ci siano degli archetipi ricorrenti in tutte le culture, che i sentimenti che gli uomini provano siano gli stessi sulla faccia della terra, senza distinzione di colore della pelle, di lingua o di paese di appartenenza, il romanzo della scrittrice vietnamita Duong Thu Huong li dissolve tutti. Perché al centro della vicenda di “Dalla terra di nessuno” è ancora ‘la nostalgia del ritorno’ di cui parlava il tedesco Bernhard Schlink nel suo recente romanzo, anche se vista da un’altra prospettiva, con personaggi diversi e una storia differente. Ma è pur sempre il ritorno di Ulisse dalla guerra ed è passato tanto tempo e la Penelope di Duong Thu Huong non poteva aspettare per sempre, si è risposata e ha un figlio.
    La prima cosa che ammiriamo nel romanzo della scrittrice vietnamita è l’equilibrio con cui è costruito: una prima parte in cui veniamo introdotti ai tre personaggi principali, una parte centrale in cui seguiamo il dramma di ognuno di loro e li conosciamo più in profondità attraverso la storia del loro passato, e infine la conclusione dove si riuniscono tutte le fila. E ci domandiamo se abbiamo letto una storia d’amore o una storia di guerra e di quello che fa la guerra agli uomini, e riflettiamo che è proprio vero, che nessuno torna mai da una guerra.


Il veterano Bon è tornato, dopo quattordici anni- si era perso nella giungla, come e perché e che cosa gli sia accaduto lo apprendiamo in seguito. E’ un rottame di uomo, inabile al lavoro, con una sola idea in mente, quella che lo ha sostenuto in vita: riprendersi Mien, la moglie che ha dovuto lasciare quasi subito dopo averla sposata, l’amore della sua giovinezza, la donna più bella del Villaggio della Montagna. Mien potrebbe rifiutarsi di seguirlo: Bon è stato dichiarato morto, adesso lei è la moglie del ricco proprietario terriero Hoan, hanno un bambino. E invece si veste di nero e lo segue nella catapecchia che condividono con la sorella di lui e i suoi sporchi marmocchi, perché - come riflette Hoan alla fine- “anche se si distruggessero tutti i tribunali del mondo, rimarrebbe pur sempre il giudizio di quello che ci siamo costruiti nel cuore.” Mien segue la sua coscienza, obbedisce ad un codice d’onore non scritto- se Bon è diventato una larva, è stato per servire il suo paese, si è sacrificato per tutti loro, anche per lei. Che poi la coscienza non sia il cuore e che il cuore si rifiuti di provare alcunché per quello che era stato il suo primo amore, questo è il dramma che Mien si porta dentro, moglie silenziosa che si lava dopo ogni sterile amplesso che la disgusta.

    Abbiamo parlato dell’equilibrio del romanzo e in questa parola possiamo includere pure la magistrale trattazione dei personaggi, come la scrittrice riesca a trasformare lentamente la figura di Bon, il “cattivo” che rovina la felicità di una coppia, in un personaggio drammatico: i capitoli della guerra in Vietnam, di cui abbiamo letto per lo più da parte americana, sono un inferno di follia, indimenticabili le pagine di Bon che si addentra nella giungla con l’unica compagnia del cadavere del sergente e degli avvoltoi. Neppure Bon dimenticherà mai, il mondo sarà per sempre per lui una terra di nessuno.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


Duong Thu Huong

                                                          Voci da mondi diversi. Asia
                                                           un autore


Nata nel 1947 nel Vietnam del Nord, Duong Thu Huong si trasferisce da bambina con la nonna nel Vietnam del Sud per poter frequentare le scuole. Si sposa nel 1967 con un uomo che non ama, da cui avrà due figli. La sua richiesta di divorzio viene respinta. Inizia a viaggiare nei paesi comunisti ed inizia allora a notare i privilegi di cui godono gli uomini politici comunisti. Finita la guerra contro gli americani, dopo la riunificazione dei due Vietnam, lavora come sceneggiatrice. Si iscrive al Partito e incomincia a scrivere, ma le sue posizione critiche nei confronti del governo fanno sì che sia espulsa dal Partito e le sia negato il diritto di recarsi all’estero. Nel 1991 passa otto mesi in carcere e le viene ritirato il passaporto. E’ impossibile per lei riuscire a pubblicare i suoi romanzi in Vietnam, sia per la censura sia per il monopolio dell’editoria da parte del governo. Riesce tuttavia a far pervenire i suoi libri all’estero, dove vengono pubblicati, per poi circolare clandestinamente in Vietnam. Nel 2005 riceve il premio Grinzane Cavour ed è autorizzata a venire in Italia a ritirare il premio.
Attualmente, oltre a scrivere romanzi, Duong Thu Huong si occupa anche di critica letteraria e di politica. Il governo continua a tenerla sotto sorveglianza.


In italiano la casa editrice e/o ha pubblicato:
-“La valle dei sette innocenti”  2005

Presso la casa editrice Garzanti sono usciti:

-“Dalla terra di nessuno”  2007

-“La sorgente degli amanti” 2010


Duong Thu Huong, "Paradise of the blind"

                                                         Voci da mondi diversi. Asia
                                                          fresco di lettura
   in altre lingue

Duong Thu Huong, “Paradise of the blind”
  Ed. William Morrow, pagg.258, $ 14,99


Anni ‘80 del ‘900. Un treno che viaggia verso Mosca. Una ragazza vietnamita, Hang, una ‘lavoratrice esportata’ presso una fabbrica tessile, sta andando dallo zio, su richiesta di questi. Gli è debitrice, perché è lui, un quadro del Partito, che si è adoperato perché ottenesse quel lavoro in Russia. Durante il viaggio, avvolta in uno scialle di lana imprestato per difendersi dal freddo, Hang ricostruisce i ricordi, la storia della sua famiglia tra guerre, discordie interne, amori e separazioni forzate, miseria e orgoglio.
    L’evento storico da cui prende l’avvio il romanzo è la fine del dominio coloniale francese nel 1954, quando, in seguito agli accordi di Ginevra, il 17° Parallelo fu fissato come linea di demarcazione fra il Nord e il Sud. A Nord il leader rivoluzionario Ho Chi Minh guidava il governo Viet Minh della Repubblica Democratica del Vietnam proclamata nel 1945, mentre al Sud Ngo Dinh Diem, il leader appoggiato dagli americani, diventava presidente dell’appena istituita Repubblica del Vietnam (1955). Prima ancora di impadronirsi di Hanooi nel 1956, Ho Chi Minh e il suo governo cercarono un appoggio per la resistenza anti-francese lanciando una campagna di riforma terriera nelle campagne del nord, seguendo l’esempio cinese e russo. Sono questi gli antefatti da tenere a mente per entrare nell’atmosfera del romanzo “Paradise of the blind” di Duong Thu Huong, per capire la frattura famigliare quando la madre di Hang, appena ventenne e innamoratissima dell’insegnante Ton, è costretta a separarsi dal marito la cui famiglia è accusata di essere ‘padroni terrieri’, ‘sfruttatori dei contadini’, ‘nemici del popolo’, solo perché possedevano campi coltivati a riso che peraltro coltivavano e raccoglievano loro stessi, in particolare Tam, sorella di Ton. L’uomo incaricato di mettere in atto la riforma terriera nel villaggio è Chinh, unico fratello della madre di Hang.


     Lo zio Chinh è il principale protagonista maschile del romanzo. E’ l’uomo gretto e limitato che esegue gli ordini ciecamente, bada al proprio interesse, teme che qualunque macchia su qualcuno afferente alla sua famiglia possa rovinargli la carriera nel Partito. Al punto che ostacola il lavoro della sorella Que, misera venditrice di cibo pronto su una bancarella del mercato- anche un’occupazione come quella viene considerata non in linea con le direttive del Partito, un inizio di capitalismo. Paradossalmente saranno proprio i già scarsi guadagni di Que che aiuteranno la famiglia di Chinh dove i due bambini soffrono la fame. Eppure Que non dovrebbe proprio aiutare suo fratello- è quello che le ripete la cognata Tam: Chinh è un criminale, Chinh è responsabile della morte di suo fratello, marito di Que, padre di Hang che è cresciuta orfana. Ma qui entrano in gioco altri fattori, un intreccio fitto di sentimenti e di lealtà che sono alla base della società vietnamita, l’essenza e la ragione di vita per le tre donne del romanzo, Que, Tam e Hang. Per la famiglia si fa tutto. Nelle vene di Que scorre lo stesso sangue di Chinh e lei non può fare a meno di aiutare lui e i suoi figli, anche a costo di far patire la fame alla sua propria figlia. E’ questo quello che la zia Tam non può tollerare. Perché in Hang scorre il sangue del fratello Ton, Hang è l’ultima della loro famiglia, tutti i risparmi che Tam ha accumulato, frutto di un duro lavoro dopo che il governo ha fatto marcia indietro sulla Riforma Terriera, sono per la nipote, perché mangi, perché abbia begli abiti, perché possa andare all’università, perché possa elevarsi al di sopra della loro famiglia. E se sua cognata, la madre di Hang, devia il cibo o il denaro destinato a Hang verso la sua, di famiglia, questo è tradimento, prima di tutto nei confronti di Ton, che si è tolto la vita non sopportando l’umiliazione.

    E veniamo al cibo, su cui indugiano tanti dei ricordi di Hang. Cibo come vita, come amore, come tributo di omaggio, come rituale per celebrare i vivi e i morti. Nella nostra civiltà dell’abbondanza e dello spreco abbiamo perso di vista la qualità essenziale del cibo e il messaggio che contiene. Le pagine di “Paradise of the blind” ce lo ricordano, lo riconducono al significato primario di legame affettivo che garantisce il benessere della persona amata.

    La pubblicazione di questo libro, che descrive un paradiso che è tale solo per i ciechi con le conseguenze disastrose di alcune politiche dei regimi comunisti, è stata vietata in Vietnam, come pure quella degli altri romanzi di Duong Thu Huong.


venerdì 29 agosto 2014

Wibke Bruhns, "Il cospiratore" ed. 2005

                                          Voci da mondi diversi. Area germanica               
                                                          la Storia nel romanzo              
il libro ritrovato



Wibke Bruhns, “Il cospiratore”
Ed. Longanesi, trad. Umberto Gandini, pagg. 387, Euro 19,00

I Klamroth: una famiglia tedesca benestante, una grande dimora, cavalcate mattutine, riunioni famigliari, un po’ di musica e buone letture, tutto con decoro e moderazione, secondo un codice improntato al senso del dovere, dell’obbedienza e dell’onore. Hans Georg Klamroth, il padre della giornalista e scrittrice Wibke Bruhns, apparteneva alla generazione che ha fatto due guerre, giovanissimo nella prima, già con moglie e cinque figli nella seconda. Con una documentazione ricca di lettere e diari, attraverso la storia della sua famiglia Wibke Bruhns ripercorre la storia della Germania dagli inizi del secolo: la prima guerra mondiale, il peso della sconfitta e il crollo economico che preparano l’avvento del nazismo, accolto dapprima con diffidenza e poi con un entusiasmo privo di fanatismo dai Klamroth, la seconda guerra mondiale e infine l’attentato a Hitler per cui suo padre, che sapeva del complotto ma aveva taciuto, fu condannato a morte.



INTERVISTA A WIBKE BRUHNS, autrice de “Il cospiratore”


20 luglio 1944, una data che avrebbe potuto segnare un percorso diverso della Storia, se il tentativo di uccidere Hitler avesse avuto successo. In casa Klamroth furono due i condannati a morte per impiccagione per aver preso parte all’attentato: il padre di Wibke Bruhns e il marito di sua sorella Ursula, pure lui con il cognome Klamroth in quanto cugino alla lontana. Eppure era sceso il silenzio su quei fatti, dopo la guerra la madre di Wibke non aveva mai voluto parlare di quegli anni. Paura per la famiglia dapprima? Un voler mettere una pietra sul passato poi, quando si era venuti a  conoscenza della portata degli orrori commessi dalla Germania? A 60 anni di distanza Wibke Bruhns esplora quel passato, in una ricerca accuratissima nel tesoro di carte famigliari, citando frasi, osservando fotografie, scoprendo segreti della vita di coppia dei genitori (in un certo periodo avevano condotto un allegro ménage a quattro), costruendo anno dopo anno, pagina dopo pagina, l’immagine del padre che quasi non ha conosciuto- per ringraziarlo per quello che ha fatto, per quel complotto fallito che ha alleviato il peso dei figli, eredi di un passato pesante della Germania, per ricordare, per farlo vivere oltre il suo tempo. Wibke Bruhns, nata a Halberstadt nel 1938, è stata la prima donna a condurre il più seguito telegiornale tedesco nel 1971, in seguito è stata corrispondente del settimanale Stern in Israele e negli Stati Uniti. Attualmente vive a Berlino, dove Stilos l’ha incontrata.


All’inizio del libro lei spiega che l’origine della sua ricerca è dovuta ad un film che ha visto in televisione sul fallito attentato a Hitler e ha riconosciuto suo padre tra le persone in tribunale. Che cosa sapeva di suo padre?
H.G.Klamroth durante il processo
       Era il 1979, quando ho visto il filmato sull’attentato: di mio padre sapevo tutto, che era stato un ufficiale, un membro del servizio segreto militare in Danimarca e in Russia e che era stato giustiziato per aver preso parte al complotto contro Hitler. Ma non lo avevo quasi conosciuto, avevo cinque anni quando è morto, non sapevo che persona fosse. Mi sono messa a scrivere il libro non tanto perché lo volevo conoscere di più, quanto perché pensavo che questi uomini che erano stati condannati a morte erano stati trasformati in eroi da leggenda perché rappresentavano la parte buona della Germania. Il nome di mio padre si trova sui monumenti alla resistenza, ma è uno tra tanti. Sentivo che questo, in qualche modo, sottraeva qualcosa alla sua personalità individuale. E mi sembrava che non si potesse fare questo a qualcuno, non puoi ridurlo ad uno tra tanti. Mio padre aveva un ruolo nella riabilitazione della Germania, ma ci perdeva come essere umano. Quando ho visto il filmato del processo, è successo qualcosa dentro di me, perché è diverso vedere qualcuno in un film piuttosto che in una fotografia. I filmati che Hitler aveva fatto girare, perché venissero proiettati nei cinema, erano scomparsi- solo il sonoro era rimasto in circolazione, ma non le immagini- e sono poi riapparsi a distanza di tantissimi anni. Hitler intendeva spaventare il pubblico, dare una lezione con lo spettacolo delle punizioni- perché anche le impiccagioni furono filmate. Ma la reazione suscitata fu l’opposta: il pubblico era furibondo per il modo in cui il presidente della corte trattò gli imputati. Erano tutti eroi di guerra, avevano delle medaglie e lui li trattò come fossero dei topi di fogna. Alla gente non piacque, e la proiezione dei film venne sospesa. Io volevo far conoscere mio padre per la persona che era e non nella funzione che gli era stata data, del tipo ‘come siamo fortunati che siano esistite persone così.’ Persino nella morte era stato accomunato agli altri, perché le esecuzioni venivano fatte a sei per volta: sentivo la necessità di restituire a mio padre la sua individualità, di differenziarlo dagli altri.

Come mai la sua famiglia non è stata toccata, neppure sua sorella Ursula, il cui marito aveva preso parte attiva al complotto? Molte altre famiglie dei cospiratori sono state punite insieme ai loro uomini.
     Nell’agosto del 1944, nei suoi discorsi Himmler disse che le famiglie dei colpevoli dovevano essere estirpate, perché erano sangue cattivo, ma non diede regole strette su come questo dovesse essere fatto. Paradossalmente vennero dati due ordini contrastanti: che tutti i famigliari fossero uccisi e che venissero dati mezzi di sussistenza alle vedove e ai figli. Così molte donne furono portate a Ravensbrück, ai bambini venne cambiato il cognome, e poi, dopo tre mesi, tutto tornò come prima, le famiglie ebbero il permesso di tornare a casa. Il Reich non era così ben organizzato, dopotutto.  
Donne a Ravensbruck

Come ha potuto sopravvivere ai bombardamenti tutta la documentazione che lei riporta? Fa riferimento ad un tesoro di lettere, diari, incartamenti, qualcosa che la nostra generazione non lascerà certo dietro di sé. Suo padre ha lasciato una registrazione straordinaria del suo tempo.
     Halberstadt- dove vivevamo noi- fu bombardata e la città fu distrutta all’80%, ma la nostra casa rimase miracolosamente intatta. Quanto all’abitudine di scrivere, allora era una questione di classe sociale. La gente, a quei tempi, scriveva tutto e nella mia famiglia l’abitudine di scrivere lettere domenicali fu mantenuta finché mia madre poté usare la macchina da scrivere. Per tantissimi anni ho ricevuto dai mio fratello e dalle mie sorelle una lettera settimanale: ognuno di noi scriveva una lettera in copia di carta carbone, in modo che ognuno ricevesse la sua, come aveva fatto sempre mio padre. La domenica era il giorno per scrivere lettere.
    Io avevo già letto le lettere che mio padre aveva scritto alle mie sorelle, perché loro me le avevano date, ma tutta la documentazione personale era nei cassetti dello scrittoio di mia madre e io non la toccai fino a dopo la sua morte: sapevo che le lettere e i diari di mio padre erano là, perché l’avevo spesso aiutata nei traslochi, ma non ho mai chiesto di vederli. Mi ci sono voluti più di tre anni per esaminare tutte le sue carte.

La sua ricostruzione della vita famigliare dall’inizio del secolo rende chiaro come fu facile per loro- come per la maggior parte dei tedeschi- seguire Hitler ed aderire al nazionalsocialismo. Il caso di suo padre mi ha fatto pensare ad Albert Speer che apparteneva all’alta borghesia come la sua famiglia. Però nei documenti di suo padre non c’è nulla dell’attrazione personale che Speer sentiva per Hitler.
     Mio padre non era entusiasta di Hitler, Speer lo adorava, era sempre attorno a lui. Penso che mia madre e mio padre fossero stati attratti dal fatto che, dopo il disastro degli anni ‘20 e dopo l’umiliazione del trattato di Versailles, c’era finalmente una persona che, come il Kaiser, avrebbe mostrato al mondo che cosa eravamo. Oggi non si penserebbe più in termini di “umiliazione”. Ma quando ci si sopravvaluta come stato e poi si perde la guerra- e nessuno se lo aspettava- e tutti ti trattano come se non valessi niente, la gente allora si sentiva umiliata. Per Bismarck la Germania era una delle quattro superpotenze d’Europa, ma per il Kaiser Guglielmo II la Germania era la prima potenza: eravamo potenti e ricchi, avremmo vinto la guerra in quattro settimane. Ma non andò così. La gente era grata a Hitler perché riportava la Germania alla grandezza di prima. Negli anni ‘20, quando la Repubblica di Weimar non riusciva a tener fede agli impegni presi a Versailles e venivano fatte delle rappresaglie da parte della Francia, la Germania veniva umiliata. Quando Hitler riarmò l’esercito nel 1935 ed entrò con le truppe nelle zone demilitarizzate, nessuno sollevò obiezioni. E nel 1936 tutti gli stati parteciparono alle Olimpiadi.
E’ naturale che si segua chi ti restituisce quello che ti appartiene. Quando Hitler iniziò la guerra, riportò sempre vittorie fino a Stalingrado. Non sto scusando i tedeschi, spiego soltanto come è potuto succedere quello che è successo. Nel mio libro volevo mostrare che la Germania nazista non è iniziata nel 1933 ma molto tempo prima della prima guerra mondiale, quando quelli che erano nati all’inizio del secolo erano stati foggiati da questa idea di essere i primi del mondo. E anche l’antisemitismo esisteva già prima di Hitler: nel 1888 un partito entrò in Parlamento con 16 rappresentanti e l’unico contenuto politico di quel partito era l’antisemitismo. Era normale in Francia, in Inghilterra, Russia. Quello che fu nuovo nella Germania di Hitler fu l’assassinio industrializzato.

Anche Speer fu sospettato di essere stato contattato dai cospiratori. Abbiamo visto l’intelligenza strategica della sua linea di difesa a Norimberga: pensa che nella stessa maniera sia riuscito a non farsi coinvolgere direttamente nel complotto?
Albert Speer
     Che Speer abbia potuto essere nella lista dei cospiratori è stata un’invenzione, sua e del suo biografo Joachim Fest. Dietro alla biografia di Speer, dietro alle sue memorie, c’è un mucchio di soldi. Sia l’editore sia Fest videro in Speer l’opportunità di “ripulire” questa persona. Più tardi Fest stesso ammise che Speer gli aveva mentito, che lo aveva usato- ma anche Fest era contento di essere stato usato. Il fatto è che c’era bisogno di qualcuno come Speer che potesse rappresentare un’altra faccia del nazismo. Speer badava alla sua carriera, era una persona spregevole che appendeva il cappotto dove gli faceva comodo.

Come spiega il fatto che suo padre, pur non essendo antisemita, come dimostrano le sua carte, ha firmato insieme a tutta la famiglia il documento che certificava l’origine ariana dei Klamroth?
    Posso solo pensare che abbiano stilato quel documento per motivi pratici. Certo, l’antisemitismo era un atteggiamento latente nella famiglia: nessuno di loro avrebbe mai sposato un’ebrea, ma neppure una cattolica. Pensavano, con quel documento, di certificare la stirpe ariana della famiglia, anche se poi, in pratica, non è servito a niente quando Ursula e Bernhard si sono sposati. Ugualmente, però, è stato rivoltante che abbiano steso questo documento di arianità. Era un essere obbedienti al di là di ogni obbligo.

In una parte del suo libro si parla anche di Dora, il campo di lavoro forzato dove venivano costruiti i V2. Come mai dell’esistenza di Dora si è saputo molto dopo di quella degli altri campi?
     Mentre lavoravo al libro ho scoperto quanti fossero i campi di lavoro forzato. A me interessava soprattutto Dora perché mio padre c’era stato.
Per questo biasimo i tedeschi: perché la maggior parte di loro effettivamente non sapeva di Auschwitz, o di Treblinka e degli altri campi di concentramento, perché erano fuori dal paese, sapevano delle deportazioni ma non sapevano che cosa stava succedendo. Ma i campi di lavoro forzato in cui si usava la mano d’opera dei prigionieri trattati come schiavi erano dappertutto. Speer stesso aveva organizzato l’arrivo massiccio di persone dai paesi dell’est per il lavoro forzato. E a Norimberga ha detto che non ne sapeva niente, che se n’era occupato il suo assistente. I primi campi di lavoro forzato sono stati aperti nel ‘42, il pensiero di tutti era focalizzato sulla guerra, ed è anche vero che chiunque allungasse una pagnotta a qualcuno nelle file dei prigionieri veniva fucilato all’istante.

Il titolo del suo libro in tedesco, “Meines Vaters Land”, è molto bello, perché fa risuonare corde diverse, visto che significa sia “la terra di mio padre”, sia “patria” se scritto in una sola parola, sottolineando il suo legame con suo padre e con il paese di lui, che è anche il suo.  

     Il paese di mio padre è il mio solo geograficamente e il titolo voleva significare anche questa differenza. E naturalmente gioco sulle parole: “Vaterland” è anche la patria e per quella generazione la patria, la Vaterland, la terra dei padri, era importante. Per me è un tabù.

Ha visto il film sugli ultimi giorni di Hitler, “La caduta”? pensa che sia un film “pericoloso”, che possa suscitare simpatie filonaziste?
     Penso che sia un film noioso e superfluo: non abbiamo appreso niente di nuovo da quel film. Le scene mostrano della gente nel bunker che aspetta la fine. Non viene detto che cosa li ha portati ad essere lì, nessuno si domanda se è giusto o sbagliato essere confinati lì. E’ il tipico brutto film commerciale- il fatto che Hitler sia gentile con la giovane segretaria non vuole dire proprio niente. E’ un argomento troppo complesso per essere trattato in un film, a meno che non ci sia il tocco dell’arte, come nel film di Benigni, “La vita è bella”. “La caduta” è un film politicamente corretto, un documentario che non si pone e non pone domande.

Tra più o meno vent’anni saranno scomparsi i figli della generazione che ha combattuto la guerra: sarà un bene? Servirà a dimenticare i crimini del passato e le colpe, per andare avanti e costruire qualcosa di nuovo?
     In questo paese non ci libereremo mai dei sensi di colpa e dei ricordi dei crimini del passato. La Germania di oggi ha la responsabilità di educare la gente, di impedire la reazione del tipo, ‘ma dobbiamo continuare a parlare sempre di queste cose?’. Sì, dobbiamo parlarne perché è una cicatrice sull’anima del nostro paese. Certo, non dobbiamo parlarne ogni giorno, ma serve per ricordare che cosa gli esseri umani, che cosa i tedeschi hanno potuto fare. E ricordare e parlarne non impedisce di andare avanti e costruire una nuova società. No, non possiamo liberarci di questo ricordo e non penso neppure che dovremmo- anche se non abbiamo bisogno che ci venga ricordato ogni momento da altri.

 la recensione e l'intervista sono state pubblicate sulla rivista Stilos


                                                                                       



giovedì 28 agosto 2014

Meir Shalev, "Due vendette" ed. 2014

                                               Voci da mondi diversi. Medio Oriente
fresco di lettura


Meir Shalev, “Due vendette”
Ed. Bompiani, trad. Elena Loewenthal, pagg. 400, Euro 19,00
Titolo originale: Two She-Bears

  “Quasi tutte le famiglie qui sono tribù di ciclamini. Così mio nonno descriveva quelle famiglie i cui figli restano vicini ai genitori, a differenza della nostra, che è una famiglia di tarassachi, che volano lontano. Nonno Zeev e i suoi fratelli hanno abbandonato la casa dei genitori in bassa Galilea. Mio padre e suo fratello sono volati via da questa casa prima che hanno potuto. La mamma mia e di Dovik ci ha lasciati qui da nonno ed è andata negli Stati Uniti. Eitan ha abbandonato me e il mondo ma è tornato, Neta è morto troppo presto e non tornerà mai più.

     Israele. Un uomo attende sotto un gigantesco carrubo in uno uadi il passaggio di un altro uomo. Lo ucciderà con fredda determinazione. Non sa neppure chi sia. Sa solo che suo suocero è morto per mano sua anche se si è voluto far passare la morte per un incidente: è più che probabile che un vecchio, che ci vedeva da un occhio solo e camminava con un bastone, si sia inciampato e abbia picchiato la testa su un sasso, vero?
     Anni prima, quando era giovane e non portava ancora una benda su un occhio, l’uomo che è stato vendicato adesso aveva commesso un crimine a sua volta. Aveva ucciso con furia l’amante della moglie, il padre del bambino che tutti avrebbero pensato suo figlio.
     E’ una storia forte e cruda che gronda dolore, quella che Meir Shalev ci racconta nel nuovo romanzo “Due vendette”, il primo pubblicato dopo “E’andata così” di quattro anni fa. E’ una storia di ardenti passioni e di morte, raccontata da una donna, Ruta Taburi, nipote del vecchio Zeev con la benda su un occhio, e, anche se i due delitti frutto della vendetta sono i binari su cui scorre la narrazione, un’altra morte è al centro del libro e di tutta la storia che, in un senso più vasto, è la storia di un villaggio, una microStoria simbolica di Israele che andrà ad arricchire la tesi di una studentessa universitaria che fa le domande e ascolta le risposte di Ruta. Ruta Taburi è ancora giovane, è bella, ha una forte vitalità. Eppure è passata attraverso una tragedia: suo figlio, il piccolo Neta di sei anni, è morto per il morso di un serpente. Era andato con il padre Eitan in una di quelle gite ‘per soli uomini’ che escludevano lei, Ruta, la mamma, felice, tutto sommato, di vedere quell’accordo perfetto tra padre e figlio. Dopo la morte di Neta Eitan si era chiuso nel mutismo, aveva spento la luce, il grande amore tra lui e Ruta era appassito di colpo.



    Il racconto di Ruta è ricco e colorato, va dalle storie leggendarie di famiglia (alcuni stralci hanno la forma di fiabe per il bambino Neta), di nonno Zeev e di come un carretto guidato da suo fratello e tirato da un toro, con un gelso, una pietra di basalto e la promessa sposa Rut, fosse arrivato fino a lui dal suo villaggio di origine, al  primo incontro di lei stessa, Ruta, con Eitan e a come Eitan si fosse allontanato dal ricevimento di nozze di suo fratello con la madre della sposa, ritorna a parlarci di Zeev e del suo matrimonio bianco e poi, sempre, sempre, si ritrova a dirci di Neta. Perché è impossibile accettare la morte di un bambino, perché, paradossalmente, la morte di un bambino passa al secondo piano, in Israele, davanti alla morte di un figlio che cade in guerra. Ed è questo- il lutto, il dolore di un paese che perde i suoi figli-, insieme a quello della vendetta, il tema del romanzo di Shalev.
    Conosciamo il talento affabulatorio di Meir Shalev. Conosciamo il suo stile in perfetto equilibrio tra realismo e favola, capace di trasformare in epica una vicenda privata, di dare un significato metaforico al tempo, al paesaggio, alla natura (tutte le vicende ruotano attorno a tre grandi alberi, un’acacia, un gelso, un carrubo). E non possiamo evitare di pensare ad un significato più vasto di queste tre morti in cui quella accidentale di un bimbo che appare quasi una vittima sacrificale si colloca tra due delitti, come se il Dio della Bibbia lo avesse voluto per sé per riscattare un’altra morte infantile, per punire un altro delitto ancora, di un altro bambino, commesso da Zeev dopo il primo omicidio. Non possiamo non pensare alla Storia attuale di Israele, alla vendetta che chiama vendetta, alle ritorsioni senza fine.

    Come poi riesca, Meir Shalev, ad alleviare con il sorriso dietro le lacrime di Ruta una tragedia così immane, un destino così crudele ancorché cercato- questo è il mistero del talento di un grande scrittore.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


mercoledì 27 agosto 2014

Miguel Sousa Tavares

                                     Voci da mondi diversi. Penisola iberica
                                                          un autore

                               
Miguel Sousa Tavares è nato a Porto, in Portogallo, nel 1952. Laureato in Giurisprudenza, è scrittore, giornalista e saggista. Il suo primo romanzo, “Equatore”, è stato un bestseller nel 2003 (casa editrice Cavallo di Ferro) ed ha venduto più di 200.000 copie. Collabora con il settimanale politico Expresso e con il quotidiano sportivo Bola. La casa editrice Neri Pozza ha appena pubblicato il suo nuovo romanzo “Alba sporca”.


Miguel Sousa Tavares, "Equatore" ed. 2005

                                                  Voci da mondi diversi. Penisola iberica
il libro ritrovato


Miguel Sousa Tavares, “Equatore”
Ed. Cavallo di ferro, pagg. 492, Euro 18,50

E’ il 1905. Luis Bernardo Valença viene nominato dal Re di Portogallo governatore delle isole di S. Tomé e Principe. Il suo compito è convincere i proprietari delle piantagioni ad adottare un comportamento diverso nei confronti dei lavoratori di colore in modo da confutare l’accusa di schiavismo fatta al Portogallo dall’Inghilterra che minaccia di sospendere le importazioni di cacao. Luis Bernardo si troverà a combattere da solo in difesa del diritto fondamentale dell’uomo alla libertà. Un finale drammatico con il gesto grandioso di un uomo che non si piega al ricatto e non accetta compromessi.


INTERVISTA A MIGUEL SOUSA TAVARES, autore di “Equatore”

Il piacere della lettura che troviamo già nelle prime pagine di “Equatore” è quello proprio del romanzo, è il gusto di leggere una storia ben raccontata, i cui ingredienti sono avventura, amore, amicizia e morte, con un personaggio che viene posto davanti a delle scelte, che si troverà in situazioni estreme che richiedono decisioni da cui dipende la vita sua e di altri, in un ambiente estraneo e diverso in cui si corre il rischio di perdere la propria integrità insieme a se stessi. C’è solo una breve introduzione iniziale al protagonista Luis Bernardo, una sorta di premessa che giustifica il compito che gli viene assegnato e che cambierà il tranquillo corso della sua vita. Perché un conto è sostenere per iscritto, in articoli e saggi, una politica coloniale illuminata e moderna, e un conto è dover attuare di persona questi principi nella consapevolezza che le conseguenze del nostro operato avranno ripercussioni sull’economia di un intero paese.
Quando il Re del Portogallo nomina Luis Bernardo governatore di S. Tomé e Principe, non gli affida una missione, ma lo invita a “servire” il suo paese. E, se “servire” il proprio paese significa agire nell’interesse di questo e del suo popolo,  qual è la scelta eticamente giusta quando questo interesse è in conflitto con l’idea personale di giustizia e di diritto? La propria integrità vale di più del benessere di una nazione intera? Perché di questo si tratta: la ricchezza del Portogallo viene dalle colonie e si basa sul lavoro degli schiavi. Si può camuffare la verità, si possono mostrare contratti di lavoro, fingere che i negri imbarcati dall’Angola abbiano “scelto” di lavorare nelle isole, ma non si può nascondere che i negri non sono in grado di leggere e tanto meno di firmare quei contratti, che 3000 negri lasciano l’Angola ogni anno e nessuno vi fa mai ritorno. E’ la prova che l’Inghilterra impugna per minacciare il boicottamento delle importazioni di cacao dalle colonie portoghesi. Luis Bernardo, l’uomo qualunque, il donnaiolo che si dà arie da intellettuale, si trova calato in una realtà sconvolgente- come se, oltrepassando la linea dell’Equatore, fosse sprofondato negli abissi di tenebra dove il colore della pelle determina il valore della vita di un uomo. La sua diventa una lotta donchisciottesca contro le forze del male, in una solitudine dolorosa che sembra venire alleviata quando arriva sull’isola il console inglese che dovrebbe essere il suo avversario politico e diventa invece suo amico. Complicando la vita di Luis Bernardo, perché quando questi si innamora della moglie del console, è nel suo carattere porsi il problema della lealtà- ancora una volta si tratta di decidere se l’amore e il soddisfacimento personale valgano il tradimento dell’amicizia. Per trovarsi di fronte ad un tradimento più grande. Ha viaggiato lontano Luis Bernardo nei due anni in cui si è allontanato dal Portogallo e la sua figura raggiunge la dimensione dell’eroe tragicamente puro nella decisione finale. Prima della partenza gli era stato chiesto, “che cosa  potrà mai avere dalla vita di più grandioso?”. La risposta adesso è, “ho lasciato qui la mia vita; che cosa avrei potuto dare al mio Re di più grande?”. Stilos ha intervistato lo scrittore portoghese Miguel Sousa Tavares.


  Com’è nato questo romanzo? In appendice c’è il ringraziamento per l’amico che le ha fatto conoscere le isole e che le ha regalato un libro: è stato un suo soggiorno nelle isole che ha destato il suo interesse per l’operato del Portogallo a S. Tomé e Principe?

       Il romanzo è nato da un viaggio fatto come giornalista nelle isole di S. Tomé e Príncipe. Poi il mio amico mi diede un libro che era un resoconto scritto nel 1905 dal Re del Portogallo sulle condizioni di lavoro in quelle isole. Avevo così l’inquadratura storica e geografica della mia storia, mi mancava solo l’intreccio romanzesco, il tempo disponibile per scrivere e la risposta alla domanda: sarò capace di scrivere un romanzo, e di questa portata? Ho passato circa dieci anni a meditare sul tema, e pian piano l’intreccio mi è nato in testa, fino ad arrivare al giorno- 1 gennaio 2001- in cui ho deciso di iniziare l’anno nuovo cercando di scrivere “Equatore”. Dopo un anno e mezzo il libro era pronto.

Lei è un giornalista e scrittore di reportage di viaggio: che cosa ha fatto scattare in lei il desiderio di scrivere qualcosa di più e di diverso da un semplice libro di viaggio nelle isole?
       Avevo già pubblicato una storia per bambini, un libro di cronache e uno di racconti, dove, in scala minore, avevo sperimentato la narrativa. Avevo sempre la tentazione di fare il salto da una scrittura di tipo giornalistico a quella di tipo narrativo. Soprattutto mi piace definirmi come un narratore di storie vere e di storie inventate. Scrivere dei reportage continua a piacermi e ho appena terminato un libro per bambini, una storia che avviene nello spazio nell’anno 3000.

I due personaggi principali del romanzo, Luis Bernardo e l’inglese David Jameson, sono entrambi degli eroi con una mancanza, un difetto fatale: è la passione per le donne per Luis Bernardo e quella per il gioco per David Jameson. Eppure ammiriamo di più Luis Bernardo: è perché troviamo più nobile perdersi per amore che per soldi?
      Senza dubbio è più nobile rovinarsi per amore che per gioco. Ma il preferire il personaggio di Luis Bernardo è dovuto al fatto che egli è meno perfetto dell’inglese, in un certo modo è un anti-eroe, pieno di dubbi, di difetti e di debolezze, di egoismi e di desiderio di comodità che cerca di superare quando si vede investito di una missione che non aveva cercato, ma che lo obbliga ad alzare la testa per un sentimento di onore e di dovere. Personalmente ho orrore della perfezione, delle persone perfette e di chi crede in un mondo perfetto.

La storia di Luis Bernardo è quella di un uomo che si trova di fronte a un dilemma etico, se la propria integrità valga di più dell’interesse del proprio paese: la scelta del Re è stata strumentale? Cioè, è caduta su di lui con la consapevolezza che sarebbe stata la sua rovina ma che avrebbe dato credibilità al Portogallo?
        Non so e non voglio risponderle. Ci sono certe cose nel libro che ho deciso di lasciare nel dubbio, ho voluto lasciare libertà di scelta e di interpretazione al lettore. Non voglio essere io a tirare le conclusioni e la morale della storia. Ricordo che da ragazzo era questo che non mi piaceva in Dostoevskij; il mio scrittore preferito era Čechov, che lasciava molta libertà creativa ai lettori. Un giorno ero sulla spiaggia e di fronte a me c’era una coppia che non si era accorta di me, i due stavano discutendo sul finale di “Equatore”. Mi è sembrato affascinante vedere che l’uomo aveva una interpretazione sulla conclusione della storia e la donna un’altra. Era esattamente ciò che io avevo desiderato: lasciare il libro “aperto”, non dare tutte le risposte o la mia risposta personale. Del resto, pensandoci bene, fino a che punto una storia che ci seduce appartiene solo a chi l’ha scritta?

 Luis Bernardo e David Jameson rappresentano anche i due diversi stili di colonialismo dei loro due paesi: pur con i suoi aspetti negativi, l’Inghilterra ha lasciato dietro di sé qualcosa di positivo nelle colonie; che cosa ha “costruito” il Portogallo nelle colonie?
       Tanto per cominciare il Brasile. L’unico caso, in tutta la storia coloniale in cui il Re, la corte e l’élite del paese si sono trasferiti nella colonia, facendone la sede dell’impero. E poi abbiamo lasciato Goa, in India, il meglio dell’India ancora oggi, e inoltre abbiamo lasciato ciò che né l’Inghilterra, né la Francia hanno mai lasciato, tanto in Africa che in Brasile, e cioè quello che Senghor chiamò “l’irresistibile tendenza per il meticciato dei portoghesi”. Ci siamo mescolati ai popoli conquistati, lì ci siamo sposati e abbiamo fatto dei figli, alcuni sono rimasti per generazioni e generazioni. Alcuni portoghesi sono partiti per sempre, cambiando vita e continente. Hanno esercitato senz’altro anche molta brutalità e molte ingiustizie, ma non sono mai stati dei predatori di passaggio che si sono limitati a saccheggiare per poi tornarsene a casa loro.

Tuttavia sembra che David Jameson abbia un atteggiamento meno critico nei confronti del colonialismo inglese: è un esempio dell’ipocrisia con cui si giustificano gli oppositori di Luis Bernardo, che sostengono di non fare niente di molto diverso dagli altri, usando la mano d’opera di colore?
       David Jameson era il tipico funzionario dell’Indian Civil Service, una scuola di élite creata per governare l’India: un compito che, come diceva Kipling, “Dio aveva messo nelle mani dell’Inghilterra”. Io sono un grande ammiratore di questa epoca vittoriana, soprattutto di ciò che riuscì a fare di grandioso nell’immenso impero inglese. Oggigiorno è politicamente scorretto dire che certi imperi avessero anche delle virtù e non solo difetti, e che all’epoca rappresentavano in molti casi un progresso per i popoli che li integravano. Senza l’eredità inglese sono certo che l’India oggi non sarebbe una democrazia- come non lo è nessun paese che sia stato sottomesso all’impero cinese, mongolo o arabo. Gli imperi ci sono sempre stati, solo che alcuni hanno lasciato un’impronta di progresso, e altri no.

Si fa spesso riferimento ad un ultimatum del 1890: di che cosa si tratta?
      È stato un ultimatum fatto dall’Inghilterra al Portogallo, quando il Portogallo pensò all’idea di quella che venne chiamata “la Mappa Rosa”, che consisteva nel legare le colonie portoghesi dell’Angola e del Mozambico, attraverso la colonia inglese dello Zambia. Ovviamente all’Inghilterra l’idea non è piaciuta e ci ha minacciati di guerra. I portoghesi hanno dovuto rinunciare al progetto, e da quel momento è diventato di moda dire male dell’Inghilterra.

Un titolo che segna una posizione geografica, “Equatore”, ma anche un titolo simbolico: è una “linea d’ombra”?
        È una linea di frontiera, una striscia di sabbia. Rappresenta il confine dove tutto è possibile, le buone e le cattive scelte: si può scegliere il coraggio o la viltà, l’amore o l’accomodamento, la verità o la sottigliezza. Luis Bernardo ha incontrato il suo equatore lungo il suo cammino e ha dovuto scegliere tra le opportunità. Secondo me la vita è fatta di molte possibilità, da scegliere quasi quotidianamente. Poveretti quelli che non devono mai farlo! Rischiano di passare una vita intera senza averla vissuta realmente.

“Equatore” è un romanzo sul potere esercitato dall’uomo sull’uomo, un romanzo sull’amore e anche sul tradimento: ha un significato il fatto che la fedeltà sia rappresentata da due persone di colore, i servitori Sebastiao e Doroteia?
       Non ci ho mai pensato, ma credo che il vero significato non risieda nel fatto che sono negri, bensì domestici di Luis Bernardo. Il che forse significa che a volte è più facile incontrare la fedeltà tra le persone semplici, che conducono una vita povera, che hanno ambizioni limitate e che non sono ancora corrotti dalle cose del mondo. Ma questa è semplicemente un’interpretazione alla quale penso ora sollecitato dalla sua domanda.

Leggiamo dello schiavismo e ci scandalizziamo. Possiamo interpretare i ragionamenti degli “africanisti”, che sostengono le motivazioni economiche del lavoro degli schiavi, come un’allusione alle stesse motivazioni che nascondono oggigiorno un altro tipo di schiavismo che tutti fingono di ignorare?

      Lo schiavismo, quello tradizionale come quello moderno, non ha mai giustificazioni, ma trova sempre chi vorrebbe spiegarlo. Io credo sia un errore tentare di giudicare la storia e i comportamenti del passato alla luce dei codici etici contemporanei. Anche la Chiesa ebbe l’Inquisizione e difese la pena di morte, i conquistatori saccheggiavano le città conquistate, le donne non hanno votato nella maggior parte dei paesi fino alla metà del XX secolo, i professori picchiavano regolarmente i bambini… Ma per fortuna c’è sempre stato chi lottava contro la morale stabilita; è per questo che oggi, in termini umani, siamo arrivati fin qui. Possiamo anche non rispettarli, come a Guantanamo, ma sappiamo qual è il bene e qual è il male. Non possiamo più invocare l’ignoranza né le abitudini costituite.

 La recensione e l'intervista sono state pubblicate sulla rivista Stilos
                                                                               








martedì 26 agosto 2014

Zhang Jie

                                                         Voci da mondi diversi. Cina
                                                          un autore

                 

Zhang Jie è nata nel 1937 a Pechino, dove vive tuttora. E’ tra le voci più note e acclamate della letteratura cinese contemporanea, candidata da anni al premio Nobel. Nel 1989 ha vinto il Premio Letterario Internazionale Malaparte. La casa editrice Salani ha pubblicato nel 2008 il primo romanzo di una trilogia, “Senza parole”, e nel 2010 il secondo romanzo, “Anni di buio”.

la scrittrice sarà presente al Festival della Letteratura di Mantova 2014



Zhang Jie, "Anni di buio" ed. 2010

                                                        Voci da mondi diversi. Cina
il libro ritrovato

Zhang Jie, “Anni di buio”
Ed. Salani, trad. Maria Gottardo e Monica Morzenti, pagg. 366, Euro 18,00

 Titolo originale: Without Words


   Per quanto Wu Wei abbia cercato in tutti i modi di non diventare una schiava, la sua spina dorsale era già stata piegata a due anni, per non raddrizzarsi mai più. Da allora, chiunque poteva diventare suo padrone. Non solo era figlia di una schiava, ma lo era lei stessa. Per tutta la vita avrebbe considerato ogni briciolo d’amore o di affetto, anche se involontario, o falso, come un dono immeritato che gli altri le elargivano e per il quale doveva mostrare immediata gratitudine, trasformandosi in cane fedele o bestia da soma al servizio del benefattore del momento, al quale si donava con tutta se stessa.

    Splendido. “Anni di buio”, secondo romanzo di una trilogia della scrittrice cinese Zhang Jie, è splendido come solo possono esserlo i libri dall’ampio respiro, quelli che riescono a tessere la trama della grande Storia insieme alle piccole storie degli uomini e delle donne che sembrano agitarsi senza senso e senza scopo e invece concorrono a foggiare il destino di un paese e, con quello, pure la sorte del mondo.
   Chi ha già letto il precedente “Senza parole” ricorda alcuni dei personaggi che riappaiono- soprattutto la scrittrice Wu Wei, che abbiamo visto sprofondare nella follia nel primo libro della serie. Soprattutto, chi ha già letto “Senza parole” conosce già lo stile di Zhang Jie e non deve affrontare di nuovo lo sconcerto e il lieve disorientamento davanti alla flessibilità temporale della narrazione. Nei romanzi di Zhang Jie il tempo non è un fluire continuo nella stessa direzione- dal passato, o dal presente, verso il futuro-, ma procede a balzi, si ferma, indugia, retrocede, anticipa quello che verrà. Come se fosse un racconto orale che si permette divagazioni, o fa una pausa perché c’è un dettaglio o un frammento di storia da inserire in quel momento. Tocca al lettore mettere in ordine i fatti, compito stimolante che tiene desta l’attenzione. E così la Storia e le storie palpitano di vita, come se tutto fosse accaduto ieri e non quasi un secolo fa.
   C’è una spaccatura tra una prima e una seconda parte in “Anni di buio”: il tempo è lo stesso, i protagonisti pure, ma nella prima parte c’è la storia degli uomini, che sono quelli che fanno le guerre, e nella seconda si muovono in primo piano le donne, le stesse che prima avevamo visto attraverso la lente maschile, che venivano prese e abbandonate dagli uomini per seguire un signore della guerra. Le vicende della Cina del secolo scorso sono complesse- una terra frazionata, spaccata poi in due dall’occupazione giapponese, attraversata dai movimenti della resistenza, divisa dalla guerra civile. Con una popolazione in costante aumento, senza le prospettive di una ricchezza industriale, il riso come alimento base, e spesso l’unico ad essere fortunati.
Se i vari Hu Bingchen, Hu Binghuan, Hu Bing’an, Bao Tianjian (non scoraggiatevi, c’è un utilissimo elenco dei personaggi all’inizio del libro) abbandonano le loro case, si schierano dall’una o dall’altra parte, agiscono, insomma, le donne che restano a combattere la loro battaglia per sopravvivere e dare da mangiare ai figli sono quelle che ammiriamo di più per il loro coraggio indomito, che restano nei nostri cuori anche se a volte fatichiamo a comprenderle nell’ottica moderna.
O forse neppure questo è vero: Ye Lianzi, fedele al marito di cui non sa nulla per anni, disposta a lasciarsi umiliare accettando di vivere con lui e la sua amante, quando lo ritrova a Hong Kong, è una delle tante vittime femminili che permettono l’esistenza dei carnefici. Bellissimo personaggio, Ye Lianzi, così fragile fisicamente e così forte quando si tratta di lottare per la figlia Wu Wei, il suo bene più prezioso. Perché Ye Lianzi non vuole che sua figlia abbia un’infanzia come la sua, rimasta orfana presto, tollerata dalla matrigna, andata in sposa perché non c’era altra via di uscita. E tuttavia, anche se non c’è una matrigna a marchiare i primi anni di Wu Wei, le basi per la sua pazzia degli anni a venire vengono poste dal padre violento, insieme ad un’esperienza di servitù, al terrore indimenticabile di essere inghiottita dall’acqua che saliva, quando il fiume Hai ruppe gli argini nel 1939, o di morire sotto il crollo di una casa durante il bombardamento di Hong Kong nel 1941.

      Un’immagine ci resta impressa, tra le tante di queste pagine, quella della Grande Muraglia di cui giunge in vista Gu Qiushui (marito di Ye Lianzi e padre di Wu Wei), durante la spedizione per recuperare le armi per la lotta contro il Giappone. Il meravigliato stupore di Gu Qiushui ci ricorda quello di Carlino che scopre il mare ne “Le confessioni di un italiano”: non le onde del mare ma quelle della sabbia del deserto si distendono davanti a Gu, e tra di esse affiorano le rovine della Muraglia, come una gigantesca spina dorsale. Una grandiosa opera eretta da mani sconosciute, rimasta lì in silenzio, “senza un lamento, sempre in assetto di combattimento a guardia di un confine remoto, sempre in attesa di un ordine che non sarebbe mai arrivato”. E ci pare che questa muraglia muta, di fronte ad un ‘deserto dei tartari’, rappresenti il popolo cinese stesso attraverso tutte le peripezie della Storia.

   Non possiamo che attendere con ansia il terzo volume della scrittrice cinese candidata da anni al Premio Nobel per la Letteratura.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it