mercoledì 19 dicembre 2018

Antonio Steffenoni, “La bella famiglia” ed. 2018


                                                                     Casa Nostra. Qui Italia
                                                                    cento sfumature di giallo


Antonio Steffenoni, “La bella famiglia”
Ed. Cairo, pagg. 398, Euro 15,00

       Il delitto di sant’Ambrogio in piazza sant’Ambrogio- sarà questo il titolo dei giornali per il nuovo caso da risolvere per Ernesto Campos, il protagonista dei romanzi polizieschi scritti da Antonio Steffenoni. Sentivamo la mancanza di Ernesto Campos, così come sentiamo la mancanza di Antonio Steffenoni che ci ha lasciato per sempre due anni fa. Ed è con commozione che ritroviamo entrambi in questo libro, “La bella famiglia”, che esce postumo- perché Ernesto Campos, figlio di padre spagnolo e di madre italiana, uomo di un’empatia straordinaria, è l’alter ego dello scrittore che, al contrario di Ernesto, era figlio di padre italiano e di madre spagnola. E chissà che questa doppia identità non contribuisca e non abbia contribuito alla sensibilità speciale di Ernesto e di Antonio che si avverte in ogni pagina del romanzo, nelle parole, nei pensieri, nel modo di Ernesto di rapportarsi agli altri dietro il quale noi ‘sentiamo’ la presenza di Antonio Steffenoni.
     La telefonata che comunica la morte di Dario Sciariada arriva in commissariato la mattina del giorno dell’Immacolata, dopo la festa di sant’Ambrogio, la più importante dell’anno per i milanesi. Dario Sciariada non è un comune milanese, basta leggere l’indirizzo a cui abita. E’ figlio di un uomo ricchissimo, capo di una finanziaria. E’ morto strangolato, in casa sua.

     Ah, le belle famiglie milanesi piene di soldi, che non lasciano trapelare nulla dietro i comportamenti ineccepibili, dietro la facciata delle loro splendide case. Che cosa si nasconde dietro la morte di Dario Sciariada? Motivi famigliari, uno di quegli intrecci da "Groviglio di vipere” di Mauriac, oppure motivi economici legati allo scandalo sull’Expo venuto ora alla ribalta e in cui era coinvolto il vecchio Sciariada?
La bella famiglia Sciariada che possiede un intero palazzo in piazza sant’Ambrogio: il padre su una sedia a rotelle (gli occhi rivelano una forza d’acciaio), una madre ricoverata da anni per un’imprecisata fragilità, il figlio maggiore Dario plurisposato e pluridivorziato, uno squalo che si è fatto dare la procura dal fratello minore per manovrare i beni di famiglia, l’ultima moglie di Dario che non sta più con lui (anzi, non ‘stava’) e però vive in casa sua e svicola evitando di rispondere alle domande di Ernesto Campos.
Tony Servillo. Un personaggio dice che Campos gli assomiglia. A me pare che assomigli ad Antonio Steffenoni
Grandi assenti sulla scena sono la madre (nel ricovero) e il fratello Samuele, scomparso, nessuno sa o vuole dire dove sia. Presente, invece, un anziano giornalista che si definisce una sorta di ‘padre putativo’ di Samuele, fragile come sua madre. Proprio una bella famiglia, come scopriamo quando ne sappiamo di più, compreso l’anno in carcere di Samuele che ha scontato una pena per un fatto di violenza commesso dal fratello, senza dire poi dei legami con un losco moscovita che traffica droga e chissà che altro.
    In una Milano su cui cade la prima neve, dove si accendono delle luminarie che non rallegrano nessuno, l’indagine si svolge in una manciata di giorni. E non sono solo gli scheletri negli armadi della famiglia Sciariada a venire fuori in queste pagine, perché Ernesto ha il suo proprio ‘scheletro nell’armadio’, il ricordo di una notte di molti anni prima che lo perseguita nei sogni, e pure Ulderico Pazzi, l’aiuto di Ernesto, è inseguito dai ricordi delle sue mancanze nei confronti dei figli che ha abbandonato.
E’ la famiglia, dunque, il centro del romanzo di Steffenoni scritto in una prosa elegante che è un piacere leggere. La famiglia che si regge traballante su una quotidiana finzione, quella che si è distrutta, quella di cui non si ha avuto il coraggio di accollarsi la responsabilità. Con tutte le conseguenze su chi ne fa parte. Come diceva Tolstoj? “Tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo”. Viene da domandarsi se esistano le famiglie felci, al di fuori della pubblicità del Mulino Bianco.
    Grazie, Antonio Steffenoni, per questo ultimo bel libro, per lo spessore dei tuoi personaggi, per l’umanità che trapela nel raffrontarsi di Ernesto con i colpevoli- c’è qualcuno che sia mai del tutto innocente?

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domenica 16 dicembre 2018

Abraham Yehoshua, “Il tunnel” ed. 2018


                                                    Voci da mondi diversi. Medio Oriente


Abraham Yehoshua, “Il tunnel”
Ed. Einaudi, trad. A. Shomroni, pagg. 344, Euro 20,00

        “-Allora ricapitolando,- dice il neurologo.
       -Sì, ricapitolando,- sussurra la coppia.
     - I disturbi non sono del tutto inventati. Abbiamo veramente rilevato un’atrofia del lobo frontale, che potrebbe suggerire una lieve degenerazione neuronale.”

E’ il timore- più che il timore, l’incubo di chiunque non sia più giovane- il sentirsi fare questa diagnosi. Il dover fronteggiare il decadimento delle proprie capacità intellettive, arrivare al punto di non saper riconoscere chi ci è caro, la moglie, il marito, i figli, di non ricordarsi neppure il proprio nome. Chi siamo, che cosa resta di noi e della nostra identità se si spegne la luce sul nostro passato? E non solo sul passato.
    Il nuovo romanzo del grande scrittore israeliano Abraham Yehoshua inizia con la scena di Zvi Luria e la moglie che ascoltano le parole del medico. Zvi, settantatre anni, in pensione da cinque dopo aver lavorato a progettare strade e autostrade per l’ente Percorsi di Israele, non aveva badato ad alcune smemoratezze. Poi era successo che aveva preso il bambino sbagliato all’uscita dall’asilo, invece del proprio nipotino. Sì, è vero che il bambino che gli aveva dato fiduciosamente la manina era in cerca di un nonno che non aveva e lo aveva trovato in lui, ma ugualmente…Ecco perché gli accertamenti. Seguiti dai consigli del medico di combattere la malattia, di far funzionare il cervello, di continuare far l’amore con sua moglie. Il suggerimento della moglie è di trovarsi un lavoro di consulenza, dopotutto ha un’esperienza non da poco come costruttore di strade. E il caso fa sì che il figlio di un ex collega non veda niente di strano nell’accettare la sua proposta di collaborazione: sta lavorando ad un progetto per costruire una strada segreta attraverso il deserto del Negev. Sarebbe una bella sfida per Zvi che ha sempre lavorato nel Nord del paese. Ed è proprio Zvi a suggerire, invece di spianare una collina su cui ci sono dei resti nabatei, di scavare un tunnel che potrebbe anche rendere più facile il controllo della strada. E risolverebbe anche l’altro problema- non danneggiare tre palestinesi (padre e due figli) che, per una strana situazione vivono lì senza carta di identità, non più palestinesi ma neppure israeliani.

     Questo è un libro della piena maturità dello scrittore che esplora il tema della malattia- quella mentale di Zvi e quella fisica (un tumore al pancreas) dell’ex collega padre dell’ingegnere che accetta la collaborazione di Zvi. Perché è inutile girarci intorno: se non si muore giovani (e purtroppo non è così poco comune in un paese sempre sull’orlo della guerra come è Israele), saranno il cancro o l’Alzheimer a mettere fine alla nostra vita. E Abraham Yehoshua diventa interprete delle nostre paure cercando di scherzarci sopra, suggerendo strategie per ingannare la malattia, per rallentare, se possibile, il suo inesorabile progredire. C’è ironia macabra nella scena in cui Zvi si fa tatuare sul braccio il numero dell’antifurto dell’automobile- un numero tatuato ha sempre identificato un ebreo che è stato internato nei lager nazisti, con Zvi il numero della morte diventa il numero della salvezza insieme ad altri accorgimenti, come appuntarsi su un taccuino dove abbia parcheggiato la macchina o avere due cellulari con sé.
Il cratere di Ramon nel Negev
C’è altro ancora nel romanzo di Yehoshua. C’è un filone politico nella trama secondaria dei tre palestinesi senza identità- e il tunnel del titolo acquista un valore metaforico-, ci sono le frequenti frecciate alla corruzione che non risparmia Israele, si accenna con rimpianto ai grandi leader come Ben Gurion e Rabin, e poi c’è l’amore. L’ho lasciato per ultimo perché il legame d’amore tra Zvi e la moglie è dolcissimo e commovente. E’ l’amore che salva il mondo o, se non il mondo, può salvare Zvi. Ed è il più bel messaggio che lo scrittore possa inviare alla sua Ika, morta due anni fa. Un intero romanzo con la dedica iniziale, Alla mia Ika. Infinito amore.

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giovedì 13 dicembre 2018

Kent Haruf, “Vincoli” ed. 2018


                                   Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
       dramma
       love story


Kent Haruf, “Vincoli”
Ed. NN, trad. Fabio Cremonesi, pagg. 264, Euro 18,00

    1977. Nell’ospedale di Holt, la cittadina immaginaria del Colorado dove Kent Haruf ambienta i suoi romanzi, l’ottantenne Edith Goodnough giace in un letto, attaccata alle flebo. Fuori della porta un poliziotto fa la guardia. Arriva in città un giornalista a caccia di una storia che faccia un bel titolo e viene trattato in malo modo da Sanders Roscoe che abita nella fattoria vicino a quella dei Goodnough- sembra tutto così facile e chiaro, vero? al giornalista sembra di avere capito tutto, no? E invece non ha capito proprio nulla, nessuno può capire senza conoscere bene Edith e la sua famiglia. Ed infine è proprio lui, Sanders Roscoe, figlio di quel John Roscoe che aveva amato Edith senza speranza, a raccontare la storia dei Goodnough.
     I vecchi Goodnough erano arrivati dall’Iowa in Colorado nel 1896. Invece dei ricchi campi che avevano lasciato, avevano trovato polvere e rocce. Avevano avuto due figli, Edith e Lyman. Quando Ada Goodnough era morta- per sfinimento oltre che per malattia-, Roy aveva continuato a lavorare con i figli quella terra arida. Un uomo tremendo, Roy Goodnough, un padre padrone che era diventato ancora più irascibile e dispotico dopo aver perso le dita di entrambe le mani dentro la mietitrebbiatrice. Era stato allora che il sogno d’amore di Edith aveva avuto il breve tempo di nascere e morire. Avrebbe forse potuto sposarsi e lasciare il peso del padre in quelle condizioni a suo fratello?

      “Perché, stammi a sentire:”- sono le parole che terminano il primo capitolo. Se Perché, stammi a sentire fosse l’incipit, sarebbe memorabile quanto Chiamami Ismaele. Si rivolge proprio a noi, c’è urgenza in quelle parole, è una storia che dobbiamo capire, che di certo lo sceriffo non ha raccontato in maniera giusta al cronista curioso, che dobbiamo sapere prima che Edith Goodnough (e Sanders Roscoe, correggendo stizzito la pronuncia del giornalista, ci ha insegnato a dire questo nome) compaia in tribunale su una sedia a rotelle. Accusata di che cosa? Dobbiamo aspettare prima di saperlo. Per ora sappiamo solo che c’è stato un incendio. E Sanders racconta e nel suo racconto la storia dei Goodnough si intreccia con quella dei Roscoe, fin da quando sua nonna aveva aiutato Ada Goodnough a partorire. E’ una lunga storia che parla di crudeltà e meschinità, di amore e di sacrificio, della fuga del figlio maschio di Roy Goodnough e dell’abnegazione che è rinuncia di sé di Edith, del ritorno di Lyman anziano su una sfolgorante Pontiac, di ‘ties that bind’ come dice il titolo originale, lacci che legano, come il fil di ferro che causa l’incidente che menoma Roy, come il filo di seta che unisce John Roscoe e poi suo figlio Sanders e dopo ancora la bambina Rena ad Edith. Fino ad un altro incidente che mette fine al breve intermezzo di gioia e libertà di cui aveva goduto Edith. Perché la vita è ingiusta ed è inutile lamentarsi.

    Più che mai, in questo libro pubblicato per la prima volta nel 1984 in cui Holt appare sullo sfondo lasciando il primo piano alle fattorie, alla terra e agli allevamenti, Kent Haruf ci tiene avvinti e ci incanta con la sua narrazione- un lungo discorso diretto che riesce, in qualche maniera, a passare la parola ai personaggi come se fossero loro stessi a raccontare in prima persona. Tutto ci affascina in questa vicenda, l’intuizione oscura di quello che accadrà inevitabilmente, l’ammirazione per la protagonista e, insieme, il desiderio che si ribelli ad un destino così ingiusto e che qualcosa per lei possa cambiare, perfino lo sgomento che proviamo per la durezza di un’esistenza che ci fa apparire celestiale la nostra. E lo stile limpido di Haruf dà brillantezza ai colori, esalta le espressioni dei visi, ci trasporta a Holt.
    Nel suo crudo realismo, il più bello dei romanzi di Kent Haruf.

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martedì 11 dicembre 2018

Magda Szabó, “La notte dell’uccisione del maiale” ed. 2018


                                                  Voci da mondi diversi. Europa dell'Est



Magda Szabó, “La notte dell’uccisione del maiale”
Ed. Anfora, trad. F. Ciccariello, a cura di M. Szilágyi, pagg. 288, Euro 17,50

    Che titolo crudo e cruento, “La notte dell’uccisione del maiale”. Ci comunica un senso di disagio, una sensazione di qualcosa di sgradevole, contiene un’oscura minaccia, come se niente di buono potesse avvenire la notte in cui si uccide il maiale e poi si fa festa, e ha ragione il piccolo Anti che, ogni anno, piange abbracciando il maiale nella stalla, perché non vorrebbe vederlo finire così. E “La notte dell’uccisione del maiale” è una vera e propria tragedia che si prepara lentamente, ad iniziare dal pomeriggio, per compiersi, in maniera brutale ma non inaspettata, durante la notte, sul far del mattino.
     I personaggi sono molti, ne troviamo una lista prima di incominciare la lettura. Non lasciatevi impressionare dai tanti nomi e nomignoli, li conosceremo tutti- e benissimo- prima della fine, perché Magda Szabó è straordinaria: passa la parola (che a tratti diventa flusso di coscienza) e il punto vista dall’uno all’altro. Le voci si rincorrono, si sovrappongono, l’ordine temporale viene scardinato, il presente si mescola con i ricordi del passato. Finché il quadro si ricompone, ordine è fatto, quanto accade era da lungo tempo annunciato. E, almeno per uno dei personaggi, non ci dispiace neppure.

    E’ il dicembre del 1955. I non più giovani ricordano di certo lo shock nel vedere i carri armati sovietici a Budapest nel 1956. La vicenda del romanzo si svolge a Debrecen, la cittadina dove nacque Magda Szabó nel 1917, e coinvolge due famiglie agli estremi opposti della scala sociale- i ricchi Kémery (o ex ricchi con il nuovo regime comunista) e i Tóth che abitano i via dei Saponieri. E questo già dice tutto. L’intera famiglia Tóth si è sacrificata per far studiare János che è diventato maestro, ha alle spalle trentatre anni di servizio e insegna tuttora con passione. Perché János è un ottimo maestro, amato e rispettato da genitori e studenti. Agli inizi della carriera dava lezioni private allo sfortunato Gyözö Kémery (sapremo dopo come Gyözö abbia perso la voce, ci viene da piangere) e fu così che incontrò e si innamorò della sorella di questi, Paula. Mai János avrebbe creduto di poterla sposare. Anche noi non ce ne capacitiamo. János e Paula hanno due figli, Andrea di venticinque anni e il piccolo Antal, nato dopo il ritorno di János dalla guerra e dalla prigionia. Nessuno si fa domande su quanto siano diversi sorella e fratello, János cerca di non fare caso al disprezzo negli sguardi e nel tono di voce di Andrea- tra sé e sé, riferendosi a lui, sia la figlia sia la moglie lo chiamano “Brusca”, una parola che indica la spazzola per i cavalli. Quanta altezzosità, quanto svilimento, in questo soprannome. Tutta l’ammirazione va, invece, all’amico di sempre della famiglia Kémery, il dottor Szalay, un uomo che non la merita affatto, al contrario di suo padre, il vecchio dottor Szalay, una figura splendida.

  Se la famiglia Kémery non ha mai accettato l’inserimento tra di loro del povero János (non sa mangiare, è rozzo, non sa comportarsi in pubblico, eppure quanto ci piace con la sua ingenua bontà e il suo cieco amore), neppure i Tóth hanno accolto tra di loro Paula. Anzi, dopo il primo incontro- un totale fallimento- si è creato un baratro tra le famiglie.
    Due dettagli diversi all’inizio del libro servono da pretesto per introdurci le famiglie e dare il via all’azione: János ha appena saputo che sua madre e sua sorella potranno riaprire la rivendita del sapone e Paula chiede a János di andare dalla zia per chiederle gli strumenti per la macellazione del maiale. Mi fermo qui.  E però non sono riuscita a interrompere la lettura (neppure voi ci riuscirete), incantata dalla bravura di Magda Szabó nell’accumulare i dettagli che ricostruiscono il passato, nel portare in vita il presente e nel rendere memorabili i suoi personaggi. Con i loro traumi, le loro infelicità, i ricordi delle persone morte (molto spesso tragicamente), le decisioni difficili contro coscienza, le scelte di vita, gli amori. Fino all’epilogo necessario e inevitabile.
    Propongo il premio Nobel alla memoria di una grandissima scrittrice.

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domenica 9 dicembre 2018

Bernhard Schlink, “Olga” ed. 2018


                                         Voci da mondi diversi. Area germanica
    la Storia nel romanzo   
     love story

Bernhard Schlink, “Olga”
Ed. Neri Pozza, trad. S. Kolb e C. Proto, pagg. 221, Euro 17,00

      E’ scandito in tre tempi, come tre movimenti musicali, il nuovo romanzo dello scrittore tedesco Bernhard Schlink, diventato famoso (dopo aver scritto ottimi romanzi polizieschi) con “A voce alta” pubblicato in Italia nel 1995, una storia in parte autobiografica da cui è stato tratto anche un film. Una prima parte con l’infanzia di Olga, la protagonista che dà il titolo al romanzo, e poi l’adolescenza e l’amore di Olga per Herbert, una seconda parte in cui la narrazione prosegue in prima persona con la voce di Ferdinand diventato amico di Olga al tempo in cui, licenziata dal suo lavoro di insegnante, questa si recava a cucire in casa del ragazzo, e infine una terza parte, interamente di lettere scritte da Olga a Herbert tra il 1913 e il 1971.
    Nel 1880 a Breslavia Olga è una bambina silenziosa e osservatrice. Rimasta orfana, va a vivere in Pomerania con una nonna che non la ama. Olga diventa amica di Herbert e Viktoria Schröder, figli del proprietario di una grande tenuta nella piccola città in cui vivono. La differenza di classe sociale è grande, eppure, tra i tre giovani, è Olga la più brillante, più intellettualmente curiosa, desiderosa di studiare- riesce infatti a diventare maestra. Va da sé che Herbert e Olga si innamorino e che la famiglia di Herbert osteggi questo matrimonio. E così, un po’ per evitare una decisione, un po’ perché suggestionato dall’idea di una grande Germania, Herbert si arruola e parte per le colonie dell’Africa dell’Ovest. Ne ritorna con visioni del deserto, di spazi infiniti che cerca di ritrovare dirigendosi verso l’estremo Nord, progettando una spedizione megalomane alla ricerca di un passaggio a Nord-Est da cui non fa ritorno.
genocidio degli Herero
      L’andamento della narrazione, in questa prima parte, è pacato, molto viene solo accennato, come il genocidio degli Herero in Namibia- Olga non sa in quale misura Herbert vi abbia preso parte. Sembra quasi un’anticipazione funesta del genocidio più grande che sarebbe stato commesso dopo e di cui- di nuovo- si accennerà soltanto, più tardi, con il personaggio di Eik, il bambino prediletto da Olga che si arruolerà da adulto nelle SS e tornerà dalla prigionia in Russia nel 1955.
      Il registro narrativo cambia nella seconda parte- interessante il passare dal racconto in terza persona a quello in prima persona di Ferdinand e poi ancora a quello in prima persona ma con le parole scritte da Olga nelle lettere. La seconda parte mira proprio al ritrovamento delle lettere che Olga scrisse a Herbert Fermo Posta a Tromsø- e sembra quasi un espediente come quello del manoscritto ritrovato che in genere serve da introduzione ad un romanzo, mentre qui le lettere che spuntano miracolosamente fuori (pagate una cifra esorbitante) sono la conclusione e lo svelamento di parecchi segreti.
Le pagine di Ferdinand, forse per la differenza di età tra il ragazzo e la sarta Olga che ci fa pensare a quella tra Michael e Hannah, riecheggiano quelle di “A voce alta”, con la grande differenza che non c’è alcuna implicazione sessuale nel rapporto di amicizia tra i due. E una cartolina che arriva dal passato- quando Olga è già morta in circostanze non chiare- è lo spunto per una ricerca che ha in serbo numerose sorprese.
       Tutta Olga si rivela nelle lettere, scritte con passione, con fiducia incrollabile. Perché Olga non può credere che Herbert sia morto, si sente certa che il suo amore sia forte abbastanza per dare a lui la forza di resistere nei ghiacci delle isole Svalbard. E anche quando ormai non ci crede più, continua a scrivergli perché è solo con lui che può parlare e confessarsi interamente. E questa terza parte, delle lettere di Olga, è la più bella del libro.

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mercoledì 5 dicembre 2018

Aki Shimazaki, “Nel cuore di Yamato” ed. 2018


                                           Voci da mondi diversi. Canada
      Voci da mondi diversi. Giappone
       la Storia nel romanzo


Aki Shimazaki, “Nel cuore di Yamato”
Ed. Feltrinelli, trad. C. Poli, pagg. 410, Euro 19,47


      Una struttura simile a quella de “Il peso dei segreti”, il libro precedente di Aki Shimazaki, in quello appena pubblicato da Feltrinelli, “Nel cuore di Yamato”: cinque ‘sezioni’ diverse, con cinque personaggi che parlano di sé raccontando la loro storia, l’immagine di un fiore ad introdurre ogni parte, un fiore altamente simbolico e con un nome che- lo scopriremo- è significativo per la trama. Perché questo dettaglio è uno dei tanti che ci affascinano nel libro di Aki Shimazaki- il suo uso della lingua di cui ci insegna le sfumature con tutta la sua ricchezza. Prendiamo la parola Yamato che appare nel titolo. E’ un antico nome per Giappone, però, proseguendo la lettura, scopriamo che il Giappone ha anche altri nomi: l’imperatore Jinmu aveva paragonato la forma del paese a due libellule che si accoppiano, ed ecco che akitsu, e così pure tonbo, parole che significano entrambe ‘libellula’, significano pure ‘Giappone’. Più avanti troveremo che wa è un altro antico termine per Giappone e vuol dire anche ‘pace e armonia’. Che abbondanza, che ricchezza. Il gioco delle parole non termina qui, perché Akitsu è anche il cognome di un personaggio, e Tonbo, che appare nel titolo di una delle due canzoni che fanno da leit motiv lungo tutto il libro, è il nome della scuola aperta da Nobu, una delle voci narranti.

     La Storia che scorre dietro le storie dei cinque personaggi ci porta nel cuore del Giappone (come dice il titolo), ci parla dello stile di vita odierno, del trauma della guerra, di antiche e nuove tradizioni, di poesia e di scrittori famosi, di bullismo. Ci parla di amore, infine. Anzi, soprattutto di amore. Per la famiglia, per il coniuge, per i figli, per il proprio paese.
      E’ proprio per amore del Giappone, per aiutare la sua ripresa dopo la sconfitta e l’occupazione americana, che è iniziata la dedizione totale al lavoro di coloro che sono stati chiamati shōsha-men, uomini sposati con l’azienda, con orari disumani e alienanti. Il primo protagonista è uno shōsha-man, disposto ad abbandonare tutto per andare in Canada su ordine dell’azienda. E suo padre era morto d’infarto a soli 45 anni per il troppo lavoro. Eppure c’è chi riesce a mantenere un equilibrio davanti alle pressioni e alle pesanti richieste aziendali, come il signor Toda, segnato dalla scomparsa del padre in Russia- uno dei punti bui della storia del Giappone-, oppure come Nobu, che si licenzia perché non intende eseguire l’ordine di andare a lavorare in Brasile. Due delle voci narranti sono donne e ci parlano di esperienze molto differenti, perché Yoku ha ‘dovuto’ sposare un uomo che non amava perché il suo rifiuto avrebbe avuto pesanti conseguenze su più di una persona (scoprendo molto tardi che cosa si nascondeva dietro quella richiesta di matrimonio), mentre la moglie del signor Toda ci racconta del suo colpo di fulmine per l’uomo conosciuto in treno e che è suo marito da 56 anni.
E’ con questa dolcissima storia d’amore che si chiude il romanzo, dopo averci fatto conoscere la cerimonia del tè, l’arte dell’ikebana, l’usanza del miai per combinare matrimoni, haiku e canzoni folkloristiche, ma anche il male di vivere che spinge al suicidio- e lo scrittore Mishima, che si suicidò nel 1970, è nominato più di una volta nel libro, sia per le sue vicende personali sia per il suo stile di vita.
Yukio Mishima
Le storie che sembravano non avere un collegamento tra di loro sono invece intrecciate l’una con l’altra, con i personaggi che escono da una ed entrano in un’altra, magari di lato, marginalmente, magari con un semplice richiamo che ci permette di riconoscerli, aggiungendo un tocco qui e uno là, fino a riempire tutti gli spazi vuoti. E su tutte le storie domina lo shukumei, il destino, come nella leggenda del filo rosso che unisce le persone.

    

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martedì 4 dicembre 2018

INTERVISTA A SUJATA MASSEY, autrice de “Le vedove di Malabar Hill” 2018





    La prima cosa che mi colpisce, quando Sujata Massey mi saluta, è il suo accento americano. Mi dice subito, in breve, la sua vita: padre indiano, madre tedesca, lei è nata in Inghilterra ma a cinque anni è emigrata con la famiglia negli Stati Uniti dove vive tuttora. Quando le dico che la mia intervista sarà pubblicata sul sito di Stradanove, del comune di Modena, sembra estasiata. Abito a Modena, io? No, a Milano. Peccato, perché segue una serie su Netflix, “Master of none”, di cui una stagione è stata girata a Modena. Mi dice il nome dell’attore, un indiano-americano, Aziz Ansary, e scopro poi su internet che Alessandra Mastronardi (sì, la stessa che impersona Alice Allevi nella serie “L’allieva” tratta dai romanzi di Alessia Gazzola) è l’attrice co-protagonista. E’ facile, poi, continuare la conversazione.

Il suo romanzo, “Le vedove di Malabar Hill”, ha due punti di forza: l’ambientazione nel 1920 e la protagonista, una donna avvocato. Quale ha deciso prima? L’ambientazione storica o il personaggio principale?
     Prima ho deciso l’ambientazione. Volevo scrivere un romanzo a sfondo storico ambientato nell’India degli anni ‘20 del ‘900, un’epoca in cui le donne vivevano una vita protetta- è vero che solo le donne di religione musulmana come le vedove del mio romanzo erano interamente recluse, ma anche le altre donne indiane non uscivano per fare acquisti, per esempio, senza essere accompagnate. Qualunque famiglia ‘per bene’ faceva accompagnare da qualcuno le proprie donne. All’epoca c’erano solo due donne avvocato in India. Una di loro, Cornelia Sorabji aveva un carattere molto indipendente- viaggiava da sola, in treno, a cavallo, in palanchino su un elefante. Ecco un personaggio che andava bene per me, ecco lo spunto da cui è nata Perveen Mistry.


Mi sono chiesta se l’ambientazione storica negli anni ‘20 era stata scelta anche perché le offriva l’opportunità di sottolineare i grandi cambiamenti avvenuti nel corso degli anni in India.
     Era un’epoca eccitante. In diverse parti del mondo le donne avevano avuto il diritto di voto, nel 1921 il movimento per la libertà di Gandhi stava acquistando forza e questo mi offriva delle opportunità da sfruttare in altri libri: Gandhi poteva comparire come personaggio sullo sfondo. Altre grandi cose iniziarono negli anni ‘20- la musica jazz diventò popolare, e poi il cinema, apparvero i primi film muti. Bollywood incominciò dopo, negli anni ‘30. Attrici straniere, armene o ebree che vivevano in India, recitavano la parte di donne forti in lotta contro il Male- un simbolo dell’India in lotta contro la Gran Bretagna. Erano attrici per lo più straniere perché le famiglie indiane non avrebbero mai dato il permesso alle figlie di calcare il palcoscenico.

Mi sono piaciute le due narrative, con la storia di Perveen Mistry che mostra come una donna possa uscire da una condizione di sottomissione: era questa la sua intenzione nel raccontarci del matrimonio infelice di Perveen?
    Avevo bisogno di studiare le leggi che riguardavano il divorzio per scrivere il mio romanzo sulle vedove di Malabar Hill. Quando mi sono resa conto che il codice di leggi parsi era così severo, ho deciso che avrei creato una situazione in cui la protagonista sarebbe stata oppressa e avrebbe dovuto lottare per riacquistare la sua libertà.

Tuttavia, se Perveen non avesse avuto la fortuna di avere un matrimonio sfortunato, non avrebbe mai raggiunto l’indipendenza e la sua vera personalità non sarebbe mai sbocciata.
      E’ vero, sarebbe rimasta intrappolata nel suo matrimonio. Mi piaceva la situazione per cui non poteva risposarsi. Cornelia Sorabji non si sposò mai, però ebbe due storie d’amore tragiche, una con un uomo che era già sposato. Ci furono molti più scandali di quello che potremmo aspettarci, negli anni ‘20. Era la prima volta che scrivevo di un matrimonio infelice, l’ho trovato stimolante.


Come accade per le due narrative, una che mette in risalto l’altra, mi è parso che anche Perveen abbia la sua controparte nel personaggio della bambina Amina che mi pare anticipi la donna indiana del futuro.
   A Perveen piace Amina, ma anche sua madre è un esempio di un nuovo tipo di donna che guarda il mondo che c’è fuori. D’altra parte tutte e tre le vedove fanno quello che possono, in ambito diverso.

Sì, però riescono a ‘fare’ solo dopo la morte del marito. Ho osservato che tutti personaggi femminili devono sbarazzarsi degli uomini prima di poter essere indipendenti e diventare loro stesse.
     Ha ragione, è vero. (e si illumina di un sorriso)

Un’altra scelta interessante che ha fatto è stata quella della famiglia parsi di Perveen. Sono sparsi un po’ dappertutto gli zoroastriani in India o sono concentrati in alcune regioni? E l’apertura mentale della famiglia di Perveen è dovuta al loro essere Parsi?
       Sono concentrati soprattutto a Mumbai dove vive un numero di zoroastriani  più alto che in Iran. Dopo Mumbai viene il Gujarat, lo stato indiano dove si rifugiarono all’inizio, dopo essere immigrati in India in fuga dalle persecuzioni religiose. E sì, l’apertura mentale della famiglia di Perveen è connessa con il loro essere Parsi. Gli zoroastriani per tradizione hanno commerciato moltissimo con i paesi oltremare, molti di loro hanno studiato in Inghilterra, legge, medicina, altre facoltà.
Alessandra Mastronardi con Aziz Ansary

Dovevano essere molto ricchi per potersi permettere gli studi all’estero.
     Sì, si sono arricchiti quando gli inglesi li hanno invitati a venire a Mumbay nel 1600 quando quella che allora si chiamava Bombay venne regalata alla Gran Bretagna dai portoghesi come dote di Caterina di Braganza. Allora Bombay era una fortezza, i britannici volevano farne una grande città e invitarono i Parsi in qualità di ingegneri e costruttori. Fu così che molti di loro abbandonarono il Gujarat. Tra gli altri commerci, esportavano anche oppio in Cina- giravano molti soldi. Una cosa che mi interessava della comunità parsi erano le leggi ereditarie: i soldi dell’eredità del defunto non andavano solo ai figli ma erano divisi tra i tanti membri della famiglia. Fu uno dei motivi per cui diventarono la comunità religiosa più ricca dell’India.

Immagino che abbia già scritto un secondo romanzo con Perveen Mistry.

     Sì, il secondo romanzo con Perveen Mistry è già stato pubblicato e si intitola “The Satapur moonstone”. In questo nuovo libro Perveen si reca in uno degli stati governati da un sovrano- la Gran Bretagna regnava sul 60% dell’India, nel restante 40% regnavano i Maharaja. Il principe è scomparso- da qui inizia il caso di cui si occuperà Perveen.

Ha già deciso se il periodo storico in cui saranno ambientati i futuri romanzi sarà sempre negli anni ‘20 o se copriranno un periodo di tempo più lungo?
     Non sono ancora certa sul periodo storico in cui si svolgeranno i romanzi. Vorrei coprire, nelle mie storie, la situazione politica, vorrei parlare dell’istruzione femminile, del cinema e anche approfondire il personaggio di Alice.


Il mio tempo per parlare con Lei è scaduto, possiamo solo accennare brevemente ad Alice, l’amica lesbica di Perveen. Che cosa sanno le due famiglie?
    Né la famiglia dell’una né quella dell’altra sanno qualcosa. A Perveen il dettaglio sulle preferenze dell’amica non interessa. Perveen sa che nella vita di entrambe c’è qualcosa di cui si vergognano: si sosterranno l’un l’altra.

Sujata Massey, "Le vedove di Malabar Hill", ed. Neri Pozza