lunedì 6 dicembre 2021

Bernardine Evaristo, “Radici bionde” ed. 2021

                            Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

                                                          ucronia

Bernardine Evaristo, “Radici bionde”

Ed. Sur, trad. Martina Testa, pagg. 314, Euro 18,00

 

  Storia alternativa, ucronia- come sarebbe il nostro presente se il passato venisse capovolto? Un tema non nuovo, ricordiamo i titoli più famosi, “La svastica sul sole” di Philip Dick, “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood, “Ada” di Nabokov, “Fatherland” di Robert Harris, a cui aggiungiamo adesso “Radici bionde”, un romanzo antecedente a quello, “Ragazza, donna, altro”, con cui Bernardine Evaristo ha vinto il Booker prize nel 2019.

    Il titolo dice tanto. Radici come il famoso terribile romanzo di Alex Haley, “Radici”, in cui lo scrittore raccontava la storia di Kunta Kinte, un progenitore della sua famiglia deportato come schiavo dal Gambia all’Africa. Bionde- non sono più i neri d’Africa ad essere presi prigionieri e poi venduti ma i bianchi di Europia (Bernardine Evaristo distorce e inventa nuovi nomi per la sua storia alternativa), individui bruttissimi agli occhi dei neri, con quella pelle bianca, i capelli fini e gialli e i corpi esili (soprattutto quelli delle donne, che non hanno i fianchi poderosi e il grosso seno delle nere, anzi delle nehre).


    I narratori sono due- quella che era Doris, rapita quando era una bambina e che ora è sulla trentina, e il Bwana suo padrone, che giustifica il suo ruolo, dapprima attivo durante razzie per procurarsi materiale umano e diventato poi un ricco possidente con coltivazioni di canne da zucchero.

    In realtà non c’è niente di nuovo in quello che leggiamo, piuttosto un totale ribaltamento della situazione. La paura, l’incapacità di capire quello che sta succedendo, l’illusione che tutto finirà bene, le proteste accampate da chi apparteneva a ceti elevati, le suppliche per poter tornare dalla famiglia, l’agghiacciante viaggio in mare in una stiva dove i morti giacciono accanto ai vivi nel puzzo di feci ed urina, i cadaveri gettati nelle onde, i calcoli fatti a sangue freddo sul numero dei ‘pezzi’ sopravvissuti, le ispezioni corporee come fossero bestie in vendita- di tutto questo abbiamo già letto nel libro di Haley, la diversità è nel fatto che siamo ‘noi’ gli schiavi. Anche nel seguito del racconto lo spunto viene da una realtà nera- Doris, a cui è stato dato un nuovo nome, diventa la ‘dama di compagnia’, l’unica amica della figlia del padrone (pensiamo al numero di ‘Mammy’ nere nei romanzi americani ambientati negli stati del Sud), poi succede quello che succede e lei cerca di fuggire usando la ‘ferrovia sotterranea’ che qui è una carrozza della metropolitana di Londolo (anche le ben note fermate della metropolitana sono state storpiate in maniera riconoscibile)…


    Quando è il Bwana nehro Kaga Konate… a parlare, l’uso dell’ironia è superlativo. Kaga Konate usa gli stessi argomenti pseudoscientifici già impiegati dai bianghi per affermare la superiorità della sua razza, includendo le misurazioni del cervello (più piccolo quello dei bianchi, quindi di minor levatura intellettuale), ridicolizza i loro comportamenti (compresa l’abitudine di soffiarsi il naso in una pezza sporca che diventa un nido di batteri) e il loro modo di abbigliarsi, trasporta nella nuova situazione il grido di Kurtz, ‘l’orrore, l’orrore, l’orrore’, nel “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad, giustifica la pratica dello schiavismo come una maniera di insegnare qualcosa ai bianghi, per tirarli fuori dal loro selvaggio modo di vivere.


    La trasformazione dei termini si apprezza certamente di più nella lingua originale, perché anche questi aiutano a caricare l’atmosfera di paradossi, ma, anche se “Radici bionde” non brilla per originalità e non è alla pari del romanzo più maturo vincitore del premio, offre ugualmente una bella lettura.

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domenica 5 dicembre 2021

Michael Christie, “I Greenwood” ed. 2021

                                                          Voci da mondi diversi. Canada

          warning novel

            saga

Michael Christie, “I Greenwood”

Ed. Marsilio, trad. F. Zucchella, pagg. 587, Euro 21,00

 

    Un cognome perfetto, Greenwood, Legna Verde. Era stato dato ai due bambini sopravvissuti ad un tremendo incidente ferroviario in Canada, all’inizio del secolo scorso. Erano traumatizzati, non parlavano, era impossibile che fossero fratelli, perché erano troppo diversi l’uno dall’altro. I loro nomi erano stati sorteggiati, Harris per uno e Everett per l’altro. Ed erano diventati fratelli, anche se non di sangue. E quando, ad un certo punto, la loro legna verde era la migliore in vendita, il cognome si era aggiunto e nessuno poi ricordava più se fosse vero che era scritto su una maglietta che indossavano al momento dell’incidente.

    Quando l’affascinante romanzo dello scrittore canadese Michael Christie inizia, è il 2038. Il pianeta Terra sta soffrendo per il collasso ambientale e la morte degli alberi, c’è stato il Grande Avvizzimento e le tempeste di polvere che ne sono la conseguenza causano malattie dell’apparato respiratorio soprattutto nei bambini, afflitti da una tosse ‘spaccaossa’ che non conosce sollievo.


Jacinda Greenwood (lei, quando glielo chiedono, dice che non ha nessun legame con Greenwood Island dove lavora) è una dendrologa (ho imparato una parola nuova) e fa la guida naturalistica accompagnando i ricchi turisti a visitare le lussureggianti foreste di una piccola isola della British Columbia. Quando un ex-fidanzato avvocato le consegna il diario della sua bisnonna, a Jacinda si spalanca una finestra sul passato della sua famiglia- a lei che neppure pensava di avere una famiglia. E sì, a quanto pare il suo bisnonno era proprio ‘quel’ Harris Greenwood, il magnate del legno, e sua nonna, che si chiamava Willow (salice, hanno nomi di piante i personaggi di questa storia, perché anche Jacinda è il nome di un fiore, il giacinto), era una hippie che, per coerenza, aveva dato via l’enorme eredità lasciatele da Harris, a suo padre era stato dato il nome di Liam in ricordo dell’irlandese che era l’amante nonché il ‘descrittore’ per il cieco Harris, ed Everett- che cosa aveva fatto Everett per passare più di trent’anni in prigione? Da dove veniva quel nomignolo, Pod (baccello), che gli era sfuggito, rivolgendosi a Willow che era andata a prenderlo quando era tornato in libertà?


    Il legno è tempo catturato. Una mappa. Una memoria cellulare. E i grandi cerchi nel tronco che segnano gli anni di un albero sono come le generazioni di una famiglia. Le vicende dei Greenwood sono intricate e ricchissime, molti degli avvenimenti sono avvolti in una luce di ambiguità e di incertezza, proprio come l’origine dei due non-fratelli. C’è un altro magnate, oltre a Harris, un uomo licenzioso che è stato l’amante della bisnonna di Jacinda. Ma era lui l’unico amante? Chi era il vero padre di Willow che Everett aveva trovato appesa ad un albero nel bosco, con la madre morta poco distante? Ed Everett, che era partito al posto del fratello per combattere in Francia, tornando – lui, così mite- del tutto distrutto, e che ora salta da un treno merci all’altro con quella neonata di cui all’inizio voleva sbarazzarsi? E l’omone incaricato di trovare la bambina scomparsa E il diario che poteva distruggere la reputazione di un uomo (quello che Jacinda legge ora) e che scompare lui stesso nelle fumerie d’oppio?


   All’inizio del romanzo c’è una domanda, rivolta a Jacinda che ha appena detto di non avere un telefono (e siamo nel 2038), “e magari le piace ancora leggere?”. Una domanda che per me, libro-dipendente, è stata come una pugnalata e che, però, è trionfalmente annullata dal susseguirsi delle storie, tra presente e passato, da una generazione all’altra, con una narrazione che ci affascina coinvolgendo persone e alberi come fossero un tutt’uno, appartenenti alla stessa famiglia, e, nello stesso tempo, lanciando un messaggio di allarme (uno dei tanti che riceviamo sempre più spesso) sul futuro del pianeta.

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venerdì 3 dicembre 2021

Werner Herzog, “Il crepuscolo del mondo” ed. 2021

                                            Voci da mondi diversi. Giappone               

                         Voci da mondi diversi. Area germanica               

                                                    seconda guerra mondiale


Werner Herzog, “Il crepuscolo del mondo”

Ed. Feltrinelli, trad. Nicoletta Giacon, pagg 114, Euro 14,00

 

  Il 6 e il 9 agosto 1945 le bombe atomiche sganciate dagli americani su Hiroshima e Nagasaki stroncavano ogni resistenza e mettevano di fatto fine alla guerra.

  Il 15 agosto 1945 l’imperatore Hirohito si rivolse per la prima volta ai suoi sudditi dichiarando la resa del Giappone e, nel discorso del primo gennaio 1946, smentiva  di essere l’incarnazione vivente di un dio.

 Per i giapponesi fu un’onta, una vergogna, il crollo di un mondo, di tutto quello in cui avevano creduto.

 Ventinove anni dopo, nel febbraio del 1974, uno studente dell’Università di Tokyo fu il primo ad incontrare, nella piccola isola di Lubang, nelle Filippine, il tenente Hiroo Onoda e a dargli la notizia della fine della guerra. Per ventinove anni Onoda, con una divisa ormai in brandelli, aveva continuato a combattere, perché questo era l’ordine che aveva ricevuto, “Ogni uomo su quest’isola è mio nemico”, dirà allo studente. E sarà oltremodo difficile convincerlo del contrario. Vuole delle prove, Onoda. Vuole che sia uno dei suoi comandanti a dirgli di persona che la guerra è finita e dargli l’ordine di cessare le ostilità. Solo così si arrenderebbe.


    L’acclamato regista Werner Herzog (tra i suoi film più conosciuti, Nosferatu, Fitzcarraldo, Cobra Verde, Grizzly Man) era in Giappone nel 1997 per mettere in scena l’opera del compositore Shigeaki Saegusa ed aveva ricevuto l’invito ad un’udienza privata con l’imperatore. Di che cosa poteva mai parlare con l’imperatore? Era stato un rifiuto offensivo, caduto nel gelido silenzio dei presenti. E però gli era stato chiesto chi avrebbe voluto incontrare, allora, in Giappone. Hiroo Onoda.

Il libro “Il crepuscolo del mondo” nasce da questo incontro, parte realtà, parte immaginazione, scritto con un linguaggio straordinariamente poetico che nulla toglie alla durezza dell’esistenza di Onoda, evocativo nel creare immagini della giungla con tutti i suoi odori e rumori- la nebbia, benvenuta perché si mescola con il fumo del fuoco, la pioggia che fa arrugginire le armi e impregna le divise, gli animali-, credibile nell’immedesimarsi in un uomo (giovanissimo all’inizio della guerra) che era diventato adulto sotto il peso di una responsabilità a cui aveva risposto con una obbedienza e fedeltà cieca, respingendo qualunque dubbio, interpretando in maniera personale i segni di una modernità e di un cambiamento impossibili da immaginare. Non erano una dimostrazione che la guerra continuava, gli aerei che vedeva passare? Guerra di Corea? Guerra del Vietnam? Americani contro i comunisti? Che cosa voleva dire tutto questo?

   


Il tenente Onoda, con la sua spada da samurai (eredità di famiglia) salvata dalla ruggine (lui e i suoi due compagni avevano scoperto come estrarre l’olio dalle noci di cocco per lubrificare e proteggere le armi), è una figura che ha del Robinson Crusoe in circostanze ancora più estreme e del Rip van Winkle che si risveglia dopo un sonno durato anni per trovarsi in un mondo che non conosce, che è andato avanti, lasciando lui, Hiroo Onoda, fermo agli anni ‘40, del tutto solo dopo la morte dei due altri soldati e la defezione di un terzo. Eppure non era impazzito. Dove aveva trovato la forza per portare avanti la sua guerra? È un uomo da ammirare, un eroe invincibile e incrollabile che non può prosciogliersi da solo da un giuramento, che crede che l’onore debba essere salvaguardato ad ogni costo, che resta deluso dalla società giapponese che trova al suo risveglio (è stato tutto un lungo sogno, il suo? O è questa nuova realtà ad essere un sogno?)- il Giappone ha perso la sua anima.

     Il tenente Onoda ebbe un’altra vita dopo la sua lunga guerra. Andò in Brasile a disboscare una foresta e ad allevare bestiame, tornò poi in Giappone dove aprì una scuola per insegnare tecniche di sopravvivenza ai bambini, si sposò e morì a Tokyo a 91 anni.

    Onoda aveva chiesto a Herzog di tradurre dei versi di una canzone che cantava, nell’isola di Lubang, per farsi coraggio. Ed è con questi versi che termino di parlare della storia da leggere di un uomo ammirevole, di un’anima luminosa.

     Posso sembrare un vagabondo o un mendicante,

    Ma tu, luna silente, sei testimone dello splendore della mia anima.


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mercoledì 1 dicembre 2021

Leonardo Gori, “La lunga notte” ed. 2021

                                                                  Casa Nostra. Qui Italia

          cento sfumature di giallo

Leonardo Gori, “La lunga notte”

Ed. Tea, pagg. 172, Euro 15,00

   Dal 6 all’8 settembre 1943. Una lunga notte di tre giorni. L’agonia dell’Italia e del popolo italiano. L’incertezza del futuro. Il ricordo ancora vivo del bombardamento del 19 luglio da parte dei bombardieri statunitensi- il primo bombardamento su Roma che colpì soprattutto il Borgo di San Lorenzo.

    Era il 1938 quando abbiamo conosciuto l’allora giovane capitano dei carabinieri Bruno Arcieri, arrivato a Firenze da Milano, nel primo romanzo della serie, “Nero di maggio”. La guerra era ancora lontana e tuttavia la minaccia era nell’aria, l’incontro di Mussolini e Hitler a Firenze non lasciava presagire nulla di buono. Peccato che la Storia non si costruisca sui ‘se’: se quell’attentato dilettantesco a Hitler in visita in Italia fosse andato a segno…


    Il Bruno Arcieri che incontriamo nel settembre del 1943 è sfiduciato, da tempo ormai ha messo in dubbio le sue scelte, ma- da uomo integro qual è- crede ancora nelle persone che sono state importanti per lui in passato, come il suo Comandante quando operava nei Servizi segreti. Dovrà riferire a lui, anche se il Comandante è stato destituito, gli esiti della delicata missione di cui sarà incaricato. Arcieri, che tutti sanno essere appassionato del mondo e della cultura anglosassone e americana, dovrà fare da interprete a due ufficiali americani che viaggeranno in incognito su un’ambulanza, diretti ad un incontro segretissimo. Eppure Arcieri avrà presto dei dubbi sul vero motivo della sua presenza- anche gli altri due italiani che viaggiano sull’ambulanza sanno l’inglese, che ci fa lì, lui, allora?

    Il momento sarebbe già colmo di preoccupazioni e incognite, ma ci si aggiunge altro, sul fronte privato della vita di Arcieri. Elena, di cui è sempre innamorato tra alti e bassi, vive reclusa nel loro appartamento- è ebrea, non deve dare nell’occhio, soprattutto ora, con il colpo di coda dei nazisti se l’armistizio che tutti si auspicano sarà proclamato. Un uomo, una vecchia conoscenza fascista, viene ucciso sulle scale della loro abitazione. Sembra fosse stato in visita da Elena, offrendole una grossa cifra per acquistare la sua casa di Viareggio. Chi ha sparato? Elena? Il suo ex-fidanzato che avrebbe voluto, pure lui, comprare la casa al mare di Elena? Per che cosa servivano i soldi a Elena? Per fuggire in Svizzera? Elena è reticente, nasconde qualcosa, corre il rischio di essere incriminata.

Bombardamento di san Lorenzo

   Il romanzo di Leonardo Gori è tutto giocato su questa duplice angoscia, sulla notte dell’anima di un uomo che vede crollare il mondo intorno a sé. Sul piano più intimo Arcieri si rende dolorosamente conto che la sua storia d’amore è giunta al capolinea; sul piano politico, dopo che da un pezzo ha smesso di avere fiducia nel fascismo, è costretto a constatare la pochezza non solo del Re ma anche del generale Badoglio; sul piano culturale Arcieri resta deluso dall’incontro con gli americani e soffre, oltretutto, per il disprezzo che questi non si curano di nascondere nei confronti degli italiani.

    Al crollo degli ideali e del sogno d’amore ne corrisponde un altro, terribilmente reale e seminatore di morte- il bombardamento di Frascati e di Velletri. Bombe degli americani sui civili? Ad un Arcieri sconvolto l’ufficiale americano ricorda il bombardamento tedesco su Londra nel 1940 o quello di Guernica nella guerra di Spagna a cui i fascisti hanno preso parte. E la bimba bionda che doveva offrire un mazzo di fiori al Principe Umberto di passaggio a Velletri (era stato proprio il cinico americano a prenderlo dalle sue manine, per non deludere la folla che si accalcava in attesa)  diventa il simbolo delle vittime innocenti della guerra, delle trame sporche intessute sopra le loro teste.


    È un antieroe che ci piace, Bruno Arcieri. Per la sua onestà, perché non mente neppure a se stesso. Perché, tutto sommato, impersona l’italiano medio che si è lasciato attirare, almeno in un primo momento, dal fascismo, per poi distaccarsene, senza per questo meritarsi la disistima generalizzata del generale americano che ha indubbiamente ragione, quando dice di non aver incontrato un singolo italiano che riconoscesse di essere stato fascista. Ci piace per il suo tormento interiore, per il suo mantenersi saldo pur se circondato da traditori, pur rendendosi conto di essere rimasto solo, abbandonato anche da coloro in cui riponeva la massima fiducia.

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lunedì 29 novembre 2021

Ann Patchett, “Belcanto” ed. 2001

                                Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

   il libro ritrovato

Ann Patchett, “Belcanto”

Ed. Neri Pozza, pagg. 351, L.32.000

 

    Uno stato dell’America latina. Un gruppo di guerriglieri fa irruzione  nella casa del vicepresidente durante un ricevimento e prende gli ospiti in ostaggio. Potrebbe essere una situazione banale. Quello che la rende straordinaria è l’elemento della musica, di quel “bel canto” che diventa il leitmotiv del romanzo. Perché ci sono due ospiti d’onore al ricevimento: il signor Hosokawa, presidente di una società giapponese e la soprano Roxane Coss
     La soprano è stata invitata per cantare, perché si vuole festeggiare il compleanno di Hosokawa e tutti conoscono la passione di questi per l’opera. I guerriglieri in realtà volevano sequestrare il presidente, ma questi non è venuto per non perdere la puntata di una telenovela. Rilasciano la maggior parte degli ospiti, trattenendo i più importanti e la soprano, unica donna. Quattro mesi e mezzo di prigionia durante i quali conosciamo i personaggi e, con magistrale sottigliezza psicologica, i cambiamenti che la reclusione, la convivenza e soprattutto la musica operano su di loro.

    Oltre a Hosokawa c’è un altro giapponese appassionato di musica che si rivela essere un ottimo pianista, e non è un caso, visto che lo stereotipo ci presenta i giapponesi come un popolo di lavoratori indefessi. E infatti entrambi coltivavano la loro passione di nascosto e adesso forse si augurano che la prigionia non abbia fine, perché sarà duro rientrare nelle strettoie della vita di lavoro. 
C’è poi l’interprete di Hosokawa, che diventa l’uomo più richiesto perché fa da tramite tra i presenti e, finché non si innamora di una guerrigliera, non aveva mai riflettuto sulla sua incapacità di parlare per se stesso, senza interpretare i pensieri altrui; il sacerdote che conosce finalmente la soddisfazione di esercitare la sua vocazione e, nello stesso tempo, gode della musica e di quella voce che gli sembra essere la voce stessa di Dio; il piccolo vicepresidente che acquista una nuova statura nel sapersi comportare con dignità, scoprendo il piacere di attività umili mai svolte prima.

E ancora, lo svizzero che fa da mediatore, il francese che si scopre innamorato della moglie, il pianista che muore per amore e i guerriglieri, dai capi con le loro continue richieste ai ragazzini che sembrano giocare alla guerra, alle due ragazze che non possono nascondere a lungo la loro femminilità. 
Su di tutti regna la cantante, un’immagine di luce, di gloria, di bellezza e di armonia che trasforma quella prigione in un luogo irreale, sospeso tra le voci  che vengono da fuori attraverso il megafono e la purezza delle note che escono dalla sua gola. La realtà è fatta di spari e di sangue, in un finale che ha tutta la drammaticità e la dolcezza triste del finale di un’opera lirica per un romanzo sensuale, giocoso, beffardo.

La recensione è stata pubblicata nel 2001 su www.stradanove.net
Un libro che avevo molto amato.



 
 
 
 
 

 

sabato 27 novembre 2021

Abraham Yehoshua, “La figlia unica” ed. 2021

                                                       Voci da mondi diversi. Israele


Abraham Yehoshua, “La figlia unica”

Ed. Einaudi, Trad. A. Shomroni, pagg. 168, Euro 18,00

 

   È come una favola di Natale, il breve nuovo romanzo di Abraham Yehoshua. È il suo omaggio all’Italia, perché ambientato in una cittadina senza nome ma italiana, e poi in una località marina dove ogni anno c’è una grande festa per il Carnevale e in un’altra località con impianti sciistici in montagna. Anche la protagonista, l’undicenne Rachele Luzzatto, è italiana e la sua è una famiglia mista, con una doppia appartenenza religiosa.

    Si sta avvicinando il Natale, l’insegnante fa leggere “Cuore” di De Amicis in classe (un altro singolare omaggio all’Italia che ci invita a rileggere questo classico che da anni abbiamo accantonato), Rachele è stata scelta per recitare la parte di Maria nel Presepe vivente- è perfetta con quei suoi riccioli scuri, la madre di Gesù doveva assomigliarle. Ma Rachele non sarà Maria, anche se ci tiene tanto. Suo padre non vuole. Loro sono ebrei, non se ne parla proprio. Rachele non capisce quel divieto: è una recita, non è la stessa cosa che se lei andasse a Messa.


    La delusione di Rachele cede il posto alla preoccupazione di tutta la famiglia per il delicato intervento a cui si dovrà sottoporre il padre- l’interpretazione di Rachele, semplificando, è che al papà è cresciuta un’ appendice al cervello. Dopotutto il papà le aveva detto che forse il suo cervello si era ingrossato per accordarsi con il nuovo mondo che era più difficile da capire.

    Sono questi i due nodi intorno a cui si svolge il romanzo di Yehoshua ed è come se il pericolo di una fine imminente ridimensionasse tutto, invitasse ad una tolleranza, ad una convivenza di fedi diverse- bello il personaggio del dolce nonno cattolico, bello anche quello del nonno ebreo che racconta con umorismo di come si fosse travestito da prete per sfuggire ai nazisti durante la guerra. E, quasi a riprendere il tema dei travestimenti, dopo il travestimento di Rachele per la festa della nonna che è quasi una parodia di un ebreo ortodosso, è comica la scena del rabbino (insegnante di ebraico a quella ragazzina curiosa che è Rachele) che si mescola alle maschere del Carnevale e ne è spaventato- sembra una versione molto edulcorata del “Doppio sogno” di Schnitzler dove tutti possono avere un altro aspetto e chissà se questo ‘doppio’ possa servire per avere una doppia prospettiva.


    Yehoshua è un maestro della lievità. Con leggerezza, con i personaggi opposti delle due nonne, con il cammeo dell’insegnante in pensione che incoraggia ad una rilettura e un approfondimento del libro di De Amicis, con la giovane protagonista che si appresta ad entrare nel mondo degli adulti preparandosi al Bat Mitzvah e chiede di leggere un altro brano per non offendere la sensibilità del nonno cattolico, perfino con il ‘personaggio’ della cagna anziana verso cui tutti sono così solleciti perché deve partorire (un parallelo nel mondo animale con il papà di Rachele ammalato?), con tutta questa variegata famiglia lo scrittore ci dà una grande lezione di multiculturalismo e di integrazione e di tolleranza.

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giovedì 25 novembre 2021

Benjamin Disraeli, “Sybil” ed. 2021

               Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

       romanzo politico

      love story  

Benjamin Disraeli, “Sybil”

Ed. elliot, trad. Ilaria Dagnini Brey, pagg. 620, Euro 22,00


      Viviamo in un’epoca in cui gioventù e indifferenza non possono più essere sinonimi. Dobbiamo prepararci per l’ora che si appressa. Le richieste del Futuro sono rappresentate dalle sofferenze di milioni di persone e la Posterità è nelle mani dei giovani della nazione.

    Non è una frase tratta da un romanzo contemporaneo, nonostante che il messaggio che comunica sia così valido tuttora. Sono le parole conclusive di “Sybil”, pubblicato da Benjamin Disraeli nel 1845, cioè a dire quasi duecento anni fa.

    Benjamin Disraeli, nipote di un cappellaio ebreo originario di Cento, in Emilia, ed emigrato a Londra a metà del Settecento (il cognome che originariamente si scriveva con l’apostrofo, D’Israeli, fu presto trasformato in Disraeli) fu uomo politico e scrittore, ricoprendo la carica di primo ministro per ben due volte, nel 1868 e dal 1874 al 1880. Pur essendo un Conservatore, Disraeli aveva simpatie per il Cartismo e era favorevole ad una alleanza tra aristocrazia terriera e classe lavoratrice. Sono informazioni importanti per capire “Sybil”, uno dei tre romanzi ‘politici’ di Disraeli (gli altri due sono “Coningsby” e “Tancred”). Perché è vero che “Sybil” è anche un romanzo d’amore, ma è soprattutto un romanzo a tesi, animato da un forte sentimento politico in sostegno delle classi meno abbienti.

    I personaggi principali- la coppia degli innamorati che non hanno una facile storia d’amore- sono Charles Egremont e Sybil Gerard. Lui, Charles Egremont, è fratello di un lord e, essendo un figlio cadetto, entrerà nella politica facendosi eleggere in Parlamento. All’inizio del libro, tuttavia, Charles è ancora un giovane scapestrato che si interessa di corse di cavalli e fa la bella vita nei salotti- sono pagine un poco lente ma necessarie perché offrono un contrasto forte con la vita dei lavoratori e ci preparano ad apprezzare il cambiamento del protagonista. Sybil è la figlia di un operaio tessile, bellissima, con una voce angelica- è circonfusa da un’aura di santità. Il baratro che separa i due giovani è evidente- sono loro i due rappresentanti delle ‘Due nazioni’ che è il sottotitolo del romanzo, i ricchi e i poveri.


   Il contrasto tra i ricchi e i poveri è stridente. Non si tratta solo di una differenza incommensurabile di beni posseduti e privilegi, ma della incapacità dei primi di capire le esigenze dei secondi. Per loro, che vivono nel lusso e nel superfluo, i miseri salari concessi agli operai e ai contadini sono più che sufficienti- se avessero di più, lavorerebbero di meno. Le scene del libro in cui si descrivono le condizioni di vita nei villaggi ricordano pagine dei romanzi di Dickens ma sono più brutalmente realiste e ben dimostrano la tesi sostenuta dallo scrittore che propende a favore del movimento cartista le cui richieste principali erano il diritto di voto per gli uomini e riforme del parlamento. Discussioni politiche, incendi di granai da parte di contadini infuriati, sommosse e repressioni, discorsi infuocati in Parlamento (Disraeli era amico della regina Vittoria che sembra leggesse i suoi discorsi con lo stesso piacere con cui leggeva i suoi romanzi), leziosità e per contro lo squallore della povertà e poi, a sollevare l’atmosfera, l’amore per Sybil che trasforma Egremont.


   Se il personaggio di Egremont, così come quello del padre di Sybil (pure lui impegnato nella lotta politica), risultano credibili e di un certo spessore, quello di Sybil è meno riuscito. Come tante donne nei romanzi di scrittori dell’800, Sybil è poco ‘reale’, troppo perfetta, ha più dell’angelo che della donna in carne e ossa. Ma c’è anche una sottotrama che vivacizza il romanzo, un mistero di carte di proprietà sottratte e poi fatte riavere al legittimo proprietario. Chissà se Disraeli si è accorto che, con questo guizzo finale della trama, modificava il significato del personaggio di Sybil, tirandola fuori dalla classe sociale inferiore in mezzo alla quale spiccava per bellezza, sensibilità, intelligenza e distinzione.

    Un classico della letteratura inglese che mancava sui nostri scaffali- dobbiamo ringraziare la casa editrice elliot.

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