giovedì 29 febbraio 2024

Kim Ho-Yeon, “Il minimarket della signora Yeon” ed. 2024

                                                       Voci da mondi diversi. Corea


Kim Ho-Yeon, “Il minimarket della signora Yeon”

Ed. Salani, trad. Claudia Soddu, pagg. 272, Euro 18,00

 

     Una signora sulla settantina, Yeongsuk Yeom, è in treno quando si accorge che nella sua borsa non c’è più la pochette rosa con tutti i suoi documenti. Cerca di ricostruire i suoi movimenti, ma non ha idea di dove possa averla smarrita o dove le possa essere stata rubata. Poi squilla il suo cellulare. Una chiamata da una cabina telefonica. Una voce roca come di ‘un orso uscito dal letargo’ le chiede il nome, le dice di aver ritrovato il suo portafoglio e di essere alla stazione centrale di Seoul.

    Inizia così, con l’incontro tra una anziana professoressa in pensione e un senza tetto alcolizzato, il romanzo dello scrittore coreano Ho-Yeon Kim. È una storia di rinascita, di generosità e di altruismo che insegna che la vita va sempre in qualche modo avanti per un motivo, che ‘non siamo fatti per cadere nei fiumi, ma per attraversarli’. Che ‘un ponte è una strada, non un dirupo da cui saltare’.


    Yeongsuk Yeom ritorna in possesso della sua pochette rosa ed è talmente colpita dalla radicata onestà del barbone, che addirittura si azzuffa con dei ladruncoli che cercano di impossessarsi della borsettina, che finisce per dirgli che può venire ogni giorno nel suo minimarket e scegliere una confezione di un piatto pronto da mangiare. Perché la signora Yeom gestisce un piccolo minimarket che è sempre in perdita da quando hanno aperto altri supermercati nella zona. Per lei, a cui basterebbero i soldi della pensione, più che un investimento è un modo per restare attiva e per dare uno stipendio ai suoi dipendenti.

    La signora Yeom e il senzatetto sono i due protagonisti del romanzo, attorniati da altri personaggi- le due commesse del minimarket, il figlio della signora Yeom (che insiste perché lei venda il negozio e dia a lui i soldi), quello della più anziana delle commesse (che passa tutto il tempo chiuso nella sua stanza a fare videogiochi), clienti fissi o occasionali. L’attenzione però è sulla professoressa in pensione e sull’uomo che sembra un orso, che ha dimenticato il suo passato, che non ricorda neppure come si chiama, che sembra aver addirittura dimenticato come si faccia a parlare. Finisce per balbettare che il suo nome è ‘Dokko’, che vuol dire ‘solo’.


    Tutto incomincia da un piccolo atto di gratitudine e di compassione che porta, tuttavia, molto lontano. Qualcosa si risveglia dentro Dokko, quando Yeongsuk mostra di aver fiducia in lui e gli offre addirittura un impiego come guardiano notturno, vincendo la perplessità e, sì, l’ostilità delle due commesse. Le quali dovranno ricredersi. E l’attenzione si sposta su Dokko, sulla sua maniera di approcciare i clienti, quasi sapesse per istinto come aiutare le persone sole, offrendo loro cauti consigli, bevendo tè di mais con chi si ubriaca di soju (dopotutto lui è un esperto, anche lui ha dovuto disintossicarsi), accendendo una stufetta per chi si siede al tavolino fuori del minimarket. E non si rende neppure conto di aver offerto lo spunto per un’opera teatrale ad una scrittrice in crisi di ispirazione.


   Il finale è catartico e squarcia il velo sul passato di Dokko- la realtà deve essere affrontata, così come la colpa e il rimorso della coscienza.

È singolare come arrivino tutti dall’Oriente i romanzi che ruotano intorno a piccoli luoghi pubblici- può essere un caffè, una pasticceria, un ristorantino, una libreria di quartiere, un minimarket nel libro di Ho-Yeon. Sono libri che nascondono una grande solitudine dietro ai personaggi ed è sufficiente un incontro in uno di questi luoghi (sempre piccoli, a misura d’uomo così che sembrano circondare d’affetto chi vi entra) per dare il via ad un cambiamento di vita, ad un atto riparatorio, ad uno speranza ritrovata. Sono un poco mielosi, questi romanzi ‘buonisti’ che sostituiscono il genere ‘rosa’, ma, se scritti bene come quello di Ho-Yeon Kim, sono una gradevole lettura. Senza dire quello che ci insegnano sulla vita in Corea, sui cibi e sulle bevande, sugli stupefacenti alloggi economici per studenti, i goshiwon, che misurano in media 4 mq.

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martedì 27 febbraio 2024

Sélim Nassib, “L’amante palestinese” ed. 2005, una nuova edizione è uscita nel 2023

 

                                      il libro ritrovato, già recensito nel 2005



Sélim Nassib, “L’amante palestinese”

Ed. e/o, trad. Gaia Panfili, pagg. 180, Euro 13,50

 Per Albert avere un’amante ebrea non ha nulla di straordinario. Haifa abbonda di storie d’amore e di sesso tra ebrei e arabi, alcuni vivono perfino insieme. E’ Golda a  essere particolare. Il suo sionismo è un sacerdozio, una passione, il sale stesso della vita.

Ci riesce difficile immaginare Golda Meir giovane, perché le foto che di lei ricordiamo la ritraggono quando era Primo Ministro di Israele negli anni ‘60, un viso dai lineamenti marcati, la crocchia di capelli grigi. E ci riesce invece facile pensare che abbia avuto un fascino magnetico, una forza vitale e una carica di energia che si trasmettevano a chiunque la avvicinasse. La storia che lo scrittore libanese Sélim Nassib racconta ne “L’amante palestinese” è quella d’amore tra una giovane Golda e il banchiere palestinese Albert Pharaon.


“Una storia impossibile? Quasi impossibile, costretta a svolgersi interamente in quel “quasi”, il piccolo spazio in cui ciò che non dovrebbe accadere accade”. Nassib dice di essere venuto a conoscenza di questo amore dal suo amico Fouad, nipote di Albert Pharaon- in famiglia era un segreto non segreto, una di quelle cose che tutti sanno ma di cui è meglio non parlare, una vergogna, che uno di loro andasse a letto con il nemico. Da questa confidenza fatta a mezza voce, e chissà che cosa ci è stato ricamato sopra negli anni, Sélim Nassib costruisce il suo romanzo, inventando, attribuendo sentimenti e parole all’uno e all’altra, immaginando incontri e separazioni e abbozzando insieme una storia di Israele, dalla dichiarazione Balfour del 1917 alla proclamazione dello stato di Israele nel 1948. Albert Pharaon e Golda Meyerer si sarebbero conosciuti alla fine degli anni ‘20, in occasione della festa per il compleanno del re.

Appartenevano a due mondi diversi, Albert e Golda. Lui ricco, sposato con una donna che lo infastidisce, appassionato di cavalli, annoiato dalla società oziosa da cui è circondato e che ha cercato di fuggire, trasferendosi da Beirut a Haifa, lei, emigrata bambina da Kiev in America con il furore dei pogrom ancora negli orecchi, è arrivata in Palestina per essere un’ebrea tra gli ebrei, per perseguire il grande sogno del sionismo- il suo sacerdozio, la sua stessa vita. Anche Golda era sposata quando si incontrarono, ma di lei si conosce il cuore appassionato, nei sentimenti privati come in politica, si sa che ebbe parecchi amanti. Il legame “quasi impossibile” con Albert Pharaon, se ci fu, rimase confinato tra i muri di una stanza, lontano da quel mondo reale che li avrebbe considerati dei traditori.

Le parti più belle del romanzo di Nassib sono quelle che descrivono la vita nel kibbutz, il fuoco interno di Golda, il suo coinvolgimento politico nella lotta per ridare una terra al suo popolo, le sue parole vibranti. Più scialbo il personaggio maschile- ma forse nessun uomo avrebbe potuto reggere il confronto con una personalità eccezionale come quella di Golda-, e troppo romantiche le scene di alcuni incontri, anche se la qualità della luce, il colore del cielo e del mare della Palestina che adesso è Israele sembrano assurdamente belli, da film in technicolor, solo a chi non c’è stato.

la recensione è stata pubblicata nel 2005 in quello che era, allora, il sito di Alice



 


lunedì 26 febbraio 2024

Selim Nassib, “Ti ho amata per la tua voce” ed. 2024

                                                     Voci da mondi diversi. Libano
  biografia romanzata


Selim Nassib, “Ti ho amata per la tua voce”

Ed. e/o, trad. Barbara Ferri, pagg, 240, Euro 18,00

 

      ‘Ti ho amata per la tua voce’- il poeta Ahmed Rami, che sentì cantare Umm Kulthum per la prima volta quando era giovanissima e il padre la faceva vestire da piccolo beduino per salire sul palcoscenico, si innamorò di lei sentendo la sua voce. Tutto l’Egitto l’ha amata e la ama ancora per la sua voce. Perché lei era l’Egitto, dava voce all’Egitto. C’è anche un significato nel fatto che Umm Kulthum non fosse il suo vero nome, che era Fatima. C’è un richiamo in quell’Umm che vuole dire ‘madre’ in arabo, c’è qualcosa che fa di lei la madre di tutti gli egiziani, qualcosa che la trasforma in leggenda.

  Ahmed Rami è l’io narrante del romanzo di Selim Nassib che segue tutta la vita della famosa cantante, fin dagli esordi, quando venne notata dal cantante Abu El Ala Mohamed e dal liutista Zakaria Ahmed che la invitarono a seguirli al Cairo.


Era impossibile per una giovanissima donna musulmana esibirsi in pubblico. Dovevano passare degli anni prima che Umm Kulthum (‘il mio beduino’ o ‘la piccola’, come la chiamerà sempre Rami) andasse al Cairo dal villaggio di Tamay al-Zahayra dove era nata. Poi prese il volo. Letteralmente, dopo altri incontri fortunati, come con El Kasabij, un virtuoso del liuto, e soprattutto con Ahmed Rami che scrisse 137 canzoni per lei.

Damasco, Beirut, Baghdad, Tripoli- le sue tournée la portavano in tutto il mondo arabo, lei e le sue canzoni erano diventate un collante per gli stati arabi. Cade la monarchia, Nasser diventa presidente d’Egitto, la voce di Umm Kulthum è quella che si sente a La Voce del Cairo. Rami trasforma per lei in canzoni le poesie più belle della tradizione araba, scrive per lei canzoni d’amore, del suo amore non corrisposto per lei- sarà un legame platonico che durerà mezzo secolo. Ma scrive anche canzoni patriottiche, una sorta di commento dietro la guerra per il canale di Suez e poi la guerra dei sei giorni, perché Umm Kutlhum ha cantato Il Corano ma anche l’indipendenza, l’amore ma anche la diga di Assuan.


     Il mondo arabo si ferma, ogni primo giovedì del mese, quando la radio trasmette il concerto di Umm Kulthum, sono in milioni ad ascoltarla. Perché la sua voce è magica, è ammaliante, assolutamente unica nel suo genere, capace di variazioni, di improvvisazioni, di ampliare il significato delle parole. La sua presenza in scena è carismatica, spesso vestita di verde, il colore dell’Islam, con un fazzoletto in mano,

     La voce narrante in prima persona, che non è quella dello scrittore ma del poeta che ha amato la cantante per tutta la vita, offre a Selim Nassib la possibilità di raccontare una storia dalle molte sfaccettature- è un narratore oggettivo e soggettivo. Ci parla della storia dell’Egitto, del passaggio dai sovrani Faruk e Fuad (di cui Umm Khultum fu amica) a Nasser che era un suo grande ammiratore, della distribuzione delle terre e dell’evoluzione dei costumi, e poi ci parla di lei, di se stesso e dell’amore per lei, del suo matrimonio (la moglie lo lasciò dopo una canzone dalle parole troppo rivelatrici) e di quello- di convenienza- di Umm Khultum. C’è una sorta di adorazione che traspare in tutto quello che racconta, in ogni parola che ha scritto per lei. E sullo sfondo c’è la musica, ci sono i concerti, è come una colonna sonora che ci accompagna, irretendoci.

Rami e la cantante

     È una figura grandiosa, quella che balza fuori dalle pagine del libro di Selim Nassib, un personaggio che ha soltanto Maria Callas come termine di paragone. La scena del suo funerale, a cui lo scrittore partecipa nelle vesti del poeta narratore, diventa un fiume di folla che passa la bara di spalla in spalla per darle l’ultimo addio. Era il 1975. Lei non c’è più ma la sua voce risuona ancora unificando tutto il mondo arabo, tuttora ogni primo giovedì del mese la radio egiziana trasmette la sua musica alle dieci di sera.

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sabato 24 febbraio 2024

Sarah Blau, “Le altre” ed. 2023

                                                        Voci da mondi diversi. Israele

cento sfumature di giallo

Sarah Blau, “Le altre”

Ed. Piemme, trad. Velia Februari, pagg. 259, Euro 18,90

   Sheila, Dina, Ronit, Naama. Quattro amiche fin dai tempi dell’università dove studiavano teologia vent’anni prima. Quattro amiche che avevano stretto un patto.

    Fin qui, non ci sarebbe niente di nuovo nel thriller della scrittrice israeliana Sarah Blau. E invece “Le altre” è un romanzo originale che propone una tematica molto attuale, molto discussa e controversa. Chi sono ‘le altre’ da cui prende il nome il gruppo delle quattro studentesse? Sono ‘le altre’ della Bibbia, donne forti che non hanno mai avuto figli- Miriam, Lilith, Mikal e la Strega di Endor. E, secondo la tesi sostenuta dalle ragazze, è stato per scelta che ‘le altre’ hanno rinunciato alla maternità. Proprio come loro che cantano insieme, Nessuno vuole figli, nessuno ha bisogno di figli e noi non li avremo mai, m-a-i!

   La voce narrante è quella di Sheila e non rivelo nulla- è nella prima pagina- se dico che il romanzo inizia con un delitto. “Dina è stata uccisa all’una del mattino”. E Sheila incomincia il suo racconto dicendo che è pronta a ricevere la telefonata della polizia. Perché Sheila era stata a casa di Dina proprio la sera prima, ma chi le crederà se dice che Dina era viva quando lei se n’è andata? Erano anni che non si incontravano, da quando Dina le aveva rubato un’idea grazie alla quale aveva fatto una splendida carriera accademica, mentre Sheila era rimasta indietro, una ‘sfigata’. E certo che Sheila le serbava rancore. La modalità dell’assassinio, poi, facevano pensare a un altro motivo (raccapricciante, non dirò nulla).


    Da quattro sono rimaste in due, perché un’altra di loro, Naama, era morta anni prima. Si era suicidata (anche sulla vicenda di Naama non posso parlare, la scoprirete a poco a poco). Poi... E a questo punto, Sheila da possibile colpevole diventa la prossima possibile vittima.

    Il lettore capisce subito di non potersi fidare di quello che dice Sheila. Capisce che ha delle nevrosi- quelle matassine di capelli che si strappa e si trovano in tutti gli angoli della casa, il suo innamorarsi di uomini molto più giovani di lei, certi ricordi ossessivi, le filastrocche di un umorismo nero che le si affacciano di continuo alla mente, il tic tac tic tac dell’orologio biologico che le risuona in testa. È poi ancora così convinta del patto stretto tra lei e le amiche a vent’anni?

      Sheila non è un personaggio simpatico (cosa insolita per una protagonista) e non lo sono neppure le altre ex ragazze, ma la loro decisione è doppiamente interessante per la lettura del libro- per il rimando alle figure bibliche e per l’idea sempre più diffusa che essere donna non voglia dire necessariamente essere madre, che procreare debba esaurire le ambizioni femminili. Inoltre- e sarebbe una discussione interessante- hanno avuto dei ripensamenti, Sheila, Dina e Ronit, all’avvicinarsi dei fatidici quarant’anni? 


   Sono molte le allusioni agli ebrei ultraortodossi che sono agli antipodi di questa concezione della donna che rifiuta la maternità, ma non sono limitanti per la lettura del libro di Sarah Blau. Sappiamo benissimo che in ogni società e in ogni cultura, per quanto si reputino progressiste e liberali, c’è una frangia di conservatori per cui una vera donna è una madre e- quello che è peggio- la sterilità è una maledizione (senza neppure accertarsi se dipenda dall’uomo o dalla donna).

    Vale la pena di leggerlo. Un thriller psicologico che scorre veloce, tra false piste, flash back, brevi stralci di flusso di coscienza e storie bibliche che vale la pena approfondire.



giovedì 22 febbraio 2024

Joseph O’Connor, “La casa di mio padre” ed. 2024

                           Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

   seconda guerra mondiale

Joseph O’Connor, “La casa di mio padre”

Ed. Guanda, trad. Elisa Banfi,  pagg, 352, Euro 20,90

 

     Una prima pagina che riassume la situazione.

Settembre 1943. Le forze tedesche occupano Roma. Paul Hauptmann (in realtà Herbert Kappler), il comandante della Gestapo, impiega l’arma del terrore per tenere in pugno la città.

 Lo stato indipendente del Vaticano è l’unica possibilità di salvezza, offrendo asilo a profughi e soldati alleati evasi dai campi di prigionia. Un piccolo gruppo di persone, guidato da un sacerdote irlandese, mette a rischio la propria vita per aiutarli a fuggire.

    Hugh O’Flaherty, “la primula rossa del Vaticano”-


è questo eroe misconosciuto, protagonista del romanzo di Joseph O’Connor costruito magistralmente come romanzo storico e thriller nello stesso tempo, una storia di ‘caccia al topo’ per le vie di Roma in cui il cacciatore è l’Obersturmbannführer Hauptmann e il topo è Monsignor O’Flaherty, il primo su una Mercedes nera, il secondo su una motocicletta, con Hauptmann che sente sul collo il fiato di Himmler, furibondo per il numero di prigionieri evasi dai campi, e O’Flaherty che tesse minuziosamente le trame delle fughe sotto la copertura di un coro che prepara uno spettacolo per la notte di Natale.

   Il tempo della narrazione è a scalare, ad iniziare dal 19 dicembre, 119 ore e 11 minuti prima dello ‘spettacolo’, e, alternati ai capitoli di azione, pieni di suspense e colpi di scena, ci sono quelli in cui sentiamo la voce degli altri, del gruppo del coro di Monsignor O’Flaherty. Sono per lo più trascrizioni di interviste della BBC fatte molto più tardi, vent’anni dopo quegli avvenimenti. Ascoltiamo gli amici di O’Flaherty, quelli che hanno a messo a rischio la loro vita per aiutarlo- la moglie di un diplomatico irlandese che era stata una famosa cantante, un edicolante, una giovane contessa vedova, l’ambasciatore britannico, un inglese che aveva lavorato nei locali notturni di Soho, una giornalista nederlandese, un gruppo di amici molto improbabili accomunati dall’odio per i nazisti, dal coraggio, dalla volontà di fare quanto era loro possibile per aiutare i perseguitati del Reich.


   Il doppio filone segue ritmi diversi, ci offre la possibilità di seguire, in tutti i dettagli, da una parte la preparazione dello ‘spettacolo’- gli antefatti, l’esperienza di O’Flaherty come delegato del Vaticano nei campi, la sua sfida aperta al comandante per le condizioni disumane in cui vivevano i prigionieri, il suo incontro/scontro con Papa Pio XII che lo accusa urlando di mettere in pericolo la Città del Vaticano, la ricerca di ogni possibile alloggio (nei campanili, nelle fogne, nei sottotetti e nei sottoscale) dove nascondere i fuggitivi, la sfida aperta, infine con Hauptmann- e dall’altra parte il racconto di quei giorni filtrato dalla memoria ad anni di distanza. Questo secondo filone ci fa riprendere fiato, riusciamo anche a sorridere di certe situazioni, adesso che ne sappiamo la conclusione, ci offre un punto di vista esterno a più voci. Sono tutte unanimi nel descrivere Hugh O’Flaherty come un uomo eccezionale, prima ancora di essere un sacerdote eccezionale, vero interprete del messaggio di Cristo. Coraggioso e pieno di risorse, gioviale e profondamente umano, era l’uomo a cui si poteva confessare qualunque cosa con la certezza di essere capiti e mai giudicati. Conosceva Roma meglio di un tassista, amava Roma (ricordava l’incanto del suo arrivo nella città eterna) come o più di un romano, era capace di bluffare con l’aplomb di un inglese (anche se da vero irlandese non amava affatto gli inglesi), non si lasciava fermare da niente e da nessuno.


   Il finale è il ‘dopo’, a guerra finita. Sappiamo che Monsignor O’Flaherty mise in salvo 6500 persone tra civili, militari ed ebrei, che tornò in Irlanda dove ebbe un ictus, che morì nel 1963, che un boschetto di abeti fu piantato in sua memoria nel Parco di Killarney.

  Un film del 1983, “Scarlatto e Nero”, con Gregory Peck nel ruolo di O’Flaherty, ha portato la sua vicenda sugli schermi televisivi.

  “La casa di mio padre” è un superbo thriller letterario di cui consiglio la lettura.




 

martedì 20 febbraio 2024

Hans Sahl, “I pochi e i molti. Romanzo di un’epoca” ed. 2023

                                     Voci da mondi diversi. Area germanica

        seconda guerra mondiale

Hans Sahl, “I pochi e i molti. Romanzo di un’epoca

Ed. Sellerio, trad. E. Arosio, pagg. 450, Euro16,00

 

    Due frasi, in apertura e chiusura de “I pochi e i molti” di Hans Sahl, contengono in sé tutto il libro.

   “Non sono un eroe”, esordisce il protagonista Georg Kobbe, alias Hans Sahl. Per proseguire dicendo tutto quello che avrebbe fatto, chi sarebbe potuto diventare “in circostanze normali”. Sarebbe diventato un membro utile della società, avrebbe viaggiato, avrebbe coperto un ruolo nell’amministrazione, avrebbe avuto una casetta fuori città.

La Storia decise altrimenti per lui,

    “Pareva un naufrago appena spiaggiato dalle onde su un litorale sconosciuto che si guarda intorno sconcertato: dove sono?”- questa la frase che termina il romanzo di un’epoca, quella in cui visse Hans Sahl, all’anagrafe Hans Salomon, nato a Dresda nel 1902, figlio di un banchiere di una famiglia ebraica assimilata, amante di Goethe e di Beethoven e di Wagner, che mai avrebbe immaginato di essere travolta dall’ondata nazista.

Eppure Hans Sahl capì presto il pericolo, lasciando la Germania nei primi anni del ’30, dopo il trauma delle prime imprese delle squadracce dalle camicie brune, dopo il rogo dei libri che spazzò via definitivamente ogni illusione riguardo al futuro.


   L’impianto narrativo del romanzo è quanto mai vario, alterna capitoli in prima persona ad altri in terza persona, a stralci di diario, in una sequenza temporale che passa dal presente a lunghi flash back del passato, dalla New York dove lo scrittore è stato ‘spiaggiato’ nel 1941 all’Europa.

Il presente a New York è fatto di abitazioni squallide e fredde, di fame, di incontri con altri esuli come lui, di un continuo confronto tra la cultura della vecchia Europa che si è lasciato alle spalle e la non-cultura di questo nuovo mondo che obbedisce ad altri imperativi, quello del successo, di arricchirsi.

Il passato è a Berlino, dapprima nell’ambiente vivace e innovativo della capitale, nella bella casa borghese del padre, nell’attrazione verso il marxismo. Segue- dopo un capitolo commovente sulla morte del padre- la fuga di Georg verso Praga e poi Amsterdam e poi Parigi. E poi il peggio, la fuga come prigionieri tedeschi perché, anche se sono antinazisti, sono sempre dei nemici, i campi di concentramento, ancora la fuga, l’arrivo a Lisbona, il viaggio verso il paese della Libertà.

   “Vi siete portati con voi in esilio l’idea di una Germania che non esiste più e forse non ci sarà più neanche in futuro”, gli dice un amico.

Ma c’è una lezione, un messaggio che lo scrittore vuole trasmettere. Lui, uno dei ‘pochi’ che si sono opposti al nazismo contro i ‘molti’ che sono stati acquiescenti passivamente o hanno partecipato attivamente alla follia collettiva, crede che si debba ‘stare all’erta’, ‘non fidarsi della maggioranza e aiutare la minoranza a farsi sentire. Proteggere i deboli e i fragili e, quanto ai forti, essergli amico, sì, ma amico scomodo, sempre ponendo domande’.


    Il romanzo “I pochi e i molti” fu pubblicato nel 1959 senza attirare grande attenzione. Solo oltre mezzo secolo più tardi acquistò importanza come una delle testimonianze di maggior rilievo della “letteratura dell’esilio negli anni del Terzo Reich”.

   E Hans Sahl rientrò nella Germania che non aveva mai cessato di amare nonostante tutto, riappropriandosi della sua lingua materna, la lingua del cuore, solo poco prima del crollo del Muro di Berlino.



domenica 18 febbraio 2024

Federica Manzon, “Alma” ed. 2024

                                                                Casa Nostra. Qui Italia

            guerra dei Balcani


Federica Manzon, “Alma”

Ed. Feltrinelli, pagg. 272, Euro 18,00

 

      Trieste ha una scontrosa/ grazia. Se piace/ è come un ragazzaccio aspro e vorace/ con gli occhi azzurri…Sono le parole della poesia che Umberto Saba dedica alla sua città. E Trieste è la città- mai apertamente nominata- di Alma, la protagonista del bel romanzo di Federica Manzon. È la città di confine, la città ad Est quando, più tardi, Alma si recherà ad Ovest, la città ‘di qua’ contrapposta al ‘di là dove scompariva suo padre. Ogni tanto suo padre la portava ‘di là’, all’isola, luogo privilegiato dove il maresciallo con gli occhi di vipera consultava i suoi fedeli. ‘Di qua’ c’era ancora l’atmosfera dell’impero austroungarico, c’era la raffinata casa borghese dei nonni, c’era il nonno, così colto, che aveva sempre una spiegazione per tutto. Alma, sua madre e suo padre erano andati dalla casa dei nonni via per andare a stare sul Carso, in una abitazione dove sua madre era incapace di mantenere l’ordine, sempre occupata con il suo lavoro alla ‘casa dei matti’. Un giorno suo padre era tornato con un ragazzino, Vili, figlio di amici, degli intellettuali di Belgrado. Vili, magro, scuro di capelli e di occhi tanto quanto Alma era bionda e bianca e con gli occhi color acqua, sarebbe rimasto a vivere con loro.

Brioni

    Torna a Trieste, Alma che ormai ha superato la cinquantina, all’inizio del libro. Suo padre è morto ed è Vili, che non vede da anni, che deve consegnarle l’eredità. Tre giorni a Trieste, quelli prima di Pasqua. In tre giorni, in un tempo che fluttua tra vari strati di passato e il presente, c’è tutta la storia di Alma, di suo padre, di Vili, della guerra dei Balcani. 

Chi era, da dove veniva, che cosa faceva suo padre? La sua figura era ammantata di mistero. Era vero che era lui a scrivere i discorsi di Tito, quelli che poi venivano consegnati alla stampa?


Sua moglie non aveva occhi che per lui, di Alma non si curava. Lui si rivolgeva ad Alma chiamandola zlato (‘amore’ in sloveno), il nonno la chiamava invece schatzi (‘tesoro’ in tedesco)- Alma diventava grande tra questi due mondi opposti. E intanto cresceva, sconfinando in un amore giovanile, la sua amicizia con Vili. I ricordi sono precisi, sanno di estati e di tuffi in mare, dei ‘Topolini’ (i bagni sulla riviera barcolana), di azzurro e di sale, ma anche del roseto dell’ospedale psichiatrico, della fine di questa fanciullezza dorata. Quando era finita? Con la morte di Tito? I ricordi incalzano, si mescolano a quelli degli anni più recenti quando ormai Alma vive nella capitale e si sente, e la fanno sentire, ‘una straniera’. Alma ricorda quando suo padre era tornato, sconvolto, in fuga da Vucovar assediata. Non sarebbe più andato ‘di là’. Ci sarebbe andato Vili, Alma lo avrebbe seguito a Belgrado, avrebbe visto le fotografie che lui- fotografo di guerra- aveva nascosto, non avrebbe capito, lo avrebbe lasciato.

   Ritrovare Vili a Trieste, nella chiesa ortodossa di san Spiridione, è il finale perfetto per questo romanzo affascinante, ricco di suggestioni. Federica Manzon riesce a farci vivere l’atmosfera di una città dalla gloria antica- la definizione di ‘crocevia’ di culture è abusata, ma è la posizione geografica di Trieste, via di passaggio con affaccio sul mare, è la sua storia che ha le radici a Nord e ad Est più che in un Ovest che le è estraneo, sono i suoi scrittori e i suoi poeti (tanti, per una città che non è grande) che la definiscono, rendendola unica. Non si può parlare di Trieste senza parlare della ex Jugoslavia e della guerra dei Balcani e qui è anche, o forse soprattutto, l’originalità del libro- aver interiorizzato la guerra dei Balcani, non aver scritto di ‘fatti’, come se questo fosse un saggio o una cronaca, ma averla raccontata ‘vissuta’, fatta propria da Alma, con i suoi dubbi e le sue incomprensioni.

    Da leggere.