mercoledì 23 gennaio 2019

Neel Mukherjee, “Redenzione” ed. 2018


                                                 Voci da mondi diversi. India


Neel Mukherjee, “Redenzione”
Ed. Neri Pozza, trad. Norman Gobetti, pagg. 281, Euro 18,00


    “A state of freedom”, il titolo originale del nuovo romanzo di Neel Mukherjee. Un romanzo che avevo molto atteso e con cui ho fatto fatica a sintonizzarmi- come spesso accade quando si aveva molto amato il primo romanzo di uno scrittore. Uno stato di libertà. Quale libertà?, viene da chiedersi a mano a mano che proseguiamo nella lettura di queste pagine da cui ci si affaccia su un baratro di miseria, su una povertà che ci fa provare vergogna per tutto quello che noi del primo mondo abbiamo, non valutiamo, sprechiamo, su una mancanza di libertà che è anche letteralmente schiavitù (quando noi pensavamo che la schiavitù fosse illegale da più di un secolo, mentre lo è solo sulla carta).
      Personaggi diversi sono al centro delle cinque parti del libro e tuttavia ognuno di loro appare marginalmente in un’altra delle cinque parti. Quando, alla fine del libro, nel suo monologo, l’operaio muratore (è quello che è precipitato dall’alto, dove lavorava senza protezione, nella prima parte) ricorda due mandarini che lui e il fratello avevano ricevuto da un bambino che era passato in automobile (!!!) accanto a loro, noi sfogliamo le pagine indietro per ritrovare lo stesso ricordo dell’uomo con la faccia volpina che va in giro con l’orso- è lui il fratello dell’operaio. E d’altra parte l’uomo con l’orso, che conosce una sorta di folle libertà abbandonando la famiglia e andando in giro cercando di guadagnare soldi facendo ballare l’orso, era ripetutamente comparso nella prima parte, in cui un indiano che si sente ormai un turista nella sua terra accompagna il figlio di sei anni a vedere il Taj Mahal e Fatehpur Sikri.
Fatehpur Sikri
La domestica Milly, che conosciamo nella seconda parte, diventa la protagonista assoluta della quarta parte. E’ lei che, mandata a lavorare lontano da casa a soli otto anni, sperimenterà a Bombay la schiavitù dorata- la famiglia presso cui lavora la paga bene, le mettono i soldi su un libretto di risparmio, ma non può allontanarsi da casa. Fuggirà nascosta dentro un armadio, con l’aiuto di un ragazzo con cui parlava a segni dalla finestra (diventerà suo marito), lavorerà presso quattro famiglie diverse risparmiando rupia su rupia e vivendo in uno slum le cui misere case vengono regolarmente allagate durante i monsoni. Il figlio della signora presso cui lavora Milly (vive a Londra e ritorna in India una volta all’anno) non sapeva neppure dell’esistenza di uno slum e resta inorridito quando lo vede. Lui sta raccogliendo ricette indiane per un libro di cucina ed è per questo che va al villaggio dove vive la famiglia della cuoca di sua madre, quella Ranu che è gelosa di Milly. Ecco l’abisso che si spalanca. Lui non ha pensato a che cosa avrebbero dovuto rinunciare i parenti di Ranu per poterlo ospitare. Qualcuno avrebbe pur dovuto cedergli un letto (forse meglio usare l’antica parola di ‘giaciglio’), tutti quanti avrebbero dovuto digiunare o quasi per offrirgli un pranzo. E la distanza tra l’indiano privilegiato che scrive di cibi indiani e i poveracci che sopravvivono con un pugno di riso non è mai stata più grande.

    Spetta a una donna, a Milly di cui ho già parlato, il merito di ambire ad uno stato di libertà degno di questo nome. Non per sé- ormai è troppo tardi- ma per la figlia che studierà anche se il padre è contrario, anche se dice, come tutti, a che serve far studiare una figlia femmina? Milly si impunta, cercherà un quarto lavoro, i soldi daranno alla figlia la libertà che passa attraverso la cultura.
      “Redenzione” non ha il fascino de “Le vite degli altri”. L’inizio è difficoltoso, si fa fatica a collegare le varie storie e a tratti la narrativa è lenta. Manca, nel romanzo, un personaggio che ci appassioni. E tuttavia è un libro che lascia un segno dentro il lettore, che ci fa sentire impotenti e a disagio davanti ad un’umanità dolente.

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domenica 20 gennaio 2019

Helen Humphreys, “Amuleto celeste” ed. 2018


                                           Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
       biografia romanzata

Helen Humphreys, “Amuleto celeste”
Ed. Playground, trad. M. Capuani, pagg 207, Euro 14,45

       Un libro singolare, questo “Amuleto celeste” della scrittrice canadese Helen Humphreys. Perché è diviso in due parti e perché la protagonista è Megan Boyd, una donna vissuta veramente (1915-2001) ma che la scrittrice ‘riinventa’, dandole anche un nome diverso, Ruth, nella seconda parte del romanzo.
      Chi era Megan Boyd? Non una donna comune. Forse, prima di tutto, per il lavoro che aveva scelto, che aveva iniziato per caso- faceva mosche da salmone, un’arte che la rese famosa (anche il principe Carlo era suo cliente e suo estimatore, fu lui a procurarle un appuntamento e a farla accompagnare da un oculista in Harley Street quando la vista di Megan si indebolì in maniera preoccupante) e che le valse la Medaglia dell’Impero Britannico nel 1971. Poi per il suo stile di vita. Viveva in assoluta solitudine in un cottage senza luce elettrica né acqua corrente a Brora, in Scozia. Unico passatempo, le feste con i balli di paese a cui lei si recava, sempre vestita con una gonna di tweed, una camicia e una cravatta, stivali ai piedi. Il titolo originale del libro è, infatti, “Machine without horses”, la danza folkloristica preferita di Megan.

     Era una bella sfida, per Helen Humphreys, scrivere di questa donna. Che cosa si sapeva di lei, dei suoi sentimenti, di che cosa pensava mentre stava china, anche 14 ore al giorno nelle lunghe e chiare sere d’estate, a creare le sue mosche dagli stupefacenti colori che avrebbero dovuto ingannare i salmoni? Niente. Donne così riservate non lasciano traccia, fatta eccezione per le parole con cui si giustifica con la Regina (!!) per non andare a ritirare la medaglia (aveva una partita di bridge e poi non sapeva a chi affidare il cane) e il biglietto che accompagna il regalo di nozze per Carlo e Diana- una mosca da salmone creata apposta per Lady Diana, augurando alla coppia una vita intera di pace e felicità (!!). La prima parte di “Amuleto celeste” è esplorativa, è un girare intorno al soggetto del romanzo, è una riflessione su ‘come’ ha origine un libro, come si cerca di entrare nella mente della persona che si è scelta come protagonista. Helen deve diventare Megan per poter scrivere di lei. Helen impara a fare le mosche da salmone, sono rozze, non hanno niente a che fare con le leggiadre creazioni di Megan. Non è possibile che Megan non sia mai stata innamorata. Prova: sarà stato un uomo a farla innamorare? O una donna?
Megan Boyd
    Poi Helen Humphreys si lancia e crea la sua Megan, che non può essere quella vera di cui si sa così poco. Helen mette distanza tra la vera Megan Boyd e la sua protagonista che chiama Ruth, che vive nel cottage di Megan, che passa le giornate creando le esche (quanto impariamo sulle mosche da salmone e sugli stessi salmoni), ma che ama, che è riamata, che soffre con i sentimenti che Helen Humphreys le presta.
     La prosa di Helen Humphreys è sempre un piacere, ha una semplicità poetica che incanta. In “Amuleto celeste”, tuttavia, un ibrido tra fiction e biografia, è la protagonista che sentiamo lontana, che ci incuriosisce ma non ci appassiona. Leggiamo di Megan Boyd, quella vera e quella immaginata, ci fa piacere essere venuti a conoscenza di una donna per alcuni versi così comune e per altri così fuori dall’ordinario- è come se avessimo appreso di un’altra forma di arte che finora non conoscevamo-, e però non riusciamo a sentirla vibrante accanto a noi.

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sabato 19 gennaio 2019

Leif GW Persson, “La donna che morì due volte” ed. 2018


                                                                   vento del Nord
                                                            cento sfumature di giallo


Leif GW Persson, “La donna che morì due volte”
Ed. Marsilio, trad. Katia De Marco, pagg. 478, Euro18,00

     Un film di Alfred Hitchcock era intitolato “La donna che visse due volte”, un intrigo con due donne che in realtà sono la stessa persona, un finale tragico di giustizia poetica. Leif GW Persson, criminologo e scrittore, ha scritto una storia che in qualche maniera mi ha fatto pensare al film del 1958 nel suo nuovo romanzo “La donna che morì due volte” in cui il commissario protagonista non è più lo stimato Johansson (il commissario che vedeva dietro gli angoli) ma Evert Bäckstrom che abbiamo già definito il più antipatico investigatore sulla scena letteraria del genere. Rozzo, volgare, maschilista, razzista, corrotto- altri aggettivi negativi? Aggiungete a caso, andrà bene di certo. Dimenticavo: scansafatiche, propenso a far lavorare gli altri al suo posto.
Claes Malmberg: perfetto per Bäckstrom sullo schermo
     Un ragazzino scout di undici anni, Edvin, vicino di casa di Bäckstrom (e suo ammiratore, ahimé), trova un teschio su un’isola dell’arcipelago di Stoccolma durante un campo estivo. E lo porta di filato da Bäckstrom. Sono pagine ilari e ironiche, quelle all’inizio del libro. Non sappiamo se prevale l’ironia nei confronti del movimento scout che ha per motto ‘sempre pronti’ o quella verso le lezioni che Bäckstrom ha impartito ad Edvin che ha seguito la corretta procedura nel macabro ritrovamento, quasi fosse un giovane investigatore invece di un giovane esploratore. Edvin azzarda anche l’ipotesi (si rivelerà corretta) che si tratti del teschio di una donna. A noi non resta che sperare che non diventi un clone di Evert Bäckstrom.
Comunque non è facile attribuire un’identità al teschio, neppure quando si ritrova lo scheletro. Un sacchetto del Lidl aiuta a collocare l’omicidio nel tempo. Perché di certo si tratta di omicidio, un colpo di carabina alla tempia. Il problema sorge quando la donna, identificata come la tailandese Jaidée (sposata con uno svedese), risulta già morta dodici anni prima, nello tsunami che sconvolse la costa della Thailandia. Nessuna possibilità di errore, la madre e il marito avevano identificato il cadavere, il corpo era stato cremato, le ceneri disperse nell’aria. Oppure sì, c’è stato un errore? E se sì, come è stato possibile?
tsunami del 2004
     Leif GW Persson è abilissimo. Perché la tensione del romanzo si regge non tanto sulla ricerca del colpevole, quanto sull’inchiesta per capire che cosa sia successo, come sia potuto succedere e, visto che non si può morire due volte, chi sono le due donne morte? E’ abilissimo perché il ritmo della narrazione è veloce anche se non ci sono inseguimenti e manca il brivido della paura- non avrebbe senso che ci fosse un altro omicidio. E poi “La donna che morì due volte” è un romanzo che si legge sorridendo- e non è da poco per un ‘giallo’. Sorridiamo del comportamento di Bäckstrom (disprezzandolo), scopriamo che Bäckstrom non è l’unico poliziotto ‘non eccellente’, ci divertiamo con il comportamento fuori dalle righe di Annika, la poliziotta culturista, e abbiamo l’impressione che il ritratto del piccolo Edvin sia quello di un Bäckstrom in miniatura.
     Leif WG Persson è il migliore scrittore svedese di ‘gialli’ dopo la morte degli amati Stieg Larsson e Henning Mankell.

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mercoledì 16 gennaio 2019

Håkan Nesser, “Morte di uno scrittore” ed. 2018


                                                            vento del Nord
      cento sfumature di giallo

Håkan Nesser, “Morte di uno scrittore”
Ed. Guanda, trad. C. Giorgetti Cima, pagg. 201. Euro 16,00

      Il famoso scrittore Germund Rein è morto in circostanze un poco misteriose. Si pensa ad un suicidio. Prima di morire (o meglio, prima di scomparire), però, ha inviato alla sua casa editrice all’estero un ultimo manoscritto con indicazioni ben precise: non deve essere pubblicato in lingua originale. Sarà David Moerk a tradurlo, come ha tradotto le altre sue opere. E, per calarsi meglio nel suo ruolo, Moerk va per sei mesi nella città di A., dove viveva Rein.
     Il romanzo di Håkan Nesser, “Morte di uno scrittore”, primo di una trilogia che è già stata trasferita sullo schermo, è del tutto diverso dagli altri dello scrittore svedese. C’è più di una morte su cui indagare, ma non ci sono i personaggi che abbiamo imparato a conoscere e ad amare, i commissari Van Veeteren e Barbarotti, protagonisti delle altre serie. La voce narrante, in “Morte di uno scrittore”, è il traduttore Moerk, suo è anche, quindi, il punto di vista- possiamo fidarci oppure no?

Le narrative sono due e due sono pure le indagini: anche Ewa, la moglie di Moerk, è scomparsa. Aveva detto che avrebbe raggiunto il suo amante: lo ha fatto? Oppure? Ascoltando un concerto alla radio, David Moerk ha creduto di riconoscere, in un colpo di tosse, la presenza di Ewa tra il pubblico. Ecco perché è ben felice del soggiorno ad A. da dove veniva trasmesso il concerto. Tradurrà Rein e cercherà Ewa.
    Presente e passato si alternano: le ore passate in biblioteca a tradurre un testo ostico e oscuro nel quale, ad un certo punto, Moerk decritta un messaggio nascosto, gli appostamenti per sorprendere la presunta Ewa, le ubriacature, l’incontro con la vedova dello scrittore morto, e poi, trasferendoci nel passato, leggiamo di Moerk e di Ewa e restiamo spaesati perché è una storia che sembra quasi ricalcare quella di Germund Rein.

    Anche il finale naturalmente è doppio (oppure è uno solo?) in questo libro di immagini specchiate che però non riesce ad appassionarci, ci fa rimpiangere la presenza arguta degli amati ispettori dei romanzi più propriamente di indagine poliziesca con la loro fredda ironia che sapeva farci divertire.

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lunedì 14 gennaio 2019

Petra Reski, “Palermo connection” ed. 2018


                                              Voci da mondi diversi. Area germanica
                                                                        thriller
         noir

Petra Reski, “Palermo connection”
Ed. Fazi, trad. La Rosa, pagg. 330, Euro 12,75

        Sicilia. Due giudici impegnati contro Cosa Nostra sono stati assassinati a distanza di 57 giorni l’uno dall’altro. Se vi vengono in mente dei nomi, non diteli a voce alta, ma quasi certamente sono quelli a cui si fa riferimento. La procuratrice antimafia Serena Vitale, di famiglia siciliana emigrata in Germania, porta in tribunale il ministro Gambino con una grave accusa, “concorso in associazione mafiosa e complicità in attentati”. Un mafioso pentito, Marcello Marino, ex affiliato del clan Pecorella, contribuisce all’incriminazione con una testimonianza pesante (e sconvolgente, come tutto quello che riguarda l’operato della mafia). A questo punto si scatena il finimondo. I giornali di destra accusano la procuratrice di voler far cadere il governo (sono saltate fuori delle intercettazioni telefoniche che compromettono lo stesso presidente), quelli di sinistra la chiamano ‘la santa antimafia’, Serena Vitale inizia a ricevere missive di minaccia anonime, qualcuno mette una cimice nel suo modem, qualcuno si è intrufolato in casa sua. E lei non riceve protezione adeguata, neppure un’auto blindata. La protezione di santa Rosalia a cui l’affida alla madre è un po’ scarsa. Serena non è la sola a trovarsi in pericolo. Un giornalista tedesco segue il processo, un personaggio che a volte rasenta il ridicolo con la sua ingenuità, che riesce a farsi ricevere da un boss mafioso con l’aiuto di un fotografo piuttosto ambiguo che sembra tenere il piede in parecchie scarpe. E’ il fotografo che fa da tramite, non solo in senso letterale, trasportando Wolfgang Wienecke incappucciato nel luogo segretissimo dove vive ‘don Pace’, ma anche in senso metaforico, cercando di spiegare la cultura della mafia, il senso dell’onore, la vendetta, la giustizia ‘fai da te’ con uno Stato assente o incurante- il venire ad essere della mafia, insomma. E, scavando, riesce difficile tracciare una linea netta tra colpevoli e innocenti, o almeno, riesce difficile attribuire la colpevolezza solo ad una parte.

    Palermo bella e dannata. Il romanzo di Petra Reski è più che un romanzo, più che un semplice thriller giudiziario o politico. Ha qualcosa di giornalistico nel taglio e nello stile, nell’ansia di portare allo scoperto le trame nascoste, la collusione tra mafia e stato. E non deve essere stato facile scriverlo, e neppure senza pericoli. Almeno una dozzina di giornalisti sono morti nel giro di trent’anni per mano della mafia e, quando leggiamo delle vicissitudini dello sprovveduto Wienecke che non ha le armi per affrontare una società che non può capire, ci viene da sorridere per non lasciarci sopraffare dall’angoscia e dalla paura. Perché potrebbe esserci qualcosa della scrittrice stessa nel giornalista tedesco che ha trionfato (brevemente) per il suo scoop. D’altra parte c’è qualcosa di Petra Reski anche nel personaggio dell’affascinante e battagliera procuratrice che farebbe bene a non fidarsi di nessuno, neppure di chi dice di amarla. E’ il retaggio tedesco, per nascita o per adozione, che rende Wolfgang Wienecke e Serena Vitali così spavaldi come fossero intoccabili finché devono accorgersi di aver giocato con il fuoco?
      Come i migliori noir, non c’è una soluzione positiva in “Palermo connection”. Non c’è speranza. Leggendolo, ho pensato all’aggettivo che di recente degli amici avevano usato, parlando della Sicilia, ‘irrecuperabile’. Dal libro, però, traspare che non è solo la Sicilia ad essere irrecuperabile. Perché noi siamo la Sicilia.

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domenica 13 gennaio 2019

Shobha Rao, “Il cuore delle ragazze arde più forte” ed. 2018


                                                           Voci  da mondi diversi. India


Shobha Rao, “Il cuore delle ragazze arde più forte”
Ed. Neri Pozza, trad. Federica Oddera, pagg. 350, Euro 18,00


     Poornima e Savitha. Due nomi che significano Luna e Sole. Sono i nomi delle due amiche protagoniste del romanzo di Shobha Rao, scrittrice nata in India ma trasferitasi negli Stati Uniti all’età di sette anni.
   Se è possibile fare un paragone tra estrema povertà, la famiglia di Savitha è ancora più povera di quella di Poornima il cui padre possiede due telai e fa il tessitore di sari. Dopo la morte della moglie il padre di Poornima assume Savitha come lavorante al secondo telaio ed è così che nasce l’amicizia tra le due ragazze, sedici anni una e diciassette l’altra. Un’amicizia che scalda loro il cuore, che gli permette di sopportare la durezza del lavoro, che le getta nella disperazione quando si prospetta un matrimonio combinato per Poornima. Perché forse Poornima andrà a vivere lontano, perché anche se la sua nuova casa fosse vicina, Savitha non avrebbe quelle poche rupie in più per prendere l’autobus.

     Il quadro dell’India rappresentato ne “Il cuore delle ragazze arde più forte” è terrificante. Altro che la Incredible India delle pubblicità per turisti. Anche se il titolo del libro vuole comunicare un messaggio positivo, la frase del padre di Poornima quando la bambina corre il rischio di annegare, ‘è soltanto una femmina’, ci anticipa il significato del romanzo. La nascita di una figlia è una disgrazia in India. Una bocca da sfamare prima, una dote da mettere insieme, poi, se ci si vuole sbarazzare della figlia ‘vendendola’ ad un marito. Se poi la figlia non è particolarmente bella, se ha la pelle scura che non piace a nessuno, se non ha un carattere docile, le trattative per il matrimonio si fanno difficili, il prezzo si alza. Se la sposa, dopo, non resta incinta, è lei certamente quella sterile- iniziano le vessazioni e il disprezzo. Poornima si sposa, a Savitha succede qualcosa di orribile e rifiuta un matrimonio. Finiscono per fuggire entrambe e le loro peripezie sono un susseguirsi di violenze e abusi, trappole per ragazze ingenue che niente sanno del male della vita. Un viso sfigurato da olio bollente, un’amputazione, prostituzione forzata, traffico di donne. Se c’è qualcosa che permette alle due ragazze di sopravvivere è il ricordo l’una dell’altra, la convinzione che si ritroveranno, costi quel che costi. Un viaggio al di là del mare, imparare la contabilità, studiare l’inglese. Si rincorrono l’un l’altra, si mancano più di una volta per un soffio. Si riuniscono alla fine?

     C’è il fascino dell’orrore per una condizione femminile in cui la donna non può essere altro che vittima, nel romanzo di Shobha Rao che si legge d’un fiato perché è un page-turner. C’è il Male e c’è il Bene, ma i colori sono o bianco o nero, senza sfumature né ombre. E c’è proprio troppo. Una disgrazia di seguito all’altra, una violenza che si succede ad un’altra. I capitoli con i due personaggi si alternano, ma noi facciamo fatica a ricordare che cosa accada a chi- sempre di soprusi e atrocità si tratta, Poornima è specchio di Savitha e viceversa- d’altra parte i loro nomi, Luna e Sole, fin troppo simbolici, ce lo avevano anticipato. 

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sabato 12 gennaio 2019

Marino Magliani, “Prima che te lo dicano altri” ed. 2018


                                                                  Casa Nostra. Qui Italia
     romanzo di formazione
          noir

Marino Magliani, “Prima che te lo dicano altri”
Ed. Chiarelettere, pagg. 336, Euro 14,87

       E’ il 1974. Leo ha otto anni. Vive con la madre in un paesino dell’entroterra di Imperia, in Liguria. Quando passa nei carruggi gli altri bambini si passano l’un l’altro le parole sensa paie. Senza padre. Perché Leo un padre, un padre che sia presente, non ce l’ha. E ognuno può fare le supposizioni che vuole. Leo ha appena terminato la seconda elementare ed è stato rimandato in italiano. Qualcuno suggerisce a sua madre di mandarlo a lezione da Raul Porti, il giovane che passa l’estate in una villa ai margini del paese, che traduce libri dallo spagnolo, che- si dice- è un poeta. Nasce così l’amicizia tra Leo e Raul, che diventa, per Leo, una figura a metà tra il fratello maggiore e il padre. Raul non si limita a insegnare l’italiano al bambino che parla per lo più in dialetto. Raul obbliga il recalcitrante Leo a fare ginnastica- quel rotolo di ciccia intorno all’addome deve sparire-, lo porta al mare e gli insegna a nuotare, e poi in campagna gli mostra l’arte degli innesti. Finisce l’estate. Raul parte per andare lontano, in Argentina. Una separazione dolorosa per Leo.

      Leo bambino, Leo adulto, Leo vicino alla sessantina nel 2024, un futuro ancora da venire ma non troppo lontano. La narrazione di Marino Magliani è scandita in questi tre tempi, in tre toni diversi, in uno scorrere di tempo diverso. Mentre l’estate memorabile di Leo con Raul pare essere infinita e, insieme, sembra passare in un lampo, fitta com’è di esperienze e di impressioni, il tempo che segue, invece, rallenta, si trascina in una quotidianità fatta di lavori nei campi, di caccia al cinghiale, di vendita di olive. Si avvera quanto aveva detto Raul- i dorsali delle colline si infittiscono di case, giù fino al mare. Sono arrivati i russi, comprano, comprano, costruiscono multiproprietà. La gente del posto scompare, sostituita dagli stranieri. E’ come un innesto, parola chiave nel romanzo. Perché anche quello che avviene tra Leo e Raul è una specie di innesto. Nel 2024 villa Porti viene messa all’asta. E’ come se Leo ricevesse uno scossone. Perché nel frattempo l’insinuazione che Raul possa essere suo padre è diventata quasi una certezza per Leo. E villa Porti non può finire in mano ad estranei. Leo fa tre cose: vende la proprietà di sua madre, compra la villa e parte per l’Argentina alla ricerca di Raul.

      Perché dopo così tanto tempo?- ci si può chiedere. Perché bisogna vivere in Liguria per sapere che la monotonia del tempo tutto uguale annulla il suo scorrere. Perché il passare delle stagioni, che si avverte così poco in una Liguria sempreverde e che Marino Magliani descrive così bene, con un occhio che indugia sui colori e sulla luce e su ogni minimo cambiamento, induce ad una sorta di sonnolenza che rimanda decisioni e azioni ad un ‘dopo’ imprecisato.
Leo ha trovato qualche carta del consolato argentino e parte, uno sprovveduto che finora si è spinto al massimo fino a Genova. E vuole ritrovare suo padre, o almeno sapere che cosa gli sia successo: è ancora vivo (come ha voluto credere fino a prima della partenza) o è morto, scomparso insieme ai tanti desaparecidos?

      “Prima che te lo dicano altri” è un romanzo che mescola vari generi, trasformandoli. Perché quello che era all’inizio un romanzo di formazione continua ad esserlo anche nella terza parte, quando l’età del protagonista lo metterebbe fuori dai limiti di qualunque ‘crescita’. Nello stesso tempo è un romanzo naturalista, o regionalista: è così raro, oggigiorno, leggere un libro in cui si percepisca in ogni pagina l’amore dello scrittore per la propria terra. E diventa infine un romanzo molto noir addentrandosi nella scoperta della storia tragica di un paese che proprio non ha nulla in comune con la Liguria di Leo, viaggiatore ingenuo che verrà a sapere che l’alone di mistero che ha sempre circondato la figura di Raul Porti non è poi del tutto privo di tenebre.  

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