domenica 21 luglio 2019

Marco Missiroli, “Fedeltà” ed. 2019



                                                      Casa Nostra. Qui Italia
        premio Strega Giovani

Marco Missiroli, “Fedeltà”
Ed. Einaudi, pagg. 224, Euro 16,15

     Una coppia che pare solida e affiatata. Lui, Carlo, insegna letteratura per sei ore all’Università (posto che ha avuto grazie alla spinta del padre) e scrive guide turistiche per una piccola casa editrice. Lei, Margherita, lavora in un’agenzia immobiliare. Poi quello che tra di loro viene chiamato ‘il malinteso’: una matricola ha sorpreso Carlo nei bagni femminili in atteggiamento compromettente con una sua studentessa, Sofia. Carlo si giustifica davanti al rettore e alla moglie, spiega che la ragazza si era sentita male, aveva avuto uno svenimento e lui l’aveva soccorsa. Sofia conferma. E’ stato tutto un malinteso. Davvero è stato un malinteso?
    Il romanzo di Marco Missiroli, “Fedeltà”, che ha vinto il premio Strega Giovani, si gioca tutto qui, su esplorare i limiti tra fedeltà e infedeltà, sul vagliare le varie accezioni di fedeltà oltre a quella più scontata tra marito e moglie. Che è la prima che prendiamo in esame, in questo libro che, se si limitasse ad essere la trita storia del professore che seduce la studentessa, sarebbe veramente l’ennesima ripetizione del tema di ‘quel romanzo…il sudafricano’, il Nobel’ di cui parla Margherita (intendendo Coetzee, citando anche “Lolita” di Nabokov con cui invece non ha nulla a che fare, mentre avrebbe potuto accennare a Roth). Non è successo veramente niente tra Carlo e Sofia e forse sarebbe stato meglio se invece fossero andati a letto insieme e lei non fosse rimasta per lui l’idea della tentazione. E forse non avrebbe inanellato una serie di altre dimenticabili infedeltà senza sapere che anche Margherita, solleticata e delusa per la presunta avventura del marito, si sarebbe concessa una deviazione.

      Le altre coppie, gli altri personaggi, servono da contrappunto, una ripetizione del tema della fedeltà, per somiglianza o differenza. Le coppie dei genitori- di Margherita, di Carlo, di Sofia, del fisioterapista Andrea con cui Margherita si è presa una breve soddisfazione- sono esemplari di un’altra epoca in cui c’erano ben altre preoccupazioni. Probabile che i mariti avessero qualche scappatella (il padre di Margherita aveva conservato ventun cartoline a lui inviate da una sconosciuta ‘Clara’), ma le mogli o non sapevano o fingevano di non sapere. “Sui matrimoni ci adattavamo”, dice Anna, la madre di Margherita. E poi, vogliamo chiamare ‘fedeltà’ anche il legame tra figli e genitori? L’affetto con cui Margherita, Andrea e anche Sofia si occupano dei genitori restituendo loro quello che hanno ricevuto, è ammirevole. In un certo senso è per fedeltà alle radici se Sofia torna a vivere a Rimini e riapre il negozio di ferramenta del padre, mettendosi dietro al banco con quello che era il grembiule blu della madre.

      Nessuno dei personaggi del romanzo è particolarmente simpatico, nessuno è memorabile- non l’inconcludente Carlo, non Margherita disposta a imbrogliare per aggiudicarsi l’appartamento pieno di luce messo in vendita da una cliente, non il fisioterapista gay che ha bisogno di sfogarsi con i combattimenti dei cani o scontri di boxe, non la pallida figura di Sofia che è infedele a se stessa e alle sue ambizioni letterarie per essere fedele alla tradizione. Soltanto Anna, che faceva la sarta, che una volta aveva riparato all’ultimo minuto un abito da sera per la moglie del Commendatore, che si rifà dell’infedeltà del marito pigiando le 21 cartoline dentro il vaso dei fiori sulla sua tomba, è un personaggio che amiamo e di cui attendiamo l’entrata in scena. Per la sua empatia- con la figlia, con il genero, con il nipotino, con tutti-, per la sua disponibilità, per il suo calore umano, la sua schiettezza. Non è sufficiente, però, a salvare il libro.

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foto di V. Vasi


martedì 16 luglio 2019

Karyn Brynard, “I nostri padri” ed. 2019


                                                     Voci da mondi diversi. Africa
                                                     cento sfumature di giallo


Karyn Brynard, “I nostri padri”
Ed. e/o, trad. Silvia Montis, pagg. 544, Euro 19,00


    Bianco e nero. Stellenbosch e Soweto. La città circondata da grandiose montagne, fitta di vigneti, roccaforte dei bianchi con le loro candide case in stile Cape Dutch, e la più antica baraccopoli di Johannesburg, abitato da neri di tutte le etnie che vivono in baracche di ferro ammassate le une sulle altre, senza acqua corrente, senza servizi igienici.
I due filoni del nuovo romanzo della scrittrice sudafricana Karyn Brynard sono ambientati a Stellenbosch e a Soweto- l’ispettore Albertus Beeslar si trova per caso ad investigare su un cruento delitto a Stellenbosch, mentre il sergente Ghaap, a 1500 km. di distanza, si trova coinvolto prima nella ricerca dell’auto che gli hanno rubato (insieme alla pistola di ordinanza) e poi in una lotta contro il tempo per salvare una donna che è stata rapita insieme al suo bambino dentro la sua stessa automobile. Due vicende che finiranno per ricongiungersi, marchiate da inaudita violenza, firmate dalla nuova e dalla vecchia criminalità, sporcate (almeno una) da riti di stregoneria affidati ai sangoma.


     Stellenbosch: una donna bianca, moglie di un ricchissimo imprenditore, è stata uccisa nella sua casa. Sangue ovunque. Il marito e la suocera vorrebbero affidare il caso a Beeslar, sono disposti a pagare molto bene pur di non avere tra i piedi l’ispettrice nera Qhubeka. L’apartheid è terminato nel 1991. In teoria. In realtà, come dice l’affascinante Qhubeka, permane la ‘solita divisione in tre mondi. I bianchi nella città vera e propria, al sicuro dietro porte chiuse a doppia mandata. I meticci al loro posto, in mezzo a teppisti e delinquenti. E i neri dall’altro lato della cortina di ferro.’ Beeslar ha la netta sensazione che nessuno stia dicendo la verità, nella famiglia di Malan du Toit. Non la vecchia madre di Malan che vuole preservare il buon nome della famiglia, non Malan che sembra non sapere molto della ‘vera’ vita di moglie e figli, non i due figli- l’esile ragazzina che tenta il suicidio e il ragazzo che è un fanatico della Bibbia.


     A Ghaap era stato detto che non era una bella idea fare l’apprendistato a Soweto. Ghaap non immaginava neppure la vita convulsa, i furti alla velocità della luce, la miseria che spingeva i bambini a diventare piccoli criminali, il sopravvivere di superstizioni, magia nera, riti con sacrifici umani diretti dai medici stregoni, i sangoma. E la ricerca dell’automobile in cui aveva investito i suoi risparmi si trasforma in quella, molto più angosciante, di una donna incinta e del suo bambino. Che cosa volevano farne di lei, i suoi rapitori?
      Non è soltanto la ricca trama che ci coinvolge, nel romanzo di Karyn Brynard il cui titolo anticipa il tema del romanzo che si accentra sulla figura del ‘padre’ in molteplici varianti. I padri sono i grandi assenti, in Sudafrica. Mettono al mondo i figli e scompaiono. I ricchi, come Malan, si giustificano con il ruolo di sostenitori economici della famiglia, i poveri con la motivazione opposta- non sono in grado di mantenere i figli. Che sono allo sbando. Il romanzo della Brynard è pieno di padri che uccidono i figli, che non sanno neppure di averli messi al mondo, che, in ogni caso, non si occupano dei figli. Perfino il mitico ispettore Blikkie, quello che Beslaar è venuto a visitare a Stellenbosch, quello continuamente citato da Beslaar e da Qhubeka, l’uomo che Beslaar considera il suo padre adottivo, ha trascurato la sua unica figlia quando era in vita. E poi c’è la figura di u Baba, il Padre che rappresenta il Male assoluto, uno sciamano potente e crudele  che- si dice- può cambiare aspetto e prendere le sembianze di un animale, che può vederti e fiutarti dovunque tu sia. Il rovescio di Dio. Dio trasformato in Satana dalla township nera. Ci sono ‘i nostri padri’, infine, quelli che si sono macchiati della colpa dell’apartheid.
      Più di un semplice thriller. Un libro che ci aiuta a capire (in parte) il Sudafrica.

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martedì 9 luglio 2019

Graham Greene, “Il console onorario” ed. 2019


                                 Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                           un classico


Graham Greene, “Il console onorario”
Ed. Neri Pozza, trad. Alessandro Carrero, pagg. 428, Euro 15,00


   Graham Greene, 1904-1991. Uno scrittore che non tramonta mai. Perché è un grande scrittore, candidato al premio Nobel negli anni ‘60, ora felicemente ‘riscoperto’ dalla casa editrice Sellerio che ripropone i suoi romanzi ad iniziare da “Il console onorario”, pubblicato per la prima volta nel 1973 e adattato per il grande schermo nel 1983 con la regia di John Mackenzie e Richard Gere e Michael Caine nei due ruoli principali.
     Una cittadina argentina al confine con il Paraguay. Un’esigua comunità inglese: il sessantenne e alcolizzato Charley Fortnum (console onorario, una nomina puramente onorifica per aver una volta accompagnato dei reali sul sito delle rovine), un professore di Lettere che mangia di tutto pur di mangiare, il trentenne Eduardo Plarr, medico, figlio di padre inglese e madre argentina. Eduardo non sa più nulla del padre da quando questi ha fatto fuggire la moglie e il figlio oltre il confine ed è rimasto in Paraguay a sostenere i rivoltosi. Sarà stato fatto prigioniero? Sarà ancora vivo?




    Fortnum viene rapito per errore dai rivoluzionari paraguyani al posto dell’ambasciatore americano in visita alle rovine storiche. La sua vita non vale nulla- al di là del principio di non cedere al ricatto, il governo inglese sarebbe ben felice di sbarazzarsi di un ubriacone diventato scomodo e il governo americano non è affatto interessato. Proprio adesso che, dal punto di vista personale, a Fortnum la sua vita importa molto- ha sposato una ragazza di quarant’anni più giovane di lui, tirandola fuori dal bordello, e aspetta un figlio.
     “Il console onorario” è uno dei romanzi che Graham Greene definiva ‘entertainments’, per distinguerli da quelli più letterari, come “Il potere e la gloria”. Eppure una separazione netta tra i due generi non è facile, perché anche in questo libro lo scrittore affronta i temi seri che gli stanno a cuore, quelli su cui ritorna sempre perché fondamentali, anche se  camuffati sotto una trama ricca di suspense e con i suoi lati umoristici.
Greene rifiutava di essere definito uno scrittore cattolico. Era uno scrittore, che era anche cattolico. E tuttavia in tutti i suoi romanzi i personaggi si interrogano su Dio e sulla fede e sul Male. Ne “Il console onorario”, nelle lunghe discussioni tra i rivoltosi (tra cui c’è un prete spretato, amico di infanzia di Plarr) e il medico, costretti all’inazione, chiusi nella baracca in attesa dello scadere dell’ultimatum, è proprio l’ex prete Leon a dire che anche il Male viene da Dio, che è la parte oscura di Dio. La miseria nel barrio, la fame, la morte infantile- anche quelle vengono da Dio. E però, come ne “Il potere e la gloria”, un prete resta sempre tale, anche se è indegno, anche se è peccatore, anche se ha lasciato la Chiesa- anzi no, la Chiesa non si lascia mai. In quanto prete, non è più un uomo. E può celebrare la Messa, può ascoltare una confessione (meglio, ha l’obbligo di ascoltarla), può assolvere dai peccati. È questa matrice cattolica, anche se rinnegata, che spinge Eduardo Plarr a uscire dalla baracca per trattare con la polizia. Se non lo facesse Fortnum sarebbe ucciso dai ribelli. E Plarr, che ha tradito la loro amicizia portandosi a letto la moglie di Charley Fortnum, che è il padre del bambino che deve nascere, si sente in colpa ed è geloso del vecchio ubriacone che, nonostante tutto, è capace di amare come lui, Eduardo, non sa fare.
     I personaggi di Graham Greene non sono mai unidimensionali. Si dibattono tra forze opposte, peccano perché sanno che cosa è la lealtà e però tradiscono, uccidono ma sanno che Dio ha comandato di non uccidere, vanno a puttane ma sanno che l’amore è un’altra cosa e non si può comprare, sono Male e Bene, proprio come il Dio di cui parla Leon.
     Ottima la nuova traduzione di Alessandro Carrera, un libro da riscoprire.

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mercoledì 3 luglio 2019

Mazo De La Roche, “Jalna” ed. 2019


                                                Voci da mondi diversi. Canada
                                                              saga

Mazo De La Roche, “Jalna”
Ed. Fazi, pagg. 384, trad. Sabina Terziani, Euro 18,00

      Ci sono dei romanzi che sono veramente intramontabili. Che magari vengono accantonati per anni e poi riscoperti e riproposti ai lettori che li godono come li hanno goduti generazioni di lettori prima di loro. O forse sarebbe meglio dire ‘lettrici’ in alcuni casi, come in quello di “Jalna” della scrittrice canadese Mazo de la Roche, perché sono le donne ad appassionarsi di più alle vicende dei tanti personaggi di una famiglia, in un libro o sullo schermo. E penso ai Cazalet di Elizabeth Jane Howard o a “Downton Abbey” di Julian Fellows, due serie che ho molto amato. “Jalna” ha qualcosa di entrambe, ma le precede di molti anni- il primo dei sedici libri della serie è stato pubblicato nel 1927.
      Una grande casa, con lo stesso fascino un po’ decadente della famiglia Whiteoak che la abita, è il cuore del romanzo. La casa come il personaggio principale, dunque, che vive e respira con i membri della famiglia e che deve il suo nome ad una cittadina dell’India occidentale dove, in una guarnigione britannica, era fiorito l’amore tra la bellissima Adeline e Philip Whiteoak che un’eredità inaspettata aveva portato dall’India al Canada. Soltanto alla fine di questo primo libro troviamo il riferimento ad una data che ci aiuta a collocarne le vicende nel tempo: è il 1925 e Adeline compie 100 anni, festeggiata dai tre figli, dai nipoti e dagli abitanti del villaggio nei cui confronti Adeline è sempre stata generosa e verso cui ha un atteggiamento da sovrana- quasi fosse una copia della regina Vittoria della sua giovinezza.

dal film del 1935 
     Quello che importa, in una saga, è la caratterizzazione dei personaggi che sono sempre numerosi. La bravura dello scrittore o della scrittrice si rivela nel saper attribuire una propria voce ad ognuno di loro, nell’aggiungere il tocco di una pennellata che li qualifichi, che li renda unici, che ce li faccia ricordare, facendoli emergere dall’intrico delle parentele. E Mazo de la Roche è bravissima. Oltre alla vecchia Adeline, capo indiscusso anche se dispotico della famiglia, con le sue cuffie malva, la voce tra il querulo e l’imperioso, il pappagallo che scaglia improperi in hindi, la golosità che, arrivata a questa venerabile età, non può più danneggiarla, il mistero di cui circonda l’erede designato, ci sono altri quattro personaggi dominanti- il romanzo ruota intorno a loro e alle loro storie d’amore. In passato Meggie ha respinto il fidanzato (di cui è tuttora innamorata) quando questi ha avuto una figlia illegittima (abbandonata in una cesta davanti alla sua porta). La bambina Pheasant, che ha ora diciassette anni, sposa di nascosto Piers, uno dei fratellastri di Meggie: come possono vivere le due donne nella stessa casa? Eden, fratello di Piers e aspirante poeta, sposa l’americana Alayne, la ragazza che si è innamorata delle sue poesie prima che di lui, e la porta a vivere a Jalna- non è facile per Alayne, abituata a New York, adattarsi a quella che per lei è una vita claustrofobica e soffocante. E poi c’è Rennie dai capelli rosso scuro, il vero capo famiglia che, dopo la morte dei genitori, si è preso cura dei quattro fratellastri (parola che non gli piace) più piccoli. Rennie il seduttore che unisce forza e tenerezza, l’uomo che vediamo spesso in groppa al suo cavallo- l’opposto della figura delicata del poeta Eden. In un ambiente così ristretto non è possibile evitare le correnti di attrazione magnetica incrociate, le tentazioni sembrano irresistibili, la tragedia viene sfiorata. Poi ritorna la calma dopo la tempesta. Prevalgono i valori della famiglia e il senso dell’onore. L’amore fuori legge e la passione travolgente che calpesta i sentimenti degli altri non sono ammissibili.

      Come avviene per tutte le grandi saghe, anche “Jalna” crea dipendenza. Mille domande attendono una risposta- è l’ultimo compleanno della grande vecchia, quello che viene festeggiato? Che ne sarà di Alayne dopo il ritorno al New York? e di Piers, Eden e Pheasant? Che giovane uomo diventerà il piccolo Wake che sfrutta la sua costituzione fragile per ottenere tutto quello che vuole? E anche se questo non è un romanzo grandioso, ci siamo affezionati ai personaggi,

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sabato 29 giugno 2019

Andrea Camilleri, “Il cuoco dell’Alcyon” ed. 2019


                                                                   Casa Nostra. Qui Italia
                                                                  cento sfumature di giallo



Andrea Camilleri, “Il cuoco dell’Alcyon”
Ed. Sellerio, pagg. 247, Euro 14,00

      Si infittiscono i sogni e gli incubi, in questo nuovo romanzo del ‘nostro’ Andrea Camilleri, “Il cuoco dell’Alcyon”. E’ Salvo Montalbano a sognare, e i suoi sogni, che contengono sempre un segnale di allarme, tracimano nella realtà, anzi, il confine tra sogno e realtà si fa sempre più labile. Come la sera che, sulla sua verandina, Salvo osserva la colonna di formiche che si ferma, il disco della luna che si oscura lentamente in una eclissi totale, le vele bianche della goletta Alcyon stagliarsi nel lucore- per scoprire poi che doveva essere stato un sogno. Non c’era stata nessuna eclissi, presagio funesto da sempre, e tanto meno nessuna goletta nelle acque davanti a Marinella. E però sono giorni bui nel commissariato di Vigata.
     Ci sono stati dei licenziamenti in una fabbrica di scafi il cui proprietario, il giovane Giogiò succeduto al padre, ama il gioco e le belle donne- per questi suoi vizietti il denaro c’è sempre. “A noi manca il pane ma al padrone non mancano le puttane”, dice lo striscione che gli operai hanno appeso all’ultimo piano della palazzina degli uffici. E un operaio, per la disperazione, si è suicidato in uno dei capannoni. Succede altro ancora, ma, soprattutto, succede molto al commissariato. Montalbano è obbligato a prendere ferie e, mentre è con Livia a Boccadasse, gli giunge notizia di essere stato addirittura radiato. C’è un nuovo commissario al suo posto (si rivelerà un uomo in gamba, intelligente e preparato), Fazio, Mimì Augello, perfino Catarella sono stati spostati a Montelusa (è Catarella quello che più suscita la nostra compassione in questa situazione confusa)- che cosa è successo? Che cosa sta succedendo?

      Realtà e sogno, realtà e finzione, realtà e recitazione sul palcoscenico della vita, perché a volte è necessario recitare per capire meglio che cosa avviene dietro il sipario. La crisi della fabbrica di scafi aveva portato all’attenzione quel Giogò presuntuoso e arrogante che, in qualche maniera, aveva dei contatti con la goletta fantasma, l’Alcyon che attraccava a cadenze regolari, faceva rifornimento di viveri e vini (una quantità incredibile: ma quanti ospiti aveva a bordo?), caricava un paio di ragazze con minigonne vertiginose e gambe lunghe due metri, e salpava di nuovo. La poppa sembrava essere stata adattata per far atterrare un elicottero. Che mistero si nascondeva dietro l’Alcyon? Era una bisca e insieme un postribolo galleggiante? Fatto sta che perfino l’FBI se ne interessa e appare un nuovo personaggio, un siculo-americano con un linguaggio a dir poco divertente. E da questo punto in poi il ritmo accelera, la recitazione si fa più impegnativa, tanto da richiedere una trasformazione dell’aspetto di Salvo e di Fazio, la tensione è forte e il romanzo sembra trasformarsi in uno dei libri di Emilio Salgari.

     Andrea Camilleri è unico. Ancora una volta ce l’ha fatta, ancora una volta ci ha regalato una trama che ‘tiene’, dei personaggi che non sono rimasti prigionieri delle loro caratteristiche- Salvo Montalbano non pretende di essere il giovane commissario che abbiamo conosciuto ne “La forma dell’acqua” (primo romanzo della serie, 1994), il suo legame con Livia, un po’ stiracchiato, è quello di una vecchia coppia che ha avuto la fortuna di non vivere sempre insieme, anche l’eterno dongiovanni Mimì accusa gli anni. Camilleri è brillante, ha umorismo (mi sono sorpresa a ridere durante alcune scene), è un intrattenitore e, nello stesso tempo, ha un occhio attento alla realtà sociale che lo circonda, sia questa la fabbrica in crisi, sia il barcone di poveracci in cui solo sette sono sopravvissuti su più di duecento.
 Una sola cosa mi manca, in Camilleri, devo confessarlo: la lingua italiana. Pur augurandomi la sopravvivenza dei dialetti, pur apprezzandone la ricchezza del colore, mi manca la bellezza dell’italiano e naturalmente mi dispiace non capire tutto.

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domenica 23 giugno 2019

Chaim Grade, “La moglie del rabbino” ed. 2019


                                                 Voci da mondi diversi. Diaspora ebraica



Chaim Grade, “La moglie del rabbino”
Ed. Giuntina, trad. Anna Linda Callow, pagg. 212, Euro 18,00

     Il rabbino di Graypeve e sua moglie erano ormai in età avanzata. I loro figli, già tutti sposati, vivevano a Horodne.

Due cittadine, nel mondo scomparso della yiddishland. Due coppie, quella del Rabbi Uri Zvi e la moglie Perele (di Graypeve) e quella di Rabbi Moshe Mordechai e Sara Rivka (di Horodne). Uri Zvi ha un ruolo di minor prestigio di Moshe Mordechai- quest’ultimo è il Rabbi della Sinagoga di una città più importante di Graypeve, è un dotto di gran fama, ha scritto parecchi libri, lo chiamano addirittura ‘il papa degli ebrei’. MA è infelice nella vita privata- ha avuto una sola figlia che è morta, la moglie non trova consolazione. Uri Zvi e Perele hanno tre figli e anche nipotini che abitano tutti a Horodne. Un dettaglio importantissimo: Moshe Mordechai è stato fidanzato con Perele, ma l’ha lasciata prima delle nozze. In famiglia aveva detto chiaramente il perché: Perele ‘era malvagia’.

     Quanto Perele sia malvagia (o, per lo meno, ‘difficile’) ce lo racconta Chaim Grade, di Vilna, uno dei più grandi scrittori yiddish del XX secolo, a prova che il grande rabbino Moshe Mordechai aveva veramente un intuito speciale per capire le persone che si avvicinavano a lui. Dopo che Perele ha svolto il suo compito di madre (la figlia è in eterno dissidio con lei, i figli sono ossequiosi), ha il tempo per ascoltare le chiacchiere e, quando le giunge voce della stima di cui è circondato il suo ex fidanzato, non ha più pace. E non lascia in pace il povero marito. Devono assolutamente andare a vivere a Horodne- perché mai Rabbi Uri Zvi dovrebbe lasciare un incarico sicuro? Ma per raggiungere i figli, per prendersi cura dei nipotini, è ovvio. Perele ha lo sguardo lungo, è chiaro che ha in mente altro, una scalata religiosa e sociale che porterà lei e il marito allo stesso livello di Moshe Mordechai e Sara Rivka. Un passo dopo l’altro, che noi seguiamo tra il riso e lo sdegno, schiacciando qualunque obiezione possa fare il mite Uri Zvi, senza curarsi di ferire i sentimenti di Moshe Mordechai, di Sara Rivka, dei suoi stessi figli, Perele ottiene quello che vuole. Con conseguenze che forse non avrebbe voluto neppure lei.
Sinagoga di Horodne
     C’è una grande tradizione letteraria dietro a personaggi come Perele. Per il suo arrivismo, la sua mente acuta e la battuta pronta ci fa pensare a Becky Sharp della “Fiera della Vanità” (anche Perele, tutto sommato, ambisce ad un mondo di vanità). E poi pensiamo alla Caterina de “La bisbetica domata”, a donne simili nelle commedie di Goldoni o di Molière, tutte contrapposte ad una sorella gentile e dolce, proprio come Perele è l’opposto di Sara Rivka che le porge l’altra guancia. E tuttavia è il contesto storico e logistico che rende così originale e interessante il romanzo di Chaim Grade. Perché, mentre su un piano personale assistiamo allo scontro tra le due coppie, su un altro piano leggiamo dell’opposizione tra la Agudà (la fazione ultraortodossa della vita comunitaria ebraica, contraria al sionismo) e la Mizrahi (l’ala religiosa ortodossa del movimento sionista). Va da sé che i due rabbini divengano- forse loro malgrado, ma certamente sospinti dalle manovre di Perele- gli esponenti delle due posizioni, aggiungendo quindi un motivo in più di contrasto che sfocia in un malessere generale, in una continua e sotterranea discordia nella tranquilla (un tempo, prima dell’arrivo di Perele) comunità di Horodne.
      Un libro pungente e amaramente divertente. Perché- al di là del contesto- il personaggio di Perele, così odiosa ma anche così ammirevole nella sua determinatezza, è senza luogo e senza tempo.

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venerdì 21 giugno 2019

Simona Lo Iacono, “L’albatro” ed. 2019



                                                                        Casa Nostra. Qui Italia
              biografia romanzata

Simona Lo Iacono, “L’albatro”
Ed. Neri Pozza, pagg. 220, Euro 16,50

       Non aveva ancora compiuto 61 anni, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, quando morì a Roma, nel luglio del 1957. Non aveva ancora pubblicato il suo unico romanzo ispirato alla figura del bisnonno. Anzi, nel suo letto della Clinica Villa Angela, aveva subito la frustrazione di ricevere la lettera in cui il libro veniva rifiutato dalla casa editrice Mondadori. “Il Gattopardo” sarebbe stato pubblicato dalla casa editrice Feltrinelli un anno dopo e avrebbe vinto il premio Strega nel 1959. Nel 1963 il film di Luchino Visconti avrebbe imposto nell’immaginario il volto di Burt Lancaster per il Principe Fabrizio e quello di Claudia Cardinale per la bella Angelica. Inutile dire che sarebbe stato meglio che il riconoscimento a lui dovuto fosse arrivato prima- e mi viene in mente il destino uguale di Stieg Larsson (e con questo non voglio fare un paragone di merito tra i due scrittori).
      Il romanzo “L’albatro” di Simona Lo Iacono segue una duplice narrativa- una che, dal presente dell’ultimo mese di vita dello scrittore, nel 1957, volge lo sguardo al passato più recente, e una che inizia nel 1903, quando Giuseppe Tomasi di Lampedusa ha 7 anni, e si proietta in avanti, fino a ricongiungersi con l’altra.
Nella prima il presente con la consapevolezza della malattia e i ricordi della vita da adulto, soprattutto l’esperienza traumatizzante delle due guerre, della prigionia, del ritorno a casa che sembra quello di Ulisse ad Itaca, dove nessuno lo riconosce. E poi l’amore per Licy, la moglie lettone che sua madre non poteva soffrire, perché divorziata, perché aveva un lavoro, perché era intraprendente (ma, nel suo amore esclusivo per l’unico figlio, sua madre avrebbe mai accettato che un’altra donna glielo rubasse?), la scrittura per ricreare un mondo distrutto. Il mondo che rivive nella seconda narrativa, il racconto di un bambino solitario e del suo compagno di giochi, Antonno, che lo seguirà come l’albatro della poesia di Baudelaire che la madre ha letto ad alta voce- Spesso, per divertirsi, gli uomini dell’equipaggio/catturano degli albatri, grandi uccelli dei mari,/che seguono, indolenti compagni di viaggio,/il vascello che va sopra gli abissi amari. E’ il mondo che riapparirà ne “Il Gattopardo”, quello delle due case, a Palermo e a Santa Margherita Belice, della grande famiglia, dello zio Alessandro che ci fa pensare a Tancredi, visto dall’adulto che ha gli occhi del bambino e il suo sguardo è velato di malinconia, perché sa già che è un mondo destinato a scomparire. Come scompare Antonno, il bambino che fa tutto al contrario, che scolpisce nel legno piccole opere d’arte invece di trasformare le parole in arte, che gode di una libertà che il piccolo Giuseppe avrebbe forse voluto, una sorta di doppio del principuzzu.

     Leggendo le pagine di Simona Lo Iacono le figure di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e quella del Principe Fabrizio, quella di Tancredi e quella del figlio adottivo dello scrittore, quella del cane Crab e di Bendicò, il cane del Principe Salina, finiscono per sovrapporsi nella nostra immaginazione. E’ come scostare le tende di un sipario e intrufolarsi dietro le quinte. Bello e ricco di suggestioni.

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