mercoledì 18 settembre 2019

Amy Bloom, “Due donne alla Casa Bianca” ed. 2019


                                         Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
                                                                   love story
   biografia romanzata

Amy Bloom, “Due donne alla Casa Bianca”
Ed. Fazi, trad. G. Cuva, pagg. 196, Euro 18,00

      Verrebbe da dire, ‘un romanzo costruito su pettegolezzi’, leggendo che “Due donne alla Casa Bianca” è la storia d’amore di Eleanor Roosevelt, moglie del presidente Franklin Delano Roosevelt, e la giornalista Lorena Hickock, ‘Hick’ per tutti. E invece no. Negli anni della loro passione era un segreto di Pulcinella, anche il Presidente ne era a conoscenza. Ma ci sono soprattutto le lettere tra le due donne che ne sono una prova, anche se Hick ne distrusse moltissime per non danneggiare la reputazione di Eleanor.
    Amy Bloom, psicologa e scrittrice, inizia a raccontare la storia d’amore- per bocca di Hick- dal 1945 quando la guerra sta per finire, Franklin è appena morto (accanto a lui non la moglie ma l’ennesima amante), la grande passione tra Eleanor e Hick è finita ma, come osserva Hick parlando con il Presidente poco prima che questi si trasferisca a Warm Springs dove morirà per emorragia cerebrale, “I fuochi si spengono. Ma questo non vuol dire che non ci piaccia star seduti davanti al caminetto.” “Undici anni fa vivemmo il nostro periodo d’oro”, ricorda Hick, e i ricordi si inseguono, non rispettano i tempi, Amy Bloom deve inquadrare per noi due personaggi che non hanno proprio niente in comune.
Lorena Hickock cresciuta in una famiglia poverissima nel South Dakota, violentata dal padre quando era ancora una bambina (un’esperienza che farebbe diventare lesbica qualunque donna), mandata a servizio, riacciuffata dal padre, capitata in un circo, approdata finalmente al giornalismo dove si sarebbe fatta conoscere con alcuni articoli sul rapimento di Baby Lindbergh prima di essere incaricata di scrivere di Eleanor Roosevelt. Non ne aveva scritto, poi, non avrebbe potuto. Le avevano trovato un lavoro di giornalista investigativo, in giro per il paese per sondare il livello di vita. Non è affatto bella, Lorena, grossa e tozza. Non è neppure elegante. Neppure Eleanor era convenzionalmente bella. Aveva però grandi occhi luminosi, aveva empatia e fascino. Ed era molto generosa. Eleanor voleva sapere come vivesse la gente comune- durante la guerra si mangiava malissimo alla Casa Bianca, ma Eleanor si era impuntata: non dovevano avere niente di più né di meglio di quello che le tessere annonarie davano a tutti i cittadini. A Eleanor pesavano tutti quei figli, ingovernabili e capricciosi. E sapeva benissimo che il marito la tradiva.

    Il presidente Franklin D. Roosevelt è il terzo protagonista del romanzo, accanto alla moglie e l’amica speciale di questa. Amy Bloom ne traccia un ritratto da stampa scandalistica che ci riporta alla mente il sexgate in cui fu coinvolto Bill Clinton e le dicerie (più che fondate) su John F. Kennedy (a proposito, Hick non si fa scrupoli di definire Joe Kennedy ‘un pezzo di merda’, anche se poi dice di essersi ricreduta sui figli). Franklin era un uomo affascinante, lo era diventato ancora di più da quando, a 39 anni, la poliomelite (o la sindrome Guillain Barré che indebolisce il sistema muscolare) lo rese disabile. Le donne lo adoravano. Lui si lasciava adorare.
E le rimpiazzava se si era stancato o se non potevano più stargli accanto, come accadde alla figura più tragica del libro, la sua segretaria Missy LeHand che fu mandata a casa della sorella dopo che un ictus l’aveva lasciata parzialmente paralizzata.
     Amy Bloom alza il sipario su un legame amoroso che all’epoca doveva essere scandaloso, ne scrive con una penna leggera, con humour e brillantezza. Riesce a far rivivere personaggi importanti presentandoli da un lato insolito, ne inventa altri (un cugino gay di Eleanor), accenna alle condizioni di vita dopo la Depressione e all’impegno sociale di Eleanor, descrive i funerali di Franklin D. Roosevelt (il nostro pensiero corre a quelli di Kennedy). Se sospettiamo un pizzico di pettegolezzo, ebbene, è come un pizzico di sale o di pepe su una bella storia.

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lunedì 16 settembre 2019

Chi Wei-Jan, “L’ombra nel pozzo” ed. 2019


                                                            Voci da mondi diversi. Asia
   cento sfumature di giallo


Chi Wei-Jan, “L’ombra nel pozzo”
Ed. Marsilio, trad. Riccardo Moratto, pagg. 439, Euro 19,00

   Taipei, isola di Taiwan. Wu Cheng ha cambiato vita. Ha abbandonato l’incarico di professore universitario, ha lasciato la moglie (o è lei che ha lasciato lui andando a vivere in Canada), ha anche detto addio alla professione di drammaturgo e si è messo a fare l’investigatore privato. Inizia il nuovo lavoro così, alla leggera, come fosse un gioco per ragazzi, senza nessuna idea precisa di che cosa si troverà a dover fare, con l’unica preparazione che gli viene dalla lettura di romanzi polizieschi e una bicicletta per spostarsi in città. In più, Wu Cheng soffre di depressione e di attacchi di panico per cui deve seguire una terapia farmacologica giornaliera.
    Il primo caso che gli si presenta è quello di una signora che desidera scoprire perché sua figlia eviti il padre da un po’ di tempo. No, di certo lui non l’ha molestata- di questo è sicurissima. La ragazzina esce solo per andare a scuola e lei non riesce a spiegarsi che cosa possa essere successo. In maniera molto amatoriale e divertente, con l’aiuto di un tassista che diventa suo amico, Wu Cheng risolve il caso scoprendo qualcosa che va molto al di là di quello che si poteva pensare.

    È come se questo fosse un apprendistato perché, subito dopo, succede qualcosa di ben più grave- una, due, tre, quattro persone vengono uccise con la stessa modalità, un colpo alla nuca. Nessun legame apparente tra le vittime, una singolare localizzazione del posto in cui sono state aggredite: osservando la latitudine e la longitudine dei luoghi, unendo i punti con una linea, si forma un disegno: una svastica con le braccia rivolte a sinistra. Non è quella adottata dai nazisti e diventata simbolo del Male ma quella che appare sul petto del Buddha, il simbolo buddhista dell’infinito. Che intenzioni ha l’assassino? Che messaggio vuol comunicare? Sembrerebbe soprattutto che voglia far incriminare lo stesso Wu Cheng e che lo conosca molto bene. Le telecamere- Taipei è piena di telecamere, impossibile sfuggire al loro occhio- mostrano un uomo con un berretto e una folta barba, identico a Wu Cheng. Chi può avercela con lui tanto da uccidere per farlo incolpare? Qualcuno dell’ambiente universitario? O di quello del teatro? Wu Cheng era noto per avere una lingua tagliente.

    È stato un vero piacere leggere “L’ombra nel pozzo”, primo romanzo di Chi Wei-Jan, drammaturgo e insegnante di storia del teatro presso la National Taiwan University. Perché è nuovo e originale. L’ambientazione ci incuriosisce perché credo che questo sia il primo romanzo di indagine poliziesca che si svolge a Taipei- e niente è meglio di un romanzo per trasportarci altrove, per farci conoscere una città o un paese. La trama è diversificata e stuzzicante e ruota intorno al protagonista che sembra essere più interessato a se stesso e ai suoi problemi esistenziali che a quello che si sta svolgendo intorno a lui. Ci piace l’occhio critico con cui si guarda intorno e il tono ironico con cui ne parla- i taiwanesi sono speciali per disobbedire a qualunque legge o divieto (e a noi vien da pensare che gli italiani sono molto simili, devono essere parenti stretti dei taiwanesi anche se questi sono dalla parte opposta del mondo), i taiwanesi sono dei gran truffatori (ma com’è che i metodi per imbrogliare la sanità non ci sembrano nuovi?). La soluzione del caso, inoltre, traccia un parallelo intrigante tra buddhismo e cristianesimo.

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domenica 15 settembre 2019

Arnaldur Indriðason, “Quel che sa la notte” ed. 2019


                                                                    vento del Nord
                                                              cento sfumature di giallo


Arnaldur Indriðason, “Quel che sa la notte”
Ed. Guanda, pagg. 317, trad. A. Storti, Euro 18,60

     Sembra una triplice freddura, dire che la trama di un romanzo è un ‘caso freddo’ in Islanda. Quello del nuovo romanzo di Arnaldur Indriðason è veramente freddissimo, addirittura surgelato: adesso che i turisti hanno scoperto l’Islanda, adesso che i ghiacciai si stanno sciogliendo, è proprio un gruppo di turisti tedeschi che vede il volto di un uomo nella trasparenza del ghiaccio. I trent’anni passati dalla sua scomparsa non hanno inciso sul suo aspetto, ci ha pensato la tomba di ghiaccio a tenere in fresco e inalterato Sigurvin, che viene- naturalmente- identificato subito.
    Konrað, il commissario che si era occupato del caso, è ormai in pensione, ma è ovvio che venga consultato e che, in maniera non ufficiale, partecipi alle indagini. Anche perché- come avviene sempre per i casi irrisolti, la scomparsa di Sigurvin aveva continuato ad essere un rovello per lui, collegato anche ad un increscioso episodio in cui Konrað aveva perso le staffe con un indiziato e, di conseguenza, era stato allontanato dalla polizia per un anno. L’uomo che era stato sospettato del crimine e che aveva sempre proclamato la sua innocenza, chiede di parlare con Konrað: sta morendo di cancro, ribadisce la sua estraneità all’omicidio- che senso avrebbe per lui mentire adesso? Spuntano fuori nuove testimonianze e nuovi dettagli- un bambino (nove anni all’epoca dei fatti) aveva visto un fuoristrada nei pressi dei piedi del ghiacciaio, i nuovi proprietari della casa dove un tempo aveva abitato Sigurvin avevano ritrovato un sacchetto pieno di banconote, incidenti che forse poi non erano incidenti in cui erano morte delle persone che, forse, in qualche maniera, erano collegate a Sigurvin, suicidi che forse erano omicidi camuffati da omicidi. Lentamente, pezzo dopo pezzo, sempre inseguito dai suoi demoni personali, Konrað riuscirà a dipanare le fila della matassa e a risolvere il caso. E la fine ha una sua giustizia.

      Un personaggio nuovo sulla scena, questo Konrað che inaugura una nuova serie dello scrittore islandese Arnaldur Indriðason di cui abbiamo amato i precedenti romanzi. Se Erlendur, il protagonista degli altri libri, era tormentato dal ricordo del fratellino scomparso durante una tempesta e aveva fatto della ricerca delle persone scomparse la sua principale ossessione, Konrað non può cancellare la sua esperienza di vita accanto ad un padre alcolizzato, violento, truffatore, morto accoltellato- un altro caso non risolto. C’era stato un periodo, nella vita di Konrað, in cui aveva ricalcato le orme del padre. E chissà se non avrebbe fatto la stessa fine se non avesse incontrato Erna, la donna della sua vita, la moglie che è morta troppo presto. In più- e questo è un dettaglio che avrà la sua importanza nella trama- Konrað è nato con un braccio meno sviluppato dell’altro, il che lo aveva reso vittima di bullismo a scuola.

     E tuttavia, non è tanto il protagonista a rendere diverso il ‘giallo’ di Arnaldur Indriðason. E non è neppure la trama, per quanto ben congegnata. E’ l’Islanda, con il suo paesaggio grandioso e cupo, con il suo clima che gela il corpo e i sentimenti, con i troppo pochi giorni chiari, con la solitudine che imprigiona la sua gente, che spinge gli islandesi a bere, bere senza misura. Quasi tutti i personaggi di Indriðason hanno un problema con l’alcol. O lo hanno avuto. La felicità, se esiste, dura poco, il tempo di un’eclissi di luna che Konrað e la moglie guardano insieme prima che lei muoia. E intanto questa stessa natura dell’Islanda si sta sciogliendo e Arnaldur Indriðason lancia un grido di allarme.

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venerdì 13 settembre 2019

INTERVISTA A JONAS HASSEN KHEMIRI, autore de “La clausola del padre” ed. 2019


                                                              vento del Nord



Tranne l’altezza, di svedese Jonas Hassen Khemiri, figlio di padre tunisino e madre svedese, non ha proprio niente. O meglio, ha anche lo splendido inglese in cui parla, come tutti, ma proprio tutti, gli altri svedesi che ho conosciuto. È reduce dall’evento del Festival in cui era protagonista ed è stanco. Lo assicuro che non sarà un’intervista impegnativa, che ci sbrigheremo in fretta.

Questo è un libro che parla di padri e di un padre e un figlio e del rapporto fra padre e figli. In un certo senso questo è un libro più ‘ricco’ di “Una tigre molto speciale” perché anche il figlio è diventato un padre. Come ha cambiato, il diventare padre, il suo modo di vedere l’essere genitori?
     
Ho capito molto meglio i miei genitori e nello stesso tempo sono diventati un mistero più grande per me. Da giovane pensavo che qualunque uomo abbandoni i figli- come fece mio padre- fosse un cattivo padre. Quando ho scritto questo libro, in una strana maniera ho iniziato a capire il dolore che è anche coinvolto nell’abbandono. Per me questo libro è un inno a quelli che restano. Se si fa un paragone con i miei primi libri, in quelli i personaggi avevano la possibilità di fuggire usando l’immaginazione. In questo libro volevo focalizzarmi sul coraggio che ci vuole per non fuggire, per restare.

Il figlio si lamentava dell’assenza del padre in “Una tigre molto speciale” e se ne lamenta anche adesso, in questo romanzo. Eppure il figlio è tentato di scappare, di lasciarsi tutto dietro. Che cosa lo fa ritornare?
    Il rendersi conto che non può esistere senza la sua famiglia, che è legato a loro per sempre. Quando torna a casa, lui spezza la maledizione della sua famiglia. È capace di fare quello che i suoi genitori sono stati incapaci di fare. In quell’attimo è libero. Uno dei temi del libro è questo: essere una famiglia ed essere libero. I protagonisti vogliono essere liberi all’interno della famiglia.

Fa un uso molto particolare dei diversi punti di vista, passando dalla terza persona alla prima, inframmezzando il discorso diretto. È tutto molto vivace e a volte buffo. Presta anche voce ad una sorella morta e ad un bambino di un anno: che cosa voleva mostrare al lettore attraverso i loro punti di vista?
     Pensavo che la sorella morta sarebbe intervenuta e che sarebbe stata molto arrabbiata per essere stata abbandonata e poi mi sono sorpreso che in realtà lei fosse l’unica che sembrava amare il padre. Era la più libera tra i personaggi del romanzo, era stata capace di perdonare. Aveva raggiunto la libertà perdonando.
È stato buffo scrivere dal punto di vista del bambino di un anno. La sua prospettiva sulla famiglia mostra che, in un certo senso, è lui il più adulto, ha iniziato a comportarsi come un adulto, ma è sempre la prospettiva di un bambino piccolo.


Lei ha scelto di prendere il congedo parentale. In Italia è molto raro che un padre faccia questa scelta, io non conosco nessuno che l’abbia fatta. Sono stata di recente a Stoccolma, avevo appena letto il suo libro e ho osservato quanti padri ci fossero, in giro, con bambini piccoli. Non padri e madri, non padri separati che erano di turno per stare con i bambini, ma padri che, evidentemente, erano in congedo parentale. C’erano motivi pratici per fare questa scelta, o era una esperienza che Lei voleva fare?
       In Svezia non è niente di speciale che un padre prenda il congedo parentale. Anzi, un padre che non lo prendesse sarebbe stigmatizzato, sarebbe veramente una brutta cosa. Quello che è particolare di questa famiglia è che il figlio è terrorizzato di poter essere come suo padre. Niente è facile in questa famiglia: il padre era stato un buon padre quando i figli erano piccoli e poi era scomparso. Il congedo parentale per i padri è una maniera per cambiare il mondo del lavoro: se entrambi i genitori stanno a casa, la nascita di un bambino non significa che solo la mamma starà a casa dal lavoro, non significa che solo gli uomini possono fare carriera perché le donne vengono fermate dalla nascita di un bambino. Il congedo prevede che ci siano alcuni mesi che solo il padre può prendere e sarebbe stigmatizzante andare in giro a dire che non li hai presi. Verresti giudicato malissimo.

Qual è stata la parte più pesante nell’esperienza del congedo per paternità? E la maggiore ricompensa?
     La maggiore ricompensa- è difficile sapere come sarebbe stato se io non fossi rimasto a casa. È bello vedere che i nostri bambini, se si fanno male giocando, chiamino indifferentemente il papà o la mamma. La cosa più sconcertante per me era che il mio corpo era là ma la mia mente no. Mi sembrava che non ci fosse niente che valesse la pena di scrivere sul congedo di paternità perché il dramma era assente. Poi mi sono reso conto che semplicemente descrivere una mattina con due bambini era come un film d’azione. Stava a me trovare valore nella mia vita senza cercare il dramma da qualche altra parte.
La parte più pesante? la noia e il desiderio di andarsene.

Lei appartiene a due culture. Si è mai sentito diviso fra queste due culture diverse?
     No, non ho mai avuto la sensazione di essere diviso tra due culture. Dalla mia prospettiva queste due culture sono simili. Molti hanno cercato di convincermi del contrario e io, quasi per ripicca, continuo a dire che sono simili. La differenza più grande tra le mie due famiglie di appartenenza è quella economica: la famiglia di mio padre era molto povera, a differenza di quella di mia madre. Sono i soldi a fare la differenza. Piccole divergenze economiche possono insinuarsi tra le persone e creare una frizione.

Accompagnando suo padre all’aeroporto in automobile il figlio dice al padre, “Ti perdoniamo”. Da dove viene questa capacità di perdono? Dall’aver condiviso l’esperienza di essere padre?
    Forse più dal dolore del rendersi conto che nessuno lascia i figli di sua propria volontà. E poi il figlio vede da vicino quanto sia doloroso per la sorella non poter stare con il figlio. Il perdono è forse una parola grossa, forse è meglio dire che si capiscono meglio. Il perdono è una specie di comprensione e alla fine il figlio è grato al padre perché gli ha insegnato che cosa non debba fare.

recensione e intervista saranno pubblicate su www.stradanove.it



mercoledì 11 settembre 2019

Jonas Hassen Khemiri, “La clausola del padre” ed. 2019


                                                                vento del Nord

Jonas Hassen Khemiri, “La clausola del padre”
Ed. Einaudi, trad. Katia De Marco, pagg. 256, Euro 19,50

     Un nonno che è anche un papà. Un figlio che è anche un papà. Una sorella che è anche una figlia ma non è più mamma. Una ragazza che è anche una mamma che lavora come avvocato del sindacato. Sono questi i protagonisti senza nome del nuovo- molto bello, molto vero, divertente con un pizzico di tristezza perché la vita non è fatta solo di momenti allegri e sereni- romanzo di Jonas Hassen Khemiri, scrittore svedese figlio di padre tunisino e madre svedese. Per dieci giorni entriamo nella vita di questa famiglia, ne facciamo parte, seguiamo le piccole e grandi avventure delle loro giornate raccontate da diversi punti di vista- è come se volgessimo la testa dall’uno all’altro per prestare attenzione a quello che hanno da raccontarci. Ed è incredibile quanto Jonas Hassen Khemiri riesca a dirci di loro, del loro presente e del loro passato.
      Al centro di tutti c’è il papà che è anche un nonno- la figura del padre che giganteggiava nel primo romanzo che abbiamo letto di Khemiri, “Una tigre molto speciale”. Il papà che è anche un nonno è appena tornato a Stoccolma dove si fermerà per dieci giorni. Ritorna due volte all’anno, dice che è per vedere figli e nipoti, in realtà è perché, se soggiornasse più a lungo nel suo paese di origine, verrebbe considerato un residente e dovrebbe pagare le tasse. E poi approfitta del servizio sanitario svedese, fa riserve di insulina ed esami clinici. Il nonno che è anche un papà è divertente, è uno spaccone, è un venditore nato (riuscirebbe a vendere il miele alle api), è egocentrico- solo lui è perfetto. Come ha fatto a fare un figlio che è un perdente? Per fortuna che la figlia è una donna in carriera, peccato che abbia sposato quel primo marito che poi è riuscito ad avere l’affido del loro figlio. Peccato- ma il papà che è un nonno non lo sa ancora- che lei aspetti un figlio (non voluto) da quello che non vuole considerare il suo ragazzo, un insegnante di ginnastica più giovane di lei.

E’ un padre ingombrante, questo papà che è anche un nonno e che ha- pure lui- i suoi fallimenti alle spalle. Perché non parla mai dell’altra figlia, quella che viveva in Francia con la madre, e che era morta? Perché la seconda moglie svedese lo ha lasciato? Perché non dice anche che dei due figli svedesi si è occupato molto poco e molto saltuariamente? Il figlio che è anche un papà, che si sente oberato dalle sue responsabilità come figlio primogenito e come padre di due bambini piccoli, ne risente tuttora.
       Se tutto sembra sempre ritornare alla figura del padre che è anche un nonno, il vero protagonista del romanzo è però il personaggio del figlio che è anche un papà e che ci incanta con la sua buona volontà di essere un padre sollecito e attento come il suo non è mai stato. Il figlio che è anche un papà è in congedo parentale da quattro mesi e non ne può più (e la ragazza che è anche una mamma che è stata a casa undici mesi quando è nata la prima bambina? Ci ha mai pensato, lui, a come dovesse sentirsi?). Non ne può più di notti senza dormire, di pannolini con la cacca, di leggere libri a voce alta, di giocare cento volte allo stesso gioco, di fare la spesa, di portare i bambini nelle ludoteche, di non avere mai un attimo per sé. E’ facile parlare di uno scambio di ruoli, è difficile mantenere la stima della propria compagna quando è lei a portare a casa i soldi.

     Non ricordo di aver letto una storia di famiglia così sincera e a cuore aperto, così vera e spontanea in tutti i suoi dettagli. Soprattutto non ricordo di aver mai letto una storia di ‘maternità’ che è invece una storia di ‘paternità’, di un papà che si occupa a tempo pieno dei bambini sostituendosi in tutto alla mamma, sperimentando la fatica, la noia della ripetitività, il tempo che non passa mai, ma anche le grandi gioie delle scoperte condivise, il ritorno dell’affetto- quando lui, esasperato, una notte non torna a casa, il nonno è perfino seccato dalla domanda assillante della bambina, ‘dov’è il papà?’, ma noi in quella domanda sentiamo crollare il mondo. Un libro che consiglio a tutti. Soprattutto ai papà italiani.

lo scrittore era presente al Festival della Letteratura di Mantova
la recensione e l'intervista che segue saranno pubblicate anche su www.stradanove.it
trovate le recensioni degli altri libri dello scrittore sotto l'etichetta 'vento del Nord' 2017


martedì 10 settembre 2019

INTERVISTA A NADEEM ASLAM, autore di “Il libro dell’acqua e di altri specchi” ed. 2019


                                        Voci da mondi diversi. Asia



    Avevo già incontrato Nadeem Aslam nel lontano 2005, è impossibile che se ne ricordi. È cambiato- chi di noi non lo è? Sempre molto affabile, di una gentilezza che è più orientale che inglese. Incominciamo a parlare, in una stanza con la finestra aperta sul cielo blu di Mantova. Parliamo del suo ultimo romanzo che ho amato quanto i precedenti.

C’è molta violenza all’inizio del Suo romanzo- musulmani contro cristiani, la voce accusatoria che proviene dal minareto, i droni americani, la spia americana che spara sulla folla: il Pakistan è un paese così violento?
      Uso tutti questi episodi, questi fatti, per rendere la narrazione più intensa, per parlare della società in questa maniera e, però, tutte queste cose non accadono insieme. Tutto quello di cui parlo nel libro è più o meno vero. Io non ho molta immaginazione e quello che accade nella realtà è più interessante dell’immaginazione. Prendo sempre spunto dalla vita reale per costruirci sopra. Il mito dice che Zeus è andato a letto per nove notti con la dea della memoria e il risultato di quelle nove unioni furono le nove muse: ecco come nasce l’Arte. C’è la tua esperienza e in più c’è la scintilla divina che è Zeus. È come se ci fosse una scossa elettrica e tutto diventa più intenso. Ho costruito su quello che è reale. Inizio sempre dalla vita vera e, dopo aver scelto il soggetto- che può essere un avvenimento di 10 anni fa oppure di ieri- decido di scrivere. Ci sono scrittori che iniziano con un personaggio, una situazione o un sentimento che poi diventa il romanzo. Io no: incomincio con un avvenimento e poi scrivo un libro che è fatto di migliaia di dettagli presi dalla vita vera e anche inventati.

I libri hanno un ruolo importante nel romanzo. “Leggere è una magia”, dice Massud alla bambina Helen. Ho pensato molto al significato di Nargis che ripara le pagine strappate con un filo d’oro e anche al titolo del libro del padre di Massud, “Affinché si conoscano a vicenda”. La cultura ha un ruolo essenziale nel portare i popoli alla pace?
    Sì, la risposta è semplice. Italo Calvino è stato la mia porta d’ingresso in Italia: la mia prima impressione è attraverso uno scrittore, poi magari si va oltre. I libri sono il cancello di ingresso. Thomas Mann mi ha introdotto alla Germania e Garcia Marquez all’America Latina. Le storie sono importanti, ecco perché si bruciano i libri. Penso che pubblicare sia essenziale, si cerca di documentare qualcosa. Ecco perché il filo d’oro per cucire le pagine: i libri sono preziosi.

L’isola nel fiume dove i tre personaggi trovano rifugio- è un luogo simbolico?
     Queste isole esistono, ne ho visitato una su cui c’era un tempio indù, si doveva essere indù per poterci andare. Io ci sono riuscito tramite conoscenze. L’isola poteva essere un ‘santuario’, un rifugio sicuro, per Nargis e i due giovani, per un certo periodo. Questa dell’isola è in realtà la prima pagina che ho scritto del romanzo e dopo ho iniziato a pensare: come sono arrivati qui?

C’è molto odio e tuttavia c’è anche tanto amore accanto all’odio. Ci sono bellissime storie d’amore, quella di Nargis e Massud, di Lily e Grace, di Lily e Aysha, di Helen e Imran. Provava sollievo nello scrivere d’amore dopo aver scritto dell’odio?
    Penso che ad un certo punto si debba interrompere: un libro ti dice come scriverlo. Vai troppo in là e ti accorgi che ti devi fermare e parlare delle ali di un uccello o della musica. Anche nella vita è così. La guerra non ferma il sesso dall’essere sesso, una coppia dall’essere coppia.

Ci sono stupefacenti immagini di una bellezza fragile- il museo del vetro, la città di carta. Contengono il messaggio che l’amore e la bellezza sono ancora possibili? Da dove ha preso queste immagini?
     Ho visto un museo del vetro in Pakistan ma avevo in mente il Museo del Vetro di Harvard: è bellissimo. La città di carta, invece, è una mia invenzione. Le cose fragili sono un contrappunto alla violenza e sono un esempio di come si possa sopravvivere. Sì, sono un messaggio di speranza.
Fiori di vetro- museo di Harvard
Mi sono piaciute le immagini dei due edifici in miniatura dentro la stanza, per poter leggere e studiare restando al caldo. La scelta di queste due moschee in particolare è stata fatta perché entrambe, Santa Sofia di Costantinopoli e la Mezquita di Cordoba, sono state sia una chiesa sia una moschea?
    Inizio spiegando da dove mi è venuta l’idea. Prova la mia tesi che io non ho immaginazione. Ho visto un programma in TV con una grande dimora inglese di proprietà di un aristocratico, che però non aveva i soldi per mantenerla. Si vedeva un enorme atrio con armature e quadri giganteschi e poi, lì dentro, una casupola di legno in cui lui viveva con una stufetta. Santa Sofia e la Mezquita di Cordoba sono nel pensiero pakistano. Sono una ferita e una grande perdita perché la Moschea di Cordoba non è più una moschea, non sono più quello che erano in origine.

Uno dei personaggi dice, “non ho il diritto di disperarmi perché non ho fatto abbastanza”. Che cosa si potrebbe fare?
      Dipende dalla situazione. Non sono una persona che vede in bianco e nero. Sono capace di giudicare una situazione e rispondere adeguatamente. C’è però una costante, anche se poi tanto dipende dalla contingenza: la solidarietà con i deboli.
Mezquita di Cordoba
L’America è vista come una potenza oscura dietro la scena. Qual è il suo ruolo?
    Non siamo forti come gli americani. L’episodio della spia americana è successo veramente. Tutto è successo così come ne parlo, anche i ricatti. Il Presidente Obama ha detto che il loro diplomatico doveva essere rilasciato, ma sapeva benissimo che era una spia. L’America è una potenza oscura dietro il Pakistan. Però c’è una resistenza, c’è una luce in fondo.

Imran sembra essere nel romanzo per farci conoscere l’oppressione in Kashmir. E il Kashmir fa notizia in questi giorni, purtroppo. Che cosa sta succedendo?
     L’India sta facendo oppressione sul Kashmir e devono smettere. Il Kashmir aveva uno statuto speciale e ora l’India glielo rifiuta.


Ho osservato che il nome di Suo padre appare quattro volte in questo romanzo, dà anche il suo nome ad una strada e a una prigione…
     E’ vero, ha contato giusto. In tutto quello che scrivo c’è sempre un personaggio con il suo nome. Anche nel libro che sto scrivendo c’è una madre che aspetta un bambino e vuole chiamarlo con il nome del poeta, mio padre, perché ama le sue poesie. Poi nasce una bambina ma lei gli dà ugualmente il suo nome. E tuttavia la storia di quel poeta che era mio padre deve ancora essere scritta- la scriverò.

recensione e intervista saranno pubblicate anche su www.stradanove.it



lunedì 9 settembre 2019

INTERVISTA A HARALD GILBERS, autore di “La lista nera” ed. 2019


                                       Voci da mondi diversi. Area germanica
                                    cento sfumature di giallo


Giorni intensi, quelli del Festival della Letteratura di Mantova, giunto alla sua ventiduesima edizione. Giorni in cui ci si muove per la città per andare da un evento all’altro, giorni in cui tutti, ma proprio tutti, parlano di libri e di scrittori.
Piove, la mattina in cui incontro Harald Gilbers. Dobbiamo cercare rifugio ad un tavolino sotto i portici. Forse però è questa l’atmosfera giusta per parlare dei suoi romanzi, della guerra, di Berlino in macerie.

Ho letto tutti e quattro i suoi romanzi e mi è diventato sempre più chiaro, mentre leggevo, che i suoi libri vanno al di là dei limiti del genere. Che cosa aveva in mente quando ha iniziato a scriverli, che cosa c’è dietro la trilogia di Berlino?

     Quando ho iniziato il primo romanzo, mi sono messo a scrivere il tipo di romanzo che io avrei voluto leggere. I romanzi storico-polizieschi mi paiono troppo superficiali. I romanzi storici tendono ad essere aridi- io ho cercato di mescolare tutto quello che mi interessava. Ho studiato Storia e Letteratura e anche Letteratura inglese e Storia americana della cultura: ha un approccio diverso alla Storia, un approccio interdisciplinare che combina arte, storia, musica, vita privata, un approccio che non è comune nella Storia tedesca tradizionale che si concentra di più su date e fatti. Io volevo sapere anche delle vite private: i miei nonni erano già morti, io ero curioso, mi era chiaro che non volevo i tradizionali romanzi con delitto, volevo un’ambientazione storica. In generale la trama con delitto è un mezzo per spiegare un contesto storico. Oppenheimer voleva scoprire le motivazioni dell’assassinio, come l’ambiente storico influenzasse le persone.

Pensavo che la trilogia avrebbe concluso la serie con Oppenheimer come protagonista, e invece prosegue con “La lista nera”. Ha cambiato idea?
      Quando ho scritto il primo romanzo, pensavo a una struttura diversa, pensavo ad un primo romanzo che si svolgesse nel 1944, e poi uno nel 1949 e uno nel 1953. Pensavo di far passare un tempo più lungo nelle ambientazioni dei romanzi, e però era intrigante scrivere dei cambiamenti di Berlino in un tempo più ristretto. Il mio editore mi sollecitò a scrivere più romanzi ambientati durante la guerra e io ho seguito il suo consiglio.

Ho pensato parecchio a Oppenheimer, alla scelta del suo nome- al termine di “Atto finale” viene chiesto a Oppenheimer se abbia parenti negli Stati Uniti- e alla Sua scelta di aver fatto di un ex ispettore ebreo il personaggio principale dei Suoi romanzi. Che possibilità Le dava questa scelta?
Julius Oppenheimer
     Il concetto base è che Oppenheimer è un perdente, uno di quei personaggi che i lettori amano. Avevo chiaro quello che volevo fare- descrivere i bombardamenti, mostrare gli effetti devastanti della guerra, ma non cadere, però, nella trappola revisionista: il nazismo fu un crimine. Volevo sottolinearlo scegliendo un personaggio ebreo che è in pericolo perché può essere mandato in un campo di concentramento: nel primo romanzo gli assassini sono al governo. Alcuni ebrei potevano ancora vivere a Berlino nel 1944. Goebbels si lamentava che Berlino non potesse essere Judenrein. Nel gennaio del 1945 gli ultimi ebrei di Berlino furono deportati nei campi. Una delle mie fonti è Viktor Klemperer: la sua situazione, descritta nei suoi diari, è simile a quella di Oppenheimer. Nel 1944 Oppenheimer è un perdente, un estraneo. Avevo bisogno di un nome e nel 1944 Oppenheimer sarebbe stato subito riconosciuto come un nome ebreo. Non volevo neppure sembrare insolito nella mia scelta. Poi ho visto un film del 1942 della propaganda nazista, “Suss l’ebreo” con la regia di Veit Harlan, in cui c’è la tipica figura dell’ebreo cattivo. Il nome del personaggio principale era Oppenheimer.
Nei primi tre libri ‘smonto’ questo personaggio e alla conclusione di “Atto finale” lui ha toccato proprio il fondo, si domanda se esista la giustizia. Poi, in “La lista nera”, si sta ricostruendo a poco a poco.

In “La lista nera” Lei esplora la colpa, vari gradi di colpa. Le vittime dell’assassino sono colpevoli minori, ma anche il silenzio degli abitanti di Weyburg è colpevole. È il silenzio, il ‘non c’ero, non sapevo, non ho visto’, la colpa che tutti hanno in comune?
    Il silenzio li rende complici. Distolgono lo sguardo. E’ un male strutturale che non è poi così male di per sé, ma diventa una minaccia quando si tratta di molte persone tutte insieme. I piccoli nazisti diedero a Hitler un grande potere: usavano l’opportunità a loro vantaggio. Quindi era un Male che veniva non tanto dai grandi al potere ma dalla gente comune.


Come lettrice ho trovato impossibile non simpatizzare con l’Angelo della Morte. Anche Oppenheimer lo capisce fin troppo bene. La tensione finale fra i due uomini è fortissima. Le è stato difficile pensare ad un finale equo?
    La fine del libro è quella che ho scritto all’inizio. Non potevo salvare l’Angelo della Morte, un personaggio tragico. Oppenheimer lo capisce. In altre circostanze Oppenheimer sarebbe stato come lui. L’assassino diventa la vittima e le vittime sono gli assassini. Fin dall’inizio la fine mi era chiara. Ho scritto mirando alla fine perché la fine andasse bene per quello che avevo scritto. Come in “Atto finale”.

Il paesaggio del lago ghiacciato e dell’imbarcazione imprigionata nel ghiaccio- sono paesaggi dell’anima?
     In una certa maniera sì. Contribuiscono a caratterizzare l’Angelo della Morte. L’imbarcazione è la sua mente. E poi quello del 1946 è l’inverno della fame- l’azione si svolge in questo periodo in cui tutto alla fine è congelato.


In tutti e quattro i romanzi Berlino è protagonista. Deve aver fatto molte ricerche per essere così accurato nelle descrizioni. Ha anche parlato con dei testimoni, con persone che hanno vissuto quegli anni?
     Ho fatto molti viaggi a Berlino per guardare i luoghi che sarebbero entrati nel mio romanzo. La città è cambiata. La si deve immaginare 70 anni fa. Adesso le vittime e la maggior parte dei testimoni sono morti. Ho cercato delle fonti primarie, diari, films, ho ricostruito le immagini della città: ecco, mi è stato possibile ricostruire sulla Storia, mi sarebbe più difficile scrivere un romanzo sulla Berlino di oggi.

Proviamo compassione per il personaggio del bambino Theo. Rappresenta tutte le vittime tedesche innocenti?
      Per me Theo era la possibilità di far iniziare a Oppenheimer una nuova vita con un figlio adottivo che prendesse il posto, in qualche maniera, della figlia morta. Nelle fonti ho cercato dei soggetti interessanti: c’erano tanti bambini rimasti soli, alla deriva, a Berlino. Theo mi serviva come espediente per la trama e nello stesso tempo era vero.


 Recensione e intervista saranno pubblicate anche su www.stradanove.it