lunedì 11 novembre 2019

INTERVISTA A BENEDICT WELLS, autore de "L'ultima estate" 2019


                                       Voci da mondi diversi. Area germanica
                                            
copy R. Eberhard
Avevo incontrato Benedict Wells quando era venuto in Italia per la pubblicazione de “La fine della solitudine”. Questa volta, però, non sono riuscita ad incontrarlo e, tuttavia, desideravo fargli delle domande sul suo romanzo giovanile (si fa per dire, Benedict Wells è tuttora giovanissimo). Ed ecco l’intervista per posta elettronica.

Questo è un romanzo molto differente da “La fine della solitudine” ma, in qualche maniera e in modo diverso, Lei anticipa alcuni dei temi di quel libro, come se la assillassero. Segue i suoi personaggi nella loro evoluzione verso la maturità e “L’ultima estate” è un doppio romanzo di formazione: come mai Robert Beck, 37 anni, non ha ancora trovato la sua strada nella vita? Ha tutto a che fare con i suoi genitori? Non è questo un modo per non accettare la sua responsabilità? Ed è questo che Rauli gli insegna, capovolgendo l’ordine naturale e diventando l’insegnante del suo insegnante? Tante domande in una, lo so…
     
   È difficile dire perché qualcuno non trovi la sua strada nella vita. Penso che sì, decisamente Robert Beck sia stato ferito quando era un bambino e, perfino peggio, non poteva parlarne con nessuno e per questo ha sviluppato un atteggiamento cinico e un carattere chiuso. E poi cercava le cose che voleva, ma forse non erano le cose di cui aveva bisogno. Ecco perché è incapace di prendere delle decisioni e si sente perso quando all’improvviso incontra Rauli. Quindi sì, per un certo periodo sembra che Rauli diventi una sorta di insegnante per lui, ma non dura molto perché anche Rauli ha i suoi segreti e i suoi demoni. Anche se nella giovinezza c’è pura semplicità e forza, dopo ce ne dimentichiamo quando tendiamo a pensare troppo su tutto.


A proposito, è strano che entrambi i suoi titolo inizino con una parola che significa che qualcosa è finito- mi chiedo che cosa significhi…
    È una coincidenza, gli altri miei libri hanno titoli molto diversi. Ma è per domande così che spesso imparo qualcosa sul mio lavoro. Quando ho scritto “L’ultima estate”, ero molto giovane, avevo 21 anni. Non avevo idea di quali fossero le mie tematiche, scrivevo dall’interno. Mi sono reso conto dopo- anche grazie alla domanda di un giornalista- che sembra che ‘la solitudine’ sia il mio argomento: lo si trova in ogni libro e naturalmente anche ne “L’ultima estate”.
Il rapporto fra Robert e Rauli è molto interessante: Rauli è una sorta di doppio di Robert?
   Direi di no. Piuttosto mi ha sempre fatto pensare al giovane Bob Dylan, un giovane genio vulnerabile che racconta storie di continuo, alcune vere e alcune no. Rauli non è affatto cinico come Beck, è puro ed aperto, sa come esprimere i suoi sentimenti. Ecco perché rappresenta una sfida per Beck che all’inizio è molto riservato.

E Rauli è una prova di quello che sosteneva nel suo altro romanzo- che il vero talento è la forza di volontà, come diceva Jules ne “La fine della solitudine”?
      
   Ho scritto di Rauli molti anni prima di scrivere “La fine della solitudine”, ma sono d’accordo. Sì, alla fine tutto il talento va sprecato perché semplicemente Rauli non lo vuole abbastanza.

Devo confessare che non mi è piaciuto il personaggio di Lara. O ,forse, è la controparte giusta per il personaggio di Robert: il loro rapporto è un incontro di due solitudini?

   Posso capire benissimo il suo punto di vista. Mi piacciono molto i personaggi femminili forti come in “La fine della solitudine”. Ma, ad essere onesti, “L’ultima estate” è soprattutto un romanzo su tre uomini molto diversi che si ritrovano a fare un viaggio delirante alla volta di Istanbul, perciò Lara non ha abbastanza tempo sul palcoscenico per avere un impatto più profondo. Ma è molto importante per Beck. Alla fine lui non le può dare quello che lei vuole, ma lei spezza la sua superficie ghiacciata. Volevo anche qualcuno che apportasse delle conseguenze nella sua vita. Lei è indipendente per conto suo e non ha intenzione di aspettarlo per sempre. Volevo una storia d’amore realistica e non di stampo cinematografico.

Il romanzo è pieno di musica- è naturale visto che nel nostro incontro precedente mi ha detto che ama molto la musica. Vorrei che mi dicesse di più sulla scelta di appuntare la nostra attenzione su Bob Dylan. Robert lo odia perché suo padre lo amava, e tuttavia è Dylan che gli appare nella sua allucinazione.
     
    Personalmente sono un grande fan di Bob Dylan, ma non avevo pianificato fin dall’inizio che avesse un ruolo così importante. Si è insinuato da solo nel romanzo. È iniziato con Beck che lo odiava perché suo padre lo amava tanto. Poi- come ho detto prima- Rauli era per me un poco come il giovane Dylan. E ascoltavo molto la sua musica mentre scrivevo il romanzo e per questo ho intitolato ogni capitolo come una canzone di Dylan. E mi piaceva l’idea che, fra tutte le persone possibili, fosse proprio Dylan che dice a Beck che cosa debba fare. C’è molta saggezza nelle canzoni di Dylan, e allora ho pensato: questo tizio mostrerà il cammino al mio protagonista.


Perché ha scelto la fine degli anni ‘90 come tempo in cui ambientare il romanzo?
   Semplicemente volevo catturare quel tempo. E non mi piace molto scrivere del futuro. Ho finito il romanzo nel 2007 e la storia inizia negli anni ‘90 ma finisce nel 2008. Sarebbe stato strano scrivere qualcosa che si svolge, diciamo a dieci anni di distanza nel futuro, perché non sai mai che cosa succederà e non puoi controllarla in quanto narratore. Il passato è tuo, il futuro è aperto.
Lei stesso entra nel romanzo come ex studente di Robert e mi ha fatto pensare ai romanzi del ‘700 quando lo scrittore faceva sentire spesso la sua voce nel libro che stava scrivendo. Qual è il suo ruolo nel romanzo?
     Volevo decostruire un poco il romanzo classico. La mia parte, poi, è anche una sfida. Beck è piuttosto un personaggio, a volte cinico e duro, e io volevo mettermi nel romanzo per fargli delle domande e vedere dietro la sua maschera. Era anche un modo per raccontare una storia in una maniera che speravo fosse interessante e insolita, specialmente la fine. O almeno, questo è quello che pensavo quando avevo 21 anni.

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recensione e intervista saranno pubblicate su www.stradanove.it



sabato 9 novembre 2019

Benedict Wells, “L’ultima estate” ed. 2019


                                          Voci da mondi diversi. Area germanica
    romanzo di formazione

Benedict Wells, “L’ultima estate”
Ed. Salani, trad. Margherita Belardetti, pagg. 408

     Indice del romanzo “L’ultima estate” dello scrittore tedesco Benedict Wells: non una divisione in capitoli ma una tracklist con un lato A e un lato B, come in un CD musicale. Ed è la musica, che ha tanto risalto ne “La fine della solitudine” che già abbiamo letto, il leit motiv del libro, con due versi di una canzone che ricorrono, che si impongono come significato dell’intera vicenda. There is no business like show-business, there was no delusion like self-delusion. Il mondo dello spettacolo che ti divora, l’auto-illusione che fa perdere il contatto con la realtà.
     1999. Robert Beck, trentasette anni, insegna tedesco e musica in un liceo di Monaco. È un insegnante per ripiego, come tanti. Sognava di diventare un astro della musica- there was no delusion like self-delusion. Era stato estromesso dalla band. A lui piace pensare che il motivo fosse un litigio, ma era stato veramente per quello? E comunque era stato il padre a spingerlo all’insegnamento, un padre severo e incapace di mostrare affetto che era stato lasciato dalla moglie, la madre di Robert. Poi succede qualcosa, a scuola. Per caso Robert sente un alunno suonare e capisce subito che è straordinariamente dotato. Il diciassettenne Rauli Kantas è immigrato dalla Lituania, il suo tedesco è pessimo, i suoi risultati scolastici lo sono altrettanto. Ma, quando suona la chitarra, Rauli si trasforma. È un genio. E Robert Beck decide che impiegherà i soldi dell’eredità di suo padre per aiutare Rauli a sfondare come musicista.

     In un certo senso anche “L’ultima estate”, come “La fine della solitudine”, è un romanzo di formazione. Di una duplice formazione, di Rauli e di Robert, nonostante l’età di quest’ultimo. E’ come se Rauli fosse il doppio di Robert, fosse il Robert che sarebbe potuto essere- se avesse avuto il suo estro. E Robert crede di essere lui ad insegnare qualcosa a Rauli, di diventare un sostituto di un padre assente e violento. In realtà è il contrario. Rauli che sfida se stesso nel pattinaggio artistico, che continua ad esercitarsi in un triplice salto nonostante le continue cadute, insegna a Robert che non si deve mollare mai, che non si deve rinunciare a qualcosa pur essendo consci dei propri limiti.
     E poi c’è il viaggio, assolutamente necessario in un romanzo di formazione. Il legame del tipo padre e figlio che si è stabilito tra Robert e Rauli, macchiato dall’ambiguità di una certa qual gelosia da parte di Robert, sbilanciato dall’assenza di una donna perché Robert è incapace di prendere la decisione di lasciare Monaco e seguire a Roma la ragazza di cui è innamorato, si arricchisce però con la presenza di un terzo personaggio, lo stravagante amico di Robert, il nero Charlie che ha problemi di droga e si mette in testa di raggiungere la madre e il fratello a Istanbul. MA Charlie ha paura di volare. Il romanzo di formazione diventa un romanzo on the road, il nuovo romanzo on the road europeo della fine degli anni ‘90, attraverso Ungheria, Romania e Bulgaria. Ricco di incontri, di momenti adrenalinici, di altri di puro terrore, di fughe e di soste, con sparatorie e accoltellamenti. E musica.

     Non voglio dire come si conclude il viaggio, come si separino le strade dei tre protagonisti, che cosa abbia imparato ognuno di loro. Di certo, quando lo scrittore stesso, che interviene nel libro in prima persona, incontra Robert Beck, lo trova cambiato- è il 2007. E da lui apprende che ne sia stato di Rauli e di Charlie. Ho sempre considerato l’estate del ‘99 come una brutta estate….Ma nel frattempo ho capito che è stato il periodo più bello della mia vita- dice Robert. È come se una parte di me fosse rimasta per sempre in quell’estate. È allora che ho sentito davvero il gusto di vivere per l’ultima volta.
     In questo romanzo insolito Benedict Wells anticipa dei temi che sembrano assillarlo- la solitudine affettiva, la difficoltà di concedersi ad un legame d’amore, l’assenza dei genitori e che cosa ne consegue, la difficoltà di dare un indirizzo alla propria vita, la necessità del coraggio di scegliere. Un bel libro traboccante di note musicali.

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seguirà a breve intervista con lo scrittore
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copy Richard Eberhard


mercoledì 6 novembre 2019

Sujata Massey, “La pietra lunare di Satapur” ed. 2019

                                                           Voci da mondi diversi. India
cento sfumature di giallo

Sujata Massey, “La pietra lunare di Satapur”
Ed. Neri Pozza, trad. Laura Prandino, pagg. 380, Euro 18,00


  Anni ‘20 del secolo scorso. Il principato di Satapur nel nord dell’India. Il maharaja è morto un paio di anni prima, di colera. Il piccolo maharaja suo figlio, che avrebbe dovuto regnare appena raggiunta l’età, è morto da poco in un tragico incidente di caccia, sbranato da un leopardo o da una tigre. L’erede al titolo è il fratellino di dieci anni. È il governatore britannico del principato che, per legge, è tutore del piccolo maharaja e di sua sorella, una bambina che ha qualche anno meno di lui. Ed è per decidere quale scuola il maharaja debba frequentare che si richiede l’intervento di Perveen Mistry, l’avvocato parsi con un’infelice storia matrimoniale alle spalle che già abbiamo conosciuto nel precedente romanzo “Le vedove di Malabar Hill”. Perché l’anziana maharani madre e la giovane maharani rimasta vedova da poco hanno scritto due lettere esprimendo pareri diversi. Mirabai, la maharani giovane e mamma dei bambini, è molto esplicita: chiede che suo figlio venga iscritto ad una scuola in Inghilterra. Non solo perché così si preparerebbe meglio per i suoi compiti futuri di sovrano, ma perché la sua vita non è sicura a palazzo reale. Vuol lasciar intendere che la morte del marito e poi del figlio non sono state accidentali? E, come nel caso delle vedove di Marabar Hill, anche le due maharani osservano il purdah e possono incontrare soltanto un avvocato donna.

     Possiamo intuire quale sia il filone ‘giallo’ del romanzo, appare presto chiaro che qualcuno sta tramando per farsi strada al titolo di maharaja togliendo di mezzo i legittimi eredi. Potrebbe essere lo zio dei bambini? Per legge, però gli sarebbe impossibile- solo un discendente diretto può ereditare il titolo. I sospetti di Perveen (che corre il rischio di essere avvelenata lei stessa) si spostano da un personaggio all’altro. Fino al colpo di scena finale.
C’è però altro che ci trascina nella lettura rendendola molto piacevole. Con molta delicatezza la trama gialla si intreccia con una sfumatura di rosa- Perveen si è lasciata alle spalle la brutta esperienza con il marito e però non è libera. Per la legge parsi i maltrattamenti del marito e i suoi tradimenti non sono sufficienti per chiedere il divorzio. Ed ora si sente attratta da Colin Sandringhan, il governatore del principato per conto dell’Impero britannico. Un giovane generoso e intelligente che la corteggia con discrezione e si sente umiliato quando lei lo respinge senza spiegargli il perché. Diamo tempo al tempo…

E poi l’India. Un’India un poco selvaggia, con percorsi accidentati (e però alla fine si apre un futuro di progressi mentre per la prima volta una maharani sale su un treno che la riporta a palazzo), trasporti in palanchino (Perveen si preoccupa per gli uomini magri che devono reggere il suo peso), foreste e animali feroci. D’altro canto questa è l’India dei maharaja e le descrizioni dei marmi e degli intarsi di pietre preziose nelle stanze del palazzo lasciano senza fiato. Piacciono anche i dettagli minori, dei sari delle donne, dei gioielli, dei cibi.
     “La pietra lunare di Satapur” non è un thriller da brividi. E’ un mystery elegante, un ‘giallo’ indiano molto inglese nella sua discrezione, con un personaggio intrigante che ci fa conoscere la storia e le leggi del raj dal punto di vista di una comunità di minoranza.
      Chi soffre di ‘mal d’India’ lo apprezzerà moltissimo. Chi non conosce l’India pure.

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copy Jim Burger

martedì 5 novembre 2019

Inge Sargent, “Il tramonto birmano” ed. 2016

                                                Voci da mondi diversi. Area germanica
                                                 Voci da mondi diversi. Asia
  romanzo storico

Inge Sargent, “Il tramonto birmano”
Ed. add, trad. M. Emo e P. D’Ortona, pagg. 283, Euro 18,00   

       2 marzo 1962. Centinaia di soldati birmani circondano East Haw, la residenza del principe Sao Kya Seng e della sua famiglia. Il generale Ne Win aveva appena effettuato un colpo di stato instaurando la dittatura che metteva fine al governo indipendente dello Shan, piccolo stato nord-occidentale della Birmania con una sua propria etnia. Sao Kya Seng non era a East Haw. Era andato a Taungyi a far visita alla sorella ammalata, sarebbe dovuto essere sulla via del ritorno. Sua moglie, la Mahadevi, non sapeva ancora che era stato arrestato e che, forse, era stato ucciso subito, senza neppure venire incarcerato. Quella che leggiamo è la sua storia, scritta dalla moglie, l’austriaca Inge Eberhard a cui era stato dato il nome shan di Thusandi e che era poi diventata Mahadevi- Principessa Celeste.

      La storia d’amore di Inge e Sao anticipa quella, per certi versi così simile anche nella sua drammaticità, di Sonia e Rajiv Gandhi. L’italiana Sonia e il figlio di Indira Gandhi si erano conosciuti in Inghilterra dove entrambi stavano studiando, Inge e Sao si conobbero a Denver, in Colorado, dove il principe Sao era andato dopo la guerra a studiare ingegneria mineraria. A differenza di Sonia, però, Inge non sapeva chi fosse in realtà l’uomo gentile che aveva sposato. E si stupì della folla festosa che li accolse a Yangoon, dove arrivarono nel 1954, dopo il matrimonio celebrato un anno prima in America. Non poteva neppure sapere che la felicità sarebbe durata meno di dieci anni.

     Il racconto di Inge Sargent (il cognome del secondo marito, sposato nel 1968) si alterna tra i ricordi degli anni passati insieme a Sao e il presente. Il passato è soffuso di un colore dorato come quello delle cupole delle pagode birmane, brilla della luce di un felice accordo di coppia, si illumina alle varie tappe della scoperta di un paese bellissimo a fianco di un uomo che si prefigge di migliorare le condizioni di vita della sua gente portando cambiamenti radicali ad un sistema di governo semi-feudale- quello di Sao è un governo generoso e Inge/Thusandi fa la sua parte mettendo in piedi un piccolo ospedale per le donne, perché possano partorire in condizioni migliori. L’oro delle cupole non basta a dar luce al presente su cui pesa l’angoscia per non sapere quale sia stata la sorte di Sao, si spegne anche lo splendore della natura e il colore è cupo. Inge vuole immaginare che il marito sia tenuto prigioniero ma in realtà non si è mai saputo nulla- il massimo della crudeltà di tutte le dittature che, non ammettendone neppure l’arresto, cancellano l’esistenza stessa del loro prigioniero. Si era voluto vendicare il generale Ne Win con cui Sao si era rifiutato di collaborare perché era contro i suoi principi? Prima che la lunga mano del generale arrivi a ghermire Inge e le due principessine, lei decide di obbedire a quanto le aveva detto il marito di fare, in caso di pericolo. E riesce a fuggire all’estero. Inge Sargent non ha mai ricevuto risposta alla lettera che ogni anno invia al governo birmano chiedendo spiegazioni su quanto successo al marito.

     “Il tramonto birmano” ha un suo fascino tutto particolare, pur non avendo grandi meriti stilistici. E’ un libro di Storia che ci racconta di tragici eventi lontani nello spazio e nel tempo di cui, all’epoca, avremo letto solo qualche breve articolo sui giornali; è una storia di amore, tanto più grande perché in grado di superare le difficoltà dell’incontro tra due culture; è, infine, un libro-compagno-di-viaggio per chiunque vada in Myanmar perché ci dice tanto della sua gente, del suo folklore, del suo paesaggio.

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domenica 3 novembre 2019

Soth Polin, “L’anarchico” ed. 2019


                                                Voci da mondi diversi. Cambogia


Soth Polin, “L’anarchico”
Ed. ObarraO, trad. A. Giarda, pagg. 181, Euro 16,00

    Eros e Thanatos. Si potrebbero intitolare così le due parti, scritte a dodici anni di distanza, che compongono il libro di Soth Polin, uno dei pochi scrittori cambogiani che sono sopravvissuti al governo dei Khmer rossi che annegarono l’antico regno di Angkor nel sangue.
    Una breve nota su Soth Polin, autore per noi sconosciuto. Nasce nel 1943 in una famiglia borghese francofona e colta- la Cambogia fa ancora parte del protettorato francese e il governo di Vichy ha messo sul trono il principe Sihanouk. Quando Soth Polin ha dieci anni, la Cambogia diventa indipendente e il caso vuole che abbia  come insegnante di francese nelle scuole medie quel Saloth Sar che si sarebbe poi dato alla macchia per riapparire sulla scena impadronendosi del potere con il nome di Pol Pot, tristemente passato alla Storia per aver assassinato un quarto della popolazione cambogiana.

 Diventato professore di filosofia, Soth Polin incomincia a scrivere. La prima parte di questo libro, quella che intitolerei “Eros”, è una storia di sesso, non di amore. C’è un protagonista che è anche l’io narrante che passa da un incontro all’altro con donne diverse. Ci fa pensare ad un Henry Miller in versione cambogiana con la descrizione delle sue imprese sessuali, la glorificazione del suo membro, l’analisi dettagliata delle diverse anatomie femminili. È un misogino fallocrate che ha bisogno della donna per provare la sua potenza, privo di sentimenti che non siano di disprezzo anche quando esalta la bellezza delle donne con cui si accoppia. L’ultima delle sue avventure di amore fatto di sesso finirà in tragedia.
     Il contrasto con la seconda parte del libro- Thanatos- non potrebbe essere più grande. La voce dell’io narrante è sempre la stessa, anche se lui è invecchiato. Brusca e sprezzante. “Il mio nome è Virak…Il mio cognome non ha importanza…ho una fortuna sfacciata: sono un cambogiano rifugiato a Parigi.”
Virak fa il tassista a Parigi, ha appena avuto un incidente. “Come volo strepitante di uccelli eccitati,/ tutti i miei ricordi s’abbattono su di me”, sono i versi di Verlaine citati all’inizio. Era distratto dai suoi ricordi, Virak, quando ha perso il controllo dell’automobile. La passeggera inglese che trasportava è morta ed è a lei che Virak racconta la storia dei milioni di morti nel suo paese e di come anche lui ne sia in parte responsabile.

     Virak è un uomo che ha perso la sua anima dopo essersi lasciato la patria alle spalle, è “una ferita aperta dilaniata da quella moltitudine di piranha che sono i ricordi”. Lo inseguono le ombre della sua vita a Phnom Penh- della moglie, delle cognate, dei genitori, del Mekong. Dei due giornali di cui era direttore e che davano lavoro a più di duecento persone. I suoi ricordi iniziano da una misera infanzia, si fermano sull’anno traumatico della morte di John Kennedy, proseguono con la squallida storia del suo matrimonio e giungono al fatidico 1974, quando la Repubblica cambogiana era sull’orlo del collasso- un presidente smidollato, generali che vendevano armi ai Vietcong, soldati che ricattavano i contadini nelle campagne. E le persone fedeli alla Repubblica venivano uccise uno dopo l’altro.
     Il ricordo più doloroso, di quello che è stato decisivo per dare una svolta alla sua vita, è l’ultimo incontro con il ministro suo amico che lo aveva dissuaso dall’abbandonare tutto e andare all’estero- “la Cambogia è la nostra ragione di vita”. Avevano un appuntamento per la sera seguente. L’amico era stato assassinato. Non  non dai Vietcong o dai Khmer rossi, ma dai suoi colleghi del governo. E c’era una cosa che lui, Virak, poteva fare con i suoi giornali. Vendicarsi. Aveva pubblicato tutte le porcherie che aveva taciuto fino ad allora ed era fuggito all’estero. Le conseguenze erano andate oltre a quello che poteva aspettarsi. I Khmer rossi erano avanzati, una “utopia assassina” aveva ridotto la Cambogia in un paese lugubre “dove le case non hanno abitanti, le strade non hanno passanti”.

    La voce del narratore spesso ci infastidisce, una lettrice può trovarla spesso insopportabile. Eppure, quando avvertiamo il dolore filtrare nelle sue parole, la lacerazione della distanza da un paese che muore, sentiamo che questo è un libro necessario, che tutti dobbiamo leggere. Per sapere di più sulla Cambogia di cui abbiamo negli occhi gli splendidi templi di Angkor.

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giovedì 31 ottobre 2019

Margaret Storm Jameson, “Company parade” ed. 2019


                                     Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
           saga


Margaret Storm Jameson, “Company parade”
Ed. Fazi, trad. V. Februari, pagg. 340, Euro 18,00

     Margaret Storm Jameson ha avuto una vita lunga- è nata nel 1891 a Whitby, nel nord dell’Inghilterra, ed è morta nel 1986- ed è stata una scrittrice prolifica. La casa editrice Fazi ha appena tirato fuori dall’oblio un suo romanzo, “Company parade”, il primo di una trilogia, un piccolo classico di letteratura femminile che, rispecchiando il carattere della scrittrice, va al di là delle usuali storie di innamoramenti e matrimoni. Molto al di là. Perché Margaret Storm Jameson fu una donna straordinaria per i suoi tempi: prima donna a laurearsi in inglese all’Università di Leeds, a ricevere una borsa di studio post-laurea sempre all’università di Leeds e a diventare presidente della British Section of International PEN. Un’antesignana del femminismo, insomma.
     La protagonista di “Company parade” assomiglia alla scrittrice. Una giovane Hervey Russell arriva a Londra nel dicembre del 1918. La guerra è finita, l’armistizio è stato firmato, la città è piena di reduci, molti di loro riportano il segno delle ferite, ogni famiglia piange i suoi morti (900.000 le vittime inglesi della Grande Guerra), anche il fratello diciannovenne di Hervey è morto. Hervey è sposata, il marito svolge un lavoro impiegatizio per l’Air Force, hanno un bambino di tre anni che Hervey ha dovuto affidare ad una signora nello Yorkshire per venire a Londra a cercare un lavoro. È ambiziosa, Hervey. Ha già scritto un romanzo e ne sta scrivendo un altro. Si accontenta di un’occupazione in un’agenzia pubblicitaria anche se si sente inadeguata, del tutto priva delle idee brillanti che sono necessarie per vendere un prodotto. È anche ingenua e però integra, coerente con le sue idee. E cerca di essere onesta, con se stessa e con gli altri.

    Se il filo conduttore del romanzo è la storia di Hervey, con un marito inaffidabile che lei non rispetta e che non ama più, spinta dal desiderio di realizzare il sogno, che è un’intima necessità, di diventare scrittrice e tuttavia tormentata dai sensi di colpa per aver dovuto lasciare il suo bambino in mano ad altri, “Company parade” è tuttavia un romanzo corale, come dice il titolo. I singoli capitoli hanno nel titolo il personaggio della parata su cui punta lo sguardo della scrittrice- i due amici ‘storici’ di Hervey (uno è innamorato di lei senza speranza, l’altro ha sposato una scrittrice più anziana che lo tradisce), il marito di Hervey (la tradisce, non è capace di tenersi un lavoro, lo disprezziamo anche noi), il giornalista suo collega che ha riportato gravi ferite in guerra, la coppia di amici socialisti (ma il socialismo e il comunismo non attecchiranno mai nella borghese Inghilterra), un altro giornalista opportunista, e poi ‘gli squali’, quelli che si sono arricchiti durante la guerra e che si dispiacciono che sia finita. E allora, nelle discussioni tra gli amici, sorge il problema- si può accettare un lavoro da qualcuno che si disprezza e i cui fini sono contrari ai propri principi etici?

     È bello aggirarsi con Margaret Storm Jameson/Hervey per questa Londra ferita dell’immediato dopoguerra. A cento anni di distanza (ma è passato così tanto tempo? Hervey potrebbe essere una di noi e i suoi amici pure), nel nostro mondo del benessere e del consumismo e dello spreco fa una certa qual impressione- ed è salutare, fa riflettere- leggere dell’acquisto di un vestito per sostituire quello che si indossa da otto anni e sentirsi in colpa per non aver dato l’intera somma guadagnata all’organizzazione Save the Children, o di pasti ridotti al minimo, o di misere camere d’affitto in cui alloggia la nostra Hervey che, dopotutto, ha studiato e lavora in un ambiente intellettuale. Ed è anche rinfrescante sentire lei e i suoi amici parlare di ideali e vederli impegnati in prima persona per diffonderli.
     La narrativa non scorre veloce, non è mai eccitante, ma ha una sua pacata piacevolezza tutta britannica. Un bel romanzo fortunatamente ritrovato.

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martedì 29 ottobre 2019

Dave Eggers, “La parata” ed. 2019


                                      Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
     distopia

Dave Eggers, “La parata”
Ed. Feltrinelli, trad. F. Pacifico, pagg. 140, Euro 15,00

     “Ragione e sentimento” rivisto in versione secolo XXI- il romanzo “La parata” di Dave Eggers che si legge con il fiato in sospeso, perché è chiaro che succederà qualcosa, che non è tutto facile come appare, che succederebbe anche se non ci fosse il contrasto ragione/sentimento.
      Un paese senza nome. Uno dei tanti di quei paesi lontani in cui c’è stata una guerra civile che ha seminato distruzione. Uno dei tanti con vaste superfici di deserto. Due uomini sono incaricati da un’azienda straniera di asfaltare una strada che colleghi il Sud del paese al più ricco Nord. Sono di quei lavoratori sempre rigorosamente senza nome e senza nazionalità. Meglio così, perché non si sa mai che cosa potrebbe accadere e nessuna rivalsa o rivendicazione potrebbe quindi essere fatta. Uno dei due uomini ha alle spalle una grande esperienza, settantaquattro chilometri di strada in quattro continenti: il suo nome sarà Quattro. L’altro non ne ha nessuna: sarà Nove. Hanno dodici giorni di tempo per portare a termine la strada, in tempo per la parata di inaugurazione che è già stata organizzata. Quattro sarà alla guida dello straordinario nuovo macchinario, l’RS-80, che fa tutto da solo, anche tracciare le linee guida sull’asfalto. Il compito di Nove è di andare in avanscoperta a bordo di un quad per togliere di mezzo qualunque ostacolo dalla strada, siano oggetti, persone, animali.

      Va da sé che non ci può essere intesa tra ragione e sentimento. Quattro prova un’immediata antipatia per quel ridanciano di Nove che sembra infischiarsene di ogni ordine e norma. Quattro è la razionalità fatta persona, conosce perfettamente tutte le regole da osservare, mangia soltanto quello che ha portato con sé ed evita perfino di posare lo sguardo sulle persone del posto che inevitabilmente si avvicinano. Che intenzioni avranno? Diffidare di tutti: regola numero uno e unica. Nove è l’opposto. Sembra che sia in vacanza, eccitato dalla scoperta di un nuovo mondo. Fa delle deviazioni non autorizzate con il suo quad per andare nei villaggi, assaggia il cibo che gli offrono, beve l’acqua anche se è altamente sconsigliato, non si fa neppure scrupoli ad accettare le donne che gli si offrono- potrebbe anche offenderle a rifiutarsi, no?
Quattro è sempre più irritato con lui, pensa di lui tutto il male possibile, prosegue imperterrito nel suo lavoro senza denunciare il comportamento di Nove- finché è troppo tardi per intervenire. A questo punto c’è un ribaltamento della situazione. C’è un momento in cui Quattro, così altero e prevenuto contro quegli uomini che (diciamolo pure) considera inferiori, deve ricredersi, deve accettare il loro aiuto quando non gliene viene alcuno dai bianchi di una sperduta postazione sanitaria.
Quattro incomincia a vedere il lavoro che sta facendo con un’altra ottica, non più quella fredda di un’impresa ingegneristica ma quella umana: la strada asfaltata renderà possibile un proficuo scambio economico tra Nord e Sud, allungherà la vita di quei poveracci che finalmente riusciranno a raggiungere un ospedale nella capitale. La così importante parata diventa una meta non soltanto per soddisfare l’orgoglio di un lavoro compiuto alla perfezione, ma per un altro fine più vastamente meritevole. Il lavoro viene terminato nel tempo stabilito. Ma…
     Il romanzo di Dave Eggers è un romanzo distopico dei nostri tempi. Non è solo una mordace rappresentazione di un nuovo colonialismo, di un consolidato atteggiamento di superiorità e di condiscendenza del primo mondo nei confronti del terzo mondo, è anche una più o meno velata denuncia dell’incapacità dell’Occidente di entrare nella mentalità di altre culture (Quattro non ci prova neppure e Nove è troppo superficiale per capire) con conseguenze che non possono essere altro che tragiche.

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