mercoledì 20 giugno 2018

Matsumoto Seicho, “Tokyo Express” ed. 2018


                                                           Voci da mondi diversi. Giappone
                                                         cento sfumature di giallo


Matsumoto Seicho, “Tokyo Express”
Ed. Adelphi, trad. G. M. Follaco, pagg. 175, Euro 15,30

   Nella baia di Hakata, nell’isola giapponese di Kyushu, una giovane coppia viene ritrovata morta: sdraiati uno accanto all’altra sulle rocce (nessuna impronta, quindi), composti, belli e ben vestiti, le guance arrossate lasciano pensare che abbiano ingerito del cianuro. Un suicidio d’amore? Parrebbe così. Eppure l’anziano investigatore della polizia di Fukuoka non è convinto. Non lo è neppure Mihara Kiichi, il più giovane collega di Tokyo. Sayama, l’uomo che è morto, era un funzionario di un ministero al centro di un grosso scandalo. Nessuno era al corrente che avesse una relazione con la ragazza, Otoki, intrattenitrice in un ristorante di Tokyo, anche se altre due ragazze che lavoravano insieme a lei l’avevano vista salire sul treno insieme a Sayama (e se ne erano stupite). C’è poi il dettaglio di una casualità costruita ad arte, che le due ragazze fossero riuscite a vedere la coppia che partiva da un altro binario nei quattro minuti di tempo in cui la visuale era libera, senza che nessun treno passasse sul binario di mezzo- loro due avevano acconsentito alla richiesta di Yasuda, un uomo di affari cliente del ristorante, di accompagnarlo in stazione.

    Il romanzo di Matsumoto Seicho è tutto giocato sul tempo, il tempo fissato dall’orario ferroviario di partenze ed arrivi e durata di percorso. Chi viaggia spesso, come X, conosce alla perfezione gli orari dei treni, per lui il manuale dell’orario ferroviario (a proposito, è una delle cose scomparse con l’avvento di internet) è uno strumento di lavoro. Per sua moglie, a letto per una forma di tubercolosi, è una forma di evasione, un surrogato dei viaggi, la possibilità di spostarsi con la mente e di immaginare i viaggi che non può fare. Mihara Kiichi si intestardisce nelle sue ricerche, l’istinto gli dice che i due giovani sono stati uccisi- perché, ad esempio, Sayama ha cenato da solo nel vagone ristorante del treno? Anche se Otoki non aveva fame, sarebbe stato naturale tenergli compagnia (un dubbio avanzato dall’ispettore di Fukuoka). Perché, poi, Sayama è rimasto cinque giorni, da solo, in un ryokan, aspettando una telefonata? Eppure Yasuda, su cui si appuntano i sospetti, ha un alibi inattaccabile: era nell’Hokkaido, all’estremità opposta del Giappone. Ancora, orario ferroviario alla mano, gli sarebbe stato impossibile uccidere la coppia ad Hakata ed arrivare nell’Hokkaido dove un altro uomo d’affari lo stava aspettando nella sala d’attesa della stazione (non sul binario, perché?).
    Sono questi alibi troppo perfetti, con testimoni che sono presenti al momento giusto, con registrazioni agli imbarchi dei traghetti, là dove dovrebbero essere, che acuiscono la sensazione di Mihara che ci sia qualcosa di sbagliato in tutto ciò. E “Tokyo Express” è un poliziesco che procede ‘alla rovescia’- se un probabile assassino ha avuto una mente così freddamente logica da prevedere assolutamente tutto, calcolando ogni frammento di tempo, l’ispettore di polizia deve adeguarsi al suo modo di pensare e decostruire i suoi alibi procedendo nella stessa maniera.

    Quello di Matsumoto Seicho è un libro estremamente intelligente e intrigante che unisce  in maniera inaspettata il rigore dei numeri alla poesia di squarci di paesaggi giapponesi. Mentre sia l’identità del colpevole sia la motivazione del delitto sono oscuramente chiari fin dall’inizio, seguiamo affascinati la trama nell’attesa che venga svelato come sia stato possibile. Sorridiamo anche fra di noi- solo in Giappone, dove il ritardo medio annuale dei treni è di un minuto e un paio di secondi, si poteva concepire un romanzo come “Tokyo Express”. Non certamente in Italia.

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lunedì 18 giugno 2018

Tishana Doshi, “Il piacere non può aspettare” ed. 2010


                                                       Voci da mondi diversi. Asia
                                                                    love story
      il libro ritrovato

Tishana Doshi, “Il piacere non può aspettare”
Ed. Feltrinelli, trad. Gioia Guerzoni, pagg. 306, Euro 18,00

Titolo originale: The Pleasure Seekers

   “Non era così per noi, Babo. Ci sono così tanti modi di amare una persona…Per noi era una cosa delicata, niente a che vedere con quello che senti adesso. Quello che provi tu è molto raro. Noi lo chiamiamo ekam. Dicono che si possa conoscere una sola volta nella vita, oppure mai. Alcuni lo hanno descritto come entrare in una grotta senza fine. Altri come sentire il cuore che brucia su un fuoco lento di loppa secca. Quando provi questo ekam hai l’impressione di poter eliminare qualsiasi colpa nel mondo, qualsiasi profanazione e qualsiasi sfortuna.”

   E’ il 1968 quando Babo, primogenito della famiglia Patel, lascia Madras per fare un’esperienza di lavoro a Londra. Quando l’aereo atterra a Heathrow Babo ha la prima sgradevole sorpresa: non c’è nessuno ad aspettarlo, dovrà cavarsela da solo per arrivare a casa del cugino che lo ospiterà all’inizio. Seconda sgradevole sorpresa: il costo del taxi. Babo resta quasi senza un soldo. Terza sgradevole sorpresa: deve cercarsi un alloggio, sono troppo allo stretto nel minuscolo appartamento del cugino. Non è finita: Babo ha sempre fame. La sua famiglia è jainista, crede nella non violenza ed è strettamente vegetariana: la cucina inglese non offre molta scelta per un vegetariano. Per fortuna che il suo datore di lavoro è una persona molto gradevole che diventa il suo angelo custode, altrimenti Babo morrebbe di solitudine e nostalgia. Finché tutto cambia, il 25 di novembre 1968, quando Siân Jones appare sulla porta della mensa. E’ gallese, ha i capelli ramati e la pelle color latte. E’ amore a prima vista per entrambi.

    Dei grandi amori si ricorda tutto, ad iniziare dalla data del primo incontro al dettaglio del nastro rosso tra i capelli di lei. I grandi amori ti fanno cambiare senza che tu avverta il minimo sacrificio nel rinunciare a tutto quello che pareva importante. Babo scrive una lettera alla ragazza che corteggiava in India dicendole che la distanza ha spento il suo amore, incomincia a mangiare carne, assaggia l’alcol per la prima volta in vita sua. E naturalmente fa l’amore con Siân, il che sarebbe impensabile con una ragazza indiana prima del matrimonio. Il percorso dei grandi amori è irto di ostacoli, anche questa è una regola: Babo viene richiamato a casa con una menzogna e il padre gli sottrae il passaporto. Ma, e questo è il bello dei grandi amori, tutto finisce bene, dopo che i due passano attraverso la prova dei sei mesi di separazione e Siân raggiunge Babo a Madras.
     Questa è la parte iniziale del romanzo “Il piacere non può aspettare” di Tishana Doshi che- lo indoviniamo dall’intensa partecipazione che avvertiamo nella sua scrittura- ci racconta la storia della sua famiglia. E, in qualche maniera, ci ricorda un’altra grande storia d’amore tra un indiano ed un occidentale: in quegli stessi anni- anni di novità e di rottura- Rajiv, il figlio di Indira Gandhi, si innamorava a Londra dell’italiana Sonia Maino. C’è qualcosa di Sonia, e della sua vita di cui abbiamo letto di recente ne “Il sari rosso” di Javier Moro, nel coraggio spaurito con cui Siân taglia i ponti con il paese nel Galles in cui è cresciuta e con la modesta famiglia che già riteneva che lei si fosse spinta troppo lontano andando a vivere a Londra. E’ l’amore che dà a Siân la forza di affrontare la nuova vita in un paese la cui realtà non sarebbe neppure riuscita ad immaginare e la cui lingua non conosce.

   “Il piacere non può aspettare” è una bella storia d’amore e, nello stesso tempo, la storia di una famiglia mista: nascono due bambine, nessuna delle due ha i colori dorati della mamma. Meglio così: soltanto ogni tre anni, quando vanno a trovare i nonni nel Galles, tutti le guardano perché hanno un’aria esotica. Tishana Doshi ha l’arte di raccontare con vivacità e colore e sa creare un piccolo mondo davanti agli occhi del lettore: ci sono i nonni indiani e quelli gallesi, le zie indiane e le cugine soprannominate ‘le Sopracciglione’, il fratello di Babo che è lo scapolone impenitente finché si innamora (della persona sbagliata). Soprattutto c’è la nonna Ba che ha la saggezza e il grande cuore della vecchiaia, che accoglie il nipote quando soffre di mal d’amore per Siân lontana, così come accoglierà la bisnipote Bean quando questa resta incinta (del solito fedifrago che è già sposato).
    Iniziava con una data e termina con un’altra data, il romanzo della Doshi: il disastroso terremoto del 27 gennaio 2001 nel Gujarat, che colpisce la zona dove abita la nonna e dove Bean sta aspettando il suo bambino. Questo è uno dei tanti agganci con la realtà che cambia e che scorre sullo sfondo della storia di un amore che resta immutato- lo sbarco sulla luna, l’assassinio di Indira Gandhi, il matrimonio di Lady Di…tutto in tono lieve, spesso filtrato attraverso gli occhi della bambina la cui voce (in una maniera strana, perché la narrativa è in terza persona) ci sembra di sentire.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it




sabato 16 giugno 2018

Veit Heinichen, “Ostracismo” ed. 2018


                                                           Casa Nostra. Qui Italia
      cento sfumature di giallo


Veit Heinichen, “Ostracismo”
Ed. e/o, trad. M. Pesetti, pagg. 291, Euro 15,30

    Dopo diciassette anni di prigione Aristèides Albanese è tornato a Trieste. La sua presenza non può passare inosservata: alto, capelli raccolti in una coda di cavallo lunga fino al fondo schiena, una barba folta che gli copre il petto, un cucchiaio e un paio di bacchette che fuoriescono dal taschino della giacca. Perché Aristèides è un cuoco (bravissimo e pieno di inventiva, lo vedremo all’opera), aveva un ristorante prima dell’arresto, ha gestito la mensa del carcere ed ora cucina in quella di un centro di accoglienza per i profughi. Ma ha altri programmi in mente: aprire un nuovo ristorante (vicino al Tribunale, si chiamerà ‘Avviso di garanzia’, un nome che suona come una sfida) e vendicarsi di tutti coloro che avevano testimoniato contro di lui al processo in cui era stato condannato per aver ucciso una guardia giurata.
    “Ostracismo”, il nuovo romanzo di Veit Heinichen, lo scrittore tedesco che da anni risiede a Trieste e ci delizia con i suoi libri che hanno per protagonista l’ispettore Proteo Laurenti, è un poliziesco insolito e graffiante. Il fatto stesso che il personaggio principale sia un ex detenuto è insolito, prima di tutto. Che diventi ‘l’eroe’ di cui seguiamo le gesta, facendo il tifo per lui e provando, invece, disprezzo per le persone che, per il ruolo che hanno nella società, dovremmo ammirare- anche questo è insolito. Veit Heinichen si serve di Aristèides e del suo passato per strappare la maschera alla città dalla ‘pensosa grazia’ di Saba, per scoprire i traffici loschi resi facili dalla posizione di frontiera e dal porto con acque profonde che permettono l’attracco anche a grosse navi container. Sono dodici le persone che hanno tradito Aristèides diciassette anni fa, e lui ne spunta i nomi uno dopo l’altro a mano a mano che compie la sua vendetta- il primo è un uomo che ormai non ha neppure più lo status che aveva una volta, quando declamava i versi di D’Annunzio propugnando un disgustoso neo-fascismo di stampo razzista. E’ diventato un alcolizzato che si getta famelico sul pranzo a sorpresa che Aristèides gli ha preparato con i pochi ingredienti che ha trovato, aggiungendo una buona dose di olio di ricino e di semi di ricina grattugiati, e svignandosela poi in incognito.
E’ una perfetta e suprema ironia, una metafora coprofila, l’aver escogitato di far espiare i dodici testimoni spergiuri con la famigerata purga fascista. C’è anche il procuratore Scoglio nella lista. E pure Proteo Laurenti, anche se con un minor grado di colpevolezza. Intanto il lettore segue tre filoni narrativi, di cui quello poliziesco prende in considerazione i casi della armatrice tedesca che muore precipitando da una finestra (è stata spinta: chi è il mandante e chi l’esecutore del delitto? chi aveva interesse a bloccare gli accordi portuali?) e quello del Poeta morto avvelenato. Gli altri due filoni sono le due facce dell’arte del ben cucinare- le nostre papille gustative sono sollecitate dalla descrizione dei piatti preparati da Aristèides, sia quando cucina di nascosto, improvvisando e condendo con olio di ricino (chi saprebbe resistere?), sia quando prepara con amore per la vecchia prostituta che si è presa cura di lui dopo l’assassinio di sua madre (caso irrisolto che rispunta fuori ed è collegato con alcuni nomi dei ‘dodici’) o quando prepara il pranzo per i profughi o, finalmente, per la serata di inaugurazione del nuovo ristorante. A ribadire il tema culinario, una sorta di ‘punto e contrappunto’, c’è il figlio di Proteo che si esibisce preparando per i famigliari quando si stanca dei clienti che non lo soddisfano.

     Prendendoci per la gola, tra un sorso di vino e un piatto di carciofi (meglio quelli senza ricina), Veit Heinichen ci fa conoscere non solo una Trieste dal tessuto sociale molto diverso da quello, idealizzato, di un tempo, ma anche l’ipocrisia, il falso perbenismo, il dilagante razzismo e la pericolosa deriva verso destra della città che una volta veniva portata ad esempio come un ‘melting pot’ italiano.

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mercoledì 13 giugno 2018

Atiq Rahimi, “Pietra di pazienza” ed. 2009


                                                       Voci da mondi diversi. Asia
          la Storia nel romanzo
           il libro ritrovato

Atiq Rahimi, “Pietra di pazienza”
Ed. Einaudi, trad. Yasmina Melaouah, pagg. 109, Euro 17,00


    Sang-e-sabur: Era stato il suocero a parlarle della sang-e-sabur, la pietra magica, la pietra nera davanti alla quale puoi snocciolare tutte le tue lamentele e la pietra le assorbe e tutti i tuoi dolori finiscono dentro di lei, finché un giorno tu sei finalmente libero dalle sofferenze e la pietra va in frantumi. Ecco: il marito che giace in coma è la ‘pietra di pazienza’ della donna che lo accudisce, la moglie che gli parla incessantemente, lo pulisce, gli cambia la flebo.
Il romanzo “Pietra di pazienza” dello scrittore afgano Atiq Rahimi (che attualmente vive a Parigi, dopo aver ottenuto l’asilo politico) è un lungo monologo, “da qualche parte in Afghanistan o altrove”, tra le quattro pareti di una stanza spoglia, con due finestre schermate da tende con un volo di uccelli.
Viene in mente l’Inferno di Sartre, in “Huis clos”, anche se in questa camera ci sono solo due persone. Perché soltanto all’inizio possiamo pensare che la donna si disperi per amore, perché soffre nel vedere il marito ridotto ad un corpo immobile e muto. In realtà, dopo le lamentazioni, dopo la monotona ripetizione di uno dei nomi di Allah nello sgranare del rosario, la donna ci parla di sé e di se stessa nei rapporti con il marito, con suo padre, con i suoceri. Ci racconta che cosa voglia dire essere donna in Afghanistan. E anche che cosa voglia dire essere uomo che sceglie di unirsi alla Jihad, di imbracciare il fucile – chi fa la guerra non è capace di fare l’amore.

    C’è una lenta progressione nelle rivelazioni della donna, è quasi come se il continuo silenzio del marito che è la pietra di pazienza che accoglie i suoi sfoghi la rendesse sempre più ardita in confessioni più audaci. E avvertiamo un astio e un leggero disprezzo nei confronti dell’uomo. Gli rinfaccia l’aver cercato il sangue la prima notte di nozze (e di non essersi neppure accorto che era sangue mestruale), la goffaggine dei suoi approcci, l’averla bandita dal loro letto nei giorni ‘impuri’, l’incapacità e la mancanza di volontà di soddisfarla sessualmente, l’ipocrisia. Quando poi inizia a parlare della zia, ripudiata perché sterile, si apre un altro penoso capitolo sulla miseria della condizione femminile in una società fortemente maschilista e ignorante dei meccanismi della procreazione, tanto da considerare la donna come unica responsabile per le mancate gravidanze.
il film tratto dal libro
Un rimedio c’è, basta saper tenere il segreto. E’ quello che ha fatto la donna, su consiglio della zia e con l’ignara connivenza della suocera. Che credeva di accompagnarla da un santone e si era esaltata per la grazia ricevuta: due bambine, una dopo l’altra. Mater sempre certa est…il padre…chissà.

    Avverrà ancora qualcosa d’altro tra quelle quattro mura, prima che la pietra si sgretoli. Qualcosa di penoso che mette in luce la falsità degli estremismi religiosi, qualcosa che potrebbe anche essere considerato come un toccante atto di generosità da parte della donna- concedersi ad un giovane armato abusato da un altro uomo barbuto- e che farà poi risvegliare il marito. E la sua furia. Mentre fuori, per le strade, si continuano a sentire esplosioni e spari.
    “Pietra di pazienza” è un romanzo. E’ una tragedia dei nostri tempi in forma di romanzo scarno ed essenziale. Che si chiude con l’inquadratura sugli uccelli migratori delle tende: fugga chi può.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net



martedì 12 giugno 2018

Joël Dicker, “La scomparsa di Stephanie Mailer” ed. 2018


                                                Voci da mondi diversi. Svizzera
cento sfumature di giallo


Joël Dicker, “La scomparsa di Stephanie Mailer”
Ed. La Nave di Teseo, trad. V. Vega, pagg. 640, Euro 18,70


     30 luglio 1994. Orphea, un’idilliaca cittadina immaginaria non lontana da New York. Quella sera- proprio quella di apertura del nuovissimo Festival di Orphea- una tragedia aveva sconvolto l’atmosfera sognante: un quadruplice omicidio, l’intera famiglia del sindaco (tre persone, compreso il bambino) e una giovane donna che passava davanti alla loro casa facendo jogging erano stati abbattuti a colpi di pistola. Del caso si erano occupati due giovani ispettori di polizia, Jesse Rosenberg e Derek Scott. Il colpevole era morto durante un inseguimento.
     23 giugno 2014. Fervono i preparativi per l’ormai tradizionale festival annuale di Orphea, a Jesse Rosenberg mancano una manciata di giorni per andare in pensione, tutti si congratulano per una carriera di successo quando spunta una voce discorde. La giornalista Stephanie Mailer insinua il dubbio che nel 1994 la persona sbagliata sia stata incriminata, che Rosenberg e Scott non abbiano visto un’altra realtà che era sotto i loro occhi. Poi scompare. Il suo corpo verrà ritrovato alcuni giorni dopo.

     Questi i fatti del nuovo romanzo di Joël Dicker che ritorna al genere poliziesco che lo aveva reso famoso con “La verità sul caso Harry Québer”, dopo aver sperimentato una sorta di saga con “La famiglia Baltimore”. La vicenda de “La scomparsa di Stephanie Mailer” si svolge su due piani temporali, ricostruendo i fatti del 1994 e seguendo quello che avviene nel presente, vent’anni dopo- ci saranno altri omicidi, una serie di morti concatenati l’uno all’altro in un isterismo parossistico che ci lascia dubbiosi, sulla soglia dell’incredulità- e la narrazione si sposta tra diversi punti di vista arricchendosi delle storie personali dei vari personaggi. Che sono troppi, a dire il vero, e tratteggiati spesso troppo superficialmente.
     Il leit motiv del romanzo è racchiuso in due parole che sono anche il titolo della rappresentazione che andrà in scena nell’edizione del festival del 2014- La Notte Buia. Erano parole che erano apparse anche in scritte sui muri dopo i fatti del 1994- che cosa è ‘la notte buia’? E’ una notte di tregenda, una discesa negli inferi dell’animo umano quando il peggio viene fuori in violenza e sangue. Il nome della città di Orphea ci ricorda che Orfeo era disceso nell’Ade per tirarne fuori la sua amata e poi, uscendone, si era girato indietro per sincerarsi che fosse proprio lei a seguirlo, e non un’ombra. E l’aveva persa per sempre. Perché non si esce indenni dagli inferi. Anche Orphea non sarà più la stessa quando terminerà la notte buia e tutta la verità, con il suo carico di dolore, verrà alla luce in un mondo che ha perso la dimensione dell’idillio e del sogno per rivelarsi totalmente privo di una qualunque morale: “Quando uccidi una volta, puoi uccidere due volte. E quando hai ucciso due volte, puoi uccidere l’intera umanità. Non ci sono più limiti.”

     Del romanzo di Dicker apprezziamo la costruzione, l’aver fatto ricorso alla tecnica drammatica del ‘play within the play’, lo spettacolo dentro lo spettacolo di tradizione scespiriana, cosicché ad un certo punto quello che avviene sul palcoscenico del festival è parte integrante di quanto sta succedendo in città. E tuttavia c’è un eccessivo rimescolamento di carte che certamente mantiene alto il livello di tensione ma ha anche un che di artificioso nell’alternarsi di tragedia e commedia grottesca, nel confronto tra arte e vita. Anche se, in questo registro narrativo, ci sono delle osservazioni che ci deliziano- la graduatoria dell’importanza dei romanzi che mette al primo posto i romanzi incomprensibili e all’ultimo i romanzi rosa, collocando il genere poliziesco al penultimo posto, oppure l’affermazione del molto odiato critico Ostrovsky secondo cui un critico non dovrebbe mai scrivere un romanzo e uno scrittore non dovrebbe mai scrivere una recensione critica del libro di un altro scrittore.  Le rivelazioni del finale, però, hanno dell’incredibile e la soluzione del caso della scomparsa di Stephanie Mailer arriva dopo più di 600 pagine- troppe, non è il caso di dirlo.

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sabato 9 giugno 2018

Hisham Matar, “Il ritorno” ed. 2017


                                              Voci da mondi diversi. Africa
            biografia
         autobiografia
      il libro dimenticato

Hisham Matar, “Il ritorno”
Ed. Einaudi, trad. Anna Nadotti, pagg. 243, Euro 19,50


   C’è un filo che unisce i romanzi di Hisham Matar, lo scrittore libico nato a New York nel 1970 che vive a Londra dal 1986. Un filo che si srotola come il filo d’Arianna, da “Nessuno al mondo”, passando attraverso “Anatomia di una scomparsa”, fino a “Il ritorno”, l’ultimo suo libro che ha vinto il Premio Pulitzer 2017 per la biografia e l’autobiografia. Un filo che collega Hisham Matar al padre Jaballa, il grande assente presente nei tre libri, anche se soltanto nell’ultimo appare con il suo vero nome.
 Jaballa Matar, leader dell’opposizione libica, era stato costretto a rifugiarsi al Cairo con la famiglia nel 1979. Non era stata una misura sufficiente: agenti dei servizi segreti egiziani lo rapirono nel 1990. Consegnato al regime libico, Jaballa Matar fu rinchiuso nel famigerato carcere di Abu Salim, a Tripoli. Riuscì a far arrivare ai famigliari due lettere, una nel 1992 e una nel 1995. Poi silenzio. E nel 2001 si venne a sapere che circa 1200 prigionieri erano stati uccisi ad Abu Salim in un’esecuzione di massa. La famiglia di Jaballa aveva perso ogni speranza che lui potesse essere ancora vivo. Poi una fiammella- forse era stato trasferito in un altro carcere due mesi prima della carneficina, forse qualcuno lo aveva visto nel 2002. Nel 2010 il ministro degli esteri britannico fu sollecitato con una petizione firmata da 270 scrittori perché richiedesse il ripristino dei diritti umani in Libia e ottenesse informazioni su Jaballa Matar e altri prigionieri politici. E infine, nel 2011, l’ultimo atto di una dittatura durata 42 anni con l’uccisione di Gheddafi.
Hisham Matar con il padre Jaballa
     “Il ritorno” è il viaggio di Telemaco in cerca del padre e Hisham Matar è un novello Stephen Dedalus che cerca di mettere insieme i frammenti della memoria e delle testimonianze per ricostruire l’immagine di un uomo di gran valore, per cultura, per dirittura morale, per i suoi ideali, la sua incorruttibilità, la sua generosità. Ritroviamo alcuni dettagli che ricordiamo dagli altri romanzi, perché, con un nome o con un altro, nascosti dietro altre trame, Jaballa e la sua scomparsa erano il nodo della narrativa di Hisham Matar. Così come il dolore che si avverte in ogni pagina, in ogni riga, quando lo scrittore parla del padre, di come era in famiglia nei vent’anni in cui aveva potuto conoscerlo, e poi di come può solo immaginarlo negli altri vent’anni in prigionia. Un’immagine costruita attraverso le scarse e saltuarie parole di chi gli ha parlato attraverso un muro o lo ha intravisto da una feritoia. E allora sembra che il petto possa scoppiare per il dolore al pensiero di quello che Jaballa deve aver sopportato. Lo zio Mahmoud è sopravvissuto ad Abu Salim, i cugini di Hisham sono sopravvissuti. Le ricerche sono estenuanti. Saif Gheddafi, il figlio del dittatore con cui Hisham entra in contatto, sembra fare il gioco del gatto con il topo, sembra stuzzicare la speranza, lascia cadere informazioni con il contagocce.
Hisham con lo zio Mahmoud
    E intanto, leggendo la storia di un uomo eccezionale, leggiamo anche quasi cento anni di storia della Libia (il nonno di Hisham aveva combattuto contro gli occupatori italiani) e percepiamo un altro dolore dietro quello, cocente, di doversi rassegnare ad avere perso un padre senza aver mai saputo ‘quando’ e ‘come’, senza avergli potuto dare sepoltura. E’ il dolore di chi ha perso le sue radici e la sua appartenenza e non sa più identificarsi.
    Da leggere.

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giovedì 7 giugno 2018

Hisham Matar, “Anatomia di una scomparsa” ed. 2011


                                                  Voci da mondi diversi. Africa
                                                 la Storia nel romanzo
                                                 romanzo di formazione
         il libro ritrovato


Hisham Matar, “Anatomia di una scomparsa”
Ed. Einaudi, trad. Monica Pareschi, pagg. 185, Euro 18,50
Titolo originale: Anatomy of a Disapperance

      L’uomo ha detto qualcosa in arabo, e Kamal ha cominciato a vestirsi. Io mi sono messa a urlare, ma nessuno di loro, nemmeno Kamal, ha battuto ciglio. La donna ha estratto una pistola col silenziatore, e io ho smesso. Le tremavano le mani, me lo ricordo. Lo hanno preso ciascuno per un braccio e l’hanno portato fuori. Lui non mi staccava gli occhi di dosso. Vedo ancora la sua faccia, girata verso di me. La vedo in sogno, e la vedo quando sono sveglia.

       L’assenza. Il nuovo libro dello scrittore libico Hisham Matar è un romanzo sull’assenza, su quanto sia dolorosa l’assenza di una persona amata quando questa assenza non è giustificata da nulla. Quando l’assenza significa la scomparsa, con tutti gli interrogativi angosciosi di quando qualcuno sembra essersi volatizzato, dissolto. Peggio ancora, perché il ‘come’ quel qualcuno sia scomparso non lascia pensare ad alcunché di buono: Kamal Pasha, il padre poco più che quarantenne di Nuri el-Alfi, è stato prelevato durante la notte da due sconosciuti in una casa di Ginevra. Kamal era a letto con una donna. Sul comodino aveva appoggiato l’orologio, la vera nuziale, l’accendino e le sigarette. Questi sono i beni personali del padre che la polizia svizzera ha consegnato in un sacchetto di plastica a Nuri. Insieme a tutti i perché senza risposta. Che cosa ci faceva, Kamal, a letto con quella donna, mentre il figlio quattordicenne e la giovane seconda moglie lo aspettavano nella località sciistica di Montreux? Da chi erano stati mandati l’uomo e la donna che lo hanno portato via? E soprattutto, soprattutto, dove lo avevano portato? Era ancora vivo?

      La storia che Nuri ci racconta inizia nel 1972 e finisce undici anni dopo. O meglio, inizia ancora prima, con i ricordi della vita famigliare di Nuri e finisce con la volontà di non mettere la parola fine. Perché ‘fine’ vorrebbe dire accettare l’idea che suo padre sia morto. Invece suo padre “avrà bisogno di un impermeabile quando torna. Questo potrebbe andargli ancora bene.” Inizia con i ricordi sfumati di un Nuri bambino e delle vacanze con la mamma che un giorno viene portata in ospedale e che poi muore. Di che cosa? La scrittura di Hisham Matar è squisitamente allusiva, calpesta con i piedi dell’angelo un terreno delicato, sia quando parla della morte della prima moglie di Kamal, sia in seguito, quando Nuri ci racconta del suo amore per la seducente Mona che diventa la sua matrigna e ancora dopo, quando Nuri si imbatte nella realtà: il padre tanto amato e ammirato, l’ex ministro del re diventato un dissidente in pericolo, aveva un’amante, aveva sempre avuto delle avventure. Per non dire nulla di un altro segreto nella vita privata del padre che Nuri scopre solo alla fine. Eppure, nulla di tutto ciò lascia traccia nell’amore incondizionato di Nuri per il padre. Perché “Anatomia di una scomparsa” è, in definitiva, un’elegia per un padre. Tanto più accorata e straziante perché sappiamo che il dolore dell’assenza a cui non ci si può mai rassegnare è di Hisham Matar stesso, il cui padre ‘scomparve’ nelle carceri di Gheddafi nel 1990.
Hisham con il padre
      Ma c’è qualcos’altro, dietro al dolore per l’assenza (“ci sono volte in cui l’assenza di mio padre mi pesa sul petto come se ci stesse seduto sopra un bambino.”) C’è un acuminato senso di colpa, per uno di quei desideri che neppure si osa confessare a se stessi. Non che il proprio padre muoia, no, quello no, ma che si tolga dalla scena per un poco, per concedere al figlio di prendere il suo posto. E quando poi questo desiderio si avvera, si prova sgomento, come se una qualche divinità maligna avesse prestato orecchio al desiderio. Perché “Anatomia di una scomparsa” è anche un bellissimo romanzo di formazione, della scoperta dell’amore e del sesso. E il giovane Nuri è innamorato di Mona. Quando la incontra per la prima volta, Nuri ha dodici anni e Mona ne ha ventisei. Nuri sa fare i conti: Mona ha quattordici anni più di lui e suo padre Kamal ha quattordici anni più di Mona. Nuri e suo padre hanno gli stessi diritti di conquista su Mona. Che, ovviamente, finisce per sposare suo padre. Pur mantenendo sempre un comportamento lievemente ambiguo, stuzzicando il desiderio dell’adolescente Nuri.

     Hisham Matar ritorna su un tema che aveva già trattato nel romanzo precedente, “Nessuno al mondo”. Ci ritorna in una maniera nuova, con una vicenda che si muove tra Egitto, Svizzera e Inghilterra, con la stessa scrittura tersa, fatta di frasi brevi stranamente poetiche, pregne di un dolore che si avverte in ogni pagina. E in questa stagione della fine del regime di Gheddafi possiamo immaginare quale possano essere i pensieri e i sentimenti dello scrittore- sperare senza osare sperare che il suo proprio padre, che qualcuno ha visto in vita nel 2002, possa tornare a casa. Finalmente.

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