giovedì 28 luglio 2016

Arnaldur Indriðason, “Un delitto da dimenticare” ed. 2016

                                                           vento del Nord
                                                   cento sfumature di giallo
     FRESCO DI LETTURA


Arnaldur Indriðason, “Un delitto da dimenticare”
Ed. Guanda, trad. A.Storti, pagg.314, Euro 15,30



     Mi piace la pacatezza dello stile di Arnaldur Indriðason. E’ una lettura molto islandese, molto rinfrescante nelle calde giornate estive. I romanzi di Arnaldur Indriðason hanno il grande pregio di essere avvincenti senza aver bisogno di ricorrere a brividi e colpi di scena. Non succede mai niente di clamorosamente eclatante (per fortuna) in un paese che conta all’incirca 320.000 abitanti e l’abilità dello scrittore è proprio nell’intessere le sue storie su quel poco che accade, facendoci entrare a far parte della vita di una popolazione schiva, abituata alle durezze di quella terra lavica, di quel clima ostile, di un’isola a ‘bassa vivibilità’, come viene definita dagli americani che vi hanno installato una loro base negli anni della guerra fredda e che sono tuttora presenti in modo ingombrante, negli anni ‘70 in cui si svolge “Un delitto da dimenticare”.
      La trama segue due indagini di Erlendur, poco più che trentenne, con una bimba di cinque anni di cui sente già la mancanza essendosi separato da poco dalla moglie, e del suo capo e mentore, Marion Brem- un caso nuovo ed uno vecchio, un ‘cold case’ del 1953 (verrebbe voglia di fare un gioco di parole su quanto possa essere freddo un cold case islandese), un uomo il cui cadavere viene trovato accidentalmente in un lago lavico nelle cui acque fangose si immerge una donna afflitta da psoriasi ed una ragazza scomparsa da casa una mattina mentre stava andando a scuola e mai più ritrovata.

     In apparenza i due delitti (c’è sempre un margine di incertezza che si tratti veramente di omicidi, ma le probabilità che lo siano sono alte) hanno cause molto diverse- quello recente potrebbe avere grosse implicazioni politiche perché Kristvin lavorava alla base americana come meccanico e sembra che, dopo aver ricevuto un colpo alla nuca, sia stato gettato giù da una grande altezza: forse da un’impalcatura dell’hangar 885 di dimensioni così gigantesche da poter ospitare degli Hercules adatti anche al trasporto di carri armati? Il delitto ormai ‘freddo’, invece, è uno dei tanti casi che appassionano in maniera dolente Erlendur che non può dimenticare il fratellino scomparso durante una tormenta quando erano entrambi bambini e di cui non si era più ritrovata alcuna traccia. Le domande suscitate da quel ricordo assilleranno Erlendur per tutta la vita- perché lui e non io? e l’infinita serie dei, ‘e se…?’, nonché quella più angosciosa, che fine avrà mai fatto?
      L’assassinio di Kristvin dà modo ad Arnaldur Indriðason di addentrarsi nella complessa problematica dei rapporti tra gli occupanti pseudo-amici americani e gli islandesi, con l’atteggiamento di sprezzante superiorità degli americani che considerano gli islandesi poco più degli untermenschen di memoria nazista e quello servile degli islandesi dibattuti tra la rabbia dell’umiliazione e la tentazione di cedere ai vantaggi della situazione- l’aver a portata dimano le merci di un mondo scintillante e favoloso, blue-jenas e dischi di musica americana, sigarette e birra (proibita in Islanda) e marijuana. E’ forse iniziato tutto da lì, dalla marijuana che Kristvin comprava per alleviare i dolori della sorella ammalata di cancro? Oppure aveva visto troppo?

     Quanto alla ragazza scomparsa, come mai nessuno aveva approfondito, a suo tempo, il fatto che forse aveva un ragazzo che abitava a Kamp Knox, la baraccopoli che era servita come base agli americani (ancora gli americani!) dove, nel 1953, la gente più misera viveva in condizioni di squallore totale?
     E’ in questo squarcio sul passato, la parte più interessante del romanzo, piuttosto che nella soluzione dei due casi di indagine. Perché fa luce su una realtà sociale, economica e politica a noi sconosciuta, in un paese ai margini del mondo- più in là ancora c’è solo la mitica Thule il cui nome gli americani hanno dato alla loro base in Groenlandia (altra loro base strategica). E poi piace il contrasto tra la calda umanità dei due poliziotti islandesi e la cinica freddezza americana (a vantaggio dei primi, naturalmente) e la solidarietà che si instaura con la collega di colore, anche lei discriminata quanto gli abitanti dell’isola- se loro sono dei ‘selvaggi’, lei è una ‘negra’.
    Un appuntamento estivo da non perdere.


la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


domenica 24 luglio 2016

William Boyd, “Inquietudine” ed. 2006

                      Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
            spy-story
            il libro ritrovato



William Boyd, “Inquietudine”
Ed. Neri Pozza, trad. Vincenzo Mingiardi, pagg. 349, Euro 17,00

   Ci sono dei personaggi difficili da dimenticare, che prendono vita nelle pagine di un romanzo e continuano ad aggirarsi nella nostra mente anche dopo che abbiamo chiuso il libro e la parola “fine” è stata detta. Oppure non è stata detta? Perché l’ultima immagine che abbiamo di Sally Gilmartin è di lei che scruta con il binocolo tra gli alberi del Bosco della Strega (che nome appropriato per un luogo che può celare pericoli): ci sarà veramente qualcuno in agguato e che aspetta il momento per ucciderla di sorpresa? O la nostra esistenza è un circolo chiuso, per cui diamo alla nostra vita una certa forma che corrisponde alle nostre inclinazioni e ne siamo inevitabilmente foggiati per adeguarci ad essa più pienamente? Comunque sia Sally Gilmartin, alias Eva Delektorskaja, alias Eve Dalton, alias Marjory Allerdice, alias Lily Fitzroy, è una donna straordinaria che ha vissuto in tempi difficili senza accontentarsi di un ruolo di spettatrice: nel 1939 era stata reclutata come agente del CSB (Coordinamento Sicurezza Britannica), l’organizzazione segreta che aveva il compito di persuadere la popolazione americana, con mezzi leciti o fraudolenti, della necessità di entrare in guerra a fianco dell’Inghilterra.

     Anche nel romanzo precedente di William Boyd l’attenzione si concentrava su di un unico personaggio, ma l’arco del tempo dell’azione copriva più o meno un intero secolo; in “Inquietudine” i piani temporali sono due e due i punti di vista: la caldissima estate del 1976 in cui Ruth Gilmartin, la figlia di Sally, riceve dalle mani della madre il dattiloscritto con la storia della sua vita e gli anni della guerra, 1939-1945. E’ importante venire a conoscere Sally Gilmartin trent’anni dopo gli avvenimenti che lei stessa ci racconterà, perché la sua copertura è perfetta, la figlia Ruth non sa niente- neppure delle origini russe della madre- e non sospetta niente. Solo dopo aver letto le carte di sua madre darà un significato nuovo alle minacce che questa faceva quando lei si comportava male da piccola, “un bel giorno ti sveglierai e non ci sarò più”, “verrà qualcuno a uccidermi e ti pentirai…”. Il figlio di 5 anni, il piccolo saggio Jochen, avverte qualcosa di più, “La nonna è davvero tua madre?...è così strana”.
Il racconto procede di pari passo, in apparenza due spezzoni di vita staccati- la figlia single con bambino che dà lezioni di inglese, accoglie in casa il quasi-cognato tedesco sfiorando soltanto il genere di pericoli corsi dalla madre (Judger ha qualche contatto con il gruppo Baader-Meinhof?), va a trovare la madre che all’improvviso si sposta su una carrozzina a rotelle e si è procurata un fucile (sarà demenza senile incipiente?), e, in capitoli alterni, la madre che viene addestrata per il suo compito di spia, prende parte ad azioni sempre più pericolose in Europa e in America, si innamora del suo capo e mentore, fino all’impresa più delicata, quando è chiaro che è stata tradita e uccide un uomo per non essere uccisa, con una prontezza di spirito e un sangue freddo eccezionali. Ma- e in questo sta anche il fascino del romanzo- il passato non è sepolto, se noi siamo le nostre azioni, queste azioni ci rincorrono anche a trent’anni di distanza e i due filoni si uniscono in un finale in cui Sally Gilmartin torna ad essere Eva Delektorskaja.

recensione e intervista sono state pubblicate su www.stradanove.it



    

William Boyd, "Inquietudine" Intervista 2006

                          Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                              spy-story

INTERVISTA A WILLIAM BOYD, autore di “Inquietudine”

William Boyd è nato ad Accra, in Ghana nel 1952 e vive da molti anni a Londra. Nel 2004 la casa editrice Neri Pozza ha pubblicato il bellissimo romanzo “Ogni cuore umano”. Stradanove ha intervistato lo scrittore durante il Festival della Letteratura di Mantova.

Il suo romanzo precedente “Ogni cuore umano” spaziava in un arco di tempo lungo un secolo, questo copre un tempo più breve, anche se il passato si allunga nel presente. E tuttavia sembra che il suo interesse principale sia quello di rappresentare la vita degli individui su uno sfondo storico…
      E’ qualcosa che non faccio consapevolmente, ma sono molto interessato al contesto in cui viviamo- non siamo eremiti, siamo tutti toccati dalle correnti della Storia. Per me è naturale scrivere un romanzo connesso con degli avvenimenti di importanza storica. E per me è importante che il mondo di cui parlo sembri reale- di qui la cura per tutti i dettagli, la ricerca accurata per evocare gli eventi dell’epoca. Può darsi che in queste ricostruzioni ci sia qualche errore, ma i fatti sono del tutto corretti. Essere scrittore significa fare una ricerca e poi scegliere, per fare una ricostruzione accurata.

Come ha avuto inizio questo libro?
     L’inizio del romanzo risale addirittura a “Ogni cuore umano” in cui il protagonista Logan è una spia- in un certo periodo della sua vita deve spiare i duchi di Windsor e poi viene paracadutato in Svizzera…Mentre facevo ricerche per questo personaggio, ho iniziato ad interessarmi alla psicologia delle spie, rendendomi conto di quale sforzo mentale richiedesse, vivere in un mondo in cui non ci si può fidare di nessuno. E’ quello che separa una spia dal resto del mondo: non possiamo vivere senza fidarci degli altri e invece una spia può vivere solo se NON si fida degli altri. E’ uno spostamento interessante di prospettiva: diventare una spia significa diventare disumanizzato perché perdi la fiducia nei tuoi simili. E mi sono chiesto che cosa vorrebbe dire scoprire che il proprio genitore è stato una spia e che tutto quelli che pensavi di sapere su di lui è falso. Dapprima ho pensato ad un figlio che scopre che il padre è stato una spia, poi invece mi è sembrato molto più intrigante immaginare che una figlia scoprisse che la madre è stata una spia. E poi la storia si evolve: mi è parso fosse più interessante se avesse spiato gli Alleati e non i tedeschi. E quando ho scoperto questa operazione negli Stati Uniti negli anni ‘40 e ‘41, mi è parsa perfetta per il romanzo. Nessuno ne sapeva niente e io ho potuto- per così dire- accendere il riflettore del romanzo su di essa.
Anthony Blunt

Siamo abituati a leggere storie di spionaggio che rappresentano il mondo delle spie come un luogo pericoloso ma scintillante: la realtà appare molto diversa nel suo libro, quasi come se fosse impossibile per una spia sopravvivere a questo lavoro, in una maniera o nell’altra.
     La maggior parte del lavoro di una spia è noiosa e si svolge in chiave minore, si tratta di raccogliere informazioni e, più ordinaria e meno appariscente una persona è, tanto meglio per questo lavoro. Eva è uno degli operatori, poi all’improvviso diventa pericolosa. Una spia è una persona molto solitaria che si guarda sempre alle spalle, che si domanda di continuo se il vicino di casa sia un’altra spia.

Il mondo dello spionaggio è governato dal principio che il fine giustifica i mezzi?
    Sospetto di sì, il mondo è spietato, se qualcosa è necessario per sopravvivere o per compiere un’impresa con successo, deve essere fatto. Nel caso di Romer, lui prende decisioni quasi disumane perché sa di avere una missione. Decenza, onore o moralità cessano di essere valori validi nel mondo delle spie.

Il BSC (British Security Coordination) manipolava i media, inventando notizie: sarebbe possibile una cosa del genere oggigiorno?
    Potrebbe essere fatto ma nel proprio paese. Lo straordinario del BSC è che hanno manipolato le notizie in un altro paese, quello è stato veramente unico. E’ inimmaginabile che l’Italia possa manipolare notizie in Francia, ad esempio. Per la Gran Bretagna era di vitale importanza che l’America si unisse alla guerra e non importava con che mezzi. I nostri media sono manipolati ma è una cosa più commerciale che di governo. Invece, per quello che riguarda il BSC, fu una decisione di Churchill di forzare un cambiamento dell’opinione pubblica americana, perché l’80% degli americani non voleva essere coinvolta nella guerra. Era un progetto molto ambizioso, quello di cercare di manipolare le notizie in un paese amico. Bisogna dire che la gente era più credulona, oggi siamo più scettici e ci sono tante più notizie, non solo la Voce d’America. Era una cosa che si poteva fare solo in quei tempi.

E’ esistito veramente qualcuno “dietro” ai suoi personaggi?
Kim Philby
     Il personaggio di Romer è basato su due famosi doppi agenti sovietici, due traditori, Kim Philby e Anthony Blunt. Il primo era una super spia, capo dei Sevizi Segreti, amico di Graham Greene, uno del gruppo delle spie di Cambridge, un uomo affascinante. Blunt fu insignito del titolo di Cavaliere, era “keeper of the Queen’s pictures”, guardiano delle collezioni d’arte della regina: aveva importanti cariche ufficiali ed era un doppio agente. Philby fu scoperto nel 1963 e fuggì a Mosca, e Blunt nel 1979. Romer è un mix di entrambi: è un uomo affascinante e importante.

Dei due personaggi principali, Lucas Romer e Eva Delektorskaja, Eva è certamente quella che ammiriamo di più. La ammiriamo durante e dopo la sua attività come spia. Si può “formare” una spia? Si devono avere alcune qualità per essere scelti? Che cosa vede Romer in Eva per sceglierla come spia?
     C’è un certo atteggiamento mentale che predispone. Eva è stata reclutata perché parla le lingue, è attraente, e poi Romer è stato così intelligente da sapere che avrebbe avuto bisogno di un capro espiatorio. Romer è spietato, pronto a mandarla a morire.

Alla fine, Eva è paranoica oppure c’è veramente la possibilità che la sua vita sia in pericolo?

     Eva direbbe di sì, che la sua vita è in pericolo; sua figlia dice che è paranoica, ma Eva, dopotutto, vive con una falsa identità, non si può rilassare: forse è paranoia e forse ha ragione. L’eliminazione di un doppio agente può capitare ogni momento. E lei sa che ha fatto un errore dicendo che Ruth è sua figlia.


intervista e recensione sono state pubblicate su www.Stradanove.net


sabato 23 luglio 2016

Antonio Manzini, “7-7-2007” ed. 2016

                                                                  Casa Nostra. Qui Italia
           cento sfumature di giallo
           FRESCO DI LETTURA


Antonio Manzini, “7-7-2007”
Ed. Sellerio, pagg. 367, Euro 14,00


    Ce lo siamo chiesti leggendo i quattro romanzi precedenti della serie, che cosa sia successo al vicequestore Rocco Schiavone per farsi sbattere da Roma ad Aosta- non si può proprio dire che sia una promozione-, per farlo diventare l’uomo scorbutico, perennemente di cattivo umore, che sembra fare di tutto per essere antipatico. Soprattutto ci siamo chiesti che cosa sia successo a Marina, la moglie che Rocco ama ancora, che vede nelle ombre della sua casa, che non dimentica mai neppure per un attimo, neppure quando si concede qualche distrazione femminile, che è e resta semplicemente una distrazione, per l’appunto.
   Dopo gli ultimi fatti, dopo che Adele, la compagna del suo amico Sebastiano, viene uccisa nel suo appartamento da qualcuno che cercava lui, Rocco, per saldare un vecchio conto in sospeso, Rocco non può più tacere, deve per forza raccontare- e ne farebbe a meno- gli avvenimenti che avevano portato a quel giorno fatale, una data che qualunque cabalista interpreterebbe come una minaccia: 7-7- 2007.

   Estate del 2007 a Roma. Il corpo di Giovanni Ferri, un ragazzo di vent’anni, viene ritrovato in una cava di marmo. Pestato ed accoltellato alla nuca. Era un bravo ragazzo, studiava giurisprudenza, suo padre è un giornalista di cronaca nera, sta indagando su un qualche traffico losco. Poco dopo un altro ventenne, amico e compagno di studi di Giovanni, viene ucciso con la stessa modalità. Sembra che i due ragazzi si siano cacciati in qualcosa di più grande di loro, che abbiano incontrato l’orco di una qualche favola cattiva. Il giornalista padre di Giovanni, l’unico che potrebbe fornire qualche indicazione, visto che suo figlio si interessava dei casi che lui seguiva, muore di infarto per il dolore.
     Va da sé che in questo inizio di una calda estate romana Marina, il grande amore di Rocco, è ancora viva. MA è tornata a casa dei suoi. Deve pensare. Ha scoperto che Rocco ‘arrotondava’- diciamo così- lo stipendio. Che il benessere di cui godono, la bella casa che si affaccia sui tetti di Roma, poggiano sull’aver intascato qualcosa nel corso delle indagini di polizia. Marina non lo accetta. E Rocco soffre orribilmente, gli manca la moglie, darebbe qualunque cosa per farla ritornare. E’ un Rocco insolito, questo, un Rocco che abbiamo intravisto nei dialoghi con l’ombra di Marina, un Rocco sdoppiato, duro e tenero.
l'attore Marco Giallini che interpreterà Rocco negli sceneggiati per la televisione
    La ricerca dell’assassino o degli assassini dei due ragazzi si fa pericolosa, le persone coinvolte sono del tipo da cui sarebbe meglio stare alla larga, si sa che sono spietate- basta vedere come hanno ucciso Giovanni e l’amico. E un’altra Roma viene alla luce, molto più nera, più cinica, più crudele, di quella soffusa della luce dorata dei tramonti, costellata di meraviglie artistiche. Una Roma in cui oggetti di pseudo arte nascondono polvere bianca, una Roma diametralmente opposta a quella in cui lavora Marina, restauratrice di affreschi che riporta in vita i colori di santa Teodora. Sono due Rome inconciliabili, dallo scontro può derivare solo morte e sangue. Morte di innocenti, come Marina, seguita da altre morti, sangue per placare il desiderio di sangue.
     Guardiamo con occhi diversi Rocco Schiavone, dopo aver letto quanto è avvenuto in quella data con la triplice ripetizione del numero sette. Gli perdoniamo molto, anche se non tutto. E speriamo in un futuro più sereno per lui- la cagna Lupa che è affezionata sia a lui sia alla collega Caterina di Aosta, non lascia forse presagire un nuovo sentimento?

    Antonio Manzini conferma di avere una penna felice.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


mercoledì 20 luglio 2016

Zeruya Shalev, “Dolore” ed. 2016

                                                
                                        Voci da mondi diversi. Medio Oriente
     FRESCO DI LETTURA

Zeruya Shalev, “Dolore”
Ed. Feltrinelli, Trad. E. Loewenthal, pagg. 286, Euro 15,30


  L’inglese ha due parole diverse per indicare il dolore, pain e sorrow.  L’ebraico, così come l’italiano,  ci aiuta con un solo vocabolo per indicare il dolore fisico e quello dell’anima. Si intitola  “Dolore” il nuovo romanzo della scrittrice israeliana Zeruya Shalev e ruota, ancora ed ancora, intorno ad entrambi i tipi di dolore.
    Sono passati dieci anni da quando Iris è stata ferita gravemente durante un attentato a Gerusalemme. Glielo ricorda il marito, la mattina in cui inizia il romanzo,  con l’immediato risveglio del dolore nel corpo di Iris a cui ritornano in mente i dettagli di quella giornata, la casualità di quanto era accaduto. Non doveva essere lei ad accompagnare i figli a scuola- se fosse uscita più tardi per andare al lavoro, se Omer non avesse fatto i capricci e se Alma non avesse voluto essere pettinata con la coda di cavallo, se li avesse fatti scendere dall’auto prima, davanti alla scuola, lei non si sarebbe trovata dietro all’autobus che era saltato per aria. La casualità della vita e della morte. Ora, davanti alla recrudescenza del male, il marito fissa un appuntamento da uno specialista di terapia del dolore. E Iris, con un tuffo al cuore, lo riconosce: il dottor Rosen si chiamava Rosenfeld, è Eitan, invecchiato ma sempre Eitan, il suo primo amore di quando aveva diciassette anni e aveva creduto sarebbe morta quando lui l’aveva lasciata.

     Dov’è tutto questo dolore se la storia prosegue con l’amore ritrovato per un uomo di cui Iris registra il numero di telefono con il nome “Dolore”?  la realtà non è semplice, non è lineare, come non è lineare il pensiero di Iris, la voce narrante del romanzo in una sorta di monologo interiore che mescola frammenti di ricordi di tempi diversi- la morte del padre quando lei aveva solo quattro anni (il primo grande dolore), la malattia della madre di Eitan, i momenti di felicità assoluta dell’amore della sua giovinezza e l’abisso della disperazione, l’incontro con l’uomo buono che è ora suo marito e la nascita dei figli, la sua carriera come preside di una scuola specializzata con alunni difficili. Ed adesso questo- se la vita offre una seconda occasione, non è giusto approfittarne? Per Iris il tempo dell’amore si è fermato trent’anni prima, è pronta a lasciare il marito, i figli sono grandi, Alma è già andata via di casa, abita a Tel Aviv, Omer potrebbe essere chiamato al servizio militare a breve.

Eppure succede qualcosa che fa frenare il cuore di Iris. Qualcosa che sposta tutta l’attenzione dal suo vecchio nuovo amore alla figlia, la bambina che avrebbe voluto fosse figlia di lui, Eitan, perché ne avevano parlato nei loro sogni di giovane coppia innamorata. Degli amici avevano osservato, con cautela, quanto fosse cambiata Alma a Tel Aviv. Iris si era preoccupata, poi si era distratta, aveva solo Eitan in mente. E invece, l’allarme era giustificato. Ecco il nuovo dolore, il convincimento irrazionale ma fortissimo che se lei sacrifica Eitan, Alma sarà salva, il capovolgimento di quanto aveva pensato- prima di tutto vengono i figli, la responsabilità di un genitore è prima di tutto verso di loro.

    La storia d’amore, allora, bellissima e struggente come tutte le storie che non si sono realizzate, romantica come quelle dell’unico vero amore che non si confronta con la realtà, si amplia, diventa storia d’amore di una famiglia con il dolore della rinuncia che non è più sacrificio ma scelta. E lo stile narrativo di Zeruya Shalev ci fa vivere dall’interno il dolore della protagonista nel suo cammino verso l’accettazione del presente- “è una vecchia storia”, dice, distaccandosi dal sogno.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


martedì 19 luglio 2016

Julian Fellowes, “Un passato imperfetto” ed. 2009

                           Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
    romanzo 'romanzo'
    il libro dimenticato


Julian Fellowes, “Un passato imperfetto”
Ed. Neri Pozza, trad. M. Ortelio, pagg. 380, Euro 7,65

     Quando è stato pubblicato, nel 2009, non avevo letto “Un passato imperfetto”. L’ho preso in mano ora, dopo aver letto “Belgravia”, per fare un confronto, per completare la mia conoscenza dell’autore. Ebbene, Julian Fellowes è sempre Julian Fellowes. Se fosse stato un pittore, sarebbe potuto essere Thomas Gainsborough, il ritrattista dell’alta società britannica del 700. Perché, libro dopo libro, film dopo film, sia per il grande schermo sia per la televisione, Julian Fellowes, Barone Fellowes di West Stafford, dipinge per noi un quadro preciso, ricco di dettagli e sfumature, dell’upper class inglese- ed è chiaro che sa di che cosa sta parlando, che conosce dall’interno quell’ambiente, che, con l’acume della persona intelligente, riesce a sdoppiarsi, ad essere, nello stesso tempo, uno di loro ed un osservatore esterno, nel ruolo che affida al narratore sia in “Snob” sia in “Un passato imperfetto”, che potrebbe essere quello di Matthew in “Downton Abbey”.
    Il narratore di “Un passato imperfetto” (è inevitabile per noi identificarlo con lo stesso Julian Fellowes) racconta una storia che si svolge per lo più nel passato, un passato che è ‘imperfetto’ e che però sembra suscitare nostalgia. C’era molto che non andava bene, nel passato- e lo vedremo- ma il presente- il crollo della garbatezza, dello stile, dell’eleganza, delle buone maniere, di una solida cultura di base, dell’ordine, del rispetto- non regge al confronto. Le conquiste del presente, tutte quelle inimmaginabili libertà (quella sessuale, prima di tutto) che erano parse esaltanti, sono degenerate in superficialità e lassismo.

Ci deve essere un pretesto per far scattare la trama del romanzo, per permettere allo scrittore di mettere a confronto gli anni ‘60 (i mitici anni ’60 che in realtà hanno solo preparato i cambiamenti veri, degli anni ‘70) con l’inizio del nuovo millennio. Damian, uno del gruppo di amici di ‘allora’, sta morendo. Vive da solo, in una splendida abitazione- ne ha fatto di strada, Damian. Perché il ritratto che si completa a poco a poco, pagina dopo pagina, è quello di un arrampicatore sociale, di un intruso nel bel mondo, di un ragazzo- ventenne all’epoca- molto bello e di indubbio fascino che impara in fretta a comportarsi come gli altri del gruppo.
   Damian affida un compito di vitale importanza al narratore, che non lo vedeva da ‘allora’, quando era successo qualcosa di tremendo (e di non rivelato fino alla fine), in una vacanza in Portogallo, e che ora ricostruisce il passato per noi. Damian, che non ha avuto figli nel corso di un breve matrimonio, sospetta di averne avuto però uno, ‘allora’. E vuole rintracciarlo, vuole lasciargli la sua immensa fortuna. Non dovrebbe essere così difficile. Ha già fatto una selezione, controllando le date, delle ragazze con cui era andato a letto in quegli anni. Quelle che si erano sposate in fretta e avevano avuto un figlio nato, guarda caso, ‘prematuro’. L’amico narratore- era stato molto geloso di Damian, allora, non aveva la conquista facile come Damian, anzi, l’opposto- deve fare in fretta, sì, poi si farà l’esame del DNA, ma prima è necessario parlare di persona con le ex ragazze.

    Entrano in scena una dopo l’altra- una non entra affatto, è già morta- le debuttanti di ‘allora’, di un tempo in cui c’era ancora il rito di passaggio dell’ingresso in società che implicava spese non indifferenti. Una dopo l’altra rivivono le gelosie, gli innamoramenti, il sesso di nascosto e di sfuggita, le menzogne ai genitori, l’obiettivo di un matrimonio adeguato alla posizione. Che cosa è rimasto, di tutto questo, dopo quarant’anni? Il tempo non perdona, lascia tracce indelebili.
    E’ l’umorismo la cifra dello stile di Julian Fellowes. Anzi, il suo humour, perché la parola inglese mi pare renda meglio la sua specificità. E acutezza e brio. E quel lieve distacco che gli permette di criticare senza avere l’aria di farlo, che ci fa ricordare che anche lui, Julian Fellowes era ‘dei loro’.
Nelle sue commedia di costume Julian Fellowes è il cantastorie del passato, il Giano bifronte che guarda avanti e, nello stesso tempo, rivolge lo sguardo nostalgico al passato.


         



sabato 16 luglio 2016

Pajtim Statovci, “L’ultimo parallelo dell’anima” ed. 2016

                                                             vento del Nord
                                                             romanzo di formazione
                                                             FRESCO DI LETTURA


Pajtim Statovci, “L’ultimo parallelo dell’anima”
Ed. Frassinelli, trad. N. Rainò, pagg. 256, Euro 18,50

   Emine, la madre.
   Beqim, uno dei cinque figli.
   Emine, nel 1980, in Kosovo.
   Beqim, in Finlandia, ai nostri giorni.
Sono due voci con una storia unica, che incomincia nei Balcani in un tempo che sembra più lontano di quello che è in realtà, perché le usanze dettate dalla tradizione e lo stile di vita sono rimasti inalterati da tempo immemorabile, e che termina- o che non termina affatto tranne che nel romanzo- in un altro paese lontanissimo dal Kosovo, un paese che non sarà mai la loro patria, come non lo sarà più neppure quello da cui la famiglia è partita nel 1993 in fuga dalla guerra.
    Nel 1980 Emine è giovanissima. La sua famiglia è povera. Quando uno sconosciuto la vede, mentre sta andando a scuola, si incapriccia di lei e va a chiederla in moglie insieme a suo padre, c’è qualcuno che tentenna, che si oppone, che prende tempo? No di certo. Non ce n’è motivo. Bajram è un bell’uomo, studia all’università di Pristina, è ricco e la sommerge di regali. Questa è l’usanza, l’amore verrà dopo, Emine è fortunata. Che poi lui le dia uno schiaffo mentre lei, vestita di bianco, è seduta in automobile vicino a lui (come mai questa trasgressione al rigido galateo della cerimonia?) mentre stanno andando a sposarsi, è l’annuncio di un futuro non del tutto felice. Lo sposo non rispetterà affatto le promesse fatte davanti al padre di lei, non sarà né riguardoso, né affettuoso e tanto meno rispettoso.

Il giorno del matrimonio di Emine segna un cambiamento epocale non solo nella sua vita: alla radio annunciano la morte di Tito, l’uomo che era stato capace di dare coesione agli stati dei Balcani. Le difficoltà iniziano subito, la minaccia grava nell’aria, la partenza viene decisa nel 1993. Si scartano paesi troppo lontani, come l’America o l’Australia, si sceglie la Finlandia. Senza un motivo preciso, si pensa che laggiù, anzi, lassù si debba stare bene.
   La realtà dell’esilio è durissima. Affiora sia dal racconto di Emine, sia da quello di Beqim di cui sappiamo subito- per un incontro fissato con un appuntamento online- che è gay.
Da Beqim sappiamo dell’umiliazione di sentirsi diversi- ad iniziare dal nome insolito che sperava nessuno mai gli chiedesse per non dover dare spiegazioni-, dell’emarginazione, dell’essere trattati come selvaggi, come paria, come sfruttatori, delle difficoltà della lingua- e su due fronti, poi, perché guai a parlare finlandese in casa. Alla fine della guerra, d’estate si tornava in Kosovo. Si sognava quel ritorno e poi non si vedeva l’ora di fuggire, di nuovo, di tornare al Nord, nel paese dove non erano desiderati. Erano degli estranei in Finlandia e lo erano anche in patria, ormai.
    Una particolarità del racconto di Beqim rende la lettura più difficile e tuttavia è intesa ad esprimere la sensazione di alterità del protagonista- Beqim ama i gatti e i serpenti. Tiene in casa un serpente boa come amico ed un gatto parlante (il titolo originale, Kissani Jugoslavia, significa ‘il mio gatto Jugoslavia’). Al lettore indagarsi sulle metafore nascoste dietro questi animali e che cosa sia avvenuto nella vita di Beqim bambino quando soffriva di incubi in cui era attaccato da serpenti.


    “L’ultimo parallelo dell’anima” è un originale doppio romanzo di formazione- di un ragazzo e di una donna per cui il drastico cambiamento finale è una meta ancora più ardua che mai si sarebbe immaginata. Romanzo dell’esilio e delle divisioni all’interno dell’Europa, il brillante esordio di un giovane autore (nato nel 1990 in Kosovo e trasferitosi in Finlandia quando aveva due anni) che con questo libro si è aggiudicato il premio Helsingin Sanomat Literature.


giovedì 14 luglio 2016

William Boyd, "Ogni cuore umano" ed. 2005

                          Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
   la Storia nel romanzo
   intervista
   il libro ritrovato


INTERVISTA A WILLIAM BOYD, “Ogni cuore umano”
Ed. Neri Pozza, trad. Vincenzo Mingiardi, pagg. 605, Euro 17,50

Lo hanno chiamato “il secolo breve”, il ‘900, eppure è stato un secolo lunghissimo per chi, come Logan Mountstuart, il protagonista del romanzo dello scrittore inglese William Boyd, è nato nel 1906 ed è morto a ottantacinque anni. “Ogni cuore umano” è il diario di Logan, iniziato a diciassette anni e portato avanti a volte in maniera discontinua, ma sempre con il proposito di dire la verità. Anche riguardo alle menzogne: “la nostra vita è l’insieme delle bugie che diciamo?”, si domanda il giovane Logan. I diari sono raccolti in nove blocchi, nove scansioni temporali per un arco di circa settant’anni: alcuni più lunghi, quelli degli anni londinesi o i diari africani, alcuni brevi in uno stile spezzato a singhiozzi, dopo il ritorno dalla prigionia in Svizzera per scoprire che l’amata Freya e la loro figlia bambina sono morte sotto una bomba.
Logan non vuole raccontare la storia del ‘900, è la storia del ‘900 che entra nelle sue pagine mentre lui la vive senza sapere che è la Storia. Gli anni di scuola e il formarsi delle amicizie che dureranno tutta la vita, Oxford e le sue ambizioni di scrittore, un matrimonio e un figlio e la guerra di Spagna da cui scapperà dicendosi, “Che ci stai a fare qui, razza di folle?”, per rimpiangerne poi il fervore e l’idealismo. Ogni tanto Logan fa il punto della situazione- conta le amicizie, valuta la felicità o l’infelicità della sua vita, si propone di bere di meno, di scrivere qualcosa di valore, o di sopravvivere alla guerra. “E’ durata troppo a lungo e ci ha spezzato la vita in due, senza scampo”, scrive Logan della guerra che lo ha coinvolto nelle trame dei duchi di Windsor, e poi lo ha lanciato con il paracadute come spia in Svizzera. Cade e si risolleva, Logan; non è un eroe, ma è capace di trasformarsi, di cambiare: non ha successo come scrittore? passa ad occuparsi di una galleria di quadri a New York. Vorrebbe essere morto come Freya e Stella? Ma la vita continua, si risposa con un’americana che ha una bambina che gli ricorda la sua. A 71 anni, in quelli che, con molto umorismo, chiama “gli anni del cibo per cani” perché ha scoperto che è quello più economico e non è male con un’aggiunta di curry, è ancora capace di dire che ha deciso di cambiare vita perché si è accorto che si sta trasformando in un vecchietto abitudinario. Un’ultima riflessione chiude la vita di un personaggio che diventa straordinario perché riesce a far apparire tale l’ordinario: “in definitiva l’esistenza è solo il totale di tutta la buona e cattiva sorte che accumuli.” Anche queste sono parole ordinarie che diventano straordinarie. Stilos ha intervistato William Boyd.


Il suo romanzo ha la forma di un diario in prima persona: è ovvio che Logan Mountstuart non è Lei, ma quanto di Lei c’è in lui? E c’è qualcosa di uno o di più scrittori realmente esistiti?
     Non c’è molto di me, la mia personalità è diversa dalla sua, però i luoghi in cui gli capita di andare sono luoghi che conosco bene. Diciamo che la sua vita e la mia si sovrappongono, ma è un personaggio inventato e non il mio ritratto.
Graham Greene
E c’è tutta una generazione di scrittori inglesi molto noti a cui il personaggio di Logan è ispirato, Evelyn Waugh, Graham Greene, Lawrence Durrell, e altri meno noti, come William Gerhardie che ha avuto uno strano destino: famosissimo negli anni ‘20,  ha pubblicato l’ultimo romanzo nel 1940 ed è morto nel 1977. Immaginiamo che cosa abbia voluto dire, dopo la fama, un silenzio di 37 anni e morire sconosciuto e povero. Un po’ come Logan.

Questa non è la prima volta che Lei inventa il personaggio di un artista fittizio in maniera così perfetta che i lettori credono che sia veramente esistito, vero?
    No, infatti. Ho inventato il pittore Nat Tate, che compare anche in questo romanzo, e ne ho scritto una monografia. Era il 1998 e a New York si è creduto per giorni che avessi scoperto un pittore sconosciuto. E nel 1984 avevo scritto “The New Confessions”, la falsa autobiografia di un regista, un tal John James Todd. Sono tre libri in cui ho cercato di fare una narrativa più realista di quanto lo sia il solito romanzo e ho scelto la forma della non-fiction, la biografia, l’autobiografia, il diario. Quest’ultimo è più vicino alla vita vera perché sembra che tutto accada naturalmente e spontaneamente, c’è più immediatezza.

Perché era necessario che il suo personaggio nascesse in Uruguay e non fosse del tutto inglese?
    Perché volevo che fosse un “outsider”, un estraneo, e in qualche maniera rappresentasse me: io sono nato nell’Africa occidentale e mi sono sempre sentito distante dalla vita britannica. La mia casa era in Africa e non in Gran Bretagna. Volevo che Logan fosse nello stesso tempo molto inglese e avesse anche qualcosa di esotico e di straniero.
Anche lo scrittore Gerhardie, di cui parlavo prima, era nato e cresciuto in Russia, e quindi c’era una certa distanza tra lui e la società britannica. C’è stata un combinazione della mia esperienza e di un modello letterario. Per quello che mi riguarda, mi piace molto essere un “ousider”, mi fa sentire sradicato e penso che questo sia un bene per uno scrittore.

Ad un certo punto Logan dice che il diario non deve essere un testo di storia e tuttavia quello che abbiamo nel suo diario è la storia più vivida dell’intero secolo: mi è parso il risultato più grande del suo libro.
     Volevo che il romanzo coprisse l’intero secolo, ma non i grandi avvenimenti; volevo che mostrasse come ognuno di noi viene toccato dalla storia in modo banale, oppure eccitante o tragico. Così Logan è stato toccato dalla guerra in modo scioccante, perché la moglie e la figlia vengono uccise da una bomba, e, d’altra parte, c’è tutto il periodo in cui la guerra lo sfiora soltanto, quando è alle Bahamas. Le esperienze individuali della storia sono diverse da quelle considerate dal punto di vista dello storico. Un po’ come quando Logan scrive che, se l’invasione della Polonia avviene mentre stai facendo colazione, ne devi scrivere solo se ti interrompe la colazione. Volevo catturare il senso dell’autenticità della vera vita: così quando incontri Virginia Woolf nella realtà, non pensi, “che grande scrittrice”, ma “che donna antipatica!”.


Mentre leggevo, mi sono anche resa conto che il secolo breve è stato lunghissimo per alcuni, visto che la media della durata della vita si è così allungata. Un secolo lunghissimo per adattarsi a tutti i suoi cambiamenti.
    Sarebbe stato ancora più difficile e straordinario per un personaggio che avesse vissuto tra il 1870 e il 1950. Sarebbe cresciuto in piena epoca vittoriana e poi sarebbero seguiti cambiamenti enormi. Nel 1906 c’era già all’incirca tutto quello che adesso diamo per scontato, dagli aerei ai frigoriferi, al telefono. Immaginiamo invece i fratelli Wright che sono nati negli anni ‘70 e uno di loro è morto dopo la seconda guerra mondiale e ha visto dunque l’uso che è stato fatto dell’aereo- per sganciare la bomba su Hiroshima. Il salto maggiore c’è stato tra l’Inghilterra di Dickens e l’inizio del secolo. Sì, chi ha vissuto tutto il secolo è passato attraverso tutte le guerre: mio padre era nato nel 1920, aveva 16 o 17 anni all’epoca della guerra civile spagnola, e poi ha fatto la seconda guerra mondiale e la guerra in Nigeria. La guerra civile spagnola: era impossibile creare il personaggio di uno scrittore che vivesse in quegli anni e non andasse in Spagna. Tutti gli scrittori inglesi si sono ritrovati in Spagna, per lo più schierati contro il fascismo. La guerra civile spagnola ha gettato un’ombra sulla letteratura inglese più di qualunque altro conflitto.


Logan è un personaggio meravigliosamente complesso: da una parte è l’antieroe che ha paura della morte e non teme piangere, l’opposto dei personaggi di Hemingway.
    Logan è un personaggio molto umano. Non è uno scrittore “macho” nello stile di Hemingway che, dopotutto, era un nevrotico ed è finito per diventare un caso molto triste. Logan ha qualità e difetti, volevo che si comportasse a volte in maniera vergognosa e a volte bene, come facciamo tutti. Hemingway recitava sempre la stessa parte, creò questa “persona”, questa maschera per se stesso, e fu quella che poi lo distrusse.

 Logan è anche l’uomo senza qualità del secolo XX: vede la fine di un’epoca e sembra che la storia gli passi accanto. E’ l’uomo comune che vive nella storia e si accorge solo dopo che era la Storia.
    Proprio così. E’ quello che succede a tutti noi- l’11 settembre ha toccato in maniera straordinariamente forte tutte le nostre vite, ma in genere le persone comuni sono solo sfiorate dai grandi avvenimenti, quasi non sono consapevoli di quanto stia accadendo. Io ero un ragazzo quando ero in Nigeria e c’era la guerra civile. Ci furono più di un milione di morti, ma la mia esperienza non fu certo l’esperienza storica della guerra. La ricordo come una serie di disagi, l’auto che veniva fermata e controllata, i blocchi stradali, la mancanza di cibo. La visione degli storici è completamente diversa. Sarebbe stato inautentico se avessi scritto delle esperienze di Logan durante la seconda guerra mondiale come storicamente significative.

E tuttavia è un personaggio molto simpatico, specialmente quando invecchia. Ci piacciono le sue debolezze il suo idealismo, la sua fedeltà agli amici.
     Per far parlare Logan anziano è intervenuta l’immaginazione dello scrittore: conosco molte persone anziane, dovevo immaginare che cosa vuol dire, che cosa si prova, come si pensa, quando si hanno 70, 80 anni. D’altra parte vedo su di me che, invecchiando, se si è fortunati, si ha una sensazione più chiara e acuta di quello che ha importanza nella vita, si sviluppa una filosofia della vita che permette di affrontare la mortalità. Non puoi invecchiare senza farti delle domande, senza chiederti che cosa ha valore nella vita. Logan è un personaggio tempestoso, che ha avuto degli alti e bassi, ma ha raggiunto una certa saggezza e serenità.

“I cosmopoliti” è il titolo di uno dei libri di Logan: è una specie di autobiografia nascosta nel diario? Dopotutto, anche Logan è un cosmopolita.
    Logan è un cosmopolita e non è insulare o inglese nella maniera tipica. Mi piacciono i poeti francesi di cui si parla nel libro di Logan, perché suggeriscono un tipo di vita molto attraente: è importante per gli artisti essere consapevoli delle altre culture e delle altre tendenze, essere dei cittadini del mondo. E Logan è culturalmente “completo”, non è né insulare né reazionario.

recensione e intervista sono state pubblicate sulla rivista "Stilos"





martedì 12 luglio 2016

William Boyd, “Una dolce carezza” ed. 2016

                       Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
    biografia romanzata
    la Storia nel romanzo
    FRESCO DI LETTURA


William Boyd, “Una dolce carezza”
Ed. Neri Pozza, trad. M. Ortelio, pagg. 423, Euro 15,30

     Idea brillante, quella di William Boyd di guardare il secolo scorso con il terzo occhio della macchina fotografica. E altra idea brillante, quella di aver messo la macchina fotografica in mano ad una donna non convenzionale- i suoi scatti rispecchieranno la sua personalità, saranno immagini insolite di luoghi insoliti. Una settantina d’anni di Storia che, con il terzo occhio di una donna fotografa, saranno anche la storia dell’evolversi della condizione femminile oltre che la registrazione dei cambiamenti sociali e politici in Europa.
     Amory Clay nasce a Londra nel 1908- soffermiamoci un attimo a pensare che cosa abbia significato venire al mondo nel primo decennio del ‘900. Passare attraverso due guerre mondiali, la prima vissuta di riflesso- nel caso di Amory, attraverso il trauma riportato dal padre che sarà ricoverato per anni in un manicomio dopo aver cercato di suicidarsi trascinando anche la figlia primogenita nella morte-, la seconda in piena consapevolezza, nel fiore dell’età e, ancora una volta, sarà l’uomo accanto ad Amory- il marito Sholto Farr, questa volta- a vivere in prima persona la guerra, a riportare le ferite dell’anima che vanno in suppurazione e non guariscono mai, mentre Amory, inviata dal giornale sul fronte degli scontri, guarda attraverso l’obiettivo, fotografa, vorrebbe interrogare i soldati con la faccia sconvolta e finisce per interrogarsi sull’eticità delle foto di guerra, del voyeurismo bellico che ferma un momento atroce sulla pellicola, rendendolo pubblico, pensando però alla propria celebrità.
E poi, dopo una ventina d’anni che passano in un soffio, un’altra guerra, lontana questa volta, nel Vietnam. Una guerra che attira Amory con la voce del sangue, risvegliando in lei il desiderio del brivido di essere nel posto dove sta accadendo qualcosa, giusto o sbagliato che sia. E la vittima questa volta è un uomo che ha molti anni di meno di Amory, una storia passeggera che le ha ridato un guizzo di gioventù.
    Il nome Amory era stato scelto da suo padre che avrebbe voluto un erede maschio e aveva scelto il nome per lui. Usava, ai primi del ‘900, dare dei nomi ‘ambigui’ ai figli- Evelyn, Amory, Beverley, Vivian. Nomi prettamente femminili in realtà. Nomen omen- la vita di Amory Clay, fuori dai binari convenzionali, sarebbe potuta essere quella di un uomo. Ad iniziare dal momento in cui aveva preso l’iniziativa di infilarsi nel letto dello zio- quello che le aveva regalato la prima macchina fotografica, lui stesso affermato fotografo del bel mondo- per cercare di sedurlo. Senza successo perché era omosessuale.
Non c’erano stati poi molti uomini nella vita di Amory, solo cinque, ma era spregiudicata per i tempi in cui viveva, era capace di vivere le sue storie d’amore senza un legame matrimoniale. Anche il tipo di fotografie che scattava erano una prova della sua audacia disinvolta: quelle nei locali notturni di Berlino degli anni ‘30 furono addirittura giudicate oscene e ritirate dalla circolazione. Era stato frustrante per lei dover accettare l’incarico di fotografa di moda per una rivista americana. E tuttavia il passaggio dall’Europa agli Stati Uniti sono una splendida opportunità per spostare l’obiettivo su un’altra parte del mondo, sulla nazione che diventerà il baricentro della Storia del secolo XX.

    La vita di Amory Clay non è un lungo flash back e neppure una minuziosa ricostruzione. E’ intervallata da riflessioni di Amory stessa nel 1997 dal suo ritiro in un angolo di Scozia ed è come se il presente si fondesse nel passato, come se ci fosse uno scorrere fluido tra passato e presente. Ricordi e rimpianti, soddisfazione ed insieme indagarsi sulle proprie responsabilità come madre- l’eterno dilemma dei ‘se’: se lei non fosse andata in Vietnam ad inseguire fantasmi, forse per cercare di capire i mostri che avevano portato Sholto Farr alla morte, sua figlia sarebbe ugualmente finita in una comune in California?
    William Boyd ha creato un personaggio fittizio che prende vita nelle fotografie che corredano il libro- sono foto dell’archivio fotografico dello scrittore stesso, non ritraggono Amory Clay, ma chissà, forse…

E l’impressione di stare leggendo la storia vera di una donna dentro la grande Storia d’Europa aggiunge fascino al romanzo.