mercoledì 31 agosto 2016

Jung Myung Lee, "La regola del quadro" ed. 2016

                                                              Voci da mondi diversi. Asia        
             painting fiction
            cento sfumature di giallo
            FRESCO DI LETTURA

Jung Myung Lee, “La regola del quadro”
Ed. Frassinelli, trad. V. D’Urso, pagg. 451, euro 16,58

    Non è facile scrivere del romanzo “La regola del quadro” di Jung Myung Lee, e non è stato facile leggerlo. Forse è necessaria una raccomandazione, prima di iniziarne la lettura: dimenticatevi l’approccio usuale, dimenticatevi la cultura occidentale, dimenticatevi i ritmi della vita quotidiana a cui siete abituati e siate pronti ad entrare in un’altra tradizione che si esprime con un altro linguaggio visivo ed espressivo seguendo un’altra scansione temporale.
      Corea del diciottesimo secolo. Un re al governo del paese, una figura sovrana che ha qualcosa del divino, come l’imperatore del Giappone. Il giallo è il colore a lui riservato. Il pittore dell’Accademia che si aggiudica il premio per aver dipinto il miglior quadro che rappresenta il re in una gara bandita a scadenza regolare, acquista un prestigio enorme- per sé e per la propria famiglia.



    L’Accademia di pittura è un ambiente molto selettivo, è un onore ambito esservi ammessi, ma ci sono anche regole ferree a cui bisogna sottostare. Prima di tutte: non essere originali, la tradizione è legge, la tradizione è il meglio che l’arte possa dare, i pittori devono riprodurre fedelmente, senza stancarsi, copie di altri dipinti. Un imperativo: proibito usare il colore, solo il bianco e il nero sono concessi, il colore è deviante, suscita passioni, eccita, provoca un effetto che è contrario allo spirito dell’arte. I soggetti sono sempre gli stessi- piante ed animali che assumono una valenza simbolica. Questi quadri hanno il loro linguaggio che può variare solo per sfumature, cambiando qualche dettaglio. Il mondo dell’Accademia è per soli uomini: le donne sono bandite, sia come pittrici sia come soggetto di quadri. Eppure, al di fuori dell’Accademia, fiammeggiano i colori degli abiti delle cortigiane la cui compagnia è sempre ricercata- le donne hanno il loro ruolo, sottomesso a quello degli uomini, si ammirano le loro doti musicali e quelle di seduzione, ma sono considerate inferiori.
dipinto di Hongdo
     Ci sono due trame che si intrecciano ne “La regola del quadro”. La prima si svolge dentro l’Accademia e ruota intorno alla rivalità e al confronto fra due pittori, uno più anziano e già affermato e uno giovanissimo. Il pittore più vecchio è in qualche modo affascinato da quello più giovane ammesso da poco nella scuola: il volto delicato di Yunbok è la prima cosa che attira l’attenzione di Hongdo e forse è questa attrazione fisica che spinge Hongdo a difendere la sua arte, quando un insolito dipinto di Yunbok porta questi vicino all’espulsione dalla cerchia dorata perché considerato erotico. Subentra poi, da parte di Hongdo, ammirazione per tutto quello che Yunbok osa fare, per come osa infrangere i canoni fissi introducendo il colore e le figure femminili nei suoi lavori. Ci sarà una competizione fra i due, indetta dal sovrano che chiede loro di portargli immagini del mondo ‘al di fuori’ delle mura del palazzo- vuole vedere la realtà, deve sapere come vive la sua gente se vuole regnare giustamente. Giorno dopo giorno i due pittori porteranno a corte i loro dipinti- lo stesso soggetto ma visto con occhi diversi e raffigurato con tecniche diverse. Questo confronto continuo può a volte risultare stancante per il lettore, e tuttavia è nello stesso tempo illuminante. L’impiego del bianco e del nero, dei colori e dei giochi di luce e di ombre, la scelta di favorire un certo personaggio, o un animale piuttosto che un altro- tutto acquista un significato, tutto ha una spiegazione, è un’interpretazione del mondo che è ricco, variegato, multicolore, sfaccettato.
dipinto di Yunbok

     L’altra trama è un filone ‘giallo’ e riguarda un duplice delitto avvenuto dieci anni prima- erano morti due pittori, un quadro era scomparso, di una bambina si erano perse le tracce. E’ ancora possibile scoprire la verità di quello che era successo? E in che modo quei fatti lontani hanno a che fare con il presente?
       Chi, come me, ha molto amato “La guardia, il poeta e l’investigatore“ di Jung Myung Lee, può restare deluso da questo romanzo che, come il precedente, riporta in vita personaggi veramente esistiti anche se con minore passione. L’errore, tuttavia, è nel lettore, nel voler ritrovare qualcosa in un libro e nel tardare ad apprezzare, invece, quella diversità che è un ulteriore arricchimento.



   lo scrittore sarà presente al Festival della Letteratura di Mantova    

lunedì 29 agosto 2016

Elizabeth Jane Howard, "Il lungo sguardo" ed. 2014

                                     Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
           romanzo 'romanzo'
           il libro dimenticato

Elizabeth Jane Howard, “Il lungo sguardo”
Ed. Fazi, trad. M. Francescon, pagg. 512, Euro 17,50

      Soltanto a pagina 276 del romanzo “Il lungo sguardo” conosciamo il nome della protagonista, chiamata sempre, finora, Mrs. Fleming. E se Elizabeth Jane Howard ha deciso così, non sarò certo io a svelarvi il nome. Anche perché lei, Mrs. Fleming, fa osservare al marito che era tanto che non la chiamava per nome. Una sottigliezza importante. Se scompare il nome, scompare anche la persona: chi è la donna a cui si rivolge il marito? Una sua appendice che porta il suo cognome, qualcuno che non esiste senza di lui, qualcuno che ha finito di perdere la sua identità nel corso della vita insieme: “Il lungo sguardo” è il lungo sguardo indietro su un matrimonio infelice.
    1950- 1947- 1937- 1926, si riavvolge su queste tappe la storia di Mr. e  Mrs. Fleming. Lui, peraltro, un nome ce l’ha- Conrad- e viene chiamato con quello oppure con Mr. Fleming oppure Fleming tout court. Lui che esce e rientra in casa quando vuole, che ha sempre avuto delle amanti (l’ultima è la giovanissima Imogen). Le scene di apertura del romanzo sono nell’occasione del fidanzamento del figlio Julian: sposerà a breve una ragazza giovane, immatura, piuttosto insignificante. Andranno a Parigi in viaggio di nozze- Julian chiedendosi che cosa mai faranno a Parigi tutto il tempo da soli, la fidanzata che non sa proprio che cosa aspettarsi dal matrimonio. E’ una coppia che finirà per ripetere il modello dei due Fleming? Mrs. Fleming (continuiamo a chiamarla così, come nel libro) ha anche una figlia, Deirdre, il cui comportamento vorrebbe essere in opposizione a quello della madre e invece… - vive per conto suo, è incinta ma ripiegherà su un matrimonio di convenienza con un uomo che non è il padre del bambino.

   Che cosa ha portato i Fleming al punto di adesso, ad una rottura che pare definiiva e inevitabile? Rivediamo all’indietro la pellicola del loro matrimonio, cogliendo i cambiamenti di decennio in decennio fino al momento dell’incontro tra Conrad e quella che allora era una fanciulla di cui non vogliamo dire il nome, appena uscita da un amore che non aveva fatto a tempo ad iniziare ed era stato meglio così. Lei bellissima senza sapere di esserlo, con una madre che la mortificava e forse era inconsciamente gelosa di lei, ingenua e con tutta la freschezza della giovinezza.

     C’è sempre molto di autobiografico, nei romanzi di Elizabeth Jane Howard, una donna bellissima lei stessa, con una madre decisamente antipatica che le preferiva i figli maschi cogliendo ogni occasione per denigrare lei (è da questa madre russa che Jane Howard ha preso gli zigomi alti che rendono così singolare il suo viso?), un padre che aveva cercato di molestarla, un primo matrimonio (per fuggire da casa) a cui ne erano seguiti altri- per ben diciotto anni è stata sposata allo scrittore Kingsley Amis che di certo l’ha tenuta in ombra, tronfio della sua gloria. E’ da questo rapporto distruttivo che Jane Howard prende esempio nelle sue storie di matrimoni? Ma in ogni caso la realtà è molto complessa, la storia di un matrimonio è sempre una storia di amore e di odio, di passione e di disgusto, di tradimenti e di riavvicinamenti, di desiderio e di ritrosia. Mrs. Fleming non riesce ancora ad essere la donna indipendente che fu Jane Howard- le male lingue si sbizzarrirono sui suoi amori, sui mariti che rubò alle sue amiche. Mrs. Fleming è intrappolata in un rapporto da cui non è libera di uscire- lo vorrebbe veramente, poi?



    “Il lungo sguardo” è stato pubblicato per la prima volta nel 1956. La traduzione in italiano è apparsa nel 2014, anno in cui è morta la scrittrice. “Gli anni della leggerezza”, primo libro della saga dei Cazalet, è del 1988. Si sente la differenza. La penna è sempre la stessa, così pure il leggero tocco dell’introspezione, ma c’è una certa qual ridondanza espressiva ne “Il lungo sguardo”, una certa lentezza nella seconda metà del romanzo. Non ho avuto rimpianti ad abbandonare il personaggio di Mrs. Fleming (forse anche perché la fine è l’inizio della storia) mentre mi sono sentita sola quando ho terminato “Gli anni della leggerezza” e “Il tempo dell’attesa”.


domenica 28 agosto 2016

Mariolina Venezia, "Maltempo" ed. 2013

                                                            Casa Nostra. Qui Italia
    cento sfumature di giallo
     il libro dimenticato

Mariolina Venezia, “Maltempo”
Ed. Einaudi, pagg. 250, Euro 17,50, ebook 8,99

     Chi è che dice che al Sud c’è sempre il sole? A Matera piove. E’ primavera e piove. Immacolata Tataranni (splendido nome, contiene già una storia in sé), Pubblico Ministero al palazzo di giustizia di Matera, ha un carattere spinoso come un cactus, ci manca solo la pioggia per renderla più nervosa. E poi c’è aria da atmosfera elettorale- i due candidati per le regionali ammiccano sorridenti dai poster attaccati su ogni muro. Imma non sopporta né l’uno né l’altra.
Quando le consegnano una lettera in cui una certa Donata Miulli le chiede di incontrarla,- non se ne pentirà, ha grosse rivelazioni da farle- Immacolata detta Imma ne fa una pallottola e la getta nel cestino della carta straccia. Quando la stessa Donata Miulli, una bella ragazza poco più che ventenne, le fa la posta, la segue perfino a scuola, dove Imma ha un appuntamento con l’insegnante della figlia, Imma si sbarazza di lei in malo modo, seccata dalla sua insistenza, irritata perfino dalle sue qualifiche- laurea, master, guida turistica, insegnante di nuoto, paiono troppe. E che è? un po’ di tutto e un po’ di niente? Quando, in seguito, verrà fuori che Donata si era presentata anche in un famoso ristorante chiedendo di essere assunta come cameriera (non l’avevano assunta, ennesima delusione), Imma si è già pentita di averla respinta così sgarbatamente, di non aver ascoltato quello che aveva da dirle e che le aveva solo accennato- dell’onorevole che sorrideva sui muri, del petrolio e delle multinazionali, delle scorie radioattive che sarebbero finite nei pozzi di petrolio-, ed è giunta ad ammirare la caparbia di Donata, la sua intelligenza, la sua volontà di continuare a battersi per quella che sembra essere un’impresa disperata: trovare un lavoro. Perché, paradossalmente, in Basilicata più hai studiato, più sei preparato, più potresti ambire ad un impiego gratificante e meno possibilità hai di trovare un’occupazione.
Craco

E comunque Donata scompare. Il suo corpo verrà trovato nello strapiombo sotto il belvedere del paese in cui abita con la famiglia, vicino a Matera. I genitori non credono all’ipotesi di un suicidio- Donata non era il tipo. Neppure Imma ci crede, anche se il suo superiore vorrebbe che lei abbandonasse l’indagine.
    “Maltempo” è il secondo romanzo della serie che ha per protagonista Imma Tataranno, dopo “Come piante tra i sassi”, ed è un vero piacere leggerlo. Non importa se la soluzione dell’enigma della morte di Donata delude un poco- capita. Piace, invece, e molto, il personaggio del pubblico ministero che, tutto sommato, ha qualcosa in comune con la giovane Donata: l’ostinazione che l’ha fatta arrivare ad occupare una posizione importante, lei che proviene da una famiglia povera con una madre che sapeva sì e no leggere, lei con il suo metro e cinquanta di altezza che guarda ammirata le nuove generazioni di ragazze (tutte belle e alte: forse le brutte si nascondono in casa?), lei che è partita svantaggiata e non si lascia di certo intimidire dal maschilismo del suo superiore che le suggerisce di occuparsi di più del marito e le offre consigli culinari. Imma, o la si odia o la si ama. I colleghi la temono e le affibbiano soprannomi insultanti, perché lei è brusca e sa essere sprezzante, perché per lei il lavoro viene prima di tutto (anche prima dei colloqui con gli insegnanti della figlia), perché non guarda in faccia nessuno e non si lascia intimorire da niente. Piace, Imma, perché nasconde una sua fragilità sotto le spine. Perché sogna l’appuntato con gli occhi azzurri che è attratto da lei ma potrebbe essere suo figlio e alla fine le confessa che sì, è innamorato di una ragazza (per fortuna è una ragazza del tutto sbagliata per lui). Perché poi si accoccola come un gatto accanto al marito fedele e comprensivo.
la mitica Marozzi, simbolo della difficoltà di raggiungere Matera

Piace anche la lingua, in “Maltempo”, colloquiale con eleganza, con uno spruzzo di dialetto qua e là. Piace il paesaggio lucano, con i calanchi, il nuovo turismo e gli spettri che si aggirano nel paese fantasma di Craco. Piace la maniera, priva di vittimismo, in cui la scrittrice porta alla luce i problemi della sua terra, la disoccupazione giovanile, la corruzione, gli affari sporchi del petrolio o delle scorie che vengono sepolte come tanto altro- da sempre.


sabato 27 agosto 2016

Mariolina Venezia, “Mille anni che sto qui” ed. 2006

                                             Casa Nostra. Qui Italia
                  saga
               il libro ritrovato

Mariolina Venezia, “Mille anni che sto qui”
Ed. Einaudi, pagg. 244, Euro 15,00    


     “Mi pare mille anni che sto qui”, dice la vecchia nonna Candida nelle ultime pagine del libro. Non sono mille, neppure cento, gli anni della sua vita e sono quasi 150 quelli ricoperti dall’intera saga famigliare del romanzo di Mariolina Venezia, eppure scorrono ad un ritmo così lento che si allungano fino a sembrare mille. E forse non è neppure vero che gli anni passino lentamente, piuttosto che, se il tempo è come un fiume, nel paese di Grottole, in Lucania, il tempo ristagna in una pozza d’acqua ferma. Quanto accade è ripetitivo, sembra che nulla cambi mai a Grottole, in centocinquanta anni.

      Candida, nipote di Concetta, figlia di Albina, madre di Alba, nonna di Gioia: sono donne le vere protagoniste del romanzo. Eppure ci sono tanti uomini nella famiglia Falcone e questa è una società maschilista in cui l’uomo è quello che conta. Don Francesco si decide a sposare la contadina amante Concetta quando nasce il primo figlio maschio dopo sei femmine (per ironia della sorte il piccolo tiranno, diventato adulto, amerà farsi fotografare vestito da donna); per Candida esistono solo i sei figli maschi e poco le importa di Alba; sono gli uomini, il fratello di Alba e Rocco che diventerà suo marito, che vanno al Nord e si lasciano coinvolgere nel movimento comunista. Ma le donne regnano in queste pagine piene di storie, di amori e dolori, che iniziano con l’unità d’Italia e terminano con la caduta del muro di Berlino. Forse perché sono le donne che hanno la capacità di raccontare le storie, come se ricamassero una tela, per tramandarle. Storie di ricchi e di poveri in Lucania, e i ricchi non sono più colti o diversi dai poveri, ma hanno le terre. E non lavorano, quello tocca ai cafoni. E’ come un’isola, Grottole. Per i grottolesi “la Merica” e “l’altitalia” sono ugualmente lontane, ugualmente favoleggiate, luoghi in cui si fanno i soldi ma si soffre di freddo e di solitudine. E poi luoghi, entrambi, in cui si parla un’altra lingua.
    Mariolina Venezia procede con brio nel tessere le sue storie, con uno stile che mescola realismo e poesia con un pizzico di “realismo magico”- come nella scena delle giare d’olio infrante dalle urla di Concetta che sta partorendo il figlio maschio, o la faccenda dei barili di ducati murati in casa che riappaiono quando non hanno più valore.

    Quando il racconto delle storie di famiglia si sposta in un tempo più vicino al nostro, si prova una sensazione di sfasamento, quasi un capogiro: il fiume del tempo è in piena ma i grottolesi restano fermi a vederlo scorrere e non riescono neppure a vedere i contorni di quello che le acque trascinano con sé. E’ Gioia, che all’inizio traccia un infantile albero genealogico per la nonna Candida che non ricorda più i nomi, ad essere travolta dal fiume in piena. Abbandonando la famiglia per seguire i figli dei fiori, restando implicata in trame pericolose, espatriando infine a Parigi da dove la riporteranno a casa i genitori, per curarla.

    Guardando dal finestrino del treno, Gioia osserva che qualcosa è cambiato in Lucania, dopotutto, e non in meglio. Non c’è più la campagna a perdita d’occhio, c’è sempre qualcosa contro cui la vista si ferma, una casamatta, un pilone, un cartellone pubblicitario. E Gioia ne celebra la perdita con “un funerale senza lacrime”. 

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


venerdì 26 agosto 2016

Mariolina Venezia, “Come piante tra i sassi” ed. 2010

                                                              Casa Nostra. Qui Italia
        cento sfumature di giallo
         il libro ritrovato

Mariolina Venezia, “Come piante tra i sassi”
Ed. Einaudi, pagg. 249, Euro 17,50


   Quando aveva finito il liceo, il sogno di Imma sarebbe stato entrare in polizia. Proprio quell’anno, infatti, nell’81, uscì il decreto che apriva al gentil sesso l’accesso alle forze dell’ordine, decreto che venne poi reso esecutivo qualche anno dopo, nell’84, quando ci fu il primo concorso per agente di pubblica sicurezza aperto anche alle signore. Lei, in ogni caso, quel concorso non poté mai sostenerlo, perché avevano fissato l’altezza minima a un metro e cinquantacinque.

    Di dove può essere un sostituto procuratore della Repubblica che di nome fa Immacolata Tataranni? Certamente non di Bolzano, e neppure della Val d’Aosta. La risposta corretta è: di Matera. Proprio della città in cui i Sassi, un tempo vergognose abitazioni in cui neppure la minima norma di igiene veniva rispettata, sono diventati Patrimonio dell’Umanità. Della regione che è l’unica a doppia denominazione: Lucania (dal latino lucus, terra di boschi) e Basilicata (dall’amministratore bizantino basiliskos); della terra stretta tra Puglia e Calabria, affacciata sul Mar Jonio, di cui persino Dio si è dimenticato, se diamo retta al titolo del libro di Carlo Levi, “Cristo si è fermato a Eboli”.

Imma Tataranni è la protagonista di “Come piante tra i sassi” di Mariolina Venezia, che ha cambiato genere, dopo la saga famigliare “Mille anni che sto qui”,  con questo romanzo di indagine poliziesca, un giallo-noir frizzante e ricco di humour, specchio di un paese in cui quello che accade alla luce del sole e quello che trova una spiegazione chiarificatrice è solo un frammento insignificante di tanto altro che resta nascosto. Come nei vicoli labirintici che si inerpicano tra i Sassi. O come in quelle stesse grotte scavate nella roccia calcarea. La vicenda inizia con un ragazzo trovato morto, il giorno del suo ventiduesimo compleanno, il 21 marzo 2003. E’ vestito di nero, con una cintura Dolce e Gabbana, mutande che mostrano la sigla D&G sull’elastico che fuoriesce dai pantaloni. Si chiama Nunzio Festa, il padre è distrutto dal dolore. La sera prima lo avevano visto litigare all’uscita della discoteca con Carmine Amoroso, fratello della sua fidanzata, Milena.
    Il dettaglio della marca Dolce & Gabbana non è una concessione colorita e gratuita alla moda e al consumismo: dove mai trovava i soldi, Nunzio, per comprarsi capi firmati? E, se è per quello, dove aveva trovato i soldi suo padre per finire di pagare l’ipoteca? E l’altro contadino, come aveva potuto permettersi di far curare il figlio leucemico in America? A che cosa sono collegate queste ricchezze improvvise? Viene fuori un commercio lucroso di pìnakes, tavolette votive dell’epoca della Magna Grecia. La terra lucana ha tali ricchezze sepolte, di un grande passato. E i tombaroli non devono faticare neppure troppo né a scavare, né a smerciare reperti che andrebbero consegnati alla Sovrintendenza delle Belle Arti. Ma non ci sono solo vasi, anfore e tavolette votive sotto quella terra dove da un po’ si coltivano kiwi. Ci sono degli appezzamenti in cui un’insalata dalle foglie strane rivela la presenza di altro: scorie tossiche.

     In tutto questo, che fa Imma Tataranni? Procede, cocciuta, senza lasciarsi mettere in soggezione da notai che esibiscono anfore trafugate, interrogando con pazienza la fidanzata di Nunzio, indagando sul passato di Carmine Amoroso, facendo sopralluoghi accompagnata dall’appuntato Calogiuri. Imma Tataranni ci conquista. Per la sua tempra: sua madre faceva la donna di servizio, a scuola gli insegnanti le dicevano che ‘non aveva gli strumenti’ per fare il liceo classico, aveva studiato sodo per conquistare il posto che occupa. Per il suo aspetto, così controcorrente, lontano dai modelli di donna proposti dai media: non arriva al metro e cinquantacinque, porta la quinta di reggiseno, indossa gli abiti che le cuce sua madre. Per il suo umorismo. Per la spietatezza divertita con cui persegue i piccoli crimini quotidiani dell’assenteismo. Per la ricchezza di sentimenti che le permette di amare marito e figlia e occhieggiare il bel Calogiuri che tanto la ammira. Per la sua umanità- e dovete leggere fino alla fine per apprezzarla in pieno.
       Ammiro gli scrittori che sanno rinnovarsi e osano cambiare, e questa prova narrativa di Mariolina Venezia mi pare più riuscita ancora e più originale del romanzo precedente, vincitore del Premio Campiello 2007. Soprattutto mi ha entusiasmato l’apparire sulla scena di un personaggio femminile così simpatico nell’ambientazione di una regione che- almeno al Nord- conosciamo poco.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


    
    

    

lunedì 15 agosto 2016

holidays


                                              

mi concedo alcuni giorni di vacanza per le feriae Augusti. Buon ferragosto

Carlo Levi, “Cristo si è fermato a Eboli” ed. 1945

                                                           Casa Nostra. Qui Italia
          riletture
          autobiografia

Carlo Levi, “Cristo si è fermato a Eboli”
Ed. Einaudi, pagg. 245, Euro 5,50


     E’ passato più di mezzo secolo da quando lessi “Cristo si è fermato a Eboli” per la prima volta. La Basilicata era lontana, allora, quanto lo è oggi l’America. E’ ancora lontana, a dire il vero. Difficile da raggiungere per chi non guida o non vuole andare con l’automobile. Ci si arriva con l’aereo fino a Bari e poi bisogna noleggiare un’auto. I treni ad alta velocità propongono un servizio che abbina il treno con il pulmann. Facilitano il viaggio, ma il tempo impiegato è superiore alle ore di un volo Milano-New York. Matera sarà la capitale europea della cultura nel 2019 e di certo non è neppure lontanamente paragonabile alla città descritta dalla sorella di Carlo Levi, che vi sostò andando a trovare il fratello, al confino ad Aliano (chiamata Gagliano nel libro) per attività antifascista negli anni 1935-36. Allora i Sassi- oggi ristrutturati, luogo di attrazione turistica con il loro fascino antico e spettrale- apparivano  come abitazioni che non erano degne neppure del nome di ‘tuguri’. Scavate nella montagna, ricevevano aria solo dall’apertura dell’ingresso. Uomini, donne, bambini e bestie ci vivevano insieme. Le condizioni sanitarie, come si può ben immaginare, erano spaventose.

    La descrizione di Matera, fatta dalla sorella di Carlo Levi e ripetuta poi da lui stesso quando ha occasione di passare per la città, è centrale in questo romanzo autobiografico. E’ come se la visione dell’umanità dolente che si aggira nei Sassi (formati come due imbuti capovolti, come nelle raffigurazioni dell’Inferno dantesco- e non è un caso) fosse l’apice, il concentrato di tutto quello che Carlo Levi ha visto fino a quel momento a Grassano e a Gagliano dove è stato al confino, come se fosse la fine di ogni speranza per questa terra e per questa gente. Se in una cittadina, un capoluogo di provincia, si vive in questo modo, che cosa ci si può aspettare dalle campagne? E’ raro che il titolo di un libro diventi così emblematico come quello di Carlo Levi. Cristo si è fermato a Eboli, non è andato più in là, Dio ha abbandonato la gente della Lucania alla miseria, alla malaria, alle malattie curabili altrove ma non laddove non ci sono né medici (quei pochi sono ‘medicaciucci’, svogliati e ignoranti, e Levi non riuscirà a sottrarsi alla richiesta di curare gli ammalati anche se non ha mai esercitato) né medicine, sostituite da filtri e pozioni, alla fame, alla sporcizia, alle mosche, a quella terra bianca che non nutre i suoi figli.

    C’è di che restare sconvolti per chi arriva da Torino, come Carlo Levi. Eppure, a poco a poco, si instaura uno strano legame di fiducia e di schivo affetto tra di lui (‘sei un cristiano buono’, gli dicono) e i contadini del posto. Dei contadini ci si può fidare, dei cosiddetti borghesi e degli uomini di chiesa, no. Quelli sono schietti e sinceri, questi sono grezzi e meschini. Le donne, poi, sono come pipistrelli nei loro abiti neri, rassegnate nella loro condizione di subalterne, di fattrici di figli, confinate in una ignoranza assoluta. Lo Stato è assente, si parla ancora dei briganti- a metà tra malfattori ed eroi.

    Fa ancora male, rileggere il libro (pubblicato per la prima volta nel 1945). Ci pare impossibile che questa sia Storia, la nostra Storia che abbiamo dimenticato. “Cristo si è fermato a Eboli” era ed è un libro importante, più che un romanzo è un libro-saggio sulla storia politica, sociale ed economica di una parte d’Italia troppo spesso trascurata e incompresa. Viene da domandarsi, dopo averlo letto, quanto la Basilicata sia veramente cambiata, al di là dell’innegabile progresso portato dal tempo, quanto si sia smosso di quella letale immobilità e rassegnazione descritte da Carlo Levi. Un futuro ormai vicino darà la risposta.
    Aggiungo una riflessione personale sul libro in quanto oggetto: la mia copia è vecchia, mi fu regalata da uno studente lucano. Ero studentessa anche io e ci eravamo incontrati in quello che oggi si chiamerebbe uno stage di ricerca scientifica- le ragazze che partecipavano allo stage erano state selezionate fra le regioni del Nord Italia, i ragazzi dal Sud, facile capirne il perché in un tempo in cui difficilmente alle ragazze sarebbe stato dato il permesso dalle famiglie per venire a Milano. Io non sapevo nulla della Basilicata o Lucania e questo ragazzo che non ho mai più visto voleva farmela conoscere. Ecco: la mia copia di “Cristo si è fermato a Eboli” ha cristallizzato il ricordo di una persona in un tempo lontano. Qualcosa che non è più possibile, che si è perso del tutto nell’era dell’ebook. Peccato.



    

Carlo Levi, "Cristo si è fermato a Eboli"



                                        Casa Nostra. Qui Italia.
                                        riletture
                                        dal libro al film

Su youtube la scena dell'arrivo di Carlo Levi a Gagliano. Il film, con la regia di Francesco Rosi e interpretato da Gian Maria Volonté, è stato girato nel 1979.



sabato 13 agosto 2016

William Boyd, “Aspettando l’alba” ed. 2013

                                Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
            spy-story
             il libro ritrovato

William Boyd, “Aspettando l’alba”
Ed. Ponte alle Grazie, trad. Vincenzo Mingiardi, pagg. 411, Euro 18,00


      Non sono certa che sia corretto definire un “dandy” (come dice la scritta sulla copertina) il protagonista del nuovo romanzo di William Boyd, “Aspettando l’alba”. Perché non mi pare che sia così preoccupato per il suo aspetto o per sembrare quello che non è: Lysander Rief è un giovane attore, un figlio d’arte perché sia il padre sia la madre avevano calcato le scene. Quando lo incontriamo, nel 1913, Lysander Rief è a Vienna per risolvere con la psicanalisi il problema che lo angustia- la sua incapacità di raggiungere l’orgasmo durante un rapporto. Ed è proprio nella sala d’attesa del dottor Bensimon (più avanti nel romanzo ci sarà anche una fugace comparsa di Freud) che Lysander incontra Hettie Bull, molto carina, molto vivace e priva di inibizioni (a lei il dottor prescrive la cocaina…), scultrice e compagna di un pittore. Il sesso con Hettie è travolgente, l’anorgasmia di Lysander è dimenticata. La conseguenza è, tuttavia, che Lysander tronca il fidanzamento con l’attrice che lo attende in Inghilterra senza soffermarsi a riflettere quanto inaffidabile sia Hettie.

    “Aspettando l’alba” si svolge tra il 1913 e il 1915 e noi seguiamo le avventure di Lysander tra Vienna, Londra, Ginevra e ancora Londra, in quello che è un vero ‘romanzo di formazione’. Perché Lysander Rief cambia parecchio nel giro di tre anni- anzi, il ruolo che viene chiamato a svolgere non ci sembra affatto tagliato per lui. Forse, invece, lo è. Forse Lysander, dopo la brutta esperienza di Vienna, dopo l’accusa di stupro da parte di Hettie e il conseguente imprigionamento, dopo la fuga verso Trieste in cui ha mostrato la sua attitudine a mascherarsi (ogni bravo attore deve saper rivestire i panni del personaggio che interpreta) sottraendosi così all’inseguimento della polizia austriaca, resta intrappolato in una serie di circostanze casuali che in definitiva lo portano ad essere arruolato dai servizi segreti. Lysander non ha scelta. Ha contratto un debito con il governo britannico che ha pagato la cauzione per lui in Austria, gli è giocoforza accettare la parte di spia per individuare chi sia a mandare al nemico informazioni così dettagliate e precise sulle mosse dell’esercito in Francia, sugli approvvigionamenti e sulle armi in dotazione. E così Lysander arriva ad uccidere un uomo. Ma Lysander è un assassino per caso- si stupisce lui (e cerca di tacitare la sua coscienza), ci stupiamo noi. Ma questo è solo il primo di altri avvenimenti che sconquassano la sua vita, di una serie di coincidenze che sono troppo numerose per essere solo tali, di rivelazioni che lo toccano molto da vicino, che lo obbligano a riconsiderare il passato suo e della sua stessa famiglia e che lui- Lysander- fatica ad accettare. Ed è la morte di un’altra persona che lo obbliga a riconoscere che ha seguito le tracce giuste per scoprire chi tradisce la Gran Bretagna.


     Pensando a certe sue opere precedenti, come il bellissimo “Ogni cuore umano” del 2004, o anche “Inquietudine” del 2006 in cui Boyd inaugurava il suo filone della spy story, “Aspettando l’alba” ci pare meno convincente. E’ il personaggio stesso di Lysander che manca di una forte presa sul cuore o sulla mente del lettore- c’è una sorta di scollamento fra la sua personalità e le azioni che porta a termine. Ciò detto, resta il fatto che William Boyd è un ottimo narratore, che sa raccontare e sa scrivere. Soprattutto sa creare l’ambientazione della sua storia, sia essa la Vienna pre-bellica con il nuovo interesse per la psicanalisi, sia la Londra bombardata dagli zeppelin, sia le trincee del fronte francese.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


venerdì 12 agosto 2016

Giacomo Mazzariol, “Mio fratello rincorre i dinosauri” ed. 2016

                                                             Casa Nostra. Qui Italia
                                                                  romanzo di formazione
    FRESCO DI LETTURA

Giacomo Mazzariol, “Mio fratello rincorre i dinosauri. Storia mia e di Giovanni che ha un cromosoma in più
Ed. Einaudi, pagg. 176, Euro 14,03

       Castelfranco Veneto. I Mazzariol: papà, mamma, tre figli- due bambine e un maschietto. Un giorno il papà ferma l’auto in un parcheggio e comunica la bella notizia. È in arrivo un fratellino. Sì, proprio un maschietto, un compagno di giochi per Giacomo che ha cinque anni, un maschietto che pareggerà i numeri dei componenti famigliari, che equilibrerà qualunque scelta si debba fare in comune, dal film da vedere ai passatempi. Giacomo è felice: avrà un amico.
Poi, un giorno, il papà ferma di nuovo l’auto nello stesso parcheggio. Che cosa avrà da dire questa volta? Che il fratellino non sarà come loro, che sarà speciale. La fantasia di Giacomo prende il volo. Il suo fratellino sarà un po’ magico, sarà un eroe, avrà dei superpoteri. E’ Giacomo a trovare il nome per lui: si chiamerà Giovanni.
     Quando Giovanni nasce, Giacomo si stupisce ma neppure più che tanto. Viene forse da un altro pianeta, questo bambino? Forse è un venusiano? Ha gli occhi come i cinesi.

     Ci vorrà parecchio tempo prima che Giacomo si imbatta nella parola ‘Down’, prima che sappia del cromosoma in più che rende Giovanni diverso, prima che accetti che ci sono certe cose che Giovanni sarà capace di fare con molto ritardo e altre che non farà mai. Ci vorrà tempo prima che Giacomo faccia sue le parole della sua straordinaria mamma- che si sceglie di amare e non si sceglie la persona da amare. E, per anni, dovrà combattere una lotta interiore- lui ama Giovanni, e tuttavia si vergogna di lui. E si vergogna di se stesso perché nasconde di avere anche un fratellino oltre alle due sorelle, perché non è capace di rivendicare questo fratello diverso ma così amabile, così buffo, così tenero, così allegro, quando dei giovani e stupidi bulli lo tormentano al parco giochi, perché non sa come reagire quando sente usare la parola ‘Down’ in maniera inappropriata e offensiva.
    E’ un percorso difficile che deve fare, Giacomo- la voce narrante di questo libro intenso, toccante, doloroso e divertente. Giacomo finisce le scuole medie, inizia il liceo scientifico, il suo cuore batte per una ragazzina che pare irraggiungibile e che invece forse ricambia il suo amore, forma una piccola band con due amici i quali non mostrano alcun stupore quando incontrano Giovanni- per caso, perché Giacomo non invita mai nessuno in casa se sa che c’è il fratello. Qualcosa lentamente cambia- dalla vergogna all’accettazione, al guardare il mondo con occhi diversi, con gli stessi occhi ‘cinesi’ di Giovanni. ‘Non è detto che le storie debbano sempre finire nel modo in cui sono state scritte’, dice la saggia sorella maggiore, una volta che Giovanni aveva stravolto la storia del Re Leone. Non è detto che le cose vadano fatte in una sola maniera, che riuscire nella vita significhi una sola cosa.

     Con uno stile fresco, pulito e spontaneo, il diciannovenne Giacomo Mazzariol ha scritto un romanzo di formazione insolito che parla dell’avventura di diventare grandi a fianco di qualcuno che non diventerà mai grande in maniera uguale a noi, di capire ed amare il ‘diverso’ come parte di un’unica grande e multipla realtà, di considerare l’esperienza di un ‘diverso’ in famiglia come un arricchimento, un qualcosa in più. “Mio fratello rincorre i dinosauri” affronta un problema simile a quello di Fulvio Ervas in “Se ti abbraccio non aver paura”, ma il suo è un punto di vista differente, più difficile e delicato: Giacomo è il fratello, non il padre del bambino diverso. In un genitore scatta il desiderio di protezione, la volontà di lottare per un figlio di cui si è responsabili per il solo fatto di averlo messo al mondo. Un fratello è troppo giovane per avere gli strumenti per affrontare un problema più grande di lui- vuole appartenere ad un gruppo, non vuole essere diverso perché nella sua famiglia c’è un ‘diverso’. E diciamo pure che Giacomo Mazzariol ha la fortuna di avere una famiglia del tutto’diversa’, così piena d’amore, di sollecitudine e di generosità.
     Un libro che tutti dovrebbero leggere per guardare il prossimo con gli occhi a fessura come quelli di un cinese.




Giacomo Mazzariol. Il finto colloquio di lavoro conquista Youtube "The simple interview"



                             Giacomo Mazzariol, "Mio fratello rincorre gli elefanti"


Il filmato girato da Giacomo Mazzariol con il fratellino e messo su you tube. E' stato girato nel periodo in cui Giovanni era fissato con i filmati e Giacomo aveva chiesto in prestito alla sorella la macchina fotografica. Guardatelo, ne sarete conquistati.


mercoledì 10 agosto 2016

Cristóvão Tezza, “La caduta delle consonanti intervocaliche” ed. 2016

                                       Voci da mondi diversi. America Latina
              FRESCO DI LETTURA


Cristóvão Tezza, “La caduta delle consonanti intervocaliche”
Ed. Fazi, trad. D. Petruccioli, pagg. 237, Euro 14,88


    Francia e Italia. Svezia e Norvegia. Germania e Austria. Spagna e Portogallo. Ci sono paesi fratelli o cugini, amici diventati a tratti nemici e poi ritornati amici nel corso della Storia, che per ragioni geografiche, storiche e politiche condividono molti aspetti della loro cultura e della loro lingua- si assomigliano e si intendono.
    Spagna e Portogallo: risale al X e all’XI secolo la caduta delle consonanti intervocaliche che avrebbe costituito la maggiore differenza tra le due lingue. Un esempio facilissimo: da ‘santo’ a ‘são’. Questa trasformazione della lingua è il soggetto degli studi di Heliseu da Motta e Silva, professore di filologia romanza ormai in pensione. Il romanzo di Cristóvão Tezza, una delle voci più importanti della letteratura brasiliana contemporanea, lo coglie in un giorno importante della sua vita, quello in cui deve recarsi alla cerimonia in suo onore nell’università in cui ha insegnato.

    Un giorno nella vita di un uomo- un tema classico, pensiamo a Leopold Bloom e a Mrs. Dalloway. E tuttavia, a differenza degli altri due personaggi, Heliseu non esce di casa, non lo seguiamo nel suo percorso verso l’università. Ha settant’anni, Heliseu, e nel giorno in cui deve pronunciare un discorso che riassuma la sua carriera, si gira indietro e considera la sua vita. Ricorda, pensa, affastella frammenti di ricordi, li rivede, li corregge, si pone domande, forse è la prima volta che si sforza veramente di dire la verità anche a se stesso. Esaminare la propria vita è un po’ come studiare filologia: qui c’è una parola di cui bisogna risalire alla forma originale, nella vita ci sono dei fatti, dei comportamenti, delle azioni- che cosa c’è stato alla base di tutto?
La filologia è stata Galeotto nell’incontro di Heliseu con la donna che doveva diventare sua moglie e che gli avrebbe dato il suo unico figlio, c’è qualcosa di intrigante nella filologia, quella capacità di spiegare le parole che usiamo ogni giorno che conferisce un’aria un po’ magica anche se pure un poco pedante al professor Heliseu. Il quale poi si innamorerà come un adolescente di una ragazza francese che è venuta a sentire una sua lezione. Spigliata e provocante, Thérese (che non potrà non giocare sullo sbaglio di quell’accento con un professore di filologia), ‘giocherà’ con Heliseu, si servirà di lui, lo mollerà quando le farà comodo. E intanto anche la moglie avrà tradito Heliseu, con qualcuno del tutto inaspettato e insospettabile.
   Era morta, la moglie di Heliseu. Era intervenuta la polizia- è un ricordo assillante che gira in tondo nella mente di Heliseu in questa mattina di preparativi. Forse la morte di Monica è addirittura il nodo del romanzo, ricostruita a piccoli pezzi, immaginando o rivivendo interrogatori che sanno molto di letteratura di genere. Era caduta dal terrazzo mentre innaffiava le piante. Veramente per caso? Lui era veramente scivolato mentre cercava di trattenerla? C’era bagnato per terra? Chi aveva visto qualcosa? La domestica che è tuttora a servizio di Heliseu? Suo figlio, forse?

    L’amante, la moglie, il figlio- quante colpe ha da rimproverarsi, Heliseu, se vuole essere sincero, ora che il tempo stringe. Non il tempo che gli resta prima della cerimonia, ma il tempo da vivere. Il figlio era stato un cocco di mamma, Heliseu non gli aveva mai dedicato molta attenzione. Finché non lo aveva sorpreso insieme ad un ragazzo…Ora suo figlio vive negli Stati Uniti, gli ha scritto che lui e il suo compagno hanno adottato una bambina.
     Heliseu doveva pensare a qualcosa da dire con autocompiacimento nel momento in cui gli avrebbero consegnato il riconoscimento alla carriera e invece…Heliseu semi-vestito, che fa la doccia e si prepara ad uscire, ha messo a nudo anche la sua coscienza. Che vita piccola e meschina ha avuto. Incapace di prendere una posizione politica di fronte alla dittatura, incapace di generosità in amore, presente solo per condannare come padre, disprezzato dai colleghi, addirittura colpevole di un crimine, forse. Si è salvato almeno come professore? Chissà.
    Un romanzo toccante, poetico, colmo della tristezza della tragicità quotidiana della vita quando si è incapaci di uscire dalla mediocrità, quando si preferisce mentire anche a se stessi pur di negare la propria inettitudine, quando ci si rende conto che il sipario sta per calare sulla parola ‘fine’.




    
 



lunedì 8 agosto 2016

David Malouf, “Una vita immaginaria” ed. 2001

                                                   Voci da mondi diversi. Australia
           il libro dimenticato

David Malouf, “Una vita immaginaria”
Ed. Frassinelli, trad. Pirri e Giannetti, pagg. 178, Euro 13,43  

   Un David Malouf che ritorna a temi ‘antichi’, come nell’indimenticabile “Io sono Achille”. Nella novella o romanzo breve “Una vita immaginaria” il protagonista è Ovidio, il poeta romano nato a Sulmona nel 43 a.C. e morto a Tomi (oggi Costanza) nel 18 d.C.. A Tomi era stato mandato in esilio da Augusto, l’8 d.C., per motivi non noti. Una segretezza di riguardo voluta dal poeta stesso che aveva scritto, “Due crimini mi hanno perduto, un carme e un errore: di questo debbo tacere quale è stata la colpa”.
    David Malouf immagina Ovidio negli anni dell’esilio, relegato ai confini del mondo dove, ‘per otto mesi all’anno la terra gela. Venti polari soffiano sopra di essa.’ E poi, quando il ghiaccio si scioglie, ‘l’intera pianura diventa molle e maleodorante’. Altro che lo splendore di Roma, altro che palazzi, altro che profumi e colori mediterranei. ‘Sto descrivendo una condizione mentale, non un luogo.’ Gli mancano anche le parole per descriverlo, la sua lingua non è più sua, tace nella sua mente, non capisce quello che dice la gente che lo circonda. Si chiede, ‘Dovrò riimparare tutto come un bambino?...Attraverso i sensi, ma senza che le cose abbiano la magia speciale del loro nome nella mia lingua madre?’.

In questa solitudine totale, è l’incontro con un ragazzo- sarà poi il Ragazzo- che risveglia lentamente il poeta ad una nuova vita. Il ragazzo viene avvistato durante una battuta di caccia nella foresta, sembra lui stesso un animale, che sia un ragazzo-lupo, una di quelle creature strane di cui si favoleggia? Dopotutto, la leggenda non dice, forse, che Romolo e Remo sono stati allattati da una lupa? dovrà passare un altro inverno prima che il ragazzo venga catturato e portato al villaggio. Sarà Ovidio a prendersene cura- per lui è come se il suo compagno invisibile di giochi dell’infanzia fosse riapparso adesso, ancora una volta per tenergli compagnia. E intanto, lentamente, nella rassegnazione dell’esilio, qualcosa è successo a Ovidio, qualcosa si è risvegliato dentro di lui: ‘ora capisco la lingua di questo popolo quasi come la mia e la trovo stranamente commovente’. E’ un linguaggio espressivo, più basilare, vicino alla natura delle cose. La nostra lingua interpreta per noi il nostro mondo, e se quello di Tomi è un mondo diverso, lontano anni luce dalla capitale di Augusto, ha bisogno di un’altra lingua. Una agisce sull’altro. Sarà questa lingua che Ovidio cercherà di insegnare al Ragazzo.
Tomi, odierna Costanza
     David Malouf ha scritto la sua interpretazione delle ‘Metamorfosi’ di Ovidio. Perché è una doppia metamorfosi quella a cui assistiamo- metamorfosi di Ovidio che si adatta, che accetta l’alterità di quelli che dapprima guardava con un certo qual disprezzo, come barbari, e metamorfosi del ragazzo che passa dal mondo animale a quello umano. Di più- se prima era solo il Ragazzo che poteva passare con facilità dal regno animale a quello umano, è grazie all’amicizia con lui che Ovidio acquista una nuova capacità di scambio e di comprensione. Il Ragazzo ride ai primi tentativi di Ovidio che, cercando di imitare lui, si sforza di imitare i richiami degli uccelli. Poi il poeta ci riesce. Un’altra metamorfosi è compiuta.
    Non finisce qui, il racconto di Malouf. Deve finire per spiegare in qualche modo perché non si sappia dove sia la tomba di Publio Ovidio Nasone.

Un libro poetico, tra realtà e finzione narrativa, tra storia e leggenda.