lunedì 30 settembre 2019

David Lagercrantz, “L’uomo che inseguiva la sua ombra” ed. 2017


                                                                  vento del Nord
         cento sfumature di giallo

David Lagercrantz, “L’uomo che inseguiva la sua ombra”
Ed. Marsilio, trad. Laura Cangemi e Katia De Marco, pagg 329, Euro 7,99      


     Avvertiamo subito qualcosa di nuovo, leggendo “L’uomo che inseguiva la sua ombra” ovvero Millennium 5 di David Lagercrantz, lo scrittore svedese che ha accettato l’incarico (o la sfida?) di proseguire la trilogia di Stieg Larsson, morto troppo presto e mai a sufficienza rimpianto. Avevamo già notato come Mikael Blomkvist fosse una figura scialba nel precedente “Quello che non uccide”. Avevamo avuto l’impressione che David Lagercrantz facesse fatica a fare suoi i personaggi creati da un altro. Ne “L’uomo che inseguiva la sua ombra” lo scrittore si stacca nettamente dal suo modello, sembra aver preso una decisione. Lascia in secondo piano Mikael e fa di Lisbeth Salander la protagonista principale in una trama che vede Lisbeth non solo come l’eroina che difende le donne ma anche come la giovane donna che deve venire a termini con il suo passato, deve ricostruirlo, cercando i pezzi che mancano nella sua memoria. E la trama è doppia in questo romanzo imperniato sul tema della gemellarità e dei doppi che sono delle ombre.

      Per un verdetto della giustizia che ha molto di ingiusto, Lisbeth deve scontare una breve condanna in un carcere di massima sicurezza dove imperversa una detenuta che si fa chiamare Benito in onore del Duce- e abbiamo detto tutto. Nessuno osa mettersi sulla strada di Benito, men che mai il pusillanime capo delle guardie. E adesso la vittima nel mirino di Benito è una bella e giovane donna del Bangladesh, accusata di aver ucciso il fratello che le aveva ammazzato il ragazzo di cui era innamorata. Va da sé che Lisbeth, fulminea e spietata, prenda in mano la situazione. E però Benito le giurerà eterna vendetta.
Questo è un filone della trama che vedrà Benito dare la caccia a Lisbeth, mentre Lisbeth è invece alla caccia di una donna con una macchia rossa sul collo che ricorda di avere visto parlare con sua madre, una sera di tanto tempo prima quando Lisbeth, di soli sei anni, era scappata a piedi nudi da casa. È questa ricerca che ci porta a conoscere il Registro per lo studio della genetica e dell’ambiente di Upssala. Nonostante che l’Istituto svedese di biologia razziale fosse stato chiuso nel 1958, le ricerche erano state trasferite all’istituto di genetica dell’università di Upssala. E prevedevano lo studio dei gemelli in un programma di una crudeltà inaudita avvallata dagli intenti scientifici.
Si inserisce qui un romanzo dentro un romanzo, la storia- drammatica quanto quella di Lisbeth e della sua gemella Camilla- di un’altra coppia di gemelli separati alla nascita. Una vicenda che si riallaccia al filone principale della trama.

      Ho apprezzato il modo in cui David Lagercrantz ha cercato di trovare il suo stile nel difficile compito di portare avanti un’idea non sua. Ho anche apprezzato, soprattutto a posteriori, quella sua certa titubanza, come fosse lui stesso in soggezione davanti al mitico Larssen. E certamente, se smettiamo di fare paragoni e di aspettarci quello che non può esserci nel proseguimento di Millennium, riusciamo a goderci di più la lettura dei suoi libri. Ci entusiasma, soprattutto, la spiegazione che Lisbeth dà del drago tatuato sulla sua schiena: è in carattere con lei, è un sovvertimento dell’interpretazione comune della figura di San Giorgio che uccide il drago per difendere una vergine. Proprio come lei, Lisbeth, sovverte l’idea generalizzata del modello femminile.

a breve seguirà la recensione di Millennium 6 e l'intervista con David Lagercrantz



sabato 28 settembre 2019

Narine Abgarjan, “E dal cielo caddero tre mele” ed. 2019


                                                    Voci da mondi diversi. Armenia



Narine Abgarjan, “E dal cielo caddero tre mele”
Ed. Brioschi, trad. Claudia Zonghetti

Venerdì subito dopo mezzogiorno, con il sole che aveva passato lo zenit e scivolava composto verso l’estremità a ponente della vallata, Sevojants Anatolija si coricò per prepararsi a morire.
   Splendido inizio per questo bellissimo libro della scrittrice armena Narine Abgarjan che dal 1993 vive in Russia e scrive in russo. Una frase che contiene un’indicazione temporale che non è precisa, così impariamo subito che il tempo a Maran- il paesino immaginario dove è ambientato il romanzo- è labile, è un tempo che ha per coordinate il sole e la pioggia, il caldo dell’estate e le neve dell’inverno senza fine, gli anni della siccità e quelli della carestia. Sono gli eventi memorabili a marcare il tempo, a renderlo indimenticabile. Un giorno verso il tramonto, dunque, Sevojants Anatolija ha deciso che l’ora della sua morte è vicina. In genere, come vedremo, gli abitanti di Maran hanno un sesto senso che li avvisa dell’avvicinarsi della morte o di qualche altro evento insolito- il fratello di Vasilj (che diventerà il secondo marito di Anatolija) vedeva colonne di luce blu nel cielo quando qualcuno stava per morire e gli veniva un febbrone altissimo quando il paese era minacciato da una tragedia. Questa volta, però, Anatolija si sbaglia. E si sbaglia di grosso. Perché è lei che è, invece, portatrice di un messaggio di vita, della ripresa della vita in un paese di vecchi e di morti.

     Maran, il paese che la scrittrice ha modellato su una miriade di paesini in Armenia. Maran che prende vita per noi come la Vigata di Montalbano o la Jovkanapawtha County di Faulkner, o Macondo di Marquez. Cristo si è fermato molto prima di arrivare a Maran dove il postino si arrampica due volte al mese e, se qualcuno sta male (ma deve stare veramente molto male), bisogna scendere a valle e far venire su un’ambulanza (se poi la strada è ingombra di neve, l’ambulanza non ce la fa a raggiungere Maran). Costruita in alto su un cocuzzolo, un’intera metà di Maran è scivolata a valle quando il terremoto ha fatto sprofondare il fianco ovest del monte Manish kar. Un lutto da cui nessuna famiglia si è più ripresa.
    Ci incantano, le storie di Maran. Storie che ci parlano di un passato che non passa mai, di tradizioni sempre vive, di fatti che sono diventati leggende- come quella dello splendido pavone bianco (e constateremo alla fine quanto sia appropriato il suo valore simbolico di rinascita)-, di dolori e di perdite (quanti, quanti morti per la carestia e per le malattie e per le guerre che strappano i figli maschi), ma anche di generosità, di solidarietà, di amicizia, di amore. Il Bene non potrebbe esistere senza il Male e c’è indubbiamente il Male anche a Maran (il primo marito di Anatoljia è un uomo cattivo), ma l’impressione dominante è quella di un volersi bene diffuso, di essere là per chiunque abbia bisogno di aiuto. Noi lettori siamo come la moglie ‘straniera’ di Tigran che accompagna il marito in visita e si innamora di Maran e disegna tutto quello che vede, tutta la bellezza nascosta che per abitudine gli abitanti non vedono più- è significativo che lei sia l’unica a vedere le due iniziali incise nella ringhiera sulla scarpata, una K e una V che saranno profetiche. Siamo come sua figlia, la bambina che arriva dalla Russia e che trova tutto squisito e chiede alla mamma di imparare le ricette.
Perché anche di questo è fatto il romanzo: di ricette di piatti antichi cotti sotto la cenere, di pozioni medicali, dell’arte di non sprecare nulla che possa essere commestibile, di come fare scorte perché non si sa mai che la carestia possa colpire di nuovo. E poi è fatto di scene tenere e anche di scene buffe- Valinka che getta nel pozzo nero le bustine di lievito scaduto (non sa neppure che cosa sia) e il giorno dopo una schiuma puzzolente e disgustosa tracima dal pozzo. Proprio quando deve arrivare suo nipote con moglie e bambini. Ma qui si mette in moto il tutti-per-uno-uno-per-tutti di Maran per salvare la situazione.

   E concludiamo come le nonne armene terminavano di raccontare una fiaba: E dal cielo caddero tre mele: una per chi ha visto, una per chi ha raccontato, una per chi ha ascoltato.

La scrittrice era presente al Festival di Letteratura di Mantova
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mercoledì 25 settembre 2019

Theremin Lydia Kavina plays "Clair de Lune"




                             musica per un libro
                 Sean Michaels, "L'eco delle balene"

vale la pena di ascoltare la musica del theremin che echeggia lungo tutto il romanzo di Sean Michaels



Sean Michaels, “L’eco delle balene” ed. 2019


                                                           Voci da mondi diversi. Canada
                                                                  biografia romanzata


Sean Michaels, “L’eco delle balene”
Ed. Keller, trad. G. Tonoli, pagg. 432, Euro 18,50

       La vita è piena di coincidenze. Ero in vacanza in una città del Sud. Un musicante da strada suonava uno strumento strano. C’era gente intorno a lui, non sono riuscita a vedere bene. Ho letto però il cartello, ‘theremin’. Due giorni dopo ho preso in mano il romanzo dello scrittore canadese Sean Michaels e mi sono bloccata per lo stupore alle prime righe: Ero Leon Termen prima di diventare il dottor Theremin, e prima di Leon ero Lev Sergeevic. Lo strumento ora noto come theremin avrebbe anche potuto chiamarsi Leon, Leva o Sergeevic. Incredibile. Il romanzo che avevo preso per caso in mano mi avrebbe parlato dello strumento che avevo intravisto. Ho desiderato essermi fermata, essermi fatta largo tra gli spettatori.
     Leon Termen era uno scienziato e un inventore. Era nato a san Pietroburgo nel 1896 e morì a Mosca nel 1993. Ebbe una lunga vita, costellata di successi, invenzioni, avventure non sempre piacevoli. Visse in America dal 1928 al 1938. Le circostanze del suo ritorno in Unione Sovietica sono poco chiare- di certo le autorità mai avrebbero rivelato che era stato prelevato a forza e riportato in patria prigioniero su una nave. Nel 1939 fu arrestato e rinchiuso nel carcere della Butyrka, condannato a otto anni di lavoro forzato e mandato nella famigerata Kolyma. Da cui riuscì a tornare vivo con una riduzione della pena, grazie ai suoi innovativi suggerimenti per velocizzare il lavoro. Non era libero, ma fu trasferito in un laboratorio di ricerca in un campo di prigionia dove le condizioni di vita erano migliori.

      Questa la sua vita in breve, ma c’è molto altro da scoprire nell’appassionante libro di Sean Michaels che inizia come una sorta di lettera, scritta sulla nave che lo riporta in Unione Sovietica, di Leon alla donna che amò tutta la vita, Clara, la violinista lituana che diventò la più splendida suonatrice di theremin e che respinse la sua proposta di matrimonio per sposare un avvocato. Avanti e indietro nel tempo, i ricordi della giovinezza a san Pietroburgo, l’incontro con Lenin e poi la straordinaria esperienza americana dove cercò di diffondere lo strumento musicale che non aveva bisogno di essere toccato per suonare, e le altre invenzioni di sistemi automizzati- porte ad apertura automatica, sistemi di allarme, dispositivi di sicurezza. Il tutto con leggerezza- Leon è lo scienziato che non si preoccupa di finanziamenti, di soldi, di debiti. A questo pensa l’uomo che è per lui una sorta di manager e di guardia del corpo, o forse è una persona messagli accanto per sorvegliarlo. Perché non si sfugge all’occhio del Grande Fratello. Leon sembra non accorgersi neppure della Depressione dopo il crollo della borsa, c’è la musica, ci sono gli amici musicisti famosi, le sera passate negli speak-easy nonostante il proibizionismo. C’è l’amore per Clara. E quando lei non lo vuole, la ballerina di colore che lui sposa.

     Il contrasto tra questa vita e quella che Leon ricostruisce con le parole davanti ai nostri occhi, dell’imprigionamento, dell’allucinante viaggio in treno fino alla Kolyma e dell’inferno dei giorni laggiù, è a dir poco brutale. Finché viene riportato a Mosca. Il suo contributo ai sistemi di spionaggio (la cimice invisibile inserita nello stemma americano offerto in regalo dagli scolari russi all’ambasciatore americano) fu invalutabile.
     Che idea ci facciamo di Leon Termen? Era uno scienziato prima di tutto. Un uomo geniale capace di trovare soluzioni inventive anche per risolvere problemi quotidiani. Un uomo che ha cercato di mantenere la sua dignità anche se ha dovuto piegarsi- poteva anche non piacergli quello che gli veniva ordinato di fare o l’applicazione delle sue invenzioni, ma si trattava di servire l’Unione Sovietica, e ne andava della sua vita. E oggi ricordiamo ancora Leon Termen, se un musicista suona per strada il suo strumento elettronico. Leon stesso insegnò alla pronipote Lydia Kavina a suonarlo, quando aveva solo nove anni. Se guardate il filmato su youtube, vi incantano le sue mani che sembrano volare nell’aria e la musica che sembra riempirsi di parole.
     Da leggere.

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martedì 24 settembre 2019

Margaret Atwood, “I testamenti” ed. 2019


                                                         Voci da mondi diversi. Canada
                                                                 distopia


Margaret Atwood, “I testamenti”
Ed. Ponte alle Grazie, trad. Guido Calza, pagg. 498, Euro 18,00

     “Il racconto dell’ancella” si chiudeva su un’immagine che lasciava il lettore in sospeso: la protagonista Offred veniva fatta salire su un furgoncino, “Se questa sia la mia fine o un nuovo inizio, non ho modo di saperlo: mi sono messa nelle mani di estranei perché non potevo fare altrimenti. E così salgo, nel buio che c’è dentro, oppure nella luce.” Per trentacinque anni, da quando il raggelante romanzo distopico di Margaret Atwood era stato pubblicato, ci siamo chiesti che cosa ci fosse in attesa, nel futuro di Offred, e quanto potesse durare il regime dittatoriale di tipo teocratico di Gilead. La risposta è ne “I testamenti”, pubblicato in contemporanea mondiale il 10 di settembre in Italia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Canada.
      Tre filoni, tre documentazioni o tre ‘testamenti’, si alternano nel romanzo senza lasciare respiro: il documento scritto di pugno da Zia Lydia (che già abbiamo conosciuto ne “Il racconto dell’ancella”, ora invecchiata) e da lei nascosto in uno spazio ritagliato in uno dei libri proibiti, l’ “Apologia Pro Vita Sua” del Cardinale Newman (è una sorta di apologia della vita della stessa zia Lydia, quella che sta scrivendo?), la Trascrizione della Testimonianza 369 A e la Trascrizione della Testimonianza 369 B. Sono due ragazze a parlare nelle due testimonianze, mi avete chiesto come è stato crescere a Gilead, è l’inizio di Agnes, e, mi avete chiesto di raccontare del mio coinvolgimento in tutta questa storia, è quello di Daisy che cambierà nome più di una volta. E, se quello che scrive zia Lydia ricostruisce per noi l’origine di Gilead, le due ragazze ci parlano di un presente in cui il regime di Gilead è dato per scontato e di come, però, stia prendendo forze un movimento di opposizione in Canada, oltre quel confine verso cui molte donne fuggono seguendo un percorso a tappe, con diversi punti di appoggio, del tutto simile alla Ferrovia Sotterranea con cui gli schiavi degli Stati del Sud cercavano rifugio al Nord.
immagine dalla nuova serie televisiva de "Il racconto dell'ancella"
      La storia di zia Lydia è, per molti versi, una storia parallela a quella di Offred ne “Il racconto dell’ancella”: una donna strappata al marito e alla figlia per diventare un’Ancella dall’abito rosso, una ‘fattrice’ di bambini, nel primo romanzo, e qui una donna con una carriera di giudice che, con altre donne sue colleghe, si vede privare di carta di credito e di qualunque autonomia per essere rinchiusa dapprima in uno stadio in condizioni intese a spezzare la volontà di resistenza (e ci viene in mente il rastrellamento degli ebrei a Parigi, portati nel Velodromo), e poi forzata ad accettare la posizione di ‘zia’, di guida-carceriera in questa società in cui alle donne, fatta eccezione per le ‘zie’, è precluso lo studio- da sempre mantenere le masse nell’ignoranza è il più efficace strumento per impedire ribellioni.

     All’inizio della loro testimonianza Agnes e Daisy sono poco più che bambine, cresciute in due ambienti diversi, Gilead e il Canada. Intuiamo da subito- e lo intuiscono presto anche loro- che ci sono dei segreti che le circondano. Si sa che molto spesso i bambini non sono figli naturali dei genitori con cui crescono, ma nel loro caso c’è qualcos’altro. L’esempio più famoso della conseguenza delle maternità forzate, a Gilead, è quello di Baby Nicole: la bambina che la madre aveva rifiutato di ‘consegnare’, una figlia dell’amore (peccato terribile a Gilead) che era stata rapita e ‘forse’ portata in Canada.

      Margaret Atwood è Margaret Atwood. Una grande scrittrice. Ne “Il racconto dell’ancella” il mondo di Gilead era colorato di rosso, il rosso del sangue, il rosso degli abiti delle ancelle procreatrici. In questo romanzo, così ricco di dettagli visivi, così cattivo nella descrizione delle figure maschili- uomini anziani e lussuriosi che cercano carne fresca per le loro voglie avvallate dalle leggi-, il verde e il bianco argento sono i colori dominanti. Il verde delle ragazze in attesa di sposarsi e vestirsi di blu in quanto Mogli, e il bianco argento delle ragazze Perla inviate missionarie all’estero per reclutare nuovi adepti. Le ragazze che arrivano a tentare il suicidio per evitare un matrimonio forzato e le ragazze votate alla castità che diventeranno ‘zie’ e avranno accesso ai libri per prepararsi al loro ruolo di guide.
      Non posso dire altro perché rovinerei la lettura: se manca l’impatto fortissimo della novità della distopia al femminile che era stato la forza del libro precedente- una denuncia profetica- la scrittrice prende però a prestito dal genere ‘thriller’ l’elemento della suspense che trasforma il romanzo in un page-turner che si legge di un fiato. E non si resta delusi. In che direzione stiamo andando?

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la recensione sarà pubblicata anche su www.stradanove.it
la recensione de "Il racconto dell'ancella" è nei post del 2017



sabato 21 settembre 2019

Salvatore Scibona, “Il volontario” ed. 2019


                                   Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America


Salvatore Scibona, “Il volontario”
Ed. 66thand2nd, trad. M. Martino, pagg. 439, Euro 20,00

     I primi a soprannominarlo il Volontario erano stati i genitori. Forse perché era arrivato inatteso, figlio di genitori anziani. Poi- nomen omen- si era arruolato volontario nei marines quando non aveva ancora compiuto i diciotto anni, mentendo sull’età. Perché lo aveva fatto? Sperava forse nell’intervento di suo padre, che lo smentisse impedendogli quel colpo di testa? E invece no, e il Volontario era diventato per tutti Vollie, soprannome di un soprannome, ed era stato mandato in Vietnam a guidare autocarri. Quando aveva finito la ferma ed era stato rimandato in patria, miracolosamente vivo, aveva firmato per ritornare laggiù. Per non tornare a casa? Vollie non se lo chiede. Era stato fatto prigioniero in Cambogia, ma Vollie non sapeva neppure di trovarsi in Cambogia quando era rimasto vittima di un agguato e trasportato in un tunnel con due compagni. Solo lui era sopravvissuto. Per scoprire che doveva tacere, che lui non esisteva, che quella missione in Cambogia era top secret e nessuno doveva saperne nulla e perciò non era stata fatta. E lui, Vollie, sarebbe stato ‘cancellato’, gli avrebbero dato un’altra identità, sarebbe entrato nei servizi segreti.

     Il romanzo di Salvatore Scibona, tuttavia, non inizia con le vicende di Vollie ma con un bambino di cinque anni, Janis, abbandonato dal padre Elroy nell’aeroporto di Amburgo. Figlio di Elroy e di una donna lettone, Elroy avrebbe dovuto portarlo con sé in America, a vivere con lui e con Vollie, suo tutore legale. E invece Elroy mette dei soldi in tasca al bambino, lo porta nelle toilettes dell’aeroporto e si imbarca da solo. Al padre-tutore dice solo che ‘non ha funzionato’. Il vecchio allevatore analfabeta padre di Vollie, Vollie, Elroy di cui si sa chi sia la madre ma non il padre, nato in una comunità basata sull’amore che significava fare sesso con tutti, e il piccolo Janis: un ritratto dell’America attraverso quattro generazioni di uomini tra cui sono Vollie ed Elroy ad avere il ruolo più importante. Uomini soli, incapaci di darsi anche quando hanno una donna al fianco, e chissà se sia l’assenza di un nucleo familiare forte a renderli come sono, continuamente in viaggio nel tentativo di perdersi o di annullarsi, nella guerra del Vietnam l’uno e in quella dell’Afghanistan l’altro, a New York e negli spazi sconfinati del New Mexico dove è facile far perdere le proprie tracce.
Il personaggio di Vollie, che ad un certo punto deve cambiare nome diventando il signor Tilly, che si rende complice di un duplice omicidio di cui non capisce il motivo e il cui ricordo lo tormenterà tutta la vita, è il più pienamente raffigurato. Vollie conosce il senso di colpa che invece non sembra sfiorare Elroy, figlio dei figli dei fiori a cui non potremo mai perdonare di aver abbandonato un bambino nell’aeroporto di un paese di cui neppure conosce la lingua. Ma Elroy, soggetto ad attacchi di violenza ed è pure finito in prigione, è anche una vittima- il suo secondo nome è Peace, la pace che è stato il sogno della generazione che aveva perso l’innocenza in Vietnam, in una guerra da cui nessuno era mai veramente tornato e che era rimasta nei loro incubi, trasmessi ai figli come una colpa che passa di generazione in generazione. Sarà Vollie a chiudere il cerchio, a rimediare agli errori del giovane uomo che non è suo figlio (quanti figli non voluti o figli non figli di sangue, in questo romanzo), a ricongiungere la fine del romanzo al suo inizio, a prolungarlo in un futuro che deve ancora venire in cerca di un luogo di pace.
    Un romanzo forte e duro che, nel nostro immaginario, sostituisce una nuova lost generation a quella di Hemingway e Fitzgerald e Steinbeck e Dos Passos.    

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Lo scrittore era presente al Festival della Letteratura di Mantova



mercoledì 18 settembre 2019

Amy Bloom, “Due donne alla Casa Bianca” ed. 2019


                                         Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
                                                                   love story
   biografia romanzata

Amy Bloom, “Due donne alla Casa Bianca”
Ed. Fazi, trad. G. Cuva, pagg. 196, Euro 18,00

      Verrebbe da dire, ‘un romanzo costruito su pettegolezzi’, leggendo che “Due donne alla Casa Bianca” è la storia d’amore di Eleanor Roosevelt, moglie del presidente Franklin Delano Roosevelt, e la giornalista Lorena Hickock, ‘Hick’ per tutti. E invece no. Negli anni della loro passione era un segreto di Pulcinella, anche il Presidente ne era a conoscenza. Ma ci sono soprattutto le lettere tra le due donne che ne sono una prova, anche se Hick ne distrusse moltissime per non danneggiare la reputazione di Eleanor.
    Amy Bloom, psicologa e scrittrice, inizia a raccontare la storia d’amore- per bocca di Hick- dal 1945 quando la guerra sta per finire, Franklin è appena morto (accanto a lui non la moglie ma l’ennesima amante), la grande passione tra Eleanor e Hick è finita ma, come osserva Hick parlando con il Presidente poco prima che questi si trasferisca a Warm Springs dove morirà per emorragia cerebrale, “I fuochi si spengono. Ma questo non vuol dire che non ci piaccia star seduti davanti al caminetto.” “Undici anni fa vivemmo il nostro periodo d’oro”, ricorda Hick, e i ricordi si inseguono, non rispettano i tempi, Amy Bloom deve inquadrare per noi due personaggi che non hanno proprio niente in comune.
Lorena Hickock cresciuta in una famiglia poverissima nel South Dakota, violentata dal padre quando era ancora una bambina (un’esperienza che farebbe diventare lesbica qualunque donna), mandata a servizio, riacciuffata dal padre, capitata in un circo, approdata finalmente al giornalismo dove si sarebbe fatta conoscere con alcuni articoli sul rapimento di Baby Lindbergh prima di essere incaricata di scrivere di Eleanor Roosevelt. Non ne aveva scritto, poi, non avrebbe potuto. Le avevano trovato un lavoro di giornalista investigativo, in giro per il paese per sondare il livello di vita. Non è affatto bella, Lorena, grossa e tozza. Non è neppure elegante. Neppure Eleanor era convenzionalmente bella. Aveva però grandi occhi luminosi, aveva empatia e fascino. Ed era molto generosa. Eleanor voleva sapere come vivesse la gente comune- durante la guerra si mangiava malissimo alla Casa Bianca, ma Eleanor si era impuntata: non dovevano avere niente di più né di meglio di quello che le tessere annonarie davano a tutti i cittadini. A Eleanor pesavano tutti quei figli, ingovernabili e capricciosi. E sapeva benissimo che il marito la tradiva.

    Il presidente Franklin D. Roosevelt è il terzo protagonista del romanzo, accanto alla moglie e l’amica speciale di questa. Amy Bloom ne traccia un ritratto da stampa scandalistica che ci riporta alla mente il sexgate in cui fu coinvolto Bill Clinton e le dicerie (più che fondate) su John F. Kennedy (a proposito, Hick non si fa scrupoli di definire Joe Kennedy ‘un pezzo di merda’, anche se poi dice di essersi ricreduta sui figli). Franklin era un uomo affascinante, lo era diventato ancora di più da quando, a 39 anni, la poliomelite (o la sindrome Guillain Barré che indebolisce il sistema muscolare) lo rese disabile. Le donne lo adoravano. Lui si lasciava adorare.
E le rimpiazzava se si era stancato o se non potevano più stargli accanto, come accadde alla figura più tragica del libro, la sua segretaria Missy LeHand che fu mandata a casa della sorella dopo che un ictus l’aveva lasciata parzialmente paralizzata.
     Amy Bloom alza il sipario su un legame amoroso che all’epoca doveva essere scandaloso, ne scrive con una penna leggera, con humour e brillantezza. Riesce a far rivivere personaggi importanti presentandoli da un lato insolito, ne inventa altri (un cugino gay di Eleanor), accenna alle condizioni di vita dopo la Depressione e all’impegno sociale di Eleanor, descrive i funerali di Franklin D. Roosevelt (il nostro pensiero corre a quelli di Kennedy). Se sospettiamo un pizzico di pettegolezzo, ebbene, è come un pizzico di sale o di pepe su una bella storia.

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lunedì 16 settembre 2019

Chi Wei-Jan, “L’ombra nel pozzo” ed. 2019


                                                            Voci da mondi diversi. Asia
   cento sfumature di giallo


Chi Wei-Jan, “L’ombra nel pozzo”
Ed. Marsilio, trad. Riccardo Moratto, pagg. 439, Euro 19,00

   Taipei, isola di Taiwan. Wu Cheng ha cambiato vita. Ha abbandonato l’incarico di professore universitario, ha lasciato la moglie (o è lei che ha lasciato lui andando a vivere in Canada), ha anche detto addio alla professione di drammaturgo e si è messo a fare l’investigatore privato. Inizia il nuovo lavoro così, alla leggera, come fosse un gioco per ragazzi, senza nessuna idea precisa di che cosa si troverà a dover fare, con l’unica preparazione che gli viene dalla lettura di romanzi polizieschi e una bicicletta per spostarsi in città. In più, Wu Cheng soffre di depressione e di attacchi di panico per cui deve seguire una terapia farmacologica giornaliera.
    Il primo caso che gli si presenta è quello di una signora che desidera scoprire perché sua figlia eviti il padre da un po’ di tempo. No, di certo lui non l’ha molestata- di questo è sicurissima. La ragazzina esce solo per andare a scuola e lei non riesce a spiegarsi che cosa possa essere successo. In maniera molto amatoriale e divertente, con l’aiuto di un tassista che diventa suo amico, Wu Cheng risolve il caso scoprendo qualcosa che va molto al di là di quello che si poteva pensare.

    È come se questo fosse un apprendistato perché, subito dopo, succede qualcosa di ben più grave- una, due, tre, quattro persone vengono uccise con la stessa modalità, un colpo alla nuca. Nessun legame apparente tra le vittime, una singolare localizzazione del posto in cui sono state aggredite: osservando la latitudine e la longitudine dei luoghi, unendo i punti con una linea, si forma un disegno: una svastica con le braccia rivolte a sinistra. Non è quella adottata dai nazisti e diventata simbolo del Male ma quella che appare sul petto del Buddha, il simbolo buddhista dell’infinito. Che intenzioni ha l’assassino? Che messaggio vuol comunicare? Sembrerebbe soprattutto che voglia far incriminare lo stesso Wu Cheng e che lo conosca molto bene. Le telecamere- Taipei è piena di telecamere, impossibile sfuggire al loro occhio- mostrano un uomo con un berretto e una folta barba, identico a Wu Cheng. Chi può avercela con lui tanto da uccidere per farlo incolpare? Qualcuno dell’ambiente universitario? O di quello del teatro? Wu Cheng era noto per avere una lingua tagliente.

    È stato un vero piacere leggere “L’ombra nel pozzo”, primo romanzo di Chi Wei-Jan, drammaturgo e insegnante di storia del teatro presso la National Taiwan University. Perché è nuovo e originale. L’ambientazione ci incuriosisce perché credo che questo sia il primo romanzo di indagine poliziesca che si svolge a Taipei- e niente è meglio di un romanzo per trasportarci altrove, per farci conoscere una città o un paese. La trama è diversificata e stuzzicante e ruota intorno al protagonista che sembra essere più interessato a se stesso e ai suoi problemi esistenziali che a quello che si sta svolgendo intorno a lui. Ci piace l’occhio critico con cui si guarda intorno e il tono ironico con cui ne parla- i taiwanesi sono speciali per disobbedire a qualunque legge o divieto (e a noi vien da pensare che gli italiani sono molto simili, devono essere parenti stretti dei taiwanesi anche se questi sono dalla parte opposta del mondo), i taiwanesi sono dei gran truffatori (ma com’è che i metodi per imbrogliare la sanità non ci sembrano nuovi?). La soluzione del caso, inoltre, traccia un parallelo intrigante tra buddhismo e cristianesimo.

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domenica 15 settembre 2019

Arnaldur Indriðason, “Quel che sa la notte” ed. 2019


                                                                    vento del Nord
                                                              cento sfumature di giallo


Arnaldur Indriðason, “Quel che sa la notte”
Ed. Guanda, pagg. 317, trad. A. Storti, Euro 18,60

     Sembra una triplice freddura, dire che la trama di un romanzo è un ‘caso freddo’ in Islanda. Quello del nuovo romanzo di Arnaldur Indriðason è veramente freddissimo, addirittura surgelato: adesso che i turisti hanno scoperto l’Islanda, adesso che i ghiacciai si stanno sciogliendo, è proprio un gruppo di turisti tedeschi che vede il volto di un uomo nella trasparenza del ghiaccio. I trent’anni passati dalla sua scomparsa non hanno inciso sul suo aspetto, ci ha pensato la tomba di ghiaccio a tenere in fresco e inalterato Sigurvin, che viene- naturalmente- identificato subito.
    Konrað, il commissario che si era occupato del caso, è ormai in pensione, ma è ovvio che venga consultato e che, in maniera non ufficiale, partecipi alle indagini. Anche perché- come avviene sempre per i casi irrisolti, la scomparsa di Sigurvin aveva continuato ad essere un rovello per lui, collegato anche ad un increscioso episodio in cui Konrað aveva perso le staffe con un indiziato e, di conseguenza, era stato allontanato dalla polizia per un anno. L’uomo che era stato sospettato del crimine e che aveva sempre proclamato la sua innocenza, chiede di parlare con Konrað: sta morendo di cancro, ribadisce la sua estraneità all’omicidio- che senso avrebbe per lui mentire adesso? Spuntano fuori nuove testimonianze e nuovi dettagli- un bambino (nove anni all’epoca dei fatti) aveva visto un fuoristrada nei pressi dei piedi del ghiacciaio, i nuovi proprietari della casa dove un tempo aveva abitato Sigurvin avevano ritrovato un sacchetto pieno di banconote, incidenti che forse poi non erano incidenti in cui erano morte delle persone che, forse, in qualche maniera, erano collegate a Sigurvin, suicidi che forse erano omicidi camuffati da omicidi. Lentamente, pezzo dopo pezzo, sempre inseguito dai suoi demoni personali, Konrað riuscirà a dipanare le fila della matassa e a risolvere il caso. E la fine ha una sua giustizia.

      Un personaggio nuovo sulla scena, questo Konrað che inaugura una nuova serie dello scrittore islandese Arnaldur Indriðason di cui abbiamo amato i precedenti romanzi. Se Erlendur, il protagonista degli altri libri, era tormentato dal ricordo del fratellino scomparso durante una tempesta e aveva fatto della ricerca delle persone scomparse la sua principale ossessione, Konrað non può cancellare la sua esperienza di vita accanto ad un padre alcolizzato, violento, truffatore, morto accoltellato- un altro caso non risolto. C’era stato un periodo, nella vita di Konrað, in cui aveva ricalcato le orme del padre. E chissà se non avrebbe fatto la stessa fine se non avesse incontrato Erna, la donna della sua vita, la moglie che è morta troppo presto. In più- e questo è un dettaglio che avrà la sua importanza nella trama- Konrað è nato con un braccio meno sviluppato dell’altro, il che lo aveva reso vittima di bullismo a scuola.

     E tuttavia, non è tanto il protagonista a rendere diverso il ‘giallo’ di Arnaldur Indriðason. E non è neppure la trama, per quanto ben congegnata. E’ l’Islanda, con il suo paesaggio grandioso e cupo, con il suo clima che gela il corpo e i sentimenti, con i troppo pochi giorni chiari, con la solitudine che imprigiona la sua gente, che spinge gli islandesi a bere, bere senza misura. Quasi tutti i personaggi di Indriðason hanno un problema con l’alcol. O lo hanno avuto. La felicità, se esiste, dura poco, il tempo di un’eclissi di luna che Konrað e la moglie guardano insieme prima che lei muoia. E intanto questa stessa natura dell’Islanda si sta sciogliendo e Arnaldur Indriðason lancia un grido di allarme.

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La recensione sarà pubblicata anche su www.stradanove.it




venerdì 13 settembre 2019

INTERVISTA A JONAS HASSEN KHEMIRI, autore de “La clausola del padre” ed. 2019


                                                              vento del Nord



Tranne l’altezza, di svedese Jonas Hassen Khemiri, figlio di padre tunisino e madre svedese, non ha proprio niente. O meglio, ha anche lo splendido inglese in cui parla, come tutti, ma proprio tutti, gli altri svedesi che ho conosciuto. È reduce dall’evento del Festival in cui era protagonista ed è stanco. Lo assicuro che non sarà un’intervista impegnativa, che ci sbrigheremo in fretta.

Questo è un libro che parla di padri e di un padre e un figlio e del rapporto fra padre e figli. In un certo senso questo è un libro più ‘ricco’ di “Una tigre molto speciale” perché anche il figlio è diventato un padre. Come ha cambiato, il diventare padre, il suo modo di vedere l’essere genitori?
     
Ho capito molto meglio i miei genitori e nello stesso tempo sono diventati un mistero più grande per me. Da giovane pensavo che qualunque uomo abbandoni i figli- come fece mio padre- fosse un cattivo padre. Quando ho scritto questo libro, in una strana maniera ho iniziato a capire il dolore che è anche coinvolto nell’abbandono. Per me questo libro è un inno a quelli che restano. Se si fa un paragone con i miei primi libri, in quelli i personaggi avevano la possibilità di fuggire usando l’immaginazione. In questo libro volevo focalizzarmi sul coraggio che ci vuole per non fuggire, per restare.

Il figlio si lamentava dell’assenza del padre in “Una tigre molto speciale” e se ne lamenta anche adesso, in questo romanzo. Eppure il figlio è tentato di scappare, di lasciarsi tutto dietro. Che cosa lo fa ritornare?
    Il rendersi conto che non può esistere senza la sua famiglia, che è legato a loro per sempre. Quando torna a casa, lui spezza la maledizione della sua famiglia. È capace di fare quello che i suoi genitori sono stati incapaci di fare. In quell’attimo è libero. Uno dei temi del libro è questo: essere una famiglia ed essere libero. I protagonisti vogliono essere liberi all’interno della famiglia.

Fa un uso molto particolare dei diversi punti di vista, passando dalla terza persona alla prima, inframmezzando il discorso diretto. È tutto molto vivace e a volte buffo. Presta anche voce ad una sorella morta e ad un bambino di un anno: che cosa voleva mostrare al lettore attraverso i loro punti di vista?
     Pensavo che la sorella morta sarebbe intervenuta e che sarebbe stata molto arrabbiata per essere stata abbandonata e poi mi sono sorpreso che in realtà lei fosse l’unica che sembrava amare il padre. Era la più libera tra i personaggi del romanzo, era stata capace di perdonare. Aveva raggiunto la libertà perdonando.
È stato buffo scrivere dal punto di vista del bambino di un anno. La sua prospettiva sulla famiglia mostra che, in un certo senso, è lui il più adulto, ha iniziato a comportarsi come un adulto, ma è sempre la prospettiva di un bambino piccolo.


Lei ha scelto di prendere il congedo parentale. In Italia è molto raro che un padre faccia questa scelta, io non conosco nessuno che l’abbia fatta. Sono stata di recente a Stoccolma, avevo appena letto il suo libro e ho osservato quanti padri ci fossero, in giro, con bambini piccoli. Non padri e madri, non padri separati che erano di turno per stare con i bambini, ma padri che, evidentemente, erano in congedo parentale. C’erano motivi pratici per fare questa scelta, o era una esperienza che Lei voleva fare?
       In Svezia non è niente di speciale che un padre prenda il congedo parentale. Anzi, un padre che non lo prendesse sarebbe stigmatizzato, sarebbe veramente una brutta cosa. Quello che è particolare di questa famiglia è che il figlio è terrorizzato di poter essere come suo padre. Niente è facile in questa famiglia: il padre era stato un buon padre quando i figli erano piccoli e poi era scomparso. Il congedo parentale per i padri è una maniera per cambiare il mondo del lavoro: se entrambi i genitori stanno a casa, la nascita di un bambino non significa che solo la mamma starà a casa dal lavoro, non significa che solo gli uomini possono fare carriera perché le donne vengono fermate dalla nascita di un bambino. Il congedo prevede che ci siano alcuni mesi che solo il padre può prendere e sarebbe stigmatizzante andare in giro a dire che non li hai presi. Verresti giudicato malissimo.

Qual è stata la parte più pesante nell’esperienza del congedo per paternità? E la maggiore ricompensa?
     La maggiore ricompensa- è difficile sapere come sarebbe stato se io non fossi rimasto a casa. È bello vedere che i nostri bambini, se si fanno male giocando, chiamino indifferentemente il papà o la mamma. La cosa più sconcertante per me era che il mio corpo era là ma la mia mente no. Mi sembrava che non ci fosse niente che valesse la pena di scrivere sul congedo di paternità perché il dramma era assente. Poi mi sono reso conto che semplicemente descrivere una mattina con due bambini era come un film d’azione. Stava a me trovare valore nella mia vita senza cercare il dramma da qualche altra parte.
La parte più pesante? la noia e il desiderio di andarsene.

Lei appartiene a due culture. Si è mai sentito diviso fra queste due culture diverse?
     No, non ho mai avuto la sensazione di essere diviso tra due culture. Dalla mia prospettiva queste due culture sono simili. Molti hanno cercato di convincermi del contrario e io, quasi per ripicca, continuo a dire che sono simili. La differenza più grande tra le mie due famiglie di appartenenza è quella economica: la famiglia di mio padre era molto povera, a differenza di quella di mia madre. Sono i soldi a fare la differenza. Piccole divergenze economiche possono insinuarsi tra le persone e creare una frizione.

Accompagnando suo padre all’aeroporto in automobile il figlio dice al padre, “Ti perdoniamo”. Da dove viene questa capacità di perdono? Dall’aver condiviso l’esperienza di essere padre?
    Forse più dal dolore del rendersi conto che nessuno lascia i figli di sua propria volontà. E poi il figlio vede da vicino quanto sia doloroso per la sorella non poter stare con il figlio. Il perdono è forse una parola grossa, forse è meglio dire che si capiscono meglio. Il perdono è una specie di comprensione e alla fine il figlio è grato al padre perché gli ha insegnato che cosa non debba fare.

recensione e intervista saranno pubblicate su www.stradanove.it