lunedì 31 ottobre 2016

Sylvain Tesson, “Beresina. In sidecar con Napoleone” ed. 2016

                                                     Voci da mondi diversi. Francia
                  la Storia nel romanzo
                  FRESCO DI LETTURA

Sylvain Tesson, “Beresina. In sidecar con Napoleone”
Ed. Sellerio, trad. Roberta Ferrara, pagg. 188, Euro 15,00

      “L’idea di fare un viaggio nasce sempre durante il viaggio precedente”, sono le parole di esordio del nuovo libro di Sylvain Tesson di cui abbiamo già apprezzato lo stile dal taglio secco, giornalistico e venato di umorismo, in “Nelle foreste siberiane”. Un umorismo che affiora subito, nella frase seguente che spiega l’altra, una vera boutade, “L’immaginazione trasporta il viaggiatore lontano dal ginepraio in cui è andato a cacciarsi.” A Sylvain Tesson piacciono le situazione estreme- lo abbiamo capito. Il titolo, “Beresina. In sidecar con Napoleone”, è già un programma. Tra il 25 e il 29 novembre del 1812, in ritirata da Mosca, la Grande Armata di Napoleone, ridotta a solo 100.000 uomini, attraversava il fiume Beresina su ponti costruiti in sostituzione di quello distrutto dai russi. L’esercito francese fu raggiunto dai russi comandati dal generale Kutuzov- fu una strage. Il dizionario francese, alla voce ‘Beresina”, riporta l’espressione ‘è una beresina’ che indica una situazione disastrosa.

Sylvain Tesson si muove sulle tracce della Grande Armata insieme a due amici francesi e a due russi. Partono da Mosca in sidecar (una Ural, famosa marca sovietica) duecento anni dopo la disfatta. Partono il 2 di dicembre, non è la data esatta ma è l’anniversario dell’incoronazione e anche della vittoria di Austerlitz. E poi sventolano il ben noto bicorno napoleonico. “Mancavano i fantasmi. Ma quelli aspettavano sul ciglio della strada.”
     In tutta la letteratura di viaggio, quello di Tesson è uno dei più memorabili che abbia letto. Perché è un viaggio sulla falsariga di un altro del passato (seguendo le varie tappe si torna spesso le pagine a riguardare le due mappe che segnano l’itinerario della Grande Armata e quello di Tesson), perché per onestà Tesson e i suoi amici cercano le stesse situazioni- certo, non sono né a piedi né a cavallo, ma un sidecar è una piccola bara di ghiaccio e quello che è al posto di guida, anche se attrezzato con tuta termica e casco, corre il rischio di abbandonarsi al sonno indotto dall’ipotermia.
Ci sono poi le disavventure lungo il percorso, i guasti al motore, le tappe in cui si tracanna vodka per riscaldarsi, come di certo fecero quei poveracci che si trascinavano seguendo una scia di cadaveri. Tesson ha trovato la maniera più adeguata per riportare in vita la Storia, per rendere omaggio agli uomini che sono morti per l’ideale del piccolo córso che aveva indugiato quindici giorni di troppo in una Mosca deserta sottovalutando il peggior rivale, il Generale Inverno che non aveva mai conosciuto. Due memorialisti di Napoleone vengono citati di continuo, il sergente Bourgogne e Caulaincourt che era stato ambasciatore presso lo zar e che avrebbe accompagnato Napoleone fino a Parigi, dopo aver deciso di affrettare il ritorno abbandonando i brandelli dell’Armata al comando di Murat. E i loro ricordi, le loro citazioni, servono di contrappunto a riflessioni sul cambiamento dei tempi, dei valori, dei comportamenti. Bourgogne parla dell’onore e del coraggio che li sostenevano in quella lotta con la morte e Tesson si chiede, ‘a 200 anni di distanza, come suonano strane queste parole! Sopravvivono ancora, in questo mondo che traversiamo alla luce degli abbaglianti?’. Quando poi i cinque viaggiatori di oggi giungono alla Beresina, avvertono una emozione fortissima, un misto di rispetto e tristezza, quel sentimento che si prova in un luogo sacro. E provano a definire di che cosa si tratti- un luogo sacro è un luogo ‘fecondato dalle lacrime della Storia’, ‘un paesaggio benedetto dalle lacrime e dal sangue’. E’ come se un’onda salisse dal terreno, come ‘l’irradiamento fossile di un evento’. Un luogo sacro può essere contemplato solo in silenzio perché è popolato di fantasmi.

   L’insolito pellegrinaggio procede nutrendosi di ricordi atroci- follia da gelo, cannibalismo, mattanza di cavalli, atti di eroismo estremo- che sono alleviati dalla comicità di momenti in cui i nostri cinque possono permettersi di ridere. Finché arrivano- con qualche ritardo e qualche altro intoppo- a Parigi: ultima tappa, Les Invalides con la tomba di Napoleone, l’uomo che, con tutti i suoi errori e le sue mancanze, aveva premiato il merito, aveva scardinato le vecchie regole della guerra, aveva entusiasmato gli animi diventando una leggenda.
   Si può leggere in tante maniere, il libro di Sylvain Tesson. Come un libro di Storia (spruzzato di vodka), come un viaggio avventuroso su un mitico sidecar (sempre spruzzato di vodka), come un invito a riflettere su quanto il presente si sia impoverito nonostante l’abbondanza dei beni di consumo. 
In ogni modo, è un libro da leggere (magari bevendo un bicchierino di vodka).



    

domenica 30 ottobre 2016

Tatiana de Rosnay, “Segreti di famiglia” ed. 2011

                                                Voci da mondi diversi. Francia
          il libro ritrovato

Tatiana de Rosnay, “Segreti di famiglia”
Ed. Corbaccio, trad. Valeria Galassi, pagg. 342, Euro 18,60


   Mélanie Rey è ricoverata in un piccolo ospedale di provincia. Ha avuto un incidente d’auto. Guidava lei. Suo fratello Antoine, seduto accanto a lei, è incolume. No, non aveva bevuto. Aveva iniziato una frase, voleva dire al fratello qualcosa di cui si era ricordata. E poi la macchina aveva sbandato ed era finita fuoristrada. Stavano ritornando a Parigi dopo un finesettimana che era stata una vacanza-regalo a sorpresa per Mélanie che compiva quarant’anni: Antoine aveva prenotato per loro a Noirmoutier, il luogo magico dove andavano da bambini insieme ai nonni e alla mamma. C’erano andati per l’ultima volta nel 1973 e la mamma, l’incantevole Clarisse con i lunghi capelli scuri, era morta nel febbraio del 1974. Poi nessuno, neppure il loro padre, aveva più nominato Clarisse. Il padre si era risposato e aveva avuto un’altra figlia. A questo punto, però, Antoine e Mélanie erano adulti e non vivevano più in casa.
Noirmoutier
    “Segreti di famiglia”: lo annuncia già il titolo, che la trama del romanzo di Tatiana de Rosnay è la storia di una famiglia e dei segreti che si nascondono dietro le porte delle due belle case parigine, quella dei nonni (solo la vecchia Blanche è ancora viva) e quella del padre, rinomato avvocato. Antoine, architetto, era sempre vissuto all’ombra del padre famoso e adesso è in crisi: la moglie lo ha lasciato per un uomo incontrato durante un viaggio. Antoine ha sofferto molto per il divorzio- ha perso tutto in un colpo solo, la casa, la moglie suo unico amore, i tre figli che ora passano con lui il finesettimana ogni quindici giorni e che gli pare di non conoscere più. E Mélanie, che assomiglia così tanto alla madre, è single, una storia d’amore importante alle spalle. Che cosa ha significato, per fratello e sorella, tornare a Noirmoutier dove c’è chi si ricorda ancora di loro, della bella famiglia che erano? E che cosa ha ricordato Mélanie, di così disturbante da farle provocare un incidente?
Inframmezzati ai capitoli dei ricordi, delle scene straordinarie della marea, che alternativamente cala e sale ricoprendo la via d’accesso all’isola sulla costa normanna (una metafora del meccanismo della memoria), ci sono stralci di lettere in corsivo. Indoviniamo che devono essere di Clarissa. Scritte a chi? Non di certo al marito.
Noirmoutier. La strada che scompare due volte al giorno
Mentre, a seguito di questo viaggio nel passato, Antoine si innamora di nuovo, altre cose succedono, di vita quotidiana con problemi di figli che crescono e intanto, uno dopo l’altro, i segreti si schiudono. Più di un segreto. Il più importante, che può anche essere il più sconvolgente, è quello che riguarda Clarissa e la sua morte (è sempre bene conoscere la verità? Mèlanie- che ha messo tutto in moto- non vuole sapere nulla di ciò che il fratello ha scoperto). Ed erano in parecchi ad esserne al corrente…C’è poi il segreto della malattia del padre. Se può fare male conoscere la verità a distanza di anni, una cosa invece è sicura e Antoine l’apprende dalla sua storia famigliare: non devono esserci segreti, non devono esserci né silenzi né zone d’ombra. E’ una lezione che cercherà di applicare con i suoi figli.

     Non è una storia straordinaria e neppure originale, quella del romanzo “Segreti di famiglia”. Ma Tatiana de Rosnay (e già lo abbiamo constatato ne “La chiave di Sarah”) sa raccontare. E sa intrattenere il lettore.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


sabato 29 ottobre 2016

Henning Mankell, “Stivali di gomma svedesi” ed. 2016

                                                                       vento del Nord
        cento sfumature di giallo
         FRESCO DI LETTURA

Henning Mankell, “Stivali di gomma svedesi”
Ed. Marsilio, trad. A. Stringhetti e Laura Cangemi, pagg. 425, Euro 19,50


     A un anno dalla morte di Henning Mankell, è come se la sua voce ci giungesse dall’aldilà in questo romanzo appena pubblicato in Italia ma apparso in libreria in Svezia prima della sua scomparsa. Anzi- e questa è una cosa bellissima- è come se lui fosse ancora qui fra noi, ad aiutarci a capire la realtà che ci circonda, Scrivo per cercare, in un modo o nell’altro, di rendere il mondo più comprensibile, aveva detto. E’ come se non ci avesse mai lasciato.
     “Stivali di gomma svedesi” è un libro molto bello e molto triste, è percorso da quel filone di tristezza che già avevamo notato in “Scarpe italiane”, ne “L’uomo inquieto” o ne “L’occhio del leopardo”, per non dire di “Sabbie mobili”, il libro in cui Mankell affronta a viso aperto la sua malattia. Una tristezza che non si può rifiutare e a cui non si può reagire, perché fa parte dell’ordine delle cose, è come la lieve malinconia che ci prende all’ora del tramonto con la consapevolezza che il giorno si chiude, cala la notte, chissà se il sole sorgerà ancora.

      Il protagonista di “Stivali di gomma svedesi” è lo stesso di “Scarpe italiane”, quel Fredrik Welin che era stato un noto chirurgo e che, dopo un grave errore durante un intervento, si era ritirato a vivere in totale solitudine sull’isola dell’arcipelago in cui un tempo avevano abitato i suoi nonni. Il romanzo inizia con un incendio- durante la notte la casa di Welin (io narrante della vicenda) è divorata dalle fiamme. Lui stava dormendo, è riuscito a fuggire fuori, vestito alla bell’e meglio, con due stivali spaiati ai piedi. Welin perde tutto nell’incendio, si adatta a vivere nella roulotte in cui stava la figlia Louise, quando veniva sull’isola. Quella figlia di cui Welin non sapeva nulla finchè- e questa è la storia di “Scarpe italiane”- Harriet era apparsa sul ghiaccio spingendo un deambulatore: veniva a trovarlo, uscendo dal passato, perché lui mantenesse la promessa di portarla a vedere il lago di cui un tempo le aveva parlato. Una stranezza: tra le ceneri della casa balugina la fibbia di una delle scarpe che l’italiano Giaconelli aveva fatto per Welin. E’ l’unica cosa che è rimasta e ci sembra che sia un indizio del declino di tutto, del sottotono in cui saranno vissuti i giorni da ora in poi: Welin aspetterà per tutto il libro che arrivino nel negozio degli stivali di gomma verdi (stivali e non scarpe, per queste è passato il tempo), corteggerà la giornalista molto più giovane di lui, senza speranza e consapevole del rischio del ridicolo e del patetico, si dibatterà nel dubbio se valga la pena di ricostruire la casa, mangerà pane e burro e si scalderà dei barattoli di minestra.

     Welin sarà sospettato di aver appiccato lui stesso il fuoco alla sua casa, finché ci saranno altri incendi, di uno in particolare Welin non può essere responsabile perché è a Parigi alla ricerca della figlia, arrestata per borseggio, e allora cade l’accusa nei suoi confronti. Se la domanda ‘chi è il piromane dell’arcipelago?’ è il filo conduttore della detective story, l’altra domanda, che si pone Welin (e ognuno di noi potrebbe rivolgerla a se stesso),  è esistenziale- ‘chi sono io in realtà? Sono quello che gli altri conoscono? E che cosa ho fatto della mia vita?’- ed è il cuore del romanzo, un libro sulla solitudine che- lo si avverte in ogni pagina- è stato scritto da un uomo che sente la morte alitargli sul collo (usa proprio questa frase, Mankell, parlando di un altro personaggio, un poco ipocondriaco). Welin ha settant’anni, incomincia ad osservare di essere sempre il più vecchio dovunque vada, il pensiero di essere sulla linea di confine è inevitabile. Muoiono parecchie persone nell’arcipelago, e non sono le morti violente con cui ha a che fare il commissario Wallander. Questa è gente che muore perché è arrivata la loro ora, di infarto o per un ictus. E Welin si misura la pressione e controlla il battito cardiaco. E ricorda. Un ragazzo a cui ha dovuto annunciare che aveva un tumore (e pare proprio il tumore che ha colpito lo stesso Mankell), la ragazza che aspettava un figlio da lui e lui ha fatto abortire, la sua ‘prima volta’, suo padre (un cameriere che riusciva sempre a farsi licenziare), i nonni.

           Non è solo la cupezza della vecchiaia e di quello che essa porta con sé a pesare su Fredrik Welin. Non è un uomo simpatico, Welin. Ha trattato male molte persone, l’acqua gelata in cui si immerge ogni mattina è fredda quanto il suo cuore. Ma è onesto con se stesso e, arrivato alla resa dei conti, non si nasconde nulla. E tuttavia, valutando le sue prospettive di esistenza futura, c’è una nuova presenza che gli scalda l’anima- la bimba appena nata di Louise che, piccola com’è, in incubatrice, aggrappata alla vita per un soffio, è la promessa di un futuro in cui lui non ci sarà più ma ci sarà qualcosa di lui in lei.

      E’ la maniera del nostro Mankell di dirci addio. Non c’è più ma ci sarà per noi dentro i suoi libri.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


sabato 22 ottobre 2016

Daphne Du Maurier, "Rebecca" film 1940



                            Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                     dal libro al film
il trailer del film del 1940 tratto dal romanzo "Rebecca" di Daphne Du Maurier con la regia di Alfred Hitchcock. Interpreti: Joan Fontaine e Laurence Olivier.


Tatiana de Rosnay, “Daphne” ed. 2016

                                                           Voci da mondi diversi. Francia
          biografia
         FRESCO DI LETTURA


Tatiana de Rosnay, “Daphne”
Ed. Neri Pozza, trad. A. Folin, pagg. 427, Euro 15,30

    “Manderley forever”, è il titolo originale della affascinante biografia di Daphne Du Maurier scritta da Tatiana De Rosnay e appena pubblicata da Neri Pozza. Manderley per sempre, quale altro poteva essere il titolo, se non quello della casa protagonista di “Rebecca”, il romanzo del 1938 a cui il nome della Du Maurier sarebbe sempre rimasto collegato, più che a qualunque altro libro avrebbe scritto in seguito, quello che la maggior parte delle persone che bussavano alla porta di Menabilly (la ‘vera’ Manderley, la casa amore-ossessione di Daphne) aveva in mano per farglielo firmare, quello dall’incipit memorabile, Last night I dreamt I went to Manderley again. Le due cose più importanti nella vita di Daphne Du Maurier (un cognome francese a cui lei teneva moltissimo, anche se scoprì tardi che il vero cognome dell’antenato era meno altisonante, non aveva affatto la particella ‘du’ che sapeva di nobiltà e castelli) furono sempre la passione per la scrittura e quella per Menabilly, la casa in Cornovaglia che ottenne in affitto per vent’anni. Dopo veniva l’amore per il figlio minore, Kit, il prediletto a scapito delle due bambine, Tessa e Flavia- semplicemente perché era un maschietto e Daphne sentiva forte in sé la componente maschile della sua personalità, quel doppio a cui aveva dato- fin dall’adolescenza- il nome di Eric Avon, la voce con cui parlava nei personaggi maschili dei suoi romanzi.
Daphne con Kit, Tessa e Flavia. Sullo sfondo, Menabilly
Era Eric Avon che si innamorava di altre donne- aveva diciotto anni, Daphne, quando iniziò una relazione con l’insegnante del collegio in cui studiava, era già sposata quando ebbe un vero e proprio colpo di fulmine per la moglie del suo editore americano da cui peraltro fu respinta con garbo. E tuttavia, quando Daphne conobbe ‘Boy’ Browning, bello, aureolato di gloria dopo il ritorno dalla Grande Guerra, appassionato di vela e di mare come lo era lei, non ebbe il minimo dubbio che quello fosse l’uomo per lei. Si sposarono, era il 1932, Daphne aveva venticinque anni e aveva già pubblicato un libro, “Spirito d’amore”.
Daphne, a destra, con la madre e le sorelle
     Mi sono chiesta, leggendo il libro di Tatiana De Rosnay, se l’immedesimazione che percepivo da parte dell’autrice fosse dovuta ad una sottile affinità fra le due scrittrici- entrambe con un’ascendenza in parte francese, entrambe con una famiglia importante e nota alle spalle (scienziati, attori, pittori, in quella della De Rosnay, mentre il padre di Daphne fu il più famoso attore di teatro del suo tempo, la sorella maggiore di Daphne fu pure lei scrittrice e la minore pittrice)-, perché Tatiana De Rosnay è riuscita a rendere vibrante il personaggio di Daphne, a dirci tantissimo su di lei come donna-
una giovane Daphne
dal rapporto speciale che aveva con il padre (Daphne stessa parlò spesso del fascino dell’incesto, non del tipo che si svolge fra le lenzuola) al suo legame con le sorelle (entrambe lesbiche), dalla sua attrazione verso altre donne al suo matrimonio che entrò in crisi con le lunghe assenze del marito, dall’affetto speciale per Kit alla riscoperta delle due figlie-, e come scrittrice, seguendo la genesi di ogni nuovo romanzo, dal momento della prima idea fuggevole a quello che Daphne chiamava brewing, l’elaborazione della trama, al successo o all’insuccesso del libro una volta pubblicato, alla sua trasposizione cinematografica (Daphne non amava Hitchcock che trasformava troppo quello che aveva lei aveva scritto). Con la stessa lievità e passione che troviamo nei romanzi di Daphne Du Maurier, Tatiana De Rosnay ricrea ambienti e paesaggi, descrive abbigliamenti e arredamenti, ci restituisce la timidezza di Daphne che cercava di sottrarsi ad interviste e incontri (gli scrittori dovrebbero essere letti, ma né visti né sentiti- era solita dire), il suo dimenticarsi del mondo intero, il suo bisogno di solitudine quando iniziava a scrivere, il suo essere stregata da Menabilly- Manderley Forever.
    Ci succede una cosa strana, quando terminiamo di leggere “Daphne”. Ci sembra di avere letto un romanzo di Daphne Du Maurier in cui la protagonista è una scrittrice, e allora, bravissima Tatiana De Rosnay!
Un libro che mi ha incantato.


    

   

venerdì 21 ottobre 2016

Tatiana De Rosnay, “La chiave di Sarah” ed. 2007

                                                          Voci da mondi diversi. Francia
                                                                     Shoah
                                                              il libro ritrovato

Tatiana De Rosnay, “La chiave di Sarah”
Ed. Mondadori, trad. Adriana Colombo e Paola Frezza Pavese, pagg. 318, Euro 17,50

   Zakhor, Al Tichkah, “Ricorda, Non dimenticare mai”: sono le parole in ebraico che Chirac pronunciò nel discorso per la commemorazione del sessantesimo anniversario di quanto era successo il 16 luglio 1942 al Vélodrome d’Hiver, a Parigi: migliaia di famiglie ebree vi erano state rinchiuse prima di essere mandate alla morte nei famigerati campi di sterminio. In una condizione già vicino alla morte, nel caldo soffocante dell’estate, senza cibo né acqua, senza servizi igienici, un affollamento incredibile. Molti si erano suicidati, prima che il peggio avvenisse, prima della lacerante separazione dei bambini dalle madri, queste inviate negli altri campi di transito, quelli rimasti con i pannolini sporchi e i visetti rigati di lacrime, lattanti e bambini che sapevano a mala pena camminare affidati ad altri solo un poco più grandi di loro. E’ questo nero capitolo di storia francese che viene ricordato nel romanzo di Tatiana De Rosnay, anche se ci si domanda se quel monito, Non dimenticare mai, possa essere imposto a chi non vuole sapere e men che meno ricordare. In Francia come in Italia, perché è duro ammettere che “i cattivi” non erano solo i tedeschi, che li abbiamo aiutati nella loro fantastica organizzazione dello sterminio.

    Per metà del romanzo si alternano i capitoli in cui la protagonista è “la bambina” che ha vissuto nel 1942 e quelli dove la voce narrante è Julia, una giornalista americana sposata con un francese; i due racconti diventano poi uno solo quando il coinvolgimento di Julia diventa totale, dopo le ricerche fatte per scrivere un articolo sull’anniversario del rastrellamento. Quel 16 luglio in cui la bambina era stata portata al Vél d’Hiv insieme al padre e alla madre, il fratellino si era nascosto dentro l’armadio a muro dei loro giochi e la bambina lo aveva chiuso dentro a chiave, sicura che sarebbe tornata prestissimo a liberarlo. Poi l’orrore- Sarah era stata separata dai genitori, portata al campo di Beaune-la-Rolande. Quando era riuscita a fuggire e a tornare a Parigi, aiutata da una vecchia coppia di contadini, era troppo tardi.
Tatiana de Rosnay insieme a Melusine Mayance sul set del film
Questi sono gli eventi da non dimenticare mai, la crudeltà, gli sguardi indifferenti, le delazioni, la trasformazione in nemico estraneo di chi ci è stato amico. E per fortuna anche qualche soprassalto di coscienza, qualche cuore generoso. Tuttavia anche la storia che avviene nel presente è importante nel romanzo, anzi essenziale, ed occorreva un personaggio che veniva da lontano per inquadrare il passato in prospettiva. Perché la famiglia Tezac in cui l’americaine è entrata a far parte si era trasferita senza problemi nell’appartamento lasciato libero dalla famiglia di Sarah, ma non era rimasta indifferente allo strazio della bambina che aveva bussato alla loro porta e si era addossata la colpa della morte del fratellino. Come se avesse potuto avere una sorte diversa al Vel d’Hiv!
 Le meccaniche famigliari sono complesse, così come lo sono quelle di coppia- a sessant’anni di distanza c’è chi si tormenta ancora e vorrebbe ritrovare la bambina di allora e c’è chi non vuole sapere niente; l’inaspettata notizia che Julia aspetta un bambino farà scoppiare una crisi, ma l’aver letto migliaia di nomi di bambini sulle lapidi rende del tutto impossibile a Julia un aborto. 

     Ci sono molti spunti di riflessione nel libro della De Rosnay, non da ultimo che spesso la vita può sembrare un romanzo. E se a volte il romanzo e la vita sfiorano il melodramma, è ugualmente importante non dimenticare mai.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


Tatiana de Rosnay, "La chiave di Sara"




                                      Voci da mondi diversi. Francia
                                        dal libro al film
                                        Shoah

dal libro di Tatiana de Rosnay, il film "La chiave di Sara". Regia di Gilles Paquet-Brenner, interpreti Kristin Scott-Thomas e Mélusine Mayance.





mercoledì 19 ottobre 2016

Daphne Du Maurier, “Il capro espiatorio” ed. 2009

                            Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
           il libro ritrovato



Daphne Du Maurier, “Il capro espiatorio”
Ed. il Saggiatore, trad. Bruno Oddera, pagg. 379, Euro 17,00
Titolo originale: The Scapegoat

    Mi sentivo pervaso da un crescente disgusto di me stesso. La sensazione di potenza e di sicurezza si era dileguata, e la mia somiglianza con Jean de Gué non era altro che il trucco di un pagliaccio, una maschera ridicola di colori e di cipria, che già iniziava a liquefarsi sciogliendosi in striature, rivelandomi a me stesso immutato, l’insignificante nullità che ero sempre stato.


    Ho amato molto Daphne Du Maurier quando l’ho ‘scoperta’, ed ero giovane. Ho letto talmente tante volte “Rebecca”, il suo romanzo più famoso (anche per l’adattamento cinematografico con la regia di Hitchcock), che posso recitare a memoria la frase di apertura. E devo farlo nella lingua originale perché l’italiano non può rendere la cadenza musicale delle brevi parole inglesi, l’accento sul pronome ripetuto e infine la musicalità evocatrice del nome del luogo: Last night I dreamt I went to Manderley again.

Mi sono innamorata di nuovo di Daphne Du Maurier adesso, a mezzo secolo di distanza, rileggendo “Il capro espiatorio”, appena ripubblicato dalla casa editrice Il Saggiatore che ha già fatto uscire, lo scorso anno e direttamente in edizione economica, “Rebecca”, “Mia cugina Rachele” e “Gli uccelli e altri racconti”. E non è affatto scontato che un autore che tanto ci ha colpito in passato, operi la stessa magia su di noi quando lo si rilegge anni dopo. Piuttosto il contrario. Eppure ho trovato, ne “Il capro espiatorio”, una raffinatezza di scrittura, un approfondimento psicologico dei personaggi, una varietà di figure minori finemente tratteggiate, una descrizione di paesaggi, una trama che, seppure non particolarmente originale, viene trattata con agilità e destrezza, da indurmi ad affermare che, senza ombra di dubbio, Daphne Du Maurier è una grande scrittrice. Che Daphne Du Maurier merita un posto accanto alle grandi scrittrici inglesi di fine settecento e ottocento, vicino a Jane Austen, alle sorelle Brontë, a George Eliot.
la versione cinematografica del 2012
     La trama sfrutta il tema del doppio o della gemellarità: un professore inglese incontra casualmente a Le Mans, in Francia, il conte Jean de Gué. Per lui è come guardarsi in uno specchio, è come se lo sconosciuto francese fosse il suo gemello. Lui si lamenta della sua solitudine, l’altro non ne può più dei legami famigliari. In breve: il professore si risveglia nella stanza di uno squallido albergo e deve per forza indossare i panni dell’altro- letteralmente, perché l’altro si è preso si suoi abiti, e metaforicamente, perché il fedele autista lo porta al castello dei de Gué, attribuendo le sue proteste agli eccessi alcolici della sera prima. Si capisce a questo punto perché fosse essenziale che l’inglese fosse un professore di storia francese: John diventato Jean parla benissimo il francese, tanto che nessuno si accorge della sostituzione (tranne il cane che ringhia, caso inverso del cane di Ulisse). Perché John accetta di diventare Jean? Ma perché dapprima pensa di rivelare tutto, e poi non è così facile, viene fermato ogni volta che ci prova. E il solitario e mite John, che pensava di ritirarsi tra i frati trappisti, che risentiva della sua incapacità di relazionarsi agli altri, si ritrova con una famiglia complessa (madre, moglie incinta, una figlia, una sorella che non gli rivolge la parola da quindici anni, un fratello la cui moglie chiaramente lo concupisce). Inoltre, badate bene, non ha la più pallida idea di chi sia chi- eccezion fatta per ‘sua’ madre e ‘sua’ figlia perché sono identiche a lui, in una maniera addirittura inquietante.
Alec Guinness nella versione del film del 1959
     Il tempo della vicenda è, ad arte, molto breve, eppure accade tantissimo, sia ‘dentro’ sia ‘fuori’ del protagonista. Dentro di lui ci sono dei cambiamenti stupefacenti, è un po’ come innaffiare una pianta. John/ Jean si affeziona alla bambina (che lo adora), è dolce con la moglie (che proprio non è abituata ad un marito così), prova compassione verso la madre autoritaria (ne scoprirete il perché), si dispiace del mutismo della sorella, capisce il senso di inferiorità del fratello cadetto. E mette il piede in fallo di continuo, perché non sa niente di quel donnaiolo senza scrupoli e irresponsabile del conte Jean de Gué che possiede una vetreria sull’orlo del fallimento. Non sa né del contratto di nozze con la moglie né delle innumerevoli donne con cui intrattiene delle relazioni, non sa neppure di essere responsabile dell’uccisione del fidanzato della sorella (giustiziato in maniera orrenda), e neanche di avere un passato nella Resistenza. Pur non sapendo nulla John/ Jean si lascia coinvolgere, non è mai passivo. Cerca di rimediare al malfatto dell’uomo che sostituisce, a volte provocando danni ulteriori, diventando lui stesso il capro espiatorio dell’altro.

Ho accennato al cane, che non riconosce il suo padrone nel sostituto del conte; c’è un altro personaggio, una donna di notevole fascino, che- unica- si accorge dell’inganno e indica la differenza in una sola parola, una qualità di John/ Jean: la sua tendresse.

    Con questo dettaglio che valorizza un lato considerato meno virile dell’uomo, vi lascio al piacere della lettura di questo romanzo in cui Daphne Du Maurier riesce a parlare di due personaggi mettendone uno solo sul palcoscenico, imprigionando l’attenzione del lettore fino all’ultimo colpo di scena.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


Daphne Du Maurier, "Il capro espiatorio"- The Scapegoat 1959 Official Trailer Alec Guiness, Bette Davis Crime Mo...




Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                     dal libro al film

Ecco il trailer della versione cinematografica del 1959 del romanzo "Il capro espiatorio" di Daphne Du Maurier.

martedì 18 ottobre 2016

Massimo Galluppi, “Occhio per occhio” ed. 2016

                                                                       Casa Nostra. Qui Italia
        cento sfumature di giallo
        FRESCO DI LETTURA

Massimo Galluppi, “Occhio per occhio”
Ed. Marsilio, pagg. 408, Euro 18,50

   “Occhio per occhio”- è il leit motiv del nuovo romanzo di Massimo Galluppi, molto atteso dopo “Il cerchio dell’odio” che era stato una rivelazione, intenso, coinvolgente, colto e di ampio respiro in quella storia che affondava nel passato degli anni ‘70.
Occhio per occhio, e ricordatevelo alla fine che è brusca e fulminante. Anche questa vicenda ha le sue radici nel passato, anche questa ha un ampio respiro ed è molto intensa. Anche questa, infine, è capace di ridestare curiosità e interrogativi, di suscitare il desiderio di saperne di più sulla Storia che racconta.
Ancora Napoli come sfondo, ancora Raul Marcobi, capo della squadra omicidi, come protagonista.
C’è un raduno importante a Napoli, il Forum del Mediterraneo. Sono presenti molti uomini politici e anche imprenditori. Giorgio Cobau, giornalista della Stampa di Torino, scompare. Il suo corpo viene ritrovato nascosto dagli alberi di un piccolo parco, sdraiato sul materasso di un barbone che, ubriaco, non si era neppure accorto di aver passato la notte accanto ad un cadavere. Gli hanno sparato due colpi di pistola da distanza ravvicinata. Sa molto di un’esecuzione.
Perché? Di che cosa si stava occupando Cobau? Alla redazione de La Stampa non sanno nulla, la moglie non sa nulla e neppure l’amico di Napoli che Cobau avrebbe dovuto incontrare sa alcunché. Eppure… in un cassetto del giornalista è stata trovata la fotografia di un ragazzo con la macchina fotografica- sul retro, un nome, Nick. Neppure di Nick la moglie sa qualcosa. Si cerca chi avesse incontrato, Cobau, all’ultimo ricevimento a cui era stato, in onore del console britannico a Napoli. Lo avevano visto scattare una foto con il cellulare (introvabile, come il portatile e i documenti). Cobau aveva detto all’amico di aver visto un ‘fantasma del passato’. Aveva parlato di un uomo con gli occhiali a specchio, di incubi balcanici. Dapprima le indagini portano a scoprire affari di tangenti fra l’Italia e gli stati Balcanici, traffici in cui è coinvolta la mafia nostra e quella serba- tutti diversivi,niente di tutto questo è abbastanza grave da giustificare l’assassinio di Cobau. Si scopre poi che una delle telefonate che Cobau aveva fatto di recente era stata ad un conoscente che lavorava al tribunale penale internazionale dell’Aja. E un sms di un’altra persona collegata in una qualche maniera al caso e della cui morte abbiamo letto ne “Il cerchio dell’odio”, diceva: le cose non sono quello che sembrano.
la tigre di Arkan

     Un giovane Cobau era in Serbia all’epoca della guerra negli anni 1990-95. E’ questo il nodo centrale del romanzo, materia che scotta. E’ a questo punto che il romanzo di Massimo Galluppi cessa di essere un qualunque thriller, una qualunque indagine alla ricerca di un colpevole, e acquista nuova profondità e nuovo peso. Si ascoltano punti di vista diversi nella disanima della guerra che ha insanguinato l’ex Jugoslavia, si sente il racconto di atrocità e si considerano responsabilità. E’ difficile stabilire chi sia nel giusto, la linea che separa la verità e l’interpretazione personale dei fatti è invisibile. Perché il ministro Rajković non ha mai voluto concedere un’intervista a Giorgio Cobau? Perché ora rifiuta di incontrare Marcobi, anche se questo glielo fa chiedere da un amico, un chirurgo napoletano che è anche amico di Rajković?

     Si avvicina troppo al fuoco, Marcobi. Già è morto uno dei barboni che aveva reso testimonianza, quello che aveva detto di aver visto un uomo con una camicia bianca nel parco. Pugnalato dopo aver cercato di avvisare Marcobi che aveva rivisto quell’uomo e aveva preso il numero di targa della sua auto. A Marcobi succederà di peggio, colpito in quello che gli è più caro. Gli resterà solo il senso di colpa. Lui è l’uomo ossessionato dalla ricerca della verità, glielo avevano detto in molti, glielo aveva ripetuto anche Perla, la donna che amava da sempre, anche se si erano presi e lasciati più volte.
      Ho pensato a Mankell, leggendo il romanzo di Galluppi. E non sembri strano il paragone.  “Occhio per occhio”, così come “Il cerchio dell’odio”, così come i più bei libri di Henning Mankell, ha una visione ampia del Male. Anche se poi le motivazioni dei crimini sono sempre le stesse, è il quadro storico-sociale-politico che è più ampio di quello che si trova nella maggior parte dei libri di genere, è uno sfondo che incuriosisce e stimola, che ci induce a rivedere quello che credevamo di sapere.



     

lunedì 17 ottobre 2016

Olav Hergel, “L’immigrato” ed. 2012

                                                                vento del Nord
         il libro ritrovato

Olav Hergel, “L’immigrato”
Ed. Iperborea, trad. Ingrid Basso, pagg. 442, Euro 17,50
Titolo originale: Indvandereren


Ti dissi che non dovevi portare il velo in Danimarca, ma tu non sopportavi che qualcuno ti dicesse che cosa dovevi o non dovevi fare. Ti dissi di non immischiarti quando nostro figlio fu messo in carcere, ma tu ti sei immischiata e l’hai fatto uscire, e hai fatto venire a galla la verità. Ti ho detto così tante cose e tu hai fatto come volevi. Non so se potrò vivere senza di te, ma so che devo dirti e voglio dirti qualcosa. Quando incontrerai Allah in cielo, digli che abbiamo bisogno di lui. Digli che abbiamo bisogno di lui più che mai. E se incontri il dio cristiano, salutalo e digli la stessa cosa. Digli che abbiamo bisogno di lui.


      Zaki el Aziz, origine marocchina, immigrato in Danimarca con i genitori quando era bambino. La sua è una famiglia modello, un esempio di perfetta integrazione. Il padre e la madre hanno lavorato duro, hanno raggiunto un certo benessere, hanno educato i due figli insegnando loro che devono impegnarsi più dei danesi per essere rispettati e accettati alla pari in un paese che è noto per la sua severa politica sull’immigrazione. Zaki è uno studente brillante, ha appena conseguito la maturità con un alto punteggio: vuole studiare giurisprudenza. Per festeggiare il diploma va in discoteca con due amici e un altro ragazzo che si è aggregato, anche se la sua presenza non è gradita. Si sa che va in giro armato- gli fanno gettare via il coltello, meglio non correre rischi. Non sanno che però ne ha un altro.
     La serata è la cronaca di una tragedia annunciata. Il buttafuori Micky Madsen è gentile solo in apparenza con i tre ‘musineri’. In realtà, con uno o l’altro pretesto, li tiene fuori ad aspettare per un’ora e mezzo, fa entrare altri che sono arrivati dopo di loro. Zaki non contiene la rabbia, lo colpisce con una testata. Il resto- la rissa, il parapiglia, la morte di Madsen- è scontato. Come è scontata, nell’atmosfera razzista della Danimarca, l’aurea di eroe martire intorno a Madsen. Come la caccia alle streghe che si scatena, con la richiesta di pene più pesanti per i criminali mussulmani. Zaki sarà arrestato. E’ innocente, ma non apre bocca.

      Dopo il provocatorio romanzo pubblicato nel 2010, “Il fuggitivo”, lo scrittore giornalista danese Olav Hergel ritorna con un altro romanzo, “L’immigrato”, altrettanto provocatorio, con un tema altrettanto forte che tocca nel profondo anche noi italiani, soggetti ad un’ondata immigratoria che sfugge ad ogni controllo e  razzisti in maniera più o meno dissimulata. Ritorna anche il personaggio della giornalista Rikke Lyngvig, che era uscita penalizzata dalla posizione presa nei confronti del terrorista nel libro precedente, retrocessa al giornalismo online. Eppure Rikke non è cambiata. E’ nella sua natura gettarsi a capofitto nelle imprese disperate, impegnandosi in prima persona in cause impopolari in difesa della verità, per scomoda o pericolosa che sia.
      Negli anni ‘90 il governo socialdemocratico danese ha incominciato la ricostruzione dell’economia e in dieci anni la Danimarca è passata dall’essere ‘il piccolo e mite paese europeo al piccolo e duro paese europeo’. E’ diventata la nazione più ricca d’Europa ma è anche aumentata la criminalità, sono aumentati gli episodi di violenza negli scontri tra gang. Il governo è tenuto in scacco dal Partito Popolare e si limita a dire che è colpa della società.
Il romanzo di Hergel affonda nei diversi strati di questa problematica: ci mostra l’indecisione del primo ministro (che si acquista i consensi della destra presenziando al funerale del buttafuori), la concorrenza tra le varie testate giornalistiche, incerte tra il diritto dei lettori alla verità e il probabile calo delle vendite se offuscano il personaggio di Masden, insinuando che aveva provocato i ‘musineri’ con il suo atteggiamento discriminatorio. Ci mostra infine l’identità tormentata della comunità degli immigrati, consapevoli che,  nonostante gli sforzi e l’impegno, nonostante si siano guadagnati la cittadinanza danese, nonostante che il paese che li ha accolti non possa fare a meno della loro forza-lavoro, restano sempre cittadini di serie B. Sono perennemente lacerati tra due lealtà, tra il timore di tradire la loro gente- timore che è una concreta paura di feroci rappresaglie- e l’imperativo etico di obbedire alle leggi del paese che li ha ospitati e che, malgrado tutto, gli ha aperto una porta sul futuro.

     Il romanzo di Hergel ci colpisce per la sua attualità, ci trascina con il suo stile giornalistico realistico e conciso, ci tiene in sospeso- come un thriller- riguardo allo svolgersi dei fatti e all’incombente vendetta. Ci fa riflettere, infine. Sulla società che cambia e di cui si devono accettare i cambiamenti. Sulla necessità della tolleranza e di una visione libera da pregiudizi.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it




sabato 15 ottobre 2016

Ben Pastor, “I piccoli fuochi” ed. 2016

                            Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
   cento sfumature di giallo      
   seconda guerra mondiale
   FRESCO DI LETTURA


Ben Pastor, “I piccoli fuochi”
Ed. Sellerio, trad. Luigi Sanvito, pagg. 538, Euro 15,00


     E’ il 1940. La guerra è iniziata da poco più di un anno. Si pensa ancora che possa essere una guerra-lampo. I tedeschi hanno già occupato Parigi. Martin Bora, l’ormai ben noto protagonista della serie di thriller storici di Ben Pastor, deve raggiungere la Bretagna- è incaricato di sorvegliare lo scrittore filosofo Ernst Jünger la cui posizione nei confronti del nazismo non è ben chiara e però, appena arrivato, gli viene chiesto di investigare sul caso di un delitto. E’ morta la moglie del commodoro Arno Hansen-Jacobi, il suo corpo è stato ritrovato in un lavatoio in una località nei pressi della sua abitazione a una ventina di chilometri da Brest. Sono scomparse le sue chiavi di casa insieme alla borsetta, mentre i suoi orecchini di brillanti sono stati recuperati su segnalazione di un gioielliere a cui erano stati offerti in vendita da un tale, un ex-galeotto, che giura di averli trovati per caso, in strada. E’ lui l’assassino? Sembra poco probabile. La coppia Hansen-Jacobi ha un figlio, ufficiale di marina, donnaiolo e giocatore, e il commodoro Hansen-Jacobi ha un’amante francese che è anche informatrice della Gestapo. Qualcuno di loro aveva interesse a togliere di mezzo Marie (era di origine bretone) che elargiva soldi alla Chiesa con grande prodigalità? E comunque sia, l’assassinio della moglie di un tedesco non può restare impunita.
Brest
     E’ sempre un piacere ritrovare un personaggio che ammiriamo e di cui seguiamo da anni le vicende. Ad ogni romanzo Ben Pastor raffina questo capitano della Wehrmacht che- ormai lo sappiamo bene- ha ingaggiato una guerra non solo con i nemici della Germania ma soprattutto con la sua coscienza. Un conto è la morte in battaglia e un conto sono gli eccidi di massa, la persecuzione degli ebrei e lo sterminio pianificato. Un conto è la Wehrmacht e un conto sono le Schutzstaffeln, il corpo delle SS con un teschio sul cappello della divisa. Quando il colonnello Schallenberg lo mette in guardia, avvisandolo che sta andando verso il disastro perché le SS lo tengono d’occhio per i suoi comportamenti poco ortodossi, e gli dice, “Unisciti a noi, facci un pensierino. Conserverai il grado di capitano, che automaticamente ti porrà al di sopra dei tuoi colleghi”, Martin risponde, “Credo che resterò dove sono”. E lo farà- noi che abbiamo letto i romanzi precedenti ambientati in un tempo a seguire questo 1940, lo sappiamo- e, di romanzo in romanzo, tremiamo nell’attesa che possa compiersi quello che gli dice ora Schallenberg, “Fai come ti pare. Ma ricordati che potremmo impiccarti prima che finisca la guerra.”
Finistère- Bretagna

     La Polonia è il ricordo ricorrente in Martin ne “I piccoli fuochi”. Un anno prima Martin aveva aderito baldanzoso ad una guerra che era per lui come una prova di forza e di virilità alla Hemingway, era nelle file dell’esercito che aveva varcato la frontiera della Polonia e, quasi subito, aveva dovuto ricredersi sulla realtà che stava vivendo. Aveva visto cose che lo fanno soffrire tuttora nel ricordo- il suo insegnante di musica tra gli ebrei obbligati a pulire le strade, le morti arbitrarie, le stragi. Aveva cercato di denunciare le atrocità illecite- perché Martin era, è e sarà sempre il puro, l’eroe che può essere fallibile perché è nella natura umana esserlo ma che si esamina senza pietà e si pente quando sbaglia. La nuova avventura bretone incomincia con un richiamo del passato nella denuncia dell’esecuzione di massa nei pressi di Katyn, in Polonia, e prosegue immergendosi nell’atmosfera locale, tra frange indipendentiste, un prete spretato e ubriacone che ci ricorda i personaggi di Graham Greene, in una casa in cui gli spiriti che sembrano aleggiare non sono altro che la voce della coscienza di Martin.
“Essere e non apparire. Quel che sono davvero, nel bene e nel male, probabilmente lo dirà questa guerra”, è la sua riflessione, un monito a se stesso. Martin ventisettenne ci sembra più vecchio della sua età ed è una fortuna che la fine lo veda tra le braccia di Dikta, a rotolarsi nel letto con lei, a cercare di recuperare un briciolo della spensieratezza che la vita deve alla sua età.