mercoledì 30 settembre 2015

Laura Lippman, “Ogni cosa è segreta” ed. 2015

                           Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
   cento sfumature di giallo
    FRESCO DI LETTURA


Laura Lippman, “Ogni cosa è segreta”
Ed. Neri Pozza, trad. L. Piussi, pagg. 427, Euro 13,88

        Il nucleo centrale dell’azione avviene sette anni prima ed è contenuto in un breve capitolo iniziale. E’ il 17 luglio, fa caldo a Baltimora. Due bambine di undici anni stanno tornando a casa da una festicciola sul bordo di una piscina. Sono sole, vedono una carrozzina sul portico di una casa, in cima ad una rampa di scale. Nessuno nelle vicinanze. Decidono che il bambino dentro la carrozzina è in pericolo e che devono essere loro a prendersene cura. Alla fine del prologo sappiamo che Olivia Barnes è morta e che le due bambine sono state in strutture carcerarie per minori per sette anni.
    “Ogni cosa è segreta” di Laura Lippman si svolge nell’arco dei sette mesi- tra aprile e ottobre- di quei sette anni dopo la morte di Olivia quando Alice e Ronnie vengono rilasciate. Non sono più due bambine, è ovvio. Impariamo a conoscerle a poco a poco- la grassa, quasi obesa, bionda Alice e la magra e bruna Ronnie. Alice, figlia di madre single che fa l’insegnante ed è un po’ troppo incline alla comprensione, e Ronnie, cresciuta in una famiglia disastrata. Alice che mente dicendo che esce ogni giorno in cerca di lavoro, mentre invece girovaga apparentemente senza meta, e Ronnie che trova lavoro in un locale che vende bagel di ogni tipo. Che futuro potranno avere le due ragazze che hanno bruciato gli anni delicati di passaggio dall’infanzia all’adolescenza, anche se il loro nome non è mai stato rivelato? E che cosa è successo quel 17 luglio?
Possibile che due bambine abbiano ucciso un’altra bambina? O si era trattato di un caso di ‘morte in culla’? e c’entrava il fatto che la bambina fosse di colore? C’entrava il fatto che Alice e Ronnie fossero bianche nella pena- troppo lieve secondo la madre di Olivia- che avevano dovuto scontare?
     In coincidenza con il ritorno a casa di Alice e Ronnie, si verificano un paio di casi di bambine scomparse. L’allarme rientra quasi subito, le bambine, tutte sui tre anni, vengono ritrovate. Non è successo loro niente, sono troppo piccole per dare spiegazioni. Poi ne scompare un’altra e questa non viene ritrovata. Ha la pelle color caffellatte e riccioli color ambra. La madre di Olivia segnala che la bimba assomiglia alla sua bambina, quella che è nata dopo la morte di Olivia, sostiene che chi l’ha rapita voleva in realtà rapire di nuovo la sua, di bambina.

     A Laura Lippman interessa la psicologia dei suoi personaggi e, mentre gira intorno alle due ragazze, ritornando sempre a quel 17 luglio di sette anni prima, scava anche nell’anima e nella mente della madre di Olivia (figlia di un noto giudice di colore), della poliziotta Nancy (era stata lei a trovare il corpicino di Olivia), dell’avvocato difensore di Alice, della madre di Alice- quanti segreti nasconde Alice? Chi dice la verità- ci sono due Ronnie, una buona e una cattiva (come sostiene Alice) o ci sono due Alice?
Sorpresa finale (forse un poco troppo sorprendente), sullo sfondo una Baltimora razzista e molto violenta- già ce lo aveva detto la scrittrice, durante un’intervista in occasione della pubblicazione de “I morti lo sanno”.


martedì 29 settembre 2015

Debra Dean, “Le madonne dell’Ermitage” ed. 2008

                                          Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
             il libro ritrovato


Debra Dean, “Le madonne dell’Ermitage”
Ed. Piemme, trad. Mariagiulia Castagnone, pagg. 237, Euro 14,90
Titolo originale: The Madonnas of Leningrad



    E’ incredibile quanto la sua vita sia cambiata. Ora non c’è più nessuno da condurre in visita al museo né opere d’arte da vedere. Ogni giorno percorre la galleria abbandonata, le cui finestre sono rotte o sbarrate da assi. Vicino all’ingresso delle sale sono stati piazzati dei mucchi di sabbia in caso di incendio. E alle pareti pendono file di cornici vuote, una sorta di pegno a testimoniare che un giorno i quadri ritorneranno.

     Era un modo per tenere viva la memoria, quello di passare da una stanza all’altra del museo dell’Ermitage illustrando a visitatori immaginari i dipinti che ormai non c’erano più, imballati e trasportati via prima che si serrasse l’assedio dei tedeschi intorno a Leningrado. Come inventarsi un castello della memoria: a Marina lo aveva insegnato la vecchia guardiana che non sapeva niente di storia dell’arte ma poteva descrivere ogni quadro del museo. Perché senza la memoria non si è nessuno, non esiste né una nazione né un individuo senza la massa dei ricordi che fanno la storia, di un popolo o di un singolo.
   Il romanzo di Debra Dean inizia quando Marina è anziana e il morbo di Alzheimer ha cancellato dalla sua mente il ricordo del tempo più vicino, lasciando intatto quello della sua infanzia- l’arresto del padre, la famiglia dello zio archeologo che l’ha accolta, l’amore per Dimitrij che è tuttora accanto a lei, e poi la guerra, il gelo, la fame, i cadaveri per le strade, lo splendido palazzo dell’Ermitage che, per quanto ormai vuoto, per quanto si stia sgretolando per l’incuria forzata, deve essere salvaguardato. Perché l’Ermitage diventa un simbolo dell’Arte in esso rinchiusa, e l’Arte è eterna, mentre scompaiono gli uomini che l’hanno creata. E così il racconto, in un continuo alternarsi di presente e passato, di memorie familiari che si intrecciano con quelle di un popolo, diventa una storia del valore della Bellezza e dell’Amore. “madonne di Leningrado” (il titolo originale del libro), quando Dimitrij la incontra nuovamente in un campo profughi, con un bimbo riccioluto come un Bambin Gesù di Raffaello per mano, e c’è un tipo di amore che non finisce, quello che fa sì che Marina ceda un prezioso pezzo di cioccolata al fagotto di stracci che sta morendo in strada, o quello che si esprime nel tocco delle mani di donne sconosciute sul ventre gravido di Marina, o quello, tenerissimo, dell’anziano Dimitrij per la moglie che non riconosce più neppure la figlia.
Marina stessa è una delle
    E’ un romanzo incantatore, “Le madonne dell’Ermitage”, sia nelle pagine che rievocano in bianco e nero il primo terribile inverno di Leningrado assediata, sia in quelle in cui i quadri sembrano animarsi nelle parole di Marina che rivive i suoi giorni di guida turistica- visi di madonne e bambini, gentiluomini e nobildonne, tripudi di cibo e frutta nelle nature morte, nutrimento fantastico per occhi affamati. E se ci coglie la malinconia nel leggere dell’inesorabile decadimento mentale della protagonista, questa viene fugata dalle visite nel “castello della memoria”- e quanto è strano che si possa ricordare anche quello che si vorrebbe dimenticare. E ci piace pensare che, quando alla fine si perde sull’isola, Marina immagini di aggirarsi non nel bosco ma tra le colonne di marmo, non per i sentieri, ma su per lo scalone di ingresso dell’Ermitage, “Lo progettò l’architetto Bartolomeo Francesco Rastrelli nel Settecento. Notate l’opulenza delle modanature di stucchi dorati…”
Aveva spiegato così, con occhi pronti a cogliere il bello, anche ogni dettaglio del garage in cui si era rifugiata, senza sapere più chi fosse o dove dovesse andare. “Mi stava mostrando il mondo”, aveva detto di lei il giovane muratore che l’aveva ritrovata.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it






                                                                                           

lunedì 28 settembre 2015

David Bezmozgis, “Il mondo libero” ed. 2012

                                       Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
          Diaspora ebraica
           il libro ritrovato

David Bezmozgis, “Il mondo libero”
Ed. Guanda, trad. Corrado Piazzetta, pagg. 351, Euro 18,50
Titolo originale: The Free World


    “Quel che cerchi non esiste, e non lo troverai.”
 Senza offendersi, Lëva replicò: “Può darsi. D’altronde, non sto cercando la perfezione. Finora sono stato un cittadino di due utopie. Ora ho aspettative modeste. Fondamentalmente, voglio la nazione con il minor numero di parate.”

      Estate 1978. Breznev ha concesso il visto di emigrazione a 40.000 ebrei russi. L’anno seguente ce ne saranno altri 50.000 che lasceranno la patria sovietica. Verso quale sorte? Qualunque nazione sembra migliore dell’Unione Sovietica, con qualche riserva, paradossalmente,  per Israele, perché- come riflette Alec, protagonista ventiseienne del romanzo “Il mondo libero” di David Bezmozgis- “farsi uccidere o mutilare in Libano, o in Egitto, o ovunque volassero le pallottole, sembrava svuotare di ogni significato la decisione di andarsene dall’Unione Sovietica.”
    Il New Yorker ha definito David Bezmozgis uno dei migliori autori sotto i quarant’anni e ne è una conferma questo romanzo così equamente calibrato, in equilibrio tra ricordi del passato, disorientamento del presente, incertezza del futuro, percorso da una vena di ironia che attenua la durezza di ogni prova.

    Ci sono otto componenti della famiglia Krasnanskij sul marciapiede del treno in partenza da Vienna e diretto a Roma. Padre e madre, il figlio Karl con la moglie e due bambini, l’altro figlio Alec con la moglie Polina. Sei adulti e venti colli di bagaglio stracolmi di merci destinate al mercato di Porta Portese- biancheria e dischi di musica sinfonica, matrioske e cianfrusaglie, samovar e macchine fotografiche.  I Krasnanskij arrivano da Riga e la loro destinazione temporanea, in attesa del visto, non sarà Roma, ma  Ladispoli. Ladispoli come avamposto del mondo libero dove regna il capitalismo. E il libro è la storia di questi otto ebrei erranti, con le loro valigie e fagotti, con i loro ricordi e aspettative, sospesi nel limbo dell’attesa in un paese di cui non sanno nulla (e per noi lettori italiani è un interesse aggiunto, questa angolatura diversa da cui siamo osservati), in una cittadina di mare che sembra essere diventata uno shtetl al sole del Mediterraneo.

La storia dei Krasnanskij è, in parte, la storia dell’autore che, quando aveva sei anni, emigrò con la famiglia a Toronto. Anche i Krasnanskij chiederanno il visto per il Canada, dopo aver visto sfumare la speranza nella cugina che avrebbe dovuto garantire per loro a Boston. Il Canada scelto in cinque minuti, perché “più sicuro, più pulito e il clima non è tanto diverso che in Lettonia”. E poi, come Karl dice alla moglie, non hanno forse visto in televisione le Olimpiadi a Montréal? Non gli era piaciuto?
       Nel corso della narrazione tre personaggi acquistano maggior risalto. Primo fra tutti l’anziano Samuil, arroccato nella sua fedeltà all’Unione Sovietica per cui ha combattuto. Samuil era un bambino quando il padre e il nonno erano stati uccisi durante un pogrom in Russia, poi si erano trasferiti a Riga da uno zio e né lui né il fratello avevano mantenuto le tradizioni ebraiche. Samuil è un sopravvissuto del passato, un uomo che ha perso tutto, alla frontiera gli hanno persino strappato le medaglie. Ecco perché conserva gelosamente le lettere del fratello morto in guerra: per non consegnarle al doganiere, tutti i Karnanskij sono stati sottoposti ad un’umiliante perquisizione prima di avere il permesso di proseguire il viaggio. Samuil guarda impotente il comportamento dei figli: Karl che si getta nei traffici loschi del mercato nero romano e Alec che proprio non crescerà mai, che non riesce a star lontano da una ragazza carina- e infatti sarà questa una della cause che porteranno all’infarto del padre. Oltre al vecchio burbero e al giovane scanzonato, l’altro personaggio che balza in primo piano è Polina, moglie di Alec, l’unica non ebrea della famiglia. La sua è tutta un’altra storia che affiora negli stralci del passato e nelle lettere alla sorella rimasta a Riga.
Porta Portese

      Il romanzo finisce quando finisce il tempo sospeso a Ladispoli. Il vecchio Samuil non partirà mai; gli altri, con la loro imbastitura di inglese imparato nei corsi seguiti in quei mesi, con la spolverata di ebraicità che la moglie di Karl insiste nel far avere ai suoi figli, con la frattura che si è aperta tra Alec e Polina, vanno avanti. “Non sappiamo cosa ci porterà il domani”, scriveva al ‘compagno Krasnanskij’ lo sconosciuto che comunicava a Samuil la morte del fratello. Neppure i sette Krasnanskij diretti in Canada sanno che cosa il domani abbia in serbo per loro.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


domenica 27 settembre 2015

David Bezmozgis, “I traditori” ed. 2015

                                     Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
            Diaspora ebraica
            FRESCO DI LETTURA

David Bezmozgis, “I traditori”
Ed. Guanda, trad. C. Piazzetta, pagg. 246, Euro 17,00



     Un uomo sulla sessantina, Baruch (ma il suo nome russo era Boris) Kotler. Una ragazza, Leora. Potrebbe essere sua figlia. Sono appena arrivati in aereo a Yalta, in fuga, per così dire, da Israele. Fuga sull’onda della nostalgia di un luogo in cui Baruch aveva passato una bella vacanza con i genitori, quando era bambino. Fuga obbligata per sottrarsi ad uno scandalo. Baruch Kotler è un uomo molto noto, sia in Israele sia all’estero. E’ ministro del commercio e si è opposto al ritiro dei coloni dagli insediamenti nei territori occupati. Un tentativo di ricatto per costringerlo a cambiare posizione lo ha spinto a partire, lasciando dolorosamente sorpresi la moglie Miriam e i due figli. Non è uomo da lasciarsi intimidare, Baruch Kotler. Poco più che ventenne, grazie ad una delazione arrivata al KGB, Kotler ha scontato tredici anni in un gulag sovietico. E’ sopravvissuto, ha raggiunto in Israele la moglie che lo aveva atteso per tutti quegli anni, ha cercato di ricucire le due metà della sua vita, è diventato un eroe, un simbolo della resistenza. Poi, sulla via del tramonto, questo colpo di testa, questo innamoramento che gli dà nuove energie.
Yalta
    Il destino ha la sua maniera di giocare una partita. L’albergo di Yalta non ha ricevuto la prenotazione di Kotler, lui e la ragazza si trovano davanti alla scelta di due possibili sistemazioni in stanze d’affitto. Kotler decide per la stanza con bagno che gli propone una donna che dice anche di avere un marito ebreo. Quando si dice ‘trovare un ago in un pagliaio’: il marito di Svetlana, Vladimir Tankilevic, è l’uomo che, quarant’anni prima, aveva denunciato Kotler al KGB. Il riconoscimento è immediato, nonostante il tempo che è passato.
    Il nucleo del romanzo di David Bezmozgis, che per il personaggio del suo protagonista deve molto al politico israeliano Natan Sharansky (Boris per secondo nome), è come un dramma a porte chiuse con quattro personaggi, Vladimir e la moglie, Baruch e l’amante. Il tempo non è più il presente, ma il passato. Vladimir era amico di Boris/Baruch. Perché lo ha tradito, allora? Ascoltiamo le sue motivazioni e siamo costretti a rivedere qualunque opinione ci siamo fatta. Sul tradito e sul traditore. E dobbiamo anche allargare il campo delle nostre riflessioni, perché il tradimento è tutto intorno, alla fin fine tutti tradiscono qualcuno o qualcosa, una persona o una fede politica o un ideale. Baruch ha tradito la moglie- personaggio molto forte nonostante compaia solo nelle parole di una lettera che scrive al marito-, ha tradito anche, in un certo senso, i figli che hanno bisogno di lui in un momento difficile della politica israeliana.

    Perché, sullo sfondo del dramma privato a porte chiuse, fatto di desiderio di assoluzione o di ritorsione, si svolge un altro dramma molto più vasto che ha un paese intero come scenario. “Sradicare migliaia di compatrioti, farne delle vittime senza uno scopo preciso. Era stata una grave incompetenza. Se non eri disposto a proteggere la tua gente, non avresti dovuto incoraggiarla a vivere in quel luogo, non avresti mai dovuto occupare il territorio.” Questo è quello che pensa il ‘falco’ Baruch. Chi ha tradito chi, in questo caso? E come si deve sentire suo figlio, quando telefona al padre cercando il suo sostegno perché non se la sente di obbedire agli ordini e forzare i coloni ad andarsene, e Kotler gli nega comprensione e appoggio? Non è anche questa una forma di tradimento, con le conseguenze che vedremo e che aggiungono un altro ‘traditore’ vero o presunto alla serie?

     Con uno stile asciutto e pulito David Bezmozgis riesce a scrivere un romanzo che trasforma argomenti di un certo peso, come la politica e il fardello delle scelte individuali, in qualcosa di profondo con leggerezza, quasi si trattasse di un thriller che leggiamo in attesa di quello che succederà, di vedere come si scioglieranno i nodi legati dal destino.


venerdì 25 settembre 2015

Elizabeth Jane Howard, “Gli anni della leggerezza” ed. 2015

                                            Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

               FRESCO DI LETTURA


Elizabeth Jane Howard, “Gli anni della leggerezza”
Ed. Fazi, trad. M. Francescon, pagg. 450, Euro 18,50


       Mi succede ogni volta che termino di leggere un ‘bel’ romanzo di una scrittrice inglese. Di tirare un sospiro di quieta soddisfazione, di tranquillo piacere, di nostalgia per i personaggi che ho dovuto abbandonare. Perché di una scrittrice inglese? Di certo nei miei gusti influiscono gli studi che ho fatto, ma credo che le scrittrici inglesi abbiano un tocco speciale, una profonda leggerezza nel raccontare storie di vita normale in cui non succede nulla di straordinario, nel tratteggiare personaggi in cui- a frammenti- possiamo riconoscere qualcosa di noi.
Ho appena finito (purtroppo) di leggere “Gli anni della leggerezza”, primo volume della saga dei Cazalet, di Elizabeth Jane Howard. Mi è sfuggita (purtroppo) la pubblicazione dell’altro suo libro pubblicato dalla casa editrice Fazi, “Il lungo sguardo”, e confesso di aver fatto ricerche per sapere chi fosse questa Elizabeth Jane Howard che non conoscevo. Ho scoperto che è nata nel 1923 ed è morta lo scorso anno, nel 2014, che è stata sposata per diciotto anni a Kingsley Amis a cui fu conferito il titolo di Commendatore dell’Ordine Britannico, padre di Martin Amis e famoso soprattutto per un romanzo uscito nel 1954, “Lucky Jim”, una satira della società del benessere e del consumismo. Ho pensato alle donne protagoniste de “Gli anni della leggerezza” e mi sono chiesta quanto sia stata ingombrante la figura del marito nella carriera letteraria di Elizabeth Jane, quanto lui l’abbia tenuta nell’ombra, rubandole la scena. Restituiamole il posto che si merita.

     Quella dei Cazalet è una grande famiglia- per fortuna c’è un albero genealogico all’inizio del romanzo ma, dopo qualche incertezza iniziale per ricordare a quale ramo l’uno o l’altra appartenga, la bravura della scrittrice è tale, ognuno, adulto o bambino, è così ben caratterizzato, che non facciamo più alcuna fatica a distinguerli. I Cazalet appartengono all’alta borghesia, sono commercianti di legname, hanno dimore a Londra e una grande casa nel Sussex dove si riuniscono per le vacanze estive: il vecchio William (chiamato il Generale), l’amabile Duchessa settantunenne, i tre figli- l’affascinante Edward, il mite Hugo che ha perso una mano in guerra e Rupert che è rimasto vedovo con due figli bambini-, la figlia non sposata che si prende cura dei genitori (e ha un’amica ‘del cuore’), le tre mogli dei figli (Rupert si è risposato con una ragazza giovane, bellissima, superficiale ed egoista) con una caterva di bambini. E naturalmente c’è una schiera di domestici (avete in mente lo sceneggiato Downton Abbey?).

    E’ il 1937, iniziano le vacanze estive, c’è grande trambusto (tra i grandi) e grande eccitazione (tra i piccoli) per l’annuale trasferimento nel Sussex. L’ho già detto: non succede- in questo piccolo mondo- nulla di straordinario, succederà qualcosa nel grande mondo, mentre notizie sempre più allarmanti arrivano dalla Germania. Noi seguiamo la vita quotidiana fatta di piccoli eventi dell’uno o dell’altro Cazalet- Elizabeth Jane Howard è bravissima nello spostare il ‘punto di vista’, nello scrivere da diverse angolazioni, facendoci immedesimare ogni volta nel personaggio su cui è puntato il riflettore. Villy che ha rinunciato ad una carriera come danzatrice per sposare Edward (e le pareva che quello valesse la pena di qualunque rinuncia), Sybil che è appesantita da una gravidanza inattesa, la giovane Zoe che vuole tutti gli sguardi su di sé. Edward che ha sempre bisogno di altre donne (ma è vero che Villy è ritrosa a letto), che insidia la sua propria figlia (sappiamo che la scrittrice ha vissuto un’esperienza analoga), Hugo, traumatizzato dall’esperienza della guerra, sensibile e affettuoso con la moglie e con i figli, Rupert che ha sofferto molto per la morte della moglie, che soffre perché Zoe cerca di allontanarlo dai figli e gli impedisce di dipingere- a chi vanno le nostre simpatie? E poi i bambini: raramente uno scrittore adulto riesce ad essere credibile nel dar voce ai bambini. La Howard ci riesce e crea dei piccoli personaggi indimenticabili.
     C’è lo splendore del quotidiano, ne “Gli anni della leggerezza”. E’ un romanzo da amare- e per fortuna possiamo attendere la pubblicazione del seguito.



     

mercoledì 23 settembre 2015

David Lagercrantz, “Quello che non uccide. Millennium 4” ed. 2015

                                                                       vento del Nord
        cento sfumature di giallo
        FRESCO DI LETTURA

David Lagercrantz, “Quello che non uccide. Millennium 4”
Ed. Marsilio, trad. Laura Cangemi e Katia De Marco,  Euro 22,00

       Quando abbiamo avuto tra le mani “Uomini che odiano le donne”– esattamente dieci anni fa- non abbiamo fatto caso che lo scrittore Stieg Larsson era già morto quando il suo romanzo era stato pubblicato. Di certo lo sapevamo, quando abbiamo letto il secondo volume della trilogia “Millennium”, ma è stato dopo aver terminato il terzo, “La regina dei castelli di carta”, che abbiamo sentito acutamente il peso, se non il dolore, della scomparsa prematura di uno scrittore che ormai identificavamo con il suo protagonista Mikael Blomkvist e di cui ammiravamo l’integrità e il coraggio, oltre alla grandezza della scrittura. Ed è stato inevitabile che le due assenze si unissero nel nostro subconscio: ci mancava Stieg Larsson e ci mancavano i suoi personaggi.

     La casa editrice svedese che aveva pubblicato i suoi libri ha pensato ad una soluzione per i lettori in crisi di astinenza affidando il compito di scrivere “Millennium 4” ad un altro scrittore, David Lagercrantz.  Confesso di aver iniziato il libro con una certa diffidenza e con un misto di sentimenti. Ero curiosa, ma mi sembrava anche di profanare la memoria di uno scrittore che avevo molto ammirato ed amato, mi chiedevo se fosse giusto assecondare la legge di mercato e leggere un romanzo basato parzialmente su un furto. Non lo è,  ma ha prevalso la curiosità.
    La trama è intelligente e attuale- anche il nostro Stieg potrebbe averla scelta (mi spiace, è inevitabile che, parlando di “Millennium 4”, tutto quello che si dice sia sotteso da un confronto). Si tratta di furto informatico ad alti livelli, c’entrano i servizi segreti americani e quelli russi, c’entrano giochi di interessi e manovre criminali. Uno scienziato svedese che lavorava in una ditta della Silicon Valley si tira indietro, ad un certo punto, quando si rende conto che le sue ricerche servono per scopi che lui non approva. Ritorna a Stoccolma e, in un sussulto di senso di responsabilità paterno, sottrae il figlio, un bambino autistico, alla ex moglie. Ci sono motivi fondati per credere che il bambino subisca violenze da parte del nuovo compagno della madre che tiene moltissimo all’assegno di mantenimento del bambino.  Quando il padre viene ucciso (si sapeva che la sua vita era in pericolo, che qualcuno voleva appropriarsi del suo computer), il piccolo August vede il volto dell’assassino. Il quale, però, stranamente lo risparmia- sa che August non è capace di parlare, perché macchiarsi di un delitto in più? Non sa che August ha iniziato da non molto a disegnare in un modo a dir poco geniale, con una precisione tale da poter tratteggiare un identikit.

      Spionaggio industriale e politico e criminale: ottimo materiale per il nostro Mikael Blomkvist- in crisi lui e in crisi Millennium. Potrebbe essere lo scoop che fa risollevare le sorti del giornale, tanto più che Mikael, chiamato per telefono di notte dallo scienziato che vorrebbe parlargli, si trova sulla scena movimentata del delitto. E poi, parlando di hacker, può non essere coinvolta Lisbeth Salander? Ecco, i personaggi che abbiamo amato sono di nuovo in scena, con l’aggiunta (ottima scelta) di un altro personaggio di cui non voglio parlare per non rovinare la sorpresa che ho provato io.

     David Lagercrantz è uno scrittore abile e scrive bene. La prima parte del romanzo è un poco lenta e può risultare di difficile comprensione per chi non è addentro all’informatica, la vicenda prende però poi la rincorsa e la trama si fa serrata, toglie il respiro, si deve leggere fino alla fine. Tuttavia…Sì, c’è un tuttavia. Tuttavia il personaggio di Mikael è pallido, non è vibrante come lo abbiamo conosciuto nei romanzi di Stieg (poteva esserlo?). Forse se la cava meglio Lisbeth, accesa dal suo odio e dalla sua furia.

      Leggiamo “Millennium 4” come un tributo alla memoria di Stieg Larsson: solo un grande scrittore merita di essere imitato, solo i suoi personaggi meritano di vivere ancora sulle pagine.


martedì 22 settembre 2015

Han Dong, “Mettere radici”

   Voci da mondi diversi. Cina
    il libro ritrovato


Han Dong, “Mettere radici”
Ed. ObarraO, trad. Pietro Ferrari, pagg.328, Euro  18,00
Titolo originale: Banished


Ma c’è ugualmente qualcosa che mi lascia ancora perplesso. Non esiste un solo quaderno con una qualunque traccia dei suoi sentimenti personali: insomma non c’è alcuna espressione di un’emozione o di una riflessione condotta con calma. Non un accenno alla sfera soggettiva, non una traccia della famiglia a Sanyu. In effetti i suoi quaderni non mi sono stati di alcun aiuto nella stesura di questo libro. In ciò c’è un vantaggio. Se Tao avesse riempito i suoi quaderni di informazioni su di sé e la sua famiglia, allora il mio romanzo sarebbe stato superfluo.

      

       Ci sono epoche e avvenimenti caratterizzati da un loro linguaggio. Citando il poeta Yang Li, l’autore di “Mettere radici”, Han Dong, dice: “Il linguaggio è il mondo....Una caratteristica essenziale di parole (o epoche) misteriose e sconcertanti è che sono avvolte, e abbellite, da un linguaggio misterioso e sconcertante.” Le espressioni di questo mondo hanno un significato solo in un momento preciso e nel contesto in cui sono state coniate. E’ per questo che sarebbe necessario un dizionario dei vari termini: come ha fatto Victor Klemperer, scrivendo “La lingua del terzo Reich” per le fantasiose circonlocuzioni inventate dai nazisti, qualcuno dovrebbe pensare a scrivere un dizionario per quelle della Cina di Mao. Perché quanti tra i giovani sanno che cosa si intendeva per “RivCult dei dieci  anni”, “giovane urbano”, “quadro esiliato” o “Glorioso esilio” o “Scuola Quadri 7 Maggio”?
    Nel 1969 lo scrittore Tao Peiyi, il protagonista di “Mettere radici”, viene esiliato in campagna insieme alla sua famiglia- la moglie, il padre (Nonno Tao), la madre e il figlio Taotao di nove anni. Da Nanchino a Sanyu, vicino al lago d’acqua dolce Hongze. Da una bella abitazione di città ad una stalla fatta con mattoni di fango e paglia. Da un’attività intellettuale alla coltivazione dei campi. Ma sono proprio questi cambiamenti radicali che giustificano l’esilio, che diventa ‘glorioso’ perché redime i borghesi intellettuali una volta che avranno imparato dai contadini a vivere la vera vita, quando si saranno ‘immersi’ nella vita- il che significa sudare nei campi, sporcarsi le mani e fare a meno di quanto  rende facile, comoda e ‘borghese’ l’esistenza quotidiana. Ma lo scopo dell’esilio glorioso è duplice- non solo imparare dai contadini, anche ‘mettere radici’ è importante. Mettere radici significa avere capito lo spirito dell’esilio, avere accettato la giustezza di quella che va intesa come una possibilità di salvezza e non una punizione, non desiderare più di tornare allo stile di vita di prima.

      Il libro di Han Dong non trasforma in poesia la quotidianità della durezza dell’esilio, come fa il romanzo “Balzac e la piccola sarta cinese” di Dai Sijie, anzi, potrebbe sembrare di una piattezza sconcertante. Eppure la sua bellezza è proprio in questo: nel descrivere ogni dettaglio della nuova vita dei Tao, adottando diversi punti di osservazione che si focalizzano anche su diversi personaggi. Riesce così a raccontarci di come il piccolo Tao si fosse unito agli insulti delle Guardie Rosse nei confronti del padre (perché gli piaceva tutta quella furia iconoclasta), come i contadini si fossero rimirati esterrefatti nello specchio sull’anta dell’armadio che i Tao si erano portati da Nanchino, la moglie di Tao avesse imparato a curare con le erbe per mettersi al servizio del popolo, nonno Tao fosse perennemente costipato senza neppure potersi isolare per alleviare le sue viscere. Quanto a Tao, il famoso scrittore Tao, c’è in lui forse un orgoglio nascosto nell’essere in grado- proprio perché istruito e convinto che tutto si può imparare sui libri- di avere dei risultati di gran lunga migliori di quelli dei contadini del posto, nella coltivazione dei campi. Eppure, con una qualche giustificazione ufficiale, c’è in serbo una punizione per l’orgoglio di Tao- l’espulsione dal partito. Così come sua moglie sarà messa sotto indagine, accusata di affiliazione ad un gruppo controrivoluzionario: Su Qun confesserà, ma quanto è difficile confessare quando non si ha nulla da confessare!


      La parte finale del romanzo è interamente centrata su Tao scrittore e sulla triste conclusione della sua vita quando il peggio è passato, la famiglia è tornata a vivere a Nanchino e Taotao è all’università. Sono pagine interessantissime e molto belle perché, attraverso lo schermo del suo personaggio, è la scrittura stessa dell’autore Han Dong che trova qui la sua giustificazione. La produzione letteraria di Tao non era stata ampia e, soprattutto, si era dovuta adeguare alla massima “servire la politica”. Non esisteva l’arte per l’arte nella Cina di Mao. La poesia di alcune descrizioni lacustri (che Han Dong asserisce essere state fatte da Tao) affiora quasi suo malgrado. Prevale- nel romanzo di Han Dong così come nelle opere di Tao- una ironia gentile, così lieve da essere percepita solo dal lettore attento e sensibile. Così come solo una lettura accurata avverte la tristezza di questo romanzo celata sotto il voluto entusiasmo del volersi adeguare: i Tao hanno passato sei anni nel Glorioso Esilio, tesi nello sforzo di mettere radici. A che pro, alla fine

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


lunedì 21 settembre 2015

Brian Morton, “Florence Gordon” ed. 2015

                                      Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
            FRESCO DI LETTURA


Brian Morton, “Florence Gordon”
Ed. Sonzogno, pagg. 320, trad. Parolini e Curtoni, Euro 17,50

    Florence Gordon. Ah, Florence Gordon! Unica e straordinaria. Quanto ci manca Florence Gordon quando terminiamo di leggere il romanzo di Brian Morton.
    Per la protagonista del libro che ha il suo nome come titolo, esiste solo New York. E’ impossibile vivere in un’altra città. Il suo ritratto: ha settantacinque anni e non ha mai inseguito la giovinezza, fedele alle idee del femminismo rivoluzionario degli anni ‘70. Stranamente ha mantenuto il cognome del marito da cui ha divorziato molti anni prima (era d’uso così, e poi chi non cambierebbe Silverblatt per Gordon?), scrittore come lei. Perché Florence Gordon è scrittrice di saggi sulla storia delle donne e del femminismo, molto nota in un certo ambiente, fonte di ispirazione e venerata da sua nuora Janine. Sua nipote Emily, diciottenne, pensa dapprima che sia un ‘vecchio trombone’ per poi finire per amarla e rispettarla, dopo averle fatto da assistente per un paio di mesi. Nonostante tutto- perché Florence non è una persona facile. Vista da un lato, è una vecchiaccia che non si fa scrupolo di essere offensiva e sputare sempre fuori quello che pensa. Brusca oltre ai limiti della sgarbatezza. E’ il tipo che, invece di essere grata alle amiche che le hanno organizzato una festa a sorpresa, invece di avere riguardo per tutti quelli che sono arrivati anche da lontano per renderle omaggio, li saluta e se ne va a casa: lei ha ben altro da fare che star lì a spilluzzicare cibo, bere e fare chiacchiere insulse. E’ il tipo che è capace di dire ‘si tolga dai piedi’ a chi le dà fastidio intendendo farle un complimento.
Vista dall’altro lato, però, Florence è grandiosa. Coerente e fedele ai suoi principi, incede maestosa nella vita (non importa se deve appoggiarsi ad un bastone) senza mai perdere d’occhio il suo obiettivo. Il tempo scarseggia, almeno quello che le sarà concesso di vivere, e Florence vuole completare il suo memoir. Non ha tempo per quello che è irrilevante, per chi è superficiale, per chi non corrisponde al suo standard. E’ una donna fredda, Florence? Forse, anche se si affeziona veramente alla nipote con cui sente affinità. E non è un caso se Emily è l’unica tra coloro che la circondano ad accorgersi che Florence è cambiata, che c’è qualcosa che non va in lei, il segno di un male che Florence è troppo orgogliosa per confidare. Forse Florence è poco empatica, ma ha l’ardire di schierarsi in prima fila con gli studenti dell’università- lei dall’aria fragile con il suo bastone- contro la polizia nel corso di una manifestazione di protesta per i diritti dei gay di donare il sangue.

     Florence è di certo la protagonista assoluta di questo romanzo- non perfetto ma molto bello, con un andamento narrativo che può sconcertare finché ci si abitua e lo si apprezza e lo si gode: capitoli di lunghezza disuguale, a volte brevissimi, come dei flash. E però c’è un’idea su cui riflette Emily dopo aver letto “Middlemarch” di George Eliot, che ‘ognuno di noi è il centro di un mondo’, e sono parole che ci danno un’altra chiave di lettura del libro. Perché Brian Morton non si accontenta di dipingere Florence con robuste pennellate. A tratti più fini rappresenta anche gli altri membri della sua famiglia, ognuno con la sua storia e la sua vita e la sua lotta personale. Il figlio Daniel (strano che il figlio di due intellettuali abbia scelto di fare il poliziotto), la nuora Janine tentata dall’amore per un altro uomo, la nipote Emily che trova la forza per terminare una relazione proprio pensando alla nonna, l’ex marito Saul, fedifrago e scrittore fallito.

     Coraggiosa fino alla fine, Florence. Dignitosa fino alla fine, Florence. Un personaggio che resta nel nostro pensiero.


sabato 19 settembre 2015

Celeste Ng, “Quello che non ti ho mai detto” ed. 2015

                                                Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
                                                                FRESCO DI LETTURA




Celeste Ng, “Quello che non ti ho mai detto”
Ed. Bollati Boringhieri, trad. Manuela Faimali, pagg. 272, Euro 17,50

    Lydia è morta. Non vi sto anticipando la fine del romanzo “Quello che non ti ho mai detto” di Celeste Ng, scrittrice cinese-americana. E’ la frase di inizio di questo libro che è, sì, in un certo senso, un mystery che lascia in sospeso se la morte di Lydia, il cui corpo è stato ritrovato nel lago vicino alla casa in cui viveva con i genitori, il fratello Nath e la sorellina Hannah, sia stata un suicidio oppure se qualcuno le abbia fatto del male, ma è soprattutto un’indagine sulle dinamiche famigliari, su quello che non viene detto per pudore, per timore di ferire gli altri, per orgoglio, su che cosa significhi non appartenere alla maggioranza bianca e bionda di una cittadina dell’Ohio negli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso, sull’essere emarginati semplicemente perché ‘diversi’ nell’aspetto.
     La storia incomincia molti anni prima con una coppia di immigrati cinesi che riescono ad ottenere entrambi un lavoro, benché con mansioni umili, in una scuola della California. Il vantaggio maggiore è che il loro figlio James potrà frequentare quella scuola, potrà fare il salto insperato per inserirsi nella società che li ha accolti. E James ricompensa le loro fatiche. Non dirà mai a quale prezzo, ma arriva ad essere professore universitario, a tenere un corso decisamente molto americano, sul ruolo del cowboy nella cultura degli Stati Uniti. Dopo la sua prima ora di lezione, dopo gli sguardi diffidenti e sorpresi con cui gli studenti lo hanno soppesato (‘ma è un orientale!’), una ragazza bionda lo avvicina. Marilyn diventerà sua moglie, distruggendo le aspettative di sua madre che ambiva a ben altro per lei. Anche Marilyn è ambiziosa, vuole diventare un medico. La nascita del primo figlio, Nath, devia il corso della sua vita. Marilyn è chiusa nel ruolo di angelo del focolare, proprio quello che mai avrebbe voluto.

     In apparenza i Lee sono una famiglia unita. Scopriamo leggendo che sono una famiglia unita perché non hanno scelta, perché devono spalleggiarsi a vicenda visto che c’è sempre qualcuno che si fa beffe di loro, guardandoli e allungandosi gli occhi con le dita per sottolineare la loro diversità. Anche se Lydia ha ereditato il colore blu degli occhi della madre, il suo aspetto, come quello di Nath, tradisce la sua origine- sono gli unici orientali della loro scuola. Lydia non ha amiche. Quando sembra parlare per ore al telefono, in realtà parla a nessuno dentro la cornetta. Solo la piccola Hannah lo sa- un folletto nato per sbaglio in un momento cruciale, la bambina che desidera spasmodicamente che qualcuno le presti attenzione. Invece soltanto Lydia sembra esistere per il padre e la madre. Soprattutto per Marylin che riversa su di lei tutte le sue ambizioni frustrate.
     La storia di Lydia morta a sedici anni non è solo la sua storia. Ed è qui la bellezza del romanzo di Celeste Ng. I sentimenti di ogni personaggio vengono esplorati- che cosa c’è stato nell’alchimia dell’amore tra James e Marilyn, che cosa li ha spinti l’uno tra le braccia dell’altro, in che momento Lydia (e non il primogenito Nath come ci si potrebbe aspettare) è diventata oggetto di tutte le attenzioni soffocanti dei genitori, perché Lydia ha sempre finto che le piacesse quello che la madre le proponeva, come hanno reagito Nath e Hannah ad essere così trascurati e messi in secondo piano, perché- infine- James cerca consolazione con una ragazza in cui può riflettere se stesso.


Lo scenario di sfondo è un’America chiusa nei pregiudizi che nascono dall’ignoranza, un piccolo mondo che non accetta intrusioni e non ha voglia di misurarsi con altre culture, con chi è ‘diverso’. E nel romanzo di Celeste Ng il ‘diverso’ non è- come molta narrativa ci ha abituato- una persona di colore con il suo retaggio doloroso di una storia di schiavitù e forti contrasti, ma molto semplicemente una famiglia di origini asiatiche di seconda e terza generazione. La grettezza dei ‘bianchi’ ci spaventa e ci domandiamo se possiamo relegare nel passato questa storia. Lo speriamo, ma non ne siamo certi.


giovedì 17 settembre 2015

Frank Westerman, “L’enigma del lago rosso” ed. 2015

                                                              vento del Nord
              FRESCO DI LETTURA


Frank Westerman, “L’enigma del lago rosso”
Ed. Iperborea, trad. Cecilia Casamonti, pagg. 416, Euro 18,50




    Incominciamo dalla fine, per parlare del nuovo libro di Frank Westerman, “L’enigma del lago rosso”. Incominciamo a parlare dal silenzio. Il silenzio che grida nella lettera scritta dal professor Bole Butake a cui lo scrittore aveva chiesto di tenerlo informato sulle cerimonie ufficiali che si sarebbero tenute in Camerun per il venticinquesimo anniversario del giorno- il 21 agosto 1986- in cui ogni forma di vita umana e animale era scomparsa dalla valle del Nyos.


Non è successo niente. Alla radio di Stato:
niente. Alla televisione di Stato: niente.
Il disastro è stato completamente ignorato.
Questo è il Camerun.

E’ allora, in risposta al silenzio del ‘niente’ che ha inizio il libro di Westerman la cui passione per la ricerca storica dal cuore singolare abbiamo già apprezzato in “Pura razza bianca”. Perché qualcuno deve dare una voce ai morti. Perché ai morti si deve il coraggio della verità. Anche se è una verità che fatica ad affiorare, soffocata anch’essa dalla nube di gas tossico che ha addormentato per sempre più di 1700 persone e di 3500 capi di bestiame il 21 agosto 1986.

    Sono due i nomi degli scienziati che ricorrono con maggiore frequenza nel libro-indagine di Westerman- quello del più famoso vulcanologo del mondo, Haroun Tazieff, e quello del più giovane Haraldur Sigurðsson. Appena si diffonde la notizia della tragedia, il verdetto di Tazieff è immediato: il biossido di carbonio è il gas assassino. Il lago Nyos è un lago situato nel cratere di un vulcano quiescente a circa 300 km. da Yaoundé, in Camerun. Una sacca di magma giace negli abissi del lago provocando una fuoriuscita di anidride carbonica che satura le acque del lago. Per cause non chiare- forse una frana- la sera fatidica le acque sono state smosse emettendo così l’anidride carbonica contenuta in esse ad alta concentrazione: pensiamo ad “una bottiglia di Coca Cola alta due terzi del Chrysler Building, fortemente agitata, a cui salta il tappo.”
    Frank Westerman ricostruisce gli avvenimenti, spiega le diverse teorie, ascolta le interpretazioni favoleggiate e mitiche della gente del posto, presta orecchio anche ad un’altra supposizione ben più sinistra di quella che spiega con cause naturali quanto è successo, e cioè che una potenza straniera (Israele? la Francia? un’altra nazione?) abbia sperimentato un’arma letale (con il beneplacito del presidente, naturalmente), ricorda altri avvenimenti simili (nel lago di Monoun, ad esempio), cita esplosioni di vulcani (Stromboli, per dirne uno che ci riguarda da vicino) e gli studiosi che ne hanno parlato (Plinio).

     Se l’esame dell’aspetto scientifico della tragedia del lago Nyos soddisfa il desiderio del lettore di spiegarne le cause, pur con tutte le teorie e contro-teorie, c’è anche l’aspetto umano del dramma che Frank Westerman non dimentica mai e non ci permette di dimenticare. Interroga i pochissimi superstiti e ci colpisce la casualità della morte: come è possibile che un ragazzo si sia salvato e quello che gli dormiva accanto sia passato direttamente da un sonno all’altro? Che una bimba sia venuta alla luce tra i morti? Quale destino preveggente ha spinto qualcuno ad allontanarsi dal villaggio proprio quella sera? Pensando a quelle vite stroncate in maniera così improvvisa e innaturalmente ‘naturale’, pensiamo alle vittime di Pompei, immobilizzate per sempre nei loro ultimi gesti. E siccome molte delle spiegazioni locali parlano di divinità malvagie e di presagi, Westerman allarga il suo quadro, ricostruendo l’arrivo del cristianesimo e il sovrapporsi della nuova religione.

      Non c’è bisogno di spingersi fino al Camerun per rattristarci su promesse non mantenute, su popolazioni dislocate in una temporaneità senza fine, su morti dimenticate. Eppure uniamo la nostra piccola indignazione a quella di Frank Westerman e gli siamo grati per aver infranto un silenzio. Non è cambiato nulla per le vittime del lago Nyos, ma almeno ora sappiamo, almeno siamo obbligati a ricordare.


martedì 15 settembre 2015

Frank Westerman, “Pura razza bianca” ed. 2013

                    vento del Nord
                    il libro ritrovato


Frank Westerman, “Pura razza bianca”
Ed. Iperborea, trad. Cecilia Casamonti, pagg. 371, Euro 17,00
Titolo originale: Dier, bovendier


Risaliti sul pullman, Hans Brabenetz prese il microfono. Cominciò con una battuta: Lipizza, fornitore di cavalli della corte imperiale, si trovava “a otto giorni di distanza da Vienna”.Lasciava a noi fare il calcolo, visto che in un giorno di marcia a cavallo si coprivano sessanta, settanta chilometri e la distanza dalla Stallburg è di circa cinquecento. “Vi chiederete: ma non c’era un posto più adatto, meno lontano da Vienna? La risposta è no. Le alture lungo la costa dell’Adriatico erano il posto migliore.”


        Un titolo, “Pura razza bianca”, che fa rabbrividire, ricordando l’epoca nazista, l’apartheid, la discriminazione razziale che- non dimentichiamolo- durò fino al 1964 negli Stati Uniti. Una copertina che incanta, con il profilo nobile di un cavallo bianco, perfetto come una scultura del Canova. Nelle prime pagine una mappa d’Europa (ce ne sarà un’altra, più avanti) con le grandi frecce arcuate che siamo soliti vedere per indicare lo spostamento degli eserciti nei libri di guerra. A seguire, un albero genealogico con quello che potrebbe essere un cognome ricorrente, Conversano, combinato con un altro nome che cambia nelle diverse generazioni. La data di nascita del capostipite è il 1767 nel Regno di Napoli. L’ultima data riportata, per Conversano Batosta, è il 1987. Luogo di nascita: Lipik, o Lipica, o Lipizza, paese sloveno nelle alture carsiche alle spalle di Trieste.
Il libro dell’olandese Frank Westerman ci parla dei cavalli lipizzani, gli splendidi stalloni bianchi allevati fin dal 1580 a Lipizza per volere dell’arciduca Carlo, terzogenito dell’imperatore Ferdinando I d’Austria. Le mappe che troviamo nel libro indicano, invece di movimenti di eserciti, i percorsi di evacuazione dei cavalli, messi in salvo durante la prima e la seconda guerra mondiale. L’albero genealogico, o pedigree, ovvero piede di gru, è quello di Conversano Primula, il cavallo che l’autore del libro ha conosciuto, e, mentre Conversano è il nome, o il cognome che si tramanda per linea paterna, il secondo nome è quello che indica la madre del cavallo.
    Che cosa c’è di così speciale nei lipizzani? Quello che possiamo vedere, anche se non siamo degli esperti, è la loro bellezza, la grazia dei loro movimenti. E, se abbiamo la ventura di assistere ad uno spettacolo della famosa Scuola d’Equitazione Spagnola di Vienna, ci rendiamo conto che c’è qualcosa di quasi umano in loro, nel loro rispondere ad ordini che possono essere addirittura muti, comunicati attraverso un lieve tirare delle briglie. Perché i lipizzani sono, in un certo senso, una “creatura dell’uomo” ottenuta attraverso sapienti incroci. Al punto che si può cercare di capire meglio le caratteristiche della nostra specie “attraverso il cavallo, o meglio l’ingerenza dell’uomo sul cavallo”.
Frank Westerman non si stanca di seguire le tracce dei lipizzani. E noi non ci stanchiamo di leggerlo. Seguiamo con lui le vicende dei lipizzani, gli incroci, le vendite, gli allevamenti che poi non furono più limitati a quell’unico di Lipizza, le discussioni e le polemiche riguardo a quanto incidesse l’ambiente e quanto la genetica nelle caratteristiche dei cavalli che erano così preziosi e ambiti da diventare dono di prestigio da parte dell’imperatore (o di Hitler stesso in tempi più recenti), bottino di guerra da distribuire tra i vincitori (nel 1918 l’Italia ne ricevette ben 109 esemplari). Frank Westerman scava nel profondo, ci parla delle teorie di Mendel e del suo rivale russo Lysenko, delle opportunità e dei rischi dell’eugenetica, traccia una sorprendente analogia tra i dati delle tabelle che indicano le cinque generazioni richieste per certificare la purezza dei lipizzani con quelli necessari per essere ammessi nei corpi delle SS, così come l’allevamento dei lipizzani di Rau rispecchia le ben note cliniche di maternità volute da Himmler.  Westerman ci mostra- e pare anche a noi di vederlo- persino un film del 1963, “Ultimo treno da Vienna”, sul salvataggio dei lipizzani in fuga da Vienna incalzati dai carri armati sovietici negli ultimi giorni della seconda guerra mondiale.
Per finire, e per allontanare da noi l’idea che non ci resti che ammirare i lipizzani nei grandi quadri in cui (forse non ci avevamo mai fatto caso) bianchi cavalli hanno la stessa aria maestosa degli imperatori, dei re o dei generali seduti in groppa a loro, Westerman riporta una notizia recentissima di quando, nel 2007, i giornali pubblicarono foto sconvolgenti di cavalli lipizzani sopravvissuti ai bombardamenti della guerra iugoslava negli anni ‘90: rischiavano di morire di fame come prigionieri di guerra dimenticati se non si fosse mossa la diplomazia internazionale.

     “Pura razza bianca” è un libro sorprendente. Ci trascina nella lettura al galoppo- lasciatemelo dire- e con la grazia del passo di danza dei lipizzani (solo il generale Patton poteva scherzare sui ‘giochetti’ dei cavalli). Perché questo è quello che più ci sorprende nel libro di Westerman: attraverso la storia dei cavalli bianchi noi abbiamo letto la storia d’Europa.


la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it