martedì 30 giugno 2015

Serena Vitale, “Il defunto odiava i pettegolezzi” ed. 2015

                                                                 Casa Nostra.Qui Italia
          FRESCO DI LETTURA


Serena Vitale, “Il defunto odiava i pettegolezzi”
Ed. Adelphi, pagg. 284, Euro 16,15


      Vladimir Majakovskij, Volodja per gli amici. Un poeta. Un gigante. Un gigante non soltanto perché era grande e grosso (non è solo il notorio amore dei russi per tutto quello che è grande a far sì che le statue che lo rappresentino siano enormi), ma perché aveva una personalità dirompente e imponente. Guardiamo le sue foto. Naso carnoso e pronunciato e occhi profondi e magnetici. Ti inchiodano. Come i suoi versi di poeta ribelle e anticonformista.
     Il 14 aprile 1930 Vladimir Majakovskij morì, quando non aveva ancora compiuto trentasette anni. D’altra parte per lui la giovinezza finiva a trent’anni. Morì suicida, sparandosi un colpo di pistola nella stanzetta di una kommunalka, uno di quei grandi appartamenti le cui singole stanze erano date come alloggio a persone diverse, spesso a famiglie intere che si accalcavano in quello spazio ristretto. Con lui c’era una delle tante donne da lui amate, l’attrice Veronika Polonskaja. E per qualcuno che, nella lettera di addio, ha scritto, “Non incolpate nessuno della mia morte e, per piacere, non fate pettegolezzi. Il defunto li odiava.”, quanti pettegolezzi, quante versioni diverse di quello che era accaduto, furono diffusi in giro. Le ultime parole della lettera contengono un addio che ha sapore di Shakespeare, così lapidario: “L’incidente è chiuso,/ la barca dell’amore si è schiantata”.

      Nel suo libro-saggio, “Il defunto odiava i pettegolezzi”, Serena Vitale, professoressa di letteratura russa, traduttric, scrittrice di cui ricordiamo “Il bottone di Pushkin”, ricostruisce la morte- e la vita, soprattutto la vita, per cercare di spiegarne la morte- di Vladimir Majakovskij. Prima la morte, come fosse un’indagine poliziesca. Le ore e i minuti. Che cosa aveva fatto il poeta il giorno precedente. Quando era arrivato in quella che era una delle sue due abitazioni. In taxi. Con Veronika Polonskaja. Veronika era uscita dalla stanza prima o dopo lo sparo? Il giorno prima aveva detto che lo avrebbe lasciato e invece, il 14 di aprile, gli aveva detto che avrebbe lasciato il marito? Si è ucciso per amore, Volodja? Per le critiche alla sua ultima produzione teatrale? E con quale pistola? E’ possibile che c’entrassero i servizi segreti nella sua morte?
Veronika Polonskaja
Leggiamo e rileggiamo le affermazioni dei vari testimoni, spesso ci sono evidenti contraddizioni, la voce fuori campo della scrittrice ce le fa notare, commenta per noi quanto è stato detto (dopo l’apertura degli archivi nel 1991 si sono potute avere più informazioni), mescola in maniera intrigante il presente dei mesi e dei giorni che precedono la morte con il passato, i viaggi di Majakovskij all’estero, lo strano ménage a tre con Lilja Brik e il marito di questa, l’amore per un’altra donna ancora, Tatiana Jakovleva, la bella Tatà sposata De Plexis, e per Elly Jones conosciuta in America da cui il poeta ebbe una figlia (la incontrò solo una volta). Non solo. Serena Vitale inserisce stralci di poesie, o poesie intere, nella narrazione e il lettore si trova del tutto immerso in un’atmosfera che è poesia- le grandi purghe di Stalin devono ancora venire e Volodja è il cantore della rivoluzione (avverte già un filo di delusione?), è il più grande interprete di una vita che celebra il libero amore e rifiuta i lacci dell’amore convenzionale della società piccolo borghese: “Per me l’amore non si misura con le nozze.”. Ma poi ne muore.


    “Buona permanenza al mondo”, augura Vladimir Majakovskij in chiusura della sua ultima lettera (perché scritta a matita? Amava le penne stilografiche, c’è una foto in cui sembra che discosti la falda della giacca per mostrare la penna che spunta dal taschino). E’ come se lo dicesse anche a noi che viviamo quasi cento anni dopo la sua morte. Ma è morto Majakovskij? Può morire la poesia? Di certo no, finché un libro bello e appassionante come questo di Serena Vitale contribuisce a farcelo ricordare.


domenica 28 giugno 2015

Anne Tyler, “La figlia perfetta” ed. 2007

                                         Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
             il libro ritrovato


Anne Tyler, “La figlia perfetta”
Ed. Guanda, trad. Laura Pignatti, pagg. 291, Euro 15,50


    L’atrio degli arrivi di un aeroporto americano: si svolge lì la scena d’apertura del nuovo romanzo di Anne Tyler, “La figlia perfetta”, e vale la pena che il lettore si soffermi un attimo, in mezzo alla folla, e si guardi intorno, proprio come l’occhio della cinepresa che una delle persone in attesa ha in mano e con cui sta riprendendo quei momenti memorabili. Se fosse in arrivo un cantante o una stella del cinema, non ci potrebbe essere un’atmosfera più gioiosa e, invece, apprendiamo presto che sono attese due bambine dalla Corea e i presenti sono i membri delle due famiglie di cui le bambine entreranno a far parte. Attenzione, però: il lettore-spettatore si renderà subito conto che il gruppo più chiassoso, quello più vistosamente rappresentativo, anche dal punto di vista numerico, è propriamente americano, mentre il secondo sparuto e ritroso gruppuscolo è chiaramente di altra origine etnica. E’ una differenza importante su cui verrà giocato tutto il romanzo, una sorta di pretesto per Anne Tyler per tracciare, con penna leggera, con sapiente ironia e umorismo, un ritratto di due società e di due culture a confronto. E per suggerire come l’apertura mentale, la conoscenza e la cultura possano abbattere le frontiere, contribuendo ad un incredibile arricchimento personale.
Gli americani, dunque, si preparano ad accogliere la piccola Jin-Ho con tutte le colorate risorse offerte da un mercato che conosce il gusto appariscente dei consumatori, ad iniziare dalle targhette che evidenziano il grado di parentela con la bimba- zio, zia, cugina, nonna, e genitori naturalmente. E il filmato che negli anni a venire verrà puntualmente rivisto nella festa che ricorderà la memorabile giornata. Tutta una grande messa in scena con le migliori intenzioni. E ciò non significa che la coppia iraniana degli Yazdan sia meno felice di loro.

    Questa esperienza particolare- avere adottato due bambine coreane arrivate nello stesso giorno- è il pretesto perché le due famiglie inizino a frequentarsi: per gli americani Donaldson, sempre preoccupati del politically correct, è anche un sostegno nel loro desiderio che la piccola Jin-Ho non dimentichi le sue origini; per gli Yazdan l’essere stati scelti come amici è gratificante, è un aiuto per un sempre migliore inserimento nella società americana. L’occhio di Anne Tyler è attento ad ogni dettaglio, ad ogni sfumatura di comportamento: mentre seguiamo, negli anni, la crescita delle bambine e il legame sempre più stretto tra le due coppie che coinvolge pure le due famiglie allargate, sono molte le occasioni di confronto, dalle teorie educative alla maniera di festeggiare, dalle ricette di cucina alla elaborazione del dolore della perdita, dal come affrontare la malattia alle difficoltà, da parte dei Donaldson, di una seconda adozione, di un’altra bimba non così “perfetta” come Jin-Ho.


Vicino a scenette esilaranti, come la Festa del Ciuccio pensata dai Donaldson per buttare via il ciuccio da cui la seconda bambina non vuole mai separarsi, ci sono episodi di vita più pensosi, c’è anche una storia d’amore tra due persone non più giovani e rimaste sole, c’è la sensazione di non appartenenza degli immigrati, il rimpianto sottile per il mondo e la lingua che ci si è lasciati alle spalle e la volontà di vivere nel presente, nella terra che si è scelta come dimora. Il tutto tracciato con delicatezza dalla scrittrice americana, e insieme con profondità. Una bella lettura.   

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net

  

giovedì 25 giugno 2015

Olga Grjasnowa, “Tutti i russi amano le betulle” ed. 2015

                                                      Voci da mondi diversi. Area germanica
               FRESCO DI LETTURA


Olga Grjasnowa, “Tutti i russi amano le betulle”
Ed. Keller, trad. Fabio Cremonesi, pagg. 288, Euro 16,00


      “Tutti i russi amano le betulle”- è vero? non è vero? E’ un luogo comune, uno stereotipo che fa credere di sapere tutto sui russi, di averli catalogati. Come dire che i liguri, o gli scozzesi, sono tirchi. E’ una frase che spunta in uno dei tanti dialoghi del romanzo di Olga Grjasnowa, un libro così ricco di gente diversa, di provenienza e lingue e culture diverse in un mondo che all’improvviso sembra diventato piccolo e ripetitivo- conflitti già vissuti rispuntano fuori in qualche altra parte della terra dopo che si sono spenti altrove.
   La protagonista si chiama Masha, vive a Francoforte con il suo ragazzo, Elias. Masha è un’azera ebrea che viene da Baku, a tratti nei suoi ricordi affioreranno i giorni di guerra incomprensibili per lei bambina, quando l’Azerbaijan era in lotta con il Nagorno Karabakh che si dichiarò indipendente nel 1991, mentre le forze armene occupavano ben sette provincie dell’Azerbaijan per ricondurle nel 1994 entro il territorio del Nagorno Karabakh. Masha ricorda di essere stata portata a casa della nonna, ricorda pogrom contro gli armeni, ricorda la paura. Sono questi ricordi che la portano ad affiancare i più deboli?

All’inizio del libro Masha studia per diventare interprete, conosce già cinque lingue. Poi Elias ha un banale incidente, si rompe una gamba. Pare impossibile che, di questi tempi, un ragazzo giovane possa morire per una ferita che si infetta. Come durante la guerra- dice qualcuno. E a Masha viene a mancare la voglia di vivere. Ambiva ad un incarico all’Onu, si accontenta di un posto come interprete in Israele, da lì finirà nella striscia di Gaza.
     Elias, che scompare presto dalla scena, è l’unico personaggio che non ‘proviene’ da nessun altro luogo. Tutti gli altri hanno scenari molto varii alle spalle- Sami, l’ex ragazzo di Masha è nato a Beirut e solo questo dettaglio gli crea problemi quando deve chiedere un visto per gli Stati Uniti, ci sono poi un turco (gay), una ragazza israeliana, un giovane palestinese. Sono tutti uniti tra di loro dalla giovinezza, da una fratellanza di ideali che superano la contingenza degli estremismi, che guardano ad un mondo di pace e di uguaglianza.
Baku
    Olga Grjasnowa è giovane (è nata nel 1984 a Baku) ed in parte si rispecchia nella sua giovane protagonista. Il suo romanzo ha l’esuberanza e quel misto di eccitazione e tristezza che appartiene alla gioventù, quella voglia di provare nuove esperienze, quell’apertura alle possibilità della vita e alle nuove conoscenze che è propria di chi si affaccia al mondo e che, se ne ha già conosciuto gli aspetti negativi, crede però che ci sia una riserva di bellezza e di bontà che di certo appianerà conflitti e divergenze. E’ anche un romanzo un poco frammentario e disuguale, a tratti realistico, a tratti sentimentale, interessante quando rievoca la storia dei conflitti tra azeri, armeni ed ebrei in un’area geografica di cui non sappiamo molto, più scontato quando affronta lo scottante tema palestinese.

    “Tutti i russi amano le betulle” si è aggiudicato il premio Klaus-Michael Kuehne e il premio Anna Seghers.


martedì 23 giugno 2015

Anne Tyler, “Una spola di filo blu” ed. 2015

                                         Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
           FRESCO DI LETTURA


Anne Tyler, “Una spola di filo blu”
Ed. Guanda, trad. Laura Pignatti, pagg. 391, Euro 18,50
Titolo originale: A Spool of Blue Thread


   Poi Abby tornò fuori sotto il portico e si sedette sul dondolo. Era un pomeriggio meraviglioso, tutto ventilato, verde-giallo, con un cielo del blu irreale di un barattolo di crema Nivea. Tra un minuto avrebbe detto a Red che accettava volentieri il suo passaggio per andare al matrimonio. Per ora, però, preferiva aspettare, tenersi stretto al cuore quel pensiero.

    Anne Tyler. Ovvero l’arte di raccontare storie normali di gente normale con un certo ‘non so che’ a far sì che sembrino straordinarie. E’ la stessa magia del poeta Wordsworth la cui intenzione era scegliere, per le sue poesie, situazioni di vita comune, esprimendosi in un linguaggio usato da gente comune ma aggiungendovi un certo qual colore dell’immaginazione.
    Tre generazioni di Whitshank sono protagoniste del nuovo romanzo di Anne Tyler, “Una spola di filo blu”. Anzi, tre generazioni e una casa, perché la grande casa costruita da Junior Whitshank per qualcun altro- la famiglia Brill- e poi acquistata da lui stesso, è il vanto della famiglia, il luogo delle riunioni per figli e nipoti nelle festività, il soggetto di storie che nel corso degli anni sono diventate quasi leggende. Ad esempio, la cassettina con gli strumenti del ‘famoso’ scassinatore che ha fatto decidere la signora Brill a traslocare- chi l’aveva messa sulla veranda? Un ladro veramente, o piuttosto qualcuno che considerava quella casa come sua e i Brill come degli usurpatori?

Junior e Linnie Mae, Red e Abby, i quattro figli di questi con i loro figli. Ognuno con la sua parte di storie, e non è detto che la versione che tutti conoscono di queste storie sia quella veritiera. Ci sono verità nascoste, ci sono vicende o sentimenti che sono veri per una delle persone che li vive ma non lo sono per un’altra. Prendiamo il favoleggiato grande amore di Linnie Mae per Junior- lei aveva solo quattordici anni, lui ne aveva ventisette, la famiglia di lei era contraria, ma l’amore è più forte di tutto. Un po’ come la storia di Romeo e Giulietta, a sentire Linnie Mae. Sarà un piccolo trauma per il lettore apprendere quello che c’è dietro la leggenda. Abby, invece, incomincia sempre con voce sognante il racconto del momento in cui si innamorò di Red, “Era uno splendido pomeriggio tutto giallo e verde…”. Dei quattro figli di Red e Abby conosciamo per primo Denny. E neppure direttamente, ma attraverso una telefonata nella prima pagina del romanzo: all’ora in cui i genitori si preparano per andare a letto Denny annuncia che è gay e termina la chiamata. E’ gay, Denny? Non molto tempo dopo appare con una moglie incinta: è lui il padre? Denny, il più squinternato e il più misterioso dei figli di Red e Abby. Quello che si fa vivo quando gli gira, capace di comportamenti molto generosi (accorrere dalla sorella quando questa soffre di depressione post-partum) che però lasciano tutti dubbiosi sulle sue vere intenzioni. Quello che di certo ha sofferto di più quando è arrivato il fratellino Douglas soprannominato Stem. Quello che ha più da recriminare sull’altruismo della madre che porta a casa le persone più strampalate, esagerando nei suoi compiti di assistente sociale.


     E’ un libro impossibile da raccontare, “Una spola di filo blu”,- per fortuna. Alcuni dei personaggi hanno una personalità dominante- Abby, Denny, il despota Junior-, altri riempiono gli spazi intorno a quelli (e non dimentichiamo i cani, o forse anche noi potremmo limitarci a ricordare un solo cane, come Abby che continua a chiamare il cane del momento con il nome di quello defunto da tempo), le loro storie si intrecciano, la sequenza temporale non è sempre rispettata, il tempo passa inesorabile e la tristezza assale anche noi quando Casa Whitshank resta vuota, quando Red decide che sia meglio per lui, ormai solo, andare a vivere in un piccolo appartamento, quando la scomparsa degli oggetti rende visibilmente esplicita la scomparsa delle persone,
quando muore un poco anche la casa, come avviene nei romanzi di Virginia Woolf o di E.M Forster. Intanto, però, il sogno americano dell’uomo che si fa da sé si è realizzato, tracciando la sua parabola in questo bel romanzo.

la recensione sarà pubblicata su www.wuz.it


domenica 21 giugno 2015

Allen Eskens, “Verità sepolte” ed. 2015

                                        Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
        cento sfumature di giallo
          FRESCO DI LETTURA

Allen Eskens, “Verità sepolte”
Ed. Neri Pozza, trad. Maddalena Togliani, pagg. 297, Euro 17,00

   Dichiarazione in articulo mortis. E’ così che l’ha chiamata. E’ una confessione vera per forza perché nessuno vuole morire mentendo.



Quella di Joe Talbert è una famiglia disastrata. Sua madre ha avuto due figli da due uomini diversi. Beve troppo e ha intorno a sé una girandola di uomini poco raccomandabili. Il fratello di Joe è autistico, vive nel suo piccolo mondo fatto di abitudini, basta poco per destabilizzarlo. Joe è riuscito ad allontanarsi da casa per frequentare l’università che si paga lavorando come buttafuori in un locale. Il compito che gli hanno assegnato per il corso di inglese è scrivere la biografia di qualcuno che possa dare un’occhiata indietro al passato, che abbia qualcosa di singolare da raccontare. E’ così che Joe incontra Carl Iverson in una casa di riposo. Carl non è un normale vecchietto un po’ rincitrullito. Ha scontato trent’anni di carcere per aver stuprato e ucciso nel 1980 la quattordicenne Crystal Hagen, dando fuoco poi al fienile in cui aveva trascinato il corpo. Carl si è sempre dichiarato innocente. Nessuno gli ha mai creduto. Neppure Joe gli crede, anche se un dubbio si insinua in lui quando Carl dice che gli racconterà tutto in articulo mortis: ha i giorni contati, il tumore al pancreas lo divora, chi mentirebbe in punto di morte? Anche l’amico a cui Carl ha salvato la vita in Vietnam pensa che sia impossibile che Carl Iverson abbia ucciso Crystal. Eppure Carl ha detto a Joe di avere sia ucciso sia assassinato durante la sua vita. E’ una distinzione sottile, quella tra uccidere e assassinare.
E Joe ascolterà Carl e l’amico Virgil raccontare della guerra, di azioni orrende, della lotta quotidiana per salvare l’anima oltre al corpo. Gli diventerà necessario indagare, cercare tra la vecchia documentazione, per scoprire le prove di una verità di cui ormai è convinto, in una lotta contro il tempo per restituire a Carl la sua dignità prima della morte. A rischio della sua, di morte, perché Joe è un ingenuo che sottovaluta il pericolo. Una triplice narrativa per un bel romanzo- la storia del veterano del Vietnam, quella della giovane vittima e quella di Joe, ragazzo costretto ad assumersi responsabilità che non dovrebbero competergli.


sabato 20 giugno 2015

Paola Capriolo, “Mi ricordo” ed. 2015

                                                                    Casa Nostra. Qui Italia
       FRESCO DI LETTURA


Paola Capriolo, “Mi ricordo”
Ed. Giunti, pagg. 268, Euro 16,00

    E io, Maestro? Io, tornata a casa, ebbi l’imperdonabile vanità di voler sopravvivere. Nascosi il marchio veridico impresso nella mia carne sotto un bracciale d’argento che da allora non tolgo mai, nemmeno quando dormo. Potessi recintare così la mia mente, nascondere con tanta facilità il marchio che porto impresso dentro, in ogni fibra… Allora forse sarei una donna felice. Una moglie, una madre, non una profuga che la casa della gioia, questa patria infernale, ha lasciato dietro di sé. Sarei qualcuno che non avrebbe più bisogno di scriverti, perché non ricorderebbe, in tutto quel cozzare di stivali, di aver pensato a te come al principe assente.

     Un paese indefinito. Potrebbe essere l’Austria.
Sonja, una cinquantina d’anni, si presenta per un posto di badante di un uomo anziano- è l’indirizzo dell’abitazione che l’ha fatta decidere.
Adela, un’adolescente che scrive lettere auliche ad un poeta che l’ha incantata e commossa durante un incontro di lettura delle sue poesie.
Due donne, due storie, due tempi diversi che diventano una sola storia, l’una il proseguimento dell’altra, il tempo dell’una la necessaria spiegazione del tempo dell’altra. E il vecchio che retrocede sempre più in una condizione senile, che confonde tempi e persone, sta per gli uomini deboli di questa vicenda. Per il padre di Sonja che è scivolato nell’ubriachezza dopo la morte della moglie (sua madre le aveva chiesto, ‘sai perché amo tuo padre? Perché è un perdente’), per il poeta cantore di parole vuote che si tira indietro al primo accenno di pericolo- che delusione amare un uomo così, che spreco della propria vita metterla a rischio per un uomo a cui perfino i testi di letteratura dedicano solo un paio di righe.
    Sonja non è un personaggio accattivante, come non lo è il vecchio di cui deve prendersi cura. Comprendiamo subito che lei conosce la casa, che forse è la casa in cui ha vissuto da bambina, che sì, quella è proprio la cameretta rosa della sua infanzia, che il fiume che rumoreggia in fondo al giardino è quello…I tasselli dei ricordi si incastrano a poco a poco, fanno rivivere la bambina rimasta orfana prima di madre (una mamma che si irrigidiva quando le sue manine si posavano su di lei) e poi di padre (una volta, era ubriaco, le aveva detto che la mamma aveva sempre amato un altro) e il quadro si fa completo dopo un’esplorazione della soffitta- il luogo dove nei romanzi (ma non solo) si accatasta il vecchiume e dove, però, si trova anche il tesoro nascosto. Sonja trova le lettere della madre. E di un altro.
    Neppure Adela è simpatica, ascoltando la sua voce nelle prime lettere. Troppo invasata, troppo sulle nuvole. Le dà corda il Poeta? Difficile a dirsi. Poi, a poco a poco, il tono delle lettere cambia. La realtà fa la sua brusca irruzione.
Prima sono le leggi di Norimberga, l’incredulità davanti a disposizioni incomprensibili. Il fragore della Notte dei Cristalli- i vetri che lastricano le strade si mescolano ai frammenti del cuore spezzato di Adela. Le limitazioni, il padre medico che non può più esercitare, la stella gialla sugli abiti. Il Poeta si tira indietro. Adela mal sopporta che il giovane collega di suo padre, quello che la adora e che lei chiama con disprezzo ‘il dottorino’, faccia quello che lei avrebbe voluto fosse ‘il suo’ Poeta a fare: si schiera dalla loro parte, osa sfidare i puri ariani per lei, per loro.
    Il lettore può immaginare quello che ne sarà, di Adela e della sua famiglia. Ma anche Sonja deve in parte immaginare in che cosa si trasformi la vita di Adela. Perché nelle lettere mai spedite al Poeta e scritte dopo il ritorno da quel luogo da cui in realtà non si ritorna, Adela è reticente. Dice, ma non tutto. Non dice il peggio. Quello non si può affrontare. Quello resta dentro come un macigno che trascina sul fondo del fiume.

    C’è un’affermazione seguita da una domanda che ricorrono come leit motiv lungo tutto il romanzo- profondo eppure lieve, quasi un ossimoro- di Paola Capriolo. Una frase del principe Mishkin ne “L’idiota” di Dostojevskij, ‘La bellezza salverà il mondo’. Una frase ambigua su cui si discute da più di un secolo. ‘Quale bellezza?’, chiede Adela come altri prima e dopo di lei. Tutto quello che può rappresentare la bellezza, la bontà, i valori dello spirito, è qualcosa di illusorio. Lo hanno dimostrato le scelte del Poeta e dell’intera Germania, patria della musica e della poesia.

   Un libro molto bello, intenso, che fa pensare. Da non perdere.

la recensione sarà pubblicata su www.wuz.it


giovedì 18 giugno 2015

Carl-Johan Vallgren, “Il bambino ombra” ed. 2015

                                                                   vento del Nord
                                                                   cento sfumature di giallo
   FRESCO DI LETTURA


Carl-Johan Vallgren, “Il bambino ombra”
Ed. Marsilio, trad. Laura Cangemi, pagg. 336, Euro 18,50


Soldati che non provano paura. Soldati che uccidono senza riflettere. Evenienza molto rara. Qual è l’esercito che non sogna qualcosa del genere?

  Un primo capitolo di forte impatto, che terrà inchiodato il lettore fino all’ultima pagina del romanzo di Carl-Johan Vallgren. E’il 1970 e un padre sta andando a prendere la metropolitana con i suoi due bambini- uno è piccolo ed è in passeggino, l’altro si tiene con la manina al passeggino del fratello. Ci sono delle scale da fare, il padre schiaccia il pulsante dell’ascensore, il bambino più grande chiede se può andare a piedi per le scale. No, da solo, no. Una donna che era dietro di loro ai tornelli gli propone di salire con lei: aspetteranno insieme il papà finché non arriva con l’ascensore. Il bambino scompare, non si saprà più niente di lui. Si chiamava Kristoffer Klingberg, aveva la pelle scura, il suo fratellino era biondissimo. E i Klingberg avevano un impero fondato sull’alluminio.


    Nel 2012 il caso mai risolto della scomparsa di Kristoffer torna alla ribalta perché scompare Joel, ‘il fratello sul passeggino’. E la moglie Angela decide di rivolgersi a Danny Katz che, secondo il marito, era l’unico uomo di cui lui potesse fidarsi. E’ un personaggio singolare, il quarantaquattrenne Danny Katz, di certo il più interessante del libro insieme al procuratore Eva con cui Danny condivide un lontano passato di droga e furti (erano due adolescenti) e che adesso incrocia di nuovo il suo cammino. Danny è un ex interprete al ministero degli Esteri, ex traduttore e programmatore di software alla Difesa, ma è anche un ex tossicodipendente: come sia stato possibile per lui tirarsi fuori dalla droga e arrivare ad occupare posizioni così delicate e cruciali è uno dei tanti misteri che verranno svelati nel romanzo, mentre alla scomparsa di Joel seguono parecchie morti violente. Forse sono troppi, questi misteri, e forse sono anche troppo ‘esotici’. In un romanzo che ha il pregio indubbio di essere un page turner ben scritto, un libro che si divora, la parte della trama che odora di stregoneria e ci porta a Santo Domingo non è molto convincente, così come non lo sono le motivazioni dell’assassino. Per “Il bambino ombra” azzarderei una definizione che è un ossimoro: è un bel brutto romanzo.


martedì 16 giugno 2015

Gordana Kuić, “Il profumo della pioggia nei Balcani” ed. 2015

                                                Voci da mondi diversi. Penisola balcanica
           FRESCO DI LETTURA



Gordana Kuić, “Il profumo della pioggia nei Balcani”
Ed. Bollati Boringhieri, trad. Dunja Badnjević e Manuela Orazi, pagg. 603, Euro 19,00
Titolo originale: Miris kiše na Balkanu

    “Vorrei sentire il profumo della pioggia nei Balcani” mormorò, mentre il cameriere le serviva il terzo caffè.
   Le piaceva, la pioggia. Più volte in vita sua era uscita in strada con un impermeabile di gomma e un paio di galosce, a passeggiare da sola sotto un diluvio scrosciante. Saltava nelle pozzanghere con le mani in tasca, mentre l’acqua sgocciolava dalla tesa del cappello. Dilatava le narici per sentire l’odore penetrante dell’acqua piovana, e il suo cuore palpitava al pensiero della celeste dolcezza che impregnava lei e le strade su cui camminava.


   Sono fissata con i titoli dei libri. E’ la prima cosa che guardo, ma, d’altra parte, un titolo è un biglietto da visita, un titolo deve anticipare qualcosa. Ho sbagliato a giudicare quello de “Il profumo della pioggia nei Balcani” della scrittrice serba Gordana Kuić. Ho pensato, con un filo di noia, che fosse un ennesimo titolo scelto per compiacere il pubblico di lettori. Ho scoperto poi che, non solo questo è il titolo originale, ma anche che è quello ‘giusto’ per il libro, perché l’immagine della pioggia ritorna spesso nella narrazione, perché la pioggia su Sarajevo acquista un valore metaforico e il profumo della pioggia nei Balcani diventa l’emblema della nostalgia, è l’equivalente della madeleine di Proust per i membri della famiglia Salom in un peregrinare perpetuo tra Sarajevo, Belgrado, Dubrovnik o qualche località sperduta tra i monti per sfuggire a retate e deportazioni, ma anche tra Parigi e Venezia e Barcellona, spiegando le ali in cerca di un’altra vita.

    E’ la generazione sfortunata, quella delle sorelle Salom- nate agli inizi del secolo, hanno vissuto pienamente entrambe le guerre mondiali. La loro storia incomincia proprio quel 28 giugno 1914 in cui l’arciduca Francesco Ferdinando, in visita a Sarajevo con la moglie Sofia, rimase vittima dell’attentato di Gavrilo Princip. Le due bambine più piccole, Riki e Blanki, volevano veder passare l’automobile dell’arciduca, poi il rumore, la confusione, il fuggi fuggi. E poi la guerra. Cinque sorelle e due fratelli in un romanzo in cui gli uomini sono importanti ma hanno un ruolo secondario. E delle cinque sorelle Salom, sono Riki e Blanki a dominare la scena, le vere protagoniste di tutto il libro.
Di certo le più belle, pur così minute e dall’aria fragile. Riki vivace ed estrosa, Blanki più tranquilla ed amante dello studio (dovrà rinunciare a studiare, i soldi risparmiati a fatica serviranno per il fratello maggiore che, invece, non ha nessuna voglia di faticare sui libri). Riki che diventerà una famosa ballerina, un folletto sul palcoscenico, la prima ad andare lontano per studiare danza. Blanki che si innamora giovanissima di Marko, un uomo di grande fascino e di mille iniziative (la più ambiziosa è fondare un giornale) che tuttavia non vuole impegni. E poi Marko appartiene ad una famiglia serba, le ragazze Salom sono ebree sefardite (curiose e belle le battute di dialoghi in ladino, la loro lingua madre). Le ragazze Salom hanno tutte una forza di carattere che le aiuterà a superare le difficoltà, sia nella vita privata sia più tardi, quando i tedeschi occupano la Bosnia e la Serbia e iniziano i rastrellamenti. Riki e Blanki sfidano le convenzioni, a Riki non importa che lo scrittore di cui è innamorata sia sposato, così come Blanki capisce che, se vuole vivere vicino a Marko, deve lasciargli la libertà. E attendere. La bambina che nascerà nel periodo peggiore, proprio nel freddo inverno di guerra, dimostra che aveva ragione.


     “Il profumo della pioggia nei Balcani” è un romanzo grandioso nascosto sotto una narrativa di stile tradizionale. Grandioso perché dietro la storia di una famiglia (della sua famiglia) Gordana Kuić traccia per mezzo secolo la Storia di una Sarajevo che ancora non conosce gli odi etnici, dove musulmani, ebrei e cristiani ortodossi convivono pacificamente e in amicizia anche se, alla fin fine, la discriminazione, la diffidenza e l’inimicizia sono in agguato. La conflagrazione degli anni ‘90 brucia sotto le ceneri. Grandioso perché lo sono i personaggi- dietro le storie d’amore delle sorelle Salom c’è un’energia vitale che sbalordisce. Riki si ammala e non può più danzare, Klara viene abbandonata dal marito, il negozio di modisteria deve chiudere, le sorelle si devono nascondere, i cambiamenti di casa non si contano. Eppure ognuna di loro trova la forza di risorgere come la fenice, nessuna di loro si arrende mai.

la recensione sarà pubblicata su www.wuz.it


venerdì 12 giugno 2015

Giampaolo Simi, “Cosa resta di noi” ed. 2015

                                                                              Casa nostra. Qui Italia        
          cento sfumature di giallo
           FRESCO DI LETTURA


Giampaolo Simi, “Cosa resta di noi”
Ed. Sellerio, pagg. 300, Euro 14,00


     Ho chiamato Guia pensando di dirle che c’era tanta neve, sul mare, e che doveva vederla, e che per vedere com’era bello doveva tornare qui, ma presto, prima che si sciogliesse. Ma Guia aveva il telefono staccato. Quanto ad Anna, non mi azzardavo certo a cercarla. Qualsiasi contatto, dal giorno prima, attizzava il fuoco della colpa che si stava spegnendo nella quiete della neve.


   Viareggio. Edo e Guia. Una coppia, ma non una coppia come tante. Lei, molto bella, molto signorile, di cognome fa Bardi, una ricca famiglia di Firenze. Lui non ha terminato gli studi, faceva il bagnino quando Guia l’ha conosciuto. Lei fa la scrittrice e abita per lo più a Roma, raggiungendo il marito in treno il più spesso possibile. Lui ora gestisce i bagni Antaura, di proprietà dei suoceri: da bagnino di serie B è passato a fare il bagnino di serie A. Sono innamorati, su questo non c’è dubbio. Anzi, lui la adora letteralmente. MA.
Ma non riescono ad avere figli. “Cosa resta di noi”, uno psico-thriller che si divora (anche perché è scritto benissimo), incomincia proprio mettendoci davanti a questo problema di coppia, il calvario delle analisi, delle cure, delle attese snervanti, delle frustrazioni tentativo dopo tentativo, del senso di inferiorità che la donna, soprattutto la donna, prova ad essere sterile.

   Guia si getta nella scrittura di un nuovo libro. Sarà un libro sulla morte al contrario, un libro che parla di chi non potrà mai morire perché non è neppure venuto al mondo, la straziante immaginazione della vita di un figlio mai nato che esiste solo nella mente e nel cuore di una donna che vorrebbe diventare madre.
   Edo è impegnato nei lavori invernali di mantenimento e miglioramento dello stabilimento balneare. Deve essere rifatta la piastrellatura ed è così che incontra Anna, addetta alle vendite di una nota e pregiata manifattura. Piacente, sulla quarantina, abile nella schermaglia amorosa. Riuscirà il nostro ex bagnino sull’orlo della crisi matrimoniale a resisterle? Ahimè, no. E poi Anna scompare. Scompare proprio, saranno le amiche a dare l’allarme.
    L’enigma da risolvere, nel romanzo di Giampaolo Simi, è quello della scomparsa di Anna. C’è chi sostiene che è viva (sembra impossibile), più probabile che sia morta in quel 14 febbraio di insolita neve in Versilia. Così insolita che il nostro ex bagnino (che tace sul suo incontro con lei e vuole capire che cosa sia successo per allontanare sospetti da sé) ricorre ad una maniera insolita di indagine- guardare sui social network le foto che i viareggini hanno postato per ricordare l’evento straordinario. E arriva ad una soluzione.

L’indagine più interessante, tuttavia, è un’altra, o meglio, sono le altre, quelle che si addentrano nelle tortuosità delle menti dei protagonisti, di Edo (perché mai si è lasciato attrarre?), di Guia (ulteriormente frustrata dal rifiuto dell’editore di pubblicare il suo libro), del comico da strapazzo che era l’amante di Anna (respinto da lei di recente). E’ nel tracciare questo ultimo personaggio che viene fuori la vena grottesca e satirica del romanzo, perché l’uomo che calca le scene con il nome di Giangi, che suscita risate crasse con battute volgari e scontate, che si comporta come fosse il padrone del mondo (ahimé, quale padrone, un ubriacone che pensa tutto gli sia lecito, anche i comportamenti più sconci in pubblico), ben rappresenta il cattivo gusto e l’imbarbarimento della nostra società. E il fatto che Guia si presti alla commedia dappoco al suo fianco, che si trasformi da aspirante mamma a infermiera, ci fa dubitare sulla sua disperazione nella sala d’attesa dell’ospedale, all’inizio della vicenda.
    Il caso di Anna Di Fosco viene archiviato, ognuno si tiene le sue colpe ben nascoste, ognuno ha pagato il suo prezzo, mai abbastanza alto per quello che è successo. Si salva- forse, perché il silenzio è pesante quanto una colpa- l’ex bagnino ormai anche ex gestore dei bagni Antaura che si imbarca come tuttofare sullo yacht del re dei surgelati. E’ l’unico che ha conservato la sua dignità senza cadere in basso.

    Bellissima l’atmosfera che si respira nel romanzo di Giampaolo Simi. Quella che sa di mare d’inverno, di spiagge non affollate da turisti stravaccati al sole, di profumo di sale e non di creme abbronzanti, di sabbia su cui solo i gabbiani hanno lasciato impronte, di duro lavoro per permettere a spensierati bagnanti di godersi le vacanze.

la recensione sarà pubblicata su www.wuz.it


martedì 9 giugno 2015

Howard Fast, “Il vento di San Francisco” ed. 2015

                              Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
                                                      FRESCO DI LETTURA

Howard Fast, “Il vento di San Francisco”
Ed. e/o, trad. Augusta Mattioli, pagg. 470, Euro 18,00
Titolo originale: The Immigrants

   Quanto a Dan, era incapace di staccare gli occhi da Jean Seldon, seduta in un angolo di uno dei grandi divani, con un abito turchino che accentuava l’azzurro chiaro degli occhi e lo sguardo fisso su di lui, un accenno di sorriso sulle labbra, “Mia figlia, Jean Seldon; Daniel Lavette”.
   Dan cercava qualcosa da dire, qualcosa che avesse letto o sentito, o semplicemente una frase di saluto; ma non riuscì a dire una sola parola. Poi lei gli diede la mano, una mano grande, dalle dita lunghe, che pure parve perdersi in quella di lui. la trattenne un attimo, quindi la lasciò andare.

    Se il titolo originale, “The immigrants”, del bel romanzo di Howard Fast dà subito l’idea del contenuto- una saga grandiosa che inizia con una coppia italo-francese che salpa dall’Europa nel 1888 diretta verso la Terra Promessa dell’epoca (l’America)-, quello scelto per la versione italiana, “Il vento di San Francisco”, fa turbinare nel lettore immagini diverse ma che ben corrispondono al libro, alla sua trama, ai sentimenti che suscita. Pensiamo a “Via col vento” (e questo è un romanzo epico, come quello della Mitchell), pensiamo ad un vortice di vicende, personaggi, saliscendi della vita che ci incalzeranno di pagina in pagina, fino alla fine, travolgendoci. Quando lo avremo terminato, quando il cerchio si chiuderà dove è iniziato, quando il vento sarà ridiventato bonaccia, noi avvertiremo la mancanza di Daniel Lavette, il protagonista, di May Ling, di Mark Levy, di Feng Wo, e sì, anche di Jean Seldon sposata Lavette.
    Joseph Lavette aveva fatto il pescatore da quando aveva dieci anni. Si era imbarcato con la giovanissima moglie sperando in un futuro migliore, come tutti quelli che erano a bordo della nave. Daniel era nato a bordo, un figlio del mare, molto prima che si scorgesse la statua con la fiaccola tesa verso l’alto. E, nonostante le ambizioni materne, era chiaro che Daniel avrebbe seguito le orme del padre: a nove anni era uscito per la prima volta a pescare. Il terribile terremoto del 1906 distrusse San Francisco e lasciò orfano Daniel.

    La storia di Daniel Lavette è al centro del romanzo, la sua ascesa da pescatore che prima diventa padrone di parecchi pescherecci e poi…poi vuole raggiungere le stelle, in senso letterale e figurato. Poi viene invitato in casa del banchiere Thomas Seldon, si innamora di Jean e non succederebbe niente- come può anche solo pensare all’algida ragazza di latte e miele, erede di una colossale fortuna?- se non fosse che lei si innamora di quel ragazzo così diverso dagli scialbi giovanotti che la corteggiano. E lo vuole. Il successo di Daniel è favorito dal matrimonio con Jean Seldon, ma si sarebbe fatto strada comunque. Perché Daniel ha fiuto, sia negli affari, sia nel saper scegliere le persone giuste da mettersi a fianco- il socio Mark Levy che aveva una piccola bottega al porto, il cinese Feng Wo che si rivela un eccellente contabile.
Daniel va controcorrente in tutto, non bada a dicerie e commenti- la moglie WASP, il socio ebreo, il contabile cinese in una città in cui lui stesso, cattolico non praticante, è discriminato quanto gli ebrei e i cinesi. Ricorrendo a prestiti (puntualmente restituiti con gli interessi) Daniel costruisce una fortuna di cui la splendida casa a Russian Hill, con i quadri di pittori famosi che la moglie incomincia a collezionare, è un simbolo. Daniel compra vecchie navi e le trasforma in mercantili (che importa se la sua ricchezza si basa sul trasporto e scarico delle immondizie), durante la Grande Guerra, mentre i figli degli amici vengono arruolati e mandati a combattere in Francia, le navi di Daniel trasportano munizioni e rifornimenti (non è né il primo né l’ultimo ad arricchirsi con una guerra), alla fine del conflitto ha sentore del cambiare del vento e vende i mercantili per costruire piroscafi per passeggeri, un albergo alle Hawai. Fino alla sua impresa più lungimirante e ambiziosa: gli aerei. Il futuro è in cielo.
   
Daniel è un personaggio che giganteggia nel romanzo, protagonista assoluto anche se è circondato dagli amici (tutti lo venerano, perché è generoso ed equo), dalle donne (l’amore tra lui e Jean è destinato ad affievolirsi e sarà l’incantevole figlia di Feng Wo a prenderne il posto), e la sua storia è arricchita dalle microstorie di tutti loro con famiglie, bambini, scelte di vita che rappresentano il microcosmo della fioritura di attività in California. Daniel è rozzo ma affascinante. Daniel è acuto e intelligente. Daniel impara tutto quello che non sa, a comportarsi adeguatamente in società e a gestire le sue imprese. Quello che amiamo di lui è il suo disinteresse per il denaro in quanto tale. Quello che spinge Daniel non è avidità o ambizione, ma il desiderio di fare, fare. Fare perché questo è il dono che ha ricevuto, i talenti da far fruttare. E la sua grandezza è nel non tenere la ricchezza per sé- Daniel non è mai meschino.

   Va da sé che c’è un prezzo da pagare, perché neppure un gigante arriva a tutto. Daniel paga negli affetti, nella vita privata. E allora, quando il mondo cade, quando la Borsa crolla- è il 1929-, cade anche Daniel. Ma si rialza, proprio perché Daniel non è i suoi soldi, Daniel non ha dimenticato la povertà, Daniel è altro, può ricominciare da capo, forse più ricco di una ricchezza diversa.

    La casa editrice e/o ha chiamato “Gli intramontabili” la collana in cui è pubblicato il romanzo di Howard Fast. E questo è un romanzo intramontabile del 1977. La sua lettura provoca un piacere squisito, quello dei romanzi in cui ci si cala interamente senza potercene staccare.


la recensione sarà pubblicata su www.wuz.it


domenica 7 giugno 2015

LIBRO "Il Faro di Mussolini" di Alberto Alpozzi - Book Trailer "Mussolin...



                                               Casa Nostra. Qui Italia
                                           la Storia nel romanzo

Ecco il faro Crispi, inaugurato nell'aprile del 1924 a capo Guardafui, in Somalia. Ne seguiamo le vicende nell'appassionante libro di Alberto Alpozzi.


Alberto Alpozzi, “Il faro di Mussolini” ed. 2015

                                                                       Casa Nostra. Qui Italia
         la Storia nel romanzo
         FRESCO DI LETTURA  

Alberto Alpozzi, “Il faro di Mussolini”
001 Edizioni, pagg. 184, Euro 18,00

   E’ innegabile. C’è qualcosa di speciale in un faro. Non è la bellezza architettonica, perché spesso queste costruzioni sono semplici cilindri sormontati dalla lanterna. Ecco, il fascino è lì, nella lanterna, nella sua luce. Leggiamo ‘faro’ e nella nostra mente si accendono le immagini di notti buie, di mari in tempesta, di navi che si innalzano sulle creste delle onde e poi dell’occhio di luce che arriva da uno sperone di roccia che si protende nel mare. Una guida, una consolazione, la salvezza.
    Il titolo, “Il faro di Mussolini”, mi ha colpito. La copertina emanava il fascino del faro- oltretutto una costruzione insolita, a fascio littorio, e un soldato con la baionetta innestata sul fucile in primo piano, la sagoma dell’Africa sullo sfondo. Ho pensato che l’autore, Alberto Alpozzi, mi avrebbe regalato una bella duplice storia, quella della costruzione del faro e quella della conquista italiana di un angolo al sole. E la lettura del libro ha soddisfatto le mie aspettative.

     Alberto Alpozzi, fotografo specializzato in aree di crisi, ha ‘scoperto’ nel 2013 i ruderi del faro dall’alto, sorvolando la zona con un aereo militare nel corso dell’operazione Atalanta per prevenire e reprimere azioni di pirateria marinara lungo le coste della Somalia. Si è incuriosito, ha fatto ricerche, si è documentato. Ha scoperto, prima di tutto, che di questo faro si è parlato a lungo, molto tempo prima che fosse costruito. Perché la storia del faro inizia addirittura nel 1869 con l’apertura del Canale di Suez. Il racconto di Alberto Alpozzi ci trascina in una lontana epoca di discussioni politiche ed economiche sull’opportunità dell’apertura del canale e sugli enormi vantaggi derivati dalla riduzione del tempo di navigazione, di rivalità tra le maggiori potenze europee, tali da far ipotizzare anche l’apertura di un secondo canale tra Gaza ed Akaba, e della quasi immediata consapevolezza della necessità di ergere un faro sulla punta del Corno d’Africa, la sporgenza rocciosa che separa il golfo di Aden dall’Oceano Indiano. Il nome stesso del promontorio, capo Guardafui (di derivazione portoghese), contiene già una minaccia con il suo significato di ‘guarda e fuggi’. La differenza di temperatura tra le acque- e di conseguenza di quella dell’aria- del riparato e più caldo Golfo di Aden e l’aperto Oceano Indiano rendeva la zona pericolosa per le navi a causa di nebbie fitte e improvvise. L’incidenza di disastri navali in prossimità del capo Guardafui era altissima. A questo pericolo ‘naturale’ si aggiungeva quello degli assalti delle popolazioni locali che spesso addirittura accendevano sulla costa fuochi per trarre in inganno le navi di passaggio e poi si dedicavano al saccheggio delle mercanzie contenute a bordo.

     Era questa una spiegazione necessaria per capire come fu possibile che all’Italia venisse concesso- e anche con un certo sollievo- di assumere il protettorato della Somalia. I primi progetti per la costruzione del faro risalgono ai primi del ‘900, con accurati disegni e ipotizzando anche, oltre ai dettagli tecnici, i sistemi di difesa e di rifornimento idrico. Mentre continuavano i naufragi e gli assalti dei predoni, la costruzione non fu attuata fino agli anni 1923-1924 per vari motivi, non da ultimo quello economico: nell’aprile 1924 fu inaugurato il Faro Crispi, una struttura in ferro con una lanterna girevole dalla potenza di 40.700 candele, con visibilità di circa 26 miglia. Questo primo faro, “sentinella avanzata della civiltà italica”, sarà sostituito (causa deterioramento del traliccio su ferro) nel 1930 da una costruzione in muratura a forma di fascio littorio: “dalla sera del 3 maggio 1930 la luce del Fascio Littorio illumina le vie del mondo!”.

La storia del faro Crispi non termina qui (e non è tutta qui), perché Alberto Alpozzi ne segue le vicende- insieme a quelle dei territori circostanti con le opere portate a termine nella più lontana colonia italiana, saline e zuccherifici, dighe e begli edifici a Mogadiscio- fino al lento e graduale abbandono.
    Appassionante come un romanzo, interessante, ben documentato e arricchito da moltissime fotografie d’epoca nonché da disegni e piantine, il libro di Alberto Alpozzi è un tassello della nostra Storia, una documentazione importante di una traccia da noi lasciata nel mondo.

     

venerdì 5 giugno 2015

Elizabeth Strout, “I ragazzi Burgess” ed. 2013

                                    Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
       il libro ritrovato


Elizabeth Strout, “I ragazzi Burgess”
Ed. Fazi, trad. Silvia Castoldi, pagg. 444, Euro 18,50

    Di tutti gli incipit, quello dell’”Anna Karenina” di Tolstoj, “Tutte le famiglie felici sono simili tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”, è uno dei più famosi. Anche se poi non è del tutto vero, perché non esistono famiglie interamente felici- forse lo sono solo in superficie-, e, proprio per questo, anche ogni famiglia felice lo è a modo suo.
    Prendiamo i Burgess, protagonisti del bellissimo romanzo di Elizabeth Strout. Quanto sono felici o infelici, i tre fratelli Burgess? In apparenza a Bob e Susan (da bambini erano spesso considerati un’unità, “i gemelli”) è toccata la fetta più grossa di infelicità: Susan è stata lasciata dal marito e ha cresciuto da sola il figlio Zachary,  mentre la moglie di Bob ha chiesto il divorzio perché voleva dei figli che Bob non riusciva a darle (e Bob continua ad amarla). In più Bob ha vissuto tutta la vita schiacciato dal senso di colpa per aver causato la morte del padre, quando lui aveva solo quattro anni. In apparenza il destino ha riservato l’intera felicità al maggiore dei tre, Jim, brillante e duro come un diamante, avvocato diventato famoso per aver fatto assolvere un cantante (colpevole del crimine di cui era accusato), felicemente sposato da oltre trent’anni, tre figli che non gli danno alcun pensiero. In apparenza. Perché gli eventi della storia dei fratelli Burgess, tra New York dove vivono Jim e Bob e Shirley Falls, nel Maine, dove è rimasta Susan, porteranno ad un rovesciamento degli equilibri di felicità e infelicità, ci saranno delle crisi all’interno della famiglia e nei rapporti tra membri della famiglia e la comunità in cui vivono- è questo il cardine del romanzo, l’importanza dell’unione famigliare e, parallelamente, del vivere armonico nella società che è, in fin dei conti, come una grande famiglia allargata.
    Zachary, il diciassettenne figlio di Susan, ha fatto qualcosa di molto stupido e oltraggioso: ha scagliato una testa di maiale dentro la moschea affollata di somali in preghiera. Scatta la solidarietà famigliare: gli zii si precipitano a Shirley Falls, dove non tornavano da anni, per cercare di tirarlo fuori dai guai. Il ragazzo rischia una condanna per crimini d’odio, la situazione è molto delicata, il Maine- lo stato più ‘bianco’ d’America- è stato letteralmente invaso, di recente, da immigrati somali.
E la gente non li vede di buon occhio, si sono instaurate le tipiche reazioni dettate da paura e ignoranza, basti dire che i più li chiamano ‘somalesi’- non sanno nulla della tragica terra che hanno abbandonato in fuga, dei campi profughi in cui hanno sofferto la fame. Neppure sanno della loro cultura, e quindi non la rispettano. Con la totale mancanza di fantasia dovuta all’ignoranza, non immaginano lo sconcerto paralizzante degli immigrati davanti a tutte le novità che spesso non capiscono, ai congegni elettrici di cui non sanno l’uso. E però l’America bianca deve dimostrare che si prende cura di questa gente e la punizione del ragazzino fragile e spaventato dovrà essere esemplare.
   La grandezza di Elizabeth Strout è nel saper intrecciare le due tematiche, i problemi della famiglia Burgess e quelli della pacifica convivenza: comprensione, apertura e generosità sono richieste sia tra fratelli sia nei confronti di chi è al di fuori della cerchia famigliare. E la capacità di perdonare deriva dalla comprensione: perdonerà Bob, a cui la vita è stata rubata dal fratello, perdonerà il somalo Abdikarim, oltraggiato dall’atto di Zachary, perdonerà la moglie tradita di Jim e anche Susan, che non ha mai superato il trauma di essere stata abbandonata.


   “I ragazzi Burgess” è un romanzo straordinario. Lo è non perché sia particolarmente nuovo o originale. Anzi, lo è proprio perché non è affatto nuovo o originale, ma Elizabeth Strout rielabora vecchi temi innestandoli su nuove problematiche con un’arte che non si può definire altro che elegante. Perché eleganza è misura e armonia, è sobrietà e pacatezza. E’ attirare l’attenzione perché non c’è nulla di stonato o di superfluo. Perché è la perfezione.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net