martedì 30 ottobre 2018

Melba Escobar, “La casa della bellezza” ed. 2018


                   Voci da mondi diversi. America Latina
cento sfumature di giallo



Melba Escobar, “La casa della bellezza”
Ed. Marsilio, trad. Giulia Zavagna, pagg. 220, Euro 16,00

      Quanto poco sappiamo di Bogotà. Dopo aver letto “La casa della bellezza” della giovane scrittrice e giornalista colombiana Melba Escobar siamo curiosi di saperne di più, magari di leggere un secondo libro della Escobar, perché ha una bella scrittura, il romanzo si legge di volata ed è originale nell’impianto narrativo: c’è un delitto ma non ci sono ispettori di polizia che indagano, piuttosto un detective privato (e non è il personaggio principale) assunto dalla madre della ragazza morta in ospedale subito dopo il ricovero (il referto medico diceva per suicidio: ha intenzione di suicidarsi una ragazza che andava gioiosa ad un incontro d’amore dopo essere stata in un centro di bellezza?), e le voci narranti sono quelle di due amiche quasi sessantenni.
    Perché questo è un romanzo di donne- d’altra parte il titolo lo lascia supporre. Un titolo che suona stridente, alla fine, in contrasto con tutta la bruttura di cui abbiamo letto. Locali luminosi e colori di tinte per capelli e di smalti e di rossetti contro il grigiore e lo squallore della città in cui si svolge la trama. La protagonista è una ragazza molto bella, Karen, india dalla pelle scura, i capelli lisciati. Viene da Cartagena in cerca di lavoro. A Cartagena ha lasciato il suo bambino di quattro anni, vuole mettere da parte i soldi e poi riprenderlo con sé. E’ fortunata, trova subito un impiego nel centro estetico ‘La casa della bellezza’. Ed è lei l’ultima ad avere visto Sabrina che le aveva chiesto una depilazione totale.

     Anche Claire, una delle due voci narranti, è cliente fissa di Karen ed è con lei che Karen si confida. E Claire è amica di Lucia, che scrive libri lasciando però che vengano pubblicati con il nome di suo marito. E’ abilissima, Melba Escobar, a tessere la trama dei legami tra un personaggio e l’altro, slegando e riannodando le fila che li uniscono, anzi, lasciando al lettore il compito di farlo. In un paese molto povero, dove dilaga la piccola criminalità, dove tutti sanno quale sono i rioni in cui è pericoloso aggirarsi, dove c’è un abisso tra chi ‘ha’ e chi ‘non ha’, dove fare la escort (bel sinonimo per la professione più vecchia del mondo) è il modo più facile e veloce per arricchirsi (il lustro dei soldi e l’incapacità di resistere alla tentazione di avere gli abiti, le borse, le scarpe come quelli delle sue clienti faranno dimenticare a Karen il bambino che ha affidato a sua madre), dove la corruzione è all’ordine del giorno, il denaro compera tutto, anche un killer, o un tassista connivente, o un medico disposto a firmare un certificato di morte falso, appare chiaro che le vittime sono due- la ragazzina che si illudeva di aver trovato l’amore e Karen. Ha qualche possibilità di farsi sentire la madre di Sabrina che ha ingaggiato un investigatore privato perché non riesce a credere nella versione ufficiale di come sia morta sua figlia? C’è bisogno di un colpevole, è facile montare delle prove, Karen è il capro espiatorio ideale.

     Non ci consola affatto, in questo noir di Melba Escobar- perché questo romanzo ha il colore del noir in cui non c’è una luce di speranza di giustizia-, che una morte violenta colpisca anche il vero colpevole. A noi restano in mente l’immagine e le parole di Karen nel capitolo finale del libro, in attesa che la ‘donna coi tacchi’ venga a prendere anche lei.

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sabato 27 ottobre 2018

Tommy Wieringa, “La morte di Murat Idrissi” ed. 2018


                                            Vento del Nord
       i nostri tempi


Tommy Wieringa, “La morte di Murat Idrissi”
Ed. Iperborea, trad. Elisabetta Svaluto Moreolo, pagg.124, Euro 15,00

     Ilham. Thouraya. Murat Idrissi. Due ragazze e un ragazzo. Sono i protagonisti del breve e intenso romanzo dello scrittore olandese Tommy Wieringa. Il ragazzo è l’unico di cui conosciamo nome e cognome, forse perché è necessario per ricordarlo da morto. Peccato che Murat Idrissi non avrà nessuna tomba e nessuna lapide su cui scrivere il suo nome e il suo cognome. Sono tutti e tre marocchini (gli immigrati per eccellenza), le due ragazze, però, sono nate in Olanda: sono stati i loro genitori a percorrere il cammino della speranza, ad attraversare lo stretto di Gibilterra, a trapiantarsi in un paese straniero in cui sarebbero sempre stati stranieri guardati con sospetto e di cui avrebbero imparato una lingua di sopravvivenza. Di Murat Idrissi, prima che scompaia nascosto nel bagagliaio dell’auto noleggiata dalle ragazze, sappiamo che ha diciannove anni, occhi scuri, i denti rovinati, che spera di guadagnare trasportando carichi pesanti. Ilham e Thouraya sono andate in vacanza a fare un giro del Marocco, hanno incontrato per caso il ragazzo che le ha presentate a Murat Idrissi, che le ha assicurate che non c’era nessun pericolo a dargli un passaggio clandestino- quanti altri sono emigrati in questa maniera? Loro sono incerte, si lasciano convincere, dalla cifra che viene loro offerta, dalla compassione che provano, dal desiderio di dare ad un loro coetaneo una possibilità di quella vita diversa che loro hanno avuto. Soltanto che Murat Idrissi muore soffocato nel bagagliaio dell’auto, il ragazzo che ha fatto da tramite scompare, Ilham e Thouraya si ritrovano con un cadavere e senza soldi, 2460 km. davanti, fino a Rotterdam.

    Questo non è il primo romanzo di ‘viaggio con cadavere’ che leggiamo. Pensiamo a Faulkner, ai figli che trasportano il corpo della madre per essere sepolto a Jefferson in “Mentre morivo”, a “Ultimo giro” di Graham Swift, con gli amici che hanno promesso al morto di disperdere le sue ceneri in mare. E il tema doloroso e scottante dei migranti non è nuovo a Tommy Wieringa che ne ha già parlato in “Questi sono i nomi” (vincitore del Libris, il più alto riconoscimento letterario in Olanda). Anche “La morte di Murat Idrissi” è bello quanto “Questo sono i nomi”- più compatto, più pregnante nella sua brevità, più paradossalmente poetico mentre l’automobile avanza prima lungo la costa della Spagna meridionale, fitta di cittadine e di spiagge affollate, e poi nell’assolata, incandescente e arida Meseta. Paradossalmente poetico perché è ancora estate e di certo non c’è nulla di poetico nel tanfo crescente che invade l’automobile. Eppure questo è un contrasto altamente drammatico. Da una parte le ragazze- più bella, disinvolta al punto di essere sfrontata quella alla guida, più pavida e meno sicura di sé l’amica. Dall’altra parte il ragazzo nel bagagliaio. La vita che spera nel futuro e la morte che ha privato il ragazzo di un futuro che sperava migliore di quello che avrebbe avuto nella baraccopoli dove sua madre sembrava sua nonna. La ragazza che non si fa scrupoli di godere tra le braccia di un giovane che le ha avvicinate ad una sosta e di rubargli il portafoglio (con il pieno di benzina iniziale potrebbero fare solo 733 chilometri) e il ragazzo sempre più morto (sua madre non ne saprà mai nulla).

    E intanto, con brevi flash, apprendiamo come è stata e come è la vita delle due amiche in Olanda- è il paese in cui sono nate ma nessuno le considera olandesi e, tuttavia, non avevano riconosciuto il Marocco come ‘loro’, come terra di loro appartenenza. Sarebbero riuscite a distaccarsi dai modelli femminili che venivano loro imposti? A che prezzo? Sarebbe stato più facile per loro adeguarsi?
    “La morte di Murat Idrissi” è una storia possibile, una delle tante, delle troppe storie che non sappiamo. Quanti Murat Idrissi sono morti senza degna sepoltura, senza che noi ci commuovessimo (ma la pietà non è sufficiente) o facessimo qualcosa per impedire che il numero aumentasse?
    Da leggere.

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martedì 23 ottobre 2018

Antonio Manzini, “Fate il vostro gioco” ed. 2018


                                              Casa Nostra. Qui Italia
                                          cento sfumature di giallo


Antonio Manzini, “Fate il vostro gioco”
Ed. Sellerio, pagg. 389, Euro 15,00

    Incominciamo dalla fine, per una volta. E rassicuriamoci subito. Possiamo già pregustare un nuovo libro con Rocco Schiavone, il più simpatico vicequestore antipatico della letteratura ‘gialla’ nostrana. Perché “Fate il vostro gioco” termina con l’ordine di Rocco alla sua squadra, “Ricominciamo daccapo”. E davanti allo stupito “Daccapo?” di Deruta, Rocco ribatte, “Daccapo. Non ci abbiamo capito niente”.
     Non è comune che un romanzo di indagine poliziesca finisca con un grande punto interrogativo- se è certo che l’assassino è stato individuato ed arrestato, quali sono i conti che non tornano?
Non è comune neppure l’ambientazione dei romanzi di Antonio Manzini, potrebbero essere dei thriller scandinavi, tanto è il freddo che fa ad Aosta, “Le piogge di settembre avevano aperto la strada all’autunno, accompagnato dai primi venti gelati, che incedeva lento e inesorabile come una vedova dietro un feretro”. Ecco la parola giusta, feretro, per introdurre la trama: un pensionato del casinò di Saint-Vincent (faceva l’ispettore di gioco) è stato trovato morto nella sua abitazione- due coltellate.
L’indagine di Rocco ci porta nell’ambiente del casinò, anzi, entriamo con lui nella sala dove si gioca (esilarante la descrizione dell’abbigliamento raffazzonato dai suoi subalterni, non so se si aggiudichi il premio D’Intino con la sua casacca arancione o Deruta con uno smoking damascato rosa scuro dai risvolti viola), ci rendiamo conto della gravità della dipendenza dal gioco, una vera e propria malattia con il nome di ludopatia. E la simpatia e il sostegno di Rocco vanno a due persone vicino a lui- da una di loro non ci saremmo aspettati questa debolezza, la sua vicenda, di come sia rimasto invischiato nel più banale dei tranelli, ingannato da quella voce subdola che sussurra, la sfortuna non può durare, la prossima volta sarà quella buona, è una sotto-trama che rincalza quella principale. Ci sono i giocatori e ci sono gli strozzini, c’è chi gioca sporco (ma allora Rocco conosce qualcuno che è capace di giocare ancora più sporco, e vendetta sarà) e c’è chi coglie l’opportunità per riciclare denaro. E’ collegata la pista del riciclaggio con l’assassinio? Sono tante le domande che restano senza risposta.
      Non ha risposta neppure quella che ci poniamo anche noi- che uomo è in realtà Rocco Schiavone? Quante ombre ci sono nel suo passato, oltre a quella della moglie Marina con cui continua a parlare, anche se meno spesso? Certi suoi comportamenti ci lasciano perplessi, finché capiamo che è una sorta di Robin Hood dei poliziotti, un uomo che alterna una durezza d’acciaio con una grande tenerezza, cinismo e generosità (non avremmo mai pensato che lui, così geloso della sua solitudine, avrebbe offerto ospitalità al quasi-figlio-adottivo Gabriele e alla madre di questi).

     “Fate il vostro gioco” è un altro romanzo vincente di Antonio Manzini (e non è un gioco di parole con il titolo). La trama gialla non è complessa (aspettiamo però a leggere il seguito) e l’attrattiva del libro è nel tema del gioco d’azzardo che crea dipendenza- “Sono un tossico? Ho una dipendenza?”, si chiede uno dei personaggi. Soprattutto è nel ruvido protagonista, pure lui con la sua dipendenza dalla canna mattutina di cui ben sappiamo, oltre che dai suoi ricordi.

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domenica 21 ottobre 2018

Levan Berdzenišvili, “La santa tenebra” ed. 2018


                      Voci da mondi diversi. Georgia
        testimonianze


Levan Berdzenišvili, “La santa tenebra”
Ed. e/o, trad. F. Peri, pagg. 271, Euro 16,80


    E finalmente si torna a parlare della Georgia e non più soltanto associando il nome “Georgia” a quello del suo figlio più famoso e temuto, l’uomo baffuto conosciuto come Josif Stalin (uomo di ferro) ma che in realtà si chiamava Džugašvili, un cognome che contiene la sua provenienza (il finale in –švili dei cognomi georgiani significa ‘figlio di’). Quest’anno, in cui l’ospite d’onore alla Fiera del Libro di Francoforte è proprio la Georgia, dopo un lungo e pressoché totale silenzio, due diverse case editrici pubblicano due libri di scrittori georgiani.
“La santa tenebra” di Levan Berdzenišvili (casa editrice e/o) è un libro importante e necessario, una testimonianza che ci arriva da un Gulag- abbiamo ancora in mente l’impatto fortissimo dei libri di Solženicyn negli anni ’70: c’è stata la glasnost, c’è stata la perestrojka, c’è stata la fine dell’Unione Sovietica ed era da prima di tutto questo che non leggevamo un libro come quello di Berdzenišvili, più del resoconto di un’esperienza durissima di vita vissuta, un esempio di come sia possibile non lasciar morire il cuore e il cervello anche quando la semplice sopravvivenza fisica è uno sforzo.
il treno di Stalin nel museo di Gori
     Il Gulag in cui Berdzenišvili è stato internato insieme al fratello Davit si trovava in Mordovia, una delle tante repubbliche della Russia europea. I due Berdzenišvili, dissidenti, fondatori di un partito repubblicano a Tbilisi, erano stati prelevati dalla loro casa con le modalità tristemente note. Ma i dettagli sulla ‘loro’ storia ci vengono detti negli ultimi capitoli, prima, a sottolineare l’importanza di ogni internato, c’è una carrellata di ritratti degli altri ospiti forzati del campo. Georgiani, armeni, russi, detenuti politici che devono produrre 92 paia di guanti ciascuno, ogni giorno. E sono tutte persone straordinarie, così come è straordinario Levan Berdzenišvili che racconta della loro vita quotidiana. Dalle sue parole sembra quasi che il Gulag non sia un campo di prigionia ma un resort, un luogo di intrattenimento dove il lavoro è un passatempo ed una gara di maggior produzione e dove si intavolano discussioni come in una palestra socratica. Domande e risposte tra persone che hanno, ognuna, un campo di specializzazione diverso, brindisi con il thermos del tè, un tamada, un ‘toast maker’ che, secondo l’usanza georgiana, orchestra i brindisi (c’è una statua a Tbilisi che celebra questo personaggio essenziale in ogni simposio).
Statua al toast-maker, a Tbilisi
Si ipotizzano situazioni, si parla, si parla con intelligenza e acume, con ironia (che è dire l’opposto di quello che si vuol intendere), con umorismo. Si parla di politica (c’è anche chi venera tuttora Stalin ed è degno di rispetto ugualmente), di letteratura, di religione, di appartenenza, di cucina georgiana (ah, il khachapuri al formaggio, viene l’acquolina in bocca, mentre un ragù di pecora portato da una delle mogli e andato a male è nauseabondo), di come regolamentare lo sciopero della fame, di piccole lotte per ottenere piccoli diritti, come l’autorizzazione a scrivere lettere alla famiglia nella propria lingua.
Tbilisi
     Non ci si stanca di leggere. Si prova ammirazione e rispetto per chi è stato capace di affrontare una prova così dura in questo modo, preservando la propria dignità. E si finisce per pensare che la grande letteratura non nasce quasi mai da condizioni di vita facile tra agi materiali.

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giovedì 18 ottobre 2018

Preeta Samarasan, Tutto il giorno è sera ed. 2010

                                                        Voci da mondi diversi. Asia
           storia di famiglia
           il libro ritrovato

Preeta Samarasan, Tutto il giorno è sera
Ed. Einaudi, trad. Anna Nadotti e Federica Oddera, pagg. 398, Euro 21,00

Fine agosto e inizio settembre 1980. Due ragazze partono dalla Grande Casa, ad Ipoh, in Malesia. Uma andrà a studiare in America; la serva Chellam torna in disgrazia a casa di suo padre. Chi ha spintonato la vecchia nonna, causandone la morte? La piccola Aasha ha visto ma mente: perché? Che cosa ha visto lo zio Sala-da-ballo, prima di partire precipitosamente? Dove passa il tempo Appa, che a volte non torna neppure a dormire a casa? Segreti, segreti, sullo sfondo di una Malesia che è pacifica solo in superficie.

 INTERVISTA A PREETA SAMARASAN  


      In inglese, per parlare di qualcuno che nasconde dei segreti (e quasi mai i segreti sono innocenti), si dice che ha uno scheletro nell’armadio. Saltano fuori uno dopo l’altro, gli scheletri negli armadi nella famiglia  Rajasekharan, indiani trapiantati a Ipoh, in Malesia. Sembra proprio che tutti abbiano qualcosa di cui vergognarsi e il lettore ne viene a conoscenza a poco a poco, e mai direttamente, inoltrandosi nella lettura di “Tutto il giorno è sera”, bel primo romanzo di Preeta Samarasan.
Il libro è diviso in capitoli e ogni capitolo ha un titolo e una data: Preeta Samarasan eredita la tradizione del romanzo inglese che anticipa nel titolo quanto succederà e specifica il tempo degli eventi. Così osserviamo subito che la trama ha un andamento circolare- inizia il 6 settembre 1980 e termina una settimana prima di quel 6 settembre-, che due capitoli hanno titoli simili, “Ciò che vide Aasha” e “Ciò che vide zio Sala-da-ballo”, che in altri capitoli appaiono le parole “pettegolezzo”, “rivelazioni”. Perché ci sono voci, bisbigli, confidenze, ci sono scene viste e interpretate da chi guarda e non c’è un narratore onnisciente nel romanzo, o meglio, ogni tanto questi appare per raccontarci l’origine di questa famiglia di nuovi ricchi che si sono fatti da sé con il sudore della fronte- prima di tutti del bisnonno che aveva attraversato il golfo del Bengala per fare lo scaricatore del porto in Malesia, riuscendo a far studiare il figlio che aveva ottenuto un posto di impiegato nella compagnia marittima di Ipoh.
Il nipote Raju, infine, era diventato un brillante avvocato: è lui il capofamiglia, di cui si parla per lo più come Appa, cioè papà. Il punto di vista di quello che succede tra il 1979 e il 1980 è quello di una bimba di sei anni, Aasha, ultima figlia di Raju e Vasanthi, Appa e Amma per l’appunto. Una figlia arrivata per caso ben dodici anni dopo la molto amata primogenita Uma e sette anni dopo l’atteso erede maschio Suresh. Una ‘bambina-che-aspetta-scruta-ascolta’ perché è molto sola, adora la sorella maggiore, ne implora l’attenzione. L’amichetta che si è inventata e con cui parla, come fanno spesso i bambini soli, non è di pura fantasia: è il fantasma della bambina che aveva qualche diritto ad abitare nella casa dove ora vive Aasha, perché era la figlia illegittima del proprietario precedente, trascinata in un suicidio-omicidio dalla madre abbandonata. Preeta Samarasan gioca di abilità nel non essere troppo esplicita. In qualche maniera- parlando di Raju e Vasanthi come di Appa e Amma, o dello zio, il fratello del padre, come dello zio Sala-da-ballo, o della domestica come di Chellamserva (tutto in una parola)- noi capiamo di osservare una scena di cui le fila della regia sono tirate dalla bambina, ma non ne siamo mai certi, anche perché a tratti, per ricostruire il passato del corteggiamento dei genitori, o delle rivolte dei malesi contro i cinesi e gli indiani, il punto di vista chiaramente cambia, facendosi più obiettivo, pur se sempre soffuso dell’alone di memoria familiare.

      Due partenze segnano l’inizio e la fine del libro, di due ragazze coetanee e lontanissime nella scala sociale: Uma parte per frequentare l’università in America, ed è una partenza che è pure una fuga- da chi e da che cosa, lo sapremo leggendo; la serva Chellam, assunta per badare alla vecchia e dispotica nonna, lascia la Grande Casa color blu pavone (una casa che, se avesse la voce, potrebbe raccontare tante cose) per ritornare nel suo villaggio- perché se ne vada coperta di ignominia è uno dei tanti segreti del romanzo che ci ricorda, in questo filone, Espiazione di Ian McEwan. E dietro a questi due viaggi, c’è tutta la storia di famiglia, altalenante nel tempo, ricca di aneddoti, di speranze (di Amma), di delusioni (di Amma e di Appa), di insuccessi (di Appa), di piccole crudeltà quotidiane (di Paati, la suocera e nonna), di tradimenti (di Appa). A bilanciare questa narrativa principale, ci sono altre due famiglie, quella d’origine di Amma (con l’egoista madre che si è reclusa in una stanza) e quella di Chellam (con il padre ubriacone che si appropria ogni mese del salario della figlia). Famiglie, famiglie, famiglie. Che cosa scriveva Tolstoj in Anna Karenina a proposito delle famiglie? Che le famiglie felici si assomigliano e che quelle infelici sono infelici ognuna a modo suo? Nel romanzo di Preeta Samarasan è l’infelicità, diversa per ognuna, che  accomuna le famiglie e dà alle sue figlie il desiderio di scappare?  
  Stilos ha intervistato Preeta Samarasan, invitata alla Fiera del Libro di Torino per partecipare alle iniziative di Lingua Madre, incontri che hanno come valori di riferimento le idee di Memoria, Oralità e Lingua.

Parliamo prima di tutto del bel titolo, Tutto il giorno è sera: da dove viene? E qual è il significato metaforico del titolo riguardo alla storia raccontata nel romanzo?
     Il titolo deriva dalla poesia classica citata nell’epigrafe del romanzo: è una poesia che parla del tempo, di come il tempo sia relativo, di come, quando si aspetta qualcosa o qualcuno, il tempo si allunghi, sembra sempre che ci metta così tanto per arrivare, per verificarsi. E di come sia possibile che l’inizio sembri la fine e la fine sembri l’inizio. E’ questo il significato metaforico per il romanzo: l’idea che il tempo è relativo e l’inizio può parere la fine e viceversa.

Dalla Malesia agli Stati Uniti: sembra che Lei abbia percorso lo stesso itinerario di Uma. Uma è partita per studiare biologia ma intendeva recitare in teatro. Lei ha studiato musicologia ed è diventata scrittrice. Quanto di sé ha messo in Uma?
    Molto poco, in realtà. Negli anni ‘80 e ‘90 per i giovani malesi di origine indiana o cinese era piuttosto comune andare via, andare all’università negli Stati Uniti, perché non avevano la possibilità di studiare in Malesia. Direi che questa è l’unica cosa che ho in comune con Uma. Il personaggio più simile a me è quello della bambina Aasha, non Uma. Naturalmente non ho in comune con Aasha i fatti del romanzo, ma entrambe amiamo guardare gli altri. Anche io sono più una che osserva che una che parla. Ero una bambina che, come Aasha, osservava: naturalmente le circostanze sono interamente inventate, non so come avrei reagito io in quelle circostanze.


Anche Lei appartiene ad una famiglia indiana che è emigrata in Malesia? Qual è la storia della sua famiglia?
     Sì, anche la mia famiglia è di origine indiana. Da parte di mio padre furono i nonni ad emigrare dal sud dell’India. Mentre mio padre cresceva, avevano ancora delle proprietà in India, ora però non abbiamo più nessun contatto con la famiglia in India. I genitori di mia madre, invece, sono nati in Malesia e l’immigrazione risale a molto più tempo indietro: furono i bisnonni di mia madre ad emigrare in Malesia.

Lei descrive un paese multietnico: come è la situazione adesso? E’ ancora un luogo dove la gente di diverse origini e diverse religioni convive pacificamente?
     La Malesia è un luogo dove gente di origine diversa vive insieme, ma non sempre in maniera pacifica. La Malesia non appare nelle notizie perché non accade niente di così violento come in Rwanda, o in Pakistan, o in India. Ma c’è molta tensione sotto la superficie, molta inimicizia fra i diversi gruppi.

Queste persone di origini diverse hanno le stesse opportunità di lavoro?
     Assolutamente no. Il governo favorisce i malesi: i malesi hanno più opportunità degli indiani e dei cinesi. Ecco perché questi vanno a studiare all’estero. La legge favorisce i malesi in tutto, dall’istruzione al lavoro, agli alloggi.

Nel romanzo Lei accenna anche- nella storia del precedente proprietario della Grande Casa- all’indipendenza della Malesia: l’indipendenza dalla Gran Bretagna è stata meno traumatica di quanto lo è stata per l’India?
    E’ stata meno violenta, c’è stata una transizione pacifica all’indipendenza. I problemi sono venuti dopo, perché, dopo, la Malesia è stata incapace di darsi un governo democratico. Quest’anno si festeggeranno i 53 anni di indipendenza dalla Gran Bretagna, ma il paese è ancora incapace di trovare un modo di vivere e di praticare una vera democrazia: non c’è libertà di stampa, né libertà di espressione o di parola. Il passaggio all’indipendenza è stato meno traumatico, ma per evitare la violenza sì è repressa la libertà.


Ha pensato alla lezione di Henry James quando ha adottato la soluzione narrativa del punto di vista?
     No, non pensavo a lui, anzi, è interessante che Lei lo citi. In realtà, se avevo qualcuno in mente, era Virginia Woolf.

E perché scegliere il punto di vista di una bambina di sei anni? Che possibilità narrative Le dava?

     Quando ho iniziato il romanzo, non pensavo a nessuna possibilità. Ho scelto il punto di vista di Aasha perché mi piacciono le storie di bambini messi in situazioni difficili, come il romanzo The go-between di Hartley, ammirato anche da Ian McEwan. Sono attratta dai bambini che cercano di interpretare il mondo degli adulti- anche io ero così. Le possibilità che mi dava il punto di vista di una bambina era che ci si deve mettere ad altezza di bambino e chiedersi la spiegazione di tutto quello che accade. Puoi farti domande su tutto quello che il mondo degli adulti dà per scontato, devi cercare di ricostruire il mondo per un bambino.

Dapprima noi simpatizziamo con Vasanthi e ci sentiamo imbrogliati, proprio come Raju. Ha usato il punto di vista di Raju per mostrarci, all’inizio, una Vasanthi più simpatica? Oppure Vasanthi cambia con il cambiare della sua vita?
     Entrambe le cose: cercavo di mostrare che nessuno è interamente buono o cattivo, tutti abbiamo come delle crepe, tutti abbiamo un lato buono e un lato cattivo, una parte di cui non siamo orgogliosi. Le persone cambiano e c’è sempre un motivo. Quando cerchiamo di capire i comportamenti di una persona e veniamo a conoscere il loro passato, arriviamo a concludere che, va bene, quella persona non ci piace, ma riusciamo a comprendere perché sia diventata così.

Noi lettori siamo altrettanto delusi da Amma e da Appa. Forse il personaggio più coerente e più simpatico si rivela essere lo zio Sala-da-ballo: la lezione da imparare è che non dovremmo mai credere alle apparenze?
     Penso proprio di sì: voglio che il lettore metta in dubbio le apparenze. La bontà e la redenzione giungono da dove non ce le aspettiamo.

Ci resta la curiosità di sapere il futuro di Uma e di Aasha e della serva Chellam: ci sarà un secondo romanzo con questi personaggi?
    No, non ci sarà un secondo romanzo. Non volevo un romanzo come quei brutti film che hanno un finale felice, volevo lasciare il lettore nell’incertezza. Il libro si chiude con Appa che dice che negli Stati Uniti può succedere qualunque cosa, puoi arrivarci in pezzi e l’indomani ritrovarti intero. Questo è quello che Appa vorrebbe credere, ma il lettore non ci crede, non è possibile. E’ Appa che vuole convincersi che è così, perché gli è più difficile credere di aver rovinato tutto per la sua famiglia.

Recensione e intervista sono state pubblicate sulla rivista Stilos




                                                                          

lunedì 15 ottobre 2018

Alessia Gazzola, “Il ladro gentiluomo” ed. 2018


                                                Casa Nostra. Qui Italia
cento sfumature di giallo


 Alessia Gazzola, “Il ladro gentiluomo”
Ed. Longanesi, pagg. 304, Euro 15,81


  Ci sono degli scrittori che creano dipendenza, ci sono dei personaggi a cui è impensabile dire ‘addio’, non saperne più nulla. Faccio il nome di Elizabeth Jane Howard con la sua saga dei Cazalet per citare una scrittrice della mia amata letteratura inglese e quello di Alessia Gazzola per restare in Italia. Evviva: è tornata Alice Allevi! Non è più la giovane e goffa specializzanda in anatomopatologia, il suo amore tra alti e bassi per il bel Claudio Conforti sembra essersi assestato in una felice convivenza quando arriva il colpo basso dell’eterna nemica di Alice. Non è che la temuta Wally è invidiosa della spumeggiante dottorina ed è per questo che la esilia nel Nord Italia con il pretesto di aver esaudito una richiesta specifica di Alice, fatta in un momento di crisi?
    Ecco, proprio adesso che tutto va per il meglio, che una nuova vita sta per iniziare per Alice a fianco del vagheggiato Claudio, Alice deve trasferirsi a Domodossola che sarà anche una cittadina graziosa con un passato glorioso come capitale della Repubblica Partigiana dell’Ossola, ma che freddo fa mai a Domodossola? Gelo nel cuore per la lontananza dall’amato e temperatura sotto zero a cui Alice non è abituata.


Oltretutto, a mo’ di benvenuto, deve subito occuparsi di un’autopsia: un operaio di nazionalità ucraina è morto cadendo dalla finestra di una villa. Un tentativo di furto andato male. O andato bene? Perché, facendo l’autopsia, Alice trova una gemma preziosa che il ladro deve aver inghiottito per nasconderla. Un diamante con una luce rosata, grande e straordinario- il suo valore è chiaro anche a chi non è mai entrato da Tiffany e Alice si appresta a consegnarlo nelle mani di un ufficiale giudiziario. Ma…e questa volta Alice ne combina una grossa, quasi peggio della volta che ha perso un cadavere, di certo peggio di quando ha rotto il tavolino della Wally. Perché Alice affida il gioiello all’uomo in divisa che suona alla sua porta e che le mostra il tesserino di identità con un nome altamente improbabile su cui Alice non si sofferma, distratta com’è dalla presenza di Claudio, arrivato per passare con lei il fine settimana. Va da sé che il diamante rosato che ha anche un nome- Beloved Beryl- scompare di nuovo. Già, di nuovo perché era stato rubato un’altra volta e la famiglia aveva incassato i soldi dell’assicurazione. Come mai era di nuovo in loro possesso? E comunque, di lì a poco, muore il marito della proprietaria del Beloved Beryl.
Mi fermo qui, vi assicuro che il romanzo procede con ritmo incalzante, tra sorprese e colpi di scena che riguardano sia il filone ‘giallo’ sia il filone ‘rosa’ delle vicende personali di Alice. Perché questa continua ad essere la carta vincente di Alessia Gazzola, il saper mescolare i due, anzi i tre colori così abilmente e con grande eleganza- il giallo con un pizzico di macabro noir e il rosa che non è mai sfacciato, non è mai (usando la tavolozza dei colori) un rosa fucsia che potrebbe infastidire, piuttosto un rosa cipria che piace perché raffinato. La narrativa della vicenda di furto con delitto ha dei momenti di pausa in cui si inserisce la seconda narrativa- il dosaggio è così perfetto che il nostro interesse non cala mai sul filo della tensione dell’una e dell’altra, perché entrambe ci riserbano sorprese. E, altro merito di Alessia Gazzola, i suoi personaggi ‘crescono’, cambiano, maturano. Cambiano le prospettive di lavoro, cambiano i sentimenti, diventano più profondi a prezzo della sofferenza, perché la vita non fa sconti a nessuno e la crescita personale passa attraverso il dolore.

     C’è anche un cambiamento di scena, ne “Il ladro gentiluomo”. Non più Roma, ma Domodossola ed è bello il tocco gentile con cui la scrittrice descrive la cittadina, ce ne fa apprezzare i meriti discreti che hanno il loro fascino un po’ fuori moda, ‘via dalla pazza folla’.
    Brillante (è il caso di dirlo), ricco di humour con qualche lacrima, con citazioni intriganti all’inizio di ogni capitolo, ancora una volta Alessia Gazzola non ci ha deluso.

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il 25 ottobre, su Raiuno, la seconda stagione della serie



sabato 13 ottobre 2018

Tash Aw, “Miliardario a cinque stelle” ed. 2018


                                                          Voci da mondi diversi. Asia
                                                               romanzo 'romanzo'



Tash Aw, “Miliardario a cinque stelle”
Ed. Fazi, trad. G. Marano, pagg. 525, Euro 17,00


      Di Shanghai potremmo dire quello che scriveva Yeats nella poesia “Navigando verso Bisanzio”, Questo non è un paese per vecchi. No, di certo Shanghai, capitale del nuovo capitalismo cinese così come Bisanzio era per Yeats capitale del cristianesimo orientale, non è una città per vecchi. Anzi, è una città che distrugge tutto quello che ha sapore di vecchiaia e antichità per sostituirlo con un nuovo scintillante,come il fulgido panorama di Pudong con i suoi grattacieli. “A Shanghai va così. Dicono che abbia le dimensioni di una piccola nazione, ma non è vero, è più grande, è quasi un continente intero, con un cuore profondo e sconosciuto come le foreste dell’ Amazzonia e vasto e selvaggio come i deserti africani. Le persone vanno lì come esploratori, ma presto spariscono; svaniscono senza lasciare traccia, e nessuno li ricorda.” Il romanzo “Miliardario a cinque stelle” dello scrittore malese Tash Aw è ambientato a Shanghai- anzi, Shanghai ne è il personaggio principale insieme agli altri, tutti immigrati che hanno fatto fortuna prima di precipitare ‘senza lasciare traccia’.

     Justin CK Lim, di una famiglia di immobiliaristi, Yinghui (suo padre era ministro, lei è un’imprenditrice), Gary, cantante pop, Phoebe che dirige una spa e Walter Chao, unico personaggio che parla in prima persona e che ha scritto sotto pseudonimo una sorta di autobiografia di miliardario a cinque stelle ricca di suggerimenti per come fare per arricchirsi- sono questi i protagonisti del romanzo di Tash Aw che si alternano sulla scena. Hanno un passato molto diverso- poverissimi Gary, Phoebe e Walter Chao, una grande tragedia alle spalle di Yinghui che una volta disdegnava soldi e cifre, un destino prestabilito per Justin come erede dei successi economici del padre nonostante fosse un figlio adottivo. All’insaputa l’uno dell’altro le loro vite si intersecano, a volte gli stessi avvenimenti vengono presentati da diversi punti di vista, tutti loro hanno in comune una grande solitudine interiore, il peso di vivere in una società in cui tutto è contraffatto e loro stessi lo sono.
Il migliore esempio ne è Phoebe la cui stessa identità è falsa. Era un’immigrata clandestina ma è riuscita a rubare, del tutto casualmente, una carta di identità ed è diventata qualcun altro. Phoebe che studia i manuali di auto-aiuto per costruirsi secondo un’immagine che possa attrarre un uomo facoltoso, che compera il miglior falso di una borsa LV e riesce a ingannare talmente bene un potenziale corteggiatore che questi le ruba la borsa pensando sia originale, che passa ore a chattare online in quel mondo virtuale che è ideale per chi non vuole scoprirsi, che ormai è un mondo parallelo che ha sostituito quello della realtà. Tutti i personaggi, dopo aver raggiunto l’apice di questo successo su basi non solide, sono precipitati in rovina, solo Gary riuscirà a risalire la china rinunciando al sé che gli era stato costruito addosso. E, mentre una Shanghai rutilante di luci non si ferma mai nella sua corsa verso un futuro senz’anima, mentre si acuisce la nostalgia per una vita più semplice ormai quasi dimenticata in Malesia, il romanzo- quasi a nostra insaputa, sorprendendoci anche se avremmo dovuto vederne le tracce- diventa una storia di vendetta consumata molto a freddo, elaborata e costruita nel tempo.

    Tash Aw è un maestro di stile. Il suo passo è misurato, l’abilità con cui intreccia le sue trame- come la tela di un ragno- è grande. Il suo libro è geniale, ci irretisce, non ha niente della faciloneria dei best-sellers. E, nonostante tutto, cadiamo anche noi nella trappola di Shanghai- ci piace camminare con i personaggi da un lato e dall’altro del Huangpu, guardando gli edifici storici del Bund o i nuovi grattacieli di Pudong.

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martedì 9 ottobre 2018

Sujata Massey, “Le vedove di Malabar Hill” ed. 2018


     Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America/India
                                             cento sfumature di giallo


Sujata Massey, “Le vedove di Malabar Hill”
Ed. Neri Pozza, trad. Laura Prandino, pagg. 442, Euro 18,00

     Bombay 1921. La ventitreenne Perveen Mistry lavora nello studio legale del padre, un insigne avvocato. I Mistry sono una famiglia parsi, seguace di Zoroastro e di origine iraniana. Perveen, con una laurea in legge a Oxford, oltre ad avere la funzione di procuratore legale, affianca il padre come segretaria, traduttrice e contabile- lei stessa non può apparire in tribunale, la legge indiana non ha ancora aperto questa strada alle donne. Eppure, come si vedrà in questo primo romanzo di una serie che promette di essere intrigante, proprio il suo essere donna le permetterà di avvicinare e mettersi al servizio di donne che non avrebbero altrimenti possibilità di comunicazione e di difesa.
     La vicenda sembra iniziare come un caso legale. Lo studio Mistry deve occuparsi dell’esecuzione testamentaria di un cliente musulmano che ha lasciato tre vedove. Le tre mogli sono purdanashin, cioè vivono in totale isolamento: l’unico uomo che poteva vederle era il marito, con gli altri possono parlare solo attraverso il jali, la grata di marmo o di ferro che le protegge dagli sguardi maschili. Studiando i documenti Perveen si insospettisce: è possibile- come dice una lettera scritta in inglese dall’amministratore dei  beni di famiglia- che le tre vedove siano tutte consenzienti a rinunciare alla rendita che spetta loro a favore di un fondo di beneficienza? Come faranno a mantenersi, dopo? Anche le firme delle donne sono sospette, considerando che, in un documento precedente, una delle tre aveva firmato con una croce. Ecco perché viene utile che Perveen sia l’unica donna avvocato di Bombay, l’unica che possa essere ammessa alla presenza delle vedove di Malabar Hill. Poco dopo il primo incontro, però, e dopo il primo ‘scontro’ con lo sgradevole e prepotente amministratore, è la stessa Perveen a trovare il corpo senza vita di quest’ultimo: Mr. Mukri è stato ucciso con uno stiletto.

     Originale, coinvolgente, intelligente e interessante- “Le vedove di Malabar Hill” di Sujata Massey (padre indiano, madre tedesca, nata in Inghilterra ed emigrata negli Stati Uniti con la famiglia all’età di cinque anni) è tutto questo. Perché ci sono in realtà due storie, entrambe ricche di suspense, nel romanzo. Una è quella delle vedove di Malabar Hill e abbiamo il privilegio di entrare con Perveen nello zenana, le stanze riservate alle donne che osservano il purdah, di constatare con stupore quanto poco sappiano le purdanashin del mondo esterno e di cercare di capire le correnti di gelosia e di rivalità nel dover dividere le attenzioni del marito. In una bambina, figlia della prima moglie, nel suo desiderio di parlare inglese e nella sua curiosità vivace avvertiamo la fine non lontana di questa clausura così limitante e mortificante per le donne.
Taj Mahal Palace Hotel
   L’altra storia è quella personale di Perveen- è raccontata in capitoli che portano la data del 1917. E’ una storia minore ma altrettanto importante- una Perveen diciannovenne che ha abbandonato la facoltà di legge perché vittima di pesanti scherzi da parte dei compagni (tutti uomini, Perveen è stata ammessa alla frequenza grazie alla posizione del padre) si innamora del cugino di un’amica. Sembra un amore senza speranza. In India sono i genitori che combinano i matrimoni, il fratello maggiore di Perveen deve sposarsi prima di lei, Cyrus Sodawalla è di Calcutta, ci vorrebbe tempo per raccogliere informazioni sulla sua famiglia. A suo favore che sia un parsi, come Perveen. L’amore è cieco, i genitori acconsentono, la storia di questi Romeo e Giulietta sembra avere un finale felice con il fastoso matrimonio a Calcutta. Ma…
     La vicenda di Perveen e Cyrus ci svela un altro mondo chiuso di un’arretratezza impensabile. La stanzetta in cui Perveen viene relegata nei giorni ‘impuri’ è una prigione che lascia indovinare dell’altro, impossibile da sopportare.

E allora, mettendo insieme i due filoni, “Le vedove di Malabar Hill” è molto di più di un ennesimo thriller con folklore indiano. E’ un capitolo della storia delle donne e delle difficoltà che hanno dovuto (e che devono) superare in un mondo che appartiene agli uomini. L’ambientazione, poi, soprattutto quella di Bombay che spazia dai quartieri esclusivi alle zone del porto, ha il ‘colore’ giusto che non infastidisce. Anzi, tutt’altro.

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