lunedì 30 aprile 2018

Fitzgerald e Greer, Benjamin Button e Max Tivoli - 2009


                                               Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America


 Fitzgerald e Greer, Benjamin Button e Max Tivoli 

    Esce nelle sale cinematografiche il film “Il curioso caso di Benjamin Button”, diretto da David Fincher, con Brad Pitt e Cate Blanchett come attori protagonisti, e le pagine dei giornali si riempiono immediatamente di fotografie, si fa un gran parlare del soggetto insolito e intrigante: Benjamin Button nasce vecchio, con l’aspetto di un vecchio, le limitatezze fisiche di un vecchio, ma anche gli interessi culturali di una persona in là con gli anni. Eppure per l’anagrafe è un bambino, quando avrà l’età scolare dovrà frequentare le elementari e seguire tutto l’iter di un qualsiasi ragazzino. La storia di Benjamin Button è tratta da una breve novella di Francis Scott Fitzgerald, “The curious case of Benjamin Button”, scritta nel 1922, appena pubblicata in italiano dalla casa editrice Donzelli con le illustrazioni di Calef Brown e da Guanda sotto forma di graphic novel, adattata da Nunzio de Filippis e Christina Weir e illustrata da Kevin Cornell. E tuttavia la stessa storia è contenuta pure nel romanzo di Andrew Sean Greer, “Le confessioni di Max Tivoli” (Adelphi,  2004 ).

    Fitzgerald aveva detto che l’idea gli era venuta da un’osservazione di Mark Twain- come sarebbe bello poter vivere da giovani l’intensità delle esperienze e delle emozioni che si sperimentano quando invece si è in là con gli anni. Un poco come dice il bel titolo del romanzo di Doris Lessing, “Se gioventù sapesse, se vecchiaia potesse”. Conosciamo bene la vita bruciata di Francis Scott Fitzgerald, le pressioni economiche- pagare la retta della clinica in cui era ricoverata la moglie Zelda, quella delle scuole della figlia Scottie…- che lo obbligavano a ‘produrre’ e a guadagnare: copioni di film, novelle brevi, a volte solo abbozzate, a scapito di romanzi che non furono mai terminati, come “Gli ultimi fuochi”. La storia di Benjamin Button è contenuta in cinquanta pagine scritte a caratteri grossi, si legge in mezz’ora e abbiamo l’impressione di una scrittura frettolosa, proprio solo di un abbozzo di storia, anche se geniale.

    Lo scrittore americano Andrew Sean Greer riprende la storia del vecchio neo-nato e la sviluppa con bel altro spessore, facendone un romanzo di  315 pagine. Cambiando, prima di tutto, il dettaglio un poco assurdo nell’assurdità della vicenda, di Benjamin che viene al mondo con le ‘dimensioni’ di un vecchio e lascia penzolare grottescamente le gambe fuori della culla. Max Tivoli è un neonato grinzoso a cui la nonna regala una medaglia che sarà per lui memento continuo della sua futura morte: è facile fare un conto alla rovescia dalla presunta età che il suo fisico mostra alla nascita- se è nato nel 1871 e pare un vecchio di 70 anni, morirà nel 1941. Fitzgerald racconta semplicemente (accentuando il lato ridicolo della faccenda) la storia di un percorso all’indietro verso la beata incoscienza neonatale che, in questo caso, prelude alla morte, inserendo, nel mezzo, la difficoltà della frequenza scolastica, la guerra di fine ottocento contro la Spagna, e poi il matrimonio (lui ha il fascino del cinquantenne anche se ha l’età della giovane moglie), il disamore mentre lui ringiovanisce e la moglie invecchia. Greer, invece, scava nel dramma di Max Tivoli, nel suo non avere mai- tranne che per un breve arco di anni centrali-  piena corrispondenza tra l’età interiore e quella esteriore. E allora anche l’amore diventa una trappola: come può un vecchio che però ha sedici anni, ad esempio, corteggiare una coetanea? penseranno che sia un pedofilo…Max Tivoli è un eroe tragico, Benjamin Button è un eroe lievemente comico- o almeno, Fitzgerald lo immagina in situazioni che ci fanno sorridere, pur essendo molto schematiche.

    Con tutto il rispetto verso un grande scrittore come Fitzgerald, che ammiriamo e amiamo molto, dobbiamo dire che, in un confronto tra la sua novella del 1922 e il romanzo di Greer del 2004, è quest’ultimo che si aggiudica la palma del vincitore. Peccato però che l’idea non sia del tutto sua. Peccato che Fitzgerald avesse scritto ottant’anni prima la storia dell’uomo che nasce vecchio e ringiovanisce.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it



sabato 28 aprile 2018

Michel Déon, “Pony selvaggi” ed. 2018


                                                      Voci da mondi diversi. Francia
                                                   romanzo 'romanzo'

Michel Déon, “Pony selvaggi”
Ed. e/o, trad. A. Bracci Testasecca, pagg. 510, Euro 16,15


       I pony selvaggi che danno il titolo al libro compaiono per la prima volta in una lettera di Georges Saval all’amico che è anche l’io narrante che sta scrivendo un libro su di loro stessi, gli amici che si erano incontrati nel 1938 a Cambridge,- loro due (‘i francesi’) e Barry e Horace detto Ho e Cyril. Georges vede i pony dalla finestra di una locanda nella New Forest e lo incantano. Galoppano nella bruma argentea dell’alba, nitriscono e trottano via sparendo nella foresta. “Sono i primi pony selvaggi che vedo in vita mia e forse gli ultimi. Stiamo andando verso un mondo in cui ci saranno sempre meno pony selvaggi”, dice Georges alla ragazza che lo attende tra le lenzuola. E che poi morirà, perché questi sono gli anni di guerra e la vita è attaccata ad un filo. E i pony selvaggi- che ritroveremo, non a caso, alla fine, quando Georges si è comprato due pony dopo essersi trasferito a vivere in Irlanda- diventano un simbolo di bellezza e di libertà, di tutto quello che la guerra finirà per distruggere.

     E’ la storia di cinque amici in un tempo che va dagli anni ‘30 agli anni ’70 del ‘900- tutto il mondo fa da sfondo alle varie vicende, Inghilterra e Francia, Italia e Grecia, Yemen e Russia, Algeria e Israele. E ci rendiamo conto, seguendoli, di come ci sia sempre qualche guerra in qualche angolo del mondo, di come non si smetta mai di combattere. E quando c’è una pausa nei conflitti tra gli stati, si accendono le guerre interiori, quelle dei sentimenti, tra uomini e donne, tra amico ed amico.
     Impossibile e inutile provare a dare un’idea della ricchezza della trama, tra bravate di tipo goliardico (il furto di un quadro dagli Uffizi), tragedie di guerra (la ritirata di Dunkerque dove muore Cyril- è stato Barry a dargli il colpo finale?), imprese di spionaggio e controspionaggio (Ho sarà arrestato dai russi dopo aver provato a passare il confine con la moglie), reportages giornalistici di Georges, ideali politici che si smitizzano nel tempo, amori, tanti e di diverso tipo, soste incantate nelle isole della Grecia.

    Un vecchio professore (quello che gli ha fatto amare la poesia, quello che poi si ritira a vivere a Galway e lascerà la sua casa in eredità a Georges) mantiene i contatti con loro, sembra quasi che sia lui a tirare le corde dell’amicizia- era lui che li aveva fatti giurare “di rifiutare destini mediocri e di volare gli uni in soccorso degli altri quando servirà”. La narrativa è a tratti interrotta dalle lettere, del professore o di Georges o di uno degli altri amici, e non possiamo non rimpiangere il tempo in cui si scriveva una lettera invece di un breve messaggio, con tutte le possibilità di divagare e di esplorarsi.
E poi, oltre ai cinque amici, ci sono figure di donne memorabili nel romanzo. Sarah, che Georges ha conosciuto come bambina ebrea rifugiata in Inghilterra e che sposa e che amerà per sempre, lasciandola libera di inseguire i suoi tormenti, di cacciare un uomo dopo l’altro, per un patto stretto tra di loro quando Sarah si era scoperta incinta. Delia, la sorella di Cyril nata pochi giorni dopo la sua morte, che sembra la reincarnazione di Cyril e vive per sapere la verità sulla fine del fratello. Chrysoula, la grossa puttana del Pireo- non si capisce come Barry abbia potuto innamorarsi di lei. Un amore fatale, peraltro. Anna Ivanovna, la moglie di Ho che si lascerà conquistare dal capitalismo. E’ questa folla di personaggi che passano sul palcoscenico del romanzo ad affascinarci, per la loro varietà e molteplicità di sfumature.
     “Pony selvaggi” è il primo dei romanzi di Michel Déon (1919-2016) che la casa editrice e/o inizia a ripubblicare, un romanzo traboccante della vita di mezzo secolo, con il gran pregio di un linguaggio ricco e fluido che però può trovare anche il suo unico difetto proprio nella sua stessa abbondanza di parole.



Peter Carey, “Furto. Una storia d’amore.” ed. 2007


                                             Voci da mondi diversi. Australia
                                                                love story

Peter Carey, “Furto. Una storia d’amore.
Ed. Feltrinelli, trad. Vincenzo Mantovani, pagg. 292, Euro 16,00


Ero un uomo quasi decente la sera in cui io e Marlene avevamo parlato a Bellingen. Ma alla disgustosa mostra di Stewart Masters ero sbronzo, barca con le scotte al vento sballottata dalle onde, e ogni cosa sulla quale posavo lo sguardo mi sembrava falsa, artefatta, nauseante come dei lustrini sulla porta di un cesso, ma poi eccolo là: occhi socchiusi, labbra tumide, e quelle due cavità color miele sopra le clavicole. Sorrise e i suoi occhi diventarono due fessure mentre mi dava la mano e io pensavo: quel Leibovitz del cazzo l’hai rubato tu.


     “Furto. Una storia d’amore.”: un titolo e un sottotitolo, nel nuovo romanzo dello scrittore australiano Peter Carey,  che si aprono a più di un’interpretazione. Da quella più ovvia, secondo cui si tratta del furto di un quadro e della storia d’amore tra il pittore Michael “Butcher” Boone e la bionda Marlene Leibovitz, già nuora del grande pittore Leibovitz, ad altre che possono essere ugualmente valide e arricchiscono la nostra comprensione del libro- furto di affetti, o di tecniche pittoriche, o della fiducia altrui; amore fraterno, o amore per l’arte o per la vocazione di una vita. O, paradossalmente, per il denaro.
    Il racconto del furto e della storia d’amore è affidato a due voci narranti, di Michael Boone e di suo fratello Hugh. Michael soprannominato “Butcher”, ‘macellaio’, perché questo era il lavoro del padre e quello che ci si aspettava da lui, e Hugh, il fratello ritardato, il gigantesco Idiot savant che ci richiama alla mente altri personaggi simili della letteratura, dal lento Lennie di “Uomini e topi” di Steinbeck (anche Hugh, come Lennie, non sa misurare la sua forza e la frattura del metacarpo del dito mignolo è come una firma del suo intervento- purtroppo rilevante nella trama) al tragico e incoerente Benji nel capolavoro di Faulkner “L’urlo e la furia”. Cinque anni prima Michael era un pittore famoso, poi c’è stata la separazione dalla moglie che si è tenuta tutti i suoi quadri nonché il loro figlio, Michael ha cercato di portarle via i quadri ed  è finito in carcere. Aggiungiamo a tutto questo un debole per l’alcool, e ora Michael è alloggiato in una fattoria a nord di Sydney, messagli a disposizione da un suo collezionista. A lui e a Hugh, naturalmente, perché dovunque c’è Michael c’è pure Hugh.
E poi, un giorno, attraverso la cortina di pioggia appare questa donna, Marlene, con le scarpe in mano. Cerca la casa del loro vicino, un uomo che ha un Leibovitz. Che cosa abbia in mente l’affascinante Marlene lo scopriremo a poco a poco dal racconto di Michael che, tutto sommato, è ingenuo quanto il fratello e ha sempre e solo una visione parziale di quello che sta accadendo- lui dipinge come un forsennato, quadri giganteschi che lei riesce a fargli esporre in una galleria in Giappone. Perché mai il Giappone? E non è alquanto strano che ci sia un acquirente per tutti i suoi quadri, prima ancora che vengano esposti? Dal Giappone a New York, con Marlene che si arrampica sulle scale antincendio, che sa usare il piede di porco, che ha un’attrezzatura da fare invidia ad un ladro. E tutta una storia di veri e falsi quadri del grande Leibovitz, di cui lei ha sposato il figlio. Il quale è l’unico che ha il droit moral di autenticare i quadri del padre. Si parla di milioni di dollari, vale la pena di rischiare per queste cifre. Magari anche di uccidere.

    Da Michael ascoltiamo questa storia complessa, con un linguaggio esuberante capace di passare da un tono rudemente poetico ad uno spontaneamente sboccato (non c’è quasi pagina senza parolaccia), da Hugh apprendiamo una versione personalizzata della vicenda, perché il grosso Hugh ha solo il fratello e se stesso come punti di riferimento. E naturalmente il linguaggio di Hugh è basilarmente semplice, a volte con storpiature (e sarebbe interessante poterlo confrontare con l’originale per capire meglio il grado di handicap di quest’uomo che ha il cuore grande come le sue manone). E ci viene in mente un ultimo raffronto, con uno dei due gemelli del romanzo “The solid mandala” del premio Nobel australiano Patrick White e con l’opera stessa di White. Perché ci pare che quello che caratterizza la letteratura australiana sia una potenza grandiosamente selvaggia, un’originalità e una forza creativa dell’immaginazione che non ha uguali nella narrativa degli altri paesi.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it



venerdì 27 aprile 2018

Keigo Higashino, “Il sospettato X” ed. 2013


                                                                 Voci da mondi diversi. Asia
     cento sfumature di giallo
     il libro dimenticato

Keigo Higashino, “Il sospettato X”
Ed. Giunti, trad. S: Rota Sperti, pagg. 336, Euro 4,52

     Hanaoka Yasuko credeva di essere riuscita a sbarazzarsi del marito con la separazione. Sperava di aver fatto perdere le sue tracce, cambiando casa e trovando un lavoro in un locale dove si vendeva cibo da asporto. Voleva solo stare tranquilla insieme a sua figlia. Ed ecco che lui era riapparso all’improvviso, forse perché aveva bisogno di soldi. Diceva di voler tornare a stare con lei. Erano volate parole dure, Togashi, il marito, aveva avanzato oscure minacce nei confronti della figlia adolescente di Yasuko, questa era intervenuta per difendere la figlia e aveva finito per uccidere il marito, strangolandolo con il cordone elettrico del kotatsu, il tavolo di legno al centro delle stanze giapponesi. Yasuko e la figlia sono sconvolte e, a questo punto, il vicino di casa, un riservato professore di matematica che madre e figlia conoscono superficialmente, bussa alla loro porta chiedendo se hanno bisogno di aiuto- ha sentito dei rumori e delle voci. Sarà lui a sistemare tutto- sbarazzarsi del corpo, suggerire a Yasuko e a Misato come comportarsi con la polizia che prima o poi certamente si farà viva, come costruirsi un alibi. Perché mai il professor Ishigami fa tutto questo?

      “Il sospettato X” è il secondo romanzo che leggo dello scrittore giapponese Keigo Higashino e vi ho ritrovato, insieme ad alcuni personaggi già conosciuti ne “L’impeccabile”- l’ispettore Kasanagi e il professor Yukawa noto anche con il soprannome di Galileo per la sua genialità-, una cifra stilistica molto personale. In entrambi i libri la situazione è chiara fin dall’inizio, il lettore assiste in diretta all’omicidio, non c’è alcun mistero riguardo all’identità dell’assassino. L’enigma riguarda piuttosto il ‘come’ e il ‘perché’. Sono domande su cui si arrovella la polizia: una volta che è stato scoperto un corpo, peraltro di difficile identificazione, dopo aver seguito i passi di Togashi che li hanno portati al locale dove lavora Yasuko e poi a casa sua, l’unica possibile colpevole è proprio lei, la ex-moglie Yasuko. Che però ha un alibi che pare inattaccabile. Perfino il lettore- che sa- si chiede come abbia fatto Ishigami a far collimare tutto. Perché se ne sia dato la pena, invece, è chiaro: è innamorato di Yasuko, lui che non ha mai degnato una donna di uno sguardo, tutto preso dai suoi problemi matematici. Il caso vuole che l’aiutante non ufficiale della polizia, il professor Yukawa, conosca Ishigami dai giorni dell’università e abbia una enorme stima della sua intelligenza. Ci vogliono due menti affini capaci di seguire gli stessi binari di ragionamento per capirsi, soltanto Yukawa è in grado di vedere al di là degli indizi costruiti ad arte e messi sotto gli occhi della polizia.

      C’è un grande eroe drammatico nel romanzo “Il sospettato X” e, in una qualche maniera, questo professore non giovane, non aitante, chiuso nella solitudine dei numeri, confinato nella routine casa-università, che ad un certo punto ha conosciuto la variante della sosta per comprarsi una lunch-box solo per vedere la donna di cui si è invaghito, ci sembra rappresenti l’alienazione del lavoro di una parte dell’enigmatico popolo giapponese (ma non solo). Nell’ultima pagina, poi, il suo grido straziante davanti all’inutilità del suo sacrificio, ne fa un personaggio uscito da una tragedia di Shakespeare.


     

giovedì 26 aprile 2018

Peter Carey, "La ballata di Ned Kelly" ed. 2002


                                          Voci da mondi diversi. Australia

Peter Carey, “La ballata di Ned Kelly”

 Ed. Frassinelli, pagg. 449, Euro 17,00

Il titolo originale del nuovo libro dell’australiano Peter Carey è “La vera storia di Ned Kelly”, ma Carey stesso ha detto che, di vero, c’è solo il 2% nella storia dell’ eroe fuorilegge Ned Kelly. Forse è allora più indicato il titolo italiano che già suggerisce il sapore popolare di questo libro, che ha il ritmo e la forza del linguaggio parlato, di quei racconti ripetuti da una bocca all’altra, magari aggiungendo un po’ di colore ogni volta, attorno ai fuochi, con i bicchieri in mano. Australia, seconda metà dell’800. E’ una colonia inglese e gli inglesi sono i padroni, quelli che hanno la terra migliore, quelli che espropriano con qualunque pretesto gli agricoltori poveri. Il padre di Ned Kelly era stato deportato dall’Irlanda, e il ragazzo non sa perché. D’altra parte suo padre era morto quando lui aveva 12 anni e Ned si era ritrovato a fare l’uomo di casa e ad aiutare la madre e una nidiata di fratellini. Una vita durissima, a combattere contro la natura inclemente, a difendersi contro le violenze e i soprusi: sappiamo che siamo in Australia perché la terra sconfinata, i fiumi in piena, gli animali e la vegetazione sono australiani, ma, per quello che riguarda i rapporti tra gli inglesi e gli irlandesi, la storia potrebbe anche svolgersi in Irlanda.
I ragazzi Kelly sono cresciuti ascoltando la mamma raccontare le leggende di Deirdre e di Cuchulainn con il suo carro da guerra, e della banshee che è una messaggera di morte. Quella che leggiamo noi è la storia ritrovata in un manoscritto di Ned Kelly che racconta la sua vita alla figlia che non ha mai conosciuto, perché sappia la verità su suo padre, morto per impiccagione a 26 anni. Perché sappia che è stato spinto a fare quello che ha fatto, fino agli assalti finali alle banche e a quello scontro grandioso in cui lui era apparso con un’armatura di ferro costruita con le lame degli aratri.
Ogni capitolo è preceduto da una registrazione del documento indicante il numero di pagine, il tipo di carta su cui è stato scritto e un breve sommario degli avvenimenti. Una vita breve, eppure vissuta così in fretta e con così tante esperienze. Non aveva ancora 16 anni quando aveva ferito un uomo per la prima volta. La prigione a 17 anni. E poi ancora 3 anni di lavori forzati che gli strapparono di dosso “l’ultima speranza di gioventù quando non avevo ancora baciato una ragazza pur avendo l’età per essere sposato”. Un fratello scapestrato. Il tradimento della mamma adorata che sposa un ragazzo della sua età (“avrei potuto essere io”). La mamma in prigione. Scene di inseguimenti, fughe a cavallo, attraversamenti di fiumi in piena, furti di bestiame, una storia western con un personaggio che è il Robin Hood della situazione, l’eroe che ruba ai ricchi per dare ai poveri, che scrive come parla. Un linguaggio vivo, colorato di parolacce, in cui il discorso diretto è riportato senza punteggiatura, e le azioni non sono filtrate da interpretazioni psicologiche.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net





mercoledì 25 aprile 2018

Kawakami Hiromi, “La cartella del professore” ed. 2011


                                                   Voci da mondi diversi. Asia
          love story
          il libro dimenticato

Kawakami Hiromi, “La cartella del professore”
Ed. Einaudi, trad. A. Pastore, pagg. 181, Euro 15,42   

     I romanzi di Kawakami Hiromi hanno una leggerezza che me li fa definire ‘ariosi’, come ho già scritto dopo aver terminato la lettura de “Le donne del signor Nakano”. Kawakami Hiromi è una scrittrice che riesce a tessere una trama come fosse la ragnatela di un ragno- due personaggi, un bar, un ryokan su un’isola: è tutto qui, e noi restiamo irretiti.
    Non succede quasi nulla ne “La cartella del professore”. Tsukiko incontra per caso il suo vecchio professore di giapponese in un nomi-ya dove va sempre a bere saké, caldo o freddo, o magari birra, e a mangiare qualcosa. Lei ha trentotto anni, ne è passato del tempo da quando seguiva le sue lezioni. Lui è anziano, anche se Tsukiko non vorrà mai ammetterlo. E’ lui a riconoscerla.
Lei lo chiamerà sempre ‘prof’, lui la tratta, a volte, come se fosse ancora l’alunna che non sta abbastanza attenta alle lezioni. Non si danno mai appuntamento, si incontrano quando si incontrano, per caso. Tsukiko osserva che hanno gli stessi gusti, ordinano le stesse cose, bevono tazza dopo tazza di saké e quando se ne vanno via, ognuno per conto proprio, sono tutti e due un poco brilli. Parlano pochissimo. Eppure, quando per qualche sera di seguito il professore non si fa vivo, Tsukiko si preoccupa, non vuole ammetterlo con se stessa ma sente la sua mancanza.
    Il centro della vicenda è quando il professore chiede a Tsukiko se vuole partecipare alla festa per il fiorire dei ciliegi- ci saranno gli altri professori, sarà nel giardino della scuola. E lì Tsukiko incontra due persone- una professoressa che era ed è ancora molto bella ed un vecchio compagno di classe. Il professore sembra trovare piacere nella compagnia della professoressa Ishino- è perché si sente un poco gelosa che Tsukiko accetta la corte di Kojima, con cui era già uscita al liceo? Lui è attraente, garbato. Si incontreranno parecchie volte, lui la invita ad andare via insieme due giorni, in un ryokan dove si mangia bene. Tsukiko è tentata, ma tergiversa, poi rifiuta. Piuttosto, quando rivede il professore nel solito nomi-ya, dopo un lungo periodo in cui non lo aveva più visto, è lei, Tsukiko, a chiedere al professore di passare due giorni insieme in un ryokan.

   La storia d’amore raccontata da Kawakami Hiromi è insolita- insolita per i nostri tempi in cui, nella maggior parte dei romanzi, l’uomo e la donna finiscono a letto subito dopo il primo incontro, insolita per la delicatezza con cui la solitudine dell’uno e dell’altra affiora in ogni pagina. A noi lettori capire e interpretare, ognuno a suo modo, il significato profondo di questo amore. Perché Tsukiko non accetti l’amore che le viene offerto dall’uomo che sarebbe più adatto per lei per età, anche se le piace, e si offra invece all’anziano professore. E’ più comprensibile perché questi, che è stato sposato e abbandonato dalla moglie, ricambi, con timidezza, quasi con ritrosia, il sentimento e le esplicite avances di Tsukiko- d’altra parte, la scena centrale, quella della fioritura dei ciliegi in cui il vento fa cadere i petali nelle tazze, era un chiaro simbolo della bellezza effimera e della necessità di goderne al momento.
Anche la cartella da cui il professore non si separa mai, che si identifica con lui e con il suo passato, può essere un simbolo, può dare un significato a questa storia breve come un haiku- uno di quelli che Tsukiko non ascoltava mai durante le lezioni e che ora compone lei stessa insieme al professore.



domenica 22 aprile 2018

Jane Urquhart, “Le fasi notturne” ed. 2018


                                                           Voci da mondi diversi. Canada


Jane Urquhart, “Le fasi notturne”
Ed. Nutrimenti, trad. D. Di Marco, pagg. 336, Euro 16,15

   Alla fine degli anni ‘50 gli aerei che dall’Europa volavano in America facevano scalo all’aeroporto di Gander, in Terranova, per rifornimento di combustibile.  Tamara, partita dall’Irlanda per fuggire da un amore che non avrebbe mai avuto un esito felice, vi resta bloccata per tre giorni a causa della nebbia. Ha tutto il tempo per contemplare il gigantesco murale dipinto da Kenneth  Lochhead, e per ricordare.
    La storia di Tamara è una delle quattro storie raccontate nel romanzo “Le fasi notturne” della scrittrice canadese Jane Urquhart- a volte le storie si sfiorano, a volte scorrono parallele, a volte si intrecciano, con un paio di personaggi presi dalla realtà, il pittore Kenneth Lochhead e il poeta irlandese Kirby e la stessa Tamara, che ha pilotato aerei durante la guerra, è ispirata alla figura di Vi Milstead Warren, pilota canadese parente della Urquhart. Tamara ha nostalgia di quel tempo di azione, disegna i modelli degli oltre quaranta tipi di aereo che ha pilotato, ricorda un primo breve matrimonio e poi quello con l’amico d’infanzia che l’ha portata a vivere in Irlanda dove, rimasta vedova, aveva conosciuto il meteorologo Niall, l’amante da cui si è allontanata.
murale dell'aeroporto di Gander
    Niall e soprattutto suo fratello Kieran sono i personaggi principali del romanzo, segnati dalla tragica morte (suicidio?) della madre. Niall, di nove anni più grande di Kieran, che era abituato a primeggiare, ad essere il figlio brillante che frequentava l’università a Dublino, mentre Kieran aveva interrotto gli studi, preda di attacchi furibondi di rabbia immotivata che solo Gerry-Anne, la donna che veniva a far le pulizie in casa loro, sapeva gestire. E così il padre aveva acconsentito che Kieran andasse a vivere con Gerry-Anne che era riuscita ad insegnargli a fare lavori manuali e perfino a farlo studiare qualcosa. Finché erano apparse le biciclette. Erano apparse dal nulla, appoggiate al muretto, prima una, poi due- erano diventate una dozzina. Erano le biciclette abbandonate dagli uomini che emigravano in cerca di fortuna- non c’è lavoro per nessuno in Irlanda, negli anni ‘50.

      Una gara ciclistica- la famosa Ras Tailteann in otto tappe per più di mille chilometri che attraversa tutta l’Irlanda- è il nodo centrale del romanzo, così come viene raccontata, in terza persona, ma è come se Niall stesse parlando a Tam, per spiegarle il suo senso di colpa. Niall non sapeva che anche suo fratello gareggiasse, non pensava che avrebbe potuto avere la minima possibilità di vincere con quella bicicletta sgangherata. La gara diventa una gara tra due fratelli, ma c’è altro che Niall non sa. Lui, Niall, corre per vincere, perché è sempre stato il primo. Il premio in palio per Kieran è, invece, la fidanzata di suo fratello. Dopo la gara Kieran scompare, arrivano le voci più strane su di lui, su dove sia, inafferrabile come la Primula Rossa. Quando Niall andrà a cercarlo a New York, non lo troverà.

     Questa, sullo sfondo di un’Irlanda descritta da qualcuno che deve amarla molto e conoscerla bene, è la parte più interessante del romanzo, quella che ci coinvolge di più con le sue storie di emigrazione, leggende, natura selvaggia e uomini solitari, e che finisce per essere una storia di rivalità famigliare. Il filone che ha per protagonista Tamara che guarda affascinata il murale è più pallido e quello del pittore Kenneth Lochehad che ha riversato nel murale episodi e incontri della sua vita si collega debolmente agli altri due e finisce per stancare un poco.
   Anche se non posso dire che “Le fasi notturne” sia un romanzo perfettamente riuscito, l’Irlanda e Kieran sono invece due personaggi straordinari- ci sembra di vedere l’una e l’altro, un paese bellissimo con il drammatico passato della carestia e della guerra civile e un giovane uomo che si è costruito una vita mettendo alla prova la sua forza fisica per dimenticare la voce della madre e del suo amante.

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sabato 21 aprile 2018

Guillermo Saccomanno, “77” ed. 2010


                                                          Voci da mondi diversi. America Latina
                                                            la Storia nel romanzo

Guillermo Saccomanno, “77”
Ed. Tropea, trad. Francesca Pe’, pagg. 285, Euro 16,90


  Buenos Aires, inverno 1977. Il generale Videla si è impadronito del potere con un colpo di stato un anno prima, il 24 marzo del 1976. Sembra che piova sempre, quell’inverno. Sembra che faccia più freddo del solito. Oppure è il terrore, che pare di poter palpare con le mani nelle strade, che fa tremare la gente. Le Falcon verdi strisciano come serpenti per la città. Quando si accostano a qualcuno per strada, anche solo per un controllo, il cuore del malcapitato salta un battito. Si ferma del tutto per la paura quello degli abitanti del palazzo davanti al cui portone frena una Falcon. Le persone incominciano a scomparire. Alcune scompaiono perché vanno in clandestinità. Altre perché vengono arrestate. Non si sa che fine facciano. Per la Giunta militare quelle persone non sono mai esistite. Per tutti diventeranno los desaparecidos, tristissima parola che si diffonderà per il mondo così, in spagnolo. Ogni giovedì le madri si riuniscono in Plaza de Mayo per protesta, perché si riconosca la scomparsa dei loro figli arrestati perché dissidenti, perché vengano restituiti i loro corpi.

     Il romanzo “77” dello scrittore argentino Guillermo Saccomanno- bello, angosciante, nerissimo del nero più nero che non è quello della finzione narrativa ma della realtà- è ambientato in questa Buenos Aires del 1977, in quei mesi che per noi sono l’estate e laggiù sono inverno. La voce narrante è quella del cinquantaseienne professor Gómez, insegnante di letteratura inglese, dichiarato omosessuale. Peccato che, data l’età del protagonista, non si possa parlare di romanzo di formazione, perché “77” è di certo la storia di un uomo che cambia con la lezione della Storia. Ed è importante che il professor Gómez sia omosessuale perché “77” è anche una storia di padri e figli e proprio lui, che di figli non ne ha, diventa il ‘padre’ di figli di altri, la sua preoccupazione e il suo interesse non sono per uno solo, carne della sua carne, ma per molti- potremmo quasi sentirlo dire, come il protagonista del dramma di Arthur Miller, “Sono tutti miei figli”.
    Quando Gómez inizia il racconto è ancora l’uomo di mezza età che occhieggia i ragazzi,  che elemosina un rapporto da un ex amante, che instaura una relazione con un poliziotto (accasato e con figli), come se il pericolo di quegli incontri aggiungesse un brivido di eccitazione prima di trasformarsi, più tardi, in un brivido di paura al pensiero di quello che il cinese Walter potrebbe scoprire. E intanto Gómez scrive un saggio su Oscar Wilde, il cantore dell’”amore che non osa dire il suo nome”. L’arresto di un suo alunno, Esteban Echagüe che, con i suoi capelli biondi, tanto stuzzicava il desiderio di lui, un cabecita negra discendente dagli indios, segna il punto di svolta nella vita del professore.
E’ un cambiamento graduale che lo porta dapprima a cercare di avere notizie del ragazzo tramite l’amante poliziotto, poi ad ascoltare i racconti del vecchio amico De Franco che condivide la disperazione della donna di cui è innamorato e il cui figlio è scomparso (si chiama Gabrielito come De Franco, ma lui non ne è il padre anche se si sente tale), fino a quando offre alloggio e nascondiglio ad una ragazza incinta: con lei si chiude il contorno del cerchio che è iniziato con l’arresto di Esteban. Per l’oggetto del suo desiderio trascinato fuori dall’aula, ecco in cambio, ospite in casa sua, la giovane Diana che avrà un bambino e che risveglia in lui sentimenti paterni. Diana è la compagna di un montonero, Martin, e, in questa che è pure una guerra generazionale, Martin verrà denunciato dal suo proprio padre. Mentre il padre della ragazza legata a Diana da un amore saffico grida, “L’avete uccisa voi”- e intende non i militari ma i ribelli che l’hanno contagiata con le loro idee. Il professor Gómez ha interrotto il saggio su Wilde, ora scrive un saggio sull’assenza- nel 1983, a fine dittatura, le persone scomparse saranno 30.000, 2300 gli omicidi politici. In piedi davanti alla classe di studenti il professore legge i versi dello scrittore e giornalista Sarmento (che fu anche il settimo presidente dell’Argentina, dal 1868 al 1874): “Non si possono uccidere le idee”.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net




venerdì 20 aprile 2018

Claudia Grendene, “Eravamo tutti vivi” ed. 2018


                                                                       Casa Nostra. Qui Italia
          romanzo di formazione


Claudia Grendene, “Eravamo tutti vivi”
Ed. Marsilio, pagg. 282, Euro 14,45

       Il tempo passa inutilmente e la morte cambia le cose dei vivi- è la frase che punteggia questo bel primo romanzo di Claudia Grendene, “Eravamo tutti vivi”, un titolo pieno di lacrime e di nostalgia.
   Eravamo- erano i sette amici ad essere tutti vivi agli inizi degli anni ‘90 del ‘900, a Padova. Agnese la mangia-uomini, Isabella la cui famiglia era passata dalla ricchezza alla povertà, la bellissima Anita dalla pelle scura perché la madre era marocchina, Chiara che non poteva permettersi una stanza in città e faceva la pendolare dal paese di campagna in cui viveva con la famiglia, Alberto, cugino di Anita, che beveva troppo da quando era morta sua madre, Elia, l’unico che non era studente, da sempre innamorato di Isabella, e Max, infine, lo stravagante Max che aveva sfidato a braccio di ferro perfino un professore e che guidava una Harley Davidson.
    Il romanzo inizia nel 2013- Agnese, ancora single, torna da Londra dove insegna all’università e telefona alle amiche. Max è morto in Messico, ci sarà una cerimonia funebre a cui saranno presenti tutti gli amici di un tempo. E, prima che il tempo si arrotoli indietro per raccontarci le storie dell’uno e del’altro, Chiara prende la bici e torna al Liviano per la prima volta dopo vent’anni. Gli studenti sono gli stessi anche se diversi, la frase cantilenante che festeggia i neo-laureati è sempre uguale, i cambiamenti sono altri, piccoli dettagli che solo chi ha visto in altri tempi le aule, la macchinetta del caffè, la fotocopiatrice, può riconoscere. Proprio come il lavoro, il matrimonio, i figli, hanno cambiato il gruppo di amici di un tempo.

Dal 2013 indietro, fino al 1994, il racconto è scandito in fasce di esperienza, a ritroso: sappiamo prima quello che accade negli anni delle separazioni, e prima ancora ci sono gli anni delle liti, quando i rapporti si incrinano (no, non tutti), e prima ancora gli anni dei matrimoni, quelli delle lauree e quelli dell’università. Seguiamo le tappe di ognuno di loro, il timido ingresso in università di Chiara e la difficile indipendenza di Elia con un padre semi-delinquente, i sacrifici e le ore di studio per arrivare alla laurea e la difficoltà di trovare lavoro, il desiderio di maternità, la perdita della propria identità di donna quando arriva un figlio, la crisi della coppia. Quelli che sembravano essere una coppia inossidabile si separano, si amano sempre, contro ogni divieto, quelli che invece hanno dovuto sposare qualcun altro. Le amicizie possono avere alti e bassi ma restano salde mentre la società cambia intorno agli ex ragazzi che hanno creduto di poter cambiare il mondo. E’ una Padova bellissima, una città che ci accorgiamo di non conoscere, quella in cui vivono i sette amici. Una città avvolta nelle nebbie invernali che si risveglia con la primavera, giovane della giovinezza dei suoi studenti contro la cui vivacità gli abitanti protestano pur avvantaggiandosene, testimone dei primi contrasti con gli immigrati che portarono al muro della vergogna per isolare il ‘ghetto’ di via Anelli.
   A intervalli regolari le pagine del diario di Max, l’antieroe del romanzo, il ragazzo segnato da un male di famiglia, traumatizzato da un padre violento, in cerca dell’amore esclusivo, si inseriscono nella narrazione principale e capiamo che la sua morte è coerente con la sua vita.

    “Eravamo tutti vivi” è un Bildungsroman corale, incredibilmente vivo in tutte le sue voci, tenere, scanzonate, arrabbiate, appassionate, culturalmente impegnate- è ‘la meglio gioventù’ quella che ritroviamo nelle pagine di questo romanzo. E ci prende la nostalgia non solo della giovinezza, di quando ‘eravamo tutti vivi’, ma soprattutto di un tempo in cui l’amicizia era forse ancora più importante dell’amore e le lezioni universitarie spalancavano le porte della conoscenza.

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mercoledì 18 aprile 2018

Indu Sundaresan, “La principessa indiana” ed. 2010


                                                           Voci da mondi diversi. Asia
                                                           la Storia nel romanzo

Indu Sundaresan, “La principessa indiana”
Ed. Sperling & Kupfer, trad. Claudia Lionetti, pagg. 360, Euro 19,90

    Il Taj Mahal in copertina, una donna avvolta in un sari che si appoggia ad una colonna, una luce dorata che colora l’aria. “La principessa indiana” di Indu Sundaresan parrebbe essere un romanzo sentimentale, una qualche ennesima storia d’amore al profumo di spezie orientali. Se diamo un’occhiata al titolo originale, Shadow Princess, possiamo correggere la nostra impressione e indovinare che ci aspetta qualcosa di diverso. Perché la Principessa ombra, forse in inglese ancor più che in italiano, suggerisce la figura di una donna forte che governa dietro- e non necessariamente in opposizione- chi è al potere. E il romanzo di Indu Sundaresan contiene anche delle storie d’amore ma è, soprattutto, un bel romanzo storico che ci racconta dell’impero moghul tra il 1631 e il 1666.
    Nel 1631, quando inizia la storia, la principessa Jahanara ha diciassette anni. E’ figlia dell’imperatore moghul Shah Jahan e di Mumtaz Mahal, la donna che sarà ricordata nei secoli a venire perché resa immortale dalla tomba di marmo bianco che il marito fa erigere per lei. Mumtaz Mahal muore dando alla luce il quattordicesimo figlio, una bambina. Soltanto sei dei figli sono vivi, nel 1631, quattro maschi e due femmine, Jahanara è la maggiore. Jahanara è l’unica che riesce a dare qualche conforto al padre, distrutto dal dolore, incapace di rassegnarsi, invecchiato nel giro di poche ore. Dall’amore di Jahan per la moglie e dalla disperazione per averla persa nasce l’idea, dapprima confusa, poi sempre più precisa e grandiosa, di un tempio a memoria imperitura. Il Taj Mahal, la Tomba Luminosa, sarà splendido, suggestivo, ricco di decorazioni, intarsi, pietre preziose, giochi di luce e di acque.

     La costruzione del Taj Mahal si protrae per ventidue anni e la scrittrice usa il mausoleo come fondale per la storia che racconta, misurando il tempo con quello delle opere in corso. Mentre l’imperatore Jahan è avvolto nella nebbia del suo lutto, iniziano le contese intorno a lui, girano voci che desideri abdicare, che gli succederà il primo dei figli maschi, che verrà nominato un reggente. Niente di tutto questo avviene, passano gli anni, il dolore sfuma nel ricordo, la principessa Jahanara è sempre vicino al padre che la consulta prima di prendere delle decisioni. Così vicino a lui da dare adito a pettegolezzi: è la sorella minore che contribuisce a diffonderli? Essere la prediletta del padre ha un prezzo alto: Jahan non vuole che la figlia si sposi. Chiuderà gli occhi, però, davanti alla relazione di Jahanara con un nobile di corte.
Aurengzeb
    Il figlio maggiore è destinato a succedere al padre, ma sarà il terzo, Aurengzeb (l’inglese Dryden scrisse un dramma in versi su di lui, nel 1675) a regnare: ne seguiamo la crescita, il fanatismo religioso, fino alla spietatezza con cui elimina i tre fratelli, possibili rivali, tenendo prigionieri il padre e la sorella Jahanara nel forte di Agra.
    “La principessa indiana” è un romanzo appassionante, perché la scrittrice riesce a dirigere il nostro sguardo sul passato e sull’inizio della dinastia moghul (che discende dal famoso Tamerlano), riallacciandosi a quanto avviene nel secolo XVII, spostando la scena tra Burhanpur, Agra, Delhi, al seguito della corte (con elefanti, eunuchi, l’harem, le tende imponenti, i tappeti, i gioielli la cui luminosità deve poter essere identificata con lo splendore del sovrano). C’è amore e guerra ne “La principessa indiana”. E, sullo sfondo, biancheggia eterno il Taj Mahal.

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martedì 17 aprile 2018

Vivek Shanbhag, “Ghachar Ghochar” ed. 2018


                                                         Voci da mondi diversi. Asia
               storia di famiglia

Vivek Shanbhag, “Ghachar Ghochar”
Ed. Neri Pozza, trad. Margherita Emo (dalla versione inglese di Srinath Perur), pagg.109, Euro 13,50
    

   “Vincent è il cameriere del Coffee House. Si chiama proprio così: Coffee House. Porta lo stesso nome da cent’anni.” Alle pareti del Coffee House sono appese vecchie foto che mostrano quanto fosse bella Bangalore un secolo fa. Il protagonista senza nome del breve romanzo “Ghachar Ghochar” di Vivek Shanbhag, scrittore indiano di lingua kannada, viene regolarmente al Coffee House, è il suo rifugio, il luogo dove si nasconde dalla sua famiglia, dove ogni tanto il compassato Vincent pronuncia delle frasi generiche che si adattano però perfettamente a qualunque domanda retorica gli venga fatta. A un ‘che devo fare, Vincent?’, il cameriere risponde ‘Lasci andare, signore’. Così come più tardi gli dirà, ‘il sangue non è acqua’.
    E’ un’introduzione breve e discreta ad una storia di famiglia di cui seguiamo l’ascesa e la caduta, non una caduta economica o sociale, ma una caduta etica. Nel secondo capitolo ci spostiamo dallo spazio chiuso del Coffee House allo spazio chiuso e ben più claustrofobico dell’abitazione dell’io narrante. Secondo un uso ancora molto comune, due generazioni vivono insieme- il padre e la padre (Amma e Appa), il fratello del padre, Chikkappa, la sorella maggiore del protagonista e questi insieme alla moglie Anita. C’è il ricordo del passato quando la casa era in un altro quartiere, piccola, buia e umida, un’infilata di stanze in cui non c’era posto neppure per un letto e dormivano per terra sulle stuoie, infestata dalle formiche, da eserciti di formiche. Poi il pensionamento anticipato del padre e il colpo di genio dello zio che aveva messo su un’impresa di importazione di spezie dal Kerala, il trasloco in una nuova casa con una stanza per ognuno. La ricchezza. Il non dover più contare i soldi.

   E però, anche: il matrimonio della sorella finito ben presto per la sua arroganza e supponenza, il passaggio di Appa ad un ruolo di secondo piano e la sua depressione, l’ozio delle lunghe giornate del narratore che è il direttore dell’impresa soltanto sulla carta e va in ufficio per fare nulla, il suo matrimonio con Anita, infine- un balzo in avanti nella società perché lei è figlia di un professore universitario-, che porterà all’esplosione la staticità della vita famigliare traboccante di cose non dette. Perché Anita non è come Amma, Anita è l’estranea che vede le realtà che si vogliono tenere nascoste, l’ipocrisia che si cela dietro la tranquilla routine. Anita non accetta di avere un marito che non ha un orario di lavoro perché di fatto non lavora, non accetta che si scacci come una mendicante molesta la donna che chiede di vedere Chikkappa (ed è chiaro che lui l’ha lasciata), minaccia di andare alla polizia e rivelare i traffici loschi che hanno fatto arricchire la famiglia.

   Durante la luna di miele, quando ogni giorno si scopre qualcosa l’uno dell’altro, Anita aveva ricordato ridendo quel frammento di lessico famigliare, quel Ghachar Ghochar inventato da suo fratello per indicare il disordine, un sovvertimento totale. Ecco, adesso è tutto un Ghachar Ghochar nella famiglia del narratore. Solo quando Anita si allontana per andare a trovare il padre le acque si calmano e tutto ritorna come prima. Si fa finta di niente, non è successo niente, “il sangue non è acqua”, come dice Vincent.
     Vivek Shanbhag non ha bisogno di centinaia di pagine per tracciare un profondo ritratto psicologico di una qualunque famiglia indiana. Non sente la necessità di portare il lettore per mano, di dirgli tutto. Eppure è tutto così chiaro, anche il non detto, soprattutto il non detto.

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