martedì 30 maggio 2017

Pieter Aspe, “Le maschere della notte” ed. 2010

                                                         Voci da mondi diversi. Belgio
      cento sfumature di giallo
       il libro ritrovato

Pieter Aspe, “Le maschere della notte”
Ed. Fazi, trad. Valentina Freschi, pagg. 297, Euro 14,00

     Una bambina trova, scavando per gioco nel giardino della casa che i genitori stanno ristrutturando, una tibia: c’è uno scheletro intero sepolto in quella buca. All’esame del medico legale risulterà che ha una dentatura rifatta, che ha subito un intervento maxillofacciale e che è stato ucciso con un colpo alla nuca. Non dovrebbe essere difficile scoprire l’identità dello sconosciuto. E invece lo è, se qualcuno ha interesse che non venga niente alla luce. L’ispettore Van In che indaga, insieme al suo aiutante GuidoVersavel, scoprirà che è coinvolto un gruppo di uomini che occupano posti di prestigio a Bruges. Non soltanto il più importante imprenditore delle Fiandre, ma anche un noto avvocato penalista, un immobiliarista e persino un ministro. Aggiungiamo solo che la svolta finale delle indagini arriverà quando Van In incarica una giovane collega di infiltrarsi in un ambiente sospetto. Per raggiungere lo scopo è importante che la ragazza sia bella: Carine Neels lo è, purtroppo però è anche un po’ ingenua e sprovveduta. Non abbiamo dubbi che la lezione le servirà in futuro…

    “Le maschere della notte” è il terzo thriller pubblicato dalla casa editrice Fazi dello scrittore fiammingo Pieter Aspe e l’appuntamento con i suoi libri è già diventato uno di quelli da non perdere. Forse le trame mancano di originalità, ma i personaggi sono così accattivanti, l’ambientazione è talmente piacevole e la scrittura è così brillante, divertente, ricca di humour e con un aculeo così appuntito che la lettura è un vero piacere. Nei romanzi precedenti il commissario Pieter Van In era sovrappeso e beveva decisamente troppo. Non di rado era il suo braccio destro Versavel a salvare la situazione, riaccompagnandolo a casa quando Van In aveva esagerato nell’alzare il gomito. In “Caos a Bruges” già si intuiva che il legame amoroso tra Van In e Hannelore Martens (sostituto procuratore dall’aspetto molto attraente) si stava facendo molto serio. Ora Hannelore aspetta un bambino, i due vivono insieme e Van In è a dieta stretta, quasi fosse lui a dover affrontare la gravidanza. Si lamenta, brontola, ogni tanto sgarra e si fa una birra, ma il suo aspetto è di gran lunga migliorato. I gialli seriali di Pieter Aspe appartengono al genere in cui quello che il lettore cerca non è solo la trama di indagine poliziesca, ma vuole anche veder soddisfatta la sua curiosità riguardo ai personaggi a cui si è affezionato- come accade al nostro Montalbano o al commissario Wallander di Mankell.
l'ispettore Van In sullo schermo
E allora si appassiona al risvolto privato della vita di Van In (Hannelore, che non si risparmia affatto nell’inchiesta, deve fare l’amniocentesi, entrambi condividono il timore di tutti i futuri genitori non più giovanissimi che il bambino che aspettano possa non essere sano) e a quello di Guido Versavel, poliziotto gay di cui abbiamo apprezzato le battute e che, in questo libro, viene abbandonato dal suo compagno. Le vicende matrimoniali di Pieter Van In e la situazione di coppia omosessuale di Versavel rappresentano una normalità in stridente contrasto con gli squallidi incontri delle persone coinvolte nell’omicidio di quello a cui è stato dato il nome di ‘Herbert’, giusto per non parlare di lui sempre come di uno scheletro. Prostituzione, pedofilia, giochi estremi, sadomasochismo, video hard, snuff movies, corruzione a tutti i livelli (anche delle forze dell’ordine)- altro che vaso di Pandora viene scoperchiato!

    Un consiglio: se questo è il primo libro di Pieter Aspe in cui vi imbattete, recuperate anche gli altri due che lo precedono.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


lunedì 29 maggio 2017

Affinity Konar, “Gemelle imperfette” ed. 2017

                                         Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
                                                                       Shoah
        FRESCO DI LETTURA

Affinity Konar, “Gemelle imperfette”
Ed. Longanesi, trad. Elisa Banfi, pagg. 360, Euro 16,90

 Due premesse, prima di parlare di questo libro molto bello. Una è un ringraziamento alla casa editrice Longanesi per non obbligarci a ricordare a date fisse per poi sbarazzarci della memoria per tutto il resto dell’anno, dopo il 27 gennaio. La seconda è puntualizzare che non mi piacciono i romanzi che sfruttano la memoria storica dell’Olocausto costruendo trame sensazionali fatte per titillare il gusto del morboso. “Gemelle imperfette” di Affinity Konar è diverso. Neppure il paragone con “La vita è bella” è giusto, anche se c’è una venatura poetica nello stile narrativo di Affinity Konar, perché non c’è nessuna favola ad addolcire la realtà di Auschwitz per Pearl e Stasha, le due gemelle dodicenni di Lodz che scendono dal treno per affrontare la selezione insieme alla mamma e al nonno nell’ottobre del 1944.
    I gemelli sono ospiti speciali nel campo- chissà quanto ha durato l’illusione della loro mamma. Sono subito dirottati allo ‘Zoo’ del dottor Josef Mengele- bell’aspetto, sorrisi e caramelle ai bambini, si fa chiamare ‘Zio’, dopo sarà conosciuto come ‘l’Angelo della Morte’. Erano oggetto di studi ed esperimenti, i gemelli, soprattutto quelli identici, come Pearl e Stasha.
Si può spezzare la loro uguaglianza? E che risultati si possono provocare, sia fisicamente, sia psicologicamente? Non sarò certo io a dilungarmi sugli esperimenti del dottor Mengele, visto che non lo fa la scrittrice che, con grande destrezza e sensibilità, li suggerisce soltanto, per come le due bambine li intuiscono e li vivono su di loro e li osservano sulle altre coppie delle baracche dello Zoo. Pearl e Stasha si alternano nel raccontare, oppure no, è una voce unica che si sdoppia. Perché sono sempre state indistinguibili- una poteva iniziare un discorso e l’altra proseguire come se l’avesse incominciato lei. Ognuna sapeva sempre che cosa l’altra stesse pensando, o sognando- erano solite sedere schiena contro schiena, disegnare e poi paragonare i disegni: sempre uguali. Eppure, a poco a poco, come succede alle altre coppie dello Zoo, ‘grazie’ alle cure dello Zio, sorgono delle differenze tra le gemelle. E poi, ad un certo punto Pearl scompare. Come può Stasha continuare a vivere senza l’altra parte di sé? Che cosa succeda a Pearl lo sapremo nella seconda parte del libro, dopo la liberazione del campo, mentre la narrazione prosegue durante l’arrancare di Stasha insieme ad un ragazzino che è rimasto diviso a metà come lei, che, come lei, vuole una sola cosa: trovare il dottor Mengele e vendicarsi.
     Quando erano arrivate ad Auschwitz, Pearl, la più brillante e intraprendente delle due, aveva deciso che si sarebbero divise i compiti: lei, Pearl, si sarebbe fatta carico delle cose tristi, di quelle buone e del passato, mentre a Stasha toccavano le cose divertenti, quelle cattive e il futuro. La scelta di Affinity Konar, di guardare il Male di Auschwitz attraverso gli occhi di due gemelle (sentiamo un brivido di orrore pensando ad una delle scene iniziali, quando Stasha vede di sfuggita una parete di occhi fissati con gli spilli come farfalle), raddoppia l’intensità del dolore della lettura. I gemelli sono l’essere perfetto e completo, sono complementari, sono l’uno il vero ‘doppio’ dell’altro. Se i gemelli condividono i pensieri anche a distanza, se uno sente nella propria carne il dolore fisico dell’altro, tutto è raddoppiato. E con la scomparsa di Pearl, non c’è più niente di buono e non ci sono ricordi, Stasha resta dimezzata, con il peso del male e del futuro, perché non c’è proprio niente di divertente ad Auschwitz. Quanto al futuro, esiste un futuro dopo Auschwitz? Esiste un futuro finché il dottor Mengele si aggira libero e impunito? “Dobbiamo imparare ad amare il mondo di nuovo”, sono le parole che chiudono il libro.


    Le parole de “L’idiota” di Dostojevskji, la bellezza salverà il mondo, ricorrono parecchie volte nel libro, sono nei ricordi delle gemelle, dette a loro dal padre. Dobbiamo crederlo se vogliamo andare avanti. E, ad ogni modo, è la terribile bellezza che Affinity Konar dà alla sua narrazione che rende possibile la lettura della più grande tragedia del secolo passato.


sabato 27 maggio 2017

Dawn Tripp, “Georgia” ed. 2017

                                        Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
       painting fiction
       FRESCO DI LETTURA

Dawn Tripp, “Georgia”
Ed. Neri Pozza, trad. Ada Arduini, pagg. 324, Euro 18,00

  Ci sono dei volti che parlano da soli, che forse non sono propriamente belli ma che tengono il nostro sguardo inchiodato alla ricerca di un significato, di una soluzione dell’enigma di uno sguardo, di un sorriso, della linea di un naso. Volti che si fanno ricordare perché intuiamo la forte personalità che vi si nasconde dietro. La pittrice americana Georgia O’Keeffe (1887-1986) aveva uno di questi visi dal fascino insolito anche nella vecchiaia. Alfred Stieglitz, il famoso fotografo che diventò suo marito dopo aver divorziato dalla prima moglie, le dedicò centinaia di scatti. Che non riprendevano solo il suo viso. Le sue mani, il suo corpo. Senza veli, senza pudori perché l’arte non ne ha. Ed è impossibile parlare di Georgia pittrice senza parlare dell’uomo che fu, in un certo senso, il suo pigmalione (Stieglitz aveva l’occhio per scoprire gli artisti e, con generosità e dedizione, si batteva per farli conoscere), il grande amore che durò tutta la vita. Nonostante i contrasti, i tradimenti di lui, la necessità di lei di allontanarsi cercando nuovi paesaggi e nuove ispirazioni in piena libertà.
Il volto di Georgia lo rivela: Georgia sapeva quello che voleva, l’amore per Stieglitz era pace e burrasca, era la fusione o lo scontro di due personalità altrettanto forti, Georgia avrebbe sempre dipinto con i suoi propri occhi per mettere su tela quello che lei vedeva. Non le importava di incontrare il gusto del pubblico. Lei dipingeva così, prendere o lasciare. E i quadri venivano venduti, anche se lei si infuriava per le interpretazioni femministe dei suoi grandi fiori che parlavano di sessualità prorompente da quei petali e da quei pistilli giganteschi che potevano far pensare ad altro.

    Dawn Tripp ci racconta la vita e l’arte, le amicizie e gli amori di Georgia O’Keeffe e, come avviene nei migliori romanzi della ‘painting fiction’, la scrittrice riesce con le parole a dipingere per noi una serie di quadri in cui vediamo la pittrice dipingere i suoi, di quadri. I fiori, le candide calle e il rosso fiammeggiante dei papaveri, il blu violetto delle petunie e l’oro delle foglie d’autunno. E poi, dopo la scoperta del Messico, dopo che Georgia aveva dovuto mettere chilometri tra lei e Alfred, le gigantesche ossa dei crani di vacca trovati nel deserto ad incorniciare il cielo azzurro, come in un oblò. E la linea delle montagne. E i grattacieli (Stieglitz le aveva sconsigliato di dipingere scene cittadine, lei non gli aveva dato retta). Entriamo dentro i suoi quadri come fossimo Alice che entra nello specchio e vi incontriamo i sentimenti e l’anima di una grande donna. Dawn Tripp riesce a non separare Georgia O’Keeffe artista da Georgia O’Keeffe donna, è sempre la stessa, Georgia che colora il mondo sulla tela e Georgia che ama, che gode, che soffre perché Stieglitz le nega il figlio che lei desidera. E noi sentiamo che la Georgia che vive deve esprimersi così, per essere lei, per raggiungere la pienezza.


    Quando terminiamo la lettura di questo romanzo-biografia, abbiamo voglia di vedere, di emozionarci davanti ai quadri di Georgia O’Keeffe. Ci accorgiamo con rimpianto che ci è sfuggita una qualche sua mostra che avremmo potuto visitare, ci affrettiamo a cercare in internet le immagini dei suoi quadri- bellissimi, chissà quanto più belli visti dal vero, chissà la meraviglia del murale così controverso di cui ci parla Dawn Tripp. Un libro che ha questo effetto sul lettore è un bel libro.


Pieter Aspe, Caos a Bruges ed. 2010

                                                Voci da mondi diversi. Belgio
       cento sfumature di giallo
       il libro ritrovato

Pieter Aspe, Caos a Bruges
Ed. Fazi, trad. Valentina Freschi, pagg. 285, Euro 14,00

Di prima mattina un netturbino trova un uomo in fin di vita vicino al municipio di Bruges. L’uomo, un tedesco, muore in ospedale. Nel portafoglio ha un’immagine della Madonna di Michelangelo conservata in una chiesa di Bruges. Poco dopo qualcuno tenta di far saltare in aria la famosa torre del Belfort. C’entra il movimento estremista vallone, peraltro inattivo da anni? Indaga il commissario  Van In, insieme al fidato Versavel.

  

INTERVISTA A PIETER ASPE, autore di Caos a Bruges

    Bruges, deliziosa città in miniatura. Bruges romantica. Bruges, oasi di pace. Bruges con il carillon delle 47 campane del Belfort, la Torre civica. Bruges, museo medievale all’aperto. Sono alcune delle definizioni del capoluogo fiammingo che si possono trovare in qualunque rivista di viaggi e che corrispondono all’immagine idilliaca e mitica che la città ha saputo costruire di sé. E ora arriva PieterAspe, “il Simenon fiammingo” secondo la definizione de Le Figaro, a distruggere Bruges come nessuna guerra è riuscita a fare, con i romanzi di indagine poliziesca che hanno per protagonista il commissario Van In.

      Caos a Bruges, secondo libro della serie pubblicato in italiano dopo Il quadrato della vendetta, inizia con un incontro in un locale dove si mangia, si beve e si trovano belle ragazze disponibili. Il tedesco Dietrich Fiedle e il fiammingo signor Georges di cui per ora non conosciamo il cognome parlano di affari nel campo del turismo di massa. C’è un accordo che deve essere firmato, il fiammingo assicura che il sindaco finirà per cedere anche se fa resistenza. Fiedle deve fidarsi di lui: i fiamminghi mantengono sempre la parola data. Ma  il tono è teso, la discussione si fa animata, Fiedle sbotta a dire che i tanto rinomati edifici di Bruges che ogni anni milioni di turisti si precipitano a vedere sono dei falsi. Fatta eccezione per un paio di monumenti autentici, gli altri sono imitazioni. Fiedle lo sa bene: durante la guerra suo padre era stato incaricato…Nella sala appartata c’è una terza persona che il cameriere ha giudicato troppo ubriaca per dare noia ai due ospiti di riguardo. E’ l’olandese Adriaan Frenkel che esce dalle nebbie dello stupore alcolico quando sente le parole di Fiedle.
Alle sei del mattino un netturbino trova Fiedle accasciato vicino al municipio. La cosa più interessante che il portafoglio di Fiedle contiene è una foto della famosa Madonna di Michelangelo, esposta nella chiesa di Nostra Signora a Bruges. Strano, è la stessa ma è diversa: la statua è su uno sfondo di uva turca.

     La trama gialla di Caos a Bruges è ben congegnata e non delude, articolata tra gli interessi economici del presente e scheletri nell’armadio del passato- si parla della Thule, dell’oro dei Nibelunghi, dell’occupazione nazista e di collaborazionismo. Affiorano spesso vecchi odî che il tempo non riesce a cancellare, risentimenti e inimicizie nei confronti dei vicini ‘cugini’ olandesi e del nemico tedesco contro cui si è combattuto in ben due guerre. Ma la forza trainante del romanzo di Pieter Aspe è nel riuscitissimo personaggio del commissario Pieter Van In, l’ubriacone più simpatico del genere poliziesco in cui è piuttosto comune che il commissario o l’investigatore alzi il gomito, vuoi per dimenticare gli orrori quotidiani del mestiere, vuoi perché è quasi impossibile entrare in certi locali per fare domande senza ordinare una birra. Un locale dopo l’altro, una birra dopo l’altra, magari mischiata a qualcosa di più forte, e non è raro che Pieter Van In debba essere sorretto per arrivare a casa. E per fortuna c’è al suo fianco l’assistente e amico Guido Versavel, il suo doppio e il suo opposto: donnaiolo Pieter (e una donna fissa, la bella Hannelore, sostituto procuratore), omosessuale Versavel; con gli abiti spesso stazzonati l’uno, elegantissimo l’altro; con un po’ di pancia Pieter Van In, un fisico scolpito Versavel; intuitivo uno, riflessivo l’altro Entrambi perspicaci. Entrambi dotati di uno spirito caustico e cinico. Anche se la palma per le battute più divertenti spetta a Van In che usa, come intercalare, l’esclamazione Benson im Himmel: per fortuna a pagina 213 Hannelore gliene chiede il significato, perché, se avesse potuto, il lettore glielo avrebbe chiesto prima, e c’è una bella storia privata dietro quelle parole.

Quanto al titolo, se quello originale, De Midasmoorden, ha a che fare con il tesoro dei tedeschi, quello italiano, altrettanto bello, prende spunto da un libro, letto da Van In, sulla teoria del caos o dell’effetto farfalla, perché le radici degli avvenimenti che sono appena accaduti affondano in un altro tempo e in un altro luogo.
Abbiamo intervistato Pieter Aspe per soddisfare la curiosità che la lettura del romanzo ha suscitato in noi.


Lei ha fatto molti lavori, prima di scrivere il suo primo libro: come è arrivato alla letteratura?
    E’ vero, nella mia vita ho fatto parecchi lavori prima di dedicarmi alla scrittura. Ho lavorato per l’industria tessile, ho fatto il venditore di vini e cereali, poi sono finito a fare il custode della basilica del Santo Sangue di Bruges. Dopo alcuni anni di questa vita, mi sono chiesto se fossi davvero soddisfatto. La risposta evidentemente è stata negativa e nel ‘95 ho consegnato il primo giallo che aveva per protagonista il commissario Van In. Ora la serie è arrivata al ventiseiesimo libro, che esce in Belgio proprio fra un mese.

Perché ha scelto il genere poliziesco?
   Ho riflettuto a lungo prima di dedicarmi al polar. I fiamminghi non sono grandi lettori e volevo dare loro qualcosa che avessero voglia di leggere. Così, quando nel 1993 feci una lunga chiacchierata con un amico poliziotto di Bruges, decisi di prendere in mano la penna.

Capita spesso che un personaggio assomigli in qualche maniera al suo creatore. Pieter Van In condivide con Lei il nome Pieter: ha qualcos’altro di Lei? Le assomiglia?

   All’inizio non mi assomigliava affatto e, col passare degli anni e dei libri, sono stato io a diventare sempre più simile a lui. Valga come esempio la sua smodata passione per la birra Duvel….

L’aiuto di Van In che Lei ha creato è un doppio molto originale, quasi in tutto l’opposto di Van In. E’ stata una scelta per fare in modo di avere due grandi personaggi che non fossero soltanto l’uno l’ombra dell’altro?
   Direi che Versavel e Van In sono il completamento l’uno dell’altro, sin dall’inizio del processo di creazione erano per me una coppia: l’uno, Van In, intuitivo, portato per indole a prendere decisioni di getto, spesso caotico; l’altro, riflessivo, ricopre il ruolo dell’amico fidato, qualcuno in grado di proteggere e consigliare.

Nei mie ricordi di tantissimi anni fa, Bruges è una deliziosa cittadina, quasi una città di bambole. Lei ha mandato in frantumi i miei ricordi. Com’è Bruges in realtà?
    Ho un rapporto di amore-odio verso questa bellissima città. E’ una piccola cittadina sonnacchiosa, in mano da molti anni alle stesse famiglie dell’alta borghesia fiamminga che se ne spartiscono il potere. E’ un piccolo gioiello ricostruito alla maniera medievale: la maggior parte delle costruzioni risalgono infatti al secolo XIX. A partire dagli anni ‘70 la maggior parte dei palazzi, che erano stati lasciati in uno stato di totale incuria, sono stati restaurati e nella decade successiva si è dato avvio a un imponente piano per rilanciare il turismo. Ha funzionato: la città, nel bene e nel male, sta rinascendo.


Le Fiandre e le guerre del passato: quanto pesa il passato sul presente? Quanto pesano le vecchie inimicizie sul presente?
    Ancora oggi si fatica a guardare con distacco al nostro recente passato. Quando ci fu l’invasione nazista della seconda guerra mondiale, immediatamente i cittadini furono divisi in due classi: quelli di serie A, ovvero i fiamminghi, la cui lingua discendeva dallo stesso ceppo di quella tedesca, e i francofoni, ovviamente di serie B. Se molti tra i primi appoggiarono Hitler, gli altri si videro privati delle loro proprietà, scacciati dai loro possedimenti. Ancora oggi sono visti con odio coloro che si arricchirono durante l’occupazione. Né la Chiesa fu di alcun aiuto: vide la Germania di Hitler come un baluardo contro il comunismo.

Il problema, con gli eroi dei romanzi seriali, è come farli ‘morire’: ci ha pensato?
    Più volte ho pensato di uccidere il mio commissario, ma non posso farlo: duecentomila fiamminghi sarebbero pronti a fare la festa a me. Immagino a questo punto che Van In morirà con me. Intanto, nel nuovo libro della serie, il ventiseiesimo, che ho appena consegnato al mio editore fiammingo, Van In svolge una parte delle sue indagini a Parigi. Negli ultimi anni ho passato parecchio tempo in questa città, e ho così voluto far cambiare aria anche al mio protagonista.
Herbert Flack che interpreta van In sul piccolo schermo
 E’ stato chiamato ‘il Simenon fiammingo’: Le fa piacere?
    Sono stato ovviamente molto lusingato dal paragone, dovuto al fatto che la giornalista de Le Figaro si era molto divertita leggendo il mio primo libro, Il Quadrato della Vendetta. Credo abbia citato Simenon per dare ai lettori un riferimento che conoscessero e non tanto a causa di una reale somiglianza tra i nostri lavori. D’altronde, non posso neanche dire che Simenon abbia influenzato la mia scrittura, avendone io letto solo un paio di titoli.

recensione e intervista sono state pubblicate sulla rivista Stilos



                                                                       


giovedì 25 maggio 2017

Tom Drury, “La fine dei vandalismi” ed. 2017

                                       Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
     FRESCO DI LETTURA

Tom Drury, “La fine dei vandalismi”
Ed. NN, trad. G. Pannofino, pagg. 240, Euro 16,50

     Grouse County. Un altro di quei paesaggi immaginati, costruiti casa dopo casa, famiglia dopo famiglia, personaggio dopo personaggio, dalla mente di uno scrittore. Come Yoknapatawpha County di Faulkner, Holt di Kent Haruf, Vigata del nostro Camilleri. Grouse County è da qualche parte nel Midwest degli Stati Uniti, un paese agricolo con fattorie e balle di fieno, trattori e battute di caccia. E’ qui che è ambientata la trilogia di Tom Drury di cui è appena stato pubblicato il primo volume, “La fine dei vandalismi”, dalla stessa casa editrice che ha ‘riscoperto’ Kent Haruf. Anche quella di Tom Drury è stata una riscoperta, perché “La fine dei vandalismi” è uscito per la prima volta in libreria nel 1994. Il suo è il destino strano di quei libri che per qualche motivo- chissà, l’attenzione distratta verso romanzi più clamorosi, la necessità dei lettori di qualcosa di diverso, il mercato (perché no?) che spinge un libro piuttosto che un altro- rimane nascosto per trovare poi la giusta attenzione in un altro momento, ad anni di distanza, per un qualche altro inafferrabile motivo.

    Il paragone con Kent Haruf è quello che meglio può dare ‘un’anteprima’ dello stile narrativo di Tom Drury. Questo è un romanzo in cui non accade niente e accade tutto, se tutto sta per i grandi e piccoli eventi della quotidianità. I personaggi sono tanti, una settantina, elencati con nome e cognome a fine libro e non tutti hanno la stessa rilevanza. Quelli che dominano la scena sono tre- lo sceriffo Dan Norman, Louise (fotografa) e Tiny, soprannome ridicolo per un omone che diventa quasi subito l’ex marito di Louise dopo che lei, semi-congelata dopo aver dovuto lasciare l’auto e camminare fino a casa con una temperatura di venticinque sotto zero, gli dice ‘voglio la separazione’ in risposta alla sua domanda, ‘vuoi dei fazzoletti?’ Ecco un esempio dell’umorismo asciutto dei dialoghi che sono la cifra stilistica di Tom Drury. Tiny beve, Tiny è un ladruncolo, Tiny va a importunare la sorella di Louise (erano stati insieme per un breve periodo), Tiny, molto imprevedibilmente, si mette a tenere discorsi per scoraggiare l’uso della droghe e fa coppia con una fanatica della religione. E Louise si innamora di Dan, l’uomo che è l’opposto di Tiny- pacato, affidabile, dà un senso di concretezza.

    E poi, e poi…c’è la madre di Louise (non sono mai andate molto d’accordo madre e figlia), un neonato che viene abbandonato in uno scatolone in un parcheggio del supermercato, una coppia giovane di cui lei è una ragazzina cinese in America per uno scambio (passeranno ore tremende in una notte di gelo, quando l’auto va fuori strada), un cervo che entra in casa della madre di Louise e mangia l’edera, dei ragazzi che si arrampicano per protesta sulla torre dell’acqua e vi lasciano delle scritte (dovranno pagare per l’imbiancatura), l’anziano fotografo che viene investito e la donna che porta piatti da lei cucinati in ogni occasione, Louise resta incinta (e sarà il capitolo più triste e drammatico), la campagna elettorale per eleggere lo sceriffo e pescatori in un lago spopolato di pesci.

C’è commedia e c’è tragedia, riso, sorriso e lacrime ne “La fine dei vandalismi”- è la vita che è così. E, come nella vita di ognuno, ci sono periodi di calma piatta in cui è lecito annoiarsi prendendo il fiato. Anche nel romanzo di Tom Drury ci sono pagine su cui i nostri occhi scorrono veloci perché ci sono dei cali nella narrativa e avvertiamo una certa stanchezza nel leggere. Sarebbero state meglio delle pagine in meno in un libro che si costruisce sulla quotidianità?


mercoledì 24 maggio 2017

Intervista ad Ahmed Mourad, autore di "Polvere di diamante" 2013

                                                Voci da mondi diversi. Medio Oriente
                                               cento sfumature di giallo


    Ho capito che fosse lui, Ahmed Mourad, prima ancora che si presentasse. L’ho riconosciuto dalla macchina fotografica che aveva in mano e con cui stava fotografando uno degli splendidi cortili di Mantova, dove lo scrittore è stato invitato a partecipare al Festival della Letteratura. Perché in realtà non ho visto lui, Ahmed Mourad, ma Ahmed Kamal, protagonista del precedente romanzo “Vertigo”, il fotografo che riprende con la sua macchina l’omicidio di due uomini d’affari, l’alter ego di Mourad che fu per cinque anni fotografo ufficiale di Mubarak. In questi giorni in cui notizie sempre più fosche ci arrivano dall’Egitto, parliamo con lui della situazione del suo paese e del suo nuovo libro pubblicato da poco dalla casa editrice Marsilio.

Sullo sfondo del nuovo romanzo “Polvere di diamante” c’è la protesta del 2008 contro il governo. Due anni dopo, nel 2011, ci fu un’altra grande protesta che terminò con la destituzione di Mubarak. Adesso, altri due anni dopo, un’altra rivoluzione incendia le strade del Cairo: qual è il legame tra questi tre momenti?
Mubarak
     Ho iniziato a scrivere il mio romanzo nel 2008. Avvertivo un certo allarme per le strade. Sentivo che sarebbe successo qualcosa. La corruzione era eccessiva, dilagante. Il mio romanzo è ambientato nel tempo in cui il sistema iniziava a crollare. Ma, proprio come nella vicenda del libro, tutto, anche quello che accade ora, ha origini più lontane, quando nel 1952 Re Farouk fu deposto, il presidente Nagib fu destituito e l’esercito prese il potere. Dopo ancora fu eletto Nasser e infine arrivò Mubarak. Mubarak fu deposto nel 2011 ma va detto che la Primavera araba non fu pura: è stata aiutata. Arrivò molto denaro ad organizzazioni che erano incaricate di aizzare l’ira del popolo. In seguito hanno preso spazio i Fratelli Musulmani, ma, in realtà, la gente voleva essenzialmente cambiare vita. Ora, nel 2013, il popolo sa quello che vuole. Morsi era solo un burattino dei Fratelli Musulmani, non si sapeva chi altro eleggere, Baradaie aveva rifiutato l’incarico.

Qual è il ruolo dell’esercito in Egitto?
    Per gli stranieri è difficile capire quale sia il ruolo dell’esercito in Egitto. L’Esercito fa quello che dovrebbe fare la polizia. La polizia era stata uno strumento nelle mani di Mubarak ed era odiata per questo. Perché Mubarak aveva paura dell’esercito e lo aveva messo da parte. Quindi, mentre Mubarak e la polizia sono accomunati nell’odio da parte del popolo, l’esercito è visto come amico del popolo. Penso che un generale finirà per essere eletto come capo del governo, perché manca un leader. Ma, mentre nel 1952 ci fu un colpo di stato in cui l’esercito si mosse per primo e non il popolo, adesso, nel 2013, è il popolo che ha iniziato la rivoluzione e l’esercito ha seguito. Quando mi viene chiesto se si tratta di un colpo di stato, rispondo che senza l’esercito il popolo non avrebbe potuto liberarsi dei Fratelli Musulmani, però, d’altra parte, neppure l’esercito ce l’avrebbe fatta senza il sostegno del popolo. Per questo devono restare uniti.

E qual è invece il ruolo degli americani in tutto questo?

   Quando, nel 2011, Condoleezza Rice venne in Egitto, si incontrò prima con i Fratelli Musulmani e dopo con Mubarak. La maniera americana di ‘occupare’ un paese è prima di tutto economica, sostengono l’opposizione, pagano per controllare così ogni paese.

Dove sono finite tutte le aspettative che gli Egiziani avevano posto nel cambiamento del 2011?
    Nel 2011 non era stato presentato un vero e proprio programma, c’erano grandi promesse e poi non è stato fatto niente. C’era bisogno di un nemico e il nemico era Mubarak, ma i Fratelli Musulmani erano uguali a lui. Pensano di essere il vero Islam, dicono di essere la tradizione, pensano di essere l’élite. Sono come i fascisti o i nazisti e succederà per loro come per questi. Raggiungono un culmine e poi c’è la fine. La gente in Egitto non legge, non conosce la Storia dei Fratelli Musulmani: tutti pensano che siano brava gente, dedita alla preghiera. Ma se leggiamo la Storia, vediamo che sono sempre stati dei terroristi, che hanno sempre usato la violenza. Sono come una setta in cui, per entrare, si deve passare attraverso quattro stadi. Come nelle società segrete di un tempo.

Il quadro che Lei fa dell’Egitto nel romanzo è molto nero: ad ogni livello c’è un forte contrasto fra apparenza e realtà. Mentre i musulmani difendono la moralità delle donne in maniera ferrea, si può trovare soddisfazione per ogni perversione sessuale- e tutti lo sanno. Questa perversione nascosta, la ricerca per il piacere proibito, è forse una conseguenza diretta di una società con forti regole religiose?

    Diciamo subito che, per quello che riguarda le donne, non è obbligatorio portare il velo, è una scelta individuale. Poi, come succede in tutte le società, ci sono vari livelli sociali, in certi ambienti le norme sono più severe e le donne indossano il niqab, che lascia liberi solo gli occhi. Nel mio romanzo io parlo di anormalità. Rappresento la parte cattiva della società. Fino a dieci anni fa l’Egitto non aveva Internet, non aveva la Tv satellitare. Quando questa cose sono state disponibili, la gente aveva fame di novità. Ma le anormalità sono eccezioni. C’è un’altra cosa da dire riguardo al sesso. Risale all’epoca ottomana, agli schiavi bianchi, l’uso dell’atto sessuale violento, dello stupro sia sull’uomo sia sulla donna, come il massimo mezzo per umiliare le persone. E’ un’idea sbagliata del sesso.

Dove si sta dirigendo l’Egitto? Verso uno Stato laico o uno Stato religioso?
    Né l’uno né l’altro. L’Egitto tende ad una posizione nel mezzo. Gli egiziani sono molto religiosi ma non sono radicali. Il vero Egitto, da secoli, ama l’Islam normale e stiamo andando in questa direzione. Né laici né estremisti.

Il personaggio principale nei suoi romanzi non è né un detective né un poliziotto. Come mai questa scelta insolita?
    Prima di tutto perché non abbiamo detective in Egitto, solo poliziotti. Mi è parso che, usando una persona comune come protagonista, si potesse rendere più sfaccettata la sua personalità, che i lettori potessero essere più coinvolti con un personaggio così. In questa maniera si esce dal genere comune del thriller. Nel prossimo romanzo il protagonista è uno psicologo ed è una storia dell’orrore. E poi bisogna dire che la polizia in Egitto non è come nei film.


Ho sentito lo scrittore cubano Leonardo Padura Fuentes dire che si è trovato in difficoltà nel creare il suo personaggio di Mario Conde, perché è difficile trovare a Cuba un poliziotto intelligente, onesto, simpatico, una brava persona. Allora è così anche in Egitto?
    Sì, la polizia non è affatto ben vista, i lettori avrebbero odiato un romanzo con un poliziotto come protagonista. Un poliziotto avrebbe rappresentato il sistema di Mubarak, sarebbe diventato un capro espiatorio al posto di Mubarak.

Perché ha scelto di scrivere thrillers? Pensa anche Lei che offrano una buona opportunità per esplorare i mali della società?
    Mi piace leggere libri ‘gialli’ e mi piacciono anche i film del genere. In Egitto, poi, non abbiamo una letteratura di genere poliziesco e, se voglio essere speciale, devo fare qualcosa di nuovo. In Egitto la vita quotidiana è piena di brivido, volevo parlare di qualcosa di diverso. E poi, sì, certamente, penso che questo tipo di romanzi offra un’ottima opportunità per esplorare le zone buie della società.

Lei vive in Egitto. Se Lei vivesse all’estero, pensa che riuscirebbe a scrivere lo stesso tipo di libri? Oppure pensa che perderebbe la presa sulla realtà più viva, quotidiana?
    Penso che scrivere sia accumulazione. Ho vissuto intensamente per 12 anni la realtà del Cairo. Sono passato attraverso l’epoca di Mubarak e poi del generale Tantawy e di Mursi e del presidente temporaneo Mansur. Vivere con l’esercito e quattro presidenti- penso di aver accumulato abbastanza informazioni. Però mi è necessario vivere in Egitto, devo poter toccare, sentire, fiutare. Sono il tipo a cui piace scrivere sotto pressione, la scrittura risulta più aggressiva. Se vivessi da qualche altra parte, perderei ‘il polso’ della situazione.

intervista e recensione sono state pubblicate su www.wuz.it



  

martedì 23 maggio 2017

Ahmed Mourad, “Polvere di diamante” ed. 2013

                                                     Voci da mondi diversi. Medio Oriente
                 cento sfumature di giallo
                    il libro ritrovato


Ahmed Mourad, “Polvere di diamante”
Ed. Marsilio, trad. Barbara Teresi, pagg. 380, Euro 18,50
Titolo originale: Tourab al-mass


Qui tu sei morto. Non fare come me, non seppellirti in un posto che non merita. Parliamoci chiaro: in questo paese ci vorranno almeno altri cinquant’anni perché si possa vivere bene. Tu fai fuori un poco di buono, due, mille, ma queste persone sono come gechi, se gli tagli una zampa gliene spuntano altre dieci.

        Nero, nerissimo, il colore di questo thriller “Polvere di diamante” di Ahmed Mourad che ho preso in mano proprio nei giorni in cui sta divampando la rivoluzione nelle strade del Cairo. Di un nero senza continuità, perché le prime pagine ci portano indietro al 1954 con il nonno del protagonista Taha, proprietario di un negozio di profumi. Nel 1954 il presidente Nagib fu destituito, sei dirigenti della Fratellanza Musulmana furono condannati a morte e nel 1956 Nasser fu eletto presidente. Sempre in quell’anno, a seguito della nazionalizzazione del Canale di Suez, scoppiò la guerra che vide unite le forze di Francia, Inghilterra e Israele contro l’Egitto. I bombardamenti del Cairo sono uno sfondo necessario, un preambolo all’azione del romanzo che si svolge nel 2008. Il negozio di profumi della famiglia Al-Zahhàr non esiste più da quasi mezzo secolo, il padre di Taha è confinato su una sedia a rotelle (e, secondo la tradizione letteraria e cinematografica in questa situazione, spia con un binocolo la vita fuori dalla finestra), Taha fa il rappresentante farmaceutico e lavora qualche ora al giorno dietro il banco di una farmacia. Una sera si rifiuta di preparare una miscela di droghe per un energumeno del quartiere e, poco dopo, suo padre viene ucciso. Una vendetta del forzuto che ha una brutta fama? Oppure suo padre ha visto qualcosa che non doveva vedere?

     Il quadro dell’Egitto che Ahmed Mourad dipinge è a tinte fosche. La corruzione dilaga ad ogni livello con conseguenze disastrose- appalti truccati, lavori edilizi eseguiti in maniera inadeguata e criminale, voti comprati, elezioni truccate, bustarelle ovunque, il sistema del ‘fammi questo favore e avrai questo in regalo’ eletto a costume universalmente accettato in ogni ambiente, anche in quello delle forze dell’ordine. La legalità non esiste, nessuno è tutelato, la polizia usa mezzi brutali. Non solo. In una società in cui le donne portano il velo e la religione musulmana erge una barriera tra i due sessi, la perversità sessuale è così diffusa da essere la norma- si può trovare facilmente di tutto sul mercato e nessuno si scandalizza più che tanto. Davanti alla reazione di un Taha sconvolto da un omicidio che si è appena perpetrato sotto i suoi occhi, l’uomo che proprio non dovrebbe essere coinvolto in quanto parte attiva in fatti del genere dice, “L’Egitto fa ottanta milioni di abitanti. Non credo che qualcuno sentirà la mancanza di…” (ometto il nome della vittima). Non si salva quasi nessuno dei personaggi di “Polvere di diamante”. Non il vecchio commerciante di profumi che ha dato origine al tutto, investendosi di un’aura di giustiziere, non suo figlio, padre di Taha, che ha portato avanti l’impresa del proprio padre- “un piccolo errore per correggere errori più grandi”-: dove non arriva la legge a fermare il malcostume, gli abusi e i crimini, può arrivare il singolo con la polvere di diamante, un veleno subdolo, insapore, che agisce lentamente, letale. Non si salva neppure Taha, stritolato da forze a cui non è in grado di opporre resistenza, spinto dall’amore per il padre e dal desiderio di scoprire che cosa nasconda la sua morte.

In mezzo a tutti i personaggi negativi maschili risalta Sara, la vicina di casa di Taha, la ragazza a cui lui non è capace di rivelare il suo amore. Non è un caso che sia lei a dare voce alla protesta, a manifestare contro il regime. Testa coperta dal velo e macchina fotografica in mano, è Sara che ha il coraggio di scrivere un articolo incendiario. La sua è la voce di tutte le donne musulmane mortificate e ridotte al silenzio: “E’ questo paese che ce l’ha con noi, non noi che ce l’abbiamo con il paese!”.

    Se nel primo romanzo, “Vertigo”, la narrativa a tratti rallentava, procede invece veloce in “Polvere di diamante”- è graffiante come la punta di un diamante, ricca di un’ironia che trabocca di una profonda tristezza. E straordinariamente attuale.   

la recensione e la successiva intervista sono state pubblicate su www.wuz.it


Filippo Nicosia, “Un’invincibile estate” ed. 2017

                                                                  Casa Nostra. Qui Italia
       romanzo di formazione
       FRESCO DI LETTURA

Filippo Nicosia, “Un’invincibile estate”
Ed. Giunti, pagg. 217, Euro 15,00

   Il 23 maggio 1992 il magistrato antimafia Giovanni Falcone perdeva la vita nell’attentato di Capaci, in Sicilia. Non si contano i bambini che, nati quel giorno, furono chiamati Giovanni. E, appena fu più grande, se ne stupì il protagonista di “Un’invincibile estate” che invece, pur essendo nato quel giorno, si chiamava Diego. Perché non si portasse dietro per tutta la vita tutta quella tristezza, gli aveva detto suo padre. Fu per caso che Diego trovò una fotografia nel portafoglio del padre. Ritraeva lui, suo padre, con due bambini. Uno era Diego e l’altro il fratello Giovanni, di cui fino a quel momento non conosceva l’esistenza. Non lo ricordava affatto, era stato mandato a Roma subito dopo la morte della madre, quando Diego aveva solo tre anni.
     “Un’invincibile estate” è un romanzo di formazione in cui, come in tutti i romanzi del genere, il personaggio principale (Diego, che è anche l’io narrante) deve superare delle prove dolorose prima di diventare grande- la morte del padre, prima di tutto. Perché, alla morte di un genitore, il figlio passa in prima linea e prende su di sé un’eredità che non è solo quella della casa ma anche del vissuto paterno, degli errori, delle menzogne, delle cose non dette e dei segreti di cui ormai è impossibile appurare la verità. Il fratello Giovanni riappare, non aspettato, al funerale del padre. L’avversione di Diego è immediata. Che cosa ci fa lì, questo intruso? E’ vero quello che gli aveva detto suo padre, il motivo per cui Giovanni era stato allontanato da casa? Giovanni darà un’altra versione dei fatti. I sentimenti di Diego sono di gelosia e rabbia- è come nella parabola del figliol prodigo, anche se manca il padre che abbraccia il figlio. E la gelosia raddoppia davanti alla seconda prova da superare- c’è, nel romanzo, una prima storia di un amore solo abbozzato in cui, però, Diego viene sostituito dal fratello e una seconda storia con una ragazza molto disinvolta che fa conoscere a Diego il sesso. E poi c’è la scelta di vita da fare- l’università, come suo padre avrebbe desiderato, o qualcosa che nulla ha a che vedere con i libri, un’arte minore che è quella della cucina?

     Ad una prima veloce lettura “Un’invincibile estate” assomiglia ad altri libri che abbiamo letto, ma c’è qualcosa di particolare nella pena di crescere di Diego, oltre a quella sua mancanza di affetti, privo da sempre di una madre, con un padre che poteva anche essere violento ed un fratello un poco ambiguo che avrebbe anche lui molto da raccontare sulla difficoltà di diventare grandi- anche se mai sentiamo una parola sul suo ‘esilio’ romano, tranne le sue vanterie prive di fondamento. C’è l’insularità, la consapevolezza di essere isolati e di non sapere, tra le tante scelte che si devono fare nella vita, quale sia quella giusta, se restare o mettere la moneta nella bocca di Caronte e passare lo stretto raggiungendo la costa calabra che balugina come un miraggio nell’azzurro. Quale sarà la costa dell’Inferno?, si chiede Diego. Dall’una o dall’altra parte? E si allena a nuotare tre chilometri al giorno, tanti quanti sono quelli che lo separano dalla Calabria, parallelamente alla costa.
Lo stretto di Messina diventa una metafora del passaggio tra l’età in cui ci si può permettere di scherzare e l’età matura dove i problemi vanno affrontati, e non a pugni.  Da una parte c’è Messina, dove la rissa è all’ordine del giorno, dove il 23 maggio si commemora una strage che potrebbe ripetersi. Dall’altra c’è l’Italia, c’è Roma che potrebbe essere la prima tappa nel ristorante per cui l’amico di Diego gli ha scritto una presentazione, e poi forse Milano e poi, chissà, anche la Russia dove è andato l’amico a fare il cuoco. C’è tutto il mondo al di là dello stretto. Basta pagare il pedaggio. Basta crescere e dimenticare l’astio famigliare.




lunedì 22 maggio 2017

Intervista a Craig Silvey, autore di “Jasper Jones” 2010

                                            Voci da mondi diversi. Australia
                                                   romanzo di formazione
                                                   il libro ritrovato


 Abbiamo incontrato Craig Silvey a Milano, arrivato da Londra dove già era stato per la presentazione del suo libro di cui parleremo ora. Ha un’aria davvero molto giovane, ci fa pensare al Charlie che è protagonista del romanzo “Jasper Jones”.

Sulla stampa si è letta la definizione di ‘romanzo australiano’ per il suo libro. E tuttavia non mi è parso così strettamente australiano. Che cosa lo individua come ‘australiano’, secondo lei?
      Penso che ci siano molte cose tipicamente australiane: il paesaggio, la flora e la fauna, il caldo, il linguaggio con espressioni particolari. E poi ci sono vignette di vita australiana, alcune cose che la rendono unica, come il rispetto rituale per lo sport: nelle piccole città è molto importante, sostituisce quasi la religione. Jasper, soprattutto, è un giocatore fantastico ed è straordinario come questo cambi l’opinione che la gente ha di lui. La stessa cosa vale per il ragazzo vietnamita Jeffrey. Per me era importante esplorare questo tema in un contesto australiano, ma dopotutto è un tema universale e preferisco che non venga etichettato come un romanzo prettamente australiano.
gli interpreti di Jasper Jones nel film tratto dal libro
 Mi sarebbe piaciuto sapere di più sul dettaglio della madre aborigena di Jasper, di cui invece c’è solo un accenno. C’è una forte discriminazione nei confronti degli aborigeni?
      Non ho sottolineato maggiormente il fatto che la madre di Jasper sia un’aborigena, e quindi che anche Jasper abbia un aspetto fisico diverso, perchè la storia è narrata da Charlie. Una delle grosse sfide della scrittura di questo libro è stata guardare attraverso le lenti di un tredicenne: questo è il libro di Charlie e non il mio. E Charlie dava per scontate certe cose, nella storia di Charlie non era importante descrivere Jasper. O Jeffrey. Per quello che riguarda i rapporti con gli aborigeni, la situazione è ben lontana dall’essere idilliaca, c’è un razzismo radicato, in Australia. E non c’è una strategia decisa per affrontare questo problema. Lo sport è importante perché unifica: entrambe le culture capiscono le regole, si condivide qualcosa, facendo sport.

Questo è un romanzo sui danni dei pregiudizi? Sulla tendenza delle piccole comunità di fissare qualcuno in uno schema e non cambiare mai idea su di lui o lei? Dopotutto, anche Jasper e Charlie hanno dei pregiudizi nei confronti di Lionel il Pazzo, proprio come gli abitanti di Corrigan hanno pregiudizi nei confronti di Jasper Jones…

  Sì, è un romanzo che cerca di andare più lontano di quello che appare a un primo sguardo. Cerca di esplorare come i pregiudizi possano nascere, fiorire e perseverare. La comprensione avviene tramite un atto di empatia e di compassione. L’importante è essere capaci di capire, di guardare al di là di se stessi, di vedere gli altri: questo è quello che Charlie deve fare. La bolla infantile in cui Charlie è rinchiuso scoppia e Charlie smette di vedere il mondo come appare solo a lui, lo vede come è per gli altri, vede che cosa è la città nei confronti di Jasper Jones. La verità su Jasper è infinitamente più triste e ci vuole coraggio per andare contro l’opinione popolare. La bolla scoppia nel momento in cui Charlie vede il corpo di Laura che penzola dall’albero. A questo punto Charlie non è più protetto né dai genitori né dai suoi libri e vede il mondo come è. Charlie deve capire la situazione di Jasper, deve vederla come la vede Jasper. Charlie deve guardare al di là di se stesso e ci vuole coraggio per farlo. L’ho usato come un segno per un’esperienza più ampia: molti vivono sempre dentro la loro bolla infantile ed egoista, continuano con le stesse tradizioni, gli stessi miti, senza mai metterli in discussione.

Charlie è un lettore vorace. I suoi idoli sono Mark Twain e Harper Lee: sono anche i suoi autori preferiti?
     Io ho amato molto quei libri. Per Charlie sono una via di fuga. Non ci può essere niente di più lontano di New York dal luogo in cui vive. Riverisce i luoghi dove la gente è rispettata perché scrive e legge, diversamente da quanto accade a lui. Condivido con questi autori il gusto di raccontare, e poi molte delle caratteristiche australiane sono simili a quelle degli stati del sud dell’America.

Atticus Finch e Huckleberry Finn: in che cosa sono di esempio a Charlie? A volte Charlie sembra identificare suo padre con Atticus Finch, a volte lui stesso vorrebbe assomigliare ad Atticus. E Huckleberry assomiglia a Jasper?

      Atticus e Huckleberry rappresentano quello che Charlie vorrebbe essere. Atticus è forte, razionale. Charlie lo ammira e vede in suo padre le sue caratteristiche, vorrebbe che suo padre fosse come Atticus, una presenza intelligente. Jasper è simile a Huckleberry: sono coraggiosi, ribelli, forti e caparbi. Charlie lo ammira perché quelle sono le caratteristiche che a lui mancano.

 Jasper Jones è il doppio di Charlie?
    Sì, penso di sì. All’inizio sembrano molto diversi, Jasper è l’antitesi di Charlie ma, lungo il corso del libro,impariamo a vedere quanto siano simili: il loro linguaggio è diverso, ma vedono il mondo in maniera simile. Jasper è coraggioso e, quando Charlie impara che cosa sia il coraggio- che è la capacità di essere in disaccordo con i più-, anche lui diventa come Jasper.

“Jasper Jones” è un romanzo di formazione: il ragazzo cresce attraverso l’esperienza della morte e dell’amore e del tradimento. E’ il tradimento la prova peggiore, persino peggio della morte?
     Certamente il tradimento è la prova più formative per la crescita perchè nega la fiducia infantile. I bambini non hanno la capacità di mettere in dubbio quello che è vicino a loro, e per questo il tradimento da parte dei genitori è per loro il peggiore in assoluto.

Perchè il cricket gioca un ruolo così importante nel romanzo?

     Il cricket è una religione nei piccolo centri, il cricket serve per unire le persone. Puoi capire qualcuno in un contesto che riconosci. Il gioco del cricket mi è servito come metafora: c’è unione e comprensione finché si gioca, poi, quando tutto è finito, si ritorna come prima. Solo sul campo da gioco si è uguali, stessa uniforme, stesse regole. Dopo, quando la partita è finita, tutto ritorna come prima.

recensione e intervista sono state pubblicate su www.wuz.it