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martedì 8 marzo 2022

Alessandra Jatta, “Foglie sparse” ed. 2022

                                                          Casa Nostra. Qui Italia

                                                              storia di famiglia

        la Storia nel romanzo

Alessandra Jatta, “Foglie sparse”

Ed. Voland, pagg. 224, Euro 17,00

    Una saga famigliare è sempre affascinante. Lo è ancora di più quando sappiamo che è una storia vera, che i personaggi di cui leggiamo sono veramente esistiti, quando, sparse tra le pagine del libro, troviamo fotografie che ci incantano, prese dall’album della famiglia di cui stiamo leggendo, e ci soffermiamo a studiarne i lineamenti e gli abiti, cercando di far combaciare le espressioni dei volti con i caratteri di coloro che ormai ci sembra di conoscere.

     La dedica all’inizio di “Foglie sparse” è ‘A tre grandi donne della stirpe Olsufiev: la mia trisnonna Aleksandra Andreevna, la mia bisnonna Olga Pavlovna, mia nonna Assia Vasil’evna’.

     È il 1917. Assia è la maggiore dei bambini Olsufiev. Ha undici anni. Dopo di lei sono nate altre tre bambine, con grande delusione della nonna Aleksandra, e finalmente il tanto desiderato maschietto, Aleksej, che porta lo stesso nome del figlio minore dello zar Nicola. Che strana coincidenza, anche la famiglia Romanov- a cui gli Olsufiev sono fedeli- è composta da sette membri, lo zar e la zarina e poi le quattro bambine prima che arrivasse lo zarevic Aleksej, ammalato di emofilia.


Gli Olsufiev sono nella tenuta di campagna vicino a Mosca, quando arrivano notizie della Rivoluzione e dei disordini. È Olga a dover prendere decisioni, perché il marito Vasilj, colonnello della guardia imperiale, è impegnato al fronte. Olga si è sempre illusa che niente può succedere loro in campagna, si è sempre sentita sicura dell’amore dei contadini. Un’illusione. Quando arriva un telegramma annunciando che un cugino è stato assalito e ferito dai suoi contadini, Olga capisce che non sono più al sicuro, che deve tornare a Mosca con i bambini e poi…dove andare? In Caucaso, a Kislovodsk, dove già sono fuggiti parenti ed amici, più vicino a Vasilj, e chissà, forse da là potranno anche raggiungere l’Italia, andare a Firenze, dove hanno una casa, dove è nato il piccolo Aleksej.

    L’espediente narrativo impiegato da Alessandra Jatta è quello di far raccontare ai bambini dalla njanja, dalla mamma e dalla nonna la storia della loro famiglia e, insieme, della Russia. Non c’è bisogno di precisione, in un racconto indirizzato ai bambini, c’è bisogno di atmosfera che può oscillare tra lo splendore dei balli, delle vesti splendide e dei gioielli scintillanti, i pettegolezzi che riguardano il ‘monaco nero’ Rasputin e la sua amicizia con la zarina, e il macabro dei tentativi per assassinare  lo stesso Rasputin. E intanto inizia ‘la caduta’ degli Olsufiev, mentre le bambine indossano camicioni ricamati di rosso e Olga sopporta lo scherno e la mancanza di rispetto a cui non è abituata quando cerca disperatamente informazioni per il treno che deve portarli in salvo.

Kislovodsk

    A Kislovodsk la loro vita si è interamente capovolta. Se riescono a sopravvivere è grazie ai gioielli che Olga ha portato via nascosti in una cintura di velluto e che vende a poco a poco. Il marito li raggiunge, è stato destituito, si unirà alle forze dei Bianchi. E i nemici non saranno solo i Rossi, con la protervia e arroganza che gli vengono da secoli di sottomissione, saranno anche il freddo e la fame e l’influenza spagnola che minaccia di portarsi via i bambini. Finché fuggiranno ancora…

    Arriveranno a Firenze, in quell’Italia sognata non solo come rifugio lontano dalla guerra, non solo come tesoro di ricordi di un tempo felice, ma anche come luogo ideale di arte e bellezza in cui niente di brutto può capitare. E il confronto tra la loro sorte e quella della famiglia Romanov con cui sono anche imparentati- tutti, proprio tutti, anche i bambini, trucidati senza pietà- è quanto mai doloroso e scioccante.

     Alla storia del passato lontano la scrittrice aggiunge un aggiornamento sulla sorte della famiglia, delle quattro sorelle non solo belle ma intelligenti e destinate a grandi cose, e dell’unico fratello.

     In uno stile piano, un libro che si legge con piacere.  

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lunedì 1 giugno 2020

Elvira Mujčić, “Al di là del caos. Cosa rimane dopo Srebrenica” ed. 2015


                                            Voci da mondi diversi. Penisola balcanica
                                                                 guerra dei Balcani
          romanzo di formazione

Elvira Mujčić, “Al di là del caos. Cosa rimane dopo Srebrenica
Ed. Infinito, pagg. 113, Euro 3,49 (formato kindle)

  La data della commemorazione dell’eccidio di Srebrenica è stata fissata per l’11 luglio. Nel 1995 quel giorno- e i giorni seguenti- oltre 8000 musulmani bosniaci, per lo più uomini e ragazzi, furono uccisi da unità dell’esercito di Bosnia e Erzegovina guidate dal generale Ratko Mladić in una zona che era stata dichiarata protetta dall’ONU e che si trovava sotto la tutela di un contingente olandese e di 600 ‘Caschi Blu’. Nel 2007 la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che il massacro di Srebrenica, commesso con l’intento specifico di annientare il gruppo etnico dei bosgnacchi, fu un genocidio e condannò Ratko Mladić all’ergastolo per crimini contro l’umanità e Radovan Karadzić, allora presidente della Serbia, a 40 anni di reclusione tramutati poi in ergastolo. I parenti delle vittime, i macabri ‘cercatori di ossa’, a tutt’oggi non si danno pace- non finché avranno ricomposto lo scheletro del loro ‘disperso’ e gli avranno dato degna sepoltura nel cimitero di Potecari: una distesa infinita di bianche lapidi.

     Elvira Mujčić viveva con la famiglia a Srebrenica. Suo padre e suo zio , presagendo il peggio, erano andati a chiedere protezione ai Caschi Blu. Di loro non si era più saputo niente e a lungo la madre di Elvira aveva sperato che fossero riusciti a scappare, a nascondersi, a sopravvivere. Elvira aveva 15 anni. con la madre e i fratellini fuggirono dapprima in Croazia e poi in Italia. “Al di là del caos” è il racconto autobiografico di Elvira. Non è il racconto di ‘quei’ giorni- a Srebrenica Elvira tornerà, ma dopo, per ricomporre gli spezzoni della sua vita. È piuttosto il racconto degli anni da immigrata, la storia di una ragazzina e poi di una giovane donna coraggiosa, intelligente, con tanta voglia di studiare, di sapere, una passione per la letteratura e per la musica. Elvira Mujčić ci parla delle difficoltà di integrarsi, del sentirsi estranea, delle amicizie e dei primi amori, dei viaggi all’estero con gli amici, dei libri che ha letto, delle canzoni che hanno ritmato i suoi giorni.
E poi torna in Bosnia. A Sarajevo, prima. Le manca il coraggio di arrivare a Srebrenica. È sulle tracce del tempo perduto, niente è più come prima, alcuni parenti sono rimasti, altri sono stati inghiottiti dalla guerra. Ed Elvira si sente straniera nella sua terra.
il fiore di Srebrenica
      Resta da affrontare l’incubo del massacro, la paura che è sempre in agguato, ci vorranno anni di cure psicanalitiche per uscire dal buio.
     “Al di là del caos” è chiaramente un’opera ‘giovanile’, una sorta di sperimentazione con la scrittura e con la struttura del romanzo. A volte ci stanchiamo delle citazioni tratte da libri o da brani musicali e di certo la parte più coinvolgente è quella più dolorosa del finale, quando Elvira si confronta con il trauma che le ha lasciato un segno indelebile dentro.




martedì 26 novembre 2019

Adrián Bravi, “L’idioma di Casilda Moreiro” ed. 2019


                                                                     diaspora
      love story

Adrián Bravi, “L’idioma di Casilda Moreira”
Ed. Exòrma, pagg. 187, Euro 15,50


    Un amore che è finito. Un amore che incomincia. Un professore anziano in coma. Un suo studente che affronta un viaggio. Una lingua in coma come l’anziano professore di etnolinguistica- sono rimaste due persone a parlare questa lingua. Anzi, a non parlare questa lingua, perché questi unici due, Bartolo e Casilda, non si rivolgono la parola da anni. Riuscirà lo studente che parte per rintracciarli nella pampa ai confini tra Argentina e Patagonia a farli uscire dal mutismo, a registrare questa lingua mantenendone il ricordo? Sono questi gli ingredienti dell’insolito romanzo “L’idioma di Casilda Moreira” dello scrittore di origine argentina Adrian Bravi.
     Quando, tanti anni fa, in un romanzo di Antonio Soler lessi la frase ‘la mia lingua è la mia patria’, mi restò nel cuore e nella mente- rivado a quelle parole, così essenziali, ogni volta che leggo di persone sradicate, di migranti, e penso alla lacerazione interna, quasi ad una scissione di personalità che deve provocare il vivere con due lingue. Perché noi siamo la lingua che parliamo. Siamo la lingua che le nostre madri usavano con noi. Che abbiamo usato a scuola. In cui abbiamo rivolto le prime parole di amore. È per questo che Casilda si rifiuta di parlare la lingua dei günün a küna, i tehuelches della Patagonia settentrionale, con Bartolo, il fedifrago che l’ha lasciata per seguire un’altra donna. È morto il loro amore ed è morta la lingua per dirlo. E c’è bisogno di uno studioso in punto di morte per dare la spinta al suo studente per partire. Perché è incuriosito, perché condivide con il professore la passione per le lingue, perché dentro di sé spera in un doppio miracolo, risuscitare una lingua e risuscitare il professore.

     Annibale Montefiori, un ragazzo goffo con i pesanti occhiali dalla montatura nera, parte per l’ignoto- il suo è una variante del viaggio di apprendimento o di formazione. Se la caverà benissimo, nonostante sembri così sprovveduto. Scoprirà l’amore con la figlia del locandiere di questa località fuori dal mondo che si chiama Kahualcan dove arriva nella sua ricerca di ex innamorati. E lui non è certo il tipo del fedifrago, ma chissà se questo sentimento appena sbocciato resisterà alla lontananza, quando lui, inevitabilmente, deve tornare in Italia. Annibale si innamora anche degli ampi spazi aperti, della pampa così totalmente diversa dalle dolci colline delle Marche da cui lui viene. Impara perfino ad andare a cavallo, Annibale, per seguire la ragazza, per andare con lei a parlare con Bartolo e Casilda.
Bartolo che dice qualche frase in günün a yajüch, ma dice anche che non c’è il corrispondente di quelle parole in spagnolo, che è sempre in groppa al suo kawal da cui non si separa mai, che parla solo del suo cavallo, di un luogo a sud dove crescono i nomi, del sole che sorge e tramonta. Casilda, invece, racconta di sua nonna che era nomade, che le aveva insegnato a fare i mantelli con le pelli degli animali e a dire le preghiere per fermare il vento o per far uscire il sole. “Noi”- dice Casilda- “più che parlare, cantavamo nella nostra lingua, perché è fatta più per cantare che per parlare da cristiani”.
      Lascio al lettore scoprire la fine di questo romanzo insolito, poetico e a tratti divertente, che tocca in una strana maniera le corde del nostro cuore.

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venerdì 6 settembre 2019

Nadeem Aslam, “Il libro dell’acqua e di altri specchi” ed. 2019


                                                      Voci da mondi diversi. Asia
  la Storia nel romanzo


Nadeem Aslam, “Il libro dell’acqua e di altri specchi”
Ed. add, trad. Norman Gobetti, pagg. 400, Euro 18,00

     La disperazione bisogna guadagnarsela- dice un personaggio del nuovo bellissimo romanzo di Nadeem Aslam, “Il libro dell’acqua e di altri specchi”- Io personalmente non ho ancora fatto tutto quello che posso per cambiare le cose. Non mi sono ancora guadagnato il diritto di disperare.
    Perché si è tentati di lasciarsi inghiottire dalla disperazione nella situazione disperata del Pakistan dove vige la sharia, dove i cristiani sono una minoranza trattata quotidianamente dai musulmani come gli ebrei nella Germania nazista, le donne portano il velo se non il burqa e rischiano la morte se si macchiano di un amore ritenuto colpevole- come Aysha, la figlia del chierico, rimasta vedova e sorvegliata a vista dal cognato. Aysha che, oltretutto, si è innamorata di Lily, il guidatore di risciò che però è cristiano- una coppia per cui presagiamo un finale tragico quanto quello di Romeo e Giulietta, come non bastasse la dose di tragedia che hanno già avuto entrambi nella loro vita. Per Lily la morte della moglie (lui ha cercato di ucciderne l’assassino appena questi è stato rimesso in libertà), per Aysha non solo la morte del marito ucciso da un missile americano, ma anche la grave menomazione subita dal figlio bambino che ha perso entrambe le gambe a causa di un drone.

La tragedia è all’ordine del giorno in Pakistan, nella cittadina di Zamana (nome fittizio, possiamo pensare a Lahore). E il romanzo di Nadeem Aslam ne segue il filo nelle vicende dei suoi protagonisti, una coppia di architetti musulmani non osservanti, due intellettuali illuminati e colti, Massud e Nargis. Mentre una catena umana trasferisce i libri sacri dalla vecchia sede nella nuova biblioteca, Massud resta vittima accidentale di una sparatoria. Chi ha sparato è un americano che si spaccia per diplomatico, più probabile che lavori per i servizi segreti. Un tribunale pakistano non può permettersi di condannare a morte un americano, se poi è davvero un diplomatico, gode dell’immunità. Per rilasciarlo, però, è necessario il perdono della moglie dell’uomo che è morto. Che si rifiuta di concederlo. Ci sono tanti mezzi per convincerla. Anche perché Nargis nasconde un segreto di cui non ha mai parlato neppure al marito. Fuggirà, Nargis, insieme a Helen, la figlia di Lily che lei e Massud hanno cresciuto come fosse la loro propria figlia, accusata di blasfemia. E un giovane del Kashmir insieme a loro, innamorato di Helen e inseguito da ex compagni terroristi addestrati con lui in un campo pakistano- non volevano lo stesso Kashmir, il giovane Imran e i terroristi, per questo lui se n’era andato. Si nascondono in un’isola nel fiume dove Nargis e il marito avevano costruito una moschea mai usata per un fatto di sangue avvenuto il giorno stesso dell’inaugurazione. E c’è qualcosa di idilliaco e di utopistico nell’isola- di per sé un’isola è tagliata fuori dal mondo e dalle sue lotte-, nei giorni dei tre fuggiaschi spesi a ricucire con un filo d’oro le pagine di un libro sacro, citando versi di ghazal. Può durare questa oasi di pace e di amore? Saranno raggiunti dai loro diversi nemici? Basterà l’acqua del fiume a fermare le fiamme dell’odio?

     C’è molta violenza nel romanzo di Nadeem Aslam, c’è molto odio nato dall’intolleranza e dall’ignoranza. C’è anche molto dolore per il paese in cui Nadeem Aslam è nato e che ha lasciato con la famiglia quando aveva quindici anni. Ma c’è anche la volontà di sperare nel futuro nelle storie d’amore che si intrecciano ad onta di tutto, nell’attaccamento dei personaggi alla loro terra che vogliono difendere dalle intromissioni estranee- gli americani in Pakistan, gli indiani in Kashmir. E Massud, Nargis, Helen, Imran, con la loro cultura, con la musica, con le straordinarie costruzioni di carta che riproducono i più famosi monumenti del mondo, sono lì per ricordarci che il Pakistan non è solo oscurantismo e attentati come quello che coinvolge il protagonista al mausoleo di Charagar.
    Nadeem Aslam è un affabulatore colto che ci irretisce con le sue storie, proprio come la bambina Nargis catturata dalla grande rete che si solleva verso il cielo per poi lasciar cadere gocce di pioggia dall’umidità delle corde. E’ un visionario, un poeta (come il padre, il poeta mancato che viene ricordato e citato in ogni libro di Nadeem con il nome di Wadaq Saleem), un pittore che usa parole invece dei colori in una scrittura sensuale e ricca che affascina.

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lo scrittore sarà presente al Festival della Letteratura di Mantova
la recensione e l'intervista che seguirà saranno pubblicate su www.stradanove.it
trovate le recensioni degli altri libri di Nadeem Aslam sotto l'etichetta 'Voci da mondi diversi. Asia' 2014

    



sabato 11 novembre 2017

Gary Shteyngart, “Absurdistan” ed. 2006

                              Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
                                                                    Diaspora
                                                                    satira
    il libro ritrovato

Gary Shteyngart, “Absurdistan”
Ed. Guanda, trad. Katia Bagnoli, pagg. 364, Euro 16,00

Al russo Miša Vainberg non viene concesso il visto per tornare in America dove ha studiato e dove vive la donna che ama perché suo padre ha ucciso un uomo d’affari dell’Oklahoma. Quando l’auto di suo padre salta per aria a causa di una mina, il grassissimo Miša riesce a comperarsi un passaporto belga, ma deve tuttavia passare attraverso uno degli stati dell’ex URSS, l’Absurdistan, e si trova nel mezzo di una guerra civile- una manovra americana nella guerra del petrolio?


INTERVISTA A GARY SHTEYNGART, autore di “Absurdistan”

    “Absurdistan”: per una volta un titolo, quello del romanzo di Gary Shteyngart, uguale nell’edizione originale e in italiano e ugualmente carico di anticipazioni sul contenuto del libro che ci accingiamo a leggere. “Questo è un libro sull’amore”, dice la frase iniziale. “E’ anche un libro sul troppo amore. E sull’inganno.”, procede il testo più avanti. E’ vero, c’è l’amore in “Absurdistan”- per l’Amato Babbo, per New York, per la florida Rouenna. Eppure quello che prevale, nel romanzo, è la frustrazione da mancanza d’amore o da amore sbagliato, quel “troppo” amore di cui parla il protagonista. Perché ci deve essere un motivo- solo accennato, perché è come una spina- per la dimensione enorme di Miša Vainberg.
Miša è quello che clinicamente verrebbe chiamato un grande obeso e le sue straordinarie misure sono continuamente sottolineate, a diventare elemento portante grottesco della storia, parte integrante del filone satirico antiamericano, contrasto continuo con quell’io interno di Miša che è rimasto fanciullo indifeso, gigante della swiftiana Brobdingnag abitato da un lillipuziano. Miša Vainberg è il figlio del 1238° uomo più ricco di Russia che era finito in prigione negli anni ‘80 per aver rapito il barboncino antisemita del vicino di casa e avergli pisciato addosso davanti alla sede del KGB. La prigione era stata la sua fortuna, perché lì aveva conosciuto tutti quelli che gli sarebbero stati utili per una reincarnazione da oligarca. C’è tutta la nuova Russia del dopo Gorbačev nell’Amato Babbo e nel suo erede Miša, e gli strali di Shteyngart, nato a Leningrado nel 1972 ed emigrato negli Stati Uniti all’età di sette anni, sono diretti in pari maniera verso la società postcomunista e quella americana. Il suo Miša, che ha studiato multiculturalismo all’americano Accidental College (che è come dire il college per caso) con i soldi di papà, resta bloccato a San Pietroburgo (diventata, nel suo significativo vocabolario, San Leninburgo, diversa ma sempre uguale) perché non riesce ad ottenere il visto per rientrare negli Stati Uniti: a quanto pare suo padre ha ucciso un americano con questo intento, perché Miša non si allontanasse più da lui. Che è poi quanto succede su vasta scala nella parte centrale del romanzo- ammazzare a scopo…possiamo dire absurdo?
Perché Miša Vainberg, nelle sue picaresche avventure per uscire dalla Russia, finisce in Absurdistan, nel bel mezzo di una guerra civile tra le due fazioni di sevo e di svanï che si differenziano per l’inclinazione a destra o a sinistra del poggiapiedi sulla croce di Cristo, un po’ come nei “Viaggi di Gulliver” i due partiti di Lilliput dei Tacchi Alti e Tacchi Bassi, per scoprire alla fine che è tutta una messa in scena, una partita gigantesca basata su un imbroglio. Non c’è nessuna guerra per il petrolio, non è vero che è stato abbattuto l’aereo del dittatore, gli americani vanno a braccetto con gli absurdistani, le bombe cadono in maniera strategica, i morti sono danni collaterali, anche l’amico di Miša che ci ha rimesso la pelle- bisognava fare in modo che il mondo distogliesse l’attenzione da quel ragazzo morto durante il G8 a Genova!
E il povero grosso e grasso Miša, che forse è stato molestato dall’Amato Babbo, forse è stato ipernutrito dalla mamma per distrarre le attenzioni del Babbo, che è stato tradito dalla sua Rouenna (con uno scrittore che si chiama quasi come l’autore stesso), si trova a desiderare che il mondo sia un posto migliore.
Abbiamo parlato con Gary Shteyngart del suo romanzo e di che cosa significhi essere uno scrittore ebreo russo americano..



Miša Vainberg, il protagonista del suo romanzo, è di dimensioni enormi: era un punto importante per l’elemento ironico e grottesco della storia?
    Sì, l’elemento ironico è essenziale- viviamo in un tempo in cui è quasi inconcepibile essere grotteschi, molti personaggi dei romanzi sono spesso dei tipi hollywoodiani o vengono trasformati per esserlo; io volevo creare un eroe attraente ma gigantesco, e non solo nel corpo ma anche nella maniera in cui vede il mondo. Miša vede il mondo come qualcosa da mangiare, nel libro mangia tutto, dalle idee politiche al caviale. Volevo che diventasse sempre più grande. D’altra parte c’è una vasta tradizione di eroi sempre più grassi- e sia la Russia sia l’America sono due nazioni smisurate; pensiamo a Oblomov di Gončarov e al protagonista della “Banda di idioti” di John Kennedy Toole, che è la versione americana dell’uomo che non si muove, come Oblomov. L’essere sovrappeso può anche, in parte, simbolizzare il consumismo che inizia negli Stati Uniti ma ha trovato terreno fertile in Russia. A San Pietroburgo c’è un aeroporto che sembra appartenere al secolo XIX e, vicino, ci sono i concessionari della BMW e della Volkswagen che sono in edifici più grandi dell’aeroporto: questo è il consumismo e il declino della società.

Lei è emigrato negli Stati Uniti da Leningrado quando aveva 7 anni- a proposito, come è stato possibile per la sua famiglia emigrare?- e Miša è intrappolato in Russia dopo esservi tornato per far visita al padre: si sentirebbe come lui al suo posto?

    La mia famiglia è emigrata nel 1979, quando un gran numero di ebrei è stato usato da Brežnev come merce di scambio per il frumento. C’è stata una grossa emigrazione, circa 100.000 ebrei sono usciti dalla Russia, passando dall’Austria prima di arrivare a New York. Sono tornato in Russia per la prima volta nel 1988 e ho provato qualcosa di strano- mi è venuta la paura che non mi lasciassero più uscire: avevo il visto sbagliato, non avevo i timbri giusti. In Russia tutti i problemi si risolvono con 100 dollari ma ho pensato, ‘ e se mi trattenessero qui?’. Poi, ero all’aeroporto e indossavo un cappello simile a quello di Miša sulla copertina del libro e me lo hanno tolto di testa per perlustrarne l’interno alla ricerca di diamanti: come Miša ho avuto il terrore di essere intrappolato per sempre.

Come Miša, Lei è ebreo e russo ed ora è americano: che peso ha ognuna di queste componenti sul suo essere quello che è?
    L’essere ebreo ha una grande importanza culturale per me: ho frequentato la yeshiva, che è la scuola religiosa, anche se con conseguenze negative perché non sono praticante, ma la cultura letteraria in America sarebbe inconcepibile, sarebbe decisamente diversa se non fosse per la presenza dei due Roth, di Bellow, di Richler, e della componente dell’umorismo ebraico. La parte di me che è russa ha a che fare con la lingua: nei miei momenti più felici ritorno nella mia mente al russo. A casa mia si è sempre parlato russo, si parla tuttora russo e sono stato allevato nel tesoro della letteratura e della lingua russe. Come conseguenza c’era questa differenza abissale tra ‘casa’ e ‘fuori casa’: prima di tutto a casa non avevamo la televisione e fuori di casa tutti parlavano sempre di quello che vedevano alla televisione. Per quello che riguarda il mio io americano, be’, vivo a New York e non capisco che cosa succede nel resto del paese: sì, posso andare a San Francisco, che ricorda New York, ma la maggior parte degli Stati Uniti sono per me un paese straniero. A New York mi sento a casa; la bellezza di New York è che tutti quelli che ci abitano vengono da altre parti. Non è difficile combinare le mie tre identità, basta non pensarci. Quando torno in Russia, prima di tutto sono un ebreo, a New York sono un newyorkese, io mi sento un ebreo russo. Quando ero in Italia nel 2003, era meglio essere riconosciuto come uno scrittore russo piuttosto che americano. Adesso neppure agli scrittori americani piace essere americani: è come se l’idea di essere americano fosse stata “dirottata a forza” dal governo.


Da un lato il pericolo di essere un ebreo russo emigrato in America è quello di sentirsi senza radici; dall’altro pensa che questa mancanza di radici sia positiva perché le dà un distacco che è necessario per avere una visione oggettiva sia della Russia sia degli Stati Uniti?
    Sì, proprio così, giustissimo. Dopo l’11 settembre in America c’è stata una rinascita di letteratura di immigrazione, soprattutto di scrittori originari dell’India, come Kiran Desai o Mohsin Hamid. Tutti questi scrittori possono dire all’America quello che è, quando gli americani non lo sanno, proprio per quel senso di appartenere e non appartenere. Il romanzo di immigrazione è diventato globale- ormai la maggior parte degli immigranti non si allontana più definitivamente dal paese di origine, come avveniva una volta. La maggior parte può prendere un aereo e tornare in patria, a Mosca o a Bombay: la vita non è solo negli Stati Uniti. Questa possibilità del ritorno ha cambiato profondamente la letteratura.

Ha detto che è tornato e torna spesso in Russia: come vive la gente questi tempi di cambiamento? Rimpiangono qualcosa del passato?
   La mia tesi è che ci possono essere dei tempi di difficoltà economiche ma le cose sono sempre le stesse, sia che ci sia lo zar o Lenin o Putin. Naturalmente ci sono stati tantissimi che sono stati uccisi sotto Stalin ma la filosofia del governo è la stessa: c’è una classe d’élite molto ristretta e poi ci sono tutti gli altri. Le cose possono migliorare economicamente ma il destino del popolo russo sarà sempre nelle mani di pochi o addirittura di una sola persona.

Il suo Absurdistan è collocato in un’area geografica di uno degli stati dell’ex Unione Sovietica: poteva anche essere messo in qualunque altra area?
    Sì, prima di scrivere il romanzo parlavo con uno scrittore di Sarajevo mio amico e cercavo di spiegargli che l’inimicizia delle due fazioni in guerra si basava sull’inclinazione del poggiapiedi di Cristo e lui era d’accordo, diceva che oggigiorno si può uccidere anche per un pollo. Se non fosse per l’atmosfera, Absurdistan potrebbe essere ovunque. Alcuni critici in America hanno scritto che l’Absurdistan è l’America stessa, dopo l’effetto polarizzante di Bush, divisa tra la costa e il centro. Penso che le differenze tra la gente della costa e quella del centro degli Stati Uniti siano maggiori di quelle tra la Norvegia e la Spagna.

Nel romanzo c’è anche un altro personaggio che è chiaramente una caricatura di lei stesso, perché ha un nome che è solo leggermente diverso dal suo e ha scritto un libro con un titolo che è quasi uguale a quello del suo primo romanzo: il professor Shteynfarb e Miša sono entrambi, in qualche modo, il suo doppio?
   Questa è una bella maniera di porre la questione: gli scrittori sono forzati a scrivere in maniera autobiografica perché esplorano il mondo. Il protagonista si frammenta: c’è di me sia in Miša sia in Shteynfarb e con quest’ultimo volevo anche trovare una maniera di criticare l’impulso dello scrittore di scrivere di sé- anche Philip Roth ha un alter ego nel personaggio di Zuckerman, che è così simile a lui in modo molto buffo.


Alla fine l’Amato Babbo risulta essere un po’ troppo e indebitamente amante del figlio: è questa la lezione del mondo, che tutti e tutto ti deludono, padre e amante e Stato?
    Penso che se c’è una lezione nel romanzo è che in Russia lo Stato è terribile e la famiglia offre un rifugio dallo Stato- il che avviene ovunque lo Stato sia così tremendo. La domanda è: e se sia lo Stato sia la famiglia vengono a mancare? Se lo Stato continua a fallire e manca la formazione di una comunità civile, questo ha effetto anche sull’individuo? E’ come un circolo chiuso, il pubblico e il privato sono come il serpente che si mangia la coda. La tragedia russa è che lì la società non ha mai funzionato, basta pensare che in Russia c’era la schiavitù ma erano i russi stessi ad essere schiavi. D’altra parte ricordiamo che Stalin veniva chiamato Amato Babbo…

Il tono del romanzo è satirico e ironico: userà lo stesso stile, per così dire swiftiano, nel suo nuovo romanzo?
    Sì e no- io sono uno scrittore satirico e non posso variare di molto il mio tono. Tuttavia il prossimo libro sarà una storia d’amore insieme al crollo degli Stati Uniti in un tempo futuro. Sarà satira mescolata a sentimento personale.

recensione e intervista sono state pubblicate sulla rivista Stilos



                                                                                                                      






Simone Somekh, “Grandangolo” ed. 2017

                                                                 Diaspora
                                                                 romanzo di formazione
    FRESCO DI LETTURA

Simone Somekh, “Grandangolo”
Ed. Giuntina, pagg. 174, Euro 15,00

     Da Brighton, vicino a Boston, a Manama nel Bahrain e poi a Tel Aviv, passando da New York e la Florida: questo il viaggio di Ezra Kramer per entrare nell’età adulta, per conoscere se stesso. Con al collo una Nikon, l’occhio sull’obiettivo, la mente che rincorre immagini folgoranti. Di certo un viaggio diverso dal grand tour tradizionale, ma è anche diverso il protagonista, un ragazzo ebreo cresciuto in una famiglia ultraortodossa, tra innumerevoli restrizioni. Quello che più gli pesa, a Ezra Kramer, non è l’obbedienza alle leggi bibliche. Che queste siano immutabili è qualcosa che può accettare. Gli pesa, invece, l’osservanza rigida delle usanze che si sono trasformate in leggi. Perché non si può prendere in considerazione che le usanze possano cambiare con il cambiare dei tempi e delle circostanze?
    Ezra è un ribelle, anche se non fa niente di male, se si considerano le sue trasgressioni da un altro punto di vista. Si è fatto espellere da scuola perché ha fotografato una ragazza. E non pensiamo a foto audaci, no, è che il mondo femminile è un mondo a parte in una comunità ortodossa. Quando la zia riesce a farlo iscrivere in una scuola ebraica ortodossa moderna, la domanda più frequente dei nuovi compagni sarà, ‘è vero che le donne della tua comunità sono segregate?’, mentre l’amico Carmi gli chiederà curioso se le ragazze della nuova scuola hanno veramente le ginocchia scoperte, che per lui significa un invito al sesso prematrimoniale.
Ezra si sente soffocare nell’ambiente della comunità ultraortodossa, gli sembra che la rigida osservanza sia un ostacolo ad una piena umanità, una barriera che gli impedisce di realizzarsi intellettualmente e sentimentalmente. La disobbedienza diventa d’obbligo se deve scegliere tra andare a studiare in una yeshiva in Israele, come desidera suo padre, o frequentare l’università a New York, dove è ammesso senza sforzo. Finirà poi per abbandonare gli studi e seguire la sua inclinazione più forte- fare il fotografo.
    Ci sono una serie di tappe, nel ‘viaggio’ di Ezra Kramer- la vita a casa, l’università, la fotografia con nuovi incontri e nuove sfide. Ezra si confronta con un mondo diverso e libero. Non è facile, per un ebreo ‘basso e brutto’ come lui, imporre una nuova maniera di fotografare modelle e vestiti per una rivista di moda. E’ sempre un estraneo che guarda con il terzo occhio della macchina fotografica, e lo è ancora di più quando un gruppo inviato dalla rivista per cui lavora ottiene- unici giornalisti- il visto per un servizio di moda in Bahrain, con una modella araba che indosserà dei capi che sono una ‘rivisitazione’ dell’hijab che copre le donne musulmane.
Ezra si sente strano a Manama. Si sente inquieto. Per la prima volta si trova in un luogo dove il suo essere ebreo è un pericolo. Forse è proprio quello che lo spinge a tornare indietro, a ripensare, a indagare su se stesso per capire chi sia, come se rivolgesse l’obiettivo verso se stesso. Ed è così che prende un aereo per Tel Aviv- adesso la decisione è la sua, non imposta dal padre.

   Il giovanissimo Simone Somekh (è nato nel 1994) ha scritto un originale romanzo di formazione- il titolo e il lavoro-passione del giovane Ezra sono una chiave d’interpretazione del romanzo: è necessario un obiettivo grandangolare per inquadrare il mondo, non è possibile limitarsi alla visione ristretta e limitante come è quella di una comunità chiusa al nuovo e al diverso. Poco importa se la religione di questa comunità sia quella degli ultraortodossi di Brighton o quella dei sunniti in Bahrain. La ribellione della Primavera Araba dei giovani di Manama è la stessa di Ezra. 
Oppure l’obiettivo grandangolare può avere un significato del tutto opposto, come dice Ezra alla madre, la prima volta che si parlano dopo un lungo periodo di silenzio: ‘Vi siete preoccupati così tanto di far combaciare tutti i pezzi che avete perso di vista i più importanti. Volevate una comunità e vi siete lasciati scappare la famiglia. Volevate Dio e vi siete dimenticati degli uomini. A volte penso che abbiate guardato alla realtà attraverso un grandangolo: pur di allargare gli orizzonti, avete permesso che la vista degli oggetti in primo piano venisse deformata.”


per contattarmi: picconem@yahoo.com

lunedì 26 gennaio 2015

Doron Rabinovici, “Alla ricerca di M.” ed. 2015

                                                                     Diaspora
                                                                    FRESCO DI LETTURA


Doron Rabinovici, “Alla ricerca di M.”
Ed. Giuntina, trad. Ester Saletta e Palma Severi, pagg. 208, Euro 16,00


Non so che fine ha fatto Dani Morgenthau, ma voglio dirti una cosa, Arieh: può darsi che voi dobbiate convivere con le ipoteche della nostra eredità, ma se volete liberarvene dovete guardare dentro il Grande Libro della Storia. L’unica via che dal passato porta al proprio futuro passa attraverso la memoria. Vieni con me a Cracovia, altrimenti diventerai come quel Mullemann, sarai uno che ha rinunciato, sarai come uno di quelli che nel lager chiamavano cadaveri ambulanti, i condannati a morte che vestiti di stracci aspettavano la fine, che avevano abbandonato ogni speranza.

  E’ ricco di suggestioni letterarie  e cinematografiche, il romanzo “In cerca di M.” di Doron Rabinovici, scrittore nato a Tel Aviva ma residente a Vienna. Ad iniziare dal titolo che ci ricorda il famoso film del 1931 diretto da Fritz Lang, “M- Il mostro di Düsseldorf” (il titolo originale però era “M. Una città in cerca di un assassino”), oltre a farci pensare a Becket (il nome dei suoi protagonisti inizia per M, lettera centrale dell’alfabeto) e a Kafka, e si può continuare alludendo alla figura del Golem e alle trasformazioni e le volgarizzazioni che questo personaggio ha subito. Al di là di tutto questo, però, la trama, spogliandola fino alla sua essenza, è semplicissima: c’è un assassino che attende donne sole per strangolarle e violentarle nelle strade buie di Vienna. Un misterioso personaggio che si firma Mullemann (uomo bendato) rivendica puntualmente i delitti e anticipa quelli che seguiranno, come fosse un veggente o fosse in grado di leggere nella mente dello sconosciuto assassino.

     La storia procede a sbalzi, per episodi che sembrano slegati finché non si capisce quale è il filo che li connette. All’inizio del libro vengono introdotti due bambini, che saranno poi i protagonisti del libro. Dani Morgenthau e Arieh Scheinowiz sono entrambi figli di sopravvissuti alla Shoah. Sono figli del silenzio perché i loro genitori non vogliono ricordare, eppure ogni loro comportamento ricorda l’orrore dei campi di concentramento. E’ lo stesso silenzio dell’Austria (grande accusata nel romanzo di Rabinovici) che ha insabbiato il passato con le colpe mai riconosciute. La reazione singolare di questi due rappresentanti della seconda generazione al trauma vissuto dai genitori è in qualche maniera simile. Dani Morgenthau si addossa tutte le colpe del mondo, lo ha sempre fatto fin da quando era un ragazzino che si dichiarava colpevole delle malefatte compiute da compagni di scuola. Dani è il misterioso Mullemann che si avvolge con bende per proteggere una malattia psicosomatica della pelle, una sorta di fantastico Golem capace di prevedere i delitti oltre che pronto ad assumersi la colpa. Arieh ha una abilità che assomiglia a quella di Dani, per cui verrà ingaggiato dai servizi segreti israeliani. Arieh fiuta i colpevoli, riesce a dar loro la caccia pur non conoscendoli. Un impulso segreto dentro di lui lo spinge a rendersi somigliante al criminale che sta inseguendo, a comportarsi come lui. A questo punto il romanzo diventa un gioco di specchi, una pirandelliana ricerca dell’identità dell’uno-nessuno-centomila, un inseguimento di un colpevole dalle molte facce che sembra trovarsi in parecchi luoghi simultaneamente. Ogni personaggio ha più di un nome, ogni personaggio assomiglia a qualcun altro- nel passato della persecuzione nazista ci si poteva salvare la vita assumendo l’identità di un altro con un baratto mortale. E Mullemann assomiglia al mitico Ahasvero, l’ebreo errante, che è raffigurato in un dipinto contemporaneo esposto in una galleria, l’eterno colpevole condannato al nomadismo.


      Il fardello del ricordo e il silenzio, la negazione e ancora il silenzio, il senso della colpa e l’innocenza, la ripercussione del passato sul presente: il lettore di Rabinovici deve addentrarsi in tutto questo in un romanzo per molti versi sconcertante (come è tutto quello che esce dagli ordinari binari), ricco di metafore e allusioni e significati nascosti, di frecce acuminate contro la società e l’ambiente culturale austriaco. Se Rabinovici voleva ottenere un effetto inquietante, ci è riuscito perfettamente: terminata la lettura ci sentiamo osservati, scrutati nel profondo e l’immagine di Mullemann, come un Lazzaro resuscitato, come una mummia destinata a durare per secoli, ci ossessiona costringendo anche noi a dire “Sono stato io”.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


martedì 20 gennaio 2015

Jonathan Littell, “Le benevole” ed. 2007

                                                            Diaspora
                                                            il libro ritrovato

Jonathan Littell, “Le benevole”
Ed. Einaudi, trad. Margherita Botto, pagg. 943, Euro 24,00


Titolo originale: Les Bienveillantes

 Mi pervase un’ondata di amarezza: ecco cos’hanno fatto di me, mi dicevo, un uomo che non può vedere una foresta senza pensare a una fossa comune. Un ramo secco mi si spezzò sotto uno stivale. “E’ proprio strano che a lei non piaccia cacciare”, commentò Speer. Immerso nei miei pensieri, risposi senza riflettere: “Non mi piace uccidere, Herr Reichsminister.” Mi gettò un’occhiata strana e io precisai: “A volte è necessario uccidere per dovere, Herr Reichsminister. Uccidere per piacere è una scelta.”

   “Les Bienveillantes” è il titolo in francese del romanzo di Jonathan Littell, ebreo di origine polacca, nato a New York, cresciuto in Francia, ritornato in America per frequentare l’università di Yale, che ha scelto di scrivere in francese il suo libro. E’ un titolo che vuole darci una chiave di lettura? Perché les bienveillantes sono le Eumenidi, le benevole custodi della giustizia che si sostituiscono alle Furie o Erinni che inseguono Oreste, assolto da Atene per aver ucciso sua madre, colpevole a sua volta di aver fatto uccidere suo padre. E Maximilien Aue è, con tutta probabilità, l’assassino della madre e del patrigno, nonché colpevole di altri delitti. Verrebbe da dire che, in una scala di grandezza storica, gli altri crimini di Max Aue sono maggiori, essendo stato un ufficiale delle SS- ma questa è una delle tante domande che pone questo straordinario romanzo che resterà “il” libro sulla tormentata storia della Germania e dell’Europa negli anni della seconda guerra mondiale: è vero quanto diceva Stalin, che “la morte di un uomo è tragedia, la morte di milioni è statistica”, ed è per questo che, in una scena di delirante assurdità, Max Aue è ricercato da due poliziotti per aver ucciso la madre, in una Berlino già invasa dall’Armata Rossa?
   Niente sembra essere casuale in “Le benevole”, ad iniziare dal cognome del protagonista: se sostituiamo la vocale “u” con “w”, awe in inglese è la sensazione di sgomento davanti all’orrore, ed è orrore quello che prova Max Aue davanti alla carneficina degli ebrei in Ucraina, prima tappa in un viaggio dell’orrore che sostituisce nel secolo XX il romantico Grand Tour dell’800, Max Aue al posto di Childe Harold, una discesa all’Inferno in cui la scritta Arbeit macht frei sostituisce il dantesco “Lasciate ogni speranza…”, l’amico Thomas prende il posto di Virgilio come accompagnatore e i gironi sono intitolati a Babi Yar, Stalingrado, Auschwitz, Dora, e la marcia della morte finale delle larve viventi che sono diventati i prigionieri dei lager è come la turba di anime sospinte dal vento che suscita la compassione di Dante.
Non è una scelta leggera, quella di aver fatto di Max Aue un omosessuale, perché, intanto, è risaputo che lo erano molti SS, e c’è pure il carico aggiunto di sottolineare l’assurdità delirante della campagna nazista di pulizia attraverso l’eliminazione degli esseri inferiori o devianti: Max Aue ama l’unica donna che non può avere, anche se l’ha avuta in un passato di giochi- perché no?- innocenti: la sorella gemella che si chiama Una, a ricordare quell’unico corpo perfetto maschio e femmina di cui si parla nel “Simposio” di Platone, nonché l’unicità del suo sentimento. Così come è intenzionale l’inizio dalla fine, con l’anziano ex nazista Max Aue che è fuggito con carte false e ha preso dimora in Francia, ex paese nemico della Germania, dove ha fatto fortuna con una fabbrica di merletti. E se l’immagine dell’SS omosessuale in mezzo alle trine e ai pizzi può apparire un po’ kitsch, ha tuttavia un forte impatto di contrappasso in un libro che unisce la Storia (ricca di documentazione) e la finzione, personaggi creati dallo scrittore e altri veramente esistiti (Bormann e Goering, Goebbels e soprattutto Speer,
non il peggiore ma certamente il più intelligente di tutti e infatti riuscì a prendersi solo vent’anni di carcere), realtà e metafora (Max Aue è ferito a Stalingrado, una pallottola gli trapassa il cranio lasciandolo con una cicatrice che è come un terzo occhio pineale), raccapriccianti scene di sangue ed altre fantasmagoricamente oniriche che ricordano Schnitzler, colte dissertazioni di linguistica nonché sulle lingue in relazione alle etnie (e mentre i soldati muoiono a Stalingrado la discussione se i Bergjuden di etnia tat siano o no da considerarsi ebrei e come tali da sterminare ha un che di paradossalmente grottesco come in una scena del teatro dell’assurdo) e nostalgiche celebrazioni musicali (non ci pare strano che Aue esalti eccelsi compositori poco noti, ancora una volta ci sembra un’ulteriore segnale della frattura tra la “grande” Germania dei filosofi e dei musicisti e quella del Reich).
      Ma chi è questo Max Aue che, diciamo la verità, non è affatto simpatico né vuole esserlo? Quale tedesco vuole rappresentare? Nessuno, in realtà, piuttosto tutti gli esseri umani, come dice nella frase che incomincia il suo racconto: “Fratelli umani, lasciate che vi racconti come è andata”. Perché questo è il suo punto: “io sono colpevole, voi non lo siete, mi sta bene. Ma dovreste comunque essere capaci di dire a voi stessi che ciò che ho fatto io, l’avreste fatto anche voi. Forse con meno zelo, ma anche con meno disperazione.” Max Aue, figlio di un uomo che ha combattuto nella Grande Guerra e ne ha vissuto le umilianti conseguenze, ha fatto quello che chiunque altro, in quel luogo e in quel momento avrebbe fatto, perché in tempo di guerra il cittadino non solo perde il diritto di vivere, ma anche quello “di non uccidere”. Come qualunque uomo comune in quella situazione, Max Aue è inorridito, Max Aue non sopporta la vista non solo dei morti ma anche della modalità delle stragi, Max Aue sta fisicamente male, vomita- è come se il suo corpo volesse espellere da sé quello che vede (senza riuscirci, peraltro, se all’inizio del romanzo confessa di continuare a vomitare occasionalmente e ad essere stitico), ha dei piccoli e inutili gesti di pietà, come raccomandare che una bimba venga uccisa con gentilezza. Più tardi, quando si avvicina la fine della guerra e i forni hanno bruciato per anni senza interruzione, Max Aue cerca di far ottenere più cibo e vestiario per i prigionieri, con il pretesto che debbano essere trattati meglio se li si vuole impiegare come forza-lavoro. Certo, poteva fare altro, unirsi al complotto contro Hitler. O suicidarsi- e siamo sicuri che non ci abbia provato quando è riuscito solo a farsi ferire nel girone di Stalingrado? O ancora, quando si ritira nella casa della sorella in Pomerania, a rischio di essere considerato disertore? Dopo essere esploso in quella confessione con la mite Hèlène, reiterando “ammazziamo, ammazziamo, ammazziamo” in un isterico crescendo di chi ha superato il limite dell’obbedienza?

     Soltanto uno scrittore di origine ebraica poteva scrivere un libro come “Le benevole”, suscitando ugualmente polemiche, tante quante sono le diverse letture dei diversi lettori del libro. Soltanto uno scrittore di origine ebraica che non adotta la lingua né dei vincitori né dei vinti (“La sconfitta, di nuovo?” “Sì, di nuovo, la sconfitta”) poteva trasformare le Erinni in bienveillantes, senza assolvere, chiedendo solo di non dimenticare.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it