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sabato 6 marzo 2021

Ma Jian, “Il sogno cinese” ed. 2021

                                                           Voci da mondi diversi. Cina

              satira

Ma Jian, “Il sogno cinese”

Ed. Feltrinelli, trad. Katia Bagnoli, pagg. 148, Euro 15,00

    Quante implicazioni nella parola ‘sogno’. È qualcosa di sospeso tra realtà e immaginazione, qualcosa che può diventare una meta sfolgorante. Ed è sempre qualcosa di bello, altrimenti si trasforma in un incubo. Come è il sogno cinese?

     Nel 2012 Xi Jinping, qualche mese prima di essere nominato presidente,  annunciò il suo “Sogno di ringiovanimento nazionale” che prospettava un futuro di benessere economico e di gloria per la Cina. Da allora questo slogan è diventato il fondamento della sua amministrazione. Da qui si muove il nuovo romanzo dello scrittore cinese dissidente Ma Jian, una satira pungente del sogno cinese e nello stesso tempo un avvertimento profetico di stampo orwelliano. D’altra parte l’omaggio a George Orwell è nella dedica del libro, “a George Orwell che aveva previsto tutto”.

  Ma Daode, direttore dell’Agenzia del Sogno Cinese in una piccola città di provincia, è un ammiratore del presidente Xi. Ne ha fatto di strada, Ma Daode, da quando, ragazzino delle superiori, ha boicottato la scuola e si è unito alla Rivoluzione. La sua grossa pancia è segno di benessere (sono lontani i giorni in cui rubava ad una bambina la cacca di oca cotta per sfamarsi), la moglie non gli basta (è la stessa ragazza a cui aveva salvato la vita porgendole il libretto rosso di Mao che le era caduto per terra), ha dodici concubine, più di un cellulare (su uno di questi riceve di continuo messaggi tra il poetico e lo sconcio da donne diverse), tre proprietà e in casa nasconde dolcetti della luna con dentro barrette d’oro (la corruzione vola).

   Ma Daode ha grandi programmi per promuovere il sogno cinese che deve esser un sogno del popolo e non quello individualista ed egoista inseguito dalle nazioni occidentali. Tanto per cominciare ci sarà una grande festa per l’anniversario di nozze di massa degli ottuagenari (il sogno prevede che si cancellino i ricordi sgradevoli, tra cui quelli di coloro che non hanno potuto raggiungere la tappa di questa festa perché vittime delle stragi del passato) e poi Ma Daode ha chiesto finanziamenti per realizzare il Dispositivo del Sogno Cinese- un microchip inserito nel cervello che cancellerà il passato e i ricordi non voluti che possono affiorare, che effettuerà un vero lavaggio del cervello.

   Ma Daode è il primo ad avere bisogno di questo dispositivo. Ma Daode non è mai solo: in piedi davanti a lui c’è il suo sé adolescente che è uscito dal suo sogno. E, mentre lo accompagniamo nelle sue giornate, il suo sdoppiamento dura sempre più a lungo e l’altro sé, con un’altra voce che tira fuori immagini che Ma Daode non vorrebbe vedere, prende a poco a poco il sopravvento, tanto da spingerlo a contattare un guaritore perché gli dia la ricetta del Brodo dell’Amnesia della Vecchia Signora Sogno perché Ma Daode non può aspettare che venga messo a punto il Dispositivo.

     Sono vivide visioni tinte di rosso, quelle che un Ma Daode allucinato vede. Rosso degli striscioni, rosso del sangue e poi figure alla rinfusa, dei cadaveri gonfi e coperti di mosche, del vecchio denunciato perché non aveva appeso il ritratto di Mao, delle professoresse con la gonna in testa costrette a sfilare seminude, della penna stilografica di suo padre che lui aveva denunciato, dei prigionieri che scavavano fosse e poi venivano uccisi, del padre con le ginocchia ferite perché lo avevano fare stare in ginocchio su ceneri di carboni ardenti. Del suicidio dei suoi genitori, infine. E Ma Daode che, avendo bevuto del Brodo dell’Amnesia, si appende al collo un cartello con scritto il suo nome perché ha paura di dimenticarsi chi è (e ormai non è più nessuno, dopo aver sbagliato, gridando ‘Lunga vita al Presidente Mao’ invece che ‘al Presidente Xi’), è la nemesi di quanto accaduto al padre, del suo cartello che lo accusava di essere un malvagio controrivoluzionario.

  In un intermezzo godereccio nel nightclub Guardie Rosse, dove Ma Daode si intrattiene con prima due e poi cinque puttanelle che non sanno neppure che cosa sia la Rivoluzione Culturale, il suo tentativo di scacciare dalla mente le voci risulta quanto mai dissonante, la rimozione del passato sembra essere già avvenuta- avanti, dunque, senza ripensamenti e senza rimorsi, verso un 2049 in cui il Partito al governo della Cina sarà diventato il Partito al governo dell’umanità.

    Un libro di terribile bellezza. Ma Jian è il George Orwell del secolo XXI.

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la recensione sarà pubblicata su ww.stradanove.it



   

   

    

mercoledì 29 agosto 2018

Robert Menasse, “La capitale” ed. 2018


                                          Voci da mondi diversi. Area germanica
        satira
  cento sfumature di giallo

Robert Menasse, “La capitale”
Ed. Sellerio, trad. M. Pugliano e V. Tortelli, pagg. 452, Euro 16,00

     C’è un personaggio singolare che campeggia e ci resta in mente a fine lettura de “La capitale”, il romanzo con cui lo scrittore austriaco Robert Menasse ha vinto il Deutcher Buchpreis 2017. E’ un maiale. Sfreccia attraverso una piazza di Bruxelles nelle prime pagine, mentre chi lo ha visto si chiede se ha avuto un’allucinazione, ricompare ogni tanto in altri luoghi della capitale, diventa protagonista di articoli di giornali e di una sorta di concorso indetto per dargli un nome- il concorso verrà accantonato quando il nome più gettonato è Muhammad. E il maiale (Muhammad?) diventa una metafora quasi quanto lo scarafaggio kafkiano- pensiamo a di che cosa si nutre un maiale e, leggendo delle discussioni all’interno della Comunità Europea, il raffronto è inevitabile.
    Maiale a parte, tralasciando l’altra immagine di animali fornita dal soprannome di ‘salamandre’ date agli ucraini, non c’è un solo protagonista ( e non potrebbe essercene uno solo, in un romanzo in cui si parla della Unione Europea) ne “La capitale”. Questo è un romanzo corale con tante storie personali che si collegano- a volte labilmente- al tema centrale: dare un nuovo impulso agli ideali della Comunità Europea. L’idea viene ad uno dei membri della Comunità durante un viaggio di rappresentanza ad Auschwitz- sembra un paradosso ma, se alla base della Comunità c’era stato quell’intento, ‘mai più Auschwitz’ per superare i nazionalismi e il razzismo, perché non fare di Auschwitz la capitale dell’Unione Europea? Perché non costruire ad Auschwitz una città interamente nuova, come era stato fatto per Brasilia?

    L’ironia è la cifra stilistica di Robert Menasse, un’ironia sferzante che colpisce tutti i personaggi mentre le varie trame che li vedono protagonisti mettono in luce come l’unione si stia disgregando, come gli accordi bilaterali stiano tornando a prendere il sopravvento- lo dimostra la sottotrama che riguarda gli interessi cinesi nell’acquistare le orecchie di maiale (da noi sono uno scarto- e gli ungheresi ruberanno il mercato agli austriaci) mentre, nello stesso tempo, gli allevatori di maiali sono obbligati a ridurre il numero delle bestie all’ingrasso-, come i rappresentanti siano scarsamente motivati (nessuno vuole essere al dipartimento della Cultura perché è irrilevante) e in rivalità fra di loro.
Solamente i pochi personaggi che non appartengono alla cerchia della Comunità sono diversi- il cocciuto ispettore di polizia  a cui viene intimato di non proseguire le ricerche sul delitto all’Hotel Atlas (che cosa c’è dietro? la Nato? il Vaticano?), il politologo che sembra il superstite di un tempo scomparso e l’anziano David de Vriend, uno degli ultimi sopravvissuti di Auschwitz che sia ancora in vita. Scomparirà la memoria con la morte di David de Vriend? Già ora una bambina gli si avvicina per mostrargli che anche lei ha un tatuaggio sul braccio, è finto ma da grande se ne farà uno vero. Che senso avrà ‘mai più Auschwitz’ nel futuro?
     Intelligente, caustico, insolito. Un libro del nostro tempo.

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sabato 11 novembre 2017

Gary Shteyngart, “Absurdistan” ed. 2006

                              Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
                                                                    Diaspora
                                                                    satira
    il libro ritrovato

Gary Shteyngart, “Absurdistan”
Ed. Guanda, trad. Katia Bagnoli, pagg. 364, Euro 16,00

Al russo Miša Vainberg non viene concesso il visto per tornare in America dove ha studiato e dove vive la donna che ama perché suo padre ha ucciso un uomo d’affari dell’Oklahoma. Quando l’auto di suo padre salta per aria a causa di una mina, il grassissimo Miša riesce a comperarsi un passaporto belga, ma deve tuttavia passare attraverso uno degli stati dell’ex URSS, l’Absurdistan, e si trova nel mezzo di una guerra civile- una manovra americana nella guerra del petrolio?


INTERVISTA A GARY SHTEYNGART, autore di “Absurdistan”

    “Absurdistan”: per una volta un titolo, quello del romanzo di Gary Shteyngart, uguale nell’edizione originale e in italiano e ugualmente carico di anticipazioni sul contenuto del libro che ci accingiamo a leggere. “Questo è un libro sull’amore”, dice la frase iniziale. “E’ anche un libro sul troppo amore. E sull’inganno.”, procede il testo più avanti. E’ vero, c’è l’amore in “Absurdistan”- per l’Amato Babbo, per New York, per la florida Rouenna. Eppure quello che prevale, nel romanzo, è la frustrazione da mancanza d’amore o da amore sbagliato, quel “troppo” amore di cui parla il protagonista. Perché ci deve essere un motivo- solo accennato, perché è come una spina- per la dimensione enorme di Miša Vainberg.
Miša è quello che clinicamente verrebbe chiamato un grande obeso e le sue straordinarie misure sono continuamente sottolineate, a diventare elemento portante grottesco della storia, parte integrante del filone satirico antiamericano, contrasto continuo con quell’io interno di Miša che è rimasto fanciullo indifeso, gigante della swiftiana Brobdingnag abitato da un lillipuziano. Miša Vainberg è il figlio del 1238° uomo più ricco di Russia che era finito in prigione negli anni ‘80 per aver rapito il barboncino antisemita del vicino di casa e avergli pisciato addosso davanti alla sede del KGB. La prigione era stata la sua fortuna, perché lì aveva conosciuto tutti quelli che gli sarebbero stati utili per una reincarnazione da oligarca. C’è tutta la nuova Russia del dopo Gorbačev nell’Amato Babbo e nel suo erede Miša, e gli strali di Shteyngart, nato a Leningrado nel 1972 ed emigrato negli Stati Uniti all’età di sette anni, sono diretti in pari maniera verso la società postcomunista e quella americana. Il suo Miša, che ha studiato multiculturalismo all’americano Accidental College (che è come dire il college per caso) con i soldi di papà, resta bloccato a San Pietroburgo (diventata, nel suo significativo vocabolario, San Leninburgo, diversa ma sempre uguale) perché non riesce ad ottenere il visto per rientrare negli Stati Uniti: a quanto pare suo padre ha ucciso un americano con questo intento, perché Miša non si allontanasse più da lui. Che è poi quanto succede su vasta scala nella parte centrale del romanzo- ammazzare a scopo…possiamo dire absurdo?
Perché Miša Vainberg, nelle sue picaresche avventure per uscire dalla Russia, finisce in Absurdistan, nel bel mezzo di una guerra civile tra le due fazioni di sevo e di svanï che si differenziano per l’inclinazione a destra o a sinistra del poggiapiedi sulla croce di Cristo, un po’ come nei “Viaggi di Gulliver” i due partiti di Lilliput dei Tacchi Alti e Tacchi Bassi, per scoprire alla fine che è tutta una messa in scena, una partita gigantesca basata su un imbroglio. Non c’è nessuna guerra per il petrolio, non è vero che è stato abbattuto l’aereo del dittatore, gli americani vanno a braccetto con gli absurdistani, le bombe cadono in maniera strategica, i morti sono danni collaterali, anche l’amico di Miša che ci ha rimesso la pelle- bisognava fare in modo che il mondo distogliesse l’attenzione da quel ragazzo morto durante il G8 a Genova!
E il povero grosso e grasso Miša, che forse è stato molestato dall’Amato Babbo, forse è stato ipernutrito dalla mamma per distrarre le attenzioni del Babbo, che è stato tradito dalla sua Rouenna (con uno scrittore che si chiama quasi come l’autore stesso), si trova a desiderare che il mondo sia un posto migliore.
Abbiamo parlato con Gary Shteyngart del suo romanzo e di che cosa significhi essere uno scrittore ebreo russo americano..



Miša Vainberg, il protagonista del suo romanzo, è di dimensioni enormi: era un punto importante per l’elemento ironico e grottesco della storia?
    Sì, l’elemento ironico è essenziale- viviamo in un tempo in cui è quasi inconcepibile essere grotteschi, molti personaggi dei romanzi sono spesso dei tipi hollywoodiani o vengono trasformati per esserlo; io volevo creare un eroe attraente ma gigantesco, e non solo nel corpo ma anche nella maniera in cui vede il mondo. Miša vede il mondo come qualcosa da mangiare, nel libro mangia tutto, dalle idee politiche al caviale. Volevo che diventasse sempre più grande. D’altra parte c’è una vasta tradizione di eroi sempre più grassi- e sia la Russia sia l’America sono due nazioni smisurate; pensiamo a Oblomov di Gončarov e al protagonista della “Banda di idioti” di John Kennedy Toole, che è la versione americana dell’uomo che non si muove, come Oblomov. L’essere sovrappeso può anche, in parte, simbolizzare il consumismo che inizia negli Stati Uniti ma ha trovato terreno fertile in Russia. A San Pietroburgo c’è un aeroporto che sembra appartenere al secolo XIX e, vicino, ci sono i concessionari della BMW e della Volkswagen che sono in edifici più grandi dell’aeroporto: questo è il consumismo e il declino della società.

Lei è emigrato negli Stati Uniti da Leningrado quando aveva 7 anni- a proposito, come è stato possibile per la sua famiglia emigrare?- e Miša è intrappolato in Russia dopo esservi tornato per far visita al padre: si sentirebbe come lui al suo posto?

    La mia famiglia è emigrata nel 1979, quando un gran numero di ebrei è stato usato da Brežnev come merce di scambio per il frumento. C’è stata una grossa emigrazione, circa 100.000 ebrei sono usciti dalla Russia, passando dall’Austria prima di arrivare a New York. Sono tornato in Russia per la prima volta nel 1988 e ho provato qualcosa di strano- mi è venuta la paura che non mi lasciassero più uscire: avevo il visto sbagliato, non avevo i timbri giusti. In Russia tutti i problemi si risolvono con 100 dollari ma ho pensato, ‘ e se mi trattenessero qui?’. Poi, ero all’aeroporto e indossavo un cappello simile a quello di Miša sulla copertina del libro e me lo hanno tolto di testa per perlustrarne l’interno alla ricerca di diamanti: come Miša ho avuto il terrore di essere intrappolato per sempre.

Come Miša, Lei è ebreo e russo ed ora è americano: che peso ha ognuna di queste componenti sul suo essere quello che è?
    L’essere ebreo ha una grande importanza culturale per me: ho frequentato la yeshiva, che è la scuola religiosa, anche se con conseguenze negative perché non sono praticante, ma la cultura letteraria in America sarebbe inconcepibile, sarebbe decisamente diversa se non fosse per la presenza dei due Roth, di Bellow, di Richler, e della componente dell’umorismo ebraico. La parte di me che è russa ha a che fare con la lingua: nei miei momenti più felici ritorno nella mia mente al russo. A casa mia si è sempre parlato russo, si parla tuttora russo e sono stato allevato nel tesoro della letteratura e della lingua russe. Come conseguenza c’era questa differenza abissale tra ‘casa’ e ‘fuori casa’: prima di tutto a casa non avevamo la televisione e fuori di casa tutti parlavano sempre di quello che vedevano alla televisione. Per quello che riguarda il mio io americano, be’, vivo a New York e non capisco che cosa succede nel resto del paese: sì, posso andare a San Francisco, che ricorda New York, ma la maggior parte degli Stati Uniti sono per me un paese straniero. A New York mi sento a casa; la bellezza di New York è che tutti quelli che ci abitano vengono da altre parti. Non è difficile combinare le mie tre identità, basta non pensarci. Quando torno in Russia, prima di tutto sono un ebreo, a New York sono un newyorkese, io mi sento un ebreo russo. Quando ero in Italia nel 2003, era meglio essere riconosciuto come uno scrittore russo piuttosto che americano. Adesso neppure agli scrittori americani piace essere americani: è come se l’idea di essere americano fosse stata “dirottata a forza” dal governo.


Da un lato il pericolo di essere un ebreo russo emigrato in America è quello di sentirsi senza radici; dall’altro pensa che questa mancanza di radici sia positiva perché le dà un distacco che è necessario per avere una visione oggettiva sia della Russia sia degli Stati Uniti?
    Sì, proprio così, giustissimo. Dopo l’11 settembre in America c’è stata una rinascita di letteratura di immigrazione, soprattutto di scrittori originari dell’India, come Kiran Desai o Mohsin Hamid. Tutti questi scrittori possono dire all’America quello che è, quando gli americani non lo sanno, proprio per quel senso di appartenere e non appartenere. Il romanzo di immigrazione è diventato globale- ormai la maggior parte degli immigranti non si allontana più definitivamente dal paese di origine, come avveniva una volta. La maggior parte può prendere un aereo e tornare in patria, a Mosca o a Bombay: la vita non è solo negli Stati Uniti. Questa possibilità del ritorno ha cambiato profondamente la letteratura.

Ha detto che è tornato e torna spesso in Russia: come vive la gente questi tempi di cambiamento? Rimpiangono qualcosa del passato?
   La mia tesi è che ci possono essere dei tempi di difficoltà economiche ma le cose sono sempre le stesse, sia che ci sia lo zar o Lenin o Putin. Naturalmente ci sono stati tantissimi che sono stati uccisi sotto Stalin ma la filosofia del governo è la stessa: c’è una classe d’élite molto ristretta e poi ci sono tutti gli altri. Le cose possono migliorare economicamente ma il destino del popolo russo sarà sempre nelle mani di pochi o addirittura di una sola persona.

Il suo Absurdistan è collocato in un’area geografica di uno degli stati dell’ex Unione Sovietica: poteva anche essere messo in qualunque altra area?
    Sì, prima di scrivere il romanzo parlavo con uno scrittore di Sarajevo mio amico e cercavo di spiegargli che l’inimicizia delle due fazioni in guerra si basava sull’inclinazione del poggiapiedi di Cristo e lui era d’accordo, diceva che oggigiorno si può uccidere anche per un pollo. Se non fosse per l’atmosfera, Absurdistan potrebbe essere ovunque. Alcuni critici in America hanno scritto che l’Absurdistan è l’America stessa, dopo l’effetto polarizzante di Bush, divisa tra la costa e il centro. Penso che le differenze tra la gente della costa e quella del centro degli Stati Uniti siano maggiori di quelle tra la Norvegia e la Spagna.

Nel romanzo c’è anche un altro personaggio che è chiaramente una caricatura di lei stesso, perché ha un nome che è solo leggermente diverso dal suo e ha scritto un libro con un titolo che è quasi uguale a quello del suo primo romanzo: il professor Shteynfarb e Miša sono entrambi, in qualche modo, il suo doppio?
   Questa è una bella maniera di porre la questione: gli scrittori sono forzati a scrivere in maniera autobiografica perché esplorano il mondo. Il protagonista si frammenta: c’è di me sia in Miša sia in Shteynfarb e con quest’ultimo volevo anche trovare una maniera di criticare l’impulso dello scrittore di scrivere di sé- anche Philip Roth ha un alter ego nel personaggio di Zuckerman, che è così simile a lui in modo molto buffo.


Alla fine l’Amato Babbo risulta essere un po’ troppo e indebitamente amante del figlio: è questa la lezione del mondo, che tutti e tutto ti deludono, padre e amante e Stato?
    Penso che se c’è una lezione nel romanzo è che in Russia lo Stato è terribile e la famiglia offre un rifugio dallo Stato- il che avviene ovunque lo Stato sia così tremendo. La domanda è: e se sia lo Stato sia la famiglia vengono a mancare? Se lo Stato continua a fallire e manca la formazione di una comunità civile, questo ha effetto anche sull’individuo? E’ come un circolo chiuso, il pubblico e il privato sono come il serpente che si mangia la coda. La tragedia russa è che lì la società non ha mai funzionato, basta pensare che in Russia c’era la schiavitù ma erano i russi stessi ad essere schiavi. D’altra parte ricordiamo che Stalin veniva chiamato Amato Babbo…

Il tono del romanzo è satirico e ironico: userà lo stesso stile, per così dire swiftiano, nel suo nuovo romanzo?
    Sì e no- io sono uno scrittore satirico e non posso variare di molto il mio tono. Tuttavia il prossimo libro sarà una storia d’amore insieme al crollo degli Stati Uniti in un tempo futuro. Sarà satira mescolata a sentimento personale.

recensione e intervista sono state pubblicate sulla rivista Stilos



                                                                                                                      






mercoledì 13 settembre 2017

Aleksej Nikitin, “Istemi” ed. 2013

                                                          Voci da mondi diversi. Russia
                                                                        distopia
        satira
        il libro ritrovato

Aleksej Nikitin, “Istemi”
Ed. Voland, trad. Laura Pagliara, pagg. 131, Euro 13,00
Titolo originale: Istemi

   Mi interrogò dettagliatamente su Istemi, sulle relazioni tra l’imperatore Carlo e il presidente Betancourt, sulla storia della guerra tra il Khanato e i Califfati. Mi interrogò su molti punti e gli interessava tutto. Le sue domande spesso mi sbalordivano. E quando succedeva, cercavo di non darlo a vedere. Lui, invece, reagiva con fervore alle mie risposte, richiedeva e precisava la stessa cosa due o tre volte. E ascoltava sempre con grande attenzione.

      Diciamo subito chi è l’Istemi del titolo di questo romanzo ironico e divertente dello scrittore ucraino Aleksej Nikitin. Istemi è l’alter ego del protagonista Aleksandr Davydov, il nome da lui usato per crearsi l’indirizzo di posta elettronica, quello inventato, prima di tutto, per il gioco di ruolo fantastorico che aveva aiutato Aleksandr e altri quattro amici a superare la noia di un’estate. L’Istemi del gioco era stato l’ultimo signore assoluto del Khanato turco di Zaporož’e. Già, perché il gioco (qualcosa di simile al conosciutissimo Civilization) partiva da una supposta partizione dei territori dell’Unione Sovietica in un khanato, un califfato, un regno, una confederazione e un impero. I quali Stati si davano guerra, si vendevano armi, si battagliavano a parole in incontri/scontri.
   Tutto era iniziato nel settembre del 1984 (Konstantin Chernenko, stretto collaboratore di Brežhnev, era segretario del Comitato Centrale dell’URSS, da lì a cinque anni l’Unione Sovietica si sarebbe veramente disintegrata: l’aver scelto questa data, che ci ricorda inevitabilmente il titolo del romanzo di George Orwell, è un indice di lettura?). I cinque amici facevano parte di un gruppo di studenti mandati a raccogliere mele in campagna- sono pagine divertentissime, queste del preludio al dramma, un indizio ironico di come mal funzionino le cose nell’Unione Sovietica.
Perché le mele da raccogliere sono di due specie diverse che maturano le une in agosto e le altre in ottobre. Ma era stato concesso un solo invio di studenti per aiutare nella raccolta e non si poteva fare torto a nessuno. Quindi gli studenti erano arrivati in agosto, per non avere nulla da fare e annoiarsi all’infinito. E uno di loro aveva inventato il ‘gioco’, l’ultimo atto del quale era stato un ultimatum da parte di Carlo XX, imperatore del Sacro Romano Impero, a Stephane Betancourt, presidente della Confederazione Slovenorussa. C’era stata una delazione, gli amici erano stati arrestati e interrogati per due mesi nelle prigioni del KGB. Una volta rilasciati, erano stati espulsi dall’Università.
    Il tempo del romanzo di Nikitin si sposta tra il 1984 e il 2004, quando Davydov riceve una mail indirizzata a qualcuno che credeva fosse scomparso vent’anni prima, a Sua Altezza Khan del Khanato di Zaporož’e. In allegato alla mail c’è una copia del fatidico ultimatum- cambia solo l’anno della data, e l’ultimatum scade da lì a due giorni. Non può essere che uno scherzo. A che scopo? Urge mettersi in contatto con qualche altro membro del gruppo dei cinque, urge consultarsi.

   Aleksandr Nikitin non perde mai il tono giocoso nel raccontarci una storia che oscilla tra il grottesco e il tragico, rimanendo sempre divertente. E’ il divertimento di leggere tra le righe, di cogliere la pesante ironia di situazioni della cui assurdità i personaggi che le vivono non sembrano affatto rendersi conto. Che gli agenti del KGB prendano sul serio il ‘gioco’ è ridicolo, è un esempio che vuol essere paradossale dell’ottusità generalizzata, che poi ad un certo punto giochino pure loro è ancora più risibile. Non ci divertiamo più, tuttavia, anzi, avvertiamo tutta la nascosta tragicità dell’accaduto, quando leggiamo il prezzo in valuta di vita che gli studenti pagano, perché è esagerato, non è commisurato al ‘gioco’- in scala minore è come uno dei famigerati esili in Siberia per crimini inesistenti. Uno dei cinque muore, uno è ricoverato in manicomio, Istemi lavora (ironia, ancora ironia) per un’azienda americana che produce bibite gassate di color marrone, uno gestisce una rete di piccoli caffè. Solo uno di loro è arrivato al successo, addirittura nella carriera politica, ed è a lui che Davydov si rivolge, l’ingenuo Istemi che ancora crede nella lealtà e nell’amicizia.

    Ci sono un paio di sorprese nel finale, un paio di colpi di scena: delatori e traditori, affaristi, intrallazzatori, spie, doppiogiochisti, esistono e sono sempre esistiti, nell’Unione Sovietica e nella nuova Russia.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


sabato 19 agosto 2017

Andrei Kurkov, “Picnic sul ghiaccio” ed. 2017

                                                    Voci da mondi diversi. Russia
             satira
            FRESCO DI LETTURA


Andrei Kurkov, “Picnic sul ghiaccio”
Ed. Keller, trad. Rosa Mauro, pagg. 256, Euro 17,00

  Inizi del secondo millennio. L’Unione Sovietica si è appena dissolta nello stupore e nella confusione generale.
  Siamo a Kiev. Il quarantenne Viktor sembra aver accumulato catastrofi: la fidanzata lo ha lasciato, lui è un aspirante scrittore senza lavoro, in più si è accollato (per disperazione?) la compagnia di un pinguino affidatogli dallo zoo cittadino che ormai non ha i mezzi per nutrire tutti gli animali. All’improvviso un colpo di fortuna. Il direttore di un giornale gli affida il compito di redigere dei ‘coccodrilli’, di preparare i necrologi per persone che sono ancora vive e vegete, scegliendole a caso tra i vip frequentemente nominati sulle pagine dei giornali. La paga è ottima, Viktor si mette all’opera e all’inizio il lavoro gli piace e lo incuriosisce. Sfoga le sue velleità letterarie scrivendo dei pezzi succosi, ricchi di dettagli, sconfinando anche in riflessioni filosofiche-metafisiche. Poi qualcosa cambia. Alla libera scelta dei soggetti dei ‘coccodrilli’ si sostituisce l’indicazione più precisa fornita dal direttore che fa recapitare a Viktor dei dossier esaustivi su persone ai vertici in ambienti e occupazioni diverse. Qualcos’altro ancora, che dapprima non insospettisce Viktor: muore (suicidio?) la persona per cui aveva scritto il suo primo necrologio. Viktor dovrebbe essere contento, no? Anche se i pezzi non portano la sua firma (meglio così, aveva detto il direttore), non desiderava forse di essere letto? E poi capita a tutti di morire. Tuttavia, ad un certo punto, i morti che hanno il necrologio già pronto aumentano in maniera vertiginosa.

    Non ho ancora detto nulla di Misha, il pinguino triste che non si trova a suo agio nel clima (quello vero e non metaforico) di Kiev. Misha diventa, in un certo senso, l’alter ego di Viktor che si mette in contatto con il pinguinologo che lavorava allo zoo e si prendeva cura di lui, per saperne di più, dei pinguini, per poter rendere più felice Misha. Il vecchio pinguinologo è un relitto del passato- lui, la sua casa con i mobili antiquati, le fotografie appese al muro che devono risalire agli anni ‘70, sono la memoria di un tempo che non esiste più e che suscita qualche rimpianto. E questa non è l’unica nuova presenza nella vita solitaria di Viktor. Come conseguenza indiretta dei ‘coccodrilli’, una bambina, Sonja, viene affidata a tempo indeterminato a Viktor, e poi arriverà l’amicizia con un poliziotto e il quasi-amore per la baby-sitter di Sonja. Adesso potrebbero anche essere l’immagine di una famigliola felice, anche se così scombinata- Viktor, una ragazza giovane, una bambina e un pinguino.

    E’ leggero, gustoso, affilato, divertente, il romanzo di Andrei Kurkov. Non saprei se definirlo noir o satira politica ma, con uno stile in equilibrio tra realtà e grottesco, con qualcosa di surreale, Andrei Kurkov dipinge il quadro di una situazione così nuova per un ex stato dell’ex Unione Sovietica che il protagonista ingenuo quanto uno sconcertato pinguino lontano dalla sua Antartide non riesce a capire e tanto meno ad immaginare. Quando i morti aumentano, quando, misteriosamente e ripetutamente, qualcuno riesce ad entrare di notte a casa sua per lasciargli messaggi, quando il direttore gli consiglia di allontanarsi da Kiev per qualche giorno (e Viktor, Sonja e pinguino trovano rifugio nella dacia del poliziotto), quando la presenza di Misha è richiesta (a suon di dollari in contanti) a dei funerali, Viktor chiude occhi ed orecchi, acconsente, accetta, va avanti come se niente fosse continuando nelle sue piccole azioni di bontà- prendersi cura del pinguinologo ammalato di tumore, badare alla bambina e a Misha. Finché tutto diventa impossibile, nel finale che non vi rivelo ma che fa dire a Viktor, “sono io il pinguino!”. Perché? Che cosa è successo, ancora?
    Leggete “Picnic sul ghiaccio”. Vi divertirete, masticando amaro.


per contattarmi: picconem@yahoo.com

    

sabato 13 febbraio 2016

Liu Zhenyun, “Oggetti smarriti” ed. 2015

                                                      Voci da mondi diversi. Cina
            FRESCO DI LETTURA



Liu Zhenyun, “Oggetti smarriti”
Ed. Metropoli d’Asia, trad. P. Liberati, pagg. 302, Euro 12,75


     Pechino. Città immensa e tentacolare, con 11 milioni di abitanti che diventano 21 milioni e mezzo se si calcolano quelli dell’intera municipalità su un’area pari a quella di metà del Belgio. Pechino che è cresciuta a dismisura dalla fine degli anni bui. Pechino che è diventata la meta di tutti coloro che sognano la ricchezza, o almeno una vita migliore di quella delle zone rurali. Pechino dai mille traffici loschi, dalla corruzione dilagante. Pechino in cui i tetti a volo d’anatra della Città Proibita si stagliano immobili in un tempo che corre sempre più veloce.
E’ ambientato a Pechino il romanzo esuberante e a tratti esilarante dello scrittore cinese Liu Zhenyun intitolato “Oggetti smarriti”.
Perché tutto inizia con un oggetto smarrito- il marsupio che un ladro sottrae a Liu Yuejin mentre questi incoraggia a cantare un artista di strada. Prosegue però con un secondo oggetto smarrito, e questa volta è la lussuosa borsetta della moglie di Yan Ge- le è stata rubata dal ladro del marsupio che a sua volta viene derubato da Liu Yuejin, il proprietario del marsupio (ah, se avesse saputo che la sola borsetta valeva ben di più dei soldi del ‘pagherò’, il prezioso documento contenuto nel tanto cercato marsupio). Ma non è finita, perché la borsetta viene a sottratta a Liu da suo figlio che la regala alla sua ragazza. E il fatto è che dentro c’era una chiavetta usb…Insomma la persona derubata che corre dietro al ladro diventa un ladro senza volerlo ed è lui stesso ricercato da altre persone. Senza contare che c’è ladro e ladro. Nella ridda di personaggi e di avventure del romanzo di Liu Zhenyun appare subito ben chiaro che, più o meno, rubano tutti, anzi, che ci sono ladruncoli da poco che si accontentano di poco e ladri in grande stile che nessuno si sognerebbe di chiamare così, gli imprenditori, gli uomini che sono dietro al boom economico della Cina.
Se al centro di un filone narrativo c’è Liu Yuejin, un poveraccio che fa il cuoco in un cantiere, che è stato abbandonato dalla moglie e ha cresciuto da solo il figlio che ora si dimostra un ingrato, al centro dell’altro filone c’è Yan Ge che è diventato ricco grazie all’aiuto di una persona di rilievo a cui aveva prestato dei soldi in un momento di bisogno. Le due trame si riuniscono per uno di quei casi fortuiti e incredibili che uno scrittore può congegnare e la chiave di tutta la trama è…in una chiavetta usb (Liu non sa neppure che cosa sia e a che cosa serva, ne ha sottovalutato il valore, proprio come non ha saputo valutare quello della borsetta). E, alla fine, quella che era incominciata come una commedia finisce in dramma, come sempre succede quando si tratta di soldi e di giochi di potere.
     Due consigli per chi prende tra le mani “Oggetti smarriti”: non preoccupatevi se vi sembra di confondere i nomi dei personaggi, è difficile ricordarli, ma non ha molta importanza e almeno un paio vi resteranno in mente.
E poi lasciatevi trascinare dalla trama e dalle storie, correte insieme ai ladri nelle strade di Pechino, sedetevi insieme a loro in uno dei tanti posti all’aperto a mangiare una ciotola di zuppa, guardate in alto verso la cima dei grattacieli di nuova costruzione, andate nei vicoli bui della città vecchia, incontrate la miriade di persone che popolano il sottobosco cittadino e che trafficano rispettando la delimitazione delle loro aree di gioco.
Liu Zhenyun non è uno scrittore di introspezione, la sua è una satira leggera che si nasconde sotto la vena comica, leggere il suo libro è come guardare un affollato quadro di Francesco Guardi in cui ogni dettaglio è importante- la biancheria e gli abiti di una donna e lo sguardo opaco per la cataratta di almeno un paio di uomini (nell’ex paese di Mao solo i molto ricchi hanno un’assistenza medica adeguata), la bicicletta del povero Liu Yuejin e la Mercedes di Yan Ge.

    Il romanzo di Liu Zhenyun è divertente come una commedia degli errori e tuttavia è una commedia che lascia l’amaro in bocca nel ritratto di una società che non ha ancora trovato se stessa, in cui tutti sono ‘oggetti smarriti’.


domenica 24 gennaio 2016

Jurij Družnikov, “Angeli sulla punta di uno spillo” ed. 2006

                                                         Voci da mondi diversi. Russia
           satira
           il libro ritrovato

Jurij Družnikov, “Angeli sulla punta di uno spillo”
Ed. Barbera, trad. Federica Aceto, pagg. 566, Euro 18,50  (prezzo attuale, Euro 3,56)



   “Il numero di angeli che possono stare sulla capocchia di uno spillo è uguale alla radice quadrata di due”, dice la citazione all’inizio del romanzo dello scrittore russo Jurij Družnikov, che è come dire un numero infinito. E c’è qualcosa di paradossale nella terminologia della citazione, se riferita al significato del libro, e cioè che il numero di dissidenti, inafferrabili e volatili come angeli, è impossibile da verificare nella sterminata estensione del territorio russo. E “Angeli sulla punta di uno spillo” incomincia con il ritrovamento di un manoscritto polemico e pericoloso che circola in samizdat, e termina- dopo che con fatica si è riusciti a far sparire il primo- con un altro testo dello stesso tenore, come se, scalzato un angelo dalla capocchia di uno spillo, il suo posto venisse preso immediatamente da un altro. All’infinito, soprattutto se si considera il titolo del primo fascicolo, “La Russie en 1839”, e l’occhio deve controllare ripetutamente la data, perché quello che si dice della Russia del 1839 è valido anche nell’Unione Sovietica di 130 anni dopo.

     E’ un romanzo esplosivo, quello di Družnikov, come una bomba con la miccia lunga, di un humour corrosivo e selvaggio che ricorda quello orwelliano. L’ambientazione è a Mosca, alla fine degli anni ‘60 con “Sopracciglione” al governo- Brežnev, anche se siamo avvisati che non ci verrà niente di buono a cercare di riconoscere persone note nei personaggi del libro. E la redazione di un giornale è un microcosmo perfetto per uno stato in cui si mente per proteggersi e dire la verità può scuotere le fondamenta del paese. “Trudovaja Pravda” è il titolo del giornale, “la verità che costa fatica”, ma quale verità?
Il direttore Makarcev è allenato a smistare mentalmente le notizie in verità allargata, verità ristretta e verità assoluta, e- ricordate il Ministero della Verità in “1984”?- in definitiva la verità si confeziona ad arte. “Io non so che professione sia quella del giornalista. Io, di professione faccio il bugiardo”, dice l’ebreo Rappoport, il personaggio più grandiosamente significativo tra tutti quelli che vivono in queste pagine. Il suo è un lavoro creativo, le sue bugie sono assolutamente pure, senza ombra di verità, e sono anche altamente morali e consolatorie in quanto garantiscono e promettono un futuro stabile. Il punto di partenza della narrazione è l’infarto di Makarcev, pretesto per domandarsi quale ne sia stata la causa, per scavare nella pressione quotidiana del dover vivere nascondendo la paura sotto una maschera di tranquillità. Con Makarcev in ospedale, in ufficio qualcuno prende il suo posto, il manoscritto pericoloso che Makarcev aveva già messo in una busta per il KGB passa di mano in mano, suo figlio viene messo in prigione per aver investito due persone guidando in stato di ubriachezza (ma c’è un prezzo politico per tutto, anche per venir assolti e rilasciati), un giornalista viene picchiato senza motivo dalla milicija, un altro viene accusato di aver scritto il manoscritto samizdat e scompare dalla circolazione, un medico specializzato in Impotentologia applica la sua terapia a Sopracciglione e Rappoport inserisce un decimo cerchio nell’Inferno di Dante per i corruttori di intere nazioni- per se stesso, ma anche per Hitler e Lenin, Stalin e Mao, i politici senza scrupoli e i loro giornalisti.
Ed è impossibile parlare di tutti i personaggi e di tutte le loro storie e del loro passato, il microcosmo funziona come una matrioska- la vicenda di uno termina con l’inizio di quella di un altro, ad incastro, in questo splendido romanzo russo che trabocca di una satira irridente ed amara.

    

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net