giovedì 27 marzo 2014

Mohammed Al Achaari, "L'arco e la farfalla" 2012

                                                      
                                                           Voci da mondi diversi. Africa
         il libro ritrovato



Mohammed Al Achaari, “L’arco e la farfalla”
Ed. Fazi, trad. Paola Viviani, pagg. 364, Euro 17,50
Titolo originale: al-Qaws wa ‘l-farashah
    
       Yassine, il figlio ventenne del giornalista Youssef Al Firsioui, morto come ‘martire’ in un attentato in Afghanistan, aveva sognato la costruzione di un enorme arco di acciaio tra le due sponde del Bou Regreg, in Marocco. Sarebbe stato vicino alla foce del fiume, una sorta di immenso arcobaleno, un simbolo di unione fra le città di Rabat e Salé, fra passato e futuro. L’arco “dipinto di azzurro, come uno zampillo d’acqua sull’oceano”, non era mai stato costruito. Il palazzo voluto dall’avvocato Ahmad Majd, invece, si ergeva provocatorio, con i suoi nove piani di altezza e la stravagante forma di un’enorme farfalla, a Marrakech. L’intento di Ahmad era di strappare Marrakech ad un passato che l’aveva immobilizzata come città carovaniera del deserto, colorata di rosso, dominata dalle palme svettanti. C’è qualcosa in comune, nell’intento delle due visioni. Eppure sono fondamentalmente diverse. L’arco è un’utopia, la farfalla è la realtà dei ristoranti, dei locali notturni, dei negozi, dei lussuosi appartamenti che contiene. Quando, verso la fine del libro, Youssef si reca all’inaugurazione dell’edificio-farfalla, in una delle stanze trova una statua di cui si è favoleggiato fin dall’inizio. Si tratta della statua di Bacco della cui misteriosa scomparsa dall’antica città romana di Walili era stato accusato il padre di Youssef. Scompare subito di nuovo, dopo che Youssef la riconosce. E questo vuol dire tanto del nuovo Marocco, dell’arroganza dei nuovi ricchi, della corruzione, dell’oblio e dello sprezzo del passato.

L’uomo elegante che aveva studiato a Parigi e aveva partecipato alla modernizzazione dell’università del paese, non tollerava più ciò che chiamava “il collasso del Marocco indipendente”. Non approvava quegli esempi spiccioli di civiltà presenti nella sua storica città, il logorio della scuola marocchina, lo stravolgimento dei valori, la folle competizione in nome del denaro, e nemmeno la distruzione della lingua araba. Né approvava i nouveaux riches, i commercianti al dettaglio, quelli che vendevano bevande alcoliche in segreto e ci guadagnavano, diventando i signori e i potenti della città.

       Youssef Al Firsioui è l’io narrante del romanzo “L’arco e la farfalla”, vincitore dell’Arabic Booker Prize 2011, ma non è l’unico protagonista. Perché, nello sconvolgimento che segue la tragica morte del figlio, Youssef perde l’olfatto e, con questo, il gusto della vita. Ripiegato su se stesso, è tutta la sua esistenza che gli scorre davanti agli occhi, che mette al vaglio e su cui si interroga. E’ come se Youssef si soffermasse davanti ad ognuna delle persone che sono state importanti per lui e cercasse di capire se stesso sviscerando le loro storie. Suo padre, che era emigrato in Germania per ritornare poi in Marocco a gestire un albergo- ora è cieco, eppure fa qualcosa di molto simbolico: guida i turisti tra le rovine e i mosaici di Walili. 

Sembra quasi un personaggio biblico, o un Omero che canta le glorie del passato. La madre di Youssef era tedesca- del suo suicidio Youssef aveva sempre addossato la colpa al padre. Con la moglie i rapporti si rovinano del tutto dopo la morte di Yassine. Youssef Al Firsioui ha due amici- Majd e Ibrahim.  E frequenta due donne- di una diventa l’amante, con l’altra ha un’amicizia profonda che si avvicina all’amore. Di tutti costoro conosceremo le storie che ci aprono degli squarci sulla realtà del Marocco- la situazione femminile, l’accanimento contro gli omosessuali, la censura, gli arresti e le prigioni per motivi politici, gli intrallazzi, gli abusi edilizi, i traffici di droga, la corruzione.  Anche la musica ha un connotato politico in un paese come il Marocco, diviso tra modernità e tradizione, tra estremismo religioso e democrazia. Eppure, come dimostrano i giovani figliastri di Ibrahim, si può fare parte di una band musicale di ‘servi di Satana’ e odiare gli omosessuali. E’ la prova di un dissidio profondo e lungi dalla soluzione- come il finale che chiude il cerchio in una tragica uguaglianza con l’inizio del romanzo.

      “L’arco e la farfalla”, come tutti i romanzi che, meglio di qualsiasi articolo di giornale, ci introducono alla storia di un altro paese, è una lettura affascinante anche se, a tratti, la narrazione sembra poco fluida (o è forse per via della traduzione dall’arabo, lingua di certo non facile e con una struttura diversa dall’italiano?).

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it

lo scrittore Mohammed Al Achaari    

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