martedì 24 marzo 2015

Anita Nair, L’arte di dimenticare ed. 2010

                                                           Voci da mondi diversi. Asia
          il libro ritrovato


Anita Nair, L’arte di dimenticare
Ed. Guanda, trad. Francesca Diano, pagg. 367, Euro 18,00

Bangalore, India. Giri e Mira vanno ad un ricevimento, insieme al figlio tredicenne. Giri si allontana senza salutare. Scompare. Quando si fa vivo, chiede il divorzio. A Mira resta il carico di provvedere ai due figli, nonché alla madre e alla nonna che vivono con lei. Accetta di lavorare come segretaria del climatologo professor Krishnamurthy, tornato in India dall’America perché sua figlia è stata vittima di un incidente: la diciannovenne Smriti giace in coma. E’ l’incontro tra due persone che hanno sofferto e devono ricominciare una nuova vita.



INTERVISTA ad Anita Nair, autrice de L’arte di dimenticare

     Non resta più nulla sul terreno su cui è passato un ciclone. Il ciclone, accennato in brevi pagine di un fittizio testo scientifico che ne spiega l’evolversi e ripreso nella professione stessa di uno dei due protagonisti, è la metafora impiegata dalla scrittrice indiana Anita Nair per gli eventi drammatici di diversa natura che portano distruzione nella vita di una persona, spazzando via il passato e tutto quanto si è costruito in una frazione di secondo, sollevando nel suo turbine anche il futuro che ci si immaginava di avere davanti, lasciando dietro di sé il nulla.
    I due personaggi centrali del romanzo L’arte di dimenticare si trovano in una situazione del genere anche se, in una scala oggettiva di gravità, la tragedia personale del professor Krishnamurthy- Jak, come viene chiamato in America, o Kitcha, come lo chiama ancora chi li ho ha conosciuto da bambino- è di gran lunga peggiore di quella di Mira. Mira, una piacente donna sulla quarantina, deve affrontare un inaspettato divorzio. Kitcha non riesce a capacitarsi che sua figlia giaccia immobile in un letto, muta tranne per l’urlo che le esce di bocca quando non vede il padre. Prima di poter ricostruire, dopo il passaggio di un ciclone, bisogna liberare il terreno dai detriti. Sia Mira sia Kitcha si guardano indietro, cercano di capire se ci fossero dei segni premonitori, in quale maniera abbiano sbagliato, che cosa avrebbero potuto fare di diverso.
     I capitoli in cui è l’uno o l’altra ad essere al centro della scena si alternano, prima di confluire in un’unica narrazione che li riguarda entrambi. La prospettiva si amplia, dunque, perché Mira è la donna che, per quanto moderna, ha sempre vissuto secondo le tradizioni indiane, mentre Kitcha si è trasferito in America, è un ‘indiano non residente’ , un indiano di ritorno, a cavallo tra due mondi e due culture.
C’è un detto tamil che ben esprime la norma di comportamento delle donne indiane: ‘Sia duro come un sasso o inutile come un’erbaccia, un marito è un marito, ti piaccia o non ti piaccia’.
E Mira non ha mai neppure pensato che il suo matrimonio potesse finire: si è adeguata a quello che il marito voleva da lei, si è trasformata nella perfetta moglie aziendale che lui desiderava. Così perfetta da trarne l’idea per un libro di suggerimenti che le ha dato una certa notorietà. Ma come deve comportarsi ora che è tornata ad essere una donna sola, con due figli e due donne anziane a carico, per di più? Come gestire i corteggiamenti degli uomini che approfittano del fatto che non ha più un marito accanto? Come trovare un lavoro dignitoso che le permetta di vivere nella grande e antica casa lilla che apparteneva alla sua famiglia? Una casa che è di per sé un personaggio nel libro, che rappresenta il fascino ‘demodé’ della tradizione, di tutto ciò che è antico, malandato per l’uso ma di valore proprio per quello. E’ significativo che l’arrivista marito di Mira si innamori della casa insieme a lei, e che poi voglia sbarazzarsi della casa, prima di abbandonare Mira.
     I rovelli interiori del professore Krishnamurthy nascono nella stanza in cui giace sua figlia. Ritornando indietro nel tempo, si chiede se lui e la moglie non abbiano sottovalutato il dolore arrecato alla figlia dalla loro separazione, se non abbia sbagliato a concedere a Smriti di frequentare l’università in India invece che negli Stati Uniti.
Chi era Smriti, in realtà? Per lui era la sua bambina, un po’ ribelle e caparbia. Per i giovani che Smriti ha frequentato in India, era una ragazza dai liberi costumi. Che cosa poteva aspettarsi in India una ragazza che andava in giro con tutta quella pelle scoperta e quei piercing? Eppure dietro al suo aspetto provocante, c’era una ragazza capace di dare tutta se stessa ad una causa giusta- è questo il tema scottante del romanzo, che ci sarebbe piaciuto fosse più sviluppato, lo scandalo taciuto degli aborti illegali quando il sesso del nascituro è femminile.
      Il romanzo di Anita Nair inizia con scene tipiche del romanzo rosa, con un ricevimento sul bordo di una piscina, chiacchiere leggere, spuntini e calici di vino. Il ciclone non è ancora arrivato, ma ‘la ciclogenesi di una bufera tropicale raramente si annuncia’. La furia dell’uragano coincide con le pagine più drammatiche- quelle sulla clinica degli aborti clandestini e sulla sorte di Smriti, la ragazza che osa indagare. E allora, usando ancora un’immagine del testo sui cicloni, quella dei cirri che nascondono l’occhio del ciclone, comprendiamo che niente è mai come appare, che c’è sempre una realtà nascosta negli uomini e nelle cose.
Stilos ha intervistato Anita Nair, presente al Salone del Libro di Torino.


Nel romanzo Lei usa la metafora del ciclone, ne fa persino il lavoro di uno dei due personaggi principali ed usa un testo scientifico fittizio per seguire lo sviluppo delle sue fasi. E’ stato, in qualche maniera, lo tsunami del 2004 a darle lo spunto?
     No: sono cresciuta a Madras, dove ogni anno c’era un ciclone e l’effetto che provoca è del tutto imprevedibile. Così avviene per la vita delle persone che può essere sconvolta indipendentemente da loro. Volevo mostrare che cosa provoca un ciclone nella vita delle persone che non fanno nulla per attirarselo. E poi come si possa vivere ugualmente dopo un ciclone: è qualcosa che ci prende di sorpresa, ma poi ognuno reagisce e va avanti.

Le tre donne del romanzo, Mira, Saro e Lily, sono tutte dei bei personaggi. Tutte e tre si rivelano essere delle donne forti. Immagino che Lei abbia creato Mira per prima: perché affiancarla con la madre e la nonna?
   Non so…avevo bisogno di un contesto per Mira, per mostrare quale tipo di educazione avesse ricevuto, in quale ambiente fosse cresciuta. E poi, nonostante tutto quello che le succede, ha ancora una nonna e una madre: forse non è felice, ma questo è importante per lei, avere un sostegno. Penso che, invecchiando, è importante avere una compagnia femminile, perché solo le donne possono dare un certo tipo di sostegno.

C’è un solo personaggio femminile che mi è parso negativo, quello di Nina, la madre di Smriti. E’ il suo essere cresciuta in un altro mondo, in America, che la rende così senza cuore?
    No, non penso che l’atteggiamento di Nina abbia a che fare con gli Stati Uniti dove è cresciuta. Di recente ho notato che ci sono molte donne che, dopo il divorzio, non hanno chiesto di tenere i figli con sé. Ho ben tre esempi di madri che non hanno voluto i figli. Come è possibile? Forse non vogliono più essere associate con la vita che si sono lasciate alle spalle, ma mi riesce difficile capirlo. Nina è così.

 Sia Mira sia Kitcha cambiano sotto i colpi della vita, direi che diventano migliori. L’effetto delle disgrazie è o di migliorare o di affondare le persone?
     C’è un detto famoso, ‘quello che non ti uccide ti rende più forte’. Sia Mira sia Kitcha sono usciti da una catastrofe, eppure sopravvivono, o almeno, tentano di sopravvivere. Questa è la chiave di lettura del romanzo: dobbiamo imparare che tutto passa. Una catastrofe può azzoppare una persona, ma io non volevo restassero degli storpi. Sia Mira sia Kitcha sono devastati da quanto è successo, ma riescono entrambi a fare il passo seguente. Si domandano, ‘che cosa facciamo?’, e agiscono. Molta gente si arresta e  non si pone neppure la domanda di che cosa si possa fare per reagire. La vita non finisce: è questa la lezione importante.


Qual è il ruolo dei genitori? Fino a che punto sono responsabili di quello che accade ai figli? Kitcha, ad esempio, è tormentato dall’idea che quanto è successo a Smriti sia colpa sua…
     Ho un figlio di 18 anni, e penso che sia diverso se si ha un figlio o una figlia, perchè la violenza fisica è molto peggio nel caso di una ragazza. Eppure sono sempre in ansia per lui, quando esce la sera non sono tranquilla finché non è tornato. Ma è importante dare fiducia ai figli, solo così loro possono restituirci la stessa fiducia. Se li controlli, si ribellano. So che è facile dirlo, ma non si smette mai di essere genitori, qualunque sia l’età dei figli. La responsabilità che ha un genitore è per sempre.

Quello che accade a Smriti è dovuto anche ad una frattura enorme tra l’educazione tradizionale e quella moderna. La tragedia avviene quando si incontrano persone che hanno avuto educazioni diverse, o diverse culture si scontrano. E’ l’incapacità di comprendere gli altri la causa di tutto?
     Sì, penso di sì. Se cresci in India, cresci imparando come affrontare una situazione, come vestirti, come cavalcare entrambi i mondi. E’ difficile imparare ad adattarsi per qualcuno che viene da un altro paese.
    
Il matrimonio e le donne: nel romanzo ci sono parecchie storie di matrimoni e la maggior parte sono storie infelici, sia nel presente sia nel passato. L’unica differenza è forse che in passato le donne accettavano tutto in silenzio? E quanto comune era, in passato, il comportamento della zia di Kitcha, che si ribella al marito?
      Non era affatto comune, era una cosa molto insolita. E tuttavia conosco molti casi di donne che hanno avuto il coraggio di prendere la loro vita nelle loro mani. Molte donne si rassegnano accettando molte cose per insicurezza, pensando di non avere altre scelte. Invece si può sempre fare una scelta.

Un argomento molto importante è quello di cui si tratta verso la fine del romanzo- l’aborto dei feti di sesso femminile e la mafia che gestisce gli aborti clandestini. Accade ancora adesso, nel secondo millennio?

      Sì, proprio una settimana fa è uscito un articolo dal titolo, Le figlie che abbiamo ucciso. Sì, anche oggi ogni giorno vengono uccise 2000 bambine. Avere una figlia femmina è sentito come un peso, ancora ai nostri tempi, sembra impossibile. La mia segretaria mi raccontava di qualcuno che conosce e che aspetta il terzo figlio. Questa donna vuole abortire se le diranno che sarà una bambina. E no, non è che ha già due bambine e non ne vuole una terza. Ha due maschietti e, se fosse un terzo maschietto, andrebbe bene. Ma non va bene se è una bambina. E parliamo di Bangalore, non dell’India rurale. E’ anche per questo che ho creato tre personaggi femminili. E’ importante: le donne devono imparare a sopravvivere anche prima di nascere.


recensione e intervista sono state pubblicate dalla rivista Stilos



                                                                         

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