giovedì 21 maggio 2015

Jón Kalman Stefánsson, “Paradiso e inferno” ed. 2011

                                                    vento del Nord
    il libro ritrovato


Jón Kalman Stefánsson, “Paradiso e inferno”
Ed. Iperborea, trad. Silvia Cosimini, pagg. 231, Euro 16,00

Titolo originale: Himnaríki og helvíti

      Imbocca la valle a passo deciso, Bárður è morto.
     Ha letto una poesia ed è morto di freddo.
    Ci sono poesie che ti portano in luoghi dove le parole non arrivano, e neanche i pensieri, ti portano dritte all’essenza stessa, la vita si ferma per lo spazio di un istante e diventa bella, limpida di rimpianti e di felicità. Poesie che ti cambiano la giornata, la notte, la vita. Poesie che ti portano a dimenticare, a dimenticare la tristezza, la disperazione, ti dimentichi la cerata, il gelo si impadronisce di te, preso! E sei morto. Chi muore si trasforma immediatamente in passato.


    Era negli anni in cui probabilmente eravamo ancora vivi. La frase con cui inizia il breve romanzo “Paradiso e Inferno” di Jón Kalman Stefánsson, definito uno dei migliori romanzi islandesi degli ultimi anni, sembra uscita da una Spoon River dei ghiacci, il racconto di coloro che sono ‘quasi tenebra’ e a cui restano solo i ricordi, che peraltro si stanno affievolendo. Ti parleremo di gente che viveva ai nostri giorni, più di cent’anni fa- ed infatti, come unico riferimento temporale, troviamo, ad un certo punto, la notizia di un romanzo appena pubblicato da Zola, di cui sono state vendute centomila copie. Un numero che pare esorbitante in un paese così scarsamente popolato come è l’Islanda e ancor più nel villaggio di pescatori dove vivono i personaggi di cui quei ‘noi’ che sono la voce narrante ci parleranno.
  Un uomo adulto, l’aitante Bárður, e il ragazzo il cui nome non ci viene mai detto sono amici. Forse il ragazzo, che ha perso prima il padre quando aveva sei anni e poi la madre e la sorellina, vede in Bárður un appoggio, una figura a metà tra amico, fratello, padre. Hanno in comune la passione della lettura, l’amore per le parole che risuonano come musica in orecchie in cui echeggia solo il fragore del mare. Bárður sta leggendo una traduzione del poema di Milton, “Il paradiso perduto”. Glielo ha prestato un vecchio capitano cieco che ha una libreria con ben quattrocento libri. Bárður è incantato dalla lettura. E’ stregato da quei versi. Legge, Nulla mi è delizia tranne te, e pensa alla fidanzata. Legge fino all’ultimo minuto prima di rispondere alla chiamata per uscire con la barca in mare. E scorda di prendere la cerata da infilarsi sul maglione. Una dimenticanza fatale per chi esce a pesca sul mare Artico. Tanto più che il tempo cambia, la tempesta di neve sorprende i pescatori al largo. Bárður morirà di freddo, senza che il ragazzo possa fare nulla per salvarlo: sarebbe inutile cedergli la sua, di cerata. Non gli va bene di misura, sarebbero in due a morire.

      Ogni volta che leggiamo un romanzo di formazione osserviamo come ci siano delle prove fisse da superare, per diventare adulti- la morte è, quasi sempre, il punto di svolta per chi si affaccia alla vita. C’è un momento di sosta obbligata, quando ci si trova davanti alla morte di chi ci è caro, per riflettere, per decidere, come fa il ragazzo, se si voglia scegliere di continuare a vivere o di seguire l’altro nella morte. E spesso la decisione è rimandata per il tempo di un viaggio- oppure è già questa una scelta, affidandosi alla sorte degli imprevisti di un percorso che è metafora della vita?

Il ragazzo parte. Con l’ultimo ricordo dell’amico, il libro da restituire al capitano cieco, il libro che parla di un paradiso che è andato perso. Anche il ragazzo ha perso il paradiso, o la speranza del paradiso. Il sentiero che deve seguire per arrivare al villaggio è pericoloso- altra cosa era stato farlo in due, con Bárður. Al ragazzo non importa, se anche precipitasse sulle rocce, giù fino al mare. Comunque arriva a destinazione. E inizia una lenta rinascita nella casa dove alloggia una insolita ‘trinità’, con la vedova che condivide il letto dei capitani di passaggio, la severa governante e il burbero capitano cieco a cui il ragazzo leggerà ad alta voce.
     “Paradiso e inferno” non è di certo un libro d’azione, o di avventura. E’ un libro da assaporare ad ogni parola (ci sono parole che hanno il potere di cambiare il mondo, capaci di consolarci e di asciugare le nostre lacrime), con quel refrain che ci insegue, Nulla mi è delizia tranne te (e lo si può riferire ad una persona amata di qualunque sesso), che ci fa vivere nella rarefatta atmosfera nordica (e pensiamo alle somiglianze e alle differenze con la tempesta nel Mediterraneo de “I Malavoglia”), che ci fa apprezzare il valore dell’amicizia. E quello di una salvifica letteratura.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it
a breve pubblicherò la recensione del nuovo libro di Jón Kalman Stefánsson, "I pesci non hanno gambe". L'autore sarà presente al Nordic Festival (20 maggio-5 giugno, Milano).


   




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