Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
il libro ritrovato
Catherine Dunne, “L’amore o quasi”
Ed. Guanda, trad. Eva Kampmann,
pagg. 317, Euro 15,50
E’ un periodo felice nella vita
della cinquantenne Rose Kelly: l’impresa di catering di cui si occupa riscuote
molto successo, il figlio maggiore, che le dava preoccupazioni, si è messo
sulla buona strada, il secondo finisce le superiori, la figlia minore è ormai
un’adolescente. All’improvviso ricompare il marito che non si è più fatto vivo
da quando l’ha lasciata, otto anni prima. Rose deve gestire con intelligenza e
diplomazia il riavvicinamento del padre ai figli e la causa di divorzio. E
inizia una nuova storia d’amore.
INTERVISTA A CATHERINE DUNNE, autrice de “L’amore o quasi”
C’era una grossa teiera sulla copertina
del primo libro di Catherine Dunne, “La metà di niente”, in cui la protagonista Rose Kelly veniva
abbandonata dal marito dopo vent’anni di matrimonio e si ritrovava a costruirsi una nuova vita dal
nulla, industriandosi per mantenere i tre figli. Si bevono ancora infinite
tazze di tè nel nuovo romanzo di Catherine Dunne, “L’amore o quasi”, fischia il
bollitore dell’acqua per offrire la rituale tazza di tè a chiunque venga in
visita, resta sempre valido che- come dice un’amica della protagonista- “quando
tutto va storto, fatti una tazza di tè”, ma c’è qualcos’altro che si beve molto
spesso in questo romanzo che riprende la storia di Rose Kelly a otto anni di
distanza dal precedente romanzo: vino ghiacciato, assaporato in poltrona
davanti alla televisione, o su una sedia di cucina o nel delizioso e storico
Bewley’s in centro a Dublino.
E’ il segnale più lieve e frizzante del
cambiamento avvenuto in otto anni, nella vita di Rose e nello stile di vita di
un paese in cui bicchieri spumeggianti di Guinness nazionale hanno sempre
invitato a bere birra dai cartelloni pubblicitari. D’altra parte Rose Kelly ha
potuto osservare nel suo lavoro come siano diventati più sofisticati i gusti degli
irlandesi e come il benessere economico e la conseguente apertura verso il
mondo fuori dall’isola abbiano portato a richieste di piatti internazionali.
Con il garbo gentile che contraddistingue
la sua scrittura, Catherine Dunne colma il lasso di tempo tra un romanzo e
l’altro con i ricordi di Rose Kelly delle difficoltà che ha passato, sia nel
lavoro sia nell’ambito familiare, e con l’osservazione acuta del mondo che
circonda Rose. Seduta ad un tavolino al secondo piano di Bewley’s, Rose guarda
attraverso i vetri la folla che passeggia in Grafton Street e nota quanto sia
diversa questa Dublino multietnica, vivace e allegra, dalla grigia e cupa città
della sua giovinezza, va con la figlia in un locale di Temple Bar e gode della
ristrutturazione della zona che ha trasformato la Cenerentola d’Europa
in una capitale giovane e gioiosa, orgogliosa della sua individualità.
E così un romanzo squisitamente femminile,
che esplora i sentimenti di una donna che ha dovuto inventarsi un’identità che
la differenziasse da quella che era solo un’appendice del marito, diventa anche
la rivisitazione di un luogo, e i cambiamenti della persona finiscono per
identificarsi con quelli di un paese. C’è qualcosa che, tuttavia, resta
immutato, ed è la forza morale della donna: la storia del romanzo irlandese è
piena di figure femminili forti, di donne che reggono le sorti della famiglia,
che trascinano mariti ubriachi fuori dai pub, che mantengono i figli-
ricordiamo “Le ceneri di Angela” di Frank McCourt o “Danzando a Lughanasa” di
Michael Friel da cui è stato tratto un film con Meryl Streep. Rose Kelly è
un’altra di queste madri irlandesi, ma ha un vantaggio che le viene dai tempi:
può chiedere il divorzio.
Stilos ha parlato con Catherine Dunne dei
cambiamenti di Rose, di lei stessa come scrittrice e dell’Irlanda.
Rose Kelly ritorna dopo 8 anni. Ha continuato a pensare a lei in questo
tempo? Era curiosa di sapere che cosa le fosse successo, che cosa avesse fatto
della sua vita?
La risposta è sì ad entrambe le domande: ero curiosa e la mia curiosità
si è sviluppata soprattutto dopo aver scritto l’ultimo romanzo, “Una vita
diversa”, e un libro-saggio sull’emigrazione irlandese negli anni ‘50 che mi ha
richiesto un lungo lavoro di ricerca. Era arrivato il momento in cui volevo
qualcosa basato sull’intuizione, sull’osservazione e sull’immaginazione e si è
ripresentata alla mia mente la storia di Rose. Uno scrittore deve provare la
curiosità della domanda “e se…?”. Questo è stato il mio punto di partenza.
Troviamo una Rose molto più sicura di sé, che sa come trattare marito,
figli e impiegate. Significa che divorziare fa bene alla donna? Che è
un’esperienza positiva per la sua personalità?
No, non raccomanderei l’esperienza di un
divorzio. Rose fa del suo meglio nella situazione in cui si viene a trovare.
Non è una situazione che ha scelto lei, cerca di volgerla a suo vantaggio: la
vita non le ha dato la possibilità di scegliere. Certamente ha sperimentato
momenti più drammatici e di maggiore conflitto che se fosse rimasta sposata a
Ben. Come sarebbe stata Rose se non si fosse separata? Meglio o peggio, più o
meno interessante? Impossibile da dire. In ogni caso avrebbe potuto avere una
crescita personale dopo che i figli fossero cresciuti. Ma è stata obbligata a
fare fronte ad una crisi cercando in se stessa delle risorse che non sapeva di
avere. E’ l’istinto umano della sopravvivenza in tutti i sensi.
“L’amore o quasi” è un libro sui cambiamenti: è cambiata anche lei,
come Rose?
La vita è un processo di cambiamenti, tutti
devono accettare di cambiare. A volte le cose accadono non perché le scegliamo
noi, ma la nostra reazione a quello che accade mostra come vivremo nel futuro.
E’ difficile indicare in che cosa o come io sia cambiata: ci sono diversi stadi
nella vita e per i genitori c’è uno stadio interamente centrato sui figli,
quando questi sono giovani e prendono la maggior parte del tempo e delle
energie. Quando poi i figli se ne vanno di casa, inizia come un terzo atto
della commedia della vita per i genitori. Mio figlio ha ventitre anni ed è
uscito di casa a 19 anni, andando a stare per conto suo, condividendo un
appartamento con degli amici: per me è iniziata allora la fase del “nido
vuoto”, un grosso cambiamento nella mia vita.
Se dovesse scrivere “La metà di niente adesso”, lo scriverebbe in
maniera diversa? Sarebbe un libro differente?
Penso di sì. In molte maniere il primo
romanzo serve per stabilire la tua voce, per sentirti a tuo agio e scrivere al
meglio della tua capacità a quello stadio. Quando poi continui a scrivere, se
prendi sul serio quello che stai facendo, diventi più esigente e chiedi di più
a te stesso come scrittore. Forse adesso sarebbe un romanzo più difficile e più
complesso, ma la traiettoria della storia sarebbe la stessa.
Rose è stata così occupata che sembra rendersi conto all’improvviso di
quanto siano cambiate l’Irlanda e Dublino. E in effetti chi si reca adesso per
la prima volta a Dublino non può nemmeno immaginare il grigiore e la tristezza
della città trenta, venti o anche solo quindici anni fa. C’è stato anche per
lei un momento preciso- come è successo a Rose- in cui si è resa conto che la
città non era più la stessa?
Non c’è stato un momento preciso, piuttosto
un processo graduale: fino a metà degli anni ‘80, niente era cambiato dagli
anni ‘60: Dublino era grigia e triste e il livello di disoccupazione era
all’80%, c’era una forte emigrazione perché mancavano le opportunità di lavoro.
E poi, all’improvviso, in meno di dieci anni, dal niente c’è stato il boom economico
all’inizio degli anni ‘90, lasciando stupefatti tutti quelli che erano nati
negli anni ‘50 e ‘60. Penso che lo sviluppo dell’area di Temple Bar sia il
simbolo della rigenerazione di Dublino. In origine doveva diventare zona di
deposito degli autobus, il che suscitò un’ondata di proteste. La gente si rese
conto che Dublino poteva avere la sua Rive
Gauche. Ecco, se c’è un momento preciso in cui si può collocare il
cambiamento di Dublino, è quello- anche se in realtà la città era già cambiata,
naturalmente. C’era stato un cambiamento nella mente delle persone, c’erano più
soldi in giro, un po’ di luce nella città grigia.
Il figlio maggiore di Rose ha avuto un problema con l’alcol. Si sa che
l’alcolismo è sempre stato un problema per gli irlandesi: si beve troppo per
motivi diversi da quelli del passato, adesso?
Quello dell’alcolismo è un problema complesso. Le ricerche indicano che
l’abuso di alcol è una conseguenza della carestia di metà dell’800- le
conseguenze psicologiche perdurerebbero fino ai nostri giorni. Oggi, poi, la
maggiore disponibilità di soldi che hanno i giovani contribuisce al fenomeno
dell’alcolismo. Inoltre siamo una società che tollera l’ubriachezza. Per molti
l’eccesso di alcol è una risposta al cambiamento di un paese che adesso è
ricco, non c’è più il problema della disoccupazione, ha rotto i rapporti con la Chiesa Cattolica per la prima
volta nei secoli. Il cattolicesimo irlandese era un cattolicesimo senza gioia
che metteva l’accento sul peccato e non sull’amore per il prossimo. Gli
psicologi dicono che l’alcol è un sintomo di problemi più seri, del senso di
dislocamento diffuso fra i giovani: gli uomini non sanno che ruolo hanno nella
società, sentono la pressione di tenere il passo con la cultura dell’eccesso.
Dublino è diventata una città volgare, sono arrivati troppi soldi troppo
velocemente e insieme sono scomparse tutte le certezze di un tempo.
La figlia di Rose parte per una vacanza nel Gaeltacht, l’area irlandese
in cui si parla in gaelico, per imparare l’irlandese, proprio come gli studenti
di tutta Europa partono per l’Inghilterra e l’Irlanda per imparare l’inglese.
E’ fallito il tentativo di fare del gaelico la lingua degli irlandesi? Mi pare
che una volta ci fossero più canali televisivi in gaelico: la gente sa parlare
in gaelico?
Forse una volta c’erano i notiziari sempre anche in gaelico ma, ironicamente,
alla televisione solo di recente c’è un canale di trasmissioni in gaelico e il
risultato è paradossale: c’è una rinascita del gaelico nell’Irlanda del Nord.
In seguito al processo di pace la comunità nazionale irlandese esplora la sua
cultura e tende ad identificarsi con il Sud e la lingua irlandese ha acquistato
molta popolarità. La politica di governo della Repubblica è stata un
fallimento, forse perché l’enfasi è stata posta sull’insegnamento della
grammatica più che sulla comunicazione. Il solo fatto che fosse una materia
obbligatoria nelle scuole ha fatto passare la voglia di studiare il gaelico.
C’è stato un periodo in cui per ottenere un lavoro di tipo ufficiale era
richiesta un’ottima conoscenza del gaelico e questo ha causato molto
malcontento e proteste perché nella vita quotidiana nessuno parlava gaelico.
Questo atteggiamento negativo inizia fin dai primi anni di scuola: forse, se la
materia non sarà più obbligatoria, la situazione migliorerà. Chissà, forse
diventerà di moda parlare in gaelico…
C’è un famoso film italiano degli anni ‘60, “Divorzio all’italiana”,
che è una commedia nera dell’epoca in cui non c’era il divorzio in Italia e
l’unica maniera possibile perché il protagonista potesse risposarsi era
uccidere la moglie. Nel suo romanzo veniamo a sapere che c’era anche un “divorzio
all’irlandese”, meno cruento ma anche molto più comune.
Il divorzio all’irlandese è stato molto
popolare in passato, perché in Irlanda non abbiamo avuto il divorzio fino a
metà degli anni ‘90. E così l’espressione “ha preso il battello” poteva
riferirsi a due categorie di persone: agli uomini che scomparivano abbandonando
la famiglia e alle donne che andavano in Inghilterra per abortire.
Le spiace che i suoi romanzi vengano etichettati come appartenenti al
genere della letteratura femminile?
Non so
se i miei romanzi appartengano al genere di letteratura femminile. A volte mi
stanco delle etichette e la cosa non mi preoccupa affatto. Penso che i critici
perdano il loro tempo a collocare i romanzi in un genere definito, i buoni
romanzi non appartengono a nessun genere. E, in ogni modo, che importa? L’80%
dei lettori sono donne.
la recensione e l'intervista sono state pubblicate sulla rivista Stilos
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