martedì 29 luglio 2014

Elizabeth von Arnim, "La moglie del pastore" ed. 2004

                                                               il libro ritrovato


Elizabeth von Arnim, “La moglie del pastore”
 Ed. Bollati Boringhieri, trad. Simona Garavelli, pagg.436, Euro 20,00


Incantevole Ingeborg: ci affascina la protagonista di “La moglie del pastore”, il romanzo scritto nel 1914 dalla scrittrice australiana Elizabeth von Arnim, cugina di Katherine Mansfield, sposata in prime nozze al conte von Arnim, figlio adottivo di Cosima Wagner, e, dopo, con il fratello di Bertrand Russell. Un nome nordico, Ingeborg, in onore della nonna materna, una svedese che aveva sposato un turista inglese, un nome dal suono un po’ duro e insieme cristallino, evocatore di cieli limpidi e aria chiara. Ed è così che ci appare la ventiduenne Ingeborg che cammina per le strade di Londra dopo una visita dal dentista, incantata da tutto quello che vede,  incredibilmente leggera per trovarsi lontana dalla sua opprimente famiglia. Una vetrina di un’agenzia che propone un viaggio a Lucerna, un colpo di testa, una decisione immediata, e Ingeborg si trova sul treno verso la Svizzera, seduta di fronte ad un gentiluomo tedesco che finirà per chiederle di sposarlo.
Un tono di leggera ironia, come un umorismo inconsapevole, percorre la descrizione del corteggiamento, con il prussiano Herr Dremmel che non ha il minimo dubbio di venire accettato e Ingeborg che non osa tirarsi indietro, davanti alla torta ordinata per il fidanzamento. Lui è un pastore della chiesa luterana, massiccio, con capelli grigi che assomigliano alla pelliccia di un castoro, un solo interesse nella vita: l’agricoltura e lo studio dei fertilizzanti. Lei è esile, con occhi chiari e capelli fini che prendono fuoco nel sole, promette una bellezza che non ha ancora, ha vissuto rinchiusa in casa, agli ordini del padre vescovo. Quando Ingeborg pensa al matrimonio, pensa a sua madre, eterna malata immaginaria per sfuggire alle richieste del marito; Herr Dremmel le dice che l’uomo ama prima del matrimonio, la donna dopo. Forse Herr Dremmel è meglio di quel padre inflessibile che non le perdona l’aver anche solo pensato al matrimonio e che non vorrà mai più rivederla quando lei parte per la Prussia. Inizia così la seconda fase della vita di Ingeborg, in cui lei, abituata all’arrendevolezza, si piega, si adatta: è una figura di luce, lieve e canterina, che non si lascia scoraggiare né dall’ossessione agricola del marito, né dall’incomunicabilità linguistica, né dalla diffidenza astiosa di suocera e vicini. Dopo sei figli in sette anni, Ingeborg capisce la madre e riacquista una sorta di verginità che dà ali alla sua mente. Ed ecco la fase conclusiva, con l’apparire sulla scena del famoso pittore, l’uomo che vede la bellezza che è fiorita senza che il marito se ne sia accorto e che convince Ingeborg a seguirlo in Italia. Ancora una volta la sottigliezza psicologica e l’umorismo sottile della scrittrice sono straordinari nel sottolineare le differenze, tra il pittore che cerca di sedurla e la deliziosamente e maliziosamente ingenua Ingeborg, che non capisce (o finge di non capire) le sue avances ed è estasiata dalla bellezza della terra “wo die Citronen blumen”. Ritornerà a casa, la dolce Ingeborg, piena di sensi di colpa ingiustificati, ed è come se non si fosse mai allontanata: il marito alza a mala pena la testa dal suo scrittoio e lei si riprende la lettera di commiato che gli aveva scritto in un impulso di sincerità e che lui non ha neppure letto. Meriterebbe di più, Ingeborg, di questo marito distratto, della solitudine in cui verrà di nuovo rinchiusa. O forse questa è la dignità del destino che ha scelto. O che è stato foggiato per lei dall’educazione ricevuta.

la recensione è stata pubblicata sulla rivista Stilos

Elizabeth von Arnim

                                                                                                                  

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