giovedì 16 aprile 2015

Akhil Sharma, “Vita in famiglia” ed. 2015

                                                      Voci da mondi diversi. Asia
      FRESCO DI LETTURA



Akhil Sharma, “Vita in famiglia”
Ed. Einaudi, trad. Anna Nadotti, pagg. 173, Euro 19,00
Titolo originale: Family Life

     Non piangevo né a casa né all’ospedale perché non volevo creare problemi ai miei. Andando a scuola, tuttavia, lo facevo. Piangevo per strane cose. Il peso dello zaino, il modo in cui mi schiacciava, mi facevano piangere. A volte mi sfiorava qualche pensiero su Birju. Mia madre aveva scritto alla Bronx High School of Science e ottenuto un anno di proroga. Scosso dai singhiozzi, mi meravigliavo di amare così tanto mio fratello. Prima non lo sapevo che contasse tanto per me.


     “Vita di famiglia”. Un libro difficile da scrivere. Un libro doloroso. Una vita difficile da vivere. Dolorosa. Un libro difficile e doloroso da leggere, quello di Akhil Sharma che dice di aver impiegato nove anni per scriverlo, quasi che il pensiero e la memoria non volessero fissarsi su carta. Perché la vita della famiglia Mishrai (il libro è autobiografico, sotto questo nome si cela la famiglia stessa dell’autore) è stata spezzata in due, letteralmente. Per nessuno come per loro si può parlare di un ‘prima’ e un ‘dopo’.
    ‘Prima’ sono i ricordi dell’infanzia vissuta in India. Sono ricordi che ormai hanno perso la brillantezza dei colori, sono diventati sfumati. Di essi resta l’ammirazione di Ajay per il fratello maggiore Birju, l’attesa del visto per l’America del padre, la partenza di questi e le sue lettere dal nuovo paese, la festosità di tutto il quartiere quando era arrivata la busta con i loro biglietti: avrebbero raggiunto il padre, erano circondati da un’atmosfera fatta di curiosità, ammirazione, invidia, dovevano sbarazzarsi di tutto ciò che non potevano portarsi dietro. Dei giocattoli, nel caso di Ajay. ‘Prima’ è anche l’anno che segue il loro arrivo in America. Tutto è nuovo, tutto è una scoperta, anche un giro al supermercato. Sono circondati da cose mai viste, assaliti da odori sconosciuti, la gente parla una lingua che non è uguale all’inglese che hanno imparato, che hanno sentito parlare in India. Ma Birju, il figlio primogenito, è il vanto della famiglia. Birju è eccezionale, i suoi risultati scolastici sono eccellenti, fa l’esame per essere ammesso ad una scuola superiore prestigiosa, vuol diventare medico. Le loro speranze di integrazione e di ascesa sociale sono riposte in Birju. E infatti Birju passa l’esame. E’ un trionfo.

    E’ agosto. Che cosa c’è di più normale per un ragazzo in vacanza che andare a nuotare in piscina? Birju, però, non torna a casa. Non tornerà più a casa se non come un corpo sdraiato sul letto, con flebo attaccate, bisognoso di assistenza ventiquattro ore su ventiquattro. Un incidente che segna una frattura definitiva nella vita di tutti loro. Forse è più facile- se è lecito usare questo aggettivo- abituarsi e rassegnarsi ad avere un figlio handicappato dalla nascita. Non c’è un confronto continuo nella mente di chi gli è vicino. Non c’è lo stupore, la domanda assillante e senza risposta del ‘perché’, e neppure la visione di un futuro che è stato spazzato via, azzerato da tre minuti senza ossigeno che hanno danneggiato il cervello per sempre.
    Ajay è ancora un bambino. All’improvviso si trova ad essere un misero sostituto del fratello- o almeno lui si sente tale. Giorno dopo giorno in ospedale, e poi a casa quando i genitori decidono che Birju sarà meglio assistito da loro stessi, con un aiuto esterno. Giorno dopo giorno ad osservare le immutate condizioni del fratello, a spiare un segnale, a sentirsi in colpa per provare una lieve ripugnanza, per desiderare l’attenzione dei genitori, a constatare il deterioramento del rapporto dei genitori e il progressivo cedere al bere del padre.
    “Vita in famiglia” è un libro che tocca il cuore, sia a chi sa per esperienza personale quanto immane sia il dolore di assistere impotenti al vegetare di una persona amata, sia a chi riesce solo ad immaginarla leggendo le pagine di Akhil Sharma. E’ un libro che esplora le maniere diverse per reggere il peso di questo dolore-
la madre che non cessa di sperare e si affida a qualunque guaritore ciarlatano prometta una guarigione miracolosa, il padre che trova nell’alcol il sollievo dell’oblio, il ragazzo che scopre la via della salvezza nei libri prima, nella scrittura poi. Si finisce per tirare avanti, seguendo il passo inesorabile della vita. Ajay va all’università, si laurea, ha una carriera di successo. Quando ritorna in visita a casa si trova davanti al paradosso di come il tempo si sia fermato per il fratello, bloccandolo nell’immobilità dell’incidente, e, per un altro verso, sia invece progredito con lo stesso ritmo a cui è progredito per lui, imbiancandogli i capelli. E si sente rimproverato, si sente in colpa: la colpa del sopravvissuto.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it



  

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