venerdì 18 dicembre 2015

Dominique Manotti, “Il corpo nero” ed. 2010

                                                               Voci da mondi diversi. Francia
       cento sfumature di giallo
       seconda guerra mondiale

Dominique Manotti, “Il corpo nero”
Ed. Tropea, trad. Ester Borgese, pagg. 286, Euro 16,50

Titolo originale: Le corps noir



   “Non so se ti rendi davvero conto di che cosa sono stati questi quattro anni. Abbiamo fatto regnare l’ordine nazista a Parigi, Dora, vale a dire che abbiamo rubato e ucciso impunemente.”
  “Tu, forse, io non c’entro niente, e non voglio saperne niente.. Io non ho ucciso nessuno. Ho fatto cinema, tenuto un salotto e sono andata a letto con un ufficiale tedesco accolto da tutta l’alta società parigina, festeggiato come un’amabile vincitore da tutte le vecchie carampane della nobiltà. Come direbbe Bourseul, ho fatto l’Europa di domani. Mi dici che cosa c’è di male in questo?”

   L’ultima volta che l’ho incontrata, in occasione dell’uscita di “Vite bruciate”, Dominique Manotti mi aveva parlato della sua intenzione di essere “lo scrittore pubblico della sua epoca”, per raccontare la società come la vede. Nel nuovo romanzo, “Il corpo nero”, la scrittrice francese, storica di formazione e insegnante d’università, si allontana dai tempi attuali per portare alla luce un passato buio che la Francia non ama ricordare e di cui non può certo vantarsi, quello della seconda guerra mondiale, regalandoci un altro noir che è tale per la disperazione e la mancanza di speranza che lo pervade, ma è soprattutto un bel romanzo storico. E’ uno di quei riusciti romanzi in cui la Storia giganteggia sullo sfondo e le vicende dei piccoli personaggi sono d’aiuto per capire quello che i manuali trovano superfluo dire, o che richiederebbe pagine in più in cui gli eventi risulterebbero frantumati.

     E’ il 6 giugno 1944, il D-day, il giorno più lungo della Storia, quello in cui gli Alleati sbarcarono sulle coste della Normandia. Una data ‘mitica’ per gli europei che l’hanno vissuta e per la generazione che è cresciuta nell’immediato dopoguerra, ascoltando i racconti dei padri. Un giorno con un significato di importanza pari- per le conseguenze- all’11 settembre 2001. Un anniversario da ricordare. Ogni capitolo de “Il corpo nero” apre con un breve aggiornamento su quello che sta accadendo sui due fronti di guerra che premono sulla Germania in un’avanzata implacabile- una sorta di bollettino, incalzante come una bomba a orologeria.
Parigi è occupata dai nazisti esattamente da quattro anni e quello che succede nelle prime pagine del libro è esemplare di qualcosa che si teme e che purtroppo è diventato un evento comune: molto prima dell’alba quattro uomini vestiti con cappotti di pelle nera scendono da un’auto e fanno irruzione in un appartamento. Ne usciranno spingendo avanti a sé quelli che hanno trovato dentro, c’è pure un inglese in manette. Porteranno tutti “da noi, in rue de la Pompe”. Gli uomini si sono annunciati come ‘polizia tedesca’ e ‘Gestapo’. Vero, ma peggio del vero. Perché sono francesi, sono tra i tanti, tantissimi, che hanno deciso subito che si poteva non solo sopravvivere, ma vivere meglio, se si entrava nelle fila tedesche, danzando alla loro musica. Ladruncoli e malviventi potevano avere licenza di rubare e di uccidere, anche solo per capriccio. Affaristi, industriali, tutti coloro che sono rabdomanti di denaro, potevano arricchirsi spropositatamente tra mercato nero, appropriazioni indebite, commerci lucrosi. Le belle donne potevano diventare delle mantenute di lusso- dopotutto i tedeschi non erano neppur male come uomini, alti e biondi con gli occhi color cielo. Se partivano treni blindati per l’est, se c’era gente che moriva di fame, se l’ingiustizia e la forza del potere regnavano ovunque- be’, quella era la guerra, dopotutto. Meglio stare dalla parte del vincitore e vincere di riflesso. Perché di certo i tedeschi avrebbero vinto. Di certo avrebbero respinto gli invasori di oltre Atlantico.

     Questa è l’atmosfera de “Il corpo nero” (il titolo si riferisce al colore delle divise naziste ma suona anche oscuramente minaccioso), sarebbe inutile menzionare tutti i personaggi che ne percorrono le pagine, rappresentativi di ogni tipo di collaborazionisti, più o meno spregevoli, più o meno lungimiranti, tanto da saper cambiare campo con un ultimo voltafaccia. Come Bourseul, che però viene punito con la perdita del figlio adolescente che si è unito alla Resistenza. O come Deslauriers, che però ci rimette la vita. Invece l’attrice Dora Belle, ex prostituta, amante del capitano Bauer del servizio di sicurezza delle SS, aveva già avuto dei ripensamenti ed era diventata informatrice di Domecq (la spia gaullista infiltrata nella Buon Costume). Peccato che la figlia quattordicenne non lo sospettasse neppure e che la disprezzasse come ‘puttana dei tedeschi’ : la fine di Dora è un paragrafo di tragedia famigliare dentro la tragedia di un paese che si è venduto al nemico.
     Lo stile di Dominique Manotti che, nella sua asciuttezza, è inconfondibile, è più che mai perfetto per questo romanzo: le frasi sono brevi, le descrizioni concise e ridotte al minimo, giusto per aiutare il lettore a visualizzare luoghi e persone. E sembrano secchi spari, raffiche di mitragliatrice. Come se provenissero dal fronte della guerra che si avvicina. O come quelli che falciano i francesi anche nelle strade di Parigi.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it



    

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